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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Turchia</title>
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		<title>EUROPOL: LA DROGA VIAGGIA A DUE RUOTE</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Oct 2010 15:39:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[James Dean e Marlon Brando, da lassù, faranno un sorriso nel vedere che l&#8217;ultima emergenza in Europa è l&#8217;aumento delle bande di motociclisti. Ma questi non sono come i bikers dei film, duri col cuore d&#8217;oro. I bikers di oggi  trafficano droga e di armi, praticano l&#8217;estorsione e l&#8217;omicidio e sempre più spesso si spingono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>James Dean e Marlon Brando, da lassù, faranno un sorriso nel vedere che l&#8217;ultima emergenza in Europa è l&#8217;aumento delle bande di motociclisti. Ma questi non sono come i bikers dei film, duri col cuore d&#8217;oro. I <em>bikers</em> di oggi  <strong>trafficano droga e di armi</strong>, praticano l&#8217;estorsione e l&#8217;omicidio e sempre più spesso si spingono nel campo della frode e del riciclaggio, per non parlare del tradizionale sfruttamento della prostituzione.</p>
<p><span id="more-7083"></span></p>
<div id="attachment_7089" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7089" title="Hells Angels Turchia" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/Hells-Angels-Turchia.jpg" alt="Due Hells Angels turchi." width="300" height="244" /><p class="wp-caption-text">Due Hells Angels turchi.</p></div>
<p><a href="http://www.europol.europa.eu" target="_blank">Europol</a>, l&#8217;organismo che si sforza di coordinare il lavoro delle polizie di tutto il continente, sta diramando ripetuti allarmi in proposito. Fonte di particolare preoccupazione sono due fatti nuovi. Il primo è il rapidissimo aumento della presenza di bande criminali di motociclisti in Europa. <strong>Hells Angels</strong>, <strong>Outlaw</strong> e <strong>Bandidos</strong>, le tre bande principali, hanno 731 sezioni (o <em>chapter</em>) in tutto il mondo ma ben 425 nella sola Europa. nel nostro continente l&#8217;aumento è stato quasi frenetico: da 120 sezioni nel 2005 si è arrivati in un lampo alle 425 attuali.</p>
<div id="attachment_7091" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7091" title="HellsAngelsEuropa" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/HellsAngelsEuropa.jpg" alt="Nella tabella Europol: l'incremento delle bande di Hells Angels in Europa rispetto a quello in altre aree." width="300" height="196" /><p class="wp-caption-text">Nella tabella Europol: l&#39;incremento delle bande di Hells Angels in Europa rispetto a quello in altre aree.</p></div>
<p>La ragione del boom sta nel secondo fatto che preoccupa Europol. <strong>Le tre bande principali sembrano sempre più spesso capaci di superare la tradizionale (e sanguinosa) rivalità</strong> per operare di comune accordo. Questo ha accresciuto la loro influenza e ha loro permesso di inserirsi in uno degli affari illegali più lucrosi del mercato criminale europeo: <strong>il traffico e lo smercio di droga che arriva in Europa lungo la cosiddetta &#8220;via dei Balcani&#8221;</strong>, quella che ha il perno nella Turchia.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-7093" title="HellsAngels&amp;Bandidos" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/HellsAngelsBandidos.jpg" alt="HellsAngels&amp;Bandidos" width="300" height="225" /></p>
<p>La presenza delle bande di motociclisti, infatti, è diventata particolarmente rilevante <strong>(si contano più di 60 bande)</strong> nei Paesi che ruotano intorno a quell&#8217;area, dalla Bulgaria all&#8217;Albania, dalla Macedonia alla Croazia, Paese in cui non a caso Europol ha tenuto di recente un seminario di studi per ufficiali della polizia internazionale. In questi Paesi, inoltre, i <em>bikers </em>stanno mettendo in atto <strong>una vera e astuta strategia di pubbliche relazioni</strong>, con articoli sui giornali e servizi televisivi che servono ad accreditare un&#8217;immagine vecchio stile, appunto hollywoodiana, delle loro attività.</p>
<p>Da segnalare, infine, un fenomeno difficile da notare ma significativo: <strong>molti motociclisti di origine turca stanno lasciando le bande tedesche</strong> in cui prima militavano per &#8220;arruolarsi&#8221; nelle corrispondenti bande turche. Segno evidente di uno spostamento di equilibrii di potere e di interessi economici.</p>
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		<title>KOSOVO 2: UNO STATO CRIMINALE?</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 22:43:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
