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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Fame</title>
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		<title>IL DOLCE FASCINO DELL&#8217;AUTARCHIA</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 14:08:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ancora una volta, l’undicesima, Medici Senza Frontiere (MSF) pubblica il suo studio sulle crisi dimenticate e ci offre la hit parade dei disastri di cui non ci occupiamo come dovremmo: l’Afghanistan, la Somalia e il Pakistan ai primi tre posti, ma anche la malnutrizione infantile e la cura dell’Aids, che patiscono una carenza di fondi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ancora una volta, l’undicesima, Medici Senza Frontiere (MSF) pubblica il suo studio sulle crisi dimenticate e ci offre la hit parade dei disastri di cui non ci occupiamo come dovremmo: l’Afghanistan, la Somalia e il Pakistan ai primi tre posti, ma anche la malnutrizione infantile e la cura dell’Aids, che patiscono una carenza di fondi quasi scandalosa; il Sudan, lo Yemen e lo Sri Lanka ma anche le malattie tropicali che affliggono 400 milioni di persone nel mondo. Guerre ed epidemie, insomma, perché una gran parte del pianeta continua a farsi tormentare da quelli che una piccola parte del pianeta ormai considera fantasmi del lontano passato, tipo la peste nera o le invasioni barbariche.</p>
<p><span id="more-4642"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4650" title="why-poverty22" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/04/why-poverty22.bmp" alt="why-poverty22" /></p>
<p><strong>Com’è naturale, il discorso sulle crisi altrui</strong> è solo l’altra faccia dei discorso su una crisi nostra, tutta contemporanea e generalizzata: la rinuncia a raccontare il mondo, la spasmodica concentrazione su noi stessi, la passeggiata intorno al campanile e, in molti casi, una vera e sempre meno celata ostilità per l’altro. Che non è solo l’altro di cittadinanza e di colore della pelle che viene a scompaginare l’ordine del nostro paesaggio quotidiano, ma anche l’altro luogo, l’altra cultura, l’altro problema. Una sorta di autarchia psicologica che fa a pugni con la realtà complessiva (parliamo con il mondo, commerciamo con il mondo, mandiamo soldati in tutto il mondo) e con quella particolare (nel 2009, nel nostro Paese, gli occupati italiani sono calati di 527 mila unità e quelli immigrati sono cresciuti di 147 mila) e che pure si diffonde, inesorabile. In Italia come in Francia, in Olanda come in Ungheria.</p>
<p><strong>C’entra la politica, certo. Ma è possibile che abbia tanta influenza sulla nostra psiche</strong> una categoria, quella dei politici appunto, che in qualunque sondaggio finisce agli ultimi posti per affidabilità e garanzia? C’è qualcosa di più, ed è l’improvviso allargamento della mappa del pianeta. Non ce ne accorgiamo ma <strong>viviamo ancora secondo la mentalità del secolo scorso</strong>, quando non avevamo né computer né telefonini (che hanno allargato la mappa mentale) e, al contrario, eravamo ancora divisi da confini quasi impenetrabili che frammentavano la mappa reale. Il 1989 può essere considerato l’anno Mille dell’evo contemporaneo: con la diffusione di massa delle nuove tecnologie (ho visto di persona la Mosca delle tempeste economiche riempirsi di cellulari in poche settimane) e la caduta del Muro di Berlino.</p>
<p><strong>Pochi si sono buttati nel varco: imprenditori, ricercatori, studenti</strong>. I più hanno soprattutto temuto le grandi praterie globali e hanno cercato conforto nel tepore del giardino di casa. Non c’è nulla di strano, ed è inutile, se non proprio sciocco, condannare o giudicare con spocchia. Bisogna però chiedersi per quanto tempo un Paese come l’Italia, inserito in tutti i circuiti internazionali che determinano le svolte della politica e i flussi dell’economia, potrà permettersi di dedicare nei Tg <strong>cinque volte più spazio al delitto di Garlasco che alla fame nel mondo</strong> e quasi seicento volte più spazio al delitto di Perugia che alle malattie tropicali, mai citate nei Tg come risulta dalle rilevazioni dell’Osservatorio di Pavia allegate al rapporto di MSF.</p>
<p><strong>Nessuna malattia, gli affamati nascosti da qualche parte, le guerre che proseguono per conto loro</strong> senza disturbare. Mentre, naturalmente, le crisi economiche vanno dove vogliono senza bussare né chiedere permesso. Immaginare di vivere in un mondo così è come credere nel ritorno del mangiadischi, dell’Unione Sovietica e di Torino capitale. Romantico, se vogliamo anche tenero. Ma irrimediabilmente perdente.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 22 aprile 2010</p>
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		<title>LA COREA DEL NORD RINUNCIA ALLA BOMBA, ECCO CHE COSA CI GUADAGNA</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Oct 2008 19:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      L’accordo raggiunto ieri per bloccare la corsa alle armi nucleari della Corea del Nord è una vittoria per tutti. Per gli Usa, che tra i cinque Paesi (con loro Giappone, Cina, Corea del Sud e Russia) impegnati dal 2002 a far ragionare il regime di Kim Jong Il erano quello più bisognoso di un successo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3" face="Times New Roman"><strong>      </strong>L’accordo raggiunto ieri per bloccare la corsa alle armi nucleari della Corea del Nord è una vittoria per tutti. Per gli Usa, che tra i cinque Paesi (con loro Giappone, Cina, Corea del Sud e Russia) impegnati dal 2002 a far ragionare il regime di Kim Jong Il erano quello più bisognoso di un successo d’immagine e di sostanza. Per la <strong>Corea del Nord, forse l’ultimo Paese stalinista del mondo</strong>, dove i 23 milioni di abitanti sono ciclicamente colpiti da devastanti carestie, un terzo della popolazione è cronicamente malnutrito e il regime, visto il mistero sulle reali condizioni di salute del <strong>Caro Leader</strong>, è minacciato di clamorosi sconvolgimenti. Per l’Asia e per il mondo intero, che non hanno certo bisogno di ulteriori crisi politiche e militari.<br />
