Fulvio Scaglione Giornalista

fulvio scaglioneMi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957 e sono vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana".

La mia specialita' sono gli Esteri. Continua...

MISSIONI DI PACE, EROI DI GUERRA

     L’attentato con cui i “talebani” hanno cercato di eliminare il presidente Ahmid Karzai, in pieno giorno, in piena Kabul e sotto gli occhi delle truppe Nato, dimostra quanto sia ancora instabile e pericolosa la situazione dell’Afghanistan. Ancor di più lo è perché di “talebani” si può parlare, come appunto faccio qui, solo fra virgolette, per capirsi, intendendo però un insieme di terroristi, signori della guerra, trafficanti d’oppio, capi tribù e criminali assortiti che hanno in comune solo l’interesse a che l’Afghanistan non abbia un forte governo centrale.

     Questo sommario riassunto s’incrocia, però, con una situazione italiana in cui la nuova maggioranza politica, pur non avendo ancora espresso il Governo, fa già trapelare voci di un cambio di linea a proposito delle missioni militari all’estero. Non penso, qui, ai propositi dell’ex ministro della Difesa Martino, che vorrebbe riportare i nostri soldati in Irak, ma piuttosto ai molti discorsi su una linea più “interventista”, su regole d’ingaggio più inclini al combattimento, su una partecipazione più attiva non solo all’opera di custodia e ricostruzione ma anche alle operazioni di prima linea. In buona sostanza, come chiedono gli americani per l’Afghanistan.

      Sono propositi folli? No, certo. Né si può pensare che, in certi ambiti, il pacifismo e la moderazione possano essere l’unico strumento. Nei primi anni Novanta, quando la Somalia era dilaniata dalle lotte tra clan e milioni di persone morivano di fame, l’Onu decise di intervenire con i suoi caschi blu. Subì molte perdite e altre perdite subirono i corpi di spedizione degli Usa (ricordate il film Black Hawk Down?) e dell’Italia, che infatti decisero di ritirarsi. Ma la Somalia non per questo si è ripresa, anzi: oggi si contorce negli stessi problemi di allora, nel frattempo diventati cronici.

      Il problema è un altro. Torniamo all’Afghanistan: le truppe italiane vi sono impegnate dal 2001, oggi con 2.500 soldati. In questi anni abbiamo avuto 12 caduti, che sarebbero molti di più se i nostri reparti avessero partecipato alla caccia ai “talebani” in corso in molte aree del Paese da parte delle truppe di Usa, Canada, Gran Bretagna e Olanda. Altrettanto si può dire di un altro Paese in cui siamo pericolosamente impegnati, il Libano: qualche settimana fa, una nostra pattuglia ha intercettato un camion carico di armi e munizioni che viaggiava scortato dai guerriglieri di Hezbollah. Nessuno ha sparato, i nostri hanno registrato il fatto e gli Hezbollah hanno proseguito per la loro strada. Che cosa sarebbe successo se i nostri avessero avuto regole d’ingaggio più severe, tali comunque da autorizzarli all’uso delle armi?

     Voglio dire questo: in missione di pace ci vanno i soldati ma tutti gli italiani. E ogni volta che muore un soldato, è tutto il Paese a soffrirne. E il nostro è un Paese che da anni sente esaltare la diffidenza nei confronti degli “altri”, dell’Europa, degli stranieri, della globalizzazione, che si è abituato a guardare ai Paesi emergenti come a potenziali rivali se non invasori. Siamo sicuri che un simile Paese sarebbe pronto a sopportare molti più morti di quelli che ha già sopportato? E a considerarli un sacrificio adeguato e congruo con la sua visione del mondo? A pensare che il nostro modo di essere nella comunità internazionale richieda e giustifichi anche perdite di quel tipo? Ripeto: non sono ostile a un maggior impegno militare. Solo mi chiedo chi andrà poi a spiegarlo alle famiglie dei morti e a tutte le altre famiglie che in esse s’identificherebbero.

http://www.esercito.difesa.it

 

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