MACRON E LA RETORICA DELLA SICUREZZA

macronSoldati di guardia nelle vicinanze della Torre Eiffel, a Parigi.

Paolo Romani da Parigi – “Chi è pronto a sacrificare le proprie libertà essenziali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza”. L’aforisma di Benjamin Franklin è più attuale che mai ora che la bilancia, in Francia, tende a pesare pià dalla parte della sicurezza che non da quella della libertà. L’Assemblea Nazionale francese ha dato via libera alla nuova, controversa legge antiterrorismo, fortemente voluta dal presidente Macron. Approvata dalla Camera dei deputati con 415 voti a favore e 127 contrari, la legge è entrata in vigore il 1° novembre e la sua promulgazione ha automaticamente revocato lo “stato d’emergenza” che vigeva dalla notte del 13 novembre 2015 quando Parigi fu sconvolta da una serie di attacchi terroristici rivendicati dall’Isis. Quella notte morirono 130 persone uccise con raffiche di fucili mitragliatori e cariche di esplosivo: un centinaio all’interno del locale da ballo “Bataclan” dov’era in corso un concerto di musica rock, gli altri nei bar e ristoranti della medesima zona (il quartiere situato tra la piazza della Bastiglia e la piazza della République).

Buona parte dei provvedimenti che erano stati adottati con lo stato d’emergenza, e che avrebbero dovuto essere temporanei, diventano ora perenni: entrano nella nuova legge, sia pure limitati al contesto della lotta contro il terrorismo. La Francia è ancora “in stato di guerra” a causa della minaccia jihadista sempre forte, ha dichiarato il ministro degli Interni Gérard Collomb nel tentativo di giustificare una legge che comporta articoli pericolosi, se non addirittura liberticidi. E che comunque intacca alcune libertà individuali già seriamente malmenate dallo stato d’emergenza.

A tale proposito, le poche voci che si sono alzate per contestare la legge antiterrorismo fanno osservare che l’efficacia dei provvedimenti resta da dimostrare, visto che le medesime misure applicate nell’ambito dello stato d’emergenza (e ora diventate perenni) non hanno impedito gli attentati jihadisti. Dal 2015 a oggi, 240 persone sono morte in Francia in attacchi terroristici legati o ispirati allo Stato islamico. Basti pensare alla strage di Nizza, il 14 luglio 2016, quando lo stato di emergenza vigeva da più di sei mesi: 89 persone travolte e uccise sulla Promenade des Anglais dal camion guidato da un fanatico. Nell’attentato più recente, avvenuto alla stazione ferroviaria Saint Charles di Marsiglia il 1° ottobre scorso, un uomo armato di pugnale ha ucciso due ragazze di 17 e 20 anni.

Mentre la legge antiterroristica annunciata dal presidente Macron subito dopo la sua elezione era ancora in fase preparatoria, la cosa che più colpiva era l’apparente indifferenza, o meglio l’apatia, della stragrande maggioranza dei francesi. A cominciare dai politici, giù fino ai semplici cittadini e all’uomo della strada, senza dimenticare giornalisti e intellettuali, pochissimi sembravano consapevoli dei pericoli in gestazione nel disegno di legge.

Può sembrare paradossale ma i primi campanelli d’allarme sull’orientamento impresso da Macron sono squillati fuori dai confini della Francia. Tutto cominciato l’estate scorsa con un editoriale del prestigioso New York Times, il cui autore deplorava la messa in disparte del potere giudiziario, dimodochè il potere esecutivo può agire praticamente senza alcun controllo. “È allarmante l’idea che le disposizioni dello stato di emergenza possano essere trasferite pari pari nel diritto comune: in tal modo si porrà un freno permanente ai diritti costituzionali dei cittadini francesi”.

Dopo il New York Times sono scesi in campo gli attivisti dell’influente Ong Human Rights Watch i quali non hanno esitato a definire “liberticida” la legge voluta dal presidente Macron.: “La nuova legge antiterrorismo francese dà all’esecutivo un enorme potere nel limitare per i cittadini comuni le possibilità di pregare, incontrarsi, muoversi, esprimersi liberamente”.

