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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Terrorismo</title>
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		<title>IL MEDIO ORIENTE NON PIANGE PER OSAMA</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2011 20:16:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
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		<description><![CDATA[Dieci anni fa, l’esultanza delle piazze del mondo arabo al crollo delle Torri Gemelle gelò il sangue nelle vene a milioni di occidentali e offrì il primo appiglio a retori e politicanti per una demonizzazione “senza se e senza ma” della complicata galassia islamica. Ieri, la quasi ostentata indifferenza dei musulmani all’esecuzione di Osama bin [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dieci anni fa, l’esultanza delle piazze del mondo arabo al crollo delle Torri Gemelle gelò il sangue nelle vene a milioni di occidentali e offrì il primo appiglio a retori e politicanti per una demonizzazione “senza se e senza ma” della complicata galassia islamica. Ieri, la quasi ostentata indifferenza dei musulmani all’esecuzione di <strong>Osama bin Laden</strong>, il terrorista che si faceva chiamare “Principe dei credenti”, è stata serenamente ignorata da analisti, esperti e varia umanità.</p>
<p><span id="more-9941"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/osamasito1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9943" title="osamasito" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/osamasito1.jpg" alt="osamasito" width="300" height="231" /></a></p>
<p>Certo, hanno protestato i palestinesi di Hamas, gettando un’ombra preoccupante sul recente accordo siglato con Al Fatah per interposto Egitto. L’Iran ha detto che, morto Osama, gli americani non hanno più ragione di restare in Medio Oriente, e ha fatto sorridere tutti. E poco altro, sul fronte del rimpianto. Dall’altra parte, un esempio per tutti:<strong> i rallegramenti per il successo americano della Turchia</strong>, il cui Governo viene comunemente definito “islamista”.</p>
<p>Non è facile rinnovarsi, buttare a mare certi fagotti che ci siamo a lungo portati appresso, e che solo per abitudine ci paiono indispensabili. Ma proprio la morte di Osama e la reazione di quelle che ci piace chiamare, un po’ spregiativamente, “masse arabe” (avete mai sentito dire “masse asiatiche” o “masse americane”?) ci dicono che dobbiamo aggiornare i nostri strumenti. <strong>Osama bin Laden era un sopravvissuto, un latitante malato che ha potuto sfuggire per dieci anni alla caccia degli Usa solo grazie all’appoggio di qualche ramo deviato dei servizi segreti del Pakistan.</strong> La Al Qaeda che aveva fondato nel 1988 in base a un progetto di terrorismo globale e di guerra aperta ai “crociati” americani era morta assai prima di lui, già nel 2001, quando l’attacco all’Afghanistan lo aveva privato dell’unica base ormai sicura.</p>
<p><strong>Non è finito il terrorismo ma è finito “quel” terrorismo, capace di colpire a Bali come a Madrid, a New York come a Londra,</strong> di organizzare una rete mondiale di finanziamento e sostegno, di conquistare alla causa della violenza settori importanti degli apparati di Stato. Ci sono fronti ancora aperti e irti di pericolo ma sono isolati e periferici: il più inquietante è il blocco Pakistan-Afghanistan, anche per le ripercussioni sulle minoranze religiose, per prima quella cristiana. E poi c’è lo Yemen. L’eterno contrasto tra Israele e i palestinesi è un’altra storia e il rischio Al Qaeda, semmai, è tutto nel campo palestinese.</p>
<p>Per finire il lavoro bisogna pacificare l’Afghanistan, certo, e consolidare l’Iraq. <strong>Ma altrettanto importante è stare vicini ai giovani che in Iran chiedono più democrazia, ai tunisini che vogliono costruire uno Stato nuovo e moderno, ai libici che non sopportano più il tiranno,</strong> agli egiziani che vogliono riformare la Costituzione, ai siriani  che cadono a centinaia sotto le fucilate dell’esercito per chiedere più onestà e un po’ di benessere.</p>
<p>E’ questa, adesso, la sfida. <strong>Barack Obama, il presidente che ha dato l’ordine di uccidere Osama, lo ha capito prima di ogni altro.</strong> A partire dal discorso con cui, al Cairo, nel giugno 2009, offrì al mondo arabo una versione della democrazia europea intinta nel pragmatismo americano: “Una cosa è chiara e palese: i Governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri”. Non è tutto qui, ovvio. <strong>Ma è una delle ragioni per cui la democrazia piace e funziona. </strong>Milioni e milioni di persone in tutto il Medio Oriente mostrano di averlo capito. La loro delusione, e l’oppressione che potrebbero tornare a subire, è l’unica levatrice che potrebbe far nascere un altro Osama.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 4 maggio 2011</p>
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		<title>OSAMA E IL BALLO DEI SERVIZI SEGRETI</title>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2011 13:55:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>
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		<description><![CDATA[Le dichiarazioni dei politici Usa, presidente Obama in testa, e dei responsabili delle agenzie di sicurezza fanno pensare che l’eliminazione di Osama Benladen sia frutto di un’operazione tutta americana, dalle informazioni raccolte nel 2010 fino all’incursione delle forze speciali. Se così fosse (e aver distrutto l’elicottero rimasto a terra per un guasto, come si fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le dichiarazioni dei politici Usa, presidente Obama in testa, e dei responsabili delle agenzie di sicurezza fanno pensare che l’eliminazione di Osama Benladen sia frutto di un’operazione tutta americana, dalle informazioni raccolte nel 2010 fino all’incursione delle forze speciali. Se così fosse (e aver distrutto l’elicottero rimasto a terra per un guasto, come si fa in territorio nemico, sembra confermarlo), si tratterebbe di un’evidente violazione della sovranità territoriale del Pakistan. <strong>Perché, allora, il Governo di Islamabad non protesta?</strong> Perché accetta in silenzio di ritrovarsi con gli Usa, dopo la morte di Osama, in cima alla lista delle possibili ritorsioni del terrorismo islamista?</p>
<p><span id="more-9928"></span></p>
<div id="attachment_9930" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/osamasito.jpg"><img class="size-full wp-image-9930" title="osamasito" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/osamasito.jpg" alt="Osama bin Laden all'epoca dei suoi famosi messaggi video." width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Osama bin Laden all&#39;epoca dei suoi famosi messaggi video.</p></div>
