CATALOGNA E POPULISMO DI SINISTRA

catalognaUna manifestazione per l'indipendenza della Catalogna al Camp Nou di Barcellona.

Detto che manganellare gli anziani e sparare proiettili di gomma contro manifestanti disarmati e pacifici è il peggio del peggio per uno Stato che vuol dirsi democratico e moderno, resta una domanda: perché c’è tanta solidarietà in giro verso per la causa dei catalani? Perché si dà per scontato che loro siano i buoni e giusti e gli altri i brutti sporchi e cattivi? Perché si dice con tanta facilità che la Catalogna ha “il diritto” di votare per chiedere l’indipendenza dallo Stato centrale spagnolo?

Questa simpatia diffusa, questo populismo di sinistra, questo sentimentalismo delle piccole patrie, affondano le radici nel più totale distacco dai fatti concreti. Primo: la Catalogna non è invasa né oppressa, al contrario. Dal 1978 vige in Spagna una Costituzione che riconosce diciassette Comunità autonome (più due città autonome: Ceuta e Melilla) e a esse concede una larghissima autonomia. Così larga che sono libere di attribuirsi le competenze che desiderano mentre lo Stato deve “accontentarsi” di quelle che le singole Comunità non hanno inserito nel proprio Statuto. Per quanto poi riguarda la Catalogna, lo Statuto regionale stabilisce con grande precisione i confini della “collaborazione” (la chiama proprio così) con lo Stato nazionale.

Secondo: la Catalogna è ricca (con il 16% della popolazione spagnola è titolare del 23% dell’apparato industriale e del 25% delle esportazioni nazionali) ma è amministrata malissimo, tanto che il suo deficit è da anni circa il doppio di quello medio delle altre regioni autonome. La mediocre politica catalana ha sfruttato per anni lo slogan “Madrid ladrona”. Nel 2012 la rottura finale con Madrid, rispetto al patto siglato nel 2006 e poi annullato dalla Corte Costituzionale, avvenne proprio sul tema della fiscalità. E l’accelerazione impressa al sentimento indipendentista negli ultimi anni dipende in larga parte non tanto dal desiderio di parlare la propria lingua o di ritornare nell’alveo di una vecchia Storia ma piuttosto dalla crisi economica, e dall’illusione che il distacco dallo Stato centrale porterebbe dritti nel Paese di Bengodi.

Ma al di là di tutto questo, c’è una considerazione ancor più ampia. Ed è questa: chi parla di “autodeterminazione dei popoli” quasi sempre non sa di che cosa parla e piglia lucciole per lanterne. Tale principio, infatti, fu enunciato dal presidente americano Woodrow Wilson nel 1919 in occasione del Trattato di Versailles. Wilson ne faceva in realtà l’arma concettuale del nascente imperialismo americano, farsi paladino delle “piccole patrie” gli serviva per scombinare i giochi delle grandi potenze europee dell’epoca, ovvero Francia e Regno Unito, e dei loro imperi coloniali.

In ogni caso, la questione dell’autodeterminazione è riservata ai popoli sottoposti a dominazione coloniale o a occupazione straniera, oppure a quelli costretti a vivere in regime di apartheid. Che c’entra la Catalogna? Votare per promuovere l’indipendenza per i catalani è al massimo un legittimo desiderio, in nessun caso un diritto.

E nel caso la Catalogna c’entrasse con l’autodeterminazione, perché non il Movimento per l’indipendenza della Sicilia e gli autonomisti sardi? Perché vedere le scritte “Il Sud Tirolo non è Italia” ci faceva venire i brividi? E perché non la Padania, che alla fin fine assomiglia più di tutti alla Catalogna e che ora tiene anch’essa il suo pseudo referendum, con il governatore Maroni impegnato a dire che una maggiore autonomia porterebbe al lombardo-veneto almeno 27 miliardi in più l’anno?

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", per cui continuo a lavorare come editorialista. Nel 2010 ho varato l'edizione on-line del giornale. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008).

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