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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Borsa</title>
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		<title>ANCHE I RICCHI PIANGONO. COSI&#8217; LA CRISI MONDIALE HA COLPITO I MILIARDARI</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Aug 2009 19:13:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cari ricconi, quanti siete? Dove siete? Spulcio sempre con curiosità l’annuale “World Wealth Report” (Rapporto sulla ricchezza mondiale) pubblicato da Merril Lynch e Capgemini (www.us.capgemini.com). I dati sulla distribuzione della ricchezza individuale sono di per sé appassionanti. Il Rapporto divide i fortunati in tre categorie. Gli acronimi inglesi sono complicati, semplifichiamo così: milionari (quelli che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari ricconi, quanti siete? Dove siete? Spulcio sempre con curiosità l’annuale “World Wealth Report” (Rapporto sulla ricchezza mondiale) pubblicato da Merril Lynch e Capgemini (<a href="http://www.us.capgemini.com">www.us.capgemini.com</a>). I dati sulla distribuzione della ricchezza individuale sono di per sé appassionanti. Il Rapporto divide i fortunati in tre categorie. Gli acronimi inglesi sono complicati, semplifichiamo così: milionari (quelli che hanno almeno 1 milione di dollari di liquidi investibili), supermilionari (almeno 5 milioni di dollari), ultramilionari (oltre 30 milioni di dollari). Sono escluse dal conto, come vedete, i beni di consumo e le residenze primarie.</p>
<p><span id="more-714"></span> <br />
      <strong>Il 2008, l’anno in cui la crisi finanziaria è esplosa</strong> è si è diffusa nel mondo, ha portato grandi delusioni ai nostri amici danarosi. Il numero dei milionari è calato del 14,9% rispetto al 2007 e la loro disponibilità finanziaria del 19,5%. Ancora peggio è andata agli ultramilionari, calati del 24,6% e meno ricchi di prima del 23,9%. Molti di questi sono addirittura scesi di categoria e si sono ritrovati in compagnia di quei poveracci dei supermilionari.<br />
Veniamo al dove, molto ben specificato dall’indagine Merril Lynch-Capgemini. Ecco la classifica per nazioni:<br />
<strong>1. Usa</strong> (2 milioni e 460 mila milionari a fine 2008, erano 3 milioni e 190 mila nel 2007)<br />
<strong>2. Giappone</strong> (1 milione e 366 mila nel 2008, 1 milione e 517 mila nel 2007)<br />
<strong>3. Germania</strong> (810 mila nel 2008, 833 mila nel 2007)<br />
<strong>4. Cina</strong> (364 mila nel 2008, 491 mila nel 2007)<br />
<strong>5. Gran Bretagna</strong> (362 mila nel 2008, 491 mila nel 2007)<br />
<strong>6. Francia</strong> (346 mila nel 2008, 396 mila nel 2007)<br />
<strong>7. Canada</strong> (213 mila nel 2008, 281 mila nel 2007)<br />
<strong>8. Svizzera</strong> (185 mila nel 2008, 212 mila nel 2007)<br />
<strong>9. Italia</strong> (164 mila nel 2008, 207 mila nel 2007)<br />
<strong>10.  Brasile</strong> (131 mila nel 2008, 143 mila nel 2007).</p>
<p>     </p>
<p>     <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/08/dollari.thumbnail.jpg" alt="dollari.jpg" />    <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/08/dollari.thumbnail.jpg" alt="dollari.jpg" />    <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/08/dollari.thumbnail.jpg" alt="dollari.jpg" /></p>
<p>      <strong>La classifica assoluta dice qualcosa ma non tutto</strong>. Sono gli spostamenti a rendere il tutto più interessante. Per esempio: Usa, Giappone e Germania radunano, da soli il 54% di tutti i ricconi del mondo. Ma in Usa e Giappone i loro rovesci sono stati maggiori, dal punto di vista percentuale, che in Germania, dove l’economia è meno legata alla speculazione finanziaria e più ancorata all’industria e a investimenti tradizionali. Come gli Usa e il Giappone, hanno molto patito il 2008 i milionari della Gran Bretagna e ancor più di Hong Kong, piazze dove la Borsa e l’intermediazione finanziaria conta molto. Sorte analoga hanno vissuto, anche se per ragioni opposte, i danarosi di India e Russia: la crisi globale ha ridotto drasticamente la domanda dei beni di cui sono fornitori. Per la Russia un doppio crollo: quello del prezzo di gas e petrolio e quello della Borsa, calata del 71,7%, record del mondo del 2008. <strong>Il continente che ha patito di meno? L’America Latina</strong>, soprattutto grazie a Brasile (i suoi milionari sono calati “solo” dell’8,4% e il Paese si è insediato al decimo posto della classifica superando la Spagna), Messico e Colombia.<br />
      <strong>Fin qui le curiosità, il colore</strong>. Il Rapporto, però, merita uno studio più accurato in altre parti, soprattutto quella in cui spiega come la crisi mondiale sia stata per molto tempo (dieci anni) in “cottura” prima di esplodere e diffondersi ovunque. Ecco le tendenze che avremmo dovuto tener d’occhio:<br />