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		<description><![CDATA[La classe dirigente del Kosovo indipendente è una diretta emanazione dell&#8217;Uck, il movimento armato anti-serbo e indipendentista fondato alla metà degli anni Novanta. Hashim Taci, primo ministro e leader del Partito democratico, era nel movimento il responsabile dai finanziamenti e degli approvvigionamenti di armi. Come lui, nei principali posti di governo e all&#8217;interno del Partito, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La classe dirigente del Kosovo indipendente è una diretta emanazione dell&#8217;Uck, il movimento armato anti-serbo e indipendentista fondato alla metà degli anni Novanta. Hashim Taci, primo ministro e leader del Partito democratico, era nel movimento il responsabile dai finanziamenti e degli approvvigionamenti di armi. Come lui, nei principali posti di governo e all&#8217;interno del Partito, siedono coloro che erano tra i capi della guerriglia.</p>
<p><span id="more-5742"></span></p>
<div id="attachment_5753" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5753" title="thaci" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/07/thaci.jpg" alt="Hashim Taci, ex guerrigliero del'Uck e attuale primo ministro del Kosovo." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Hashim Taci, ex responsabile dei finanziamenti finanziario dell&#39;Uck e attuale primo ministro del Kosovo.</p></div>
<p><strong>In sé e per sé questo non è strano. Succede sempre nei Paesi che hanno vissuto una &#8220;lotta di liberazione&#8221;, da Cuba all&#8217;Algeria.</strong> Nella storia del kosovo indipendente le stranezze sono altre. Nel 1997 <strong>Robert Gelbard</strong>, inviato speciale per i Balcani del presidente <strong>Bill Clinton</strong>, dichiarò che l&#8217;Uck &#8220;è senza alcun dubbio un gruppo terrorista&#8221; e fino al 1998 il Dipartimento di Stato Usa tenne l&#8217;Uck nella &#8220;lista nera&#8221; delle organizzazioni terroristiche internazionali. Poi di colpo tutto cambiò. L&#8217;Uck fu sdoganato, aiutato in ogni modo (particolarmente attivi la Cia e i servizi segreti tedeschi), la Serbia annichilita ecce. ecc.</p>
<p>Le ragioni di tanta benevolenza sono chiare. <strong>Agli Usa e a molti Paesi europei (Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna) conveniva ridurre l&#8217;influenza sui Balcani da parte della Russia, influenza esercitata soprattutto attraverso la Serbia.</strong> Per quella regione passano gasdotti e oleodotti e sempre più ne passeranno in futuro. La Russia già controllava una parte importante delle riserve mondiali di greggio e di gas, lasciarle anche il controllo strategico delle rotte dei gasdotti e degli oleodotti sarebbe stato troppo. <strong>Un obiettivo strategico non solo accettabile ma anche rispettabile</strong>, almeno se osserviamo la questione da un punto di vista strettamente politico. In più, agli Usa faceva comodo insediare nei Balcani (cioè in Europa e ai confini dell&#8217;ex area di influenza sovietica) la propria potenza militare e di <em>intelligence</em>. Ecco così sorgere in Kosovo Camp Bondsteel, la più grande base militare americana fuori dai confini degli Usa.</p>
<p>Il problema è un altro. <strong>Se uno osserva con disincanto la situazione, vede che il Kosovo è forse avviato sulla strada dell&#8217;Afghanistan</strong>. Anche a Kabul il presidente Karzai non lo voleva più nessuno, eppure è diventato impossibile sbarazzarsene e tocca starlo a guardare mentre permette alla cricca che lo circonda di rubare, commerciare, trafficare con l&#8217;oppio e, in definitiva, contribuire alla rovina degli sforzi occidentali per far crescere il Paese. Di <strong>Hashim Taci</strong> tutti sanno che finanziava la guerriglia dell&#8217;Uck smerciando</p>
<div id="attachment_5757" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-5757" title="logo-uckxxxx" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/07/logo-uckxxxx-150x150.jpg" alt="Lo stemma dell'Uck ai tempi della guerriglia contro la Serbia di Slobodan Milosevic." width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Lo stemma dell&#39;Uck ai tempi della guerriglia contro la Serbia di Slobodan Milosevic.</p></div>
<p>eroina e cocaina in Europa, ricevendola dai grossisti turchi e appoggiandosi ai trafficanti albanesi, <strong>e alcuni (per esempio il magistrato svizzero Carla Del Ponte, per anni procuratore generale della Corte Internazionale di Giustizia)  addirittura lo sospettano di aver praticato anche il traffico di organi prelevati con la forza ai prigionieri serbi</strong>. Secondo la Del Ponte, i civili serbi, donne e bambini compresi, venivano rapiti, trasferiti in Albania e lì mutilati (gli organi venivano poi avviati a cliniche turche specializzate in traianti) prima di essere uccisi. anche il Consiglio d&#8217;Europa ha chiesto alle autorità albanesi e kosovare di indagare, naturalmente senza esito.</p>
