Fulvio Scaglione Giornalista

fulvio scaglioneMi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957 e sono vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana".

La mia specialita' sono gli Esteri. Continua...

BAGHDAD IL GIORNO DOPO: CACCIA AD AL QAEDA IN UNA CAPPA DI PAURA

Baghdad

Ieri e’ stata la giornata dell’orrore. Oggi, quella della paura. La gente di Baghdad, assediata da temperature che hanno superato i 55 gradi al sole, si e’ chiusa in casa, a sbirciare dalle finestre l’eventuale reazione che poteva sprigionarsi dagli effetti corrosivi del lutto e della vendetta. Il ministero degli Interni, d’altra parte, si era gia’ mobilitato nella serata di ieri: con una nota urgente, diplomatici, esponenti religiosi e stranieri in genere erano stati “invitati” a non mostrarsi troppo in giro. Ragioni di sicurezza, ovviamente, in una citta’ dove di sicurezza ce n’e’ sempre meno.

     Il premier Al Maliki, sempre in nome di una sicurezza che doveva diventare il suo cavallo (politico) di battaglia, ha fatto arrestare 11 ufficiali dell’esercito e della polizia che avevano importanti incarichi nei quartieri di Saihliya e Bab Muadham, proprio dove i terroristi hanno colpito con maggiore crudelta’. Ora si va a caccia di capri espiatori e, se possibile, di colpevoli. E non si capisce bene in quale delle due categorie vada inserita l’indicazione di Al Qaeda e dei nostalgici del Baath, il partito di Saddam Hussein, quali responsabili di quest’ultima strage.

   E’ indubbio che gli attacchi piu’ sanguinosi degli ultimi tempi hanno seminato lutti soprattutto tra gli sciiti, maggioranza umiliata e oppressa con Saddam, maggioranza arrogante e di potere oggi. Per dire: il 7 agosto, 50 morti con cinque bombe fatte esplodere in una festivita’ sciita; il 10 agosto, 40 morti e 35 case distrutte in un attentato contro il villaggio di Al Khazna, vicino a Mosul, abitato dagli shabak, una setta sciita che proprio quel giorno celebrava la scomparsa del Mahdi, l’ultimo erede riconosciuto (dagli sciiti) della dinastia del profeta Maometto. Ma quante volte ci e’ stato detto che Al Qaeda era stata sradicata dall’Iraq? Quante volte gli eredi del Baath sono stati descritti come pochi, dispersi e impotenti? Sarebbero loro ad aver provocato piu’ di 1000 morti in un mese e mezzo?

   Per realizzare una strage come quella di ieri, con almeno 7 bombe micidiali dislocate in punti cruciali e ben sorvegliati della citta’, occorre una potenza di fuoco e un’organizzazione ramificata ed efficiente. Basta pensare a quante persone devono essere mobilitate per procurare l’esplosivo, imbottire i camion e le auto di tritolo, trovare i kamikaze e dirigerli verso l’obiettivo, per capire che il rischio di una fuga di notizie era assai alta. Un’impresa difficile per terroristi in fuga (Al Qaeda) o patetici nostalgici (Baath).

   In piu’, questa preoccupazione implica una sottovalutazione dei problemi dell’Iraq, delle tensioni sotterranee che lo percorrono e che in Occidente trovano scarsa analisi e poca eco. L’equilibrio tra sciiti, curdi e sunniti e’ stata una brillante invenzione, ma piu’ militare che politica. In sostanza, piu’ merito del generale David Petraeus (l’artefice del surge del 2007) che degli strateghi della Casa Bianca. Ma resta un equilibrio precario e molte cose possono metterlo in crisi: le beghe sciiti-curdi sul petrolio, per esempio, con annesso referendum sullo status della citta’ di Kirkuk; la parte (di potere e di ricchezza) che deve toccare ai sunniti, gia’ privilegiati con Saddam; il ruolo delle tribu’, che Petraeus seppe recuperare inserendole nei ranghi delle milizie dello Stato iracheno e che ora vedono messo in forse l’accordo. Puo’ diventare un fattore di crisi persino il primo disimpegno dei soldati americani, che dal 30 giugno hanno passato i posti di blocco, ma anche le grane, agli iracheni.   Al Qaeda puo’ ambire a sfruttare queste condizioni. Ma se fosse solo per i seguaci di Bin Laden, per il loro ridotto seguito e per le loro ormai modeste capacita’ operative, l’Iraq non sarebbe in queste condizioni. Il centro di Baghdad, infatti, somiglia sempre piu’ al centro di Gaza e sempre meno a quella zona di traffici infiniti ma anche di vita e di commercio che avevo lasciato dopo l’ultima visita, nel 2004. Puo’ darsi che la ricostruzione sia in corso, e di certo lo e’. Ma gli effetti, a parte qualche area privilegiata, sono ancora ben lontani dal farsi sentire sulla popolazione. Che ancora ragiona in termini assai semplici: se ci sono le bombe non c’e’ la pace oggi e non ci sara’ il benessere domani.    

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