A chi gli proponeva scenari sbilanciati sul futuro, il grande economista Keynes ribatteva sarcastico: “Nel lungo periodo saremo tutti morti”. Qualcosa di simile si attaglia alla drammatica situazione dell’Iran. E’ giustificata la convinzione che il moto di popolo dopo le elezioni truccate stia mandando in pezzi la credibilità del regime e possa, in prospettiva, provocare scossoni anche più radicali e decisivi. Non per questo, però, possiamo ignorare quanto avviene oggi e già modifica le relazioni tra le nazioni.
Prigionieri di una rozzezza mentale che poggia solo sull’abbondanza di manganelli e di braccia, Ahmadinejad e i suoi sponsor hanno scelto di gridare al complotto, senza tentare una qualunque manovra politica, per recuperare il dissenso o anche solo per guadagnare tempo. Così ora possono solo continuare ad alzare i toni: all’esterno, polemizzando con gli Usa e con la Gran Bretagna, inasprendo il gioco delle espulsioni di diplomatici, minacciando a destra e a manca; all’interno, è facile prevederlo, sfruttando la crisi per rilanciare il nazionalismo teocratico che sogna di trasformare l’Iran nel contrafforte nucleare di Israele.
Un’immagine di repertorio: il presidente Ahmadinejad in visita all’impianto nucleare iraniano di Busher.
A dispetto delle apparenze, è il secondo fronte quello che deve preoccupare di più la diplomazia internazionale. Esagerate o no, le voci di corridoio partite dopo l’incontro tra il nostro premier Berlusconi e Bibi Netanyahu confermano che Israele tende ad approfittare degli scontri di Teheran per discutere la politica del dialogo col mondo islamico appena lanciata da Barack Obama. A Netanyahu in realtà importa poco di Moussavi o degli studenti iraniani arrestati. Gli interessa che Obama sia sufficientemente “intimidito” dal clima politico per non premere troppo sull’idea di uno Stato per i palestinesi e sul blocco degli insediamenti israeliani. Ma se Obama farà marcia indietro, come reagiranno i palestinesi? E Hamas? Correrà a rifornirsi di missili che gli ayatollah saranno felici di fornire? E Hezbollah, in Libano, quanta autonomia riuscirà a mantenere di fronte a un nuovo oltranzismo dell’Iran?
Secondo fronte: l’Iraq. Le truppe Usa hanno ormai iniziato il ritiro. Se l’Iran vorrà tenere alto il livello del confronto con Usa e Gran Bretagna, l’altra protagonista della guerra contro Saddam, gli sarà facile provocare guai a Baghdad a dintorni. E magari anche in Afghanistan, altro fronte dove gli Usa si apprestano a incrementare lo sforzo. Terzo fronte: l’Europa e la Russia. I diplomatici del Cremlino sono già riusciti a imporre al G8 dei ministri degli Esteri di Trieste un documento assai blando: è prevedibile che faranno altrettanto, con l’aiuto della Cina, che in Iran ha fatto grossi investimenti, se dovesse muoversi l’Onu. I loro colleghi dell’Unione Europea hanno promesso di reagire uniti all’aggressione contro la Gran Bretagna. Uniti sì, ma come? E per che cosa? Germania e Italia (per noi, affari da 6 miliardi di euro l’anno) sono i due maggiori partner commerciali europei dell’Iran, toccherà a loro il grosso dello sforzo in caso di sanzioni. Davvero lo faremo? Berlusconi ha promesso a Netanyahu di “non incrementare” gli affari con l’Iran, mica di ridurli. Alla fine il più astuto, pratico e pure onesto pare ancora una volta Obama, che agli ayatollah parla di conciliazione ma ai loro oppositori spedisce congrui finanziamenti. Perché il problema dell’Iran può essere risolto solo dagli iraniani. E arrivati al dunque, con la sollevazione popolare in corso, tutti hanno capito che l’idea di far la guerra all’Iran era (ai tempi di Bush) e resta (ai tempi di Obama) una pericolosa sciocchezza.
Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 29 giugno 2009 www.eco.bg.it

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957 e sono vice-direttore del settimanale "










