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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; fondamentalismo</title>
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		<title>PAKISTAN, DOVE LA CARITA&#8217; E&#8217; POLITICA</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 18:17:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarebbe ingiusto tentare una graduatoria del dolore che l’incredibile serie di calamità naturali sta provocando, dalla Russia all’Europa centrale all’Asia, in questa estate così crudele. E’ giusto, invece, sollecitare una maggiore attenzione per quello che, con ogni evidenza, pare il fronte più inquietante: il Pakistan. Intanto per le dimensioni della tragedia. Le inondazioni hanno devastato il 20% del territorio del Paese, uccidendo quasi 2 mila persone e provocando 20 milioni di sfollati. E il peggio potrebbe ancora venire, perché le condizioni meteorologiche sono tuttora incerte e la devastazione delle già precarie infrastrutture, con il pesante inquinamento delle condotte d’acqua, <strong>mette a rischio la vita di 3 milioni e mezzo di bambini</strong> che potrebbero contrarre malattie per loro fatali.</p>
<p><span id="more-6126"></span></p>
<div id="attachment_6133" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6133" title="PakistanAlluvione" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/PakistanAlluvione.jpg" alt="Un'immagine della calamità che ha colpito il Pakistan e ha devastato il 20% del suo territorio." width="300" height="199" /><p class="wp-caption-text">Un&#39;immagine della calamità che ha colpito il Pakistan e ha devastato il 20% del suo territorio.</p></div>
<p>Il segretario generale dell’Onu, <strong>Ban Ki-Moon</strong>, che si è precipitato in Pakistan, non ha esitato a parlare “del peggior disastro umanitario mai visto” e ha invitato la comunità internazionale a farsi più sollecita nell’inviare aiuti al Governo locale. <strong>Servono per la prima emergenza almeno 640 milioni di dollari</strong>. Gli Usa, con la tradizionale capacità di mobilitazione, ne hanno subito versati 70, ma Ban Ki-Moon non ha parlato a caso. I fondi scarseggiano e, a una settimana dall’appello lanciato dall’Onu, è stato raccolto solo un quinto della somma richiesta.  C’è grande sproporzione tra l’ampiezza della tragedia pakistana e la coscienza che ne ha l’opinione pubblica. Per dirla con le parole di <strong>Elizabeth Byrs</strong>, portavoce dell’ufficio per il Cooordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite: “Il Pakistan patisce purtroppo un deficit di immagine in Occidente. Quindi è sempre, come per esempio lo Yemen, tra i Paesi poco finanziati”.</p>
<p><strong>E’ un dramma nel dramma.</strong> La Byrs non ha potuto dire apertamente, come fanno invece esponenti di Ong e associazioni, ciò che tutti sanno: senti Pakistan e pensi subito a talebani, terroristi, affari pochi chiari dei servizi segreti, la bomba atomica, le scuole coraniche, l’Afghanistan. Pensi insomma alla politica di quell’area e, a quanto pare, ti passa la voglia di dare una mano. Ma queste sono proprio le ragioni che, al contrario, dovrebbero renderci tutti più attenti e solleciti. <strong>Un Occidente distaccato e lontano fa il gioco dei fondamentalisti,</strong> che infatti in queste ore chiedono al Governo del presidente <strong>Al Zardari</strong> di non accettare aiuti esterni per dimostrare, anche al prezzo di enormi sofferenze per la popolazione, la propria “indipendenza”. L’inefficienza dei soccorsi va a tutto vantaggio di gruppi come <strong>Jama’at-ud-Da’wah</strong>, associazione “caritatevole” collegata ai terroristi di <strong>Lashkar-e-Toiba</strong> <strong>(responsabili degli attentati a Mumbai nel 2008, con 200 morti)</strong>, in questi giorni assai attiva nelle zone più colpite dal disastro. L’indebolimento di una presidenza già non saldissima come quella di Al Zardari, che sarebbe inevitabile se il meccanismo degli aiuti fosse troppo debole o inefficiente agli occhi dei pakistani, contribuirebbe a indebolire l’intera regione, con gran soddisfazione di chi, in Afghanistan e anche altrove, lavora con tenacia e cinismo proprio a questo scopo.</p>
<p>Gli Usa sono stati i primi a intervenire concretamente perché sono anche i primi a subire, sul terreno, le conseguenze di tutto questo. <strong>Sanno quanto sia prezioso un Pakistan alleato e non ostile</strong>. Ma nessun Paese, in questo mondo interconnesso, può dirsi estraneo. Ecco un’occasione in cui l’alta politica delle cancellerie e l’umile solidarietà dei cittadini possono darsi una mano a vicenda.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank"><em>Avvenire</em></a> del 17 agosto 2010.</p>
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		<title>AL QAEDA USA IL CALCIO COME UNO SPOT</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Apr 2010 18:23:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
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		<description><![CDATA[Benjamin Nobel, coordinatore dell’antiterrorismo Usa per i Mondiali di calcio in Sudafrica, lo ha detto senza giri di parole: “Un evento di questo genere è di per sé un bersaglio”. Logico quindi, e prevedibile, che i megafoni di Al Qaeda provassero a sfruttare la platea globale della festa sportiva per un gigantesco spot al terrore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Benjamin Nobel, coordinatore dell’antiterrorismo Usa per i Mondiali di calcio in Sudafrica, lo ha detto senza giri di parole: “Un evento di questo genere è di per sé un bersaglio”. Logico quindi, e prevedibile, che i megafoni di Al Qaeda provassero a sfruttare la platea globale della festa sportiva per un gigantesco spot al terrore (“Si sentirà in uno stadio pieno di spettatori il rumore di un’esplosione e ci saranno decine o centinaia di cadaveri”) e magari per provare a volgere un’occasione di pacifico incontro tra i popoli in un ennesimo tributo di sangue. Il tutto reso ancor più clamoroso e orrendo dal fatto che <strong>questi sono i primi Mondiali in terra d’Africa</strong>, un’occasione per l’intero continente e soprattutto per il Paese che li ospita, a sua volta impegnato in un complesso amalgama di popoli e mentalità diverse.</p>
<p><span id="more-4537"></span><strong> </strong><strong></strong></p>
<div id="attachment_4549" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4549" title="Al Qaeda Maghreb2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/04/Al-Qaeda-Maghreb2.jpg" alt="Militanti di Al Qaeda Maghreb nello Yemen." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Militanti di Al Qaeda Maghreb nello Yemen.</p></div>
