Barack Obama l’aveva promesso: più soldati in Afghanistan e più decisione nell’aggredire i santuari dei talebani. Ma ora va preso atto con un pò di sorpresa della rapidità e della furia con cui le truppe americane stanno dando l’assalto all’Helmand, la regione del Sud in cui la guerriglia ha tenuto per anni in scacco i reparti inglesi, arrivando al punto di installarvi un proprio Governo-ombra e di trasformare la regione nella più vasta area coltivata a papavero da oppio del mondo. Contro il caposaldo talebano stanno operando oltre 4 mila marine (sugli 8.500 di stanza nell’area), 650 tra soldati e poliziotti afgani, 50 aerei e un vasto numero di elicotteri. I portavoce dell’esercito Usa dicono che si tratta della più massiccia operazione aviotrasportata dai tempi del Vietnam, ed è comunque un anticipo di quanto potrebbe succedere anche altrove, in Afghanistan, a partire da fine anno, quando il contingente americano sarà portato, dai 32 mila uomini attuali, ai 68 mila auspicati.
Una pattuglia di marine durante l’operazione “Khanjar” nella provincia di Helmand, in Afghanistan.
Sarebbe però un errore valutare quanto avviene in queste ore solo tramite considerazioni numeriche. Il punto cruciale, la vera svolta, sta nella diversa strategia adottata dalla nuova amministrazione americana, che possiamo riassumere in tre punti. Primo: riconoscere la centralità delle questioni legate alla coltivazione del papavero. L’Helmand produce metà dell’oppio afgano, che a sua volta alimenta il 90% del traffico mondiale. Un affare che procura centinaia di milioni di dollari a criminali, signori della guerra, capi clan e guerriglieri che hanno come unico interesse politico comune quello di impedire la formazione di un solido Governo centrale del Paese. Secondo: non inimicarsi ma, al contrario, portare dalla propria parte i contadini.
Contadini afghani in un campo di papavero da oppio.
Come? Lo ha spiegato bene Richard Hollbrooke, inviato speciale di Obama in Afghanistan e Pakistan: “Le centinaia di milioni di dollari che abbiamo speso per sradicare i raccolti o irrorarli con defolianti non hanno danneggiato i talebani, anzi, li hanno aiutati a reclutare altra gente”. Meglio dunque spendere per dare la caccia ai trafficanti e aiutare i contadini. Ma per farlo, e veniamo al terzo punto, bisogna controllare il territorio. Ecco perché un aspetto decisivo dell’offensiva in corso è quello di ripulire l’area per poi costituire guarnigioni e avamposti capaci di spezzare le linee di comunicazione degli insorti e, nello stesso tempo, costruire rapporti con le popolazioni locali. E’ una replica di quanto fece il generale Petraeus in Iraq nel 2007 durante il cosiddetto “surge”, quando gli Usa organizzarono circa 200 nuove basi sparse sul territorio, le stesse che ora consegnano agli iracheni, e strinsero l’alleanza con le milizie sunnite. Ed è proprio su questo che si misurerà la riuscita dell’attuale offensiva.
In attesa che il campo emetta il suo verdetto, è però possibile azzardare una prima conclusione. In agosto gli afgani andranno a votare per confermare Ahmid Karzaj alla presidenza o per scegliere il suo successore. Un impegno clamoroso come l’operazione Khanjar pare destinato a riportare la fiducia nelle sorti del Paese e anche, implicitamente, a confermare l’appoggio della Casa Bianca alla sua guida politica, negli ultimi tempi assai criticata e accusata di essere non si sa se più corrotta o inefficiente. A meno che nei prossimi mesi riprenda forza l’idea di inserire un plenipotenziario americano nel Governo di Kabul. Una mossa che sarebbe accusata di colonialismo ma non mancherebbe di un sano e realistico pragmatismo.
Pubblicato su Avvenire del 3 luglio 2009 www.avvenire.it

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957 e sono vice-direttore del settimanale "










