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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Barack Obama</title>
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		<title>OBAMA &#8220;SFIDA&#8221; ISRAELIANI E PALESTINESI</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 10:17:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Essere ottimisti sui colloqui di pace tra Israele e palestinesi, in una qualunque delle infinite declinazioni a cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni, è sempre stato il sistema più sicuro per passare da ingenui. Giusto quindi chiedersi: perché dovremmo cambiare atteggiamento adesso? Perché <strong>Barack Obama</strong> dovrebbe riuscire in ciò che non è riuscito ad altri presidenti americani, forse persino più solidi di lui?</p>
<p><span id="more-6379"></span></p>
<div id="attachment_6381" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6381" title="Obama_Netanyahu_Abu Mazen" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/09/Obama_Netanyahu_Abu-Mazen.jpg" alt="La stretta di mano tra Benjamin Netanyahu (a sinistra) e Abu Mazen &quot;sponsorizzata&quot; da Barack Obama." width="300" height="180" /><p class="wp-caption-text">La stretta di mano tra Benjamin Netanyahu (a sinistra) e Abu Mazen &quot;sponsorizzata&quot; da Barack Obama.</p></div>
<p><strong>Proprio in questo caso, invece, ci pare che essere almeno un poco fiduciosi sia la cosa giusta da fare</strong>. Intanto per non ritrovarsi allineati con i disfattisti di professione, quelli appunto impegnati a distruggere, dagli assassini che fiancheggiano Hamas ad Ahmadinejad ai fanatici che vorrebbero solo cacciare tutti i palestinesi e farli deportare altrove. Ma poi, e più concretamente, perché questo inizio di dialogo tra israeliani e palestinesi già cambia un poco le cose per il solo fatto di essersi manifestato. <strong>Da 20 mesi le due parti non si  parlavano, ora lo fanno.</strong> Sarà una scena già vista e stravista, con altri nomi e altri volti, ma quella in cui <strong>Netanyahu e Abu Mazen</strong> si stringono la mano sta già facendo il giro del mondo.</p>
<p><strong>Dietro quella foto c’è un fatto sostanziale: il rinnovato impegno della Casa Bianca.</strong> Quando si giudica con scetticismo e ironia quanto sta avvenendo, si dimentica un dato fondamentale: <strong>per dieci anni gli Usa si sono totalmente disinteressati della questione</strong>, accettando così il lento degenerare di un equilibrio che comunque non piaceva ad alcuno. George Bush andò in Israele per la prima volta a pochi mesi dalla scadenza del secondo mandato, una visita di protocollo a un vecchio e tradizionale alleato da cui, infatti, non uscì nulla. Obama accetta le insidie dell’ennesima sfida mediorientale proprio nel momento per lui più difficile, di fronte a un elettorato che per il 18% ancora lo considera di religione musulmana ed è dunque gonfio di pregiudizio. <strong>Un fallimento dei colloqui sarebbe pericoloso per tutti ma mortale per Obama</strong> il quale, a questo punto, dovrà gettare tutto il peso diplomatico degli Usa nella trattativa.</p>
<p>Dal punto di vista politico è una specie di “vincere o morire” che, paradossalmente, conforta nell’ottimismo. La difficoltà maggiore, in Israele e Palestina, non è far passare l’idea della pace. La <em>mission impossible</em> finora è stata far capire che per arrivare alla pace, cioè a un guadagno per tutti, sono necessari sacrifici da parte di tutti. Nessuno vuol fare la prima concessione e il risultato qual è? <strong>I palestinesi sono spaccati in due, tra Gaza e Cisgiordania, </strong>Hamas e Al Fatah, una maggioranza che ha ormai accettato l’idea di Israele e una minoranza armata tuttora convinta che Israele potrà un giorno essere cancellato. <strong>Israele si ritrova oggi con una minoranza ultraortodossa molto agguerrita e folta</strong>, ostile alla prospettiva di uno Stato palestinese e capace di condizionare le scelte del Paese. Oggi gli insediamenti non sono più un’esigenza della sicurezza ma la concessione da fare a una serie di potenti gruppi di pressione.</p>
<p>Israeliani e palestinesi potranno accettare quelle che Netanyahu ha definito ieri <strong>“dolorose concessioni specifiche da entrambe le parti”</strong> solo se si sentiranno costretti e insieme appoggiati dagli Usa e, per conseguenza, dalla comunità internazionale. Obama e la Clinton provano a farlo ed è un’ottima cosa. Intanto Netanyahu e Abu Mazen potranno utilmente segnarsi una celebre frase di <strong>Shimon Peres</strong>, attuale presidente di Israele: “Il processo di pace è come una notte di nozze in un campo minato”. Vero. Ma o così o niente nozze.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 4 settembre 2010.</p>
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		<title>IRAQ: GLI USA VANNO VIA, GLI IRACHENI NO</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 21:10:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi giorni mi vengono in mente spesso le due barzellette più tragiche degli ultimi anni: &#8220;Le donne afghane bruciano i burqa&#8221; e &#8220;Missione compiuta in Iraq&#8221;, entrambe dovute al genio comico di George W. Bush. Ci furono molti, ingenui o cialtroni, che si diedero da fare anche da noi per spacciarle per verità. Dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni mi vengono in mente spesso le due barzellette più tragiche degli ultimi anni: &#8220;Le donne afghane bruciano i burqa&#8221; e &#8220;Missione compiuta in Iraq&#8221;, entrambe dovute al genio comico di George W. Bush. Ci furono molti, ingenui o cialtroni, che si diedero da fare anche da noi per spacciarle per verità. <strong>Dopo 9 anni di guerra, in Afghanistan lapidano i fidanzati</strong> ventenni e i generali Usa (ultimo il supergenerale <strong>Petraeus</strong>) contraddicono persino il presidente Obama sull&#8217;opportunità di un prossimo ritiro. E in Iraq?</p>
<p><span id="more-6150"></span></p>
<div id="attachment_6160" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6160" title="iRAQ" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/iRAQ.jpg" alt="Un soldato americano e una bambina irachena a Baghdad." width="300" height="191" /><p class="wp-caption-text">Un soldato americano e una bambina irachena, un curioso incontro nel centro di Baghdad.</p></div>