<strong>1. L’accumulo di riserve in valuta nei Paesi dell’Asia</strong> (colpiti da una grave crisi finanziaria nella seconda metà degli anni Novanta) e in quelli ricchi di risorse energetiche. Queste riserve sono state poi investite e sono andate a finanziare il debito dei Paesi sviluppati e inclini alla spesa. All’inizio della crisi, il 60% dei buoni del Tesoro Usa erano in mano a investitori stranieri, privati e istituzionali.<br />
<strong>2. Quell’enorme disponibilità di denaro contante</strong> ha spinto molti Paesi e spendere senza freni. Il Rapporto chiama in causa per primi gli Usa (i loro consumi nel 2008 ancora generavano il 18,6% del Prodotto interno lordo di tutto il mondo) ma anche Spagna, Gran Bretagna e Australia.<br />
<strong>3. L’affannosa ricerca di investimenti vantaggiosi</strong> per finanziare i consumi ha favorito lo sviluppo di sistemi finanziari opachi e infine incontrollabili. Con i risultati che si sono visti.<br />
C’è poco altro da dire. Speriamo almeno che ci serva da lezione per il futuro.</p>
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		<title>VIVERE PER CONSUMARE NON E&#8217; OBBLIGATORIO, NEMMENO SE C&#8217;E&#8217; LA CRISI</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 17:53:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>      Su “Affari e Finanza”, il supplemento economico di “la Repubblica”, ho trovato un articolo del sociologo Giampaolo Fabris che, molto modestamente, mi permetto di segnalare a chi per caso non l’avesse visto. Già il titolo è chiarissimo: “Il consumatore non è al servizio di chi produce”. La tesi di Fabris non lo è meno: sono i consumatori “in questa fase storica e di raggiunto tenore di vita, a dover soddisfare bisogni altrui, espressi da chi produce beni o servizi”. E aggiunge: “Vi è il fondato sospetto che, nei Paesi industriali avanzati, <strong>una stasi nei consumi non significhi affatto un peggioramento della qualità della vita</strong>”, anche perché “ormai in gran parte dei comparti merceologici gli acquisti sono di sostituzione. Il più delle volte i beni sostituiti non generano, al di là dell’immediato, maggiore soddisfazione”.<br />
      Sono assolutamente grato a Fabris per aver espresso in termini così chiari e sintetici una sensazione sulla quale mi interrogo da tempo. A modo mio, <strong>credo di essere un consumatore piuttosto in linea con il mio tempo</strong>. Non ho grande passione per orologi, automobili, apparecchi hi-fi, macchine fotografiche, I-Pod e così via, cioè per beni e gadget che comportano una certa spesa, e che peraltro potrei permettermi solo in ridottissima parte. Riesco però a essere un consumatore quasi compulsivo di prodotti minimi o piccoli. Per dire: berretti (ne avrò venti…), penne e biro, libri, taccuini di ogni forma e colore, maglioni. Adoro mercati e mercatini, da cui ovviamente non esco mai indenne.<br />
      Mi succede sempre più spesso, però, di fermarmi sulla soglia dell’ennesimo acquisto futile ma piacevole. Non perché sia diventato saggio ma perché il discorso continuo sulla crisi economica, e la crescita di dazi e tariffe che riduce il mio margine di benessere, mi portano a considerare che, appunto, si tratterebbe dell’ennesimo acquisto nello stesso genere. L’ennesimo berretto, l’ennesima penna, l’ennesimo taccuino. <strong>Una considerazione che ammazza il piacere dell’acquisto e lo riduce a mero e arido meccanismo</strong>. Proprio quello che identifica Fabris quando parla di “sostituzione”.<br />
      Dal discorso del sociologo resta fuori, ovviamente, quella fascia di persone (lui la valuta, in Italia, in circa il 15% della popolazione) che vive alle soglie della povertà e per la quale un maggiore accesso ai consumi significa una vita migliore. Ma è del restante 85% che stiamo parlando, la vasta maggioranza a cui anche io appartengo: consumiamo per esistere o esistiamo per consumare?<br />
      Non voglio fare, qui, una tirata vecchio stile contro il consumismo. <strong>Se le aziende che producono beni di consumo dovessero chiudere, appunto per mancanza di consumi, scaricherebbero sulla società una disoccupazione di massa, un dramma cui nessuno vuole assistere</strong>. Adesso, però, sentiamo ogni giorno intorno a noi la pressione a consumare (“incentivare i consumi”, è la formula economica di rito) anche se magari consumiamo già abbastanza. Insomma: non sarò mica l’unico che ha già più o meno tutto ciò che gli serve, un tot di superfluo e che quindi può dire “sono a posto così, grazie, non mi serve niente”?<br />