<p>Da diversi anni, ormai, analisti della più diversa origine e impostazione sono concordi nel definire il Kosovo &#8220;uno Stato criminale&#8221;. Cioè non uno Stato tormentato dalla criminalità ma <strong>uno Stato gestito dalla criminalità organizzata</strong>. I segnali in questo senso sono molteplici, quasi quotidiani. L&#8217;ultimo, l&#8217;arresto del governatore della Banca centrale, <strong>Hashim Rexhepi</strong>, accusato di corruzione e riciclaggio. La cosa tra l&#8217;altro ci riguarda perché, secondo un rapporto <a href="http://www.interpol.int" target="_blank"><strong>Interpol</strong></a>, sarebbero particolarmente forti i legami con la camorra e la &#8216;ndrangheta.</p>
<p>Ma dovremmo forse anche badare ai comportamenti precedenti, quando i politici di oggi erano ancora &#8220;solo&#8221; i capi della guerriglia. Nel 1999 <strong>Fatos Klosi</strong>, capo dei servizi sergeti dell&#8217;Albania, rivelò al <em>Sunday Times</em> che l&#8217;Uck si appoggiava, in Albania, a una rete logistica che faceva capo ad <strong>Al Qaeda</strong>. Un rapporto che non si sarebbe interrotto nemmeno con le stragi compiute dagli islamisti l&#8217;11 settembre 2001. Secondo molti rapporti di organizzazioni indipendenti, inoltre, l&#8217;Uck si sarebbe macchiato di campagne del terrore ai danni dei serbi non meno crudeli di quelle condotte dai serbi ai danni dei kosovari. Si parla di 30 mila profughi<strong> (dati Unhcr)</strong> e di migliaia di persone assassinate o rapite.</p>
<p>Tutto questo non ha smosso le anime belle europee, comunque <strong>non le ha spinte a trattare Taci e gli ex dell&#8217;Uck con l&#8217;intransigenza con cui trattano, per dire, Hamas o Hezbollah</strong>. La ragione politica non mi sfugge. Resta il fatto che per difendere interessi pure importanti ci siamo messi nel cuore dell&#8217;Europa uno Stato di quel genere. Speriamo di non doverlo rimpiangere.</p>
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		<title>MONS. PADOVESE, CRISTIANO, UCCISO</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 21:44:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Appare probabile che monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell&#8217;Anatolia, ucciso oggi a coltellate nella sua residenza di Iskenderun, sia caduto vittima di uno squilibrato, o di un uomo dalla salute mentale compromessa. Murat Altun, arrestato per il delitto, era l&#8217;autista del vescovo e con lui era venuta in Italia almeno due volte. Molte circostanze, insomma, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Appare probabile che monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell&#8217;Anatolia, ucciso oggi a coltellate nella sua residenza di Iskenderun, sia caduto vittima di uno squilibrato, o di un uomo dalla salute mentale compromessa. <strong>Murat Altun</strong>, arrestato per il delitto, era l&#8217;autista del vescovo e con lui era venuta in Italia almeno due volte. Molte circostanze, insomma, ricordano un&#8217;altra morte tragica, quella di <strong>don Andrea Santoro</strong>, ucciso anche lui a coltellate nella sua chiesa di Trabzon.</p>
<p><span id="more-5075"></span></p>
<div id="attachment_5083" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5083" title="padovesexxx" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/06/padovesexxx.jpg" alt="Una delle ultime immagini di monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell'Anatolia." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Una delle ultime immagini di monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell&#39;Anatolia.</p></div>
<p><strong>E&#8217; chiaro, però, che questa morte orrenda proietta una luce particolare</strong> non solo sulla situazione dei cristiani in Medio Oriente, ormai da molto tempo assai critica, ma anche sul <strong>viaggio di Benedetto XVI a Cipro</strong>, dove il Papa presenterà <span style="color: #000000;">l&#8217;<em>Instrumentum Laboris</em> dell&#8217;Assemblea speciale del  Sinodo dei vescovi dedicata al Medio Oriente, in programma dal 10 al 24  ottobre 2010. Pur non rientrando nella Custodia francescana, la Turchia appartiene a buon diritto alla Terra Santa e l&#8217;omicidio di un vescovo, qualunque sia la follia che ha armato l&#8217;uccisore, appare comunque come un assalto ai cristiani. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per capire perché, basta rileggere l&#8217;ampia intervista che monsignor Padovese concesse a <a href="http://http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=12096" target="_blank">sussidiario.net</a>. Il vescovo raccontava della sua diocesi (vasta circa due terzi della Turchia e con soli 2.500 cattolici) e del pauroso declino della comunità cristiana del Paese: </span><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">«Nel 1927 i cristiani erano il  20%, circa due milioni su una popolazione di 17-18 milioni. Il fatto che  oggi ci troviamo ad essere un numero cosi risicato <em>(circa 100 mila, n.d.r)</em> su una popolazione  di 70-71 milioni è sintomo di una situazione segnata da innegabili  discriminazioni. <strong>La Costituzione sancisce l’uguaglianza dei cittadini  turchi</strong>. Non è la legge in quanto tale che causa questi fenomeni, ma la  sua non applicazione…».</span></p>
