A FALLUJAH SI RIPARLA DI CALIFFATO

Un gruppo di guerriglieri dell'Isil.

Con la “presa di Fallujah” da parte dei miliziani dell’Isil (Islamic State of Iraq and Levant), ovvero gli estremisti sunniti che si ispirano ad Al Qaeda, è tornato alla ribalta uno dei vecchi slogan delle campagne di propaganda che una decina di anni fa prepararono l’intervento americano in Iraq: il califfato, lo Stato islamico che (nel caso in questione) dovrebbe essere creato nell’area che comprende l’Iraq occidentale e la Siria orientale.

Un gruppo di guerriglieri dell'Isil.

Oltre a confermare che gli attentati in Iraq, la guerra civile in Siria e le turbolenze in Libano fanno ormai parte di uno stesso scenario, di un unico conflitto, la storiella del califfato è sempre stata e resta una bufala, un drappo rosso da agitare sotto gli occhi creduloni dell’Occidente. Intanto, perché un califfato in Medio Oriente esiste già, è prospero e benvoluto da tutti: si chiama Arabia Saudita. Che ha, appunto, un re/califfo che regna appoggiandosi alla versione dell’islam più conservatrice che c’è, il wahabismo, corrente religiosa fondata nel Settecento da Muhammad ibn Abd al-Wahhab, ai tempi suoi in cordialissimi rapporto con l’emiro Muhammad bin Saud, fondatore della casata saudita.

In secondo luogo, è ridicolo pensare che gruppi anche folti di miliziani dediti al “mordi e fuggi”, esperti nelle tattiche della guerriglia, possano avere in mente di fondare addirittura un nuovo Stato. La ragione è semplice: uno Stato non è ciò per cui combattono. Loro (come tutti i guerriglieri della storia, peraltro) combattono perché non possa esistere o funzionare lo Stato altrui. Infatti che cos’è successo a Fallujah? I guerriglieri dell’Isil sono entrati in città dopo parecchi giorni di scontri e molti morti, in seguito alla ritirata strategica dell’esercito regolare iracheno; sono rimasti lì per poco più di una giornata; e poi, prima che l’esercito avesse il tempo di riorganizzarsi e muovere la controffensiva (la capitale Baghdad, con le sue guarnigioni, è a soli 70 chilometri), se ne sono andati.

Una tattica tipica della guerriglia, infatti. E’ persino probabile che molti di loro si siano mescolati alla popolazione di Fallujah, mezzo milione di persone in una roccaforte sunnita che le stesse truppe Usa presero nel 2004 al prezzo di duri combattimenti (un centinaio di morti americani, circa 1.300 tra i guerriglieri), forse usando le bombe al fosforo, in ogni caso ammazzando un congruo numero di civili. Gli altri uomini dell’Isil si sono di certo dispersi nelle zone desertiche verso il confine con la Siria, pronti ad attraversarlo in un senso o nell’altro secondo necessità.

Sì perché l’Isil è impegnato anche su un fronte siriano, dove deve rispondere agli attacchi sempre più decisi che gli porta soprattutto il Syrian Free Army, l’Esercito Libero Siriano che forma la parte più moderata del frammentato fronte anti-Assad. E infatti l’Isil è stato cacciato dalla città di Raqqa (Siria), dove aveva il proprio quartier generale. Il che potrebbe anche voler dire che i suoi grandi protettori e finanziatori, i sauditi appunto, hanno deciso di cambiare cavallo. E che forse gli Usa hanno da qualche parte alzato un po’ la voce.

 

 

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", di cui nel 2010 ho anche varato l'edizione on-line. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008), "Il patto con il diavolo" (Rizzoli 2017).

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