Dai e dai, la tanto auspicata rivoluzione in Iran è arrivata davvero e guarda un po’, trova le nostre teste fini in mutande. Ragazzi, come siamo pantofolai! Solo qualche annetto fa eravamo pronti a qualunque guerra preventiva in nome della libertà e della democrazia. Dubitare che ci fosse l’Iraq dietro agli attacchi alle Torri Gemelle era un’eresia, pensare che forse gli arsenali di Saddam non erano pieni di armi di distruzione di massa era una bestemmia. Gli eroi nazionali? I quattro body guard. L’islam facinoroso andava affrontato qui e subito, il moschetto in una mano e i libri della Fallaci nell’altra. Solo l’altro ieri, i nostri strateghi da operetta discettavano di attacchi militari contro l’Iran come di una gita al parco, e ieri i furboni del Foglio levavano alto il loro omaggio a George Bush, risolutore franco e deciso dei problemi del mondo.
E adesso? Cinquecento arresti e decine di morti dopo la farsa elettorale a favore del presidente Ahmadinejad? Ora che abbiamo scoperto che anche gli iraniani che inneggiano ad Allah sanno usare Internet e che pure quelli che vogliono il nucleare ne hanno le scatole piene del regime degli ayatollah alla Ali Khamenei? Qualche brontolio, nessuna protesta di piazza (bravi anche voi, cari pacifisti e no global…), i commenti sui giornali di quelli che hanno scoperto adesso che la rivoluzione islamica di Khomeini ha riempito le università di ragazze. Umiliate dal chador ma colte e istruite come in nessun altro Paese del Medio Oriente. Prosegue a ritmo serrato la riduzione di questo nostro grande Paese a uno sceiccato di seconda fila, pure privo di petrolio. E la riduzione dell’opinione pubblica a semplice pubblico, come si è visto in occasione delle recenti tornate elettorali (che fossero europee o locali, sono state segnate da astensionismo record) e dalla malinconica morte dell’istituto referendario. Dicono: non sapevamo per che cosa si andava a votare. E non ti potevi informare, pistola che non sei altro?
Tornando all’Iran, che è una cosa seria. Qualche settimana fa, la nostra diplomazia ha rifiutato di partecipare alla cosiddetta “Durban 2”, la conferenza Onu sui diritti umani che rischiava di trasformarsi, com’era in parte avvenuto con la “Durban 1”, in una ridicola messa alla gogna di Israele da parte di regimi antisemiti e antidemocratici. Decisione per me sbagliata (gli assenti hanno sempre torto) ma comprensibile, dignitosa e condivisa da nazioni di sicuro rispetto e forte tradizione democratica come Usa, Canada, Australia, Olanda. Assenti i “buoni”, fu il cattivo a farla da padrone: proprio Mahmud Ahmadinejad, che si lanciò in una tirata così grottesca da far uscire dalla sala i rappresentanti dei Paesi partecipanti alla conferenza.
Il nostro Governo, e il nostro ministro degli Esteri Frattini, si fecero una gran pubblicità con quegli eventi. E adesso che fanno? Che fanno ora che in ballo non ci sono quattro pezzi di carta dell’Onu ma un sentimento popolare vero, chiaro, pronto al sacrificio pur di manifestarsi? Balbettano, cincischiano. Dopo aver visto in Tv giorni e giorni di sanguinosa repressione, e dopo aver inviato diversi solleciti alle autorità di Teheran che non hanno mai risposto, solo oggi abbiamo ritenuto “non accettato” l’invito rivolto all’Iran affinché seguisse i lavori del G8 che venerdì e sabato, a Trieste, si occuperà di Afghanistan e Pakistan. Un atteggiamento di patetica debolezza che replica pari pari quello sfoggiato con Gheddafi, e che fa doppiamente pena proprio perché viene da coloro (andate a sfogliare i giornali del 2003-2006, se non ci credete) che predicavano il pugno di ferro contro tutti gli autoritarismi a sfondo islamico. E tanto per cambiare, i leader europei veri, dalla Merkel a Sarkozy, si sono pronunciati in ben altro modo e con ben altro tono.
Credo che abbia molto influito, da questo punto di vista, l’evidente esitazione di Barack Obama e della diplomazia Usa in quello che è stato, forse, il primo vero passo falso della nuova amministrazione. Obama sa che per gli iraniani (e non solo per gli ayatollah) l’America è il demonio, avendo contribuito a far cadere il governo democratico di Mossadeq nel 1953 per sostituirlo con il regime oppressivo dello Shah. Nello stesso tempo, non vuole compromettere con un’ingerenza troppo spinta la politica di apertura verso il mondo arabo appena varata. In questo modo, però, Obama è rimasto in mezzo al guado. E noi con lui. Perché con l’Iran facciamo buoni affari che non vogliamo perdere. E perché a questi che ci governano, se non gli detta la linea l’America non sanno che pesci pigliare.

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957 e sono vice-direttore del settimanale "