<p><strong>In Iraq, per certi versi, è anche peggio</strong>. Perché lì, come ci hanno spiegato a lungo, c&#8217;è la democrazia, perbacco. Lì si vota, e con ordine. Ci sono politici illuminati. Il terrorismo veniva da fuori e tutti i capi di Al Qaeda sono stati eliminati. C&#8217;è il petrolio, la ricostruzione. Se per Bush era &#8220;missione compiuta&#8221; già nel 2003, figuriamoci adesso. Non a caso proprio in queste settimane <strong>il contingente Usa viene ridotto a 50 mila soldati</strong> (erano 160 mila nel 2007), un altro passo importante verso il dicembre 2011, quando di soldati americani non dovrebbero essercene più.</p>
<p>E invece no. Partiamo dal ritiro Usa. <strong>E&#8217; comprensibile che Obama tenga a chiudere la guerra aperta da Bush, anche in vista dell&#8217;elezione presidenziale del 2012.</strong> Ma gli iracheni sono contenti di questa scadenza? No. <strong>Tarek Aziz</strong>, il ministro degli Esteri di Saddam Hussein, sarà un poco di buono ma il Medio Oriente lo conosce. E dal carcere di Baghdad ha fatto sapere che il ritiro Usa sarebbe una follia. La stessa cosa, ma in termini più diplomatici, ha detto <strong>Babaker Zebari</strong>, comandante in capo dell&#8217;esercito dell&#8217;Iraq. Il ritiro è &#8220;prematuro&#8221;, secondo Zebari, e gli americani dovrebbero fermarsi in Iraq almeno altri dieci anni.</p>
<p><strong>E&#8217; chiaro che i timori degli iracheni sono legati, in primo luogo, alla mancanza di sicurezza.</strong> L&#8217;ultimo kamikaze ha colpito durissimo a Baghdad, nei pressi del ministero della Difesa: 7o morti nella folla di giovani che si accalcava a un centro di reclutamento dell&#8217;esercito. L&#8217;esercito che dovrebbe proteggere l&#8217; Iraq non riesce neppure a proteggere se stesso. Ma c&#8217;è un&#8217;aggravante in questo genere di attentati. I giovani iracheni cercano di entrare nelle forze armate non perché posseduti dal demone del combattimento ma perché <strong>l&#8217;esercito è un buon datore di lavoro, in un Paese dove la disoccupazione è sempre intorno al 50-60% della popolazione. Un soldato arriva a guadagnare anche 500 dollari</strong>, una somma importante da quelle parti. Molti giovani pagano tangenti per riuscire a farsi arruolare e &#8220;sistemarsi&#8221;. Colpendo le aspiranti reclute, i terroristi non solo indeboliscono il morale delle truppe ma fanno marcire nella povertà un numero maggiore di famiglie. A queste, il ritiro degli americani non pare certo una buona notizia. E il mese di luglio, con quasi 600 civili uccisi, è stato il più cruento degli ultimi cinque anni.</p>
<p>E poi c&#8217;è la politica. <strong>Le elezioni si sono svolte il 7 marzo (doveva essere gennaio) con un&#8217;affluenza alle urne del 62,4%</strong>. Una buona percentuale e infatti si sono sprecati i titoli come &#8220;smacco per i terroristi&#8221; e così via. Però ancora oggi (cioè 6 mesi dopo il voto) l&#8217;Iraq non ha un Governo. E&#8217; successo questo: nonostante fosse dato per favorito, il premier in carica, <strong>Nur al Maliki</strong>, sciita, le elezioni le ha perse. La sua coalizione ha ottenuto 89 seggi (sui 325 totali) contro i 91 raccolti invece da un altro sciita, l&#8217;ex premier <strong>Iyad Allawi</strong>. I sei mesi sono sfumati in inutili discussioni. La realtà è una sola: <strong>i due non si mettono d&#8217;acccordo e Al Maliki non vuole mollare il posto</strong>, anche se toccherebbe alla coalizione vincitrice l&#8217;onere e l&#8217;onore di formare il Governo.</p>
<p>Questo è l&#8217;Iraq reale, di cui infatti si preferisce non parlare. C&#8217;è l&#8217;Afghanistan, c&#8217;è la crisi, in Italia ci sono molte altre cose. <strong>E poi per l&#8217;Iraq nessuno sa più che fare. </strong>Le cialtronate dei dì che furono, però, non dovremmo dimenticarle. Perché poi, se ci fate caso, quelli che allora pontificavano sull&#8217;Iraq oggi pontificano su altro. Ma sempre pontificano.</p>
<h2><span><span><br />
</span></span></h2>
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		<title>OBAMA E LA MOSCHEA, UN GESTO DI CIVILTA&#8217;</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Aug 2010 12:28:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il discorso con cui Barack Obama (anzi, Barack Hussein Obama, come vogliono i trinariciuti della destra Usa) ha ribadito &#8220;in quanto cittadino, in quanto Presidente&#8230; che i musulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la propria religione come qualsiasi altra persona in questo Paese&#8221;, offrendo così il proprio autorevole endorsement alla costruzione di una moschea [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il discorso con cui Barack Obama (anzi, Barack Hussein Obama, come vogliono i trinariciuti della destra Usa) ha ribadito &#8220;in quanto cittadino, in quanto Presidente&#8230; che i musulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la propria religione come qualsiasi altra persona in questo Paese&#8221;, offrendo così il proprio autorevole <em>endorsement</em> alla costruzione di una moschea nei pressi di <strong>Ground Zero a New York</strong>, è un gesto di grande coraggio e grande civiltà. Uno di quei gesti che spiegano perché gli Usa sono il Paese che sono, capace di risollevarsi e rinnovarsi anche nei periodi più bui.</p>
<p><span id="more-6088"></span></p>
<div id="attachment_6097" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6097" title="ground-zero" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/ground-zero.jpg" alt="L'immenso quartiere di Ground Zero, a New York." width="300" height="194" /><p class="wp-caption-text">L&#39;immenso quartiere di Ground Zero, a New York.</p></div>
<p>Obama sa benissimo di aver preso una posizione corretta ma facilmente sfruttabile dagli speculatori politici repubblicani, e comunque invisa a tanti cittadini americani comunque sinceri nella loro contrarietà. <strong>I musulmani americani sono l&#8217;1% della popolazione totale ma la loro visibilità è in crescita costante. Le moschee sono ormai quasi 2.000, mentre solo dieci anni fa erano 1.200</strong>. Una comunità nuova (il 39% dei musulmani adulti è immigrato negli Usa dopo il 1990, come da una ricerca del <a href="http://people-press.org/" target="_blank">Pew Research Center</a>), che paga, oltre ai sospetti immaginabili, anche la brevità delle proprie radici americane. Contro la costruzione di nuove moschee si sono levate proteste in molti parti del Paese, da Nashville (Tennesse) a Temecula (California) a Murfreesboro (Tennesse ancora). Il caso più clamoroso, però, è quello di New York. Accanto a Ground Zero dovrebbe sorgere il <strong>Cordoba Centre, </strong>un complesso polifunzionale da 100 milioni di dollari che comprenderà, oltre a negozi e centri commerciali, anche una moschea.</p>