      Dev’essere possibile una via di mezzo. Fabris considera la scarsa quota di  innovazione offerta dai prodotti destinati al consumo di massa. Vero, però non si può pretendere che ogni anno qualcuno inventi il computer portatile o il telefono cellulare, strumenti che ci hanno cambiato la vita, o almeno il modo di lavorare. Personalmente, <strong>credo che la realtà ci stia imponendo una revisione non drammatica ma sensibile del sistema di vita.</strong> Non facciamoci ingannare: la crisi finanziaria ed economica passerà, la recessione finirà, ma in ogni caso il mondo non sarà più quello di prima. Per un po’ di anni, chi oserà indebitarsi a morte per comprare il Suv come succedeva negli Usa negli anni scorsi? Chi si fiderà ancora delle più spericolate speculazioni di Borsa? Chi oserà negare che il risparmio e l’investimento nel mattone, virtù tipiche degli italiani, sono cose da bel tempo antico e non semplici e sane precauzioni? D’altra parte le risorse del pianeta sono vaste ma limitate, mentre intanto si affacciano alla soglia del benessere centinaia di milioni di persone “nuove”: cinesi e asiatici in genere, russi ed europei dell’Est. Vogliono anche loro una fetta del piacere di consumare e sempre più la vorranno in futuro.<br />
      Ripeto un po’, mi rendo conto, il tema del post del 15 novembre (“<em>Col fucile della crisi alla schiena anche gli italiani diventano saggi”</em>). Ma sono convinto che <strong>ci toccherà non tanto ridurre i consumi (più di tanto non potremmo, nemmeno volendo) quanto piuttosto cambiare certe abitudini</strong>. A molti succederà ciò che è successo a me qualche giorno fa: mi sono guardato intorno, nella mansarda dove lavoro, e ho realizzato che con le mie penne e i miei taccuini potranno scrivere le prossime quattro generazioni. Non credo che questo abbatterà l’industria della cancelleria, di certo mi farà risparmiare qualche euro.     </p>
<p>Per il pezzo di Giampaolo Fabris su Affari&amp;Finanza del 17 novembre 2009:<br />
<a href="http://www.repubblica.it/supplementi/af/2008/11/17/economiaitaliana/014cunsume.html">http://www.repubblica.it/supplementi/af/2008/11/17/economiaitaliana/014cunsume.html</a></p>
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		<title>IMPAZZA IL TOTO-OBAMA, ORSU&#8217; GIOCHIAMO ANCHE NOI</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Nov 2008 11:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      La corsa all’accaparramento di Barack Obama, il coretto di “io l’avevo detto” e “lui mi somiglia molto”, fa il paio con l’allineamento immediato dei grandi editorialisti, per i quali un Presidente come George Bush, che teorizzava la guerra preventiva, e un Presidente come Obama, che dice nel primo discorso “la vera forza della nostra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      La corsa all’accaparramento di Barack Obama, il coretto di “io l’avevo detto” e “lui mi somiglia molto”, fa il paio con l’allineamento immediato dei grandi editorialisti, per i quali un Presidente come George Bush, che teorizzava la guerra preventiva, e un Presidente come Obama, che dice nel primo discorso “la vera forza della nostra nazione non scaturisce dalla potenza delle nostre armi”, sono figli della stessa filosofia, della stessa impostazione politica, in definitiva della stessa America.<br />
      Gli uni e gli altri riflettono<strong> la natura intimamente provinciale della classe dirigente del nostro Paese</strong>, incapace di un giudizio davvero autonomo e originale, sempre desiderosa di stare nel gregge, di piacere, disposta a un ruolo gregario pur di avere un qualche spicchio della ribalta. Il perfetto <em>pendant</em> intellettuale di questo teatrino è la divertente parata di titoli e dichiarazioni in cui, con granitica sicurezza, si annunciano i prossimi, e certo inevitabili, provvedimenti del nuovo inquilino della Casa Bianca. Il tutto dopo aver annunciato a tutte lettere che <strong>con l’elezione di Obama “è cambiato il mondo”</strong>. Io non lo credo, come non lo credevo dopo l’11 settembre 2001 e le stragi dei terroristi di Al Qaeda, anche se ovviamente non mi sfugge che l’elezione del primo presidente nero degli Usa ha un suo enorme significato, se non altro simbolico. Ma se davvero con Obama presidente il mondo cambia, come facciamo a essere tanto sicuri della direzione che prenderà?<br />
      E’ un gioco, nulla più. E allora giochiamo, facciamo gli sportivi. <strong>Tentiamo qualche pronostico e vediamo quel che poi succede davvero.</strong> Metto i miei qui di seguito, in bell’ordine. Diritto di replica garantito, come sempre, a chi non è d’accordo o la vede in modo diverso. Meglio, però, se si esprime subito, quando giocare all’indovino ha ancora senso ed è più divertente. Dunque:<br />
