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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Pena di morte</title>
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		<title>SAKINEH, E&#8217; ANCORA L&#8217;ETA&#8217; DELLA PIETRA</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Dec 2010 22:02:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;euforia è durata poco. Giusto il tempo perché il canale iraniano in lingia inglese, Press Tv, precisasse che Sakineh Mohammadi Ashtiani, 43 anni, la donna condannata nel 2006 a 99 frustate per adulterio, nel 2007 alla morte per lapidazione per adulterio e complicità nell’assassinio del marito e da allora detenuta in carcere, era tornata nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;euforia è durata poco. Giusto il tempo perché il canale iraniano in lingia inglese, Press Tv, precisasse che <strong>Sakineh Mohammadi Ashtiani</strong>,  43 anni, la donna condannata nel 2006 a 99 frustate per adulterio, nel  2007 alla morte per lapidazione per adulterio e complicità  nell’assassinio del marito e da allora detenuta in carcere, era tornata  nella sua città<strong> (Tabriz)</strong> e nella sua casa non perché finalmente libera  ma solo per l&#8217;ennesimo sopralluogo. Un segnale difficile da  interpretare: nel mcomplesos sistema giudiziario iraniano, strettamente  dipendente dalle autorità politico-religiose, potrebbe rappresentare una  concessione alla campagna internazionale per la liberazione della donna  come pure un inasprimento del suo caso. Il sopralluogo, infatti, è  nstato deciso anche per realizzare una trasmissione televisiva sulla sua  vicenda. Dovrebbero invece aver ritrovato la libertà suo figlio <strong>Sajjad Qaderzadeh</strong> e l’avvocato <strong>Javid Hutan Kian</strong>, oltre a due giornalisti tedeschi ch’erano stati arrestati il 10 ottobre di quest’anno per averli intervistati. La speranza, naturalmente, è che l&#8217;Iran, dopo mesi di  mobilitazione internazionale, si dimostri non insensibile né  invulnerabile alle pressioni esterne. Un caso, questo, che in qualche  misura ricorda quello della cristiana pakistana <strong>Asia Bibi</strong>, condannata a morte per blasfemia e &#8220;salvata&#8221; proprio dalla campagna internazionale animata, per l&#8217;Italia, da <a href="http://www.asianews.it/index.php?l=it&amp;status=find&amp;findkey=asia+bibi&amp;Cerca+=Cerca+" target="_blank">Asia News</a>.</p>
<p><span id="more-7846"></span><img class="aligncenter size-full wp-image-7849" title="stoningXXX" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/stoningXXX.jpg" alt="stoningXXX" width="300" height="200" /></p>
<p>Anche se il “caso Sakineh” dovesse dimostrarsi davvero risolto, però, altrettanto non si può dire per <strong>la pratica della lapidazione, tornata in vigore in molti Paesi: oltre all’Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Nigeria, Pakistan, Sudan, Yemen, Somalia e Afghanistan.</strong> L’unico ad averla applicata con una certa regolarità e frequenza, però, è stato proprio l’Iran. <a href="http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3891" target="_blank">Amnesty International</a> ha più volte denunciato che le autorità di Teheran, pur avendo dichiarato una moratoria alla lapidazione nel 2002, hanno poi consentito l’esecuzione di almeno 4 persone. Altre 11 persone (3 uomini e 8 donne, tra le quali fino a ieri anche Sakineh) attendono l’esecuzione capitale per lapidazione nel braccio della morte delle carceri iraniane.</p>
<div id="attachment_7851" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7851" title="sakinehXXXX" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/sakinehXXXX.jpg" alt="Sakineh Mohammadi Ashtiani, 43 anni, condannata a morte per lapidazione nel 2007." width="300" height="205" /><p class="wp-caption-text">Sakineh Mohammadi Ashtiani, 43 anni, condannata a morte per lapidazione nel 2007.</p></div>