<div id="attachment_6099" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6099" title="Ground Zero protest" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/Ground-Zero-protest.jpg" alt="Le proteste contro la costruzione del Cordoba Centre, con la moschea, a Ground Zero." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Le proteste contro la costruzione del Cordoba Centre, che conterrà anche una moschea, a Ground Zero.</p></div>
<p>Su quest&#8217;idea sono scoppiate le polemiche. Molti dei parenti delle vittime degli attentati del settembre 2001 hanno protestato, sollevando una questione di &#8220;opportunità&#8221;. La loro bandiera, comprensibile perché radicata nel dolore, è stata poi impugnata dai politici e dalle organizzazioni ebraiche. Mentre il sindaco di New York, <strong>Michael Bloomberg</strong>, si è detto a favore, una forte campagna contraria è stata intrapresa dalla <a href="http://www.adl.org" target="_blank">Anti Defamation League</a> e dal suo presidente <strong>Abraham Foxman</strong>. Anche se non si capisce bene che cosa c&#8217;entri con la moschea un&#8217;organizzazione fondata nel 1913 per combattere l&#8217;antisemitismo, e se la questione sollevata è sempre quella della &#8220;opportunità&#8221; (&#8221;Non è questione di diritti ma di che cosa è giusto&#8221;, scrive discutibilmente Abraham, forse convinto di avere il monopolio del senso del giusto), l&#8217;atteggiamento di fondo è quello di far passare il messaggio che la costruzione del <strong>Cordoba Centre</strong> nasconde comunque qualche segreto inconfessabile, qualche piano sospetto. Un po&#8217; come dire che dove c&#8217;è una moschea non può mancare il complotto. Un&#8217;idea più che sufficiente a far imbufalire molti americani, che infatti la riprendono ovunque protestano contro la costruzione delle nuove moschee.</p>
<p>Qualche settimana fa sono stato a Ground Zero. La visita aiuta a capire lo sfondo vagamente razzista della polemica. Dove crollarono le <strong>Torri Gemelle</strong> ora sorge un immenso cantiere. <strong>Da esso non spunterà un mausoleo o un monumento alle vittime, come si pensava subito dopo le stragi, ma un colossale snodo che conterrà centri commerciali, negozi e soprattutto una stazione ferroviaria</strong> destinata a smistare il traffico da e per il New Jersey, da cui ogni giorno migliaia di pendolari potranno approdare direttamente nel cuore del centro finanziario. Nessuna sacralità ma tanto sano pragmatismo <em>made in the Usa</em>. Prima di Obama, però, si era espresso con lo stesso coraggio e tanto acume Michael Bloomberg, sindaco di New York, ebreo. Con parole che vale la pena ripetere: &#8220;C&#8217;erano anche musulmani americani tra le vittime dell&#8217;11 settembre. Sono parte della comunità di Manhattan e hanno tutti i diritti di costruire a Ground Zero. Se una qualche confessione vuole costruire un centro di preghiera, non è affar nostro decidere quali religioni possano e quali no. La libertà e la possibilità di praticare la propria religione è una delle ragioni per cui gli Stati Uniti sono stati fondati. E dire che la costruzione di una moschea non sarebbe opportuna è, semplicemente, un atteggiamento sbagliato&#8221;.</p>
<p>Per approfondire la vicenda, consiglio <a href="http://www.brookings.edu/papers/2010/0804_nyc_landmarks_rogers.aspx" target="_blank">lo studio di Melissa Rogers pubblicato dalla Brookings Institution</a>.</p>
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		<title>SE GLI USA FINANZIANO LA GUERRIGLIA</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 15:11:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ora dicono che la vera ragione del siluramento del generale Stanley McChrystal (e quasi certamente il brodo di coltura di quella sua bizzarra intervista a Rolling Stone) sia stato <strong>un rapporto assai pessimistico sulla situazione in Afghanistan</strong> da lui presentato alla Casa Bianca. Obama, che vuole risultati e non profezie, e per di più è stato anche giudicato un incompetente nella famosa intervista, lo ha fatto fuori.</p>
<p><span id="more-5443"></span></p>
<div id="attachment_5450" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5450" title="Convoglio Afghanistan" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/06/Convoglio-Afghanistan.jpg" alt="Un convoglio Usa in Afghanistan." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Un convoglio Usa in Afghanistan.</p></div>
<p><strong>Chissà se quel &#8220;rapporto McChrystal&#8221; esiste davvero.</strong> In ogni caso farebbe bene a essere pessimista, perché lo sono tutti coloro che si occupano di Afghanistan con una certa serietà. L&#8217;ultimo caso è quello di un rapporto che, purtroppo, è stato effettivamente redatto ed è a disposizione di chiunque. S&#8217;intitola <em><a href="http://oversight.house.gov/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=4993&amp;Itemid=30" target="_blank">Warlord, Inc.</a>,</em> è stato pubblicato dalla <strong>Commissione per la Sicurezza Nazionale e gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti</strong>, guidata dall&#8217;onorevole democratico (del Massachussets) John F. Tierney.</p>
<p><strong>Questo Rapporto spiega che indirettamente, ma non inconsapevolmente, le truppe Usa finanziano la guerriglia</strong>. Come? Non è molto complicato. Più del 70% delle &#8220;merci&#8221; (dal cemento ai carri armati) che tengono in vita la missione americana viene trasportata in Afghanistan da un programma che si chiama <em>Host Nation Trucking, </em><strong>un subappalto del valore di quasi 3 miliardi di dollari l&#8217;anno</strong> diviso tra otto società afghane, americane e di Paesi del Medio Oriente.</p>
<p><strong>In cifre, si tratta di 6-8 mila camion in giro ogni mese</strong>. I <em>contractors</em> (cioè le 8 compagnie di cui sopra) si assumono anche la responsabilità di garantire la sicurezza dei carichi. Altre cifre: vuol dire  che un convoglio di <strong>300 camion</strong> (definito &#8220;tipico&#8221; nel Rapporto) viaggia con non meno di <strong>400-500 guardie armate </strong>di mitragliatrici e lanciarazzi. I capi dei servizi di sicurezza ( i <em>body guard</em> dei camion Usa) <strong>lamentano di aver perso centinaia di uomini in scontri armati nel 2009</strong> e denunciano ai ricercatori Usa di spendere 1,5 milioni di dollari al mese di sole munizioni.</p>