<p>La risposta sta nel lungo colloquio (più di quattro ore) che tre settimane fa, a Washington, ha messo a confronto<strong> il generale Ahmed Shuja Pasha</strong>, comandante del famoso e famigerato Isi (<em>Inter-Services Intelligence Directorate</em>, i servizi segreti del Pakistan), <strong>Leon Panetta</strong> (direttore della Cia) e <strong>l’ammiraglio Mike Mullen</strong>, capo degli Stati maggiori riuniti delle forze armate Usa. L’incontro chiudeva un lungo periodo di tensione tra due alleati che, incredibilmente, si comportavano da nemici o quasi.</p>
<p>Basta ricordare alcuni fatti. Ai primi di dicembre 2010 un pakistano di nome <strong>Karim Khan</strong> convoca una conferenza stampa e rivela che <strong>Jonathan Banks</strong> non è  un uomo d’affari ma il capo della stazione Cia di Islamabad, una delle più grandi centrali Cia fuori dagli Usa. Due settimane dopo Banks viene rimpatriato. Karim Khan accusa Banks di aver provocato la morte di suo fratello e suo figlio in un bombardamento di droni nel 2009. Ma come poteva un pakistano qualunque conoscere uno dei segreti meglio custoditi dell’<em>intelligence</em> americana? A Washington sospettano una manovra dell’Isi e dei settori più gelosi della potenza atomica del Pakistan.</p>
<div id="attachment_9932" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/panetta.jpg"><img class="size-full wp-image-9932" title="panetta" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/panetta.jpg" alt="Il generale Ahmad Shuja Pasha (a sinistra), capo dell'Isi, con Leon Panetta." width="300" height="160" /></a><p class="wp-caption-text">Il generale Ahmad Shuja Pasha (a sinistra), capo dell&#39;Isi, con Leon Panetta.</p></div>
<p>Ma non basta. Due mesi dopo <strong>Raymond Davis</strong>, l’uomo che aveva preso il posto di Banks, viene arrestato a Lahore dopo aver ucciso due persone che, dice lui, cercavano di rapinarlo. Ma che ci faceva di notte in un quartiere malfamato, armato, in un auto a noleggio, con un kit per il trucco, una radio a onde lunghe e una macchina fotografica piena di immagini “sensibili”? <strong>Davis resta in carcere per 47 giorni e per 14 giorni viene interrogato dagli specialisti dell’Isi</strong>, a dispetto delle proteste americane. Quando esce, versa 2,3 milioni di dollari ai parenti degli uccisi, poi prende il solito aereo e torna a casa. Il Pakistan passa all’offensiva. Chiede che gli Usa fermino i droni (più di 100 incursioni in tre mesi) e riducano drasticamente il personale Cia nel Paese. <strong>Il generale Ashfaq Parvez Kayani</strong>, capo delle Forze Armate, vuole allontanare 335 americani, pari a circa un terzo del personale Cia. Via comunque tutti i <em>contractors</em>.</p>
<p><strong>Arriva a quel punto la convocazione a Washington del capo dell’Isi, il generale Shuja Ahmed Pasha</strong>. Da quel momento tutto si mette in moto: Leon Panetta viene nominato ministro della Difesa; come direttore della Cia viene scelto il famoso generale David Petraeus; Osama viene ucciso. Forse la Casa Bianca aggiunge qualcosa al miliardo di dollari che ogni anno versa al Pakistan per la sicurezza. <strong>Forse Islamabad ha qualcosa da raccontare su Osama che da dieci anni sfugge alla caccia americana.</strong> Ma un accordo c’è. Lo dimostra il caso di Petraeus. Lui e Kayani si detestano ma hanno bisogno uno dell’altro: Petraeus è il patrono della strategia dei droni, il pakistano comanda le truppe che, al confine, possono fermare o lasciar passare i talebani e le loro armi. Ora hanno deciso di lavorare insieme. Vedremo in Afghanistan che cosa ha davvero significato la morte di Osama in Pakistan.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 3 maggio 2011</p>
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		<title>ARRIGONI E LE FAIDE PALESTINESI</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 16:25:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La mia immagine di Vittorio Arrigoni è quella di un giovane appassionato che nel cortile dello Shifa Hospital di Gaza, tra i rottami delle auto crivellate e le foto dei bambini uccisi, grida in faccia al patriarca latino di Gerusalemme, sua beatitudine Fouad Twal, una specie di implorazione: dica al mondo che qui la gente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La mia immagine di <strong>Vittorio Arrigoni</strong> è quella di un giovane appassionato  che nel cortile dello Shifa Hospital di Gaza, tra i rottami delle auto  crivellate e le foto dei bambini uccisi, grida in faccia al patriarca  latino di Gerusalemme, <strong>sua beatitudine Fouad Twal</strong>, una specie di  implorazione: dica al mondo che qui la gente muore, che mancano le  medicine. È il gennaio del 2009, da un paio di settimane c&#8217;è la guerra  tra Hamas e Israele, l&#8217;operazione «Piombo fuso» ha sparso in tutta la  Striscia i suoi segni, c&#8217;è stato un giorno di tregua per la missione dei  religiosi.</p>
<p><span id="more-9716"></span></p>
<div id="attachment_9719" class="wp-caption aligncenter" style="width: 330px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/arrigoni.jpg"><img class="size-full wp-image-9719" title="arrigoni" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/arrigoni.jpg" alt="Vittorio Arrigoni con una bambina di Gaza." width="320" height="221" /></a><p class="wp-caption-text">Vittorio Arrigoni con una bambina di Gaza.</p></div>
<p>Stento a riconoscere quell&#8217;uomo pieno di fuoco  nell&#8217;immagine prostrata che i rapitori hanno voluto mostrare al mondo. E  ovviamente non credo alle farneticazioni degli assassini, che lo  accusavano di voler imporre uno stile di vita occidentale alla  popolazione palestinese. Arrigoni è stato il secondo straniero rapito  qui: nel marzo 2007 era toccato al <strong>giornalista inglese Alan Johnston</strong>,  liberato però in breve. Ma è stato il primo e l&#8217;unico straniero ad  essere ucciso nella Striscia, oltre che uno dei pochissimi ad averci  vissuto così a lungo e in tempi così difficili. <strong>I salafiti hanno colpito  Arrigoni per infliggere il massimo danno al regime di Hamas</strong> e al  governo di <strong>Ismail Haniye</strong> e creare un caso internazionale. Le smentite delle ultime ore (i portavoce  parlano di una scheggia impazzita del movimento, che avrebbe organizzato il rapimento per conto proprio) lasciano il tempo che trovano.</p>
<p>Sono tre i  principali gruppi attivi nella Striscia di Gaza: <em>Jund Ansar Allah</em> (Soldati di Dio), <em>Jaish al-Islam</em> (Esercito dell&#8217;Islam) e <em>Jaish al Umma </em> (Esercito della Nazione Islamica). Anche la <em>Brigata dei valorosi compagni del  Profeta</em>, che ha rapito e ucciso Arrigoni, è però nota agli esperti: le si attribuiscono attacchi terroristici contro turisti  nel Sinai (2006), incursioni contro hotel e ristoranti e l&#8217;uccisione di  diverse persone a Gaza. <strong>Fra noti e meno noti, i gruppi armati salafiti  all&#8217;interno della Striscia sarebbero una quindicina, con migliaia di  aderenti.</strong> Migliaia sarebbero anche i salafiti impegnati nella <em>dawa</em>, la  predicazione pacifica della dottrina.</p>