<p><strong>Lo sdegno e la preoccupazione, però, non devono impedirci</strong> di cogliere alcuni segnali non secondari, informazioni che i terroristi di <strong>Al Qaeda Maghreb</strong> (certo non il Maometto il Salafita che ha firmato il testo sul sito poi cancellato dal web) involontariamente ci regalano. Intanto, lo spasmodico desiderio di visibilità. Frasi come “i campionati sono seguiti dai telespettatori di tutto il mondo e trasmessi da decine di emittenti” agghiacciano per ciò che sottintendono, ma allo stesso tempo rivelano un ampio grado d’impotenza. Il nostro mondo, diciamo pure l’Occidente americano ed europeo, è ormai per loro fuori portata: il muro della sicurezza, nonostante qualche falla (come nel caso del giovane nigeriano sul volo Delta a Natale), in buona sostanza tiene e gli agenti del terrore sono costretti ad aspettarci “in casa loro” per tenderci agguati. Non a caso la filiale maghrebina di Al Qaeda ha colpito duramente l’Algeria tra il 2007 e il 2008 ma poi si è segnalata quasi solo per la caccia agli ostaggi stranieri, tra i quali purtroppo anche il nostro Sergio Cicala con la moglie.</p>
<p><strong>Da questo discende un’altra considerazione: Al Qaeda</strong> è ormai quasi solo un marchio di fabbrica, un logo preso in prestito qua e là da chi vuol vestirsi di una pericolosità che forse non ha. Nella ragione sociale della milizia fondata dallo sceicco <strong>Osama Bin Laden</strong> c’era, esplicito, il proposito di portare la guerra in casa dei “nuovi crociati”, gli americani e i loro alleati europei. Cosa che per un lungo periodo i terroristi sono riusciti a fare, <strong>colpendo a New York (2001), Madrid (2004), Londra (2005)</strong>. La filiale maghrebina è violenta e spietata, ed è riuscita a lanciare qualche ponte verso gli Usa (come l’imam Anwar al Awlaki, che in una moschea della Virginia aveva conosciuto Nidal Hasan, l’autore della strage in una base militare nel novembre 2009), ma resta un surrogato dell’originale. Le sue azioni, soprattutto le più recenti, somigliano assai più alle abitudini criminali di tante società tribali (razzie, cattura di ostaggi) che ai piani sottili e micidiali del terrorismo internazionale.</p>
<p><strong>Pare legittima, quindi, una duplice conclusione.</strong> Al di là di una prima fascinazione, subita anche sulla spinta di frustrazioni nazionali da noi forse sottovalutate, i popoli islamici si sono sottratti al richiamo del terrorismo e di fatto lo hanno respinto ai margini della loro vita sociale. Magari in ritardo, e senza rielaborare il risentimento anti-occidentale, comunque tenendosene alla larga. Ma l’altra conclusione è questa: <strong>il terrorismo islamico finisce fatalmente per fare vittime soprattutto tra i musulmani</strong>. Se non le altre, questa è una lezione che tutti, a qualunque latitudine, hanno finito per imparare.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 10 aprile 2010</p>
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		<title>SANAA CONVIVENTE E ASSASSINATA, MOHAMED PIZZAIOLO E ASSASSINO. CHI ERA IL PIU&#8217; INTEGRATO DEI DUE?</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2009 17:43:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
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		<description><![CDATA[Il dramma di Azzano Decimo, vicino a Pordenone, dove un padre marocchino, El Ketawi Dafani, ha sgozzato la figlia diciottenne, Sanaa, andata a vivere col fidanzato italiano, dovrebbe aiutarci a riflettere non solo sul tema dell’integrazione degli immigrati ma sul concetto stesso di integrazione. Cosa ci vuole per potersi dire, o essere definiti, integrati? Prendiamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il dramma di Azzano Decimo, vicino a Pordenone, dove un padre marocchino, El Ketawi Dafani, ha sgozzato la figlia diciottenne, Sanaa, andata a vivere col fidanzato italiano, dovrebbe aiutarci a riflettere non solo sul tema dell’integrazione degli immigrati ma sul concetto stesso di integrazione. Cosa ci vuole per potersi dire, o essere definiti, integrati? Prendiamo il padre assassino: tutte le cronache dal luogo lo descrivono come una persona normale, un musulmano che osservava il digiuno del ramadan ma non frequentava la moschea e qualche volta si concedeva il piacere degli alcolici. Un marocchino arrivato 11 anni fa in Italia, un lavoratore che aveva cominciato come sguattero ed era poi stato “promosso” aiuto cuoco. Un padre-padrone, forse, ma vogliamo andare a vedere i dati sulle violenze domestiche di noi italiani?</p>
<p><span id="more-850"></span>         <strong>L’avremmo definito integrato, no?</strong> E invece non era integrato per niente. E sua figlia, <strong>Sanaa</strong>?  Si era fidanzata con il figlio del datore di lavoro del padre, contro il parere dei genitori (chi conosce un poco l’islam sa che cosa questo voglia dire, quanto a ribellione) e nonostante l’ampia differenza d’età con il fidanzato (13 anni). Non solo: era andata a convivere, ed è stata uccisa per questo. <strong>E lei, non era integrata?</strong> Caspita se lo era. Al punto da adottare un atteggiamento che anche molti genitori italiani (io, per esempio) avrebbero osteggiato nei propri figli.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-869" title="SanaaMadre1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/09/SanaaMadre11.jpg" alt="SanaaMadre1" width="250" height="225" /></p>
<p>   <strong>Il dramma di Pordenone</strong> ricorda terribilmente una vicenda analoga, finita allo stesso modo: l’assassinio di <strong>Hina Saleem</strong>, 19 anni, da parte del padre Mohamed a Ponte Zanano di Sarezzo (Brescia), per ragioni quasi identiche. E tutto questo per dire solo che l’integrazione è una cosa complicata e piena di sfumature e che andrebbe studiata e osservata con più attenzione e, se mi si passa un termine fin troppo fragile, con molta più discrezione. Non sono d’accordo, quindi, con il sindaco di Azzano Decimo, <strong>Enzo Bortolotti</strong> della Lega Nord, che sbrigativamente afferma: “Queste sono persone che non si possono integrare”. Capisco la sua rabbia e la sua (mi pare, giudicando da lontano) onesta disperazione. Così dicendo, però, involontariamente insulta non l’omicida ma la vittima, che era perfettamente integrata nei modelli dominanti della nostra cultura, e con lei le sue due sorelline, di 4 e 10 anni d’età, che domani potrebbero essere delle splendide cittadine italiane.</p>