<p><strong>Dall&#8217;esterno, costi a parte, tutto sembra funzionare abbastanza bene. </strong>L&#8217;Armata Rossa sovietica fu scofitta in Afghanistan nel decennio</p>
<div id="attachment_5457" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-5457" title="RedArmyAfghanistan" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/06/RedArmyAfghanistan-150x150.jpg" alt="Soldati russi dopo un attacco dei mujaheddin afghani." width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Soldati russi dopo un attacco dei mujaheddin afghani.</p></div>
<p>10179-1989 anche perché fu sempre costretta a impiegare una parte cospicua dei soldati nella scorta ai convogli. Però le indagini della Commissione del Parlamento Usa ha trovato anche che:</p>
<ol>
<li>Gran parte degli uomini impiegati nelle operazioni di scorta dipende, a tutti gli effetti, dagli stessi <strong>&#8220;signori della guerra&#8221; </strong>che da anni lottano contro l&#8217;affermazione di un solido Governo centrale a Kabul.</li>
<li> Decine di milioni di dollari sono pagati ogni anno dai <em>contractors</em> ai &#8220;signori della guerra&#8221; che gestiscono una specie di<strong> racket delle strade</strong>. Se non paghi, gli incidenti e gli agguati si moltiplicano. Quando si dice &#8220;signori della guerra&#8221; si dice, ormai, qualcosa di molto simile a talebano. In ogni caso, sono quattrini che finiscono o alla guerriglia o alla grande criminalità.</li>
<li>Altri milioni se ne vanno per accontentare le pretese della <strong>corrottissima polizia afghana</strong>, o per ottenere i via libera dei governatori e dei ras locali. Anche questi sono soldi di dubbia destinazione.</li>
</ol>
<p><strong>In un modo o nell&#8217;altro, dunque, le attività dell&#8217;esercito Usa in Afghanistan finanziano anche le attività di chi a esso si oppone.</strong> E&#8217; un paradosso, drammatico. Ma illustra bene la realtà di un fronte che finora non è stato pacificato (giugno 2010 è il mese più sanguinoso, per caduti occidentali, dal dicembre 2001) ma forse nemmeno capito. Soprattutto per chi osserva da fuori e ha il giudizio un po&#8217; troppo facile.</p>
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		<title>DAI MONDIALI AL G8, IL MONDO CAMBIA</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jun 2010 19:34:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; possibile che il grande calcio e la grande politica mandino gli stessi segnali? Forse è un&#8217;idea solo mia ma la fase finale della Coppa del mondo che prosegue in Sudafrica e il G8 che parte a Toronto (Canada) ci dicono più o meno la stessa cosa: il mondo è cambiato, ci sono protagonisti nuovi, scenari nuovi, chi non lo capisce è destinato a soccombere.</p>
<p><span id="more-5425"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_5441" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5441" title="ragazzi sudafrica" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/06/ragazzi-sudafrica.jpg" alt="Giovani tifosi sudafricani." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Giovani tifosi sudafricani.</p></div>
<p><strong>Nel calcio è facile notarlo. Le potenze della Vecchia Europa, prime fra tutte l&#8217;Italia e la Francia (finaliste nella precedente edizione del 2006) già tornate a casa, sono in difficoltà</strong>. Germania e Inghilterra sono destinate a scontrarsi, una delle due uscirà di scena. Non va male l&#8217;Olanda, e mi domando se sia un caso che si tratti proprio di un Paese mercantile, tradizionalmente multietnico e aperto al mondo. Vanno bene le nazionali dell&#8217;America Latina, <strong>Brasile e Argentina in testa</strong>, e meglio ancora (almeno rispetto alla loro storia nei Mondiali) vanno quelle dell&#8217;Asia.</p>
<p><strong>Nell&#8217;altro campo, quello apparentemente più serio e scientifico della politica, le dinamiche sono identiche.</strong> Lo dimostra il G8 di Toronto fin dall&#8217;impostazione protocollare: di solito queste riunioni dei &#8220;grandi&#8221; erano accompagnate dall&#8217;annuncio dell&#8217;appuntamento successivo. Questa volta no e la ragione è semplice: <strong>questo di Toronto è l&#8217;ultimo dei G8</strong>. Il prossimo, ovunque venga organizzato, sarà un G20 con l&#8217;India, il Brasile, la Cina, perché la pretesa di risolvere i problemi del pianeta in otto è ormai palesemente insostenibile. Come ai mondiali di calcio, anche al G20 ci saranno più America Latina e più Asia.</p>
<p><strong>Non è un caso se il primo sostenitore dell&#8217;utilità, anzi della necessità di un G20</strong>, cioè di un allargamento del sinedrio planetario, sia proprio <strong>Barack Obama</strong>. L&#8217;economia Usa, secondo tradizione, ha bisogno di un continuo rifinanziamente del debito pubblico e ancor più ne ha bisogno dopo gli enormi investimenti che il Governo federale ha fatto per sostenere l&#8217;economia e l&#8217;occupazione. Obama vuole continuare su questa linea e lo ha detto chiaramente nel suo discorso di apertura a Toronto. L&#8217;Europa non può (o non vuole, non importa) seguirlo su quella strada: ovunque, nel Vecchio Continente, sono state state varate manovre per riportare sotto controllo, a suon di tagli, il debito pubblico. Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna si stanno adattando a politiche improntate alla più rigorosa <em>austerity</em>. <strong>Ecco dunque che il Presidente americano va a cercare finanziamenti e presso le nazioni emergenti</strong>, in prima battuta Brasile, India, Cina, qualunque sia il sistema politico che le regge, dalla più parlamentare delle democrazie al più rigido dei sistemi confucio-comunisti.</p>
<p>E&#8217; possibile che il grande calcio e la grande politica mandino gli stessi segnali? Forse è un&#8217;idea solo mia ma la fase finale della Coppa del mondo che si avvia in Sudafrica e il G8 che parte a Toronto (Canada) ci dicono più o meno la stessa cosa: il mondo è cambiato, ci sono protagonisti nuovi, scenari nuovi, chi non lo capisce è destinato a soccombere.</p>