<strong>1. Obama darà assoluta priorità all’economia</strong>. Cioè al tema che più preoccupa gli americani, il tema che gli ha fatto vincere le elezioni. Sostegno ai giganti dell’automobile, agevolazioni nel credito alle piccole e medie imprese, detassazione dei redditi bassi (e tassazione di quelli molto alti), questi al momento i cardini del suo programma. Pare evidente che si tratti di una logica estensione dell’intervento già deciso dal duo Bush-Paulson per alleggerire il crack della Borsa e delle banche. Dopo il sistema finanziario, insomma, ci si occupa dell’economia reale, nel tentativo di rilanciare i consumi e con quelli la produzione. Siamo ancora nella logica dell’intervento d’emergenza, e non potrebbe essere altrimenti. Io credo però che difficilmente basterà a rimettere in moto la macchina complessa dell’economia Usa e che Obama sarà costretto a guidare dalla Casa Bianca un riassetto generale che andrà a incidere sul “sistema di vita” così caro agli americani. Il credito (e quindi i debiti) superfacile, il consumo energetico senza freni e senza accortezze, il dollaro come valuta di riferimento mondiale (condizione necessaria per “succhiare” finanziamenti dal resto del mondo), l’impegno militare globale, ecco alcuni cardini che scricchiolano in modo ormai pauroso. Da qualche parte Obama dovrà tagliare.<br />
<strong>2. Primo piano all’economia nazionale significa secondo piano al resto</strong>. Certo, se Obama aiuterà il rilancio dell’economia Usa darà una mano anche al resto del mondo. Ma ci sono anche questioni dirette da affrontare. Per esempio: le truppe Usa in Iraq verranno ritirate in tempi brevi, come Obama prometteva all’inizio della campagna elettorale, in tempi più lenti come Obama ha detto in seguito, o chissà quando? La mia ipotesi è la terza perché, a dispetto di quanto dicono i neocon all’amatriciana, se i soldati Usa se ne vanno in Iraq salta tutto nel giro di un mese. E ancora: lo scudo stellare in Polonia, così inviso alla Russia, lo facciamo o no? Le truppe in Afghanistan le aumentiamo o no? E con l’Iran dalle aspirazioni nucleari, come ci regoliamo? La mia ipotesi è questa: in questi campi Obama farà il minimo indispensabile, proprio per potersi concentrare sulla questione economica. Terrà alte le bandiere tradizionali (no al nucleare iraniano, sì alla pace tra Israele e i palestinesi) e per il resto cercherà di avere meno grane possibile. Mi pare probabile una certa distensione con la Russia, che non può competere con gli Usa ma complicar loro la vità sì, e un gran traffichìo dipplomatico con la Cina, che controlla il debito estero Usa ed è aggressiva in tutti i campi, quello politico compreso. A dispetto delle previsioni e delle speranze, non mi vedo Obama correre al soccorso di tutte le democrazie pericolanti o dei movimenti di liberazione in difficoltà. Mi smentirà? Benissimo.<br />
<strong>3. Tra le tante polpette avvelenate che riceve in eredità da Bush, Obama si ritrova quella, particolarmente scottante, dell’Iraq</strong>. Se si ritira, l’Iraq ripiomba nel caos e l’Iran aumenta la propria influenza nella regione. Se non si ritira, non solo manca alle promesse elettorali ma non può nemmeno rinforzare seriamente il fronte dell’Afghanistan. E’ un’equazione difficile da risolvere: come si è sempre detto, l’Iraq era una trappola proprio per questo, perché era facile entrarci e difficilissimo uscirne. qui si vedrà il leader, perché una soluzione buona per tutti è quasi impossibile. Obama avrà il vantaggio di avere come interlocutore un Parlamento a maggioranza democratica, ma il problema resta. Mia previsione: non si ritirerà tanto presto dall’Iraq.</p>
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		<title>ADESSO CHE HANNO PAURA DELLA CRISI SON TUTTI EUROPEISTI</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 22:07:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Lo ammetto, quando si parla di Europa sono prevenuto. Nel senso che da molti anni, ormai, mi sono convinto che il progetto politico più utile, sensato e vincente in circolazione sia proprio quello che mira all’unità economica e politica dell’Europa. Proposito gigantesco, se pensiamo che fino al 1945 il continente è stato lacerato da stragi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Lo ammetto, quando si parla di Europa sono prevenuto. Nel senso che da molti anni, ormai, mi sono convinto che il progetto politico più utile, sensato e vincente in circolazione sia proprio quello che mira all’unità economica e politica dell’Europa. Proposito gigantesco, se pensiamo che <strong>fino al 1945 il continente è stato lacerato da stragi immani e, prima ancora, da nazionalismi ossessivi e distruttivi</strong>. Ma proprio per questo proposito da perseguire e, direi anzi, da coccolare.</p>