<p>      <strong>E non posso concordare neanche con Mohamed  Ouhatiq</strong>, imam di Pordenone, che più o meno sostiene: un buon musulmano non avrebbe mai fatto una cosa simile. Nessuna persona normale l’avrebbe mai fatto, musulmano o cristiano o buddista. E infatti noi consideriamo una conquista aver eliminato dall’ordinamento penale quell’infamia ch’era chiamata “delitto d’onore”. Perché ci sono idee e valori (per esempio, che <strong>la vita di una donna non vale meno di quella di un uomo</strong>) che travalicano la religione e, molto semplicemente, appartengono a tutti gli esseri umani.</p>
<p>      <strong>Proprio lungo lo stretto crinale</strong> che corre tra quei due pareri potremmo forse trovare la giusta strategia per l’integrazione di questi immigrati che, alla fin fine, ci sono tanto necessari. Perché la realtà è questa: il padre di Sanaa, con tutti i suoi complessi, i suoi pregiudizi e i suoi istinti omicidi, sarebbe ancora lì a farci le pizze (e noi a mangiarle) se non avesse deciso di ammazzare la figlia.</p>
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		<title>DOPO OTTO ANNI, IN AFGHANISTAN VINCONO SOLO I TALEBANI. LA MAPPA</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 21:35:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Proprio in queste ore Hamid Karzaj, presidente in carica dell’Afghanistan, ha annunciato di aver superato la quota del 50% dei voti necessaria per la riconferma al primo turno. Karzaj avrebbe il 54% delle preferenze contro il 28,3% di Abdullah Abdullah, ex ministro degli Esteri, suo grande avversario. I veri vincitori, però, hanno un altro nome: insorti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Proprio in queste ore Hamid Karzaj, presidente in carica dell’Afghanistan, ha annunciato di aver superato la quota del 50% dei voti necessaria per la riconferma al primo turno. Karzaj avrebbe il 54% delle preferenze contro il 28,3% di Abdullah Abdullah, ex ministro degli Esteri, suo grande avversario. I veri vincitori, però, hanno un altro nome: insorti, guerriglieri, terroristi, fondamentalisti, contrabbandieri, narcotrafficanti… Insomma, quel che volete oppure: tutto ciò che ancora siamo abituati a chiamare “talebani”.<br />
      Lo spiega bene l’ultimo rapporto dell’<em>International Council on Security and Development</em> (Icos). E lo illustra ancor meglio, perché con una serie di grafici mostra come, ormai, quasi il 90% dell’Afghanistan sia afflitto da una “sostanziale” o significativa” attività dei talebani.</p>
<div id="attachment_801" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-801" title="IcosTalibani22" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/09/IcosTalibani22.jpg" alt="La presenza e l'attività dei talebani in Afghanistan (più forte nelle aree più scure) nel 2007." width="300" height="202" /><p class="wp-caption-text">La presenza e l&#39;attività dei talebani in Afghanistan (più forte nelle aree più scure) nel 2007.</p></div>
<p> </p>
<div id="attachment_802" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-802" title="IcosTalibani11" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/09/IcosTalibani11.jpg" alt="La presenza e l'attività dei talebani in Afghanistan nel 2008." width="300" height="202" /><p class="wp-caption-text">La presenza e l&#39;attività dei talebani in Afghanistan nel 2008.</p></div>
<p> </p>
<div id="attachment_803" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-803" title="IcosTalibani00" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/09/IcosTalibani00.png" alt="La presenza e l'attività dei talebani in Afghanistan nel 2009." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">La presenza e l&#39;attività dei talebani in Afghanistan nel 2009.</p></div>
<p> </p>
<p>      Come ben illustrato dal <a href="http://www.icosgroup.net" target="_blank">Rapporto Icos</a>, la situazione è andata radicalmente peggiorando negli ultimi due anni. Al posto di raccogliere i frutti di otto anni di intervento militare, politico ed economico, la coalizione internazionale <strong>(43 Paesi partecipi delle operazioni belliche, 63 Paesi donatori per gli interventi di ricostruzione)</strong> è andata raccogliendo un insuccesso dopo l&#8217;altro. Il pericolo maggiore, ora, è lo scontento e la sfiducia che si stanno diffondendo. Negli Usa l&#8217;Afghanistan si sta trasformando in uno dei punti deboli, almeno nei confronti dell&#8217;opinione pubblica, della presidenza Obama. In Germania tutti i sondaggi indicano che i tedeschi sarebbero in maggioranza felici di richiamare le truppe. Da noi, in Italia, autorevoli esponenti della maggioranza di governo hanno già parlato di ritiro.</p>
<p>     Proprio per questo, nella piccola misura di questo sito, e certo annoiando alcuni dei visitatori, <strong>insisto sull&#8217;Afghanistan</strong>: questo disgraziatissimo Paese è uno snodo cruciale della politica internazionale. Gli enormi sacrifici finora fatti (solo l&#8217;Italia ha avuto 14 caduti) per metterlo e tenerlo sotto controllo non sono una stravaganza delle cancellerie ma una necessità collettiva. Non possiamo permetterci di tollerare un centro di propulsione del caos e del terrorismo proprio <strong>nel cuore dell&#8217;Asia Centrale</strong>, che è tornata a essere il crocevia dei grandi traffici e commerci mondiali. Meno ancora possono permetterselo i Paesi poveri o in via di sviluppo, che non hanno i mezzi né la volontà di chiudersi in una fortezza militarizzata. Finora hanno subito la faccia grigia della globalizzazione, tenere aperte le rotte è l&#8217;unica speranza, per loro, per arrivare a vedere anche quella che luccica.</p>
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		<title>IL PATRIARCA EMMANUEL III DELLY: &#8220;L&#8217;IRAQ COME LO VIVONO I CRISTIANI&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 18:24:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Baghdad]]></category>
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		<description><![CDATA[Baghdad