      E’ chiaro, però, che a guadagnarci più di tutti è proprio la Corea del Nord. Intanto per i termini dell’accordo: avrà aiuti economici e politici e uscirà dalla “lista nera” in cui il Dipartimento di Stato degli Usa allinea gli <strong>Stati canaglia o sponsor del terro</strong>rismo. Essere nella lista vuol dire subire sanzioni economiche e, più in generale, subire l’ostracismo della più potente nazione del mondo. Appena la <strong>Casa Bianca</strong> ha annunciato di aver depennato la Corea del Nord, dal Giappone sono partite dichiarazioni distensive che possono preludere, se Kim Jong Il (o chi per lui) manterrà i patti, a nuovi e più intensi rapporti economici e commerciali.<br />
     Da non trascurare anche il fatto che, in base all’accordo raggiunto, le verifiche a cui l’industria atomica della Corea dovrà sottoporsi, saranno di certo meno invasive di quelle che gli Usa avevano in un primo tempo previsto. <strong>Ancora qualche mese fa si parlava di ispezioni improvvise a qualunque sito o cent</strong>rale, e infatti il regime coreano aveva annunciato l’intenzione di riprendere gli esperimenti e i lanci di missili. Adesso sarà la Corea a sottoporre alla Cina un elenco di verifiche che gli altri Paesi dovranno accettare o respingere. In ogni caso, le ispezioni della diplomazia internazionale e <strong>dell’Agenzia atomica dell’Onu </strong>saranno concentrate soprattutto sull’eventuale uso di combustibile al plutonio per produrre bombe atomiche, piuttosto che sull’uso di uranio arricchito per produrre materiale fissile.<br />
      Questo canale privilegiato Corea del Nord – Cina è un altro dei risultati che Pyongyang può segnare al proprio attivo. <strong>Il cono d’ombra di Pechino comporta qualche obbligo ma offre indubbi vantaggi</strong>. <strong>Già oggi la Cina fornisce il 50% del cibo e il 90% dell’energia che il disastrato alleato coreano consuma.</strong> La presenza e l’attivismo delle aziende cinesi in Corea cresce di giorno in giorno e gli investimenti diretti contano ormai per più di 2 miliardi di dollari l’anno. Ma non solo: secondo un rapporto del Congresso americano, a ogni carestia (quella di fine anni Novanta provocò 2 milioni d morti) la Cina fornisce cibo e generi di prima necessità direttamente all’esercito e alla polizia della Corea del Nord, in modo da convogliare gli aiuti internazionali verso la popolazione senza dover intaccare il benessere, e con esso la fedeltà al regime, dei corpi armati dello Stato. <br />
      Certo, tutto si paga. E forse <strong>Kim Jong Il e i suoi generali</strong> hanno dovuto accantonare le spropositate ambizioni nucleari anche in omaggio a Pechino e al suo desiderio di veder garantiti, nel cortile di casa, quell’ordine e quella stabilità così necessarie allo sviluppo dell’economia cinese. Non stupisce, dunque, che proprio negli Usa si oda qualche borbottìo (quelli di McCain, per esempio) sulle condizioni di questo accordo. Ma per come vanno le cose, anche sottilizzare all’eccesso sarebbe sbagliato. Ci saranno meno bombe atomiche nel mondo, per ora va bene così.</font></p>
<p><font size="3" face="Times New Roman">Pubblicato su <em>Avvenire </em>del 12 ottobre 2008   <a href="http://www.avvenire.it">http://www.avvenire.it</a><em> </em><br />
</font></p>
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		<title>IL G8 E LA CRISI: L&#8217;IMPOTENZA DEI POTENTI</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jul 2008 06:22:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>      Il G8 di Hokkaido è agli sgoccioli ma sarebbe crudele trarre conclusioni affrettate. Può darsi che il progredire delle discussioni trovi modo di garantire ai Paesi africani i miliardi di dollari promessi durante il summit di Gleneagles 2005: erano 25 sulla carta, ne sono stati finora versati solo 3. Che l’Unione Europea scopra come sbloccare la proposta del presidente Barroso <strong>(togliere 1 miliardo di euro ai fondi mai spesi per l’agricoltura europea e tramutarli in aiuti per l’agricoltura dei Paesi in via di sviluppo)</strong>, impantanatasi già nelle prime ore dell’incontro. Che si adotti la misura adeguata per fermare il rincaro dei generi alimentari che, secondo la Banca Mondiale, <strong>sta portando altri 105 milioni di persone (di cui 30 in Africa) dalla povertà alla fame.<br />
</strong>      Può darsi tutto, insomma, persino che venga accolto <strong>l’appello del Papa</strong> e i grandi della Terra “mettano al centro delle loro deliberazioni i bisogni delle popolazioni più deboli e più povere”. Tra le cose possibili, però, c’è n’è anche un’altra. Che il mondo prenda atto del fatto che il G8 non è più il consesso delle nazioni che possono risolvere i problemi del pianeta. L’ha detto chiaramente <strong>Nicolas Sarkozy</strong>, presidente della Francia: “Non è ragionevole continuare a incontrarsi in otto dimenticando la Cina, cioè 1 miliardo e 300 milioni di persone, e non invitando l’India, cioè 1 miliardo di persone”.<br />
      L’idea di Sarkozy è stata snobbata dagli Usa ed è osteggiata dal Giappone, che non vuole tirarsi in casa pericolosi concorrenti. E’ chiaro a tutti, però, che questa è la realtà. Oggi il G8 discute  di cambiamento climatico e di effetto serra. Giappone e Unione Europea vogliono fissare come obiettivo <strong>il dimezzamento delle emissioni di gas entro il 2050</strong>. La risposta degli Usa, grande Paese industrializzato quindi grande inquinatore, è stata: noi ci stiamo se ci stanno Cina e India. Sarebbe paradossale se non fosse che neanche questa impostazione tiene. <strong>Nella realtà, sono Cina e India a decidere come cambierà il clima, quale sarà l’inquinamento e quale sarà la risposta mondiale</strong>. E lo fanno solo esistendo, consumando, creando benessere per i loro cittadini. L’anno scorso in Cina sono stati immatricolati quasi <strong>9 milioni di nuove automobili</strong>. In India la Tata, la principale industria automobilistica, ha lanciato un’utilitaria che costa circa 1.700 euro e dovrebbe sostituire i motorini e i motocarri così tipici del Paese. Di fronte a questo, quanto contano le discussioni di Hokkaido?<br />
