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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Usa</title>
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		<title>OBAMA E ROMNEY, BATTAGLIA SUL FISCO</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 22:40:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La lunga corsa degli americani verso le elezioni presidenziali di novembre non è ancora entrata nel vivo, che che avverrà solo quando sarà identificato l&#8217;avversario di Barack Obama e gli elettori avranno il loro sospirato duello, l&#8217;Ok Corral che appartiene non solo alla politica ma anahce alla mitologia degli Usa. Ma non bisogna sottovalutare quanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La lunga corsa degli americani verso le elezioni presidenziali di novembre non è ancora entrata nel vivo, che che avverrà solo quando sarà identificato l&#8217;avversario di <strong>Barack Obama</strong> e gli elettori avranno il loro sospirato duello, l&#8217;Ok Corral che appartiene non solo alla politica ma anahce alla mitologia degli Usa. Ma non bisogna sottovalutare quanto avviene ora, perché finirà col delineare la cornice dell&#8217;ultimo e decisivo scontro.</p>
<p><span id="more-13839"></span></p>
<div id="attachment_13848" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/Obama1.jpg"><img class="size-full wp-image-13848" title="Obama1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/Obama1.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Barack Obama, presidente degli Usa dal 2008.</p></div>
<p><strong>La partita, è chiaro, si giocherà sull&#8217;economia. E dopo quattro anni di sofferenze e decisioni criticate, per Obama si sta aprendo uno spiraglio di luce. La disoccupazione è ancora alta, 8,3%</strong> (cioè 12,8 milioni di persone senza lavoro, delle quali 5,5 milioni disoccupati da oltre sei mesi; più  8,2 milioni di sotto-occupati), ma è in calo da sette mesi consecutivi. In gennaio, poi, c&#8217;è stato un piccolo boom del lavoro: 230 mila posti di lavoro in più, quasi uno shock. La Borsa è in ripresa (l&#8217;indice Dow Jones di Wall Street è tornato sui livelli pre-crisi) e si diffonde, per la prima volta da anni, un cauto ottimismo. Mario Monti, che sarà alla Casa Bianca giovedì, potrà valutarne la consistenza e l&#8217;entità.</p>
<p><strong>E&#8217; chiaro che da oggi a novembre molte cose possono ancora cambiare, in meglio o in peggio. Quindi, per Obama, sarà forse decisivo anche un altro, più imponderabile fattore: la coscienza che gli americani</strong> possono aver (o non aver) acquisito di quanto sia cambiato il mondo negli ultimi anni. E, per conseguenza, di quanto debba cambiare il loro atteggiamento. Se i cittadini Usa sono convinti di poter tornare all&#8217;epoca pre-Obama, quella delle guerre e dei debiti facili, perché tanto gli Usa sono una potenza e nessuno può dir loro di no, allora Obama è spacciato. Sarà inevitabilmente visto non come il Presidente di un&#8217;America più saggia e attenta, più prudente e intelligente, ma come il presidente di un&#8217;America minore, introversa, meno ambiziosa e orgogliosa, perdente.</p>
<p><strong>Da questo punto di vista sarà indicativo l&#8217;esito di una battaglia che Obama e i democratici si apprestano a portare al Congresso,</strong> a partire da mercoledì quando il senatore <strong>Sheldon Whitehouse</strong> del Rhode Island chiederà di votare un Act (una legge, cioè) molto concretamente intitolato <em>Paying a Fair Share </em>(Pagare il giusto). Si tratta di una proposta di riforma del sistema fiscale ed è importante per almeno due ragioni.</p>
<div id="attachment_13850" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/romney.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13850" title="romney" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/romney-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Mitt Romney, favorito tra i repubblicani come sfidante di Obama.</p></div>
<p><strong>La prima è più particolare e attiene direttamente alla corsa per la Casa Bianca.  Mitt Romney, il favorito tra i repubblicani, è un uomo molto ricco. Un miliardario. Nel 2010, con operazioni di Borsa basate soprattutto su <em>hedge founds,</em> ha guadagnato oltre 20 milioni di dollari,</strong> sui quali ha pagato tasse pari solo al 13,9%. Questo succede perché negli Usa le rendite finanziarie sono tassate solo al 15%, e Romney ha anche potuto godere di ulteriori piccole esenzioni, scendendo appunto al 13,9%. Purtroppo la tassazione sui redditi da lavoro dipendente è ben diversa, mediamente sul 30% ma con possibilità di arrivare anche al 35%. Una sperequazione che salta agli occhi ed è ovviamente indigesta a molti. Così i democratici, convinti che alla fine lo sfidante di Obama sarà lui, puntano a metterlo in difficoltà agli occhi di milioni di <em>tax payers </em>che guadagnano meno ma pagano in proporzione molto di più.</p>
<p><strong>Negli Usa tutto questo, e molto altro, passa sotto la voce <em>Buffett Rule</em>. Così ha definito Obama il paradosso enunciato da Warren Buffett, il famosissimo e ricchissimo finanziere,</strong> che in un pubblico dibattito Tv disse di vergognarsi del fatto di pagare, in proporzione, meno tasse della propria segretaria. <strong>Debbie Bosanek,</strong> la segretaria in questione, in questi mesi è diventata una celebrità e ha assistito da ospite di Michelle Obama al recente discorso sullo stato dell&#8217;Unione in cui Barack Obama, guarda caso, è tornato a riproporre la <em>Buffett Rule </em>come la stella polare della riforma del sistema fiscale.</p>
<p><strong>Così il senatore Whitehouse (bel cognome: Casa Bianca) sta per proporre al Congresso di varare una legge in base alla quale chi guadagna oltre 1 milione di dollari l&#8217;anno</strong> venga gradualmente portato verso l&#8217;aliquota del 30%, fatta salva la deducibilità delle donazioni benefiche. I Repubblicani ovviamente sono contrari e hanno tutti i numeri per bloccare la proposta al Congresso. Ma la loro controproposta è debole: prevede la possibilità che i ricchi decidano spontaneamente, ma senza alcun obbligo, di alzarsi l&#8217;aliquota per contribuire al bilancio dello Stato. Cosa a cui nessuno, o quasi, è disposto a credere.</p>