<p>Il movimento prende il nome  dalla parola <em>salaf</em>, in arabo «antenato». Propugna in sostanza <strong>un  ritorno all&#8217;islam delle origini, alla sua «purezza», all&#8217;epoca in cui la  comunità islamica era un corpo unico identificato dalla fede e non da  posizioni politiche o lotte nazionali.</strong> Una lettura idealizzata e  smaterializzata della storia dell&#8217;islam che si traduce però in un  messaggio insidioso per Hamas, che vuol essere portatore di un&#8217;istanza  politica nazionalista (e antisionista, ovvio) compatibile con l&#8217;assoluta  fedeltà religiosa e altrettanto radicale. Tanto più insidioso perché,  da quando ha preso il potere nella Striscia (2007), Hamas ha cominciato a farsi male da solo.</p>
<p>Da un lato, infatti, <strong>proprio per costruirsi una fama di rigore e purezza &#8220;islamici&#8221;</strong>, Hamas ha dato un certo spazio alle istanze religiose integraliste, autorizzando molte nuove moschee e scuole islamiche. Proprio quelle in cui, poi, è fermentato il germe del salafismo. Dal 2007, inoltre, Hamas deve  confrontarsi con l&#8217;amara realtà del governo quotidiano.</p>
<p><strong>A Gaza l&#8217;economia è in  stato penoso, quindi la gente non è soddisfatta.</strong> Il «cessate il fuoco»  con Israele, arrivato dopo una guerra disastrosa per i palestinesi,  viene presentato dai salafiti sia come una sconfitta militare sia come  un tradimento dell&#8217;islam. Una simile critica radicale agisce come un  virus. Anche perché è chiaro che gruppi e gruppuscoli salafiti godono di  qualche potente appoggio.</p>
<p><strong>Hamas li considera agenti di Israele e  come tali li tratta: senza pietà.</strong> L&#8217;episodio più grave nell&#8217;estate del  2009, quando le brigate «Ezzedin Qassam» di Hamas attaccarono la moschea  Ibn Taymiya di Rafah (la città nel Sud della Striscia, famosa per i  tunnel che la collegano all&#8217;Egitto) dove <strong>l&#8217;imam Abdel Latif Musa</strong>,  esponente di <em>Jund Ansar Allah</em>, aveva proclamato «l&#8217;emirato islamico» ed  emesso una fatwa contro Hamas. Nella battaglia morirono 25 persone, tra  le quali lo stesso imam. Ma anche Al Qaeda è considerata una  «protettrice» dei salafiti e pare improbabile che nella Striscia possa  crescere e prosperare un movimento islamista di una certa portata senza che l&#8217;Iran ne abbia  almeno notizia.</p>
<p><strong>L&#8217;assassinio di Vittorio Arrigoni, dunque, pare  l&#8217;annuncio di una stagione nuova. </strong>Potrebbe diventare la scintilla  dell&#8217;ennesimo regolamento di conti tra palestinesi. Di sicuro segnala che è in via di costruzione una proposta alternativa a quella che Hamas ha imposto alla Striscia. E come Hamas fu la proposta alternativa radicale ad Al Fatah, i salafiti potrebbero diventare la proposta alternativa più radicale ad Hamas. A tutto vantaggio di  qualcuno che, come sempre, palestinese non è.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 15 aprile 2011</p>
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		<title>ANCHE PUTIN HA FATTO IL SUO TEMPO</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jan 2011 20:18:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Caucaso]]></category>
		<category><![CDATA[Kamikaze]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel 1992 presi per la prima volta un volo dall&#8217;aeroporto di Domodedovo, destinazione Dushanbe in Tagikistan. L&#8217;aereo arrivava non si sapeva da dove e tardò di dieci ore. Passammo la notte, noi passeggeri, su delle sediacce semisfasciate, in una stanza fredda. Il Dododeovo che vedo adesso in tv, pur devastato dall&#8217;esplosione, è un aeroporto moderno, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1992 presi per la prima volta un volo dall&#8217;aeroporto di Domodedovo, destinazione Dushanbe in Tagikistan. L&#8217;aereo arrivava non si sapeva da dove e tardò di dieci ore. Passammo la notte, noi passeggeri, su delle sediacce semisfasciate, in una stanza fredda. Il Dododeovo che vedo adesso in tv, pur devastato dall&#8217;esplosione, è un aeroporto moderno, lucido, funzionale. Trasmette in pieno l&#8217;immagine di una Russia che è corsa avanti senza riuscire a scuotersi di dosso i problemi che storicamente l&#8217;affliggono.</p>
<p><span id="more-8591"></span></p>
<p>Ben pochi, oggi, dubitano del fatto che gli attentatori di Domodedovo vengano dal Caucaso. Che siano ingushi, ceceni o dagestani poco importa. L&#8217;indice, in queste ore, si leva naturalmente verso <strong>Dokku Khamatovic Umarov</strong>, l&#8217;uomo che nel 2006-2007 ha guidato</p>
<div id="attachment_8602" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8602" title="putin" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/putin.jpg" alt="Giovani fan dell'ex presidente, ora primo ministro. Sulla maglietta c'è scritto: &quot;Voglio Putin&quot;." width="300" height="198" /><p class="wp-caption-text">Giovani fan dell&#39;ex presidente, ora primo ministro. Sulla maglietta c&#39;è scritto: &quot;Voglio Putin&quot;.</p></div>
<p>l&#8217;autoproclamata Repubblica di Ichkeria (Cecenia) e poi, cacciato anche da lì, si è dato alla macchia, proclamando la nascita dell&#8217;Emirato del Caucaso e lanciando una serie di sanguinosi attacchi in Dagestan, Kabardino-Balkaria, Inguscetia, Cecenia e naturalmente in Russia. Umarov, che <strong>nel 2008 fece una dichiarazione pubblica per esaltare la legittimità degli attentati suicidi</strong> come metodo di lotta armata, ha rivendicato l&#8217;attentato del 29 marzo 2009 a Mosca, quando due donne si fecero saltare nella metropolitana uccidendo 40 persone.</p>
<p>Ha poca importanza, dopo tutto, capire chi abbia messo la dinamite nella borsa dell&#8217;ultimo kamikaze. Se avesse qualche rapporto con il <strong>piccolo club di tiro alla pistola saltato misteriosamente in aria il 31 dicembre 2010</strong>, alla periferia di Mosca, dove vivevano una donna (morta nell&#8217;esplosione) e il suo amante, poi arrestato e finito in carcere, stessa sorte dell&#8217;ex marito della morta. tutti e tre, ovviamente, originai del Caucaso. Interessa di più notare che proprio in queste settimane il dibattito che impegna gli intellettuali russi è se sia possibile, proprio a partire dal Caucaso, il collasso della Federazione Russa come Stato unitario.</p>