      Lo stesso si può dire per i prezzi dei generi alimentari, che affamano i poveri ed erodono il benessere dei Paesi sviluppati come l’Italia. La folle corsa del petrolio incide sui costi di produzione del cibo, in più i prodotti agricoli risentono dei mutamenti climatici che hanno colpito duro, per esempio, in Australia e negli Usa, grandi produttori di grano. Ora va di moda prendersela con gli speculatori ed è giusto farlo, il fattore speculativo esiste ed è forte. Il problema è: <strong>chi sono gli speculatori?</strong> Difficile distinguerli, in Borsa, dai normali investitori. <strong>E se a “speculare” sulle materie prime fosse un fondo pensione creato per garantire la serena vecchiaia di migliaia di onesti risparmiatori?</strong> E se andare a caccia degli speculatori volesse anche dire colpire le Borse, una delle sedi primarie della nostra ricchezza?<br />
      Può ancora darsi che il G8 di Hokkaido produca decisioni importanti. Per ora produce l’impressione che questa crisi 2008 stia marcando una soglia oltre la quale le grandi nazioni del mondo, ormai ben più di 8, devono produrre uno scatto d’intelligenza e di generosità. Se vogliono restare grandi, prima di tutto. Ma forse anche se vogliono restare nazioni.<br />
 </p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<em>Eco di Bergamo</em> dell&#8217;8 luglio 2008   <a href="http://www.eco.bg.it">http://www.eco.bg.it</a></p>
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		<title>COREA DEL NORD: LA BOMBA, IL CARO LEADER E LA CINA CHE SI ALLARGA</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jun 2008 14:25:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>      Entusiasmo alle stelle sulla stampa internazionale per la decisione di Kim Jong Il di consegnare a Wu Dawei, ministro degli Esteri della Cina e capo della delegazione di nazioni (Cina, Corea del Sud, Giappone, Russia e Usa) che da tempo negozia il disarmo atomico della Corea del Nord, i piani atomici del proprio Paese. Poiché siamo nell’epoca della politica spettacolo, non è mancato l’evento a uso delle telecamere: con l’esplosivo è stata fatta saltare la torre di raffreddamento della centrale atomica coreana di <strong>Yongbyon</strong>.<br />
       Gli americani hanno detto: una vittoria diplomatica di Bush. I pacifisti hanno detto: un passo verso la pace. C’è del vero in entrambe le affermazioni, e comunque qualunque passo verso la distensione internazionale e il disarmo va accolto con favore. Vorrei però segnalare il significativo e soddisfatto silenzio <strong>dei due veri vincitori della partita diplomatica: il dittatore Kim Jong Il e il Governo della Cina</strong>.<br />
       <strong>Kim Jong Il ha vinto</strong> perché, proprio grazie alla bomba atomica, è riuscito a ottenere molti, importanti risultati. Oltre a un pacco di soldi e di agevolazioni, la sopravvivenza del suo regime e del suo potere personale. Ci dimentichiamo con troppa facilità che <strong>la Corea del Nord è un Paese in miseria, anche adesso a rischio di precipitare in una carestia come quella che la colpi tra il 1996 e il 1999 e che provocò 2 milioni di morti per fame</strong>. Proprio in quel periodo il <em>Caro Leader</em> (così si fa chiamare Kim Jong Il) preferì finanziare il progetto nucleare che salvare le vite dei suoi sudditi. Tanto che i coreani del Nord morirono come mosche nonostante che la Corea del Sud dal 2000 al 2006 abbia fornito a quella del Nord <strong>450 mila tonnellate l’anno di beni di prima necessità e materiale per l’agricoltura</strong>, anch’essi finiti a finanziare i piani del dittatore.<br />
      Poiché il lupo perde il pelo ma non il vizio, è poi successo questo: nel pieno della carestia, Kim Jong Il fu costretto ad allentare la presa sui contadini: <strong>un minimo di libertà di commercio e l’agricoltura della Corea del Nord risalì a una produzione di 4,5 milioni di tonnellate di grano l’anno</strong>. Forte della bomba, il<em> Caro Leader</em> è tornato alle vecchie abitudini e la produzione è ridiscesa a 3,8 milioni di tonnellate, una quota ridicola rispetto a ciò che il Paese potrebbe ottenere dai suoi campi. Questo è l’uomo al quale la Casa Bianca già dà la propria benedizione, promettendo di cancellarlo dalla lista degli “Stati canaglia” per riprendere allegramente a commerciare con lui.<br />
      Il secondo vincitore è la Cina. Kim Jong Il ha consegnato i piani del nucleare nordcoreano <strong>al ministro Wu Dawei</strong> perché sa di potersi fidare di Pechino. In altre parole, la Corea del Nord si è messa sotto l’ombrello diplomatico e militare della Cina, che allarga così il proprio peso politico in Asia e la propria influenza diplomatica nel mondo. Non che il <em>Caro Leader</em> avesse molta scelta, visto che si trovava con una nuova carestia alle porte, la pressione internazionale cresceva e <strong>Pechino gli forniva il 50% del cibo e il 70% dell’energia</strong>. Resta il fatto che la crisi della bomba nordcoreana è stata disinnescata nei tempi e nei modi decisi da Pechino, che sempre più si afferma come la capitale di una nuova superpotenza.</p>
<p>Per approfondire la questione del nucleare della Corea del Nord sul sito dell’Agenzia Atomica dell’Onu:<br />
<a href="http://www.iaea.org/NewsCenter/Focus/IaeaDprk">http://www.iaea.org/NewsCenter/Focus/IaeaDprk</a><br />
 </p>