<p><strong> A Obama e ai democratici in fondo importa poco che la legge non sia approvata dal Congresso. Perché potranno comunque ripetere ai cittadini, da qui a novembre, che loro sono i difensori della classe media</strong> e che i Repubblicani sono i protettori dei super-ricchi egoisti. Al di là della retorica elettorale, però, il dibattito sulla Buffett Rule mostrerà se gli americani credono ancora all&#8217;idea tradizionale che il benessere viene accumulato dall&#8217;intraprendenza dei ricchi ma poi, inevitabilmente, finisce col distribuirsi verso il basso; oppure  hanno metabolizzato in questi anni l&#8217;idea che l&#8217;intervento dello Stato non è peccato e che, anzi, è necessario per riequilibrare gli scompensi del sistema.</p>
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		<title>IRAQ, LA DELUSIONE DI CHI AIUTO&#8217; GLI USA</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 00:12:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; una delle tragedie della guerra in Iraq. Forse non la più clamorosa e nemmeno quella più cruenta, ma è ugualmente una tragedia. E&#8217; quella degli iracheni che dopo il 2003 aiutarono le truppe straniere arrivate per abbattere il regime di Saddam Hussein, e in particolare quelle americane, le più odiate dai fedelissimi del Rais [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; una delle tragedie della guerra in Iraq. Forse non la più clamorosa e nemmeno quella più cruenta, ma è ugualmente una tragedia. E&#8217; quella degli iracheni che dopo il 2003 aiutarono le truppe straniere arrivate per abbattere il regime di<strong> Saddam Hussein,</strong> e in particolare quelle americane, le più odiate dai fedelissimi del Rais (pochi) e dai miliziani di vario genere (moltissimi).</p>
<p><span id="more-13769"></span></p>
<div id="attachment_13774" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/USInterpreter.jpg"><img class="size-full wp-image-13774" title="USInterpreter" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/USInterpreter.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Un interprete iracheno con due donne soldato Usa.</p></div>
<p><strong>Quasi tutte queste persone avevano visto nella collaborazione con gli &#8220;invasori&#8221; forse una possibilità di cambiare il destino del proprio Paese, certo un&#8217;occasione per cambiare il destino proprio e della propria famiglia con un lavoro meglio pagato e con la prospettiva di potersi un giorno trasferire fuori dall&#8217;Iraq.</strong> Non si parla di poche persone, anche se l&#8217;esito del calcolo dipende molto dai criteri che si usano e dalla fonte a cui ci si rivolge. Perché i diversi Governi coinvolti rifiutano di fornire statistiche ufficiali, e meno che meno liste di nomi.<strong> Solo gli interpreti pare siano stati almeno 20 mila.</strong></p>
<p>L&#8217;Iraqi Refugee Assistance Project dello <a href="http://www.urbanjustice.org" target="_blank">Urban Justice Center</a>, una Ong americana, valuta che ancora nel 2010 gli iracheni impiegati dalle sole forze armate Usa erano 44 mila e che gli iracheni che avrebbero diritto a un visto per entrare negli Stati Uniti siano più di 60 mila, ovvero 30 mila impiegati più i loro familiari. Kirk Johnson, che nel 2005 lavorava a Fallujah per Usaid (<em>United States Agency for International Development) </em>e poi ha fondato una Ong chiamata <a href="http://thelistproject.org/" target="_blank">The List Project</a>, avanza cifre anche molto maggiori: 100 mila, forse 120 mila.</p>
<p><strong>Quegli impieghi ben pagati erano anche impieghi ad alto rischio. Sempre secondo calcoli non ufficiali, negli anni tra il 2003 e il 2010 sarebbero stati uccisi almeno mille interpreti iracheni. </strong>Un file della Titan, un&#8217;agenzia privata americana che forniva interpreti iracheni all&#8217;esercito Usa, è stato rivelato al sito di giornalismo investigativo <a href="http://www.propublica.org" target="_blank"> Pro Publica</a>: in esso compaiono i nomi di 300 traduttori iracheni uccisi in Iraq tra il 2003 e il 2008. Ed è l bilancio di un solo datore di lavoro. Il ruolo del &#8220;collaboratore&#8221; era rischioso allora, quando le truppe Usa ancora combattevano, ma non è meno pericoloso adesso, quando l&#8217;Iraq è ancora scosso da una crudele violenza settaria e la protezione americana è venuta meno per il ritiro del contingente.</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/interprete.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13775" title="interprete" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/interprete-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il Governo americano non è stato insensibile alla questione. Nel 2007 (quindi ancora con l&#8217;amministrazione Bush in carica), il Congresso autorizzò un programma di &#8220;visti speciali&#8221; per gli iracheni: 5 mila visti l&#8217;anno per un totale di 25 mila visti, diceva la legge.</strong> Purtroppo finora di visti agli iracheni ne sono stati concessi solo 3.317 (in tutto, non all&#8217;anno). Le ragioni sono diverse: alcuni di loro per esempio sono spariti (forse morti, forse emigrati in altri Paesi come Siria o Giordania, forse non più desiderosi di partire), ma i più sono tenuti alla larga dal territorio americano dalle misure di sicurezza decise dopo gli attentati alle Torri Gemelle e all&#8217;epoca dell&#8217;intervento contro Saddam Hussein. Come essere sicuri, infatti, che il leale collaboratore di una volta non sia diventato, col tempo, un islamista? O anche solo un criminale?</p>
<p>Così sia il Governo Bush sia il Governo Obama si sono tenuti ben lontani dalle quote di visti che si erano impegnati a concedere. E l&#8217;andamento peggiora in vista delle elezioni presidenziali di novembre 2012: <strong>nel marzo 2011 solo 7 visti sono stati concessi, in aprile solo 9,</strong> mentre in certi mesi del 2010 erano stati anche 200. I Governi europei non si sono comportati molto meglio e tutto insieme questo produce una brutta pagina di storia.</p>