<p><span><strong>In queste ore molti uomini politici turchi</strong> hanno espresso a chiare lettere stima per monsignor Padovese e dolore sincero per l&#8217;accaduto. Resta però il fatto che la Turchia è il Paese islamico forse più moderno e democratico al mondo, ma anche il Paese islamico dove, storicamente, i cristiani hanno subito le più feroci discriminazioni: nel <strong>1915-1916</strong>, con il genocidio di un milione e mezzo di armeni cristiani, e nel <strong>1923</strong>, con la deportazione di un milione e mezzo di turchi di origine greca.</span></p>
<p><span><strong>Recuperare questa memoria serve non a criminalizzare la Turchia odierna</strong> ma a spiegare alcune cose. Intanto, perché con tutti i suoi meriti la Turchia non può essere accettata troppo facilmente nell&#8217;Europa comunitaria. Poi, perché è giusto monitorare il complesso gioco d&#8217;equilibrio che lega il primo ministro Erdogan all&#8217;islam e agli islamisti. <strong>Quindi, a farci capire che è più spesso la politica a usare la religione che non il contrario</strong>. Non sarebbe male, infine, se le nostre cancellerie, così preoccupate di difendere Israele sempre e comunque in nome della &#8220;democrazia in Medio Oriente&#8221;, capissero che difendere concretamente i cristiani di Terra Santa darebbe alla democrazia un impulso forse persino più veloce.<br />
</span></p>
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		<title>TURCHIA: IL GENERALE NON ABITA PIU&#8217; QUI</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 19:08:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Turchia: a due anni dai primi arresti (fine gennaio 2008), il “caso Ergenekon” tocca l’apice con questa specie di retata che ha portato agli arresti di 40 persone, tra cui figure non più centrale ma simboliche dell’establishment militare del Paese come il generale Ibrahim Firtina, ex capo dell’Aeronautica, e l’ammiraglio Ozden Ornek, ex capo della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Turchia: a due anni dai primi arresti (fine gennaio 2008), il “caso Ergenekon” tocca l’apice con questa specie di retata che ha portato agli arresti di 40 persone, tra cui figure non più centrale ma simboliche dell’<em>establishment</em> militare del Paese come <strong>il generale Ibrahim Firtina</strong>, ex capo dell’Aeronautica, e <strong>l’ammiraglio Ozden Ornek</strong>, ex capo della Marina.</p>
<p><span id="more-3521"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_3524" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-3524" title="Turchiamilitari" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/02/Turchiamilitari.jpg" alt="Una parata dell'esercito turco. Sullo sfondo, un grande ritratto di Kemal Ataturk, il &quot;padre della patria&quot;." width="300" height="238" /><p class="wp-caption-text">Una parata dell&#39;esercito turco. Sullo sfondo, un grande ritratto di Kemal Ataturk, il &quot;padre della patria&quot; che modernizzò il Paese.</p></div>
<p><strong>Non è il numero degli arresti a colpire</strong>: dopo tutto, per il golpe vero o presunto tramato da una vera o presunta organizzazione nazionalista (Ergenekon, appunto) sono finiti in carcere ormai più di 200 tra militari, intellettuali, simpatizzanti della destra e persino mafiosi. E’ il modo a fare impressione: <strong>il premier Recep Tayyip Erdogan</strong> li ha annunciati come per caso durante una visita di Stato in Spagna, che non si è sognato di interrompere. In tanto <strong>il generale Ilker Basburg</strong>, capo di Stato maggiore delle forze armate, rientrava di corsa da una missione di tre giorni in Egitto.</p>