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		<title>CARESTIA? NO, GLOBALIZZAZIONE COL TRUCCO</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jun 2008 19:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>    Purtroppo il delirio politico di Mahmud Ahmadinejad si è portato via quasi tutta l’attenzione intorno al vertice organizzato a Roma dalla Fao. Conviene così ripassare alcuni dati: 850 milioni di persone già oggi non hanno di che sfamarsi, e presto saranno 100 milioni (Ban Ki-Moon, segretario generale della Nato); in Europa l’aumento medio del prezzo dei generi alimentari è del 7,1% (Coldiretti); a oltre 2 miliardi di persone la spesa alimentare consuma il 70% del reddito (contro il 10-20% nei Paesi sviluppati), quindi basta un nulla perché dal “rischio fame” precipitino nella fame vera (Jacques Diouf, direttore generale Fao); vivono, o meglio sopravvivono, nel mondo 178 milioni di bambini malnutriti (Medici senza Frontiere).<br />
     Ho affastellato queste cifre anche per sottolineare le parole di Benedetto XVI: “La fame e la malnutrizione sono inaccettabili”, ha detto il Papa al vertice Fao, “in un mondo che dispone di livelli di produzione, di risorse e di conoscenze sufficienti”. Perché non si capisce nulla della crisi mondiale del cibo se non si parte da un presupposto: <strong>questa è la crisi dell’abbondanza, non della povertà</strong>. E infatti: non uno dei 37 Paesi censiti dalla Fao durante la fase più acuta dell’emergenza era un Paese colpito in passato da carestie di un certo rilievo. La prova del nove? Eccola: <strong>negli Usa la benzina costa circa 4 dollari a gallone (pari a 3,79 litri), cioè circa 70 centesimi di euro al litro</strong>. Ma perché la benzina dovrebbe costare assai meno di una lattina di bibita gasata? Comunque meno di un litro di latte, di un cono gelato, di un caffè al bar?<br />
      In altre parole, la crisi alimentare mondiale è in gran parte un problema nostro che si scarica… dove può, comunque sugli altri. Qualche esempio? Nel 2001 i produttori americani di cotone ottennero dal loro Governo sussidi per 3,6 miliardi di dollari, pari a 3 volte gli aiuti Usa all’intera Africa. Forti di quel “minimo garantito”, i cotonieri americani aumentarono le esportazioni, <strong>facendo cadere il prezzo mondiale del cotone del 25% e mettendo sul lastrico una parte degli 11 milioni di africani che appunto vivevano della coltura del cotone</strong>. Nello stesso periodo i sussidi governativi erano pari al 48% del valore di tutta la produzione agricola negli Usa e al 46% in Europa. Nel 2006, secondo l’ong inglese Oxfam, <strong>i Paesi sviluppati hanno regalato ai loro contadini sussidi per 125 miliardi di dollari, contro solo 4 miliardi di aiuti offerti all’agricoltura dei Paesi in via di sviluppo</strong>. Come usare il cannone contro un avversario che dispone sì e no di un bastone.<br />
      Ed è proprio qui, in questa globalizzazione col trucco, il nodo cruciale. Le agricolture protette dei Paesi ricchi da un lato tengono alti i prezzi al consumo (e prestano il fianco alle manovre speculative delle varie Borse che, stando alla Coldiretti, hanno bruciato in pochi mesi 60 miliardi di euro solo manovrando sul prezzo del grano), dall’altro impediscono il decollo delle agricolture dei Paesi poveri. E bene ha fatto Sergio Marini, presidente appunto di Coldiretti, a invocare “politiche agricole regionali”. <strong>La stragrande maggioranza del cibo prodotto nel mondo (80-90%) viene da piccole aziende agricole a conduzione familiare o quasi</strong>. Il resto è l’industria, tanto più piccola rispetto al bisogno ma tanto più forte nei meccanismi (politica, trasporti, trasformazione delle materie prime, operazioni bancarie e speculazioni finanziarie) che oggi determinano la vita o la morte di un settore economico. Non c’è nulla da fare: la nascita di un più giusto mercato mondiale del cibo può avvenire solo attraverso la rinascita dei campi.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217; <em>Eco di Bergamo </em>il 4 giugno 2008     <a href="http://www.eco.bg.it">http://www.eco.bg.it</a></p>
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		<title>TANTO CIBO, TROPPA FAME</title>
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		<pubDate>Thu, 01 May 2008 08:54:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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     E’ in crisi, lo abbiamo detto mille volte. Ha dei leader che non sempre brillano per audacia e creatività, e anche questo è noto. Ma in certi momenti e su certi problemi tocca sempre all’Onu battere il primo colpo di una vera azione collettiva. E’ successo di nuovo proprio nei giorni scorsi, quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; text-indent: 8.5px; line-height: 12px; font: normal normal normal 11px/normal 'Times New Roman'; margin: 0px">&nbsp;</p>
<p style="text-indent: 0px"><span style="font-family: Georgia; font-size: 16px; line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span>     E’ in crisi, lo abbiamo detto mille volte. Ha dei leader che non sempre brillano per audacia e creatività, e anche questo è noto. Ma in certi momenti e su certi problemi tocca sempre all’Onu battere il primo colpo di una vera azione collettiva. E’ successo di nuovo proprio nei giorni scorsi, quando Ban Ki Moon, il segretario generale delle Nazioni Unite, ha annunciato un piano d’azione per affrontare su un piano globale l’emergenza-cibo che nei soli ultimi due anni ha respinto 100 milioni di persone nella povertà totale (ovvero, <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">vivere con 1 dollaro al giorno</span>) da cui si erano con lunghi e faticosi sforzi sollevate. Questo dopo settimane in cui tutti i Paesi interessati, dagli Usa che razionano il riso nei supermarket ai produttori come l’India che ne bloccano l’esportazione, dall’Egitto degli assalti ai forni respinti dall’esercito alla Russia del blocco dei prezzi dei generi di prima necessità, sembravano decisi a correre ognuno per sé. Come se questo, tra l’altro, fosse ancora possibile in un mondo in cui le frontiere economiche sono ormai quasi solo un ricordo.