<p>E&#8217; un dibattito vecchio come la Russia (quella post-sovietica, almeno) ma l&#8217;allarme è reale. Il mio vecchio amico <strong>Aleksej Malashenko</strong>, uno dei grandi sociologi russi, ricercatore presso il <a href="http://carnegie.ru/?lang=en" target="_blank">Carnegie Center </a>di Mosca, se ne occupava già dieci anni fa ed è arrivato a una conclusione per certi versi sorprendente: &#8220;La dissoluzione della Russia è possibile, certo. Ma in modi e con cause che ncon i conflitti etnici possono avere anche poco o nulla a che fare. <strong>E&#8217; più probabile che la frana cominci a Ovest</strong>, per esempio nella regione di Kaliningrad, o in Estremo Oriente. E in quel caso credo che il Caucaso sarà strenuo nel cercare di restare attaccato a Mosca, non fosse altro perché la capitale significa soldi. A Ovest, così come in Estremo Oriente, le questioni sono soprattutto economiche: quelle regioni ambirebbero a regolarsi in modo autonomo e il controllo di Mosca è sempre più detestato, oltre che essere sempre meno efficace&#8221;.</p>
<div id="attachment_8603" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8603" title="Umarov" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/Umarov.jpg" alt="Dokku Khamatovic Umarov, il ceceno che vuole fondare l'Emirato del Caucaso." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Dokku Khamatovic Umarov, il ceceno che vuole fondare l&#39;Emirato del Caucaso.</p></div>
<p>Malashenko, che si è espresso così con la <a href="http://www.ng.ru" target="_blank">Nezavisimaja Gazeta</a>, uno dei quotidiani più prestigiosi del Paese, sottolinea anche il fatto che il secondo gruppo etnico dopo i russi, i tatari, sono 5 milioni e pieni di divisioni. Altrettanto si può dire, e forse anche di più, dei popoli del Caucaso. La sua tesi controcorrente si appoggia su elementi concreti.</p>
<p>Il problema, dunque, è politico. E qui viene chiamato in causa <strong>Vladimir Putin</strong>. La sua prima missione, da presidente, fu garantire maggiore stabilità alla Russia. Scelse la strada della centralizzazione: nel 2000 ridimensionò i poteri dei governatori regionali, nel 2004 li trasformò da eletti (dalle popolazioni locali) in nominati (dal Cremlino). <strong>Fu così creata una classe di superburocrati che, col tempo, si è trasformata in una congerie da romanzo di Gogol&#8217;.</strong> Perso ogni rapporto col territorio, sfladata qualunque intesa con le popolazioni, dispersa ogni ambizione di lavorare per la propria (piccola) patria. <strong>Corruzione alle stelle. Alienate per sempre le <em>elite</em> locali.</strong> Nel Caucaso tutto questo ha prodotto frammentazione e guerra, in altre regioni una deriva economicista (a Ovest promossa dal contatto con l&#8217;Europa, a Est da quello con la Cina rampante) che ora mette a rischio la Federazione. Nel 2012 la Russia va alle elezioni presidenziali e nel 2014 alle Olimpiadi invernali. Riportare Putin (e la sua visione politica) al Cremlino, nonostante i meriti da lui accumulati nel periodo post-Eltsin, potrebbe non essere una buona idea.</p>
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		<title>DALL&#8217;IRAQ ALL&#8217;EGITTO, BRUCIANO LE CHIESE</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2011 16:13:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; difficile stabilire se l&#8217;attentato suicida che ha fatto 22 morti davanti alla chiesa dei Santi, nel quartiere Sidi Bishr di Alessandria d&#8217;Egitto, abbia realmente qualche connessione con le farneticanti minacce che l&#8217;ala irachena di Al Qaeda aveva recapitato, meno di un mese fa, all&#8217;arcivescovo di Kirkuk (in Irak, appunto), monsignor Louis Sako. Nè se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">E&#8217; difficile stabilire se l&#8217;attentato suicida che ha fatto 22 morti davanti alla chiesa dei Santi, nel quartiere Sidi Bishr di Alessandria d&#8217;Egitto, abbia realmente qualche connessione con le farneticanti minacce che l&#8217;ala irachena di <strong>Al Qaeda</strong> aveva recapitato, meno di un mese fa, all&#8217;arcivescovo di Kirkuk (in Irak, appunto), <strong>monsignor Louis Sako</strong>. Nè se i colpi inferti proprio alle chiese (sia in Irak sia in Egitto, appunto) rispondano a un piano preordinato o siano solo il frutto della necessità del momento.</p>
<p><span id="more-8161"></span></p>
<div id="attachment_8166" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8166" title="CHIESAxcxcx" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/CHIESAxcxcx.jpg" alt="I resti dell'autobomba usata ad Alessandria d'Egitto per l'attentato contro la chiesa dei Santi." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">I resti dell&#39;autobomba usata ad Alessandria d&#39;Egitto per l&#39;attentato contro la chiesa copta dei Santi.</p></div>
<p>In quell&#8217;occasione, a Kirkuk, i terrosti avevano fatto riferimento al caso di alcune donne musulmane che i cristiani copti d&#8217;Egitto avrebbero convertito a forza, per poi tenerle recluse in un monastero nel deserto del Sinai. E avevano per questo minacciato i cristiani iracheni. <strong>La strage, invece, si è abbattuta sui cristiani egiziani, lasciando uno strascico di scontri</strong> tra cristiani esasperati e polizia nella stessa Alessandria. I copti, va ricordato, avevano pianto una vittima anche pochi giorni prima di Natale, quando erano dovuti scendere in strada, al Cairo, per protestare contro il blocco imposto alla costruzione di una chiesa e la polizia aveva ucciso uno dei manifestanti.</p>
<p>Detto dell&#8217;impossibilità di accertare se Al Qaeda sia ancora qualcosa di più di un marchio di fabbrica e se davvero le sue azioni rispondano a una <strong>strategia internazionale (nel qual caso la domanda vera sarebbe: chi la delinea? Chi la dirige?)</strong>, resta però il fatto, indiscutibile, che la galassia del terrorismo islamico mantiene intatta la capacità di infilarsi in ogni piccola crepa che si manifesti in qualunque Paese del Medio Oriente e dell&#8217;Africa.</p>
<p>Un paio d&#8217;anni fa temevamo che si riaccendesse l&#8217;Algeria. Poi ci è stato spiegato che la Somalia stava diventando un nuovo Afghanistan. Quindi è toccato allo Yemen. <strong>Infine, e all&#8217;apparenza di colpo, si sono riaccesi l&#8217;Irak e l&#8217;Egitto.</strong> <strong>In realtà il terrorismo va a colpire dove percepisce una debolezza strutturale da sfruttare.</strong> L&#8217;Irak, sarà bene ricordarlo, è rimasto per nove mesi senza Governo. E quando finalmente è nato, il secondo Governo di Al Maliki si è presentato come un <em>pastiche</em> di influenze varie (anche straniere: Siria, Iran, Arabia Saudita), destinato a durare soprattutto in virtù della propria impotenza. Per  far esplodere la tensione, <strong>i cristiani iracheni sono un bersaglio ideale:</strong> pochi (dal 2003 la comunità cristiana si è dimezzata: da circa 850 mila a poco più di 400 mila persone), deboli, privi di qualunque protettore o padrino politico. Immobili e inermi, impossibilitati persino a vendicarsi.</p>