<p><strong>Una prova di forza, dunque.</strong> Non la prima e nemmeno l’ultima tra l’Akp (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) filoislamico di Erdogan e i militari <img class="alignright size-thumbnail wp-image-3529" title="KemalAtaturk" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/02/KemalAtaturk-150x150.jpg" alt="KemalAtaturk" width="150" height="150" />autonominatisi custodi dell’eredità laica e occidentalista di <strong>Kemal Ataturk</strong> (<em>nella foto</em>), il padre della moderna Turchia. Raccontata così, la storia di questa ferocissima battaglia politica pare solo l’ennesimo capitolo della stucchevole <em>fiction</em> intitolata “Lo scontro di civiltà”. Ma in essa c’è molto più di questo. Qualcuno può credere che, a causa di Erdogan, la Turchia stia avviandosi sulle orme dell’Iran o, per dire di un Paese islamista che però nessuno critica, dell’Arabia Saudita? Qualcuno riesce a pensare che <strong>i militari turchi, che di golpe veri ne hanno fatti almeno tre (1960, 1971, 1980) </strong>dando poi sempre povere prove di Governo, siano la classe dirigente più adatta per un Paese che aspira a entra nella Ue e che intanto è diventato uno snodo fondamentale per le forniture energetiche di tutto l’Occidente?</p>
<p><strong>Erdogan, nel 1998 processato e condannato al carcere</strong> per “incitamento all’odio religioso”, è al potere dal 2002 e finora ha governato assai bene. L’inflazione è stata riportata sotto controllo, l’economia è cresciuta in media del 7% l’anno, vasti progetti sono stati avviati nel settore delle infrastrutture (come le 22 dighe nel Sud-Est del Paese, per irrigare e produrre energia) ed è stato leggermente ridotto lo storico divario nel tenore di vita tra l’Est, più povero, e l’Ovest del Paese. <strong>Le pulsioni islamiche, e persino gli ammiccamenti all’islamismo</strong>, non mancano nella compagine di Governo, ma Erdogan li ha tenuti sotto controllo e nei momenti decisivi (per esempio nel 2003, con l’attacco anglo-americano contro l’Iraq di Saddam Hussein) si è sempre schierato con l’Occidente.</p>
<p><strong>Per questo i turchi gli hanno sempre dato fiducia</strong>, soprattutto nei momenti in cui il confronto con i vertici dell’esercito e della magistratura si è fatto più aspro. Come nel 2007, quando Erdogan e l’Akp candidarono <strong>Abdullah Gul</strong> alla presidenza della Repubblica, si scontrarono con l’opposizione dell’esercito e l’ostruzionismo parlamentare dell’opposizione, andarono alle elezioni anticipate e ottennero il 46,6% dei consensi.</p>
<p><strong>I militari turchi, oggi, assai più che l’islamismo di Erdogan</strong> soffrono la perdita di status e di ruolo. Nei decenni in cui la Turchia era il bastione Est della Nato, il confine con l’impero sovietico e la muraglia verso la <em>terra incognita</em> dell’islam, il loro ruolo era decisivo anche in ambito internazionale. I Governi Usa li blandivano e li proteggevano, all’Europa quanto meno non interessavano. <strong>E questa condizione gli permetteva di esercitare un enorme potere anche in patria</strong>.  Il Muro di Berlino è caduto addosso anche a loro: l’Urss non c’è più e la Russia di Putin è un socio in affari; gli americani hanno altro a cui pensare e comunque hanno portato la guerra in Iraq, <strong>fin nel cuore dell’islam, senza bisogno di intermediari.</strong> Nell’arresto dei generali in pensione c’è, per questi soldati un po’ arrugginiti, la certificazione di un declino drammatico e persino crudele.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 23 febbraio 2010</p>
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		<title>MAMMA LI TURCHI! MA SONO QUELLI LAICI</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jul 2008 18:12:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[     Sapete qual è il primo ministro più bravo del mondo sviluppato? Recep Erdogan, premier della Turchia, musulmano (più o meno moderato) militante. Non sono io a dirlo, sono i dati, i fatti. Negli ultimi cinque anni (e cioè da quando Erdogan è in carica) le esportazioni sono cresciute del 240%, l’inflazione è scesa dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>     Sapete qual è il primo ministro più bravo del mondo sviluppato? Recep Erdogan, premier della Turchia, musulmano (più o meno moderato) militante. Non sono io a dirlo, sono i dati, i fatti. Negli ultimi cinque anni (e cioè da quando Erdogan è in carica) le esportazioni sono cresciute del 240%, l’inflazione è scesa dal 100 al 9% su base annua, <strong>il Prodotto Interno Lordo è cresciuto in media del 7% l’anno</strong>, la Turchia è arrivata al sesto posto come dimensione economica se confrontata ai 27 Paesi dell’Unione Europea e al diciassettesimo posto nella graduatoria mondiale.<br />