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		<title>MUHAMMAD ALI&#8217;, 70 ANNI SUL RING</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 19:21:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DI GIAN PAOLO ORMEZZANO &#8211; Cassius Marcellus Clay compie 70 anni il 17 gennaio. Muhammad Alì ne compie 48 il 26 febbraio. Si tratta della stessa persona, ma è meglio non ricordarlo ad Alì, che dal 1964 ha preso il nuovo nome facendosi duramente musulmano, lui figlio di una fervente cristiana battista e di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438_ctl00_paragraphsReader_repParagraphs_ctl00_TImage">
<div>DI GIAN PAOLO ORMEZZANO &#8211; <strong>Cassius Marcellus Clay compie 70 anni il 17 gennaio. Muhammad Alì ne compie 48 il 26 febbraio. </strong>Si tratta della stessa persona, ma è meglio non ricordarlo ad Alì, che dal 1964 ha preso il nuovo nome facendosi duramente musulmano, lui figlio di una fervente cristiana battista e di un pittore d’insegne discretamente affermato. Era già uno dei pugili più popolari, era da un giorno campione del mondo, era il grande peso massimo che sapeva, parole sue, “pungere come un’ape e svolazzare come una farfalla”.</div>
<div><span id="more-13407"></span></div>
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<div id="attachment_13415" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/ali.jpg"><img class="size-full wp-image-13415" title="ali" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/ali.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a><p class="wp-caption-text">Cassius Clay-Muhammad Alì sui tetti di  New York.</p></div>
</div>
<div><strong>Era pure un atleta nero bellissimo, alto 1,91, come peso massimo piuttosto leggero, 98 chili. Aveva sconfitto il giorno prima, appunto il 25 febbraio di quel 1964, Sonny Liston</strong>, “il terrore del ring”, in uno strano match, forse truccato a pro della mafia che aveva scommesso sul giovane Clay contro il grande favorito, un tipaccio vicino ad ambienti malavitosi. E in effetti lui, vincitore per ko al primo minuto, onestamente disse di non credere proprio di avere portato un colpo terribile, decisivo.</div>
<div><strong>La sua epopea è legata soprattutto a tre incontri, ovviamente definiti tutti “del secolo”</strong>: <strong>quello contro Sonny Liston, nel 1964 a Miami</strong>, con il campione in carica che – già detto &#8211; consegnò a Cassius Clay ventiduenne il titolo mondiale “sbattendo” la tempia contro un suo pugno neanche troppo violento. <strong>Quello contro Joe Frazier (morto all’alba del 2012) che fu dichiarato vincitore ai punti</strong>, grazie ad un knock down che spedì per un brevissimo tempo Alì al tappeto e condizionò i giudici, alla fine di una sfida tremenda in cui molti videro in realtà prevalere Alì (New York, 8 marzo 1971), il quale Alì distrusse poi Frazier in una terza sfida, a Manila, quattordici riprese di massacro</div>
<div><strong>Quello contro George Foreman a Kinshasa, nel Congo, dove si confermò il più forte, il più grande, nella sfida detta del millennio</strong>. Dopo fu il declino, ma quella notte – 30 ottobre 1974 &#8211; lui stravinse, per abbandono del rivale all’ottava ripresa, per conto dei negri d’Africa, il continente delle sue radici a cui si era come riconsegnato, contro Foreman<strong> il negro d’America, sospettato di essere uno “zio Tom” amico dei bianchi</strong>. La gente di Kinshasa era tutta per lui, il grido in swahili era “Alì boma yè”, Alì uccidilo.</div>
<div>
<p><strong>Sentivo bene quel grido mentre, a pochi giorni dal match, parlavo con Alì </strong>nella capitale della ex colonia belga, la repubblica detta Zaire (il nome locale del fiume Congo) sulla quale Mobutu regnava come un re spietato. Nella stanzetta dei massaggi, dentro lo stadio messo a nuovo per il match del secolo anzi del millennio, lui sdraiato sul lettino, <strong>Angelo Dundee, calabrese che di cognome vero faceva Merenda o giù di lì,</strong> il suo manager-confessore-guru, il giornalista italiano che stentava a capire l’inglese con il profondo “broad accent” del Sud del campione su cui operava un massaggiatore silenzioso. <strong>Avevo avuto lo straordinario privilegio di un’intervistona esclusiva grazie a Gianni Minà, </strong>collega/fratello, amico personale di Alì e di Dundee che mi aveva detto: “Nel nome di Gianni Alì ti riceve, nel nome di Dio e di Allah non chiamarlo mai Clay”.</p>
<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438_ctl00_paragraphsReader_repParagraphs_ctl06_pParagrafo">Fuori dallo spogliatoio dello stadio strepitavano centinaia di giornalisti lì da tempo, il nuovo arrivato stava “dentro” con il campione troppo a lungo, stava sottraendo loro Alì alla brevissima quotidiana conferenza stampa di gruppo. <strong>Imbeccato da domande banali ma forse inevitabili su Roma nel suo ricordo di campione olimpico, Alì parlava e straparlava, diceva che Roma ai suoi albori aveva avuto un re negro</strong>. Quale? Annibal o Asdrubal, non so bene.</p>
<p>Annibale era cartaginese, arabo, e non è mai stato re di Roma. Gli feci l’elenco dei primi monarchi, anche Asdrubal non c’era. Mi intestardii e lui si infuriò, un paio di volte fece intendere che voleva alzarsi dal lettino e venirmi vicino per convincermi di quello che diceva. <strong>Dietro di lui Angelo mi faceva cenno di lasciar perdere. Lasciai perdere, e forse persi l’occasione di essere messso ko da Muhamadd Alì. O da Cassius Clay, a piacere</strong>.</p>
</div>
<div><strong>Rifiutato da sempre a parole il suo status di atleta da facile consumo da parte dei bianchi padroni, Cassius Clay si era fatto musulmano seguendo la predicazione di Malcom X, </strong>e nel 1967 si era negato come soldato statunitense ri-chiamato ad andare in Vietnam (una prima volta era stato scartato per scarsa istruzione). <strong>Disse: “Conosco i vietcong soltanto per quello che ci ha fatto vedere la televisione, comunque nessuno di loro mi ha mai chiamato negro, come invece accade nel mio Paese</strong>”.</div>
<div>
<div id="attachment_13417" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/orme.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13417" title="orme" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/orme-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Gian Paolo Ormezzano.</p></div>
