Fulvio Scaglione Giornalista

fulvio scaglioneMi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957 e sono vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana".

La mia specialita' sono gli Esteri. Continua...

MEDIO ORIENTE, EPPUR SI MUOVE: SE GLI USA SALUTANO L’IRAQ

C’è qualcosa di grottesco, ma tipicamente mediorientale, nei politici e nei militari iracheni che festeggiano come un trionfo il primo, parziale ritiro delle truppe Usa. Questo regime non esisterebbe se non ci fosse stato l’intervento americano. Eppure il premier Nur al Maliki ha parlato di “grande vittoria” e di “cacciata degli occupanti” e ha paragonato l’evento all’insurrezione contro gli inglesi del 1920. Se non fosse di cattivo auspicio, diremmo che ricorda l’incongruo orgoglio dei palestinesi quando Ariel Sharon decise di rendere loro la Striscia di Gaza.

      Comunque sia, gli americani hanno ormai ceduto alle forze armate irachene 150 basi e avamposti (l’85% del totale) sparsi nel Paese per concentrare i loro 130 mila soldati nel cuore delle grandi città. Entro l’agosto del 2010 se ne andranno 60 mila marine, seguiti nel dicembre 2011 dagli ultimi 50 mila. Al popolo iracheno, con quel che ha passato, si possono solo fare i migliori auguri. Non va però taciuto che questo primo passo verso la de-americanizzazione dell’Iraq si realizza in condizioni non ideali, in maniera criticabile e in un gran brutto momento.

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     Prima e dopo degli americani in Iraq: a sinistra, l’entrata delle truppe in Baghdad nell’aprile 2003 (si noti la statua di Saddam, ancora in piedi); a destra, ieri, luglio 2009, i soldati Usa lasciano una base installata a Baquba e la consegnano alle truppe irachene. 

     

      Le condizioni:  si sa che Barack Obama non è soddisfatto dei progressi politici, soprattutto per quanto riguarda i rapporti di potere tra gli sciiti (che fanno la parte del leone) e i sunniti (che, attraverso i capi tribù, avevano a suo tempo stipulato un patto di ferro con i generali Usa) e tra gli arabi e i curdi. La prima questione influisce sul livello di pacificazione del Paese, perché l’arruolamento dei sunniti nelle milizie filoamericane (i “Figli dell’Iraq”, i “Consigli del risveglio”) è stato il grande segreto della clamorosa riduzione (gli attacchi sono calati dell’80% tra 2007 e 2008) degli attentati e delle vittime. La seconda sulla spartizione delle risorse petrolifere, decisiva per il futuro dell’Iraq, che ha 115 miliardi di barili di riserve accertate di greggio, punta a raggiungere una produzione di 6 milioni di barili al giorno entro il 2017 ma per il momento è fermo a 2,5 milioni di barili, ancora sotto i livelli della disastrata industria petrolifera dei tempi di Saddam Hussein.  Hussein al Sharistani, ministro del Petrolio, ha messo nei giorni scorsi all’asta i contratti per lo sfruttamento di sei giacimenti di petrolio e di due di gas, con la nostra Eni interessata al petrolio dell’area di Nassiriya. Ma il vice premier, il curdo Tareq al Hashemi, ha subito annunciato il boicottaggio della gara, mentre il Kurdistan (Nord del Paese) da tempo sfrutta le proprie risorse senza rispondere al Governo di Baghdad.

      La maniera: la riduzione degli attentati è il grande vanto del Governo di Al Maliki, che ha spinto perché gli americani passassero tutto ai suoi uomini e si facessero vedere il meno possibile. Risultato: negli ultimi dieci giorni di giugno una serie di bombe e ordigni ha fatto più di 300 morti, peggio che nei momenti terribili del 2005-2006. Guarda caso, le stragi peggiori si sono avute a Sadr City, il quartiere di Baghdad intitolato alla memoria del leader sciita Mohammad Sadeq al Sadr (storico oppositore e vittima di Saddam), e a Kirkuk, la città del Nord che i curdi vorrebbero annettere al Kurdistan perché ricca di petrolio.

      La maniera, cioè questo voler mettere gli americani da parte oltre ogni prudenza, è particolarmente insidiosa nel dato momento. Appena al di là del confine c’è un Iran in crisi, con il duo Khamenei – Ahmadinejad impegnato nella repressione e desideroso di tenere a bada Obama. L’Iraq sarebbe per gli iraniani il terreno ideale per condurre una “guerra preventiva” a base di terrore contro un eventuale sostegno degli Usa alla protesta dei seguaci di Moussavi. Ancora in Iraq, inoltre, si terranno a gennaio le elezioni politiche. Da qui ad allora si terranno frenetiche trattative per la spartizione del potere: tra gli sciiti, tra sciiti e sunniti, tra arabi e curdi. Chi non sarà soddisfatto della “fetta” ottenuta potrebbe voler sfruttare la minore efficienza delle truppe irachene rispetto a quelle americane per mandare a chi di dovere messaggi di morte e distruzione.

      C’è però una speranza solida e vera: la coscienza del popolo iracheno. Quanto accade oggi in Iran (ma anche in Siria e nel più lontano ma non meno sciita Libano) non può lasciare indifferenti gli sciiti iracheni che, sotto la saggia guida dell’ayatollah Al Sistani, hanno già emarginato l’estremismo del giovane e fanatico Moqtada al Sadr e del suo “Esercito dei giusti”. La lunghissima stagione della dittatura e quella più breve ma atroce della guerra e del terrorismo hanno lasciato nella gente un desiderio di pace e, forse, un vero disgusto per gli scontri a sfondo etnico e religioso. Hanno sotto gli occhi, peraltro, un ottimo esempio: dal Nord dell’Iraq la stagione delle persecuzioni ha scacciato moltissimi cristiani. Erano il ponte di dialogo e convivenza tra le diverse comunità. Come stupirsi se a Mosul e Kirkuk, ancora oggi, non si riesce a metter davvero fine alle violenze?   

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