DOPO PARIGI: TERRORISMO VERO E PAURE DI COMODO

terrorismoLa scena dell'attentato, a Parigi, in cui è stato ucciso un poliziotto.

Per forza di cose, e da anni, ognuno di noi usa almeno cinque volte al giorno l’espressione “ terrorismo islamista”, o qualcosa di simile. Ma siamo sicuri di sapere ciò che significa? Siamo certi di ciò che vogliamo dire? La sequela di attentati in Europa dimostra, invece, che l’incertezza è sovrana e che troppo spesso ci affidiamo a luoghi comuni che riescono soprattutto a confonderci le idee.

Prendiamo l’ultimo caso, l’attentatore che nel cuore di Parigi, tra i negozi di superlusso, ha sparato sui poliziotti uccidendo l’agente Xavier Jugelé. Di lui si sa che nel 2003 e nel 2005 aveva già cercato di uccidere poliziotti e che per questo era stato condannato a 20 anni di carcere, pena poi ridotta in appello. Che nel febbraio scorso era stato di nuovo arrestato, sempre per minacce ai poliziotti “responsabili” di aver accertato che non aveva rispettato gli arresti domiciliari e l’obbligo di cure psichiatriche previsti del giudice. Basta averlo trovato in possesso di alcuni fogli inneggianti a Daesh (ai tempi delle Brigate Rosse l’aggettivo standard per questi comunicati era “deliranti”) per arruolarlo nei ranghi del terrorismo islamista? Basta che Daesh provi a mettere il cappello sull’assassinio perché questo folle con la fissa degli uomini in divisa diventi un agente di Al Baghdadi?

I casi di questo genere si moltiplicano e noi non riusciamo ad andare oltre le frasi fatte. Nel luglio dell’anno scorso Europol (l’agenzia della Ue che aiuta i Paesi membri a combattere criminalità organizzata e terrorismo) ha pubblicato una ricerca sui “lupi solitari” come quello di Parigi (e di Nizza, di Berlino, di Orlando, di Magnaville, di Wurzburg, di Dusseldorf…). E ha concluso che il 35% di coloro che hanno commesso attentati tra il 2000 e il 2015 soffriva di “disturbi mentali”, aggiungendo che “sebbene lo Stato islamico abbia rivendicato la responsabilità degli ultimi attacchi, nessuno di essi sembra essere sostenuto logisticamente o eseguito direttamente dall’Isis”. Per non parlare, poi, del recentissimo caso di Dortmund, in Germania, dove l’attentato all’autobus della locale squadra di calcio, rapidamente (diremmo anzi: istintivamente) attribuito a un commando islamista, era invece opera di un cittadino tedesco di origine russa che voleva speculare in Borsa sul ribasso delle azioni della squadra stessa.

Questi “lupi solitari”, insomma, nascono da un brodo di coltura dove la follia e il disagio personale, e non la politica o l’indottrinamento pseudo-religioso, sono gli elementi dominanti. Per i loro casi, ci piaccia o no, non c’è che la prevenzione delle forze di polizia e dell’intelligence. Chiamiamo le loro azioni terrorismo, e non criminalità, per via delle etichette appiccicate da loro stessi o da un elemento esterno interessato a confonderci come Daesh. È curioso ma siamo prontissimi a credere alle affermazioni di questi folli o a quelle degli agitatori prezzolati di Al Baghdadi.

A valle di questo strano percorso si trovano le dichiarazioni dei politici, che ripetono il doveroso ma ormai stanco “no pasaran”: i terroristi non vinceranno, non cambieranno il nostro stile di vita, la democrazia è più forte della paura. Tutto giusto. Ma se questi lupi, oltre che solitari, sono anche matti, quante speranze abbiamo di convincerli e farli desistere?

Nel frattempo, Daesh scivola forse verso la crisi finale. Ma solo dal punto di vista militare. Perché Daesh non è un organismo alieno arrivato da Marte bensì, secondo tutto ciò che sappiamo, uno strumento utilizzato con grande razionalità da Paesi che si chiamano in primo luogo Qatar e Arabia Saudita. Lo ha detto, peraltro, la stessa Hillary Clinton, prima segretario di Stato Usa e poi candidata alla presidenza, nelle mail intercettate (nel 2009 e nel 2015) e pubblicate (nel 2010 e nel 2016) da Wikileaks. Uno strumento impiegato per devastare Siria e Iraq, per praticare la pulizia etnica dei cristiani in Egitto, per combattere in ogni modo i tentativi di costruire una democrazia islamica in Tunisia. Per lucrare politicamente sui flussi migratori e finanziariamente sul traffico di esseri umani.

Il “ terrorismo islamista” è questo, non quell’altro. E nascono da qui l’imbarazzo e la confusione. Perché Paesi come Arabia Saudita e Qatar sono i nostri più grandi amici in Medio Oriente, i nostri partner d’affari, quelli ai quali vendiamo le armi e la tecnologia. Quelli ai quali, vero presidente Hollande?, concediamo le massime onoreficienze nazionali. Quelli che investono da noi e soccorrono con denaro fresco le boccheggianti economie europee. Quelli che non possiamo criticare e meno ancora combattere.

Continueremo quindi a parlare d’altro. Sapendo che questi Paesi, quando Daesh sarà eliminato dopo aver incredibilmente resistito quasi quanto la Germania nazista, in caso di necessità si doteranno di altri strumenti, che saranno la stessa cosa anche se non si chiameranno più Daesh. Ma sperando che qualche altro matto col fucile ci offra lo spunto per guardare al dito e non alla Luna che esso indica.

Pubblicato su Avvenire del 22 aprile 2017

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", per cui continuo a lavorare come editorialista. Nel 2010 ho varato l'edizione on-line del giornale. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008).

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