<p>Il negro aveva gettato nel fiume della sua città, Louisville nel Kentucky razzista, la medaglia d’oro vinta ai Giochi olimpici di Roma 1960 fra i mediomassimi, per protesta contro il mondo bianco che in un ristorante gli aveva negato il posto a tavola per il colore della sua pelle. <strong>Rischiò il carcere, fu sospeso dal mestiere di pugile per indegnità, venne riammesso al ring nel 1971</strong>, quando sul Vietnam molti statunitensi la pensavano come lui. E riuscì a riprendersi il titolo.</p>
</div>
</div>
<p><strong>Cassius Clay ha disputato nella carriera professionistica, dal 1961 al 1981, 61 incontri, vincendone 56, 37 dei quali per ko. </strong>Se una sua vittoria (Liston, la mafia…) è dubbia, le sue cinque sconfitte sono dovute a casualità di pugni “riusciti” o ad anagrafe all’occaso. <strong>Il primo che lo ha decisamente, chiaramente sconfitto si chiama Joe Frazier, e infatti la rivalità fra i due, affrontatisi tre volte (2 a 1 per il Nostro) è leggenda</strong>. Cassius Clay esordì alla boxe “pro” il 29 ottobre 1960 nella sua Louisville, battendo ai punti in sei riprese un certo Tonney Hunsacker. L’ultimo suo match il’11 dicembre 1981, contro Trevor Berbick che vinse ai punti in dieci riprese. Ernie Shravers è stato, con Joe Frazier, l’altro che lo ha messo decisamente a terra.</p>
<p><strong>Dal 1981 dello stop definitivo Clay-Alì patisce i dolori, i problemi e le umiliazioni del morbo di Parkinson, che lo ha mostrato tremolante e patetico, quando, ai Giochi di Atlanta 1996, toccò a lui l’ultima fiaccola</strong>, quella con cui accendere il tripode nella cerimonia inaugurale (e fu allora che gli venne dato il fac-simile della medaglia di Roma buttata in un fiume). <strong>Ha avuto quattro mogli, ha collezionato sette figli.</strong> Una sua figlia, Laila, ha fatto pugilato, è stata la migliore al mondo, ha vinto 25 incontri su 25. <strong>Adesso lui sta molto male, ha anche tanti vuoti di memoria, recita le poesie che scriveva quando era un re</strong>. È riuscito a scampare al destino di povertà che sembra attendere quasi tutti i pugili milionari, ha i soldi anche per una sua fondazione per la lotta al Parkinson.</p>
<p><em><strong>di Gian Paolo Ormezzano</strong></em></p>
<p>Leggendario giornalista sportivo (e non), <strong>Gian Paolo Ormezzano</strong> ha lavorato a <em>Tuttosport</em> (di cui è poi diventato direttore) e alla <em>Stampa</em> come inviato speciale. Collabora da tempo immemore con <em>Famiglia Cristiana. </em>Ha scritto libri. ha raccontato 23 edizioni dei Giochi olimpici (versione estiva e invernale), 28 giri d&#8217;Italia, 12 Tour de France, innumerevoli campionati mondiali ed europei di calcio, atletica, basket, nuoto. Tifa, inevitabilmente, per il Toro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438_ctl00_paragraphsReader_repParagraphs_ctl04_pParagrafo"><strong><br />
</strong></p>
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		<title>LA CRISI NON E&#8217; UGUALE PER TUTTI</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 09:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8216;Intelligence Unit dell&#8217;Economist ha elaborato un&#8217;interessante e per certi versi agghiacciante statistica sulla situazione prima e dopo crisi globale in diversi Paesi. Il criterio di analisi è quello della produzione pro capite, il confronto è tra il 2007 (prima della crisi, appunto) e il 2012 (previsioni). Ecco com&#8217;è andata in una serie di grandi Paesi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L<a href="http://www.eiu.com" target="_blank">&#8216;Intelligence Unit </a>dell&#8217;Economist ha elaborato un&#8217;interessante e per certi versi agghiacciante statistica sulla situazione prima e dopo crisi globale in diversi Paesi. Il criterio di analisi è quello della produzione<em> pro capite</em>, il confronto è tra il 2007 (prima della crisi, appunto) e il 2012 (previsioni). Ecco com&#8217;è andata in una serie di grandi Paesi.</p>
<p><span id="more-13161"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_13165" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/cina.jpg"><img class="size-full wp-image-13165" title="cina" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/cina.jpg" alt="" width="300" height="242" /></a><p class="wp-caption-text">Una fabbrica in Cina.</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Scarto nella produzione tra 2007 e 2012</strong></p>
<p>Gran Bretagna          - 5,3%</p>
<p>Usa                               &#8211; 2,7%</p>
<p>Francia                       &#8211; 2,5%</p>
<p>Giappone                   &#8211; 0,7%</p>
<p>Germania                  + 3,5%</p>
<p>Russia                         + 10,2%</p>
<p>Brasile                        + 14,3%</p>
<p>India                           + 34,2%</p>
<p><strong>Cina                             + 51,3%</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>NON C&#8217;E&#8217; PRIMAVERA ARABA IN BAHREIN</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 22:41:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non tutte le Primavere sono uguali. Così, proprio mentre si congratulavano per il &#8220;nuovo corso&#8221; di Egitto, Tunisia e Libia, gli Usa del premio Nobel per la Pace Obama si apprestavano a vendere armi per 53 milioni di dollari al reame del Bahrein, a quel punto ancora impegnato a incarcerare e torturare oppositori, non contento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non tutte le Primavere sono uguali. Così, proprio mentre si congratulavano per il &#8220;nuovo corso&#8221; di Egitto, Tunisia e Libia, <strong>gli Usa del premio Nobel per la Pace Obama </strong>si apprestavano a vendere armi per 53 milioni di dollari al reame del Bahrein, a quel punto ancora impegnato a incarcerare e torturare oppositori, non contento di aver stroncato le richieste di democrazia facendo entrare nel Paese le forze armate di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.</p>
<p><span id="more-13015"></span><strong> </strong></p>
<div id="attachment_13022" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/proteste.jpg"><img class="size-full wp-image-13022" title="proteste" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/proteste.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Le proteste dei cittadini del Bahrein in febbraio.</p></div>
