Come tutti i grandi appuntamenti internazionali, soprattutto quelli a forte impatto mediatico, anche l’incontro alla Casa Bianca tra Barack Obama e il Dalai Lama si presta ad almeno due livelli d’interpretazione. Per usare una metafora architettonica: c’è un piano nobile e un ammezzato.

Il Dalai Lama con Barack Obama.
Nel primo risiedono in bella vista e con decoro gli ideali e le migliori intenzioni. Il leader politico della superpotenza americana accoglie la guida spirituale del Tibet, costretta all’esilio dall’occupazione cinese. E’ il rifugio di un giorno se badiamo alle persone, è una

La posizione del Tibet sulla mappa della Cina.
fondamentale promessa che si rinnova se solo ricordiamo che il Dalai Lama fu già ricevuto da George Bush senior nel 1991, da Clinton nel 2000 e da George W. Bush nel 2001. L’America ribadisce il proprio attaccamento alla libertà dei popoli, a qualunque latitudine si trovino. Il Tibet vede confermata l’idea che la sua causa trova a Washington una sponda stabile e sicura. Fatto ancor più importante in anni in cui l’influenza economica e politica della Cina si sta facendo enorme.
Non occorre troppa malizia, però, per notare, più in basso, un certo brusìo. E’ l’ammezzato della politica, ineludibile e decisivo. A questo piano, la prospettiva quasi si rovescia. Il debole Dalai Lama fa un grande favore al potente Obama: gli “presta” la sua causa e gli consente di tenere un riflettore puntato sulla Cina che accelera in economia e rallenta nei diritti umani, civili e politici, che aumenta le proprie pretese d’influenza (le mani allungate sull’Africa, la sovranità sempre rivendicata sul Taiwan) senza però farsi carico degli inevitabili costi (ed ecco lo yuan tenuto artificialmente basso per agevolare le esportazioni). Che vuole insidiare la leadership globale degli Usa senza però partecipare alle preoccupazioni collettive ma, anzi, sfruttandole per cavarne qualche ulteriore vantaggio, come avviene con l’atomica della Corea del Nord e con i maneggi nucleari dell’Iran.

Una parata di truppe cinesi in Tibet.
Il Tibet è una piccola cosa, se la misuriamo sugli interessi di questi giganti, ma manda molta luce. La Cina è infastidita e lo dimostra l’attenzione spasmodica con cui i suoi diplomatici hanno analizzato ogni attimo della visita del Dalai Lama: da dov’è entrato, da dov’è uscito, quanto è durato il colloquio, hanno fatto le foto o no. O il computo maniacale dei leader disposti a riceverlo: Sarkozy no, la Merkel sì e così via.
Tutto questo per dire che non farsi illusioni è il modo migliore per apprezzare i risultati concreti. Usa e Cina discutono e pure litigano, essendo però legate a filo doppio. Le banche cinesi hanno fatto man bassa di buoni del Tesoro americani: controllano il debito degli Usa ma proprio per questo devono sperare che gli Usa non crollino e, anzi, si rafforzino. Gli Usa lavorano per la ripresa sapendo che questa porterà quattrini anche a coloro a cui hanno chiesto fiducia e prestiti, cioè appunto alla Cina. Difficile quindi attendersi mosse clamorose da parte della Casa Bianca sul Tibet, o svolte radicali nella drammatica situazione dei tibetani. Ma l’appoggio di Obama e dei suoi predecessori al Dalai Lama è comunque un freno agli istinti peggiori. Della Cina in questo caso. Ma grazie alla potenza dei simboli e dei media, di tutti coloro che sperano di sedersi al tavolo delle democrazie senza pagare dazio, senza adeguarsi, senza condividere almeno quel patrimonio minimo ma “costoso” di valori che fa marciare il mondo. E’ comprensibile che la dirigenza cinese, con 1 miliardo e 300 milioni di persone da sfamare, cerchi di rinviare il più possibile i necessari sacrifici. Il Tibet aiuta Obama e tutti noi a ricordarle che prima o poi dovrà comunque farli.
Pubblicato su Avvenire del 20 febbraio 2010

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957 e sono vice-direttore del settimanale "