       Eppure, nelle prossime settimane <strong>Erdogan, il presidente della Repubblica Gul e 69 deputati loro compagni di partito</strong> (Partito per la giustizia e lo Sviluppo, che alle ultime elezioni ottenne il 46% dei voti) potrebbero essere interdetti dai pubblici uffici dalla Corte Costituzionale, se questa accoglierà le accuse mosse dal presidente della Corte di Cassazione <strong>Abdurrahman Yalcinkaya</strong>, convinto che Erdogan e soci vogliano introdurre la <em>sharia</em> (legge islamica) nel Paese. Per citare il rapporto dello stesso Yalcinkaya: “E’ evidente che i movimenti dell’Islam politico e il partito in questione aspirano a stabilire un sistema fondato sulla sharia piuttosto che sullo stato di diritto”. <strong>In Turchia è già successo che un partito fosse sciolto per via giudiziaria</strong>, ma sarebbe una novità assoluta che questo capitasse al partito al Governo, e per di più al primo ministro e al Presidente.<br />
      La battaglia tra maggioranza islamica e magistratura ultra-laica è esplosa nel marzo scorso e la scintilla veniva da un provvedimento di Erdogan, che aveva deciso di rimuovere <strong>la norma che vieta alle studentesse universitarie di portare il velo nelle ore di lezione</strong>. Il rischio di una specie di golpe legale via magistrati (roba da far leccare le labbra a Di Pietro, al ministro Alfano e ai lodisti di ogni colore) ha già prodotto le sue conseguenze, sotto forma di un rallentamento delle attività economiche, di un aumento della disoccupazione (tornata oltre il 10%) e di una maggiore prudenza degli investitori esteri. Difficile dire come finirà. L’esercito, appoggiato dai fondamentalisti laici del kemalismo, ha già realizzato <strong>quattro colpi di Stato in quarant’anni. Erdogan, per parte sua, non è un angioletto</strong> (passò dal rango di sindaco di Istanbul a quello di galeotto per “incitamento all’odio religioso”) né uno sprovveduto e sa come reagire.<br />
      Noi possiamo farci poco e poi sono anche fatti loro. Staremo a vedere. Mi interessa di più un’altra questione: <strong>a noi conviene avere ai confini dell’Europa una Turchia laica ed economicamente depressa (com’è sempre stata quando a dettare la linea erano i generali) o una Turchia islamica (non islamista, islamica) ed economicamente florida?</strong> E per conseguenza: può essere integralista un Paese islamico che interagisce con il mondo, commercia, tiene contatti, accoglie investitori esteri e garantisce loro occasioni e guadagni, fa funzionare la Borsa, insedia corpose comunità all’estero come in Germania, fa viaggiare i suoi cittadini, ospita milioni di turisti?<br />
       La risposta alla prima domanda mi pare scontata: conviene sempre avere dei vicini in buona salute economica, perché questa riduce i conflitti sociali, frena l’emigrazione, favorisce la convivenza tra etnie e fedi diverse, facilita le relazioni internazionali. Cosa tanto più vera se si pensa al <strong>ruolo di cerniera tra Est e Ovest che la Turchia svolge da sempre</strong> (ecco i Paesi con cui confina: Armenia, Azerbaijan, Bulgaria, Georgia, Grecia, Iran, Iraq e Siria) ma che si è accentuato in questi anni con la guerra contro l’Irak (e relative tensioni appunto fra curdi e turchi), le tensioni nel Caucaso e<strong> la guerra fredda su gas e petrolio che impegna severamente Usa e Russia ma che ha sempre nella Turchia</strong> (dall’oleodotto filo-Usa Btc, che va dall’Azerbaigian al porto turco di Ceyhan), al gasdotto filo-Russia Blue Stream, che pure in territorio turco deve passare) uno snodo decisivo.<br />
      Più interessante la seconda domanda: può un Paese islamico economicamente vivace e sviluppato, oltre che inserito nelle relazioni internazionali del commercio, essere anche integralista? Io penso di no. Immagino che la prima obiezione a questa convinzione sia: e l’Arabia Saudita? <strong>Paese ricchissimo ma integralista come pochi, oltre che finanziatore e promotore dell’integralismo wahabita.</strong> Vero. Ma l’Arabia Saudita (come gli altri Paesi del Golfo) non ha una vera e propria economica: ha il petrolio e basta. Rendita abbondantissima, che permette ai sauditi di fare grande shopping in Occidente, ma non un’economia propriamente detta. E infatti non ha Borsa, non ha esportazioni, non ha agricoltura, non ha industria, non ha relazioni economiche a prescindere dal petrolio. E poiché il petrolio è una risorsa strategica a livello mondiale, può permettersi di coltivare tutto l’integralismo che vuole.<br />
       Per la Turchia non è così (il suo unico bene strategico è la posizione geografica) e 70 milioni di turchi per campare più o meno bene possono solo contare sul loro lavoro e sui rapporti economici con gli altri Paesi. <strong>Non è un caso se il recente boom economico è stato trainato dal rapido sviluppo dell’Anatolia, una regione fino a pochi anni fa decisamente arretrata</strong>. Da quelle parti non si beve alcol, si prega cinque volte al giorno rivolti alla Mecca, le donne velate non sono una rarità. E’ la Turchia profonda dove il laicismo non ha mai fatto presa e dove Erdogan raccoglie percentuali di voto massicce. Una turchia, però, che dialoga senza problemi con i sistemi produttivi e finanziari dell&#8217;Occidente, e con i loro protagonisti.<br />