<p style="text-align: justify; text-indent: 8.5px; line-height: 12px; font: normal normal normal 11px/normal 'Times New Roman'; margin: 0px">     Il piano dell’Onu fa ben sperare proprio perché non promette miracoli ma chiede (e non auspica) una presa di coscienza politica che comporta sacrifici. Non quelli dell’intervento d’urgenza, i 755 milioni di dollari da investire nel Programma alimentare mondiale per scongiurare una carestia planetaria. E nemmeno i quasi 2 miliardi di dollari che bisognerà trovare per consentire alla Fao (l’agenzia dell’Onu per il Cibo e l’Agricoltura) di stimolare la reale messa a profitto dei campi nei Paesi in via di sviluppo. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Tutto questo è solo denaro, basterà aprire il portafogli. Bisognerà invece aprire la mente e la coscienza</span> quando, come prevede la terza fase del Piano, l’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) dovrà ridiscutere le regole in merito soprattutto ai sussidi che i Paesi sviluppati (Europa e Usa per primi) concedono con larghezza agli agricoltori, impedendo il decollo di altre aree del pianeta e relegando le loro popolazioni nella povertà permanente. </p>
<p style="text-align: justify; text-indent: 8.5px; line-height: 12px; font: normal normal normal 11px/normal 'Times New Roman'; margin: 0px">     Ban Ki Moon ha ricordato che già oggi, quando cioè la portata di questa crisi non è stata fino in fondo misurata, <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">3 milioni e mezzo di bambini l’anno muoiono di fame</span>. Ed è giusto ricordarlo per una questione morale ma anche per una questione economica. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">La crisi ha colpito sessanta Paesi ma nessuno di essi è noto per le sue carestie.</span> In altre parole: il cibo c’è, sono le distorsioni del mercato, le bizzarrie del clima (per esempio la siccità che ha colpito l’Australia, che produce il 16% di tutto il grano del mondo), le speculazioni e l’impiego sempre più massiccio di cereali per biocarburanti a renderlo una merce meno libera e disponibile. Il che, da un certo punto di vista, può consolare: si può rimediare, ma bisogna volerlo fare e saperlo fare in fretta.</p>
<p style="text-align: justify; text-indent: 8.5px; line-height: 12px; font: normal normal normal 11px/normal 'Times New Roman'; margin: 0px">     Dei propositi dell’Onu lascia semmai perplessi la folla di organizzazioni, ben 27, a cui essi vengono affidati. E’ una questione da non sottovalutare, come insegna uno studio realizzato da Homi Karas e Abdul Malik per la <span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">Brookings Institution</span>. Intanto <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">nel 2007, per la prima volta in 10 anni, gli aiuti allo sviluppo sono diminuiti, fermandosi a 103,7 miliardi di dollari.</span> Di questi 103,7 miliardi, solo 48 sono andati in piani di sviluppo strutturali; di questi 48 miliardi, solo la metà è arrivata alle popolazioni, il resto si è “disperso” (eufemismo) per via. In più, gli aiuti sono troppo frammentati: nel 1997 il finanziamento medio per progetto era di 2,5 milioni di dollari, nel 2004 di 1,5. In sintesi: troppi piccoli donatori e troppe agenzie che lottano per i fondi. Speriamo che la gravità della situazione induca a una migliore e più seria divisione dei ruoli.   </p>
<p style="text-align: justify; text-indent: 8.5px; line-height: 12px; font: normal normal normal 11px/normal 'Times New Roman'; margin: 0px"> </p>
<p style="text-align: justify; text-indent: 8.5px; line-height: 12px; font: normal normal normal 11px/normal 'Times New Roman'; margin: 0px">Pubblicato su <span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">Avvenire</span> del 30 aprile 2008     <span style="font-family: Georgia; font-size: 16px; line-height: 20px" class="Apple-style-span"><a href="http://www.avvenire.it">http://www.avvenire.it</a></span></p>
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		<title>PER UNA CIOTOLA DI RISO IN PIU&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Apr 2008 21:31:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[     Della crisi alimentare mondiale si è letto e si è scritto molto. E’ arrivata travolgendo circa trent’anni di cibo a buon prezzo e un mercato mondiale dell’agricoltura ampiamente distorto nelle sue dinamiche dall’assurdità dei sussidi usati dasi Paesi già ricchi per proteggere le proprie coltivazioni da quelle dei Paesi meno ricchi o poveri.  Ciò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>     Della crisi alimentare mondiale si è letto e si è scritto molto. E’ arrivata travolgendo circa trent’anni di cibo a buon prezzo e un mercato mondiale dell’agricoltura ampiamente distorto nelle sue dinamiche dall’assurdità dei sussidi usati dasi Paesi già ricchi per proteggere le proprie coltivazioni da quelle dei Paesi meno ricchi o poveri.  Ciò che continua a stupire, però, è che nessuno è riuscito a lanciare un minimo allarme in tempo utile. Non sul lungo periodo, perché la corsa dei prezzi risale almeno all’anno 2000 e in otto anni nessun programma serio è stato varato per affrontarla. Ma nemmeno sul breve periodo: <strong>l’anno scorso il prezzo del frumento è salito del 77%</strong> e quello del riso del 16% ma nessuno se n’è dato per inteso e da gennaio 2008 il prezzo del riso è poi salito addirittura del 140%.<br />