<p><strong>Per fortuna gli Usa sono una grande democrazia e la pressione di organizzazioni per i diritti umani, politici onesti</strong> (sei deputati democratici hanno scritto a <strong>Hillary Clinton </strong>per chiederle di bloccare la trattativa) e giornali ha fatto ritardare la vendita, francamente indecente. Il Governo americano ha messo all&#8217;accordo sulle armi una condizione: che i diritti civili dei cittadini del Bahrein (un milione e 250 mila abitanti, per il 60% locali e per il resto immigrati, soprattutto di origine asiatica) siano rispettati.</p>
<p><strong>Una procedura un po&#8217; buffa perché gli Usa hanno in Bahrein un&#8217;importante base navale, centri di ascolto attrezzatissimi per spiare l&#8217;Iran</strong> e sono i principali fornitori delle armi con cui  Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, oltre alla polizia dello stesso Bahrein, hanno fatto da febbraio almeno 40 morti (più centinaia di feriti e almeno 500 detenuti) tra coloro che chiedono più democrazia e una più equilibrata divisione dei poteri tra la maggioranza sciita e la casa regnante degli <strong>Al Khalifa</strong> (e la minoranza degli abitanti) che è sunnita. In poche parole: di come vanno le cose laggiù ne sanno più gli Usa di chiunque altro, sovrano del Bahrein compreso.</p>
<div id="attachment_13024" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/ALKHALIFA.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13024" title="ALKHALIFA" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/ALKHALIFA-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Il re del Bahrein, Al Khalifa.</p></div>
<p>Comunque sia, e dovendo soddisfare le esigenze di pubblica decenza di un partner politico importante come gli Usa, il re <strong>Hamad bin Isa al Khalifa</strong> ha dovuto acconciarsi a concedere una commissione d&#8217;inchiesta (indipendente ma pur sempre ufficiale) sulla repressione. Il corposo rapporto che ne è nato (il<a href="http://http://files.bici.org.bh/BICIreportEN.pdf" target="_blank"> Report of the Bahrain Independent Commission of Inquiry</a>, quasi 500 pagine) ha comunque fatto due affermazioni importanti.</p>
<p><strong>La prima</strong> è che le forze di sicurezza del Paese hanno fatto &#8220;un uso sistematico di maltrattamenti psicologici e fisici, in molti casi di vera e propria tortura&#8221;. <strong>E la seconda</strong>, forse più inaspettata, è che dietro le proteste non c&#8217;erano sobillatori e finanziamenti arrivati dal vicino e sciita Iran, ma puro e semplice malcontento popolare. <strong>Il che ha tolto alla repressione la sua più efficace giustificazione,</strong> perché l&#8217;Iran ha il regime che ha, la rivalità sunniti-sciiti è sempre accesa e i Paesi petroliferi della regione farebbero carte false pur di rovinare un concorrente.</p>
<p>Così la questione si ancor più ingarbugliata. <strong>Perché il re Al Khalifa, viste le premesse, e dopo aver gettato sulle spalle di ufficiali incompetenti ogni responsabilità,</strong> ha sospeso la presentazione ufficiale delle conclusioni della Commissione d&#8217;inchiesta. Così facendo, però, ha messo in ulteriore imbarazzo gli Usa, che ben difficilmente potrebbero consdierare soddisfatta la richiesta di chiarimenti sui diritti civili dei cittadini del Bahrein.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>IRAQ, QUEL CHE RESTA DELLA GUERRA</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 22:41:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 21 ottobre Barack Obama aveva annunciato il completo ritiro di tutte le truppe Usa dall&#8217;Iraq entro la fine dell&#8217;anno, e sta mantenendo la parola. Gli ultimi 39 mila soldati americani (il massimo della forza era stato raggiunto nel 2008, con 165 mila uomini) tornano a casa, lasciando gli iracheni, almeno quelli al governo, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 21 ottobre Barack Obama aveva annunciato il completo<strong> ritiro di tutte le truppe Usa dall&#8217;Iraq entro la fine dell&#8217;anno</strong>, e sta mantenendo la parola. Gli ultimi 39 mila soldati americani (il massimo della forza era stato raggiunto nel 2008, con 165 mila uomini) tornano a casa, lasciando gli iracheni, almeno quelli al governo, non si sa quanto felici di vederli partire.</p>
<p><span id="more-12954"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/Iraq1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-12967" title="Iraq1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/Iraq1.jpg" alt="" width="300" height="221" /></a><strong>Il ritiro americano è totale anche perché è fallita l&#8217;ultima trattativa: il Governo iracheno chiedeva che restassero almeno 5 mila soldati in qualità di istruttori, sottoposti però alle leggi nazionali. </strong>In poche parole, non liberi di sparare a piacimento sui civili iracheni. Leon Panetta, all&#8217;epoca ancora ministro della Difesa (ora è capo della Cia), aveva seccamente risposto: &#8220;Noi proteggiamo i nostri soldati e chiediamo per loro l&#8217;appropriata immunità&#8221;. Fine della trattativa.</p>
<p><strong>Nata tra le menzogne di George Bush e dei suoi uomini, la guerra in Iraq è tuttora un tabù intellettuale. </strong>Troppo freschi i ricordi per non far degenerare ogni dibattito in uno scontro ideologico. Ma non solo. Accompagnata da una gigantesca e ben organizzata campagna di disinformazione, la guerra è stata amputata anche di una corretta informazione.<strong> Il Dipartimento della Difesa Usa denuncia 4.408 soldati uccisi e 32.195 feriti. </strong>Gli inglesi hanno perso 179 uomini. Secondo le statistiche elaborate dalla <a href="http://www.brookings.edu" target="_blank">Brookings Institution</a> su dati forniti dal Governo Usa, sono circa 10 mila i soldati e poliziotti iracheni caduti negli scontri con la guerriglia.</p>