<p>      Per la stessa ragione sono convinto che il <strong>24 marzo 1988</strong>, giorno in cui l’Italia lasciò la lira per aderire all’euro, dovrebbe essere considerato festa nazionale e che <strong>Carlo Azeglio Ciampi</strong>, ministro del Tesoro e del Bilancio dal 1996 al 1999, dovrebbe essere onorato non tanto come un presidente emerito della Repubblica ma come uno degli eroi dell’Italia contemporanea.<br />
      Potete quindi capire la mia soddisfazione quando, nelle ultime settimane, li ho visti tutti, ma proprio tutti, <strong>andare ginocchioni alle istituzioni europee a chiedere di essere aiutati, difesi, protetti dalla crisi finanziaria che scuote le Borse e le banche e minaccia di riversarsi almeno in parte sull’industria</strong> attraverso una drammatica contrazione dei consumi.<br />
      Ma ve le ricordate la facce di bronzo nostrane, quelle che nel 2003-2004 non parlavano che del <strong>“fallimento della Ue”</strong> e addirittura ventilavano l’ipotesi di un’uscita dell’Italia dall’area euro? Quelli che titillavano i timori dei commercianti sostenendo che non stampare banconote da 1 euro era stato un gran disastro ma si dimenticavano di dire che prima dell’euro i tassi di interesse in Italia erano di circa 5 punti sopra la media degli altri Paesi? Quelli che, guarda la combinazione, non hanno mai ricordato che <strong>l’euro</strong> ci ha reso tollerabile anche la stagione del caro-petrolio, visto che il greggio è quotato in dollari e che il dollaro è assai più debole dell’euro? Quelli degli <strong>&#8220;euroburocrati&#8221;</strong> e della &#8220;Ue covo di massoni&#8221;?<br />
      Se non li ricordate voi, me li ricordo bene io. Tutti europeisti, adesso che anche i sassi hanno capito che, al cospetto di una vera crisi (come appunto è quella in atto) qualunque Paese che voglia andare da solo è morto. E mica si trovano solo da noi, le facce di bronzo. Pensate al buon <strong>Kaczinsky, il presidente della Polonia</strong>, che da quando si è affacciato alla politica non ha fatto altro che rompere le scatole all’Europa e leccare  i piedi agli Stati Uniti di Bush. Eccolo lì, anche lui, in concorrenza con il primo ministro Tusk che ha dovuto disputargli l’areo di Stato. Presenti anche <strong>gli irlandesi</strong>, solo qualche mese fa così orgogliosi di aver bocciato il <strong>Trattato di Lisbona</strong> e adesso tremebondi di fronte ai tracolli bancari.<br />
      E che dire del buon <strong>Sarkozy</strong>, per la verità uno dei più europeisti del mazzo. Per diventare Presidente aveva promesso <strong>un boom economico</strong> (una specie di “miracolo italiano” alla francese) che ovviamente non s’è visto. Poi aveva spiegato a destra e a manca che l’Europa andava bene, purché la Francia stesse al volante. Adesso che volano sassate gli va bene tutto e si spinge a sostenere che “aspettiamo da anni la nascita di un governo economico dell’Europa”.<br />
      Non prendetemi per troppo ingenuo. so che le istituzioni comunitarie non sono il Paradiso e non sono abitate solo da santi. E so che la politica, a tutti i livelli, è fatta anche di opportunismi e voltafaccia. <strong>Nutro però sempre la speranza che la gente non si faccia prendere troppo facilmente per i fondelli</strong>. E mi piacerebbe che le buone idee venissero apprezzate non solo quando la strizza ci distoglie dalle cavolate dei demagoghi.  </p>
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		<title>PETROLIO: CON LE FROTTOLE SULLA SPECULAZIONE NON SI ESCE DALLA CRISI</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jul 2008 23:06:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Asia]]></category>
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		<description><![CDATA[      Seguire la politica italiana rispetto a quella americana è come seguire il cinema tramite Blockbuster: tu sai che, con il debito ritardo, prima o poi ci trovi  gli stessi film che sono passati nelle sale. Così, qualche settimana dopo che negli Usa si era levato il coro sul caro petrolio provocato dalle speculazioni, ecco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Seguire la politica italiana rispetto a quella americana è come seguire il cinema tramite Blockbuster: tu sai che, con il debito ritardo, prima o poi ci trovi  gli stessi film che sono passati nelle sale. Così, qualche settimana dopo che negli Usa si era levato il coro sul caro petrolio provocato dalle speculazioni, ecco che anche da noi è partita <strong>la presunta caccia agli speculatori</strong>, con tanto di prese di posizione (inutili) e di iniziative (finte, perché nessuno ci ha creduto nemmeno per un attimo) in sede europea.<br />