     Altra particolarità di questa crisi: dall’Argentina al Burkina Faso, colpisce contemporaneamente decine <strong>di Paesi (58, per la precisione)</strong> assai diversi tra loro, accomunati da un’unica caratteristica, quella di non essere tradizionalmente affetti da carestie. In altre parole: il cibo c’è, da qualche parte, ma costa troppo. Su questa assurda realtà influisce senza dubbio la maggiore richiesta di cibo da parte di <strong>due miliardi di persone che, tra Cina e India, chiedono solo di alimentarsi meglio</strong> per vivere meglio. Ma ormai il pianeta è fatto di vasi comunicanti, di mercati aperti che spostano le commodities (anche gli alimenti lo sono) laddove la richiesta e la disponibilità a pagare sono maggiori.<br />
     Tutto questo inevitabilmente si scarica sui più poveri. <strong>Un miliardo e mezzo di persone sul pianeta vive con 1 o 2 dollari al giorno</strong>. La Banca Mondiale ha costruito scenari di questo genere: coloro che dispongono di 2 dollari al giorno, con il caro-cibo sono costretti a saltare dei pasti e a non mandare più i figli a scuola; quelli che dispongono di 1 dollaro al giorno, vuol dire rinunciare alla carne e alla verdura e vivere di soli cereali. Più in generale, la crisi alimentare già a questo punto avrebbe respinto <strong>100 milioni di persone</strong> verso la povertà assoluta, quella di 1 solo dollaro al giorno, cancellando così i risultati di circa 10 anni di battaglie contro la povertà.<br />
     Un dramma che, a prima vista, riguarda solo i Paesi del sottosviluppo. Ma non è così. <strong>Più povertà nel mondo vuol dire più guerre, più estremismo, più flussi migratori verso i Paesi sviluppati, più tensioni lungo i confini</strong>. Vuol dire anche milioni e milioni di persone che, per sopravvivere, uccidono gli animali, tagliano i boschi, incidono in maniera più selvaggia sull’ambiente. Vuol dire catastrofi umanitarie a cui qualcuno dovrà provvedere. Ci riguarda, eccome.<br />
   <br />
<a href="http://www.ifpri.org">http://www.ifpri.org</a></p>
<p><a href="http://www.worldbank.org">http://www.worldbank.org</a></p>
<p><a href="http://www.wfp.org/italia/">http://www.wfp.org/italia/</a></p>
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		<title>SI FA PRESTO A DIRE &#8220;AIUTI&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Apr 2008 16:46:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[     Da non perdere lo studio che Homi Karas e Abdul Malik hanno scritto per la Brookings Institution sui problemi della cooperazione allo sviluppo. Non tanto per i dati di fatto, che sono relativamente noti: gli obiettivi fissati dal Fondo Monetario Internazionale per il 2015 non saranno raggiunti; nel 2007, per la prima volta dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">     Da non perdere lo studio che Homi Karas e Abdul Malik hanno scritto per la <em>Brookings Institution</em> sui problemi della cooperazione allo sviluppo. Non tanto per i dati di fatto, che sono relativamente noti: gli obiettivi fissati dal Fondo Monetario Internazionale per il 2015 non saranno raggiunti; nel 2007, per la prima volta dopo 10 anni, l’aiuto ai Paesi in via di sviluppo è diminuito (103,7 miliardi di dollari) e, se i Paesi &#8220;ricchi&#8221; manterranno l’attuale trend nelle donazioni, nel 2010 mancheranno circa 40 miliardi di dollari.</p>
<p align="justify">     Sempre nel 2007, fanno notare i ricercatori, <strong>solo 48 miliardi di dollari</strong> (come si vede, meno della metà del totale) <strong>sono stati investiti in piani di sviluppo</strong> strutturali, a lungo termine: il resto è andato in emergenze di vario genere. <strong>Di quei 48 miliardi, inoltre, solo la metà ha raggiunto le popolazioni interessate</strong>, perché l’altra metà è andata &#8220;dispersa&#8221; (delicato eufemismo) lungo la strada. Ovvero: 24 miliardi di dollari per 1 miliardo di poveri sulla Terra fanno 24 dollari a testa l’anno. Altro che sviluppo…</p>
<p align="justify">     Tutto questo riguarda, come si vede, la generosità dei donatori e l’ingordigia e la disorganizzazione dei destinatari. Karas e Malik, però, fanno notare che <strong>il vero problema sta nella disorganizzazione dei donatori</strong> che, aggiunta a un certo tasso di ipocrisia, contribuisce a costruire un grande pasticcio mondiale. Per prima finisce sotto accusa la frammentazione degli aiuti: secondo la Banca Mondiale, <strong>il numero medio di donatori per Paese è passato dai 12 del 1960 ai 33 del 2005</strong> (e in qualche Paese si arriva a 40), con una pletora di agenzie umanitarie che si fanno concorrenza e disperdono gli sforzi. Nel 1997 il finanziamento medio per progetto era di 2,5 milioni di dollari, nel 2004 solo di 1,5. In sintesi: troppi donatori (con relativi problemi di coordinamento e organizzazione) e donazioni troppo piccole, quindi incapaci di smuovere davvero la situazione.</p>
