Marwa al Sherbini, chi era costei? Era egiziana, viveva a Dresda in Germania, aveva 32 anni, era sposata con un ingegnere (Elvi Ali Okaz, egiziano anche lui), madre di un bimbo di due anni e in attesa del secondo. E’ entrata e uscita dalle cronache in un lampo. Ho aspettato a parlarne proprio perché averla così in fretta dimenticata è un segno tipico dell’approccio grossolano ai problemi dell’immigrazione e della malafede di quasi tutti coloro che, da noi, si occupano di islam e dei problemi a esso connessi.
Un breve riepilogo. Marwa al Sherbini è ai giardinetti con il figlio Mustafa e fa il drammatico errore di chiedere a un vicino di casa, Alex, 28 anni, di cedere l’altalena al bambino. Roba da nulla. Ma Alex comincia a urlare, a minacciarla, a darle della “prostituta islamica” e della “terrorista”, e ingiungerle di togliersi il velo. Marwa lo denuncia, il tribunale condanna l’uomo a un’ammenda di 750 euro. Questo succedeva nell’autunno 2008. Il 1 luglio 2009 c’è l’udienza d’appello. Marwa sta rispondendo alle domande del giudice quando Alex estrae un coltello e comincia a colpirla. Il marito cerca di fermare l’aggressore ma un poliziotto, convinto che sia lui il pericolo, gli spara a una gamba. Risultato: Marwa, incinta di tre mesi, muore per 18 coltellate, il marito finisce all’ospedale, Alex in galera.
Sorprende che un tribunale, in Germania, possa essere gestito in maniera tanto idiota. E scandalizza che la vicenda sia stata così rapidamente dimenticata, in un’Europa che ha appena incassato, vedi elezioni al Parlamento europeo, un’ondata di estrema destra razzista come non si vedeva da decenni. In Italia, poi, nessun benpensante a pontificare, nessuna firma del Corriere della Sera ad analizzare, nessun difensore dell’identità cristiana a diffondersi. In Egitto i funerali di Marwa hanno richiamato una folla enorme. La donna è già stata ribattezzata “la martire del velo” e diverse campagne di protesta sono state lanciate nei confronti della Germania. Una strumentalizzazione, è ovvio, perché quel tal Alex è un pazzo fuori di testa che certo non rappresenta né la Germania né i tedeschi. Però…
Però qualcuno dovrebbe ricordarsi di un caso simile. Il 2 novembre 2004 il regista e scrittore olandese Teo van Gogh fu ucciso con 8 colpi di pistola e poi sgozzato, in pieno centro di Amsterdam, da Mohammad Bouyeri, un marocchino che aveva anche passaporto olandese, in risposta a una fatwa che condannava il film Submission, girato appunto da Van Gogh, critico fino al disprezzo nei confronti dell’islam. Qualcuno crede forse che Bouyeri fosse meno fuori di testa di Alex, il vicino di Marwa al Shebini? O che, al contrario di Alex, rappresentasse perfettamente i sentimenti del Marocco e dei marocchini? Eppure, allora, trombe e tromboni si scatenarono all’unisono: è la fine del multiculturalismo, la convivenza è impossibile, c’è la censura islamica sulla libertà d’espressione, di tutto ci toccò sentire, dalle tribune più illustri (in quell’occasione i soloni del Corriere non si fecero pregare) fino alle più becere voci leghiste.
Ora che la globalizzazione impazza e che qualunque evento, grazie alle tecnologie è vissuto in tempo reale in ogni parte del mondo e non solo in quella in cui realmente avviene, questa ottusa politica del doppio standard rischia di trasformarsi nella nostra rovina. Di popolo con la sveglia al collo non ce ne sono più, come ci dimostrano ogni giorno gli iraniani o i sudafricani. E il trinariciuto non può più nascondersi dietro l’origine geografica, come ai tempi del colonialismo. Regalare un po’ di armi e di perline a Gheddafi è un conto, convincere i popoli è tutta un’altra storia.

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957 e sono vice-direttore del settimanale "











La differenza è che Marwa è una eroina per l’Egitto, invece l’Olanda si vergogna o ha paura di difendere la stessa memoria di Van Gogh, peraltro vittima di una fatwa, cioè di una condanna collettiva, non solo di un pazzo solitario.
Caro Fabio,
stai un po’ forzando. L’Olanda si vergognava di Van Gogh assai più quando era in vita, essendo un personaggio a dir poco controverso. Proprio per difendere simbolicamente la sua memoria sono sorti e si sono affermati movimenti politici anche di recente premiati da fortuna elettorale.
Secondo: la fatwa non è “una condanna collettiva”. Al contrario, è l’iniziativa di un’autorità religiosa e dipende in toto dal seguito di quel singolo ayatollah. Lo puoi verificare in questi giorni in Iran: sono state emesse fatwe che incitano a mettere a morte i seguaci di Moussavi, ma non è che gli iraniani si precipitno a eseguirle. Resta poi il fatto che a uccidere Van Gogh non è stata una persona qualunque, magari partita apposta dal Marocco, ma uno squilibrato. Uguale a quello che ha ucciso Marwa.
Ciao, a presto
Fulvio