<p><strong>In Egitto la situazione è analoga.</strong> Il presidente <strong>Hosni al Mubarak</strong> dirige il Paese dal 1981. Le elezioni politiche del dicembre 2010 sono state l&#8217;ennesima farsa, con l&#8217;unica vera opposizione (purtroppo quella a sfondo islamico che si raduna intorno ai Fratelli Musulmani) espulsa dalle liste elettorali. I cristiani copti sono numerosi <strong>(tra 6 e 10 milioni di egiziani sui 70 complessivi; 6 secondo il governo, 10 secondo la loro Chiesa)</strong> ma restano cittadini di serie B, con diritti limitati e un&#8217;intolleranza sociale da parte della maggioranza musulmana a malapena compressa. Anche qui come in Irak: colpire i cristiani è facile e produce risultati sicuri in un Paese in cui la strategia della tensione, più ancora che a loro, mira a Mubarak e alla sua finzione di democrazia.</p>
<p>In ogni caso ha ragione <strong>papa Benedetto XVI</strong>: la persecuzione dei cristiani, ha sottolineato durante la messa del primo dell&#8217;anno, necessita di azioni concrete. Basta con le parole e con i proclami. Riconosciamola per quello che è: <strong>una delle grandi emergenze civili del nostro tempo</strong>. Come tale, deve diventare oggetto dell&#8217;interesse e soprattutto dell&#8217;intervento delle istituzioni internazionali, tanto come lo è, per fare qualche esempio, il conflitto tra israeliani e palestinesi o il progetto nucleare dell&#8217;Iran.</p>
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		<title>IL NATALE SENZA LUCI DEI CRISTIANI IN IRAQ</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 22:51:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sarà un Natale di poche luci e tanta Luce per i cristiani dell’Iraq. Monsignor Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk, lo ha già descritto: «Non ci sarà Babbo Natale per i bambini, non ci saranno cerimonie per gli auguri ufficiali con le autorità. Per la prima volta a sette anni dall’inizio della guerra abbiamo deciso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto">Sarà un  Natale di poche luci e tanta Luce per i cristiani dell’Iraq. <strong>Monsignor  Louis Sako</strong>, arcivescovo caldeo di Kirkuk, lo ha già descritto: «Non ci  sarà Babbo Natale per i bambini, non ci saranno cerimonie per gli auguri  ufficiali con le autorità. Per la prima volta a sette anni dall’inizio  della guerra abbiamo deciso di non celebrare messe durante la notte ma  solo alla luce del giorno e con la massima sobrietà. Per questioni di  sicurezza le chiese non avranno addobbi né decorazioni. Abbiamo deciso  di non fare festa». Questo a Baghdad come a Kirkuk, a Bassora come a  Mosul.</span></p>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><span id="more-8021"></span></span></p>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"> </span></p>
<div id="attachment_8024" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8024" title="52546546wk003_church" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/cRISTIANI-iRAQ.jpg" alt="La preghiera di alcune cristiane irachene." width="300" height="222" /><p class="wp-caption-text">La preghiera di alcune cristiane irachene.</p></div>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><strong>È l’inevitabile conseguenza di un’ondata di violenza che  per i cristiani non conosce tregua ma, al contrario, s’inasprisce di  anno in anno.</strong> Il 31 ottobre, pochi giorni dopo un minaccioso  &#8220;avvertimento&#8221; di al-Qaeda, 57 fedeli e prelati sono stati assassinati  nell’attacco alla cattedrale siro-cattolica di Baghdad. Non un episodio  isolato ma il primo capitolo di una nuova strategia. Lo conferma il  messaggio recapitato ieri dai terroristi all’arcivescovado di Kirkuk: i  cristiani iracheni pagheranno &#8220;un prezzo altissimo&#8221; se alcune donne  musulmane egiziane, che secondo loro sarebbero state convertite a forza e  poi rinchiuse in un monastero copto in Egitto, non saranno liberate.</span></p>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto">Si  tratta chiaramente di un pretesto, il tentativo di &#8220;nobilitare&#8221; agli  occhi dei musulmani iracheni, con motivazioni pseudo-religiose, una  persecuzione che nasconde ben più terrene questioni di potere. Poche  luci natalizie, quindi, per il Natale degli iracheni. <strong>Ma forte, sempre  più forte, la Luce di una testimonianza che è di fede e civiltà allo  stesso tempo.</strong> La mai conclusa pacificazione dell’Iraq dalla guerra  cominciata nel 2003 ha dimezzato (da 800 mila a poco più di 400 mila  persone) la comunità cristiana irachena. Chi ha avuto il coraggio di  resistere sente forte la missione di testimoniare la propria identità  religiosa in una situazione dove la tripartizione di fatto del Paese (il  Nord curdo, il Sud sciita, il centro sunnita con l’eccezione della  capitale) inevitabilmente spinge la minoranza cristiana verso  l’emarginazione. </span></p>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto">Ma non c’è solo questo. <strong>I cristiani, come succede anche  in altri Paesi del Medio Oriente, sono i grandi facilitatori della  convivenza in Iraq.</strong> Sono gli unici capaci di vivere con i sunniti come  con gli sciiti, tra i monti del Kurdistan e nelle sabbie che danno verso  il Golfo Persico. Anche questa è una buona ragione per  perseguitarli, soprattutto se si ha in mente la spartizione del Paese e  delle sue risorse. Ognuno dei tre grandi gruppi vuole il dominio  esclusivo della propria &#8220;zona&#8221;, <strong>un po’ come succede nelle guerre di  mafia. </strong>Non a caso, negli ultimi tempi, c’è chi guarda con favore alla  costituzione di un’enclave cristiana nel Nord dell’Iraq: una specie di  riserva indiana che potrebbe, poi, essere facilmente strangolata ed  estinta. </span></p>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto">Da questo punto di vista non rassicura la nascita, proprio nei  giorni che dovrebbero essere gioiosi e che monsignor Sako ha invece  definito &#8220;di tristezza e lutto perenne&#8221;, di <strong>un Governo iracheno arrivato  a nove mesi dalle elezioni politiche</strong>. È il secondo guidato dallo sciita  <strong>Nur al Maliki </strong>e viene definito &#8220;di consenso nazionale&#8221;. È in realtà il  frutto dell’instabilità politica (Maliki resta premier pur avendo perso  le elezioni di stretta misura), delle pressioni esterne <strong>(Siria, Arabia  Saudita e Iran agiscono su uomini e partiti)</strong> e di una serie di  compromessi anche dell’ultima ora. Senza una forte pressione  internazionale, esercitata in primo luogo dagli Usa e dall’Europa, è  difficile che un Governo tanto impegnato a nascere possa aiutare i  cristiani a vivere.</span></p>