<p align="justify">     Altro aspetto: l’eccessivo peso dell’Assistenza Tecnica (che negli anni Settanta assorbiva il 21% delle donazioni e all’inizio del 2000 era già arrivata al 26%) a scapito dei veri <strong>Progetti di Sviluppo, ai quali era dedicato il 68% dei fondi negli anni Settanta e solo il 46% in questi ultimi anni</strong>. Solo i Progetti di Sviluppo possono realmente incidere, a medio o lungo termine, sulle condizioni di vita di centinaia di milioni di essere umani. Ma l’Assistenza Tecnica viene spesso utilizzata, oltre che per il naturale compito di assistere il personale di Paesi di solito arretrati (comunque, più arretrati dei Paesi donatori), anche per soddisfare le esigenze di bilancio delle agenzie umanitarie e, in molti casi, per distribuire fondi agli alleati politici di questo o quel Paese destinatario di aiuti economici. Faremmo bene a pensarci sù, soprattutto in tempi come questi, in cui il mercato dei prodotti agricoli e delle materie prime e la corsa dei relativi prezzi (da quello del riso a quello del petrolio) ci dimostrano ogni giorno, e in modo persino brutale, che cosa significhi la parola &#8220;globalizzazione&#8221;.</p>
<p align="justify"><a href="http://www.brookings.edu">http://www.brookings.edu</a>    <em>Per lo studio di Homi Karas e Abdul Malik</em></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
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		<title>MANCA IL PANE. CHE FAI, METTI UN DAZIO?</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Apr 2008 18:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[     Nel periodo marzo 2007–marzo 2008, comunica la Fao (l’agenzia dell’Onu per il Cibo e l’Agricoltura), il mais è rincarato del 31%, il riso del 74%, la soia dell’87%, il grano del 130%. Fa impressione. Ma fa ancora più impressione se pensiamo che alla corsa folle dei prezzi dei generi alimentari (quasi raddoppiati dal 2000 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>     Nel periodo marzo 2007–marzo 2008, comunica la Fao (l’agenzia dell’Onu per il Cibo e l’Agricoltura), il mais è rincarato del 31%, il riso del 74%, la soia dell’87%, il grano del 130%. Fa impressione. Ma fa ancora più impressione se pensiamo che alla corsa folle dei prezzi dei generi alimentari (quasi raddoppiati dal 2000 a oggi) si affianca quella dell’oro (ormai alla soglia, mai toccata, dei 1.000 dollari per 28,35 grammi, cioè un’oncia), del petrolio arrivato qualche giorno fa ai 112 dollari a barile (pari a 158,7 litri) quando sei mesi fa era a 88 dollari ed era già un record, dell’acciaio, del cemento, in pratica di quelli che possiamo definire i “generi alimentari di base” della crescita economica.<br />
     Di questa corsa si sono ormai accorti tutti, forse perché le conseguenze si fanno sentire anche nel Primo Mondo: se ne parlava poco quando i disordini per il cibo facevano morti in Camerun, in Costa d’Avorio e a Haiti (e danni in Burkina Faso, Senegal, Mauritania, Mozambico), <strong>è scattato l’allarme quando la Russia ha bloccato i prezzi di pane, olio, zucchero e farina, in Argentina e Perù sono scoppiate le rivolte, negli Usa il numero di pasti gratuiti distribuiti ai poveri è cresciuto del 20% in un anno</strong>, in Europa abbiamo cominciato a fare i conti anche nel comprare il pane. E’ allora scattata un’altra corsa, quella ai pareri e alle ricette. Ma da questa crisi non usciremo se non partiremo dalla realtà delle persone prima che da quella dei numeri.<br />
     Il “caro cibo”, infatti, non colpisce ovunque allo stesso modo. Noi ce la prendiamo con i commercianti o con il Governo, ma quasi sempre ragioniamo su una limatura del superfluo. <strong>In Asia, Africa e America del Sud, invece, ci sono miliardi di persone alle quali la spesa per il cibo consuma di norma il 70-80% del reddito. Se aumenta il pane o il riso, saltano i pasti.</strong> I più miopi pensano che bastino adeguate barriere doganali a tenere ognuno al proprio posto. Non è vero: ieri il Governo dell’India ha bloccato l’esportazione di riso basmati, alimento base per quasi un miliardo di indiani. La ragione: il basmati è rincarato del 60% in sei mesi e all’India serve ogni chicco prodotto. Il risultato: in tutto il resto dell’Asia, ora, c’è scarsità di riso, che infatti continua a rincarare. Non solo gli asiatici mangiano riso, però. E così il prezzo del riso cresce anche negli Usa o in Italia.<br />
      Vale per il cibo ciò che vale per il petrolio. Se un miliardo e 300 milioni di cinesi posano la bici e prendono la moto o l’auto, e così fa pure un miliardo di indiani, il petrolio rincara. Se altrettante persone non si contentano più di una ciotola di riso ma ne vogliono due, magari con un pezzo di carne, rincara il cibo. E il problema, che all’inizio sembra lontanissimo, arriva in fretta da noi. <strong>Così com’è piombata sui mercati la siccità che ha colpito l’Australia, inaridendo i campi di grano. Metteremo dei dazi anche contro il clima altrui?</strong> Alla base della questione c’è proprio l’idea che si possa globalizzare la finanza tenendo però isolati gli interessi complessivi dei singoli Paesi. Che si possa investire dove ci pare, nazionalizzando però solo i vantaggi. In parte è giusto: perché investire se non si può avere un adeguato profitto? Ma proprio per la globalizzazione, a un certo livello i problemi non sono più di questa o quella nazione (lo è forse la crisi Usa dei mutui?) ma di tutti. E quindi, ripetendo una scontata verità: <strong>la solidarietà non è solo giusta ma conveniente.</strong> L’equilibrio tra le diverse parti è una virtù. E nel mondo del mercato aperto (certo non voluto dai Paesi in via di sviluppo) non ci sono più portoni dietro cui rinchiudersi. Morale: se proprio non riusciamo a essere buoni, cerchiamo almeno di farci furbi.<br />