&#8220;Usciamo di casa e non sappiamo se ce la faremo a tornare. Io ho il testamento sempre in tasca. Riuscite voi, in Italia, a capire come sia  vivere cosi&#8217;?&#8221;. Sua Beatitudine Emmanuel III Delly, nato nel 1927 e patriarca dei caldei dal dicembre 2003, chiude il nostro incontro con questa nota che certo non invita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Calibri;"><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr">Baghdad</span></span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;"></span><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;">&#8220;Usciamo di casa e non sappiamo se ce la faremo a tornare. Io ho il testamento sempre in tasca. Riuscite voi, in Italia, a capire come sia  vivere cosi&#8217;?&#8221;. Sua Beatitudine Emmanuel III Delly, nato nel 1927 e patriarca dei caldei dal dicembre 2003, chiude il nostro incontro con questa nota che certo non invita all&#8217;ottimismo. Eppure, per piu&#8217; di un&#8217;ora, l&#8217;ho ascoltato analizzare la situazione dell&#8217;Iraq con grinta e persino ironia, preoccupato anche di smentire quelli che considera pericolosi luoghi comuni. Come si addice, del resto, al cardinale creato da Benedetto XVI nel 2007, al patriarca della piu&#8217; grande Chiesa Cristiana del Paese, forte fino alla guerra del 2003 di 8 diocesi, 100 parrocchie e 600 mila fedeli.</span></span><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span> </span></span></span></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span><span id="more-721"></span></span></span></span></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span>       <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/08/delly.JPG" alt="delly.JPG" />  </span></span></span></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span>       <strong><em>Nella foto: Emmanuel III Delly, patriarca dei caldei e cardinale.</em></strong></span></span></span></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span>    </span></span></span></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span>      </span>&#8220;Non e&#8217; vero quello che molti dicono, e cioe&#8217; che meta&#8217; dei cristiani iracheni e&#8217; scappata dal Paese. Quelli che se ne sono andati, perche&#8217; convinti di trovare una vita migliore altrove, sono quelli che disponevano di una certa scorta di denaro. La classe media e i poveri, se anche l&#8217;avessero desiderato, non avevano la possibilita&#8217; materiale di andarsene. La cifra piu&#8217; vicina alla realta&#8217;, se parliamo di esodo dei cristiani, e&#8217; il 25-30%. D&#8217;altra parte basta venire a vedere le chiese la domenica, sono sempre piene. E i genitori portano con se&#8217; i bambini, un segnale importante del loro senso di appartenenza e anche della loro fiducia nella Chiesa. Allo stesso modo, bisogna essere cauti quando si pronostica un ritorno dei cristiani, dall&#8217;estero o da altre parti dell&#8217;Iraq verso Baghdad. Certo, il desiderio e&#8217; molto. Ma chi se n&#8217;e&#8217; andato, o e&#8217; stato costretto a farlo, spesso ha venduto tutto o ha perso tutto. Come puo&#8217; tornare a un luogo dove non ha piu&#8217; casa, lavoro, spesso nemmeno i parenti?&#8221;.</span></span></p>
<p><strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;">A parte qualche caso, la Giordania soprattutto all&#8217;inizio e la Siria, gli altri Paesi non sono stati molto generosi nell&#8217;accoglienza. Nemmeno quelli protagonisti dell&#8217;intervento militare…</span></span></strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span>    </span></span></span></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span>      </span>&#8220;Ai leader occidentali io dico sempre: volete aiutare gli iracheni? Allora trovate un modo per farli restare qui. Non date visti o aiuti ma posti di lavoro, da creare qui in Iraq sfruttando la potenza economica dell&#8217;America e dell&#8217;Europa. E&#8217; il discorso che ho ripetuto, per esempio, al ministro degli esteri della Francia, Bernard Kouchner. Fate che gli iracheni possano guadagnarsi il pane col sudore della fronte a casa loro, e li vedrete restare. Gli iracheni amano l&#8217;Iraq, perche&#8217; dovrebbero voler emigrare? Il lavoro e&#8217; la chiave di tutto. E la sicurezza, che ancora manca, e&#8217; la chiave del lavoro&#8221;.</span></span></p>
<p><strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;">E la situazione dei cristiani iracheni? La persecuzione…</span></span></strong><span style="font-family: Calibri;"><strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span>      </span></span></strong></span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;"><strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span>      </span></span></strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr">&#8220;Su questo argomento bisogna intendersi bene. I cristiani non sono perseguitati in Iraq. Sfido chiunque a mostrarmi un solo documento, un solo atto del Governo che faccia pensare a una persecuzione dei cristiani in quanto cristiani. Persino sul famoso articolo 2 della Costituzione, quello che considera la shar&#8217;ia (la legge islamica) il fondamento della legislazione civile, ha accolto tutte le nostre obiezioni. E&#8217; vero invece che gli iracheni sono perseguitati dai fanatici, e tra gli iracheni ci siamo ovviamente anche noi, i cristiani. Noi piangiamo gli attacchi contro le nostre chiese, ma nel periodo in cui sono state colpite 7 chiese, ben 135 moschee sono state distrutte. Dopo gli attentati sono stato a parlare il primo ministro Al Maliki e il giorno dopo lui ha mandato un suo rappresentante alla chiesa di Notre Dame per parlare ai fedeli e distribuire aiuti alle famiglie dei feriti e dei morti. L&#8217;Iraq tiene alla sua comunita&#8217; cristiana, mentre invece ci sono fanatici che vogliono distruggere l&#8217;Iraq intero, non solo noi&#8221;.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;"></span><strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;">A proposito della chiesa di Notre Dame, colpita con un&#8217;autobomba: qual e&#8217;, oggi, la situazione? E il suo vicario, monsignor Ishlemon Warduni, che presso quella chiesa risiedeva, dove vive ora?</span></span></strong></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;">      &#8220;Monsignor Warduni non ha mai smesso di vivere a Notre Dame. E I lavori di restauro sono a buon punto. Facciamo tutto da soli, i parrocchiani lavorano gratis come servizio alla Chiesa, non abbiamo chiesto nulla al Governo perche&#8217; ci piace essere indipendenti. Lo siamo e lo saremo sempre. Ma ringraziamo Dio che la bomba sia esplosa due o tre minuti in anticipo: poi sarebbero usciti i fedeli dalla chiesa e sarebbe stata una vera strage&#8221;.</span></span></p>
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		<title>KARZAJ L&#8217;AFGHANO, IL MITO FASULLO CHE HA DELUSO TUTTI</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Aug 2009 14:06:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Governo]]></category>