<p><span>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 23 dicembre 2010<br />
</span></p>
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		<title>IRAQ, I CRISTIANI SEMPRE NEL MIRINO</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Nov 2010 22:31:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dieci giorni dopo la strage nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso (44 civli, 7 poliziotti e 3 sacerdoti uccisi), i cristiani di Baghdad sono diventati bersaglio di una vera azione militari. Prima le bombe, poi i colpi di mortaio, infine il rastrellamento porta a porta. E&#8217; questa la realtà dell&#8217;Iraq ch&#8217;era stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><span><span>Dieci giorni dopo la strage nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso (44 civli, 7 poliziotti e 3 sacerdoti uccisi), i cristiani di Baghdad sono diventati bersaglio di una vera azione militari. Prima le bombe, poi i colpi di mortaio, infine il rastrellamento porta a porta. <strong>E&#8217; questa la realtà dell&#8217;Iraq ch&#8217;era stato frettolosamente dichiarato libero e democratico, mentre libero dalla paura non è</strong> (prima di quelli contro i cristiani c&#8217;erano state altre stragi contro pellegrini e quartieri musulmani a Kerbala, Najaf, Bassora e nella stessa Baghdad) e democratico nemmeno, visto che a otto mesi dalle elezioni il premier sconfitto, <strong>Nur al Malik</strong>i, resterà a capo del Governo mentre il leader vincitore, <strong>Ayad Allawi</strong>, deve accontentarsi della presidenza del Parlamento.</span></span></span></p>
<p><span><span><span><span id="more-7497"></span></span></span></span></p>
<div id="attachment_7499" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7499" title="irak3" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/irak3.jpg" alt="La disperazione di un ragazzo di Baghdad dopo l'esplosione delle bombe." width="300" height="210" /><p class="wp-caption-text">La disperazione di un ragazzo di Baghdad dopo la nuova serie di attentati contro i cristiani della capitale irachena.</p></div>
<p><span>Dentro la situazione generale dell&#8217;Iraq si fa ancor più drammatica, se possibile, quella dei cristiani. La comunità aveva cominciato a ridursi già all&#8217;epoca della Guerra del Golfo, ma con la guerra del 2003 e la violenza che ne è seguita, lo stillicidio è diventato un fiume in piena. Da circa 1 milione i cristiani si sono ridotti a meno di 500 mila, con grossi insediamenti in Siria e Giordania. <strong>Quelli che sono rimasti hanno provato a concentrarsi nella regione di Mosul, dove peraltro affondano le radici del cristianesimo iraceno:</strong> da lì, nell&#8217;ottavo secolo, quando il Paese era già stato sommerso dall&#8217;onda in espansione dell&#8217;islam, erano partiti i missionari che avrebbero cristianizzato parte dell&#8217;Asia e persino del Giappone. In quello stesso Nord che era la loro culla, però, <strong>i cristiani sono finiti nella morsa del contrasto tra i curdi e gli arabi per il controllo delle regioni petrolifere e degli oleodotti </strong>che portano verso la Turchia. Le cronache dei rapimenti, delle uccisioni, delle minacce di questi anni è nota a tutti.</span></p>
<p><strong>A Baghdad, dopo le incredibili violenze del 2003-2006, la situazione sembrava essersi stabilizzata.</strong> Certo, il numero dei cristiani era stato drasticamente ridotto dagli spostamenti interni (verso il Nord, appunto) e dall&#8217;emigrazione, passando da 450 mila a 150 mila persone. Fino a poco tempo fa, però, nessuno avrebbe potuto prevedere una simile campagna di violenza organizzata. Dopo la strage nella chiesa di Nostra Signora, <strong>Al Qaeda</strong> aveva proclamato che i cristiani erano &#8220;obiettivi legittimi&#8221; nella campagna del terrore. Ma si respirava comunque un pizzico di maggiore ottimismo.</p>
<p>Quanto è successo in pochi giorni riporta la situazione indietro di mesi, forse di anni. Resta difficile, tra l&#8217;altro, <strong>distinguere la violenza a sfondo etnico e religioso da quella della criminalità comune, gli attentati di Al Qaeda dalle rapine e dalle estorsioni</strong>. Spesso le sparatorie servono a ottenere l&#8217;abbandono di una casa, di un negozio, di un&#8217;attività, e non è difficile mascherarle da azioni politiche. Il premier <strong>Nur al Malik</strong>i, ieri, ha solennemente chiesto ai cristiani iracheni di non lasciare il Paese e si è impegnato ad agire affinché  &#8220;<span>il mazzo di fiori delle comunità irachene rimanga completo e unito”. Sarà difficile che i cristiani gli credano. L&#8217;esperienza del suo primo Governo non è incoraggiante, in questo senso. <strong>E su tutto aleggia l&#8217;articolo 2 della Costituzione</strong>. Quello che proclama &#8220;illegittima&#8221; qualunque legge dello Stato che sia in contrasto con la <em>shar&#8217;ia</em>, la legge islamica.</span></p>
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		<title>TERRORISMO, GLI ESAMI NON FINISCONO MAI</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Oct 2010 20:20:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nelle campagne del terrorismo islamico c’è un unico aspetto positivo: a ogni nuovo allarme impariamo qualcosa, su di loro e su di noi. I pacchi esplosivi spediti verso gli Usa dagli Emirati Arabi Uniti e dallo Yemen confermano quanto già si sa: il jihadismo stragista ha dovuto ammainare molte bandiere ma ha tuttora la grande [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle campagne del terrorismo islamico c’è un unico aspetto positivo: a ogni nuovo allarme impariamo qualcosa, su di loro e su di noi. I pacchi esplosivi spediti verso gli Usa dagli Emirati Arabi Uniti e dallo Yemen confermano quanto già si sa: il jihadismo stragista ha dovuto ammainare molte bandiere ma ha tuttora la grande capacità di spostare le proprie basi e inventare nuovi sistemi per colpire. Dalla distruzione delle ambasciate in Africa ai pacchi spediti contro le sinagoghe di Chicago sono passati pochi anni, ma secoli quanto a strategia e organizzazione. <strong>E’ una qualità che dobbiamo riconoscere al nemico</strong>, ammettendo che contro di essa anche il più accurato lavoro d’<em>intelligence</em> non può fare più di tanto. Sarà la lezione dello scampato pericolo, proprio come in questo caso, ad aggiornare le nostre tattiche, a raffinare i nostri sistemi di sicurezza.</p>
<p><span id="more-7339"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-7342" title="Terrorista1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/Terrorista1.jpg" alt="Terrorista1" width="300" height="200" /></p>