<p>Possiamo crederci? E&#8217; tanto o è poco? Personalmente sono piuttosto scettico, per quel che ho visto nei viaggi in Iraq e per quanto ho potuto studiare, <strong>sulla cifra dei civili morti di morte violenta.</strong> La Brookings parla di 82 mila circa, il ministero della Sanità dell&#8217;Iraq di 100 mila circa. Ma è una valutazione offerta già anni fa e nel frattempo gli iracheni hanno continuato a cadere nelgi attentati: quasi 1.800 solo quest&#8217;anno. E va ricordato che l&#8217;amministrazione Bush aveva espressamente vietato di tenere e pubblicare statistiche sulla sorte dei civili iracheni.</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/Iraq2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-12969" title="OPERATION IRAQI FREEDOM" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/Iraq2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Bisognerebbe poi capire quali danni e quali vantaggi abbia eventualmente portato all&#8217;Iraq questa guerra. Via Saddam Hussein, d&#8217;accordo. Ma forse si poteva farlo in altro modo. Un sondaggio condotto in Iraq nel giugno di quest&#8217;anno (dall&#8217;<a href="http://www.iri.org" target="_blank">International Repubblican Institute</a>) ha raccolto i seguenti risultati:</p>
<p>- <strong>Il Paese va nella direzione giusta o sbagliata?</strong> Giusta 38%  Sbagliata 52%                                                                     &#8211; <strong>Descrivereste la situazione economica come buona o cattiva?</strong> Buona 48%  Cattiva 49%                                &#8211; <strong>Nell&#8217;ultimo anno si è avuta più o meno sicurezza?</strong> Più sicurezza 59%  Meno sicurezza  22%</p>
<p><strong>Meno ristrettezze, più sicurezza ma si va nella direzione sbagliata. A quanto pare anche gli iracheni hanno qualche difficoltà a giudicare. </strong>E&#8217; possibile che questo dipenda da fattori che a noi, da lontano, riesce difficile valutare in modo corretto. Per esempio: molti più ragazzi iracheni vanno a scuola, dal 2002 (prima della guerra) al 2005 sono cresciuti del 5,7% (da 3,5 a 3,7 milioni) gli iscritti alle scuole elementari e del 27% (da 1,1 a 1,4 milioni) gli iscritti alle medie e superiori.</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/Iraq3.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-12970" title="Iraq3" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/Iraq3-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Ma i medici iracheni prima della guerra erano 34 mila e alla fine del 2008 erano solo 16 mila.</strong> Più di 20 mila medici hanno lasciato l&#8217;Iraq e solo poco più di 1.500 sono in seguito tornati. Più di 2 mila medici sono stati uccisi e 250 rapiti. E&#8217; meglio avere il figlio che va a scuola o il medico che ti cura? O è meglio avere il telefono? <strong>C&#8217;erano 833 mila abbonati al telefono in Iraq prima della guerra, oggi ci sono quasi 20 milioni di cellulari (su 31,5 milioni di abitanti)</strong> e 1 milione e 300 mila telefoni fissi. O le fognature, che all&#8217;inizio del 2008 raggiungevano l&#8217;8% della popolazione, un anno dopo il 20% e ai primi del 2011 il 26%?</p>
<p>L&#8217;Iraq, che nel 2011 ha incassato 37 miliardi di dollari con l&#8217;esportazione del petrolio, e secondo<a href="http://www.transparency.org" target="_blank"> Transparency International</a> è 175° (su 183 Paesi esaminati) nella graduatoria del corretto e onesto governo della cosa pubblica. Per dare un&#8217;idea: l&#8217;Irak di Saddam era 113% su 133, quindi un po&#8217; meglio in graduatoria di quelli di adesso.</p>
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		<title>AL AWLAKI, VITA E MORTE DI UN TERRORISTA</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 22:28:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anwar al Awlaki, portavoce di Al Qaeda nella Penisola arabica e una delle ultime figure di spicco del terrorismo islamico, è stato eliminato nello Yemen da un missile sparato da un drone americano. Era sfuggito per miracolo a una simile sorte il 6 maggio di quest&#8217;anno, quando un altro missile aveva colpito l&#8217;auto su cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Anwar al Awlaki</strong>, portavoce di Al Qaeda nella Penisola arabica e una delle ultime figure di spicco del terrorismo islamico, <strong>è stato eliminato nello Yemen</strong> da un missile sparato da un drone americano. Era sfuggito per miracolo a una simile sorte il 6 maggio di quest&#8217;anno, quando un altro missile aveva colpito l&#8217;auto su cui viaggiava, uccidendo però gli altri due passeggeri.</p>
<p><span id="more-12013"></span></p>
<div id="attachment_12019" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/awla.jpg"><img class="size-full wp-image-12019" title="Fort Hood Shooting Imam" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/awla.jpg" alt="" width="300" height="226" /></a><p class="wp-caption-text">Anwar al Awlaki.</p></div>
<p>Al Awlaki era una figura molto interessante. <strong>Non era un uomo d&#8217;armi ma un maestro della tecnologia e della parola. E</strong>ra il programmatore che aveva creato la rete Internet di Al Qaeda e uno dei più efficaci reclutatori del terrorismo nella diaspora dei musulmani all&#8217;estero. In più, conosceva bene l&#8217;Occidente e il suo modo di pensare per aver studiato negli Usa (una laurea in Ingegneria presa nel Colorado, un master in Scienze sociali in California e un Phd in Gestione delle Risorse Umane a Washington) e aver vissuto, oltre che negli Usa, anche in Gran Bretagna.</p>
<p>Nella sua biografia pubblica di terrorista spiccano tre momenti. <strong>Al Awlaki era un imam e tre dei terroristi dell&#8217;11 settembre avevano frequentato la moschea in Virginia dove lui predicava.</strong> In contatto con Al Awlaki era stato anche il maggiore medico <strong>Nidal Hasan,</strong> cittadino Usa di origine palestinese, che aveva poi ucciso 13 commilitoni nella base di For Hood nel 2009. Sempre Al Awlaki aveva reclutato il nigeriano <strong>Umar Faruk Abdul Mutallab</strong>, che il giorno di Natale 2009 aveva cercato di farsi saltare a bordo di un volo transatlantico diretto verso Detroit.</p>
<p>Come la vita, anche la morte di Al Awlaki è interessante. E&#8217; avvenuta, infatti, una settimana dopo il rientro nello Yemen di <strong>Ali Abdullah Saleh</strong>, il presidente-dittatore alle prese con la rivolta di un parte del Paese, a cui ha risposto con una repressione sanguinosa. Molti sospettano che l&#8217;eliminazione di Al Awlaki fosse organizzata da tempo ma che sia stata realizzata proprio ora per dare un supporto strategico alla pericolante causa del Presidente.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong></p>