      Oltre Oceano erano stati i neocon della <em>National Review</em> a dare il primo colpo di grancassa, qui da noi… beh, sappiamo chi e come. Per carità, il mercato dei <em>futures</em> (in pratica, una scommessa sul prezzo futuro di un determinato bene) meriterebbe una regolata. Ma indicarlo come il primo responsabile dell’aumento del prezzo del petrolio è una truffa intellettuale. <strong>La Cina, per fare un solo esempio, che ha avviato le sue riforme economiche solo all’inizio degli anni Novanta, oggi è già il secondo consumatore mondiale di petrolio dopo gli Usa</strong>. Aggiungiamo la crescita economica di tutta l’Asia, quella particolarmente impetuosa dell’India e la precipitosa motorizzazione dell’India (che ha anche lanciato l’automobile da 2.500 dollari) e della Cina (2 miliardi e 300 milioni di abitanti in due), e non dovrebbe essere difficile capire perché il petrolio aumenta di prezzo.<br />
      La speculazione rende ancor più acuto l’aumento? E’ probabile. Ma i neocon americani e i loro imitatori italiani non sono in grado di spiegare alcune cosette. In primo luogo, ci sono altri fattori che influiscono sul prezzo e che loro, invece non amano menzionare. Per esempio, <strong>le tensioni internazionali</strong>. Quando l’Iran del presidente Ahmadinejad ha lanciato i missili (compresi quelli inventati con i ritocchi fotografici) durante una serie di manovre militari, il prezzo del greggio è schizzato all’insù del 4%. Quanto ci sarà costata, in caro-petrolio, la guerra in Irak?<br />
      E poi: non vorranno mica farci credere che a speculare sui <em>futures</em> petroliferi siano solo spietati pescecani della finanza, magari simili a quegli ometti in frac e cilindro che per la propaganda bolscevica degli anni Venti rappresentavano lo spietato capitalista? Sui <em>futures</em>, come sugli altri prodotti finanziari ad alto rischio e alto reddito, speculano un po’ tutti, compresi i fondi pensione e gli altri fondi in cui molte categorie di lavoratori hanno investito i propri risparmi. E’ la Borsa, bellezza. Vuoi mettere sotto controllo i <em>futures</em>? Come detto, sarebbe anche giusto. Preparati, però, a una bella discesa degli indici di Borsa.<br />
       Ma ciò che più irrita è che la nostra classe politica direbbe qualunque cosa pur di non affrontare l’unico vero nodo della questione, che è questo: <strong>il petrolio è una risorsa di cui disponiamo in quantità enorme ma comunque non infinita</strong>. I catastrofisti dicono che finirà tra vent’anni (e lo dicono da cinquant’anni), gli analisti indipendenti dell&#8217;Odac (<em>Oil Depletion Analyasis) </em>hanno detto quaranta, uno studio della <em>British Petroleum</em> parla di almeno un secolo, il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita ha pronosticato due secoli: in realtà nessuno sa quando, ma prima o poi il petrolio finirà. I grandi giacimenti, tra l’altro, sono già stati ampiamente sfruttati e gli impianti possono ammodernarsi ma non ingrandirsi più di tanto: <strong>per questo l’Arabia Saudita, quando ha deciso di aumentare l’estrazione, ha potuto farlo per soli 200 mila barili al giorno. E dico “solo” perché gli Usa consumano 15 milioni di barili al giorno, poi c’è la Cina, l’India, l’Europa ecc. ecc.<br />
</strong>      Senza il petrolio si ferma tutto (l’industria cinese va a petrolio per il 90%, e infatti Pechino sta varando nuove centrali nucleari a decine). La situazione quindi è questa: abbiamo una risorsa essenziale (il petrolio, appunto), in quantità abbondante ma limitata, su un pianeta in cui la popolazione cresce e con lei crescono l’industria e la motorizzazione. Ciliegina sulla torta: lo usiamo come se fosse una bibita. In molti casi non è un modo di dire: <strong>negli Usa la benzina costa 70 centesimi di euro al litro, molto meno della Coca Cola.</strong> E’ probabile che nel futuro l’energia prevalente sarà quella nucleare ma per rendere il petrolio non più indispensabile a livello mondiale ci vorranno secoli. Basta pensare a questo: <strong>oggi, nel mondo (o, meglio, in 30 Paesi) ci sono 435 centrali nucleari funzionanti e produttive. Tutte insieme forniscono appena il 16% di tutta l’energia consumata sul pianeta</strong>.<br />
       Parlare di speculatori e speculazione, in questo quadro, è patetico. Questa non è una crisi passeggera ma di lungo periodo, ed è una crisi sistemica: <strong>in poche parole, dobbiamo trovare alla svelta un modo per consumare meno petrolio e per sfruttarlo meglio</strong>. Lo sanno bene gli industriali dell’automobile. Mentre politici e politicanti buttano fumo negli occhi, il colosso dell’automobile Ford ha deciso di cambiare rotta. Dopo aver prodotto per decenni i classici <em>pick up</em>, i camion (<em>truck</em>) più usati dagli americani e una serie infinita di Suv (<em>Sport Utility Vehicle</em>), la dirigenza Ford ha deciso di rovesciare la proporzioni dell’attuale produzione, oggi costituita al 60% da Suv e grossi veicoli.<br />