       Germania e Italia sono, nell’ordine, i primi due partner europei nell’interscambio commerciale con la Turchia. Paesi e Governi che per l’integralismo islamico non hanno alcuna simpatia. Nazioni sviluppate che tra qualche anno dovranno forse fare i conti con una Turchia piazzata non più tra le prime venti economie del pianeta ma tra le prime dieci. Come reagiranno? E come reagirà il resto del mondo islamico?<br />
 </p>
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		<title>OLMERT TRATTA CON HEZBOLLAH, HAMAS E LA SIRIA. E&#8217; L&#8217;UNICA COSA DA FARE</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 22:40:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>      La decisione dei due Ehud d’Israele (Barak, ministro della difesa e leader del Partito Laburista, e Olmert, primo ministro e leader di Kadima) di siglare un accordo con Hezbollah ha scatenato la prevedibile ondata di polemiche. Ricordiamo in breve la questione: per ottenere la liberazione dei soldati <strong>Eldad Regev</strong> ed <strong>Ehud Goldwasser</strong>, rapiti dai miliziani di <strong>Hezbollah</strong> durante l’incursione in territorio israeliano che innescò la guerra dell’estate 2006, il Governo di Israele (insolitamente compatto, con 22 sì e soli 3 no, nonostante il parere contrario dei vertici dei servizi segreti) ha accettato di liberare <strong>il terrorista Samir Kuntar</strong> (in carcere dal 1979, condannato a quattro ergastoli per aver ucciso una famiglia israeliana di quattro persone) e altri quattro guerriglieri, questi catturati nel 2006.<br />
      Gli argomenti usati dagli <strong>avversari politici di Olmert e Barak</strong> sono chiari: in primo luogo, i due soldati sono sicuramente morti, anche se l’annuncio ufficiale non è ancora stato dato; la propaganda di Hezbollah userà lo scambio per accreditarsi di una nuova vittoria; l’accordo farà alzare il prezzo per la liberazione del <strong>caporale Gilad Shalit</strong>, tuttora tenuto prigioniero a Gaza, e incoraggerà i terroristi della regione a tentare altri rapimenti di soldati di Israele. Più in generale, come ha scritto lo storico <strong>Benny Morris</strong>, questa mossa pare il gesto cinico di un Governo in crisi, disposto a sfruttare le emozioni di un’opinione pubblica che invece è a favore dell’accordo. Non a caso <strong>Tsipi Livni</strong>, la bionda ministro degli Esteri che aspira a succedere a Olmert alla guida di <em>Kadima</em>, era ed è risolutamente contraria a qualunque forma di intesa con Hezbollah.<br />
      Olmert è un leader debole, questo lo si sa. Le accuse di uso improprio dei fondi elettorali lo hanno definitivamente azzoppato in una corsa politica che proprio la guerra del 2006 (<strong>1.500 libanesi uccisi, dei quali solo 500 guerriglieri di Hezbollah, e 160 israeliani morti in 33 giorni di scontri</strong>) aveva avviato verso il declino. Può anche darsi che questa decisione sia stata presa da un premier ormai disperato e da un alleato-antagonista come Barak che teme come la peste le elezioni anticipate, che avrebbero la destra di <strong>Benjamin Netanyahu</strong> come sicura vincitrice.<br />
      Tutto questo è chiaro. Quel che non mi è chiaro, invece, è che cosa dovrebbe e soprattutto potrebbe fare di diverso il governo di Israele, almeno in questa fase. Guardiamoci intorno: Hamas è in pieno delirio ma Gaza non cade e ogni proiettile sparato dagli israeliani rafforza il regime degli estremisti palestinesi. In Libano è andata com’è andata: il nuovo Presidente ha dietro di sé l’esercito, <strong>Hezbollah ha ottenuto più spazio politico</strong>, la maggioranza filo-americana sembra incerta e sbandata. L’Egitto e la Giordania sono Paesi non ostili ma nulla più. <strong>La Siria e il regime di Assad sopravvivono a tutto</strong>, guerra in Iraq e ondata di profughi iracheni comprese. Più in là, a dar credito alla propaganda delle lobby e a quella di <strong>Ahmadinejad</strong>, l’Iran non vede l’ora di costruire la bomba atomica per lanciarla su Gerusalemme. A Washington, infine, sta per cambiare il Presidente.<br />
      In questa situazione, di fatto, Israele non può fare altro che trattare. E infatti tratta: con Hezbollah, con la mediazione della Germania. Con Hamas, con la mediazione dell’Egitto. Con la Siria per le alture del Golan, con la mediazione della Turchia. <strong>Almeno per adesso, la via diplomatica a Israele conviene comunque</strong>. Nella più benevola delle ipotesi, per risolvere in modo pacifico alcune vecchie questioni che impediscono allo Stato ebraico di vivere in pace, comunque più tranquillamente. Nella più realistica delle ipotesi, per cercare se non altro di guadagnare tempo, sperando intanto di risolvere i problemi interni, veder evolvere in senso positivo (Libano, Siria, la trattativa sul nucleare iraniano) una parte delle turbolenze ai confini e magari capire che cosa succederà alla Casa Bianca. Nell’ipotesi più drammatica, per preparare senza distrazioni il colpo più importante e rischioso, quello contro l&#8217;avversario più pericoloso: <strong>l&#8217;attacco agli impianti nucleari dell’Iran.<br />