		<category><![CDATA[fondamentalismo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra pochi giorni in Afghanistan si vota per le presidenziali. In buona sostanza si sfidano il presidente in carica 2004, Ahmid Karzaj, 51 anni, e il suo ex ministro degli Esteri, Abdullah Abdullah, 49. Sono entrambi di etnia pashtun, hanno quindi la principale caratteristica richiesta a chi voglia concorrere alla presidenza: i pashtun, infatti, sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra pochi giorni in Afghanistan si vota per le presidenziali. In buona sostanza si sfidano il presidente in carica 2004, Ahmid Karzaj, 51 anni, e il suo ex ministro degli Esteri, Abdullah Abdullah, 49. Sono entrambi di etnia pashtun, hanno quindi la principale caratteristica richiesta a chi voglia concorrere alla presidenza: i pashtun, infatti, sono l’etnia maggioritaria in Afghanistan (42-43% della popolazione) e il più potente tra i diversi gruppi di pressione. Tra il 2004 e il 2005 i loro rappresentanti hanno ottenuto <strong>la presidenza con Karzaj e 113 seggi sui 249 dell’Assemblea Nazionale</strong>. Poiché non c’è duello senza pronostico, mi sbilancio a favore di Karzaj. La situazione afghana è drammatica (100 soldati stranieri morti negli ultimi 45 giorni) e Abdullah è dato in forte crescita ma non credo che riuscirà a rovesciare i pronostici che danno a Karzaj il 44% dei favori e a lui solo il 26%. Si andrà al ballottaggio, credo, e questo sarà già un indice del calo di popolarità del Presidente.</p>
<p><span id="more-707"></span></p>
<p>       <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/08/karzaj.jpg" alt="karzaj.jpg" />     <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/08/abdullah-abdullah.jpg" alt="abdullah-abdullah.jpg" /><strong><em>   </em></strong></p>
<p><strong><em>      I due candidati alla presidenza dell&#8217;Afghanistan: Ahmid Karzaj, presidente in carica (a sinistra) e Abdullah Abdullah, ex ministro degli Esteri.</em></strong><br />
      <strong>Quello che m’incuriosisce, tra l’altro</strong>, è proprio questo: di colpo, giornalisti, osservatori e pseudo-esperti hanno cominciato, da noi, a criticare Karzaj, l’uomo che in piena sintonia coi vezzi occidentali era stato persino nominato “uomo più elegante del mondo”. Di colpo si è scoperto che la sua amministrazione è inefficiente e corrotta, che i suoi parenti sono implicati nel traffico di droga, che il suo cinismo politico ha confini piuttosto vasti e malleabili: per conquistare i voti della comunità sciita (che in Afghanistan forma circa il 15% della popolazione), Karzaj si è precipitato a fare le congratulazioni al collega Ahmadinejad di Teheran, poi ha fatto approvare una legge che <strong>permette ai mariti sciiti di punire le mogli (negando loro cibo e sostentamento) che non accolgono le loro richieste sessuali</strong>; per compensare l’evidente freddezza della nuova amministrazione Usa ha stretto rapporti con Cina e Russia; per avere elezioni tranquille (e una maggiore partecipazione al voto, che lo favorirebbe) ha offerto una trattativa ai talebani, proprio mentre i soldati del suo Paese e di altri 36 Paesi muoiono al fronte.<br />
      <strong>Un bel tipo, insomma. Ma perché scoprirlo adesso?</strong> Molto pesa l’esempio americano: a Obama, che in Afghanistan sacrifica vite e soldi americani, non piace troppo Karzaj. Lo si percepisce a tutti corrono ad adeguarsi. Moltissimo, secondo me, conta però l’ipocrisia che dal 2001 accompagna l’intervento in Afghanistan. Io c’ero, allora. Entrato in Afghanistan dal Tagikistan, mi trovai dopo qualche giorno immerso in una situazione paradossale: l’avanzata delle truppe occidentali verso Kabul procedeva a ritmo da rally, e noi giornalisti quasi non si faceva altro che rincorrere. Nello stesso tempo, i miliziani anti-talebani sfoggiavano attrezzature nuove di pacca, uniformi senza una macchia, jeep senza un graffio, fucili che ancora odoravano di grasso. Ricordo a Taloqan, una città del Nord dove si svolse una breve ma intensa battaglia, le loro radio Motorola ancora avvolte nella plastica a pallini dell’imbottitura.</p>
<p>      <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/08/helmand.jpg" alt="helmand.jpg" /> </p>
<p>      <strong><em>Una pattuglia afghana nella regione dell&#8217;Helmand.</em></strong><br />
      <strong>Per farla breve: era chiaro che i “signori della guerra”</strong> erano stati convinti per tempo a mollare i talebani. Con rifornimenti, regali e anche promesse. Una di queste fu la licenza di coltivare papavero da oppio: non può essere stato altrimenti, visto che dal livello quasi zero raggiunto con i talebani si è passati a una sequenza di record storici nella produzione di oppio. Le conseguenze sono note: capi clan, capi tribù e signori della guerra si sono ritagliati guadagni sempre maggiori e spazi sempre maggiori, fino a mettere in pericolo non solo la già ridotta stabilità dell’Afghanistan ma anche la capacità della coalizione occidentale di tenerlo sotto relativo controllo. Ahmid Karzaj non è un alieno ma parte integrante di questo quadro. E nemmeno è un missionario della politica ma <strong>un leader tribale come tanti altri</strong>, spietato nel gestire gli interessi del proprio clan, indifferente alla sorte degli altri, furbo e incline al compromesso. Fu scelto dagli americani, a suo tempo, perché un po’ meno peggio di altri e, soprattutto, perché forte e autorevole all’interno dell’etnia maggioritaria nel Paese.<br />
      <strong>Siamo noi ad avergli costruito intorno uno status</strong> e un mito che non merita. Esattamente com’era successo, prima, con <strong>Ahmad Shah Massoud</strong>, leader dell’Alleanza del Nord, ucciso in un attentato proprio alla vigilia dell’attacco occidentale, nel 2001. Combatteva i talebani, d’accordo, ma prima, negli anni delle guerre civili afghane scoppiate dopo la caduta dei russi e prima dell’avvento degli estremisti islamici, non si era fatto pregare quando si era trattato di bombardare con i razzi i civili di Kabul. L’unica soluzione per uscire dall’emergenza perenne (quella militare, ma anche quella sociale: l’età media è inferiore ai 18 anni, ci sono 152 bambini morti alla nascita ogni mille nati vivi, la speranza di vita è ferma a 44 anni e <strong>solo il 28,1% della popolazione sa leggere e scrivere</strong>) mi pare, al momento, quella a cui si è accennato di recente in ambienti Usa: affiancare al Presidente eletto un plenipotenziario americano, una sorta di super ministro incaricato di verificare come e con quali risultati sono spesi i quattrini che 60 Paesi versano ogni giorno per tenere in vita l’Afghanistan. </p>
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		<title>PAKISTAN, INDIA, IRAQ: QUEI PAESI &#8220;AMICI&#8221; CHE PERSEGUITANO I CRISTIANI</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 09:02:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Baghdad]]></category>