       Ford non si muove per beneficenza ma per necessità. Negli ultimi tre anni ha dovuto tagliare 40 mila posti di lavoro e tra 2006 e 2007 ha perso oltre 15 miliardi di dollari. Perché? Perché la gente non comprava più quei bestioni che fanno 6-7 chilometri con un litro. <strong>Il che significa che né gli industriali né i consumatori credono alla favoletta secondo cui, mettendo in galera due o tre speculatori di Wall Street, il prezzo del petrolio sia destinato a scendere</strong>. Certo, non un bel vedere per chi, or non è molto, in Italia lanciava fulmini e saette solo a sentir parlare di una supertassa sui Suv.</p>
<p>Per la situazione del nucleare nel mondo: <a href="http://world-nuclear.org/info/inf01.html">http://world-nuclear.org/info/inf01.html</a><br />
Per il Rapporto Ford sulla sostenibilità: <a href="http://www.ford.com/microsites/sustainability-report-2007-08/default">http://www.ford.com/microsites/sustainability-report-2007-08/default</a> </p>
<p>Per le analisi dell&#8217;Odac: <a href="http://www.odac-info.org">http://www.odac-info.org</a></p>
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		<title>DE PROFUNDIS PER IL VECCHIO DOLLARO</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jun 2008 21:40:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Sì, insomma, con il titolo mi sono fatto un po’ prendere la mano. Però i segnali di un forte ridimensionamento del potere internazionale del dollaro ci sono tutti, e sono pure abbastanza evidenti. Dmitrij Medvedev, presidente della Russia e soprattutto ex presidente del colosso dell’energia Gazprom, al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Sì, insomma, con il titolo mi sono fatto un po’ prendere la mano. Però i segnali di un forte ridimensionamento del potere internazionale del dollaro ci sono tutti, e sono pure abbastanza evidenti. Dmitrij Medvedev, presidente della Russia e soprattutto ex presidente del colosso dell’energia Gazprom, al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha duramente attaccatogli Usa, accusandoli di avere ambizioni superiori alle capacità sia politiche sia economiche.</p>
<p>     L’anno scorso, allo stesso Forum, <strong>Vladimir Putin</strong> aveva lanciato (ma dovrei forse dire “rilanciato”, perché era un vecchio progetto dell’Iran khomeinista) l’idea di <strong>una Borsa del petrolio con il greggio quotato non più in dollari ma in euro</strong>. Ieri <strong>Aleksej Miller</strong>, amministratore delegato di Gazprom, ha parlato di una Borsa del gas con i prezzi in rubli. E <strong>Boris Gryzlov</strong>, presidente della Duma (la Camera bassa del Parlamento russo) ha addirittura accennato a una Borsa dell’acqua, sempre in rubli.<br />
     Sogni di gloria, certo, e poco più. O no? Un anno fa <strong>il Kuwait</strong> (che non solo è uno dei maggiori produttori di petrolio del mondo, ma anche l’unico Paese al mondo che abbia il 25% del territorio occupato da basi militari Usa) decise di sganciare la propria valuta (il dinaro) dal dollaro e di agganciarla invece a un paniere di monete. La stessa decisione potrebbe a breve termine essere presa dall’intero <strong>Consiglio di Cooperazione del Golfo</strong> (creato nel 1981, comprende parte Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar e Emirati Arabi Uniti), ormai terrorizzato alla prospettiva di andare avanti col cambio fisso del dollaro che vige in pratica da trent’anni.<br />
      Potete ben capire quanta voglia abbiano i Paesi del Golfo, filo-americani come nessun altro nel mondo, di prendere decisioni che possono spiacere a Washington. Con l’indebolimento della moneta Usa, però, si sono trovati e importare inflazione come mai prima. Siamo in media sul 9% <strong>(dal 12,8% del Qatar al 5,3% dell’Oman)</strong> secondo i dati ufficiali, a circa il doppio secondo le valutazioni ufficiose. Con il contorno di agitazioni sociali inedite e pericolose, come le sommosse dei lavoratori indiani e pakistani, che sono pagati con le monete dei Paesi del Golfo ma sono poi costretti a fare le loro rimesse a casa in valute, come appunto quella indiana, che si stanno invece rafforzando.<br />
       Il dollaro debole, anzi debolissimo, è un’invenzione della Federal Reserve per stimolare i consumi e la domanda interna, oltre che le esportazioni. E’ quella politica valutaria che pochi giorni fa <strong>Sergio Marchionne</strong>, amministratore delegato del gruppo Fiat, ha definito “criminale”. Succede, però, che i consumi degli americani non risalgono, che l’industria Usa ha perso altri <strong>49 mila posti di lavoro in maggio</strong>, che la crisi di fiducia degli americani è profonda come solo nel 1929 e nel 1972, gli anni della grandi crisi della Borsa e del petrolio. Quindi, alla fin fine: e se avesse ragione Medvedev?</p>
