Sapete qual è il primo ministro più bravo del mondo sviluppato? Recep Erdogan, premier della Turchia, musulmano (più o meno moderato) militante. Non sono io a dirlo, sono i dati, i fatti. Negli ultimi cinque anni (e cioè da quando Erdogan è in carica) le esportazioni sono cresciute del 240%, l’inflazione è scesa dal 100 al 9% su base annua, il Prodotto Interno Lordo è cresciuto in media del 7% l’anno, la Turchia è arrivata al sesto posto come dimensione economica se confrontata ai 27 Paesi dell’Unione Europea e al diciassettesimo posto nella graduatoria mondiale.
Eppure, nelle prossime settimane Erdogan, il presidente della Repubblica Gul e 69 deputati loro compagni di partito (Partito per la giustizia e lo Sviluppo, che alle ultime elezioni ottenne il 46% dei voti) potrebbero essere interdetti dai pubblici uffici dalla Corte Costituzionale, se questa accoglierà le accuse mosse dal presidente della Corte di Cassazione Abdurrahman Yalcinkaya, convinto che Erdogan e soci vogliano introdurre la sharia (legge islamica) nel Paese. Per citare il rapporto dello stesso Yalcinkaya: “E’ evidente che i movimenti dell’Islam politico e il partito in questione aspirano a stabilire un sistema fondato sulla sharia piuttosto che sullo stato di diritto”. In Turchia è già successo che un partito fosse sciolto per via giudiziaria, ma sarebbe una novità assoluta che questo capitasse al partito al Governo, e per di più al primo ministro e al Presidente.
La battaglia tra maggioranza islamica e magistratura ultra-laica è esplosa nel marzo scorso e la scintilla veniva da un provvedimento di Erdogan, che aveva deciso di rimuovere la norma che vieta alle studentesse universitarie di portare il velo nelle ore di lezione. Il rischio di una specie di golpe legale via magistrati (roba da far leccare le labbra a Di Pietro, al ministro Alfano e ai lodisti di ogni colore) ha già prodotto le sue conseguenze, sotto forma di un rallentamento delle attività economiche, di un aumento della disoccupazione (tornata oltre il 10%) e di una maggiore prudenza degli investitori esteri. Difficile dire come finirà. L’esercito, appoggiato dai fondamentalisti laici del kemalismo, ha già realizzato quattro colpi di Stato in quarant’anni. Erdogan, per parte sua, non è un angioletto (passò dal rango di sindaco di Istanbul a quello di galeotto per “incitamento all’odio religioso”) né uno sprovveduto e sa come reagire.
Noi possiamo farci poco e poi sono anche fatti loro. Staremo a vedere. Mi interessa di più un’altra questione: a noi conviene avere ai confini dell’Europa una Turchia laica ed economicamente depressa (com’è sempre stata quando a dettare la linea erano i generali) o una Turchia islamica (non islamista, islamica) ed economicamente florida? E per conseguenza: può essere integralista un Paese islamico che interagisce con il mondo, commercia, tiene contatti, accoglie investitori esteri e garantisce loro occasioni e guadagni, fa funzionare la Borsa, insedia corpose comunità all’estero come in Germania, fa viaggiare i suoi cittadini, ospita milioni di turisti?
La risposta alla prima domanda mi pare scontata: conviene sempre avere dei vicini in buona salute economica, perché questa riduce i conflitti sociali, frena l’emigrazione, favorisce la convivenza tra etnie e fedi diverse, facilita le relazioni internazionali. Cosa tanto più vera se si pensa al ruolo di cerniera tra Est e Ovest che la Turchia svolge da sempre (ecco i Paesi con cui confina: Armenia, Azerbaijan, Bulgaria, Georgia, Grecia, Iran, Iraq e Siria) ma che si è accentuato in questi anni con la guerra contro l’Irak (e relative tensioni appunto fra curdi e turchi), le tensioni nel Caucaso e la guerra fredda su gas e petrolio che impegna severamente Usa e Russia ma che ha sempre nella Turchia (dall’oleodotto filo-Usa Btc, che va dall’Azerbaigian al porto turco di Ceyhan), al gasdotto filo-Russia Blue Stream, che pure in territorio turco deve passare) uno snodo decisivo.
Più interessante la seconda domanda: può un Paese islamico economicamente vivace e sviluppato, oltre che inserito nelle relazioni internazionali del commercio, essere anche integralista? Io penso di no. Immagino che la prima obiezione a questa convinzione sia: e l’Arabia Saudita? Paese ricchissimo ma integralista come pochi, oltre che finanziatore e promotore dell’integralismo wahabita. Vero. Ma l’Arabia Saudita (come gli altri Paesi del Golfo) non ha una vera e propria economica: ha il petrolio e basta. Rendita abbondantissima, che permette ai sauditi di fare grande shopping in Occidente, ma non un’economia propriamente detta. E infatti non ha Borsa, non ha esportazioni, non ha agricoltura, non ha industria, non ha relazioni economiche a prescindere dal petrolio. E poiché il petrolio è una risorsa strategica a livello mondiale, può permettersi di coltivare tutto l’integralismo che vuole.
Per la Turchia non è così (il suo unico bene strategico è la posizione geografica) e 70 milioni di turchi per campare più o meno bene possono solo contare sul loro lavoro e sui rapporti economici con gli altri Paesi. Non è un caso se il recente boom economico è stato trainato dal rapido sviluppo dell’Anatolia, una regione fino a pochi anni fa decisamente arretrata. Da quelle parti non si beve alcol, si prega cinque volte al giorno rivolti alla Mecca, le donne velate non sono una rarità. E’ la Turchia profonda dove il laicismo non ha mai fatto presa e dove Erdogan raccoglie percentuali di voto massicce. Una turchia, però, che dialoga senza problemi con i sistemi produttivi e finanziari dell’Occidente, e con i loro protagonisti.
Germania e Italia sono, nell’ordine, i primi due partner europei nell’interscambio commerciale con la Turchia. Paesi e Governi che per l’integralismo islamico non hanno alcuna simpatia. Nazioni sviluppate che tra qualche anno dovranno forse fare i conti con una Turchia piazzata non più tra le prime venti economie del pianeta ma tra le prime dieci. Come reagiranno? E come reagirà il resto del mondo islamico?

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957 e sono vice-direttore del settimanale "