</strong> <br />
   </p>
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		<title>TURCHIA, ERDOGAN SOTTO PROCESSO</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Mar 2008 16:59:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[    Gaza, l’Iraq, il Tibet, il Pakistan. Drammi e crisi non mancano, in giro per il mondo. Stiamo però trascurando, almeno a livello di reazioni pubbliche, la questione potenzialmente più esplosiva di tutte: lo scontro frontale, in Turchia, tra il premier Tayep Erdogan, il presidente della Repubblica Abdullah Gul e il partito che rappresentano (l’Akp, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>    Gaza, l’Iraq, il Tibet, il Pakistan. Drammi e crisi non mancano, in giro per il mondo. Stiamo però trascurando, almeno a livello di reazioni pubbliche, la questione potenzialmente più esplosiva di tutte: lo scontro frontale, in <strong>Turchia</strong>, tra il premier <strong>Tayep Erdogan</strong>, il presidente della Repubblica <strong>Abdullah Gul</strong> e il partito che rappresentano (l’Akp, ovvero Partito della Giustizia e dello Sviluppo) da un lato, e la magistratura dall’altro. Succede questo: il procuratore di Cassazione ha chiesto alla Corte Costituzionale di chiudere il partito Akp e interdire dalle attività politiche Erdogan, Gul e altri 69 dirigenti del partito stesso a causa delle loro attività “anti-laiche”. Erdogan, com’è ovvio, ha gridato al golpe per via giudiziaria (“E’ un gesto contro la nazione e la volontà popolare”); i suoi avversari hanno ribattuto che proprio <strong>la Costituzione affida alle Alte Corti di Giustizia il compito di vigilare sulla laicità dello Stato</strong>, che è appunto uno dei valori costituzionali.<br />
    Per intendere la portata del problema, occorre ricordare che l’Akp, alle elezioni politiche del luglio 2007, ha ottenuto il <strong>47% dei voti</strong> e ha sfiorato la maggioranza assoluta nel Parlamento che ha 550 deputati. Non è quindi un partito qualunque, così come non è un politico qualunque <strong>Erdogan, ex sindaco di Istanbul ma anche ex detenuto</strong> per “incitamento all’odio religioso”. Non è molto chiaro quali siano i provvedimenti “anti-laici” imputati all’attuale Governo. Il più famoso e controverso è il ritiro del divieto di portare il velo islamico per le ragazze e le donne. Ma si tratta pur sempre del ritiro di un divieto, non certo di un obbligo.<br />
    A sostegno di Erdogan è intervenuta <strong>l’Unione Europea</strong> che, per bocca di <strong>Olli Rehn</strong>, commissario all’Allargamento, ha ricordato che in una democrazia “sono le urne e il Parlamento a decidere, non i tribunali”. Verità sacrosanta ma inutile per la Turchia, dove la Costituzione, come ricordato poco sopra, stabilisce proprio il contrario. Il rischio vero, ben oltre le aride questioni di principio, sta nel fatto che questa è una storia già vista. In passato <strong>già 24 partiti sono stati chiusi per iniziativa della magistratura</strong>: islamici, di sinistra, di destra, fiancheggiatori dell’indipendentismo curdo e così via. Tra i partiti islamici chiusi in passato, anche il <em>Refah</em> (nel 1988) e il <em>Fazilet</em> (2001), dalle cui ceneri nacque poi l’Akp.<br />
E’ chiaro, dunque, che gli interventi per via giudiziaria non riescono a contenere, e tantomeno a soffocare, il sentimento popolare che trova poi comunque il modo di esprimersi in politica. Anzi, corrono il rischio di radicalizzarlo. Difficile immaginare che cosa potrebbe succedere se un partito con il 47% dei consensi venisse cancellato da un giorno all’altro. E se tutto questo succedesse in un Paese come la Turchia, decisivo per gli equilibrii del Medio Oriente. <strong>Tacciono per ora i militari</strong>. Ebbero con Erdogan polemiche feroci che, al momento di andare al voto, aiutarono il premier ad accrescere il proprio successo. Considerati i quattro precedenti colpi di Stato realizzati dalle forze armate (1960, 1971, 1980 e 1997), potrebbe anche trattarsi di un silenzio minaccioso.</p>
<p><a href="http://eng.akparti.org.tr/english/index.html">http://eng.akparti.org.tr/english/index.html</a></p>
<p><a href="http://www.turkishdailynews.com.tr">http://www.turkishdailynews.com.tr</a></p>
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