Pubblicato sull&#8217;<em>Eco di Bergamo</em> del 14.4.2008</p>
<p><a href="http://www.fao.org">http://www.fao.org</a>                         <a href="http://www.feedingminds.org/info/background_it.htm">http://www.feedingminds.org/info/background_it.htm</a></p>
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		<title>COL CARO PETROLIO NEL PIATTO</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Apr 2008 19:40:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[     Manifestazioni di protesta in Russia, dove pure il Cremlino ha bloccato da mesi il prezzo di pane, olio, zucchero e farina. Assalti ai forni in Egitto. Rivolte a Haiti. Distribuzione di sacchi di riso ai poveri nelle parrocchie delle Filippine. Violenze in Costa d&#8217;Avorio (un morto), in Camerun (dieci morti nelle proteste contro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>     Manifestazioni di protesta in Russia, dove pure il Cremlino ha bloccato da mesi il prezzo di pane, olio, zucchero e farina. Assalti ai forni in Egitto. Rivolte a Haiti. Distribuzione di sacchi di riso ai poveri nelle parrocchie delle Filippine. Violenze in Costa d&#8217;Avorio (un morto), in Camerun (dieci morti nelle proteste contro il rincaro di benzina e generi alimentari), disordini più o meno gravi in Burkina Faso, Senegal, Mauritania, Mozambico, Indonesia, Argentina e Perù. Persino negli Stati Uniti le organizzazioni di aiuto ai poveri denunciano che nell&#8217;ultimo anno le richieste di pasti gratuiti sono cresciute del 20%. Tutto nel 2008, tutto a causa dell&#8217;impennata dei prezzi dei generi di prima necessità.       Da un certo punto di vista non c&#8217;è differenza tra il petrolio e, per dire, la carne. Un miliardo e 300 milioni di cinesi (o 900 milioni di indiani) vogliono muoversi di più e meglio ma anche mangiare di più e meglio: <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">più carne, più latte, e prodotti più raffinati e pregiati, magari prodotti da altri mentre i contadini di ieri si trasformano in operai, impiegati, commercianti.</span> Il fatto è che i rincari in qualche modo provocati da chi si avvia a stare meglio si riversano sui già magri bilanci di chi continua a star male o poco bene: nelle aree meno sviluppate del mondo <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">la spesa per i generi alimentari arriva già ad assorbire il 70-80% del reddito</span> delle famiglie. Qualunque aumento, qui, può significare il tracollo.    Mangiare meglio, però, significa cambiare in modo significativo le produzioni agricole. L&#8217;economista <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Paul Krugman</span> ha spiegato che per produrre la quantità di carne necessaria a fornire 100 calorie, occorre produrre prima una quantità di mangimi animali pari a 700 calorie. Ciò significa, tra l&#8217;altro, che mentre l&#8217;agricoltura si adegua e si mette in grado di fornire agli allevatori le tonnellate di cereali in più che servono, i prezzi inevitabilmente salgono. E se tutto questo avviene in tempi stretti (e rapidissimo è stato il progresso economico della Cina, dell&#8217;India e di altri Paesi asiatici), l&#8217;aumento dei prezzi dei cereali è ancor più violento. Il petrolio, però, entra in questa partita anche in modo più semplice ma ugualmente devastante.<span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span"> Le macchine impiegate in agricoltura consumano molto petrolio.</span> Come abbiamo visto, se serve più carne servono più cereali; se servono più cereali bisogna lavorare di più la terra. E con il petrolio fisso sopra i 100 dollari a barile, e spesso oltre i 110 dollari a barile, il costo di tale lavorazione non può che crescere.    Questa tendenza non è nuovissima (secondo gli esperti è partita nel 2002) ma ancora non si sono trovate le necessarie contromisure. L&#8217;inquietudine deriva soprattutto dal fatto che la corsa dei prezzi accelera. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Dal 2002 a oggi il rincaro è stato del 65%</span> in media, ma nel solo ultimo anno del 35%. Ieri, in una sola seduta di Borsa, il prezzo del caffè è cresciuto del 2,5%, quello dello zucchero  del 4%, quello del cacao del 3%. I semi di soia sono rincarati del 5% e il mais e il riso hanno toccato il massimo storico. Gli studiosi prevedono inoltre che fino al 2015 non vi sarà segno di una remissione dei prezzi. Il che tra le tante altre cose significa anche questo: <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">u</span><span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">na politica per il pianeta è più che mai necessaria.</span> Non tanto per fare gli ecologisti ma piuttosto per capire che o ci si regola tutti insieme o si sprofonda tutti insieme.    http://<a href="http://www.fao.org">www.fao.org</a><a href="http://www.fao.org"></a><a href="http://web.mit.edu/krugman/www">http://web.mit.edu/krugman/www</a> </p>
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