<p><img title="More..." src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /><strong>Nel calcio è facile notarlo. Le potenze della Vecchia Europa, prime fra tutte l&#8217;Italia e la Francia (finaliste nella precedente edizione del 2006) già tornate a casa, sono in difficoltà</strong>. Germania e Inghilterra sono destinate a scontrarsi, una delle due uscirà di scena. Non va male l&#8217;Olanda, e mi donando se sia un caso che si tratti proprio di un Paese mercantile, tradizionalmente spurio e aperto al mondo. Vanno bene le nazionali dell&#8217;America Latina, Brasile e Argentina in testa, e meglio ancora (almeno rispetto alla loro storia nei Mondiali) vanno quelle dell&#8217;Asia.</p>
<p><strong>Nell&#8217;altro campo, quello apparentemente più serio e scientifico della politica, le dinamiche sono identiche.</strong> Lo dimostra il G8 di Toronto fin dall&#8217;impostazione protocollare: di solito queste riunioni dei &#8220;grandi&#8221; erano accompagnate dall&#8217;annuncio dell&#8217;appuntamento successivo. Questa volta no e la ragione è semplice: <strong>questo di Toronto è l&#8217;ultimo dei G8</strong>. Il prossimo, ovunque venga organizzato, sarà un G20 con l&#8217;India, il Brasile, la Cina, perché la pretesa di risolvere i problemi del pianeta in otto è ormai palesemente insostenibile. Come ai mondiali di calcio, ci vorrà più America Latina e più Asia.</p>
<p><strong>Non è un caso se il primo sostenitore dell&#8217;utilità, anzi della necessità di un G20</strong>, cioè di un allargamento del sinedrio, sia proprio Barack Obama. L&#8217;economia Usa, secondo tradizione, ha bisogno di un continuo rifinanziamente del debito pubblico e ancor più ne ha bisogno dopo gli enormi investimenti che il Governo federale ha fatto per sostenere l&#8217;economia e l&#8217;occupazione. Obama vuole continuare su questa linea e lo ha detto chiaramente nel suo discorso di apertura a Toronto. L&#8217;Europa non può (o non vuole, non importa) seguirlo su questa strada: ovunque, nel Vecchio Continente, sono state state manovre per riportare sotto controllo, a suon di tagli, il debito pubblico. Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna stanno varando manovre improntate alla più rigorosa <em>austerity</em>. <strong>Ecco dunque che il Presidente americano va a cercare finanziamenti presso le nazioni emergenti</strong>, in prima battuta Brasile, India, Cina, qualunque sia il sistema politico che le regge, dalla più parlamentare delle democrazie al più rigido dei sistemi confucio-comunisti. A loro che cosa può offrire in cambio? Il G20, appunto, cioè la possibilità di sedersi al tavolo dove si prendono le decisioni che influenzano la politica mondiale.</p>
<p><strong>Nel calcio tutto questo avviene per germinazione spontanea</strong> (i tuoi avversari corrono di più, ti copiano la tattica, hanno voglia di vincere, selezionano gente più giovane e sveglia ecc. ecc.,), in politica per cooptazione di fronte a realtà inoppugnabili. Ma la sostanza è la stessa. Ed è ormai chiaro anche a chi non voleva vedere che la disgraziata presidenza Bush non è stata l&#8217;inizio di una nuova era, come i suoi fan ci ripetevano (<em>The New American Century</em>, si intitolava il manifesto del bushismo neo-conservatore) ma la fine di quella vecchia. I vari Ferrara, Fallaci e la marea di dilettanti allo sbaraglio che ripeteva le loro tesi, molto semplicemente non avevano capito un tubo.</p>
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		<title>AFGHANISTAN, SI MUORE E SI CHIACCHIERA</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 20:55:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La morte in un incidente presso Shindand del caporal maggiore scelto Francesco Saverio Positano, 29 anni, e le grottesche dimissioni del generale Stanley McChrystal, 56 anni, comandante in capo delle forze armate Usa in Afghanistan, hanno poco in comune ma trasmettono un identico messaggio: gli anni passano ma le difficoltà, laggiù, non diminuiscono.

Lo dimostra con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La morte in un incidente presso Shindand del caporal maggiore scelto Francesco Saverio Positano, 29 anni, e le grottesche dimissioni del generale Stanley McChrystal, 56 anni, comandante in capo delle forze armate Usa in Afghanistan, hanno poco in comune ma trasmettono un identico messaggio: gli anni passano ma le difficoltà, laggiù, non diminuiscono.</p>
<p><span id="more-5392"></span></p>
<div id="attachment_5397" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5397" title="mcchrystal_obaamaxxx" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/06/mcchrystal_obaamaxxx.jpg" alt="Il presidente Obama a colloquio con il generale McChrystal." width="300" height="300" /><p class="wp-caption-text">Il presidente Barack Obama a colloquio con il generale Stanley McChrystal.</p></div>
<p><strong>Lo dimostra con crudele efficacia la conta dei caduti.</strong> Positano, arruolato dal 1998, un veterano delle missioni internazionali (ne aveva già compiute sette), serviva nel 32° reggimento genio guastatori della  Brigata alpina Taurinense. Con lui sono saliti a 74 i soldati stranieri morti in</p>
<div id="attachment_5403" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-5403" title="POSITANOXXX" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/06/POSITANOXXX-150x141.jpg" alt="Il caporal maggiore Positano." width="150" height="141" /><p class="wp-caption-text">Il caporal maggiore Positano.</p></div>
<p>Afghanistan nel solo mese di giugno. <strong>Dalla partenza della missione internazionale, nel dicembre 2001, sono 1.862 i soldati caduti.</strong> E fare il confronto con i mesi più sanguinosi di questi nove anni, cioè con il luglio 2009 (76 vittime) e con l&#8217;agosto 2009 (77) aiuta a capire in fretta che da questo punto di vista poco è cambiato.</p>
<p><strong>La stessa cosa vale per le dimissioni del generale McChrystal</strong>, colpevole di aver rilasciato al mensile <em>Rolling Stone</em> un&#8217;intervista in cui il <strong>presidente Obama e i suoi più stretti collaboratori (tranne Hillary Clinton, segretario di Stato) escono a dir poco ridicolizzati</strong>. In Italia ne sono circolate diverse sintesi, ma solo la lettura della versione originale <a href="http://www.rollingstone.com/politics/news/17390/119236" target="_blank">sul sito del mensile</a>, parolacce comprese, fa capire perché Obama l&#8217;abbia ritenuta di così grave danno al proprio prestigio politico e allo svolgimento della missione in Afghanistan.</p>