L’opinione pubblica francese, come si è detto, è rimasta a lungo apatica e silenziosa. Addirittura, una parte dell’opposizione di destra ha giudicato insufficienti le misure votate dall’Assemblea nazionale. Le cose, però, cominciano a cambiare. Già sono stati 127 i deputati che hanno votato contro la legge. E anche diversi giornali hanno espresso serie riserve. “lo stato d’emergenza è morto, viva lo stato d’emergenza”, ha scritto sarcasticamente il settimanale Marianne. La Lega dei diritti dell’uomo si è detta preoccupata per le limitazioni ai diritti e alle libertà.

Un professore universitario, Paul Cassia, titolare di una cattedra di Diritto pubblico, si è scagliato contro quella che ha definito “la legge più pericolosa per le libertà individuali in tutta la storia della Quinta Repubblica”. Jacques Toubon, ex ministro sotto la presidenza di Jacques Chirac e attuale “difensore dei diritti dei cittadini” (un incarico creato sotto la presidenza Mitterrand) ha parlato di “pillola avvelenata” e di “squilibrio tra sicurezza e libertà”. Insomma, dopo un lungo, imbarazzante silenzio, una parte della Francia si è svegliata, come constata compiaciuto il quotidiano cattolico La Croix, il quale aveva deplorato, citando il motto della Repubblica (Liberté, egalité, fraternité), che i francesi fossero più attaccati all’egalité che non alla liberté o alla fraternité.

Un elenco delle principali disposizioni contenute nella nuova legge aiuta a capire perché il testo sia controverso e potenzialmente pericoloso. Il ministero degli Interni non avrà bisogno dell’autorizzazione di un giudice per ordinare le zone di sicurezza in caso di minacce di attentati, e i prefetti avranno libertà di decisione per quanto riguarda blocchi e perquisizioni nell’area di loro competenza. La polizia avrà più poteri per procedere alle intercettazioni senza dover chiedere l’autorizzazione della magistratura. I controlli alle frontiere saranno mantenuti e rinforzati. L’area in cui potranno essere effettuati sarà allargata fino a un raggio di 20 chilometri al di là dei posti di confine e/o intorno alle stazioni ferroviarie, ai porti e agli aeroporti. Moschee e altri luoghi di culto potranno essere chiusi nel caso in cui le agenzie dio intelligence fornissero dati affidabili sulla presenza di personalità o predicatori che incitassero alla violenza o giustificassero attacchi terroristici di matrice jihadista.

La polizia avrà maggiori poteri nelle perquisizioni (che potranno essere effettuate anche nelle ore notturne) e nei controlli; e saranno introdotte nuove restrizioni di movimenti per gli individui più pericolosi. Sarà anche esteso, per i prefetti, il potere di decretare il domicilio coatto per questo o quell’individuo sospetto.

A chi teme che la Francia si trasformi in fretta, troppo in fretta, in uno Stato di polizia, il Governo risponde che la preoccupazione numero uno di chi ha la responsabilità di governare il Paese dev’essere la sicurezza dei cittadini. Le leggi che possono sembrare “speciali”, “eccezionali” o addirittura “extra legali” non sono affatto arbitrarie e non costituiscono un abuso di potere ma corrispondono alla volontà di proteggere i cittadini con tutti i mezzi.

Eppure a noi, a dispetto delle rassicurazioni di Macron e dei suoi, vengono in mente la parole del filosofo Jran-Francois Revel (scomparso una decina di anni fa) il quale, citando gli esempi di Paesi che erano riusciti a sconfiggere il terrorismo senza ricorrere a leggi speciali, diceva: “Ma che bisogno c’è di promulgare leggi speciali o di limitare le libertà individuali? Nell’arsenale legislativo e giuridico delle democrazie ci sono già tutti i mezzi che occorrono. Basterebbe applicarli”. A buon intenditore…

Paolo Romani

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale “Famiglia Cristiana”, per cui continuo a lavorare come editorialista. Nel 2010 ho varato l’edizione on-line del giornale. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l’Afghanistan, l’Iraq e i temi del Medio Oriente.
Ho pubblicato i seguenti libri: “Bye Bye Baghdad” (Fratelli Frilli Editori, 2003) e “La Russia è tornata” (Boroli Editore, 2005), “I cristiani e il Medio Oriente” (Edizioni San Paolo, 2008).

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