RITIRO DALLA SIRIA, LE RAGIONI DI TRUMP

ritiroDonald Trump ha deciso di richiamare i circa duemila soldati americani oggi presenti sul fronte siriano.

E così Donald Trump ritira i soldati americani dalla Siria perché, dice (anzi, twitta), «abbiamo sconfitto l’Isis». E lo fa contro il “partito” interno che lo condiziona fin da quando fu eletto. Parti del Partito repubblicano, dei servizi segreti e del complesso militar-industriale. Questi avrebbero di gran lunga preferito un impegno Usa vecchio stile, con la potenza militare bene in vista.

Abituati a trattare Trump da minus habens, molti osservatori lo criticano anche per questa decisione che, in apparenza, lascia spazio alla Russia (alleata di Assad), all’Iran (nemico degli Usa) e alla Turchia (sempre impegnata a bastonare i curdi). In realtà, Trump ha più ragioni che torti. Se lo Stato islamico (Isis) è davvero  sconfitto (e su questo possiamo discutere), The Donald è il politico che, tra gli occidentali, ha più diritto a prendersene il merito. La rotta militare dell’Isis ha due cause principali. Una è l’alleanza stipulata tra Russia e Turchia. Dopo l’accordo tra i due Paesi, arrivati alle soglie di una guerra, la Turchia ha chiuso il confine con la Siria e così ha tagliato i rifornimenti di armi, uomini e denaro al Califfato. L’altra ragione è il maggior impegno militare degli Usa presieduti da Trump, dopo che per più di due anni Obama aveva traccheggiato con inutili incursioni aeree, nella speranza che Al Baghdadi abbattesse il regime degli Assad.

Quando poi si è trattato di strappare all’Isis i capisaldi di Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria), gli americani non sono andati per il sottile. Poiché gli islamisti si facevano scudo della popolazione dopo aver fortificato le città, si sono ripetuti pari pari anche lì gli scenari già visti ad Aleppo. Anche se, ovviamente, lo scandalo è stato molto meno pronunciato.

Trump, però, ha ragione anche da un altro punto di vista. Se l’idea è di condizionare il futuro della Siria, agli Usa servirebbe a poco tenere duemila soldati a cavallo del confine tra Siria e Iraq. I servizi segreti americani sono ben presenti nell’area e fin dai tempi del generale Petraeus (che dal 2007 al 2010 comandò le operazioni in Iraq e in Medio Oriente) hanno stipulato solide alleanze con le tribù sunnite renitenti al potere degli sciiti che governano sia l’Iraq sia la Siria.

Gli Stati Uniti di Trump, inoltre, sono in conflitto con l’Iran, di nuovo sottoposto a sanzioni economiche. Con la Russia anch’essa colpita da sanzioni e pressata dalla Nato a guida Usa. E sono tuttora in grado di condizionare la politica estera della Turchia. Per non parlare dell’appoggio politico, economico e militare che forniscono, e in misura sempre crescente, ad Arabia Saudita e Israele, l’una sponsor dei terroristi, l’altro sempre impegnato a tener d’occhio gli iraniani incistati in Siria e a colpirli a suon di bombardamenti. Qualche plotone americano in più o in meno, in questo contesto, fa poca differenza.

Quando si parla di Trump, infine, viene spesso agitato il fantasma di un disimpegno Usa dal Medio Oriente. Il problema, semmai, sta nell’esatto opposto: gli Usa di Trump sono attivissimi in Medio Oriente, dall’embargo contro l’Iran alle forniture di armi ai sauditi, dalla partecipazione alla guerra nello Yemen alle battaglie contro l’Isis, per non parlare dello spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme in Israele (con tutto quel che ne consegue), dei bombardamenti sulla Siria, delle attività paramilitari in Giordania, dei rapporti con l’Egitto. Forse, e lo diciamo sommessamente, l’impegno americano è troppo, non troppo poco.

Pubblicato in Babylon, il blog di Terrasanta.net

 

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", di cui nel 2010 ho anche varato l'edizione on-line. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008), "Il patto con il diavolo" (Rizzoli 2017).

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