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		<title>OBAMA, MEDVEDEV E ALTRE BUFFE STORIE</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Mar 2008 18:52:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“It’s the economy, stupid!”. E’ l’economia, sciocco! Con questo motto Bill Clinton mosse all’attacco di George Bush senior per diventare, nel 1993, il terzo più giovane presidente degli Stati Uniti. Anche allora c’era in ballo una guerra contro l’Iraq, ma il leader che l’aveva vinta dovette cedere la Casa Bianca al nuovo inquilino. Quindici anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“It’s the economy, stupid!”</em>. E’ l’economia, sciocco! Con questo motto <strong>Bill Clinton</strong> mosse all’attacco di George Bush senior per diventare, nel 1993, il terzo più giovane presidente degli Stati Uniti. Anche allora c’era in ballo una guerra contro l’Iraq, ma il leader che l’aveva vinta dovette cedere la Casa Bianca al nuovo inquilino. Quindici anni dopo è bastato che <strong>Hillary Rodham Clinton</strong>, moglie di Bill, si presentasse in Ohio, stato industriale angosciato dai licenziamenti e dalla crisi economica (petrolio anche ieri sopra i 102 dollari a barile alla Borsa di New York, gli ordini alle fabbriche americane in calo del 2,5% a gennaio) e la legge della preoccupazione economica ha subito presentato il conto a <strong>Barack Obama</strong>, sconfitto anche in Texas e Rhode Island. Questo ci serve non tanto per giocare al piccolo indovino sull’esito delle primarie democratiche e sulla successiva elezione presidenziale, ma per sottolineare l’indistruttibile tendenza italica a credere alle speranze più che ai fatti. Tendenza che ha per corollario una certa faciloneria e pigrizia: a che pro, giustamente, faticare e studiare se preferiamo i sogni alle analisi?<br />
   La <strong>“obamomania” italiana</strong> è frutto di questo, più che di una moda. Più del candidato e delle sue idee (perché poi, diciamocelo, chi le conosce? Chi sa distinguerle da quelle della Clinton in materia di sanità, istruzione, economia, difesa?) piace la favola che egli incarna: è nero, <strong>figlio di un africano</strong>, è un ragazzo prodigio della politica, non è brutto, ha una moglie simpatica, parla di “cambiamento”. La realtà ci dice che in uno scontro per la presidenza contro il repubblicano <strong>John McCain</strong>, eroe di guerra bianco di un Paese in cui il colore della pelle ha comunque ancora un “peso”, Barack Obama avrebbe poche speranze di vincere. Ma che importanza può avere, se la qualità del sogno è per noi più importante dell’efficacia delle azioni? Da qui, tra l’altro, una curiosa conseguenza: è per noi una sorpresa ogni volta che la realtà si manifesta. Per questo siamo sempre in emergenza e non ci capacitiamo del fatto che, se produciamo più spazzatura e non costruiamo impianti o discariche, prima o poi ci ritroveremo la “monnezza” per le scale di casa.<br />
   E’ un vezzo che ci rende magari simpatici agli altri popoli. Tutti amano i sognatori. Per un po’. Poi, è l’economia, sciocco!, e cominciano i problemi. Prendiamo la Russia. Alcuni grandi giornali italiani hanno scritto che il nuovo presidente, <strong>Dimitrij Medvedev</strong>, era uno sconosciuto fino a un anno fa. Ma come? <strong>Medvedev è dal 2000 presidente di Gazprom</strong>, che è “solo” questo: la terza azienda del mondo, con una capitalizzazione di Borsa di 270 miliardi di dollari; la “cassaforte” dello Stato russo grazie alla vendita del gas e del petrolio; il braccio della politica estera del Cremlino, che sulle risorse energetiche ha fatto perno per riaffermare il ruolo della Russia nel mondo. Dal 2005, inoltre, Medvedev è anche uno dei vice-primo ministro del Governo russo. Uno sconosciuto fino a un anno fa? Anche qui agisce il gusto per la fiaba. Una fiaba di quelle che mettono paura, <strong>come Cappuccetto Rosso o la Casetta di marzapane</strong>: l’oscura dittatura degli ex agenti del Kgb (che non mangiano i bambini ma soffocano la democrazia) e le loro manovre per il potere. Ma sempre favola è. Il giorno in cui Medvedev, com’è logico prevedere anche in base al curriculum, farà vedere di che pasta è fatto, cadremo come al solito dal solito pero. D’altra parte è già successo: di Jurij Andropov, il capo del Kgb che divenne signore e padrone dell’Urss, dicevamo che era un “progressista” perché gli piaceva il whisky, di Putin che era un “signor nessuno”. Non avevamo elementi per dirlo ma ci piaceva pensarlo.  Se solo la realtà ci desse retta…</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<em>Eco di Bergamo</em> del 6 marzo 2008  <a href="http://www.eco.bg.it">www.eco.bg.it</a><br />
 <br />
       </p>
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