<p>Dobbiamo anche ricordare una cosa. <strong>Per insediare McChrystal al comando, Obama aveva fatto una cosa rarissima</strong>, destituendo a guerra in corso il suo predecessore, David McKiernan. Era successo un&#8217;altra volta solo cinquant&#8217;anni prima, quando il presidente Harry Truman aveva cacciato dal comando il generale MacArthur in piena guerra di Corea.</p>
<p>Difficile credere che un militare di carriera come McChrystal, esperto nei trabocchetti della politica, si sia fatto ingannare da un giornale che ha fama (meritata) di non fare sconti a nessuno, per di più dopo aver passato ben dieci giorni in compagnia del giornalista <strong>Michael Hastings</strong>. Impossibile pensare che <strong>l&#8217;uomo che ha comandato per anni le Forze Speciali</strong> dell&#8217;esercito, guidandole nelle missione più segrete e più &#8220;sporche&#8221;, sia diventato di colpo sventato e chiacchierone.</p>
<p><strong>L&#8217;incidente McChrystal-Obama testimonia, inevitabilmente, di uno scollamento</strong>, forse persino di una sfiducia reciproca tra i vertici politici e quelli militari degli Usa, almeno per quanto concerne l&#8217;Afghanistan. Mentrwe la campagna si fa sempre più sanguinosa e incerta, occorrerebbe esattamente il contrario. Almeno per due ragioni. La prima è che <strong>in Afghanistan, soprattutto dal punto di vista militare, se gli Usa starnutiscono anche tutti gli altri prendono il raffreddore.</strong> La seconda è che a Kabul e dintorni si gioca ua partita che è militare ma anche politica, e spesso è difficile decidere dove fiisca un aspetto e dove cominci l&#8217;altro. Che non lo capisca nemmeno uno scafato e navigato come McChrystal autorizza un certo pessimismo.</p>
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		<title>COSI&#8217; OBAMA RINNOVA LA FORZA DEGLI USA</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 20:48:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Rinnovare le basi della forza dell’America”. E’ questo il compito che Barack Obama si è dato con il suo primo Documento sulla strategia di sicurezza nazionale che, secondo una legge del 1986 non sempre rispettata (George Bush, per esempio, di tali Documenti ne presentò solo due, nel 2002 e nel 2006), ogni presidente Usa dovrebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Rinnovare le basi della forza dell’America”. E’ questo il compito che Barack Obama si è dato con il suo primo Documento sulla strategia di sicurezza nazionale che, secondo una legge del 1986 non sempre rispettata (George Bush, per esempio, di tali Documenti ne presentò solo due, nel 2002 e nel 2006),<strong> ogni presidente Usa dovrebbe elaborare e illustrate una volta l’anno.</strong> Compito non facile, con una guerra e mezza aperta (l’Afghanistan, più il non ancora pacificato Iraq) e tanti fronti di crisi (Iran, Corea del Nord) da anni in bilico tra soluzione e disastro.</p>
<p><span id="more-5064"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_5070" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5070" title="sOLDATESSA" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/06/sOLDATESSA.jpg" alt="Una donna soldato Usa con in braccio una bambina irachena." width="300" height="275" /><p class="wp-caption-text">Una donna soldato americana in Iraq: abbracciata a lei, una bambina spaventata dopo una sparatoria.</p></div>
<p><strong>Com’è nel suo stile, Obama reagisce alle difficoltà indicando sfide</strong> ancor più ambiziose. Archiviati l’unilateralismo e la dottrina della “guerra preventiva” cari agli strateghi di Bush, il Presidente punta invece sul multilateralismo e su una reazione ragionata alle provocazioni e agli attentati al benessere degli americani. <strong>Quindi, non più “lotta al terrorismo” ma guerra ad Al Qaeda</strong>. L’opzione atomica viene esclusa per principio nei confronti dei Paesi che rispetteranno il Trattato di non proliferazione nucleare ma <strong>resta aperta nei confronti di Iran e Corea del Nord</strong>. In più, un vigoroso incitamento agli stessi americani affinché capiscano che il sistema migliore per garantirsi la sicurezza è recuperare lo slancio economico perduto e accettare come un impegno nazionale l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal “petrolio straniero” e contenere le emissioni di gas a effetto serra: il modo elegante di Obama per ribadire che bisognerà rassegnarsi a ulteriori sacrifici nello stile di vita quotidiano.</p>
<p><strong>Fin qui, nulla di inaspettato. Nulla di molto diverso da quanto Obama ha ripetuto fin dalla campagna elettorale che lo portò alla Casa Bianc</strong>a. E in un certo senso, nulla di definitivo. Perché Al Qaeda è oggi soprattutto un marchio di fabbrica, uno stile, forse un’ispirazione per una galassia del terrorismo assai più indistinta, come la tragica esperienza afghana dimostra ogni giorno. Perché non si vede contro chi potrebbe essere agitata l’arma atomica oltre che contro Iran e Corea del Nord. Perché<strong> la riduzione della dipendenza dal petrolio straniero</strong> si scontra, oltre che con le difficoltà a produrre quello nazionale (disastro del Golfo del Messico e blocco delle nuove trivellazioni compresi), anche con la politica e con il terrorismo. Insomma,<strong> dalla teoria bisognerà passare alla pratica </strong>e qui si vedrà quel che davvero si può o è meglio fare.</p>
<p><strong>L’aspetto più interessante del Documento sta forse nel mezzo rimbrotto e mezzo appello</strong> con cui Obama chiama le nuove potenze come India, Cina, Brasile, Sudafrica o Indonesia a condividere con gli Usa “gli oneri di un secolo giovane” e ad <strong>approfittare del G20</strong> per avviare una riforma delle grandi istituzioni economiche come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Bastone e carota, alla Obama: fatevi carico di qualche responsabilità in più e potrete dire la vostra in uffici che contano e che da sempre sono considerati “Usa dipendenti”.</p>