<p><strong>In Afghanistan</strong> una coppia di giovani fidanzati è stata messa a morte per lapidazione, nel Nord del Paese, nell’agosto del 2010. Notizie di pali dazioni sono arrivate anche dalla Somalia (dove la drammatica situazione generale impedisce, però, un censimento preciso) e dal Pakistan.</p>
<p>Il caso più clamoroso, però, è forse quello della provincia di Aceh in <strong>Indonesia: lì la pena di morte per lapidazione è stata reintrodotta addirittura nel 2009</strong>. In Nigeria la lapidazione è stata recuperata come misura punitiva negli Stati del Nord con l’introduzione della <em>shari’ah</em>, la legge islamica. Nel 2002 la Nigeria è finita sotto osservazione per due casi. Il primo, e più famoso, riguardava <strong>Amina Lawal Kurami</strong>, condannata per adulterio. Anche nel suo caso la campagna internazionale portò a una revisione della condanna. Nello stesso anno, però, fu condannato a morte per lapidazione anche un uomo nigeriano, <strong>Yunusa Rafin Chiyawa</strong>, che aveva confessato di aver avuto rapporti sessuali con la moglie di un amico. Yunusa è ancora in carcere e la condanna non è stata revocata.</p>
<p><strong>Anche in Iraq</strong> è stato segnalato almeno un caso di lapidazione. Una ragazza di 22 anni è stata messa a morte nel 2006 ad Al Qaim, un piccolo centro al confine con la Siria, ALL&#8217;EPOCA controllato da miliziani simpatizzanti con Al Qaeda.</p>
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		<title>TAREK AZIZ, LO SPETTACOLO DEL PATIBOLO</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Oct 2010 20:17:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Baghdad]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
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		<description><![CDATA[Si può detestare Tarek Aziz e il suo ruolo, fin troppo spesso ambiguo,  di &#8220;faccia pulita&#8221; del regime di Saddam Hussein. Si può volerlo morto, e persino approvare la pena di morte che nell&#8217;Irak di oggi è molto frequente: secondo Nessuno Tocchi Caino &#8220;nel 2006 si ha notizia di almeno 65 esecuzioni, tra cui quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si può detestare <strong>Tarek Aziz e il suo ruolo, fin troppo spesso ambiguo,  di &#8220;faccia pulita&#8221; del regime di Saddam Hussein</strong>.  Si può volerlo morto, e persino approvare la pena di morte che nell&#8217;Irak  di oggi è molto frequente: secondo Nessuno Tocchi Caino &#8220;nel 2006 si ha notizia di almeno 65 esecuzioni, tra cui quella di di  Saddam Hussein, impiccato il 30 dicembre, dopo essere stato condannato  da un tribunale iracheno per crimini contro l&#8217;umanità; nel 2007 si sono  registrate almeno 33 esecuzioni e almeno 34 nel 2008. Sono almeno 77 le  esecuzioni effettuale nel 2009&#8243;. L&#8217;unica cosa che non è permessa è far finta di  non capire che la condanna a morte di Tarek Aziz è stata decisa, oggi, soprattutto  per buttare fumo negli occhi degli iracheni.</p>
<p><span id="more-7290"></span></p>
<div id="attachment_7292" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7292" title="IRAQ-JUSTICE-RAMADAN-EXECUTION-FILES" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/TarekAzizSaddam.jpg" alt="Tarek Aziz (primo a sinistra) nel 2002 con Saddam Hussein e altri gerarchi del regime iracheno." width="300" height="217" /><p class="wp-caption-text">Tarek Aziz (primo a sinistra) nel 2002 con Saddam Hussein e altri gerarchi del regime iracheno.</p></div>
<p>Da più di sette mesi l&#8217;Irak aspetta il nuovo Governo, che non si  forma perché la maggioranza uscente, sconfitta seppur di poco alle  elezioni di marzo, non vuol lasciare il campo e quella entrante non ha la  forza per entrarci. <strong>In più di sette mesi il Parlamento iracheno si è riunito una sola volta</strong>,  qualche giorno dopo il voto di marzo, tanto che la Corte Costituzionale, con una  decisione senza precedenti, è intervenuta per intimare ai parlamentari  di tornare al lavoro.</p>