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		<description><![CDATA[I sette cristiani bruciati vivi in Pakistan, in un pogrom organizzato dagli estremisti islamici, sono i martiri più tipici del nostro tempo. Poveri, anonimi, indifesi e strumentalizzati. Dei circa 170 milioni di pachistani, i cristiani sono meno di 4 milioni, il 2% della popolazione: il bersaglio ideale per qualunque rivendicazione, visto che anche la più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I sette cristiani bruciati vivi in Pakistan, in un pogrom organizzato dagli estremisti islamici, sono i martiri più tipici del nostro tempo. Poveri, anonimi, indifesi e strumentalizzati. Dei circa 170 milioni di pachistani, i cristiani sono meno di 4 milioni, il 2% della popolazione: il bersaglio ideale per qualunque rivendicazione, visto che anche la più folle e pretestuosa di esse può appoggiarsi a due pilastri dell’organizzazione istituzionale pakistana: la Costituzione del 1973, che prevede la libertà di culto ma garantisce alla <em>sharia</em> (il codice islamico) il rango di “legge suprema dello Stato”, e il codice penale che punisce con la morte il reato di blasfemia e l’insulto al Corano.</p>
<p><span id="more-688"></span>  <br />
      <strong>Se a questo si aggiungono autorità locali spesso inette o corrotte</strong>, o non meno fanatiche degli estremisti che dovrebbero combattere, si arriva per conseguenza a massacri come quello della città di Gojra, nel Punjab, dove non a caso è stata aperta un’inchiesta sul mancato intervento delle forze dell’ordine a difesa dei cristiani attaccati dalla marmaglia armata. Tanto più che i precedenti non mancavano: a Faisalabad, a soli 30 chilometri da Gojra, un cristiano fu condannato a morte per blasfemia e <strong>il vescovo John Joseph</strong> arrivò a suicidarsi per protesta; nella stessa zona, dal 2005 a oggi, case, scuole, chiese e conventi sono stati bruciati senza un’apprezzabile reazione delle autorità.</p>
<p>      A fomentare le violenze sono stati <strong>i militanti di Sipah-e-Sahaba</strong>, terroristi sunniti fuorilegge, già responsabili di attacchi armati contro la minoranza sciita e contro la polizia. Ma la partecipazione dei mullah e l’intervento della popolazione, che ha persino bloccato strade e ferrovie per ostacolare l’arrivo di eventuali soccorsi, rende l’idea di una mentalità diffusa e pronta a scatenarsi. Come già avvenuto in India, con la persecuzione dei cristiani nello Stato dell’Orissa da parte degli hindù, o nello stesso Pakistan in precedenti occasioni, e come verificato in infinite occasioni anche in Iraq,  scopriremo presto che dietro le accuse di inverosimili offese al Corano o all’islam si celano obiettivi molto più banali e materiali: <strong>proprietà, commerci, terreni, rendite</strong>. Non sempre ma spesso, la religione è un pretesto, il drappo rosso sventolato sotto gli occhi degli ingenui e dei fanatici per ottenere la massa di manovra necessaria ai professionisti della violenza.<br />
      <strong>Questo non allevia il problema</strong>. Contribuisce però a delinearne i contorni, e forse a trovare i rimedi. Al posto di annegare tutto nel calderone retorico dello scontro di civiltà si potrebbe far leva sulla politica. Perché gli episodi atroci di cui stiamo parlando sono avvenuti e avvengono in Paesi che si proclamano alleati dell’Occidente e che dall’Occidente sono stati a più riprese appoggiati e aiutati. Si pensi a che cosa sarebbe potuto succedere al Pakistan se la rivolta talebana dello Swat non fosse stata fronteggiata anche con il supporto degli Usa. Per non dire dell’India, appena visitata da <strong>Hillary Clinton</strong> (segretario di Stato Usa) o del regime iracheno, che non esisterebbe senza l’intervento americano.<br />
      <strong>E’ ora di chiedere, anzi di pretendere</strong> qualcosa in più da questi Paesi. Per esempio che la protezione delle minoranze (etniche e religiose) diventi una priorità, anche tenendo conto delle quantità di denaro che essi spendono per la difesa e degli armamenti che l’Occidente fornisce loro. Un criterio per decidere i livelli della nostra collaborazione e del nostro aiuto. Altrimenti continueremo come con l’Iraq: un sacco di applausi per la nuova Costituzione, come voleva lo Zio Sam; silenzio sull’articolo 2 che dichiara la <em>sharia</em> fondamento della legislazione civile; e poi tanto sdegno per le persecuzioni anticristiane.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<em>Eco di Bergamo</em> del 3 agosto 2009    <a href="http://www.eco.bg.it">www.eco.bg.it</a></p>
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		<title>BUONE NOTIZIE DALL&#8217;INDIA, CHE SCEGLIE ANCORA I GANDHI E LA STABILITA&#8217;</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2009 10:50:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Hindu]]></category>
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		<description><![CDATA[Quasi 430 milioni di elettori indiani sui 714 milioni aventi diritto al voto, sparsi in 800 mila seggi, hanno scelto. Dicono le cronache che la loro preferenza è andta all&#8217;Alleanza Progressista Unita (almeno 250 seggi parlamentari sui 543 in palio), la coalizione che ha finora sostenuto il governo del premier Manmohan Singh. che in essa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quasi 430 milioni di elettori indiani sui 714 milioni aventi diritto al voto, sparsi in 800 mila seggi, hanno scelto. Dicono le cronache che la loro preferenza è andta all&#8217;Alleanza Progressista Unita (almeno 250 seggi parlamentari sui 543 in palio), la coalizione che ha finora sostenuto il governo del premier Manmohan Singh. che in essa si è affermato il Partito del Congresso. E che in questo ha trionfato <strong>Sonia Gandhi</strong>, l&#8217;esponente della dinastia che qualche anno fa decise di sottrarsi alla vita e agli incarichi pubblici per tessere dietro le quinte le alleanze che hanno portato a questa nuova affermazione.</p>
<p><span id="more-559"></span>      <strong>Abbandonarsi a una lettura solo partitica</strong> di questo gigantesco pronunciamento popolare sarebbe, però, un errore. La coalizione, il partito e la leadership dei Gandhi (la vera star della campagna elettorale è stato il giovane Raul Gandhi, figlio di Sonia; <strong><em>eccoli insieme nella foto sotto</em></strong>) sono stati solo confermati, e da un certo punto di vista l&#8217;unica novità sta nella continuità.</p>
<p>      <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/05/gandhi1.jpg" alt="gandhi1.jpg" /></p>