<p><strong>E’ la fine del tradizionale isolazionismo americano</strong>, il rovesciamento dei pilastri filosofici del bushismo (l’eccezionalità del destino degli Usa, la loro missione globale) e la quieta ammissione che <strong>da Washington non si riesce più a gestire le sorti del mondo senza un adeguato aiuto</strong>. Nello stesso tempo, senza parere, Obama continua nell’opera di creazione di sedi diverse dall’Onu per una gestione più rapida ed efficiente delle crisi politiche, economiche e militari del futuro. Ci sarà tanto lavoro per il segretario di Stato Hillary Clinton. Non a caso il suo intervento, in serata, era atteso quasi quanto quello del Presidente.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 30 maggio 2010</p>
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		<title>AFGHANISTAN: L&#8217;ITALIA NEL GRANDE GIOCO</title>
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		<pubDate>Mon, 17 May 2010 21:45:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La morte di Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio, i due sottufficiali della Taurinense, non solo porta a 25 le vittime italiane in Afghanistan ma segna nel modo più tragico un momento di grave difficoltà per la missione internazionale. In particolare, un certo smarrimento da parte della Casa Bianca di Barack Obama, che nell&#8217;inverno scorso aveva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La morte di Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio, i due sottufficiali della Taurinense, non solo porta a 25 le vittime italiane in Afghanistan ma segna nel modo più tragico un momento di grave difficoltà per la missione internazionale. In particolare, <strong>un certo smarrimento da parte della Casa Bianca di Barack Obama</strong>, che nell&#8217;inverno scorso aveva cercato di dare nuovo impulso a una pace mai davvero realizzata e a una guerra mai davvero terminata. Resta il fatto che avere a Kabul un alleato malfidato non è proprio il massimo.</p>
<p><span id="more-4858"></span></p>
<div id="attachment_4880" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4880" title="afghanistan22" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/05/afghanistan22.jpg" alt="Insorti afghani nella provincia di Herat." width="300" height="193" /><p class="wp-caption-text">Insorti afghani nella provincia di Herat.</p></div>
<p><strong>Vale la pena di ricordare che Obama </strong>aveva voluto in Afghanistan il meglio degli alti ranghi militari Usa: al comando sul campo il generale <strong>Stanley McChristal</strong>, ch&#8217;era stato il vice del generale <strong>David Petraeus</strong> in Iraq; al comando al quartier generale lo stesso Petraeus, comandante di tutte le truppe Usa dispiegate fuori dai confini nazionali. Per completare l&#8217;opera, inoltre, il contingente americano in Afghanistan era stato largamente ampliato, in pratica raddoppiato, fino ai 62.500 uomini attuali.</p>
<p>Ai primi di febbraio, infine, <strong>era stata lanciata una vasta offensiva</strong> (la più massiccia dai tempi del Vietnam per le truppe Usa) nel Sud, nel distretto di Marja, infestato da rivoltosi e talebani. E proprio qui comincia l&#8217;elenco delle difficoltà. Dopo una serie iniziale di successi, <strong>le truppe Nato e quelle afghane hanno dovuto accettare un parziale ritiro</strong>. I talebani, che si erano dispersi sotto l&#8217;impatto dell&#8217;offensiva, sono pian piano tornati nell&#8217;area, rendendola così insicura e tormentata che ogni giorno tra 10 e 20 famiglie se ne vanno verso zone più tranquille.</p>
<p><strong>Poi c&#8217;è la questione dell&#8217;oppio.</strong> Quest&#8217;anno il raccolto sarà modesto, perché una malattia delle piante ha mandato in malora almeno 2.500 tonnellate di siero dei papaveri. Una buona notizia che rischia di volgersi nell&#8217;esatto contrario. Parte della nuova strategia di Obama era stata proprio <strong>la decisione di andarci piano con i campi di papaveri</strong>, per non ridurre alla fame i contadini e non favorire l&#8217;arruolamento nella guerriglia. La malattia delle piante vanifica tutti gli sforzi, anche perché talebani e soci accreditano la voce che la &#8220;malattia&#8221; sia stata in realtà generata nei laboratori dell&#8217;esercito Usa. In più, <strong>il prezzo dell&#8217;oppio grezzo è cresciuto del 60%</strong>, facendo crescere a dismisura il valore delle scorte che i narcotrafficanti hanno accumulato nelle scorse stagioni, quando il raccolto era abbondante e il prezzo basso. E poiché il narcotraffico è una delle cassaforti della guerriglia, è lecito aspettarsi ulteriori difficoltà.</p>
<p>Ultimo ma non ultimo per importanza, l&#8217;aspetto politico. <strong>Obama stenta a sopportare il collega afghano Karzai</strong>, al quale rimprovera corruzione e inefficienza. Dopo la rielezione dell&#8217;agosto 2009 (con brogli pari a 1 milione di voti) ha provato a tenerlo a distanza, annullando un suo viaggio a Washington già previsto. Per tutta risposta, Karzai ha incontrato <strong>Mahmoud Ahmadinejad</strong>, il presidente dell&#8217;Iran. Appena gli americani hanno lanciato l&#8217;offensiva, Karzai ha cominciato a parlare di trattative con i talebani &#8220;moderati&#8221;. Poiché liberarsi di <strong>Karzai, che rappresenta l&#8217;etnia <em>pashtun</em> che conta oltre il 30% della popolazione afghana</strong>, è di fatto impossibile senza andare incontro a ulteriori disastri, Obama ha cambiato strategia. Ha invitato Karzai a Washington, l&#8217;ha coperto di onori e ha provato a conquistarlo con i sorrisi.</p>
<p>In questa partita l&#8217;Italia, come tante altre nazioni impegnate in Afghanistan, può giocare un ruolo limitato. <strong>Gli Usa hanno oltre 62 mila soldati, noi 3.300 (la Francia 3.750, il Canada 2.830, la Gran Bretagna 9.500, la Germania 4.665). Nel solo 2009 gli Usa hanno speso per l&#8217;Afghanistan quasi 65 miliardi di dollari. </strong>E&#8217; inevitabile che tocchi a Washington la regia dell&#8217;intera operazione. Poiché andarsene non è possibile, pena il tracollo di una regione che lambisce la Russia, tocca la Cina e coinvolge il Pakistan, possiamo solo sperare che gli strateghi di Obama ritrovino lucidità e fantasia.</p>
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		<title>PETROLIO IN MARE, IL MALE MINORE</title>
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		<pubDate>Thu, 13 May 2010 21:37:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;attenzione del mondo, in queste ultime settimane, si è concentrata su due fenomeni: la nube provocata dal vulcano in Islanda e l&#8217;ondata di petrolio che si è riversata nel Golfo del Messico dopo il disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della British Petroleum.