<div id="attachment_12021" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/yemen.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-12021" title="yemen" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/yemen-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Un oppositore del presidente Saleh dello Yemen.</p></div>
<p></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Saleh è da tempo un fedele alleato degli Usa e si era rifugiato a Riyad, capitale dell&#8217;Arabia Saudita</strong>, sotto la protezione di un altro regime strettamente legato alla politica americana. Sono stati gli stessi sauditi a riportarlo a Sanaah, capitale dello Yemen, e a scortarlo fino al suo palazzo.</p>
<p>Se i sospetti hanno un fondamento, si può immaginare un quadro di questo tipo. <strong>Gli Usa favoriscono il cambio di regime in Egitto e in Tunisia</strong> e addirittura si fanno promotori (e sostengono con <em>intelligence</em> e materiali) della <strong>guerra in Libia</strong>. Al contrario, si oppongono a qualunque cambiamento in <strong>Arabia Saudita e nel vicino Bahrein </strong>e assistono senza batter ciglio alla repressione di ogni richiesta di democrazia. <strong>Per lo Yemen e la Siria, altra posizione</strong>: a parole per il cambio di regime, nei fatti schierati con l&#8217;autocrate Saleh (nello Yemen) e comunque contro un ricambio che non possono controllare (nella Siria di Assad).</p>
<p><strong>E&#8217; ovvio che tutto questo non ha nulla a che vedere con ideali e principi ma solo con gli interessi nazionali. Gli Usa, quindi, volevano rafforzare la propria posizione nel Mediterraneo.</strong> Perché? Certo non per il petrolio, visto che l&#8217;Algeria non si è mossa e la Libia, dopo tutto, è solo il quarto produttore di petrolio dell&#8217;Africa. Perché temono la crisi economica dell&#8217;Europa e vogliono seguirla più da vicino? Perché temono che la Cina, già penetrata profondamente in Africa, possa in qualche modo infiltrare anche l&#8217;economia del Mediterraneo? Difficile dirlo. Ma credo che ne discuteremo ampiamente nel prossimo futuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>USA, LA CARICA DEI NUOVI POVERI</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 12:35:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Propublica, il sito internet americano che nel 2010 ha vinto, primo nella storia, il Premio Pulitzer di giornalismo, ha pubblicato un interessante quadro della diffusione della povertà negli Stati Uniti. Lo rimetto in circolo, è facile da consultare e molto completo. Un&#8217;unica avvertenza: per leggere meglio i dati, ovviamente espressi in dollari, teniamo presente che, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.propublica.org" target="_blank">Propublica</a>, il sito internet americano che nel 2010 ha vinto, primo nella storia, il Premio Pulitzer di giornalismo, ha pubblicato un interessante quadro della diffusione della povertà negli Stati Uniti. Lo rimetto in circolo, è facile da consultare e molto completo.</p>
<p><span id="more-11916"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/poveri.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-11923" title="poveri" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/poveri.jpg" alt="" width="300" height="241" /></a></p>
<p>Un&#8217;unica avvertenza: per leggere meglio i dati, ovviamente espressi in  dollari, teniamo presente che, al cambio odierno, 1.000 dollari sono  pari a 736,5 euro; quindi 10 mila dollari sono pari a 7365 euro.</p>
<ul>
<li><strong>Soglia della povertà negli Usa</strong>: reddito di 22,314 dollari per una famiglia di 4 persone e di 11,139 dollari per un single</li>
<li><strong>Americani sotto la soglia della povertà nel 2010:</strong> 46,2 milioni</li>
<li><strong>Tasso di povertà ufficiale nel 2007</strong> (prima della crisi): 12,5% &#8211; <strong>tasso di povertà nel 2009</strong>: 14,3% &#8211; <strong>tasso di povertà nel 2010</strong>: 15,1%</li>
<li>Ultimo anno precedente in cui il tasso di povertà è stato così alto: 1993</li>
<li>Tasso di povertà nei &#8220;suburbs&#8221; (aree residenziali fuori dalle grandi città): 11,8%, il più alto dal 1967</li>
<li>Percentuale della popolazione che guadagna metà o meno della metà della soglia di povertà: 6,7%; prima del 2007, 5,2%</li>
<li><strong>Tasso di povertà tra gli americani bianchi</strong>: 13% &#8211; <strong>tasso di povertà tra gli afroamericani</strong>: 27,4%</li>
<li>Reddito di una famiglia media nel 2010: 49.445 dollari &#8211; diminuzione del reddito rispetto al 2007: 6,4%</li>
<li>Reddito medio di un operaio a tempo pieno nel 2010: 47.715 dollari &#8211; reddito medio di un operaio a tempo pieno nel 1973, in dollari 2010: 49.065 dollari</li>
<li><strong>Persone disoccupate in agosto 2011: 14 milioni</strong></li>
<li>Persone occupate a tempo parziale per ragioni legate alla crisi: 8,8 milioni</li>
<li>Rapporto tra nuovi posti di lavoro creati e disoccupati (luglio 2011): 1 su 4,34</li>
<li>Percentuale di americani privi di assicurazione sanitaria nel 2010: 16,3% &#8211; nel 2007, 15,3%</li>
<li>Percentuale di famiglie che hanno avuto cibo a sufficienza per tutto il 2010: 85,5% &#8211; nel 2007, 88,9%.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Davvero non servono commenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>11 SETTEMBRE, IL CONTO E&#8217; ANCORA APERTO</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 12:14:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>
		<category><![CDATA[11 settembre]]></category>
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		<category><![CDATA[torri gemelle]]></category>

