PER GERUSALEMME? NO, CONTRO TEHERAN

gerusalemmeIl presidente turco Erdogan con il leader palestinese Abu Mazen.

Come volevasi dimostrare. Le petromonarchie del Golfo Persico, prima fra tutte l’Arabia Saudita, hanno mollato i palestinesi. La loro priorità è opporsi al dilagare dell’influenza dell’Iran e quindi, dovendo scegliere tra una causa persa come quella palestinese e la collaborazione con Israele, che divide con loro la preoccupazione per l’azione di Teheran, non hanno dubbi: scelgono Israele e nemmeno la questione di Gerusalemme cambia il loro obiettivo di fondo.

Il riavvicinamento monarchie sunnite-Stato ebraico è in corso da tempo ma i tumulti per lo spostamento dell’ambasciata americana, con relativo riconoscimento di fatto dell’annessione israeliana di Gerusalemme Est, hanno messo il timbro sul processo. La rappresentazione plastica si è avuta a Istanbul, dove i leader del mondo arabo mediorientale hanno risposto, il 13 dicembre, alla chiamata di Recep Tayyp Erdoğan per manifestare lo sdegno nei confronti della mossa di Trump.

Erdoğan lo aveva detto subito e lo ha ripetuto al vertice: «Gerusalemme è la nostra linea rossa, non rinunceremo mai ad avere una Palestina libera e indipendente». Ad applaudirlo, a Istanbul, c’erano ovviamente il leader palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen), il re di Giordania Abdallah II, il segretario dell’Organizzazione per la cooperazione islamica Yousef Al-Othaimeen, il presidente dell’Iran Hassan Rouhani, l’emiro del Qatar Tamin bin Hamad al-Thani e tanti altri.

Stridevano, al confronto, le delegazioni di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein, presenti con ministri di secondo piano o addirittura con funzionari. Un modo come un altro per dismettere la questione Gerusalemme e disconoscere l’evidente ambizione di Erdoğan, aspirante paladino del mondo islamico mediorientale.

Stiamo quindi assistendo a un radicale cambio di paradigma in Medio Oriente, le cui conseguenze sono difficili da prevedere. Molto dipenderà, d’ora in avanti, dalla solidità di nervi e dalla lungimiranza della dirigenza iraniana. È chiaro, infatti, che americani e sauditi cercano la rivincita rispetto alla sconfitta (più politica che militare) subita in Siria, dove il presidente Bashar al-Assad è rimasto al potere e il progetto di inserire un’entità sunnita (Isis o altro) nel cuore della Mezzaluna Fertile sciita è clamorosamente fallito. Hanno i mezzi e la volontà per ottenerla. E se davvero la vorranno non potrà che passare per un drastico ridimensionamento delle ambizioni dell’Iran.

Il paradosso è che la crisi infinita del Medio Oriente ha dimostrato una sola cosa: nessun Paese, oggi, può davvero aspirare a una leadership regionale. Non l’Arabia Saudita con i suoi petrodollari, non la Turchia con il suo enorme esercito, non l’Iran con la dedizione del suo popolo. Ed è proprio questo il fattore su cui fanno leva le potenze esterne, come gli Usa e la Russia, per far avanzare i propri interessi.

Pubblicato in Babylon, il blog di Terrasanta.net

 

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", di cui nel 2010 ho anche varato l'edizione on-line. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008), "Il patto con il diavolo" (Rizzoli 2017).

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