Credo di essere stato in assoluto l’ultimo giornalista a intervistare Salam Fayyad quand’era ancora primo ministro dell’Autorità palestinese, e lo testimonia il post con il nostro colloquio, datato 10 febbraio 2009. Ma non è per questo che considero una brutta notizia le sue dimissioni, arrivate poche ore dopo la conclusione della conferenza di Sharm el Sheikh (Egitto), in cui i donatori internazionale avevano offerto 4,5 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza.
Di Fayyad (nella foto sotto con il sottoscritto, a Ramallah) si ricorda spesso la natura di “tecnico”, la carriera di economista presso il fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. E’ un dato importante, anche perché fa di lui uno dei pochissimi dirigenti palestinesi che non abbiano fatto della politica mediorientale una ragione di vita e una professione. Ma non c’è solo questo: Fayyad, proprio grazie a quel passato, è noto negli ambienti della finanza internazionale, in particolar modo della finanza istituzionale, e infatti i Governi occidentali non sono ora molto soddisfatti all’idea di aver messo un bel pacchetto di miliardi nelle mani di chissà chi.
Altre ragioni per rimpiangere Fayyad. Primo: da ministro delle Finanze (2002-2007) e poi da premier, è riuscito a mettere un po’ d’ordine nelle disastrate finanze palestinesi, limitando anche la tradizionale corruzione della burocrazia che attornia il presidente Abu Mazen, impresa non da poco. Secondo: insieme con Hanan Ashrawi, la scrittrice e poetessa cristiana che fu portavoce dell’Autorità nazionale palestinese delle origini, Fayyad ha fondato il Partito della Terza Via, che si proponeva appunto di indicare una strada nuova rispetto al solito dualismo palestinese Al Fatah – Hamas. Compito difficilissimo, come testimonia il risultato delle elezioni del 2006 (la Terza Via ottenne solo 2 seggi su 132 del parlamento palestinese, poi dominato da Hamas), ma fondamentale per indicare una possibile alternativa politica pacifica e laica.
Uscito Fayyad, i palestinesi si avviano a una specie di “compromesso storico” tra Al Fatah e Hamas, da cui difficilmente potrà nascere qualcosa di buono. Come possono governare insieme due partiti che fino a ieri si sono sparati? Come potrà Abu Mazen collaborare con Ismail Haniyeh, che ancora nelle scorse settimane faceva imprigionare o gambizzare i suoi sostenitori a Gaza? Come potrà Haniyeh, sostenitore della lotta armata contro Israele, collaborare con Abu Mazen, che si è detto disposto a dialogare anche con un eventuale governo di destra israeliano?
La (presunta) riconciliazione tra Al Fatah e Hamas è cara al mondo arabo, per tante ragioni. Ma si profila un pateracchio di quelli che paralizzano tutto con grave danno di tutti, soprattutto dei palestinesi (ormai più che stremati da un conflitto senza fine che chiede sempre a loro il massimo della sofferenza) e della rinnovata buona volontà degli Usa di trovare una soluzione al più sanguinoso e inutile dei contrasti. Alcuni dicono che proprio su questo conterebbe l’astuto Fayyad: il fallimento clamoroso di un eventuale governo di coalizione potrebbe risolversi nella sua chiamata a furor di popolo, magari non più alla tresta del Governo ma addirittura alla Presidenza. Ci credo poco. Se da quelle parti avvenisse qualcosa “a furor di popolo”, avremmo una solida pace già da molto tempo.

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957 e sono vice-direttore del settimanale "











La “riconciliazione” tra Fatah e Hamas è fasulla ed è un compromesso scaturito solo dalla voglia di non essere tagliati fuori nella gestione dei lauti fondi elargiti dalla comunità internazionale. Nessun popolo ha avuto aiuti nel tempo come i palestinesi (in proporzione a loro, l’Africa nera piange), e guarda come sono ridotti.
Caro Fabio,
anch’io penso che la riconciliazione sia presunta, al massimo presumibile. D’altra parte, se i palestinesi avessero espresso una classe politica all’altezza, mica si sarebbero ritrovati al punto in cui sono. Su questo (purtroppo) concordiamo.
Ciao, a presto
Fulvio