IL NATALE DI CHI RISCHIA PER LA FEDE

Asia Bibi, la donna cristiana pakistana condannata a morte per blasfemia.

Makset Djabbarbergenov, per esempio. E’ un pastore protestante dell’Uzbekistan che tre anni fa è scappato in Kazakhstan, chiedendo asilo politico. In patria, in base alle leggi vigenti e per aver predicato nella propria casa di Nukus, rischia fino a 15 anni di carcere. Il Kazakhstan tiene la richiesta di asilo in sospeso e, per non sbagliare, Djabbarbergenov in prigione. Oppure quella famiglia di cattolici di Dhakka (Bangladesh), sei persone finite sotto inchiesta con l’accusa di aver rapito la donna di servizio, una ragazza musulmana di 14 anni.

Asia Bibi, la donna cristiana pakistana condannata a morte per blasfemia.

Di loro non parleranno i Tg (che, peraltro, non parlano nemmeno di casi famosi come quello di Asia Bibi, ancora detenuta in Pakistan per la solita accusa di blasfemia) e, per essere onesti, non ne parleremo neppure noi, i cattolici che hanno la fortuna di vivere in Paesi dove la libertà di religione non è un lusso e nemmeno un optional, ma un tratto tipico del vivere sociale. E invece dovremmo farlo, e non solo sotto Natale, perché a causa della propria fede almeno un cristiano su dieci nel mondo, cioè circa 200 milioni di persone, vive in condizioni durissime, quando non in regime di aperta persecuzione e di pericolo quotidiano.

Sono le stime della Fondazione “Aiuto alla Chiesa che soffre”, che di questi temi si occupa dal 1947, anno della sua creazione. Ma basta dare un’occhiata alla cartina geografica per accorgersi che l’area del disagio e della discriminazione col tempo è andata allargandosi, invece di restringersi. La più recente emergenza, e oggi forse anche la più acuta, è quella dell’Africa sub-sahariana. In tutta la fascia del Sahel, che dall’Oceano Indiano e dal Corno d’Africa di Somalia ed Etiopia attraversa il continente fino all’Oceano Atlantico e alle coste della Guinea e della Mauritania, si sono incrociati due fenomeni che hanno trasformato la vita dei cristiani in un rischio continuo: da un lato la diffusione di un islam radicale che ha poco a che vedere con il tradizionale e più tollerante islam africano e che sta “infiltrando” anche i movimenti autonomisti e indipendentisti (come quello dei tuareg nel Mali o quelli analoghi del Ciad e del Niger) che con le questioni religiose avevano poco o nulla a che fare; dall’altro, lo sfruttamento di queste pulsioni da parte del  terrorismo islamico che ancora s’ispira ad Al Qaeda e che spesso presta la propria esperienza “militare” alle frange più spietate dell’estremismo politico islamista.

Ecco così i cristiani della Nigeria, già afflitti dalla shari’a (legge islamica) che vige in 19 dei 36 Stati del Paese, sempre più decimati dagli attentati alle chiese che la falange Boko Haram ha incrementato da quando gode del supporto dei terroristi qaedisti arrivati da Nord, soprattutto dall’Algeria, per sfuggire alla caccia all’uomo. O il Kenya, dove gli shaabab (i “giovani”) s’infiltrano dalla Somalia per i loro raid sanguinosi.

Ma la sofferenza dei cristiani nel mondo non si chiama solo terrorismo o estremismo islamico. C’è, insidia ancor più sottile, l’islamismo istituzionale, quello che dialoga tranquillamente con le cancellerie dell’Occidente, riverito e rispettato: quello dei Fratelli Musulmani in Egitto, che tanta preoccupazione desta tra i cristiani copti del Paese (10% della popolazione, tutt’altro che una minoranza residuale), o quello del regime wahabita dell’Arabia Saudita, dove le irruzioni della polizia nelle case dei cristiani sono ancora all’ordine del giorno. Arabia Saudita che poche settimane fa ha chiuso con gli Stati Uniti un contratto da 67 miliardi di dollari in armamenti ed è quindi, da ogni punto di vista, inattaccabile.

C’è l’impotenza dei Governi amici o quasi amici, come quello del Pakistan. I molto promettenti segnali in difesa delle minoranze, a suo tempo lanciati dal presidente Asif Ali Zardari, sembrano essere sfumati con l’assassinio del ministro cristiano Shabhaz Bhatti, nel marzo 2011. La famigerata legge sulla blasfemia, di cui è vittima Asia Bibi e che ancora porta in tribunale centinaia di persone sulla base di accuse sommarie, è sempre in vigore e solo qualche mese fa ha visto la crudele assurdità del carcere inflitto a una bambina cristiana di 14 anni, Rimsha Masih, afflitta da sindrome di Down, e appunto imputata di oltraggio al Corano.

E poi c’è, sempre, la guerra. Una tragedia per tutti ma per le minoranze, quali sono i cristiani in molte regioni del mondo, spesso una tragedia senza ritorno. In Medio Oriente troviamo gli esempi più clamorosi. Di più lunga data quello dei cristiani di Palestina (la popolazione cristiana di Gerusalemme è scesa dal 25% al 2% tra il 1840 e il 2002), che scontano un secolo di conflitti tra gli ebrei prima e lo Stato di Israele dopo e i palestinesi. Più recente, e potenzialmente ancor più drammatico, quello dei cristiani di Siria: 2 milioni di persone, il 10% della popolazione, oggi prese nello scontro tra il regime alawita e la rivolta sunnita, domani forse alle prese con un regime islamico integralista.

Pubblicato su Famiglia Cristiana n.52/2012

 

 

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale “Famiglia Cristiana”, per cui continuo a lavorare come editorialista. Nel 2010 ho varato l’edizione on-line del giornale. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l’Afghanistan, l’Iraq e i temi del Medio Oriente.
Ho pubblicato i seguenti libri: “Bye Bye Baghdad” (Fratelli Frilli Editori, 2003) e “La Russia è tornata” (Boroli Editore, 2005), “I cristiani e il Medio Oriente” (Edizioni San Paolo, 2008).

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