IL RITIRO DEGLI USA DALL’IRAQ, UNA POLPETTA AVVELENATA PER OBAMA

      D’istinto, la prima reazione all’accordo ratificato dal Governo dell’Iraq, che prevede il ritiro delle truppe Usa dalle città irachene entro il 2009 e quello totale dal Paese entro il 2011, è stata: che splendido regalo per l’inizio della presidenza di Barack Obama. L’accordo, infatti, non migliora la pagella di George Bush (otto anni di occupazione del Paese con centinaia di migliaia di morti, dopo una guerra vinta sul campo in una settimana) ma offre una leva nuova e inattesa a Obama in almeno due campi: lo libera dall’impegno di ritirare immediatamente le truppe, come aveva promesso all’inizio della campagna elettorale, e gli consente di presentarsi sotto una luce nuova se mai andrà a intavolare trattative con i Paese che, canaglia o meno che siano, restano decisivi per gli equilibrii della regione: Siria e Iran. Naturalmente il nuovo Presidente potrebbe sempre decidere di riportare tutti a casa in anticipo. Ma chi glielo farebbe fare in presenza di un patto sottoscritto dal Governo di Baghdad, cioè dagli stessi che nella presenza dei soldati americani trovano appoggio e protezione?
      L’entusiasmo per la firma dell’accordo (che deve comunque passare il vaglio del Parlamento iracheno) rischia però di far finire in secondo piano alcune notevoli difficoltà pratiche che Obama dovrà comunque affrontare. La prima è questa: se il ritiro vero e proprio avverrà solo nel 2011, da dove arriveranno i reparti necessari per intensificare la lotta contro i talebani in Afghanistan, dove tra l’altro nel 2009 si terranno le elezioni presidenziali? Seconda difficoltà: siamo proprio sicuri che da qui al 2011 i problemi dell’Iraq saranno risolti? Certo, in due anni possono succedere tante cose ma il Paese sta per affrontare una serie di prove dall’esito almeno incerto: le elezioni provinciali del 31 gennaio 2009, la legge sulla distribuzione dei proventi del petrolio ancora da approvare, il referendum su Kirkuk, il disarmo (con relativo assorbimento nelle forze armate di Stato o in altri pubblici impieghi) delle milizie sunnite che tanto hanno contribuito al calo della violenza e al controllo del terrorismo. Per non parlare della situazione di Mosul, con i pogrom contro i cristiani che proseguono indisturbati (nonostante la presenza nell’area di 35 mila soldati iracheni e di un numero imprecisato di poliziotti iracheni e soldati Usa) e la contesa tra curdi e sunniti (posta in palio: le riserve petrolifere) che cresce.
      Terza difficoltà: gli Usa tengono oggi in Iraq oltre 150 mila soldati, affiancati però da 180 mila contractors che svolgono quasi sempre compiti che sarebbero altrimenti affidati ai militari. Nel 2011 se ne andranno anche loro dall’Iraq? E nel 2009 si ritireranno nelle basi militari americane, fuori dalle città, come previsto dall’accordo? Siamo sicuri che l’Iraq reggerà a una simile sottrazione di forze qualificate, per di più mantenute da altri?
      Sperare il meglio è logico e doveroso, prepararsi al peggio saggio e intelligente. Pare quindi un po’ grottesco l’entusiasmo dei neocon di ogni latitudine, che salutano l’intesa raggiunta tra la Casa Bianca e il governo di Baghdad come la prova di una grande vittoria. Depurata della propaganda e della necessità di salvare reputazioni e carriere, essa tutto sommato riporta la situazione a qualche anno fa, quando già era chiaro che una vera soluzione del rompicapo iracheno sarebbe stata possibile solo coinvolgendo anche Siria e Iran. E questo, per ovvie ragioni, è il ripieno avvelenato della ghiotta polpetta politica che Bush, firmando l’accordo per il ritiro nel 2011, lascia in eredità al suo successore.

Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 18 novembre 2008  http://www.eco.bg.it
   
 

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