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		<description><![CDATA[Dieci anni fa, nelle prime ore dopo gli attentati negli Usa, Famiglia Cristiana pubblicò un fascicolo speciale sulla cui copertina campeggia la skyline di New York avvolta nella nube scura prodotta dagli incendi che poi fecero crollare le Torri Gemelle. Un’immagine emblematica in quei momenti drammatici ma diventata simbolica nei dieci anni successivi. La nuvola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dieci anni fa, nelle prime ore dopo gli attentati negli Usa, <em>Famiglia Cristiana</em> pubblicò un fascicolo speciale sulla cui copertina campeggia la skyline di New York avvolta nella nube scura prodotta dagli incendi che poi fecero crollare le Torri Gemelle. Un’immagine emblematica in quei momenti drammatici ma diventata simbolica nei dieci anni successivi.<strong> La nuvola mortale</strong> che si levava dalle Torri incombe sui nostri Paesi e sui nostri cuori ancora oggi.</p>
<p><span id="more-11749"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/torre.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-11784" title="torre" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/torre.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a></p>
<p><strong>Metà degli attuali rifugiati del mondo, cioè 4,7 milioni di persone, sono cittadini dei Paesi in cui sono state combattute le guerre post-11 settembre: </strong>Afghanistan (3,1 milioni di persone) e Irak (1,6). Per non parlare dei morti, ovviamente, che in realtà abbiamo deciso di non contare: in Irak, nel solo 2006, secondo le Nazioni Unite furono quasi 35 mila i civili uccisi nelle violenze.</p>
<p>Ma non basta. Si è molto parlato dell’innalzamento del tetto del debito statale Usa, lungamente discusso dal presidente Obama con l’opposizione repubblicana. <strong>Negli otto anni della presidenza Bush gli aumenti del “tetto” furono cinque, con l’esito finale di raddoppiare il deficit federale</strong> per sostenere le guerre decise in risposta agli attentati dell’11 settembre. Sappiamo che cos’è successo dopo: la politica americana del debito ha innescato nel 2007 la crisi finanziaria mondiale ma, soprattutto, ha indebolito in modo fatale la superpotenza Usa.</p>
<p><strong>È un paradosso, ma si può persino sostenere che Osama bin Laden è alla fine riuscito a ferire gli Usa</strong>. Non tanto colpendoli, ma piuttosto inducendoli a reagire al colpo. E a proposito di Osama: per quanto brutale sia stata la sua eliminazione, chi di noi (italiani, spagnoli, inglesi, tedeschi&#8230; ) non ha tirato un sospiro di sollievo quando ha saputo che non avrebbe più potuto nuocere? Nelle città italiane, ancora un anno fa, c’erano i  militari per strada. La nuvola delle Torri Gemelle ha fatto tantissima strada e da qualche parte aleggia ancora.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.famigliacristiana.it" target="_blank">Famiglia Cristiana</a> n.37/2011</p>
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		<title>11 SETTEMBRE, IL MONDO NON E&#8217; CAMBIATO</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 12:53:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>
		<category><![CDATA[11 settembre]]></category>
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		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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		<category><![CDATA[terrorismo islamico]]></category>
		<category><![CDATA[terroristi]]></category>
		<category><![CDATA[torri gemelle]]></category>

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		<description><![CDATA[DI SANDRO CALVANI &#8211; Il mondo non è cambiato davvero. Quelle immagini drammatiche e indimenticabili hanno causato tremende emozioni, confusione e disorientamento. Ma non ne è scaturita una nuova visione del mondo né una voglia di cambiare il corso della storia. Quell’attacco ha dimostrato le potenzialità dell’interdipendenza globale, tanto che nessuno può più sentirsi sicuro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DI SANDRO CALVANI &#8211; Il mondo non è cambiato davvero. Quelle immagini drammatiche e indimenticabili hanno causato tremende emozioni, confusione e disorientamento. <strong>Ma non ne è scaturita una nuova visione del mondo</strong> né una voglia di cambiare il corso della storia. Quell’attacco ha dimostrato le potenzialità dell’interdipendenza globale, tanto che nessuno può più sentirsi sicuro a casa propria se altri sono disperati da qualche altra parte. <span id="more-11747"></span></p>
<div id="attachment_11773" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/torri.jpg"><img class="size-full wp-image-11773" title="torri" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/torri.jpg" alt="" width="300" height="250" /></a><p class="wp-caption-text">Le Torri Gemelle colpite dagli aerei l&#39;11 settembre 2001.</p></div>
<p>Ma pochi hanno capito quel messaggio sconvolgente e <strong>i leader ne hanno minimizzato la complessità, presentandola come il risultato di pochi terroristi pazzi. Eliminati loro si sarebbe potuti tornare alla vita irresponsabile del precedente ventennio: </strong>ogni nazione e ogni potere forte difende i propri interessi e si protegge contro l’eventuale rabbia degli altri. Non c’è più stato un attacco terroristico di quelle proporzioni, ma il cambio climatico continua a moltiplicare le migrazioni, le carestie e i disastri naturali; <strong>le bugie della finanza e delle armi mandano il mondo in bancarotta</strong>, il divario tra i più ricchi e i più poveri cresce ovunque; le mancate scelte energetiche accelerano l’ecocidio del pianeta, migliaia di morti nei nuovi conflitti non generano più forti emozioni.</p>
<p><strong>L’11 settembre non ha deviato la storia perché il cambio che servirebbe è così profondo per l’umanità intera che non bastano le esplosioni di New York o Fukushima a convincerci.</strong> Dodici anni dopo la caduta del Muro di Berlino, a New York l’11 settembre 2001 cominciò la costruzione di altri muri per separare l’umanità, per non vedere e non parlare delle vere attese di dignità e diritti di miliardi di persone. La vittima più gravemente ferita è stata  l’educazione alle complesse sfide globali. Ed è l’unica via di salvezza possibile.</p>
<p><em><strong>di Sandro Calvani</strong> (direttore del Centro Asean sugli obiettivi di sviluppo del Millennio dell&#8217;Onu)</em></p>
<p><em>Pubblicato su <a href="http://www.famigliacristiana.it" target="_blank">Famiglia Cristiana</a> n. 37/2011<br />
</em></p>
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