<p>Ancora più importante, però, sarà meditare sulle nostre reazioni. Inevitabile in primo luogo è chiedersi se <strong>i terroristi di Al Qaeda abbiano colpito alla vigilia del voto americano di medio termine per caso, magari contando su un Paese indaffarato e distratto, o con la precisa volontà di influenzare il voto.</strong> I primi sondaggi in arrivo dagli Usa dicono che il presidente Obama non avrà vantaggi dal rinnovato pericolo. Anzi, potrebbe esserne danneggiato se la sua risposta sembrerà esitante o inefficace. L’attenzione degli elettori è concentrata sulle cose di casa, in primo luogo sull’economia: le rilevazioni del <a href="http://people-press.org" target="_blank"><em>Pew Research Center</em></a> dicono che <strong>il 41% dei telespettatori segue le notizie economiche e appena il 31% quelle elettorali</strong>, anche se queste ultime occupano da sole quasi il 40% del tempo-video. Solo il 3% degli interpellati, in un altro sondaggio, giudica la guerra in Afghanistan una “priorità nazionale”.</p>
<p>Può far comodo ad Al Qaeda e ai suoi reclutatori un’America che si sposta a destra e riprende ad agitare il fucile come ai tempi di Bush? Lo scopriremo presto, subito dopo il voto. Intanto, la minaccia dei pacchi bomba ci spinge a constatare che del terrorismo ci eravamo quasi dimenticati, lo avevamo spinto in fondo alla lista delle preoccupazioni. Il che dimostra che le guerre, soprattutto certe guerre, sono il prodotto della sicurezza o della disperazione, sono le imprese dei Paesi troppo convinti della propria forza oppure privi di altre iniziative. <strong>Gli Stati Uniti, come in generale l’Occidente industrializzato, sono oggi un Paese ancora ricco e potente ma divorato dalla paura di diventare povero e impotente</strong>. In qualche modo paralizzato, certo conscio di non poter ripetere le avventure politico-militari del passato decennio.</p>
<p>Il rinnovato allarme sul terrorismo islamico, quindi, si trasforma in un test sulla nostra capacità di reagire a un male vecchio con mezzi nuovi, con più fantasia e meno denaro, con più astuzia e meno grinta. Ci riusciremo? Difficile dirlo. <strong>La “guerra al terrore”, nelle sue pagine migliori come in quelle peggiori, ha sempre avuto gli Usa come ispiratori e leader.</strong> La loro capacità di guida è sempre forte (lo si è visto, per esempio, nell’emergenza in Pakistan dopo le alluvioni) ma non più come un tempo. Ci vorrebbe un’Europa davvero unita, o una Cina davvero inserita nel dibattito politico globale. Ecco dunque che il test sulla sicurezza dei voli e degli aeroporti già si trasforma in una prova sulle doti di resistenza degli Usa e sulla capacità delle altre nazioni di colmare il buco eventualmente lasciato da un ridimensionamento del loro ruolo. Un evento che molti spesso auspicano ma che, al dunque, fa tremare un po’ tutti.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 30 ottobre 2010</p>
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		<title>AFGHANISTAN, ITALIANI NEL MIRINO</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Oct 2010 11:22:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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		<description><![CDATA[Trentaquattro soldati italiani morti dal 2004. Addirittura già 572 soldati stranieri morti dall&#8217;inizio del 2010, il che lo rende il più cruento dall&#8217;inizio della missione internazionale, già bemn oltre il 2009 quando in dodici mesi erano morti 521 soldati. Dal 2001, in totale, sono caduti 2.142 soldati della missione Onu. In Afghanistan, insomma, la strage [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Trentaquattro soldati italiani morti dal 2004</strong>. Addirittura già  572 soldati stranieri morti dall&#8217;inizio del 2010, il che lo rende il più  cruento dall&#8217;inizio della missione internazionale, già bemn oltre il  2009 quando in dodici mesi erano morti 521 soldati. Dal 2001, in totale,  sono caduti 2.142 soldati della missione Onu. In Afghanistan, insomma,  la strage continua. <strong>Una strage che sempre più spesso riguarda le nostre truppe.</strong> I  quattro morti di ieri, caduti in un agguato nella provincia di Farah,  arrivano a sole tre settimane dall&#8217;uccisione del <strong>tenente Alessandro  Romani</strong>, a sua volta caduto solo due mesi dopo il <strong>primo  maresciallo Mauro Gigli e il caporal maggiore Pierdavide De Cillis</strong>.  Non è un caso.</p>
<p><span id="more-6989"></span></p>
<div id="attachment_6991" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6991" title="AfghItaliani" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/AfghItaliani.jpg" alt="Soldati italiani con un gruppo di ragazzi afghani." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Soldati italiani con un gruppo di ragazzi afghani.</p></div>
<p>Da un lato, è inutile fare giri di parole, <strong>la missione  internazionale non ha dato i frutti sperati.</strong> Nemmeno le recenti  offensive decise dal presidente americano Obama sono riuscite a  stroncare la resistenza del pericoloso coacervo di narcotrafficanti,  signorotti locali, talebani e terroristi che si mimetizza nella  popolazione. Ogni gruppo armato persegue i propri interessi ma tutti  hanno nel mirino i soldati venuti da lontano per proteggere una  democrazia fragilissima, ancora nascente. Dall&#8217;altro, il fuoco degli  insorgenti si concentra <strong>sugli italiani perché la loro opera, com&#8217;era  già successo in altri teatri di guerra, si rivela concreta e produttiva</strong>,  anche e soprattutto nel rapporto con la popolazione civile.</p>
<p>Era stato lo stesso generale <strong>David Petraeus</strong>, comandante in  capo delle truppe Usa, l&#8217;uomo che nel 2006 seppe imprimere una svolta  decisiva in Iraq, a definire &#8220;esemplare&#8221; il lavoro del <span style="font-size: 10pt; font-family: georgia,palatino;"><em>Provincial  Reconstruction Team</em> (Prt) di Herat, appunto a comando italiano.  Petraeus sa bene che anche in Afghanistan, proprio come in Iraq, il  segreto del successo non sta nel numero dei nemici uccisi ma in quello  dei civili sottratti al ricatto dei terroristi e convinti che una  prospettiva esiste, che una speranza è possibile. <strong>Le scuole, le  strade, i ponti</strong>, gli ambulatori, e la capacità di difendere i  risultati acquisiti senza perdere un rapporto amichevole con la gente.  Ecco la &#8220;specialità&#8221; dei nostri soldati, ecco la ragione per cui, negli  ultimi tempi, sono ancor più nel mirino di prima. </span></p>
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		<title>KOSOVO 2: UNO STATO CRIMINALE?</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 22:43:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