<p>      <strong>Ma in questo voto, quasi per paradosso</strong>, ciò che è stato respinto conta ancor più di ciò ch&#8217;è stato promosso. Ecco allora il &#8220;no&#8221; alla Coalizione Nazional Democratica (solo 157 seggi) guidata dal Bharatiya Janata Party dei nazionalisti indù (119 seggi). Un &#8220;no&#8221; sonoro anche per il Terzo Fronte, la coalizione dei partiti comunisti e socialisti, rimasto a 80 seggi avendo sperato di sfondare quota 100. Il che vuol dire un netto rifiuto per l&#8217;estremismo induista che ha prodotto tensioni e, come nel caso dello Stato dell&#8217;Orissa, crudeli persecuzioni nei confronti dei cristiani, e un&#8217;altrettanto chiara ripulsa per l&#8217;estremismo di sinistra che ha colpito anche durante il voto, con il sequestro di un treno e dei suoi 700 passeggeri da parte di un gruppo maoista. Appare quindi impeccabile l&#8217;analisi di <strong>monsignor Stanislaus Fernandes</strong>, segretario generale delle Conferenza episcopale indiana, che ha parlato di &#8220;risultato benvenuto per la laicità del Paese&#8221; e del desiderio del popolo indiano di avere &#8220;un Governo stabile&#8221;.</p>
<p>      <strong>L&#8217;idea di stabilità, se riferita all&#8217;India</strong>, è parente stretta di quelle di progresso e di affrancamento sociale. Metà della forza lavoro indiana (524 milioni di persone) è ancora impegnata in agricoltura e per questa enorme massa proletaria il governo negli ultimi anni ha avviato imponenti programmi di miglioramento delle infrastrutture, e concesso prezzi agevolati per l&#8217;energia, le sementi, i fertilizzanti. <strong>Il tutto condizionato al boom economico del Paese</strong> che dal 1997 a oggi, grazie a un Prodotto interno lordo in crescita media del 7% l&#8217;anno, ha consentito una riduzione della povertà del 10%.</p>
<p>      <strong>La crisi finanziaria e industriale mondiale</strong> ha proiettato lunghe ombre sui programmi di sviluppo. In più, l&#8217;India è oggi circondata da una serie di focolai di crisi che sono, sì, altrui ma rischiano di mettere in pericolo la sua crescita di nazione protagonista. A Nord, il Pakistan tenta di inocularle il morbo talibano per interposto terrorismo, le tensioni confinarie con la cina sono solo sopite e non risolte e il maoismo del Nepal si infiltra con facilità. A Sud, lo Sri Lanka della battaglia finale con i tamil (il cui braccio armato si è esercitato anche in India) è un altro nido di tensioni. <strong>Gli elettori indiani hanno certo pensato anche a questo, nel momento decisivo del voto</strong>. Il fatto che abbiano respinto le promesse dei diversi avventurismi scegliendo la strada, forse non esaltante ma concreta, della realtà e della conciliazione, è una buona notizia non solo per l&#8217;India ma per l&#8217;intero continente.</p>
<p>Pubblicato su <em>Avvenire</em> del 17 maggio 2009   <a href="http://www.avvenire.it">www.avvenire.it</a></p>
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		<title>NOI PAGHIAMO LA TASSA SULLA PAURA MA GUERRE E TERRORISMO SONO IN CALO</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Apr 2009 21:39:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Bomba atomica]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
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		<description><![CDATA[Non vi è mai venuto il dubbio che tutta quest’ansia da pericolo, quest’idea che da qualche parte c’è qualcuno che lavora per distruggerci, in definitiva l’incitamento a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo del nostro mondo, come se il caos stesse per irrompere nel nostro salotto, come se il mondo stesse andando a rotoli, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non vi è mai venuto il dubbio che tutta quest’ansia da pericolo, quest’idea che da qualche parte c’è qualcuno che lavora per distruggerci, in definitiva l’incitamento a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo del nostro mondo, come se il caos stesse per irrompere nel nostro salotto, come se il mondo stesse andando a rotoli, fosse almeno in parte <strong>una bufala interessata? A me sì. </strong>E ho trovato qualcuno che non solo la pensa come me (non siamo proprio pochi) ma riesce ad argomentarlo con lucidità e con il giusto apparato di dati.</p>
<p><span id="more-506"></span><br />
<strong>      <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/04/11_settembre2.jpg" alt="11_settembre2.jpg" /></strong></p>
<p><strong>Vi dirò dopo di chi si tratta.</strong> Adesso mi preme riprendere alcune delle sue constatazioni.<br />
<strong>1. A dispetto delle previsioni dei militaristi di ogni latitudine, la pace avanza nel mondo.</strong> Non ci credete? Allora sappiate che “nel secondo ventennio del Novecento si contavano 4,2 morti ogni 100 mila abitanti dovuti a guerre e altre forme di particolare violenza. Dalla fine della secondo guerra mondiale in poi è iniziata una discesa che ha portato questo tasso al più basso valore dell’intera epoca moderna, lo 0,3 per 100 mila”. Insomma, dai primi del Novecento agli ultimi, la mortalità mondiale dovuta a guerre e violenze similari è calata del 68%.<br />
<strong>2. Il terrorismo internazionale è in netto calo e lo è da almeno un ventennio.</strong> L’11 settembre, a dispetto di tutta la retorica, non ha cambiato il mondo né ha aperto una fase nuova. “Secondo il Dipartimento di Stato Usa e il Rand-Mipt gli attentati terroristici internazionali hanno toccato il culmine nel 1986 con 647 casi e sono poi sempre scesi fino ai 247 del 2007”. D’altra parte, noi europei non abbiamo seguito la strada americana della limitazione dei diritti civili e della folle corsa agli armamenti per una sola ragione: perché non ne abbiamo bisogno, a dispetto di tutte le farneticazioni dei neocon.<br />
<strong>3. Anche i dati sulla criminalità violenta mostrano un generale e netto declino.</strong> Si è rivelata di particolare efficacia, poi, la lotta contro le droghe e il narcotraffico, visto che oggi la produzione di stupefacenti è sostanzialmente limitata a due Paesi, Afghanistan (papavero da oppio) e Colombia (coca), mentre solo un decennio or sono i Paesi produttori erano almeno una decina.<br />
<strong>Devo queste e tante altre informazioni all’ultimo, ottimo libro di Pino Arlacchi</strong>: <em>L’inganno e la paura</em> (edito da il Saggiatore). Ve lo consiglio vivamente. Un po’ perché tira su di morale riguardo alle sorti dell’umanità. E un po’ perché ci aiuta a prender coscienza del fatto che la paura rende. Non a noi, certo, che anzi <strong>alla paura paghiamo una consistente tassa. </strong>Ma a molti altri sì: pensate che il 70% del budget dell’<em>intelligence</em> Usa (cioè 45 miliardi di dollari su 60) è speso per i servizi di appaltatori privati e sarà facile rendersi conto. Per ridurre il costo della paura è necessario sapere come vanno davvero le cose nel mondo. Il libro di Arlacchi ci aiuta, e molto.</p>