Il primo è un disastro naturale rispetto a cui, a quanto pare, c&#8217;è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;attenzione del mondo, in queste ultime settimane, si è concentrata su due fenomeni: la nube provocata dal vulcano in Islanda e l&#8217;ondata di petrolio che si è riversata nel Golfo del Messico dopo il disastro della piattaforma petrolifera <em>Deepwater Horizon</em> della British Petroleum.</p>
<p><span id="more-4829"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_4835" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4835" title="dEEPWATER hORIZON" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/05/dEEPWATER-hORIZON.jpg" alt="La piattaforma petrolifera Deepwater Horizon prima del disastro in cui sono morte 11 persone." width="300" height="209" /><p class="wp-caption-text">La piattaforma petrolifera Deepwater Horizon prima del disastro in cui sono morte 11 persone.</p></div>
<p><strong>Il primo è un disastro naturale </strong>rispetto a cui, a quanto pare, c&#8217;è poco da fare. <strong>Il secondo è un accidente provocato dalle attività dell&#8217;uomo</strong>, impressionante anche perché successo poco dopo che <strong>Barack Obama</strong> aveva dato il proprio consenso (decisione opposta a quanto promesso in campagna elettorale) a ulteriori perforazioni e ricerche petrolifere in Alaska e, appunto, nel Golfo del Messico.</p>
<p>Ad una riflessione un po&#8217; più documentata, però, l&#8217;incidente della <em>Deepwater Horizon</em> risulta assai simile a quello della centrale nucleare di <strong>Cernobyl</strong>. <strong>Prodotto anche quello dalle attività dell&#8217;uomo, terribile nelle conseguenze,</strong> spaventoso nelle reazioni provocate presso le opinioni pubbliche (in Italia, per esempio, i referendum del 1987 bloccarono la costruzione di centrali). Ma oggi il pianeta è pieno di centrali nucleari e, tanto per restare all&#8217;esempio nazionale, lo sono anche nazioni che con noi confinano come la Svizzera e la Francia.</p>
<p>Con questo, ovviamente, non voglio dire che <strong>versare in mare milioni di barili di petrolio</strong>, come appunto succede nel Golfo del Messico, sia una bella cosa. Attenzione, però, a prender la giusta misura delle cose. Il <a href="http://www.fas.org/sgp/crs" target="_blank"><em>Congressional Research Service</em></a> (vale a dire il Centro studi del Parlamento Usa), in un recente documento, ha ricordato che l&#8217;ultima grave fuga di petrolio da un pozzo sottomarino si era verificata 40 anni fa. E il <a href="http://www.nationalacademies.org/nrc" target="_blank">National Research Council</a>, ovvero il Centro studi dell&#8217;Accademia delle Scienze degli Usa, ha prodotto dati significativi: la media annuale di petrolio versato in mare dai pozzi sottomarini è calata dai 2,5 milioni di galloni del periodo 1980-1984 ai 12 mila galloni del periodo 2000-2004; <strong>le piattaforme petrolifere e i pozzi sottomarini producono solo l&#8217;1% del petrolio versato nelle acque territoriali americane</strong>, a cui si può aggiungere il 4% derivante dal traffico di petroliere e dagli oleodotti subacquei. Il resto, tutto il resto, viene da altre e purtroppo meno temute fonti.</p>
<p><strong>Il problema vero, per quanto riguarda soprattutto gli Usa</strong> ma in generale tutti i Paesi industrializzati, non è l&#8217;inquinamento delle acque ma quello dei cieli e della politica. Da un lato, continuare a dipendere in maniera così esasperata dai combustibili fossili (<strong>gli Usa bruciano 21 milioni di barili di petrolio al giorno, tre volte la Cina che ha quattro volte la popolazione degli Usa</strong>) incide sullo stato dell&#8217;atmosfera e sullo stato termico del pianeta. Dall&#8217;altro, contribuisce alle fortune economiche (e quindi politiche) di Paesi come l&#8217;Iran di Ahmadinejad o del Venezuela di Chavez o della Nigeria dei generali, e prima ancora dell&#8217;Iraq di Saddam Hussein. Alla fin fine, insomma, <strong>cercare petrolio in acque profonde</strong>, nell&#8217;attesa di arrivare al giusto mix di energia nucleare ed energie rinnovabili, potrebbe sempre essere il male minore.</p>
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		<title>PERCHE&#8217; OBAMA LASCIA A TERRA LO SHUTTLE</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 20:07:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 12 aprile Barack Obama andrà in Florida a spiegare perché vuole tagliare i fondi a programmi spaziali che danno lavoro a migliaia di persone, con una decisione che è stata pubblicamente criticata da tutti i rappresentanti dello Stato, democratici e repubblicani. E&#8217; anche facile prevedere che in quei giorni ripartirà a piena forza la polemica, perché <strong>il programma spaziale che nel 1969 portò gli americani sulla Luna</strong> dopo un solo decennio di sforzi, e che è appunto finito sotto le forbici di Obama, era ed è uno dei motivi dell&#8217;orgoglio nazionale.</p>
<p><span id="more-4514"></span><strong></strong></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4524" title="sHUTTLE" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/04/sHUTTLE.jpg" alt="sHUTTLE" width="300" height="199" /></p>
<p><strong>Se uno studia la decisione di Obama</strong>, trova alla base un altro dei mucchi di macerie lasciati dal buon <strong>George W. Bush</strong>. Era stato lui, infatti, a varare il <em>Constellation Program</em> per riportare astronauti americani sulla Luna entro il 2020. A quello scopo la Nasa ha già speso 6,5 miliardi di euro (9 miliardi di dollari) ma si è poi scoperto che senza un aumento del budget annuale di almeno 2 miliardi di dollari (3 miliardi di dollari circa) tutti gli sforzi sarebbero stati inutili. In ogni caso, 2,5 miliardi di dollari dovrano essere spesi per chiudere contratti già in essere e risarcire le imprese.</p>
<p><strong>Più che il risparmio, però, Obama (che qui sfoggia uno spirito da supercapitalista) </strong>persegue il profitto. La sua idea, infatti, non è di tagliare i fondi alla Nasa in sé (l&#8217;ente spaziale riceverà 100 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni) ma di spostare i fondi per i voli lunari verso nuovi progetti scientifici d&#8217;avanguardia (robotica, nanotecnologie) e appaltare ai privati eventuali traghettamenti verso la Luna. A questo scopo si sono fatte avanti diverse aziende private come <strong>United Launch Alliance</strong> (una joint venture di Boeing e Lockheed) e la <strong>Space Exploration Technologies Corporation</strong>, che già pregustano i futuri, lucrosi appalti.</p>
<p><strong>Il tempo ci dirà se Obama ha visto giusto</strong> o se, come hanno scritto alcuni commentatori americani di tendenze conservatrici, ha solo mostrato di non credere fino in fondo al destino eccezionale degli Usa. Una considerazione però è possibile: <strong>Obama si ritira dallo spazio</strong> proprio mentre gli altri, dalla Cina alla Russia (ma persino il Brasile e il Kazakhstan, per non dire dell&#8217;Iran) fanno tutto il possibile per andarci. Perché i voli privati sono una bella cosa e il contribuente americano risparmierà qualcosa, ma da settembre, atterrato l&#8217;ultimo volo dello Shuttle, gli Usa non avranno più un &#8220;servizio&#8221; proprio di trasporto spaziale. Se è una scommessa sul futuro della ricerca, Obama si conferma un capitano capace di scelte coraggiose.</p>
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