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		<description><![CDATA[La classe dirigente del Kosovo indipendente è una diretta emanazione dell&#8217;Uck, il movimento armato anti-serbo e indipendentista fondato alla metà degli anni Novanta. Hashim Taci, primo ministro e leader del Partito democratico, era nel movimento il responsabile dai finanziamenti e degli approvvigionamenti di armi. Come lui, nei principali posti di governo e all&#8217;interno del Partito, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La classe dirigente del Kosovo indipendente è una diretta emanazione dell&#8217;Uck, il movimento armato anti-serbo e indipendentista fondato alla metà degli anni Novanta. Hashim Taci, primo ministro e leader del Partito democratico, era nel movimento il responsabile dai finanziamenti e degli approvvigionamenti di armi. Come lui, nei principali posti di governo e all&#8217;interno del Partito, siedono coloro che erano tra i capi della guerriglia.</p>
<p><span id="more-5742"></span></p>
<div id="attachment_5753" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5753" title="thaci" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/07/thaci.jpg" alt="Hashim Taci, ex guerrigliero del'Uck e attuale primo ministro del Kosovo." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Hashim Taci, ex responsabile dei finanziamenti finanziario dell&#39;Uck e attuale primo ministro del Kosovo.</p></div>
<p><strong>In sé e per sé questo non è strano. Succede sempre nei Paesi che hanno vissuto una &#8220;lotta di liberazione&#8221;, da Cuba all&#8217;Algeria.</strong> Nella storia del kosovo indipendente le stranezze sono altre. Nel 1997 <strong>Robert Gelbard</strong>, inviato speciale per i Balcani del presidente <strong>Bill Clinton</strong>, dichiarò che l&#8217;Uck &#8220;è senza alcun dubbio un gruppo terrorista&#8221; e fino al 1998 il Dipartimento di Stato Usa tenne l&#8217;Uck nella &#8220;lista nera&#8221; delle organizzazioni terroristiche internazionali. Poi di colpo tutto cambiò. L&#8217;Uck fu sdoganato, aiutato in ogni modo (particolarmente attivi la Cia e i servizi segreti tedeschi), la Serbia annichilita ecce. ecc.</p>
<p>Le ragioni di tanta benevolenza sono chiare. <strong>Agli Usa e a molti Paesi europei (Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna) conveniva ridurre l&#8217;influenza sui Balcani da parte della Russia, influenza esercitata soprattutto attraverso la Serbia.</strong> Per quella regione passano gasdotti e oleodotti e sempre più ne passeranno in futuro. La Russia già controllava una parte importante delle riserve mondiali di greggio e di gas, lasciarle anche il controllo strategico delle rotte dei gasdotti e degli oleodotti sarebbe stato troppo. <strong>Un obiettivo strategico non solo accettabile ma anche rispettabile</strong>, almeno se osserviamo la questione da un punto di vista strettamente politico. In più, agli Usa faceva comodo insediare nei Balcani (cioè in Europa e ai confini dell&#8217;ex area di influenza sovietica) la propria potenza militare e di <em>intelligence</em>. Ecco così sorgere in Kosovo Camp Bondsteel, la più grande base militare americana fuori dai confini degli Usa.</p>
<p>Il problema è un altro. <strong>Se uno osserva con disincanto la situazione, vede che il Kosovo è forse avviato sulla strada dell&#8217;Afghanistan</strong>. Anche a Kabul il presidente Karzai non lo voleva più nessuno, eppure è diventato impossibile sbarazzarsene e tocca starlo a guardare mentre permette alla cricca che lo circonda di rubare, commerciare, trafficare con l&#8217;oppio e, in definitiva, contribuire alla rovina degli sforzi occidentali per far crescere il Paese. Di <strong>Hashim Taci</strong> tutti sanno che finanziava la guerriglia dell&#8217;Uck smerciando</p>
<div id="attachment_5757" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-5757" title="logo-uckxxxx" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/07/logo-uckxxxx-150x150.jpg" alt="Lo stemma dell'Uck ai tempi della guerriglia contro la Serbia di Slobodan Milosevic." width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Lo stemma dell&#39;Uck ai tempi della guerriglia contro la Serbia di Slobodan Milosevic.</p></div>
<p>eroina e cocaina in Europa, ricevendola dai grossisti turchi e appoggiandosi ai trafficanti albanesi, <strong>e alcuni (per esempio il magistrato svizzero Carla Del Ponte, per anni procuratore generale della Corte Internazionale di Giustizia)  addirittura lo sospettano di aver praticato anche il traffico di organi prelevati con la forza ai prigionieri serbi</strong>. Secondo la Del Ponte, i civili serbi, donne e bambini compresi, venivano rapiti, trasferiti in Albania e lì mutilati (gli organi venivano poi avviati a cliniche turche specializzate in traianti) prima di essere uccisi. anche il Consiglio d&#8217;Europa ha chiesto alle autorità albanesi e kosovare di indagare, naturalmente senza esito.</p>
<p>Da diversi anni, ormai, analisti della più diversa origine e impostazione sono concordi nel definire il Kosovo &#8220;uno Stato criminale&#8221;. Cioè non uno Stato tormentato dalla criminalità ma <strong>uno Stato gestito dalla criminalità organizzata</strong>. I segnali in questo senso sono molteplici, quasi quotidiani. L&#8217;ultimo, l&#8217;arresto del governatore della Banca centrale, <strong>Hashim Rexhepi</strong>, accusato di corruzione e riciclaggio. La cosa tra l&#8217;altro ci riguarda perché, secondo un rapporto <a href="http://www.interpol.int" target="_blank"><strong>Interpol</strong></a>, sarebbero particolarmente forti i legami con la camorra e la &#8216;ndrangheta.</p>
<p>Ma dovremmo forse anche badare ai comportamenti precedenti, quando i politici di oggi erano ancora &#8220;solo&#8221; i capi della guerriglia. Nel 1999 <strong>Fatos Klosi</strong>, capo dei servizi sergeti dell&#8217;Albania, rivelò al <em>Sunday Times</em> che l&#8217;Uck si appoggiava, in Albania, a una rete logistica che faceva capo ad <strong>Al Qaeda</strong>. Un rapporto che non si sarebbe interrotto nemmeno con le stragi compiute dagli islamisti l&#8217;11 settembre 2001. Secondo molti rapporti di organizzazioni indipendenti, inoltre, l&#8217;Uck si sarebbe macchiato di campagne del terrore ai danni dei serbi non meno crudeli di quelle condotte dai serbi ai danni dei kosovari. Si parla di 30 mila profughi<strong> (dati Unhcr)</strong> e di migliaia di persone assassinate o rapite.</p>
<p>Tutto questo non ha smosso le anime belle europee, comunque <strong>non le ha spinte a trattare Taci e gli ex dell&#8217;Uck con l&#8217;intransigenza con cui trattano, per dire, Hamas o Hezbollah</strong>. La ragione politica non mi sfugge. Resta il fatto che per difendere interessi pure importanti ci siamo messi nel cuore dell&#8217;Europa uno Stato di quel genere. Speriamo di non doverlo rimpiangere.</p>
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