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		<title>DA GAZA 3: IL POTERE SILENZIOSO DI HAMAS NELLA STRISCIA</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Feb 2009 14:19:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[   Tramite conoscenze che e&#8217; inutile nominare, ho provato a prendere contatto con i dirigenti di Hamas. Il numero del mio cellulare e&#8217; stato dato a chi di dovere e aspetto una chiamata che, ne sono sicuro, non arrivera&#8217;. Credo che molti si siano fatti l&#8217;idea che i miliziani di Hamas, almeno in tempi &#8220;normali&#8221;, passeggino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>   Tramite conoscenze che e&#8217; inutile nominare, ho provato a prendere contatto con i dirigenti di Hamas. Il numero del mio cellulare e&#8217; stato dato a chi di dovere e aspetto una chiamata che, ne sono sicuro, non arrivera&#8217;. Credo che molti si siano fatti l&#8217;idea che i miliziani di Hamas, almeno in tempi &#8220;normali&#8221;, passeggino per le strade mostrando con orgoglio il proprio potere. Adesso non e&#8217; cosi&#8217;, vivono nascosti e i contatti si prendono cosi&#8217;, parlando a uno che sa che contattera&#8217; uno che puo&#8217; che si fara&#8217; vivo con uno che e&#8217; autorizzato a parlare. L&#8217;unico che ho visto, finora, e&#8217; il ministro della Sanita&#8217;, <strong>dottor Basem Nah&#8217;em</strong>, che ha fatto una rapida comparsa all&#8217;ospedale Shefa di Gaza City. </p>
<p>     <strong>E&#8217; l&#8217;effetto della guerra, che non e&#8217; passata senza conseguenze</strong> su quelli che gli israeliani chiamano &#8220;topi da bunker&#8221;: dieci dei trenta maggiori dirigenti di Hamas sarebbero stati eliminati, lo sentivo dire in Israele ad alta voce con orgoglio e qui a bassa voce e con timore. Perche&#8217; nella Striscia il potere di Hamas non ha il volto delle sfilate rabbiose che ci sono familiari grazie alla tv (anche se ai funerali di Said Siam, il ministro degi Interni di Hamas, c&#8217;era non un mare ma un oceano di gente), ma piuttosto <strong>quello silenzioso e temibile dei militanti anonimi</strong>, di quelli che la struttura di intervento sociale del gruppo ha nutrito e reso fedeli e che sono poi pronti a denunciare chi si mostra troppo critico o dubbioso.</p>
<p>    <strong>Per questo di Hamas, nella Striscia, si parla con molta, molta prudenza</strong>. E&#8217; l&#8217;evoluzione tipica di tutti i movimenti e i partiti che si affermano in nome del priciio &#8220;legge e ordine&#8221;. I piu&#8217; svegli, e comunque quelli &#8220;normali&#8221;, sono oggi pentitissimi di aver votato Hamas nel 2006, per non parlare di quelli che anche allora votarono per Al Fatah. Tutti, pero&#8217;, riconoscono agli islamisti due meriti: aver fatto fuori (spesso in senso letterale) i due o tre clan familiari che, appoggiandosi alla corruzione di Al Fatah, <strong>facevano il bello e cattivo tempo nella Striscia</strong>, entita&#8217; che stavano all&#8217;incrocio tra la fazione politica e la banda criminale organizzata. Il secondo merito e&#8217; aver portato un po&#8217; piu&#8217; d&#8217;ordine e di rispetto per la legge. Ma appunto: prima legge e ordine, poi la cacciata totale di Al Fatah, alla fine una guerra distruttiva e devastante come quella di dicembre e gennaio.</p>
<p>     <strong>Non e&#8217; affatto detto, pero&#8217;, che il malcontento si trasformi in qualcosa di concreto</strong> o, addirittura, che finisca per giocare contro Hamas. Ci sono, anzi, segnali del contrario. Impadronirsi della Striscia e&#8217; stato, per Hamas, un colpo strategico. Una posizione che, come si e&#8217; visto, detta i ritmi della pace e della guerra e che non sara&#8217; ceduta per poco. Secondo: con la cacciata di Al Fatah, quelli di Hamas sono gli unici a tenere i cordoni della borsa, anzi, ad avere una borsa. Distribuiscono risorse e aiutano le vittime della guerra a riprendersi, scegliendo ovviamente in modo da favorire i fedeli o da fidelizzare gli incerti. Terzo, <strong>la gente dei campi profughi e delle campagne sabbiose del Sud non e&#8217; affatto pronta a dimenticare i suoi lutti</strong> e da questo punto di vista la scelta pacifica (o moderata) di Al Fatah non e&#8217;, almeno per ora, un buon biglietto da visita. Quarto: di Al Fatah qui dicono tutti la stessa cosa, cioe&#8217; che era un covo di ladroni. La guerra fa schifo ma non e&#8217; che Abu Mazen avesse fatto miracoli.</p>
<p>     <strong>Quel che si prospetta, dunque, e&#8217; una situazione di tipo libanese</strong>. Israele ha dato una durissima lezione ai libanesi andando a caccia degli Hezbollah. Questi, pero&#8217;, se la sono cavata abbastanza bene, tanto che hanno finito per andare al potere. Potendo e dovendo costruire il proprio potere in Libano, hanno smesso di sparare su Israele. <strong>Succedera&#8217; anche nella Striscia?</strong> Ovvero: durissima lezione sui palestinesi, Hamas la scampa e rafforza la presa sulla Striscia, che diventa una secie di staterello autonomo, riconosciuto da nessuno ma tuttavia vivo e vegeto?</p>
<p>   <strong> Non lo so, non ho la palla di vetro. Credo che una soluzione del genere</strong> non dispiacerebbe a Israele, sarebbe la definitiva sanzione che uno Stato palestinese &#8220;vero&#8221; non puo&#8217; nascere. Resterebbe pero&#8217; un problema: si puo&#8217; pensare di tenere quelli di Gaza chiusi in questo ghetto in eterno? A macinare rabbia, frustrazione, poverta&#8217; e desiderio di sparare agli ebrei, mentre nello stesso tempo a Abu Mazen e alla Cisgiordania si concedono le briciole delle briciole? <strong>Nel 2006 Hamas vinse le elezioni</strong> (svoltesi sotto l&#8217;occhio degli osservatori internazionali e da tutti giudicate regolari e democratiche) sfruttando le debolezze di Al Fatah ma anche il fatto che Israele e quei volponi della Casa Bianca negavano ad Abu Mazen qualunque margine di movimento, qualunque apertura. Quel poveraccio, re travicello di uno Stato inesistente, doveva fornire alla massima potenza mondiale e alla massima potenza regionale garanzie impossibili. Hamas disse grazie e si prese la Striscia.</p>
<p>      Adesso pensare di riunificare &#8220;a forza&#8221; la Cisgiordania alla Striscia sembra, giudicando da Gaza, un&#8217;altra di quelle operazioni studiate a tavolino e fatte apposta per fallire. Io la penso sempre allo stesso modo: <strong>Striscia chiusa finche&#8217; Hamas non smette di farnet</strong>icare ma accordo di pace subito con la Cisgiordania. Non e&#8217; nemmeno necessario abbattere il Muro, la&#8217; i palestinesi chiedono un po&#8217; di respiro e un minimo di benessere. Ma senza questo, possiamo aspettarci solo una serie intermittente di guerre, scontri e se va bene tensioni. Ricordiamo un fatto indiscutibile: la guerra possono cominciarla anche i piu&#8217; deboli, ma la pace si fa solo se i piu&#8217; forti la vogliono.</p>
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