<p>L&#8217;Iraq oggi è  questo: un Paese in cui per tutto il 2009 gli Stati Uniti hanno speso 7,3 miliardi di dollari al mese; <strong>in cui il 25% dei bambini (più di 2 milioni e mezzo) soffre di malnutrizione cronica</strong>,  in cui la disponibilità di corrente elettrica è in media di 5 ore al giorno per  casa e in cui solo il 40% delle abitazioni è collegato alle  fognature. Ecco, in un Paese come questo è diventato essenziale mettere a  morte Tarek Aziz.</p>
<p>L&#8217;ex ministro degli Esteri (1983-1991) ed ex vice  primo ministro (1979-2003) di Saddam, detenuto dal 2003 nella prigione  americana di Camp Cropper a Baghdad, non è alla sua prima condanna: <strong>nel  marzo 2009 gli sono stati inflitti 15 anni di prigione per crimini  contro l&#8217;umanità, e altri 7 anni li ha avuti nell&#8217;agosto del 2009</strong> per aver collaborato alla deportazione dei curdi. All&#8217;età di 74 ani, la  sua unica prospettiva è il carcere a vita. Non abbastanza spettacolare,  forse, per il non-Governo attuale dell&#8217;Irak.</p>
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		<title>TERESA LEWIS, LA LOTTERIA DELLA MORTE</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Sep 2010 08:42:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pena di morte]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Il “caso Teresa Lewis”, al netto delle opposte speculazioni (quelle di Ahmadinejad e quelle di chi della Lewis se ne frega ma vuol fare il brillante su Ahmadinejad), è la perfetta e per questo ancor più drammatica rappresentazione di ciò che davvero è la pena di morte oggi negli Usa. La Lewis, 41 anni, condannata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il “caso Teresa Lewis”, al netto delle opposte speculazioni (quelle di Ahmadinejad e quelle di chi della Lewis se ne frega ma vuol fare il brillante su Ahmadinejad), è la perfetta e per questo ancor più drammatica rappresentazione di ciò che davvero è la pena di morte oggi negli Usa. La Lewis, 41 anni, condannata a morte nel 2003, è stata giustiziata ieri notte con l’accusa di aver concepito e organizzato l’omicidio del marito e del figliastro, delitto poi compiuto dal suo amante (<strong>Matthew Shallenberger</strong>) e da un altro complice (<strong>Rodney Fulle</strong>r). Del caso di Teresa (la dodicesima donna a essere giustiziata negli Usa) non è mai importato nulla a nessuno, a parte <a href="http://www.amnesty.it" target="_blank">Amnesty International</a>: né ai giornali né all’americano medio, che in realtà l’ha scoperta proprio grazie al detestato Ahmadinejad.</p>
<p><span id="more-6703"></span></p>
<div id="attachment_6709" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6709" title="Lewis" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/09/Lewis.jpg" alt="Il lettino per l'iniezione letale e, sullo sfondo, l'immagine di Teresa Lewis." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Il lettino per l&#39;iniezione letale e, sullo sfondo, l&#39;immagine di Teresa Lewis.</p></div>
<p>Perché?<strong> Perché se qualcuno se ne fosse interessato, avrebbe capito che il sistema è assurdo.</strong> La Lewis non aveva precedenti. E’ una disabile mentale che non poteva concepire piani di nessun tipo. Il suo amante, Shallenberger, confessò di considerarla “scema” e di averla sedotta per sfruttarla; confessione inutilizzabile ai fini processuali perché l’uomo si è suicidato nel 2006. La Lewis fu la prima a confessare, quindi a pentirsi. <strong>E’ stata però l’unica dei tre a essere condannata a morte</strong>. Eppure per due volte il governatore repubblicano della Virginia,<strong> Robert McDonnell</strong>, le ha negato la grazia (anche se nel suo Stato l’ultima donna fu giustiziata 92 anni fa) e altrettanto ha fatto ieri la <strong>Corte Suprema</strong>, nell’indifferenza del pubblico.</p>
<p>Questo è la pena di morte in America: nulla di paragonabile a quanto avviene in Iran, in Cina, in Arabia Saudita o in Iraq, certo, ma comunque una stupida abitudine a cui nessuno vuole rinunciare. Quelli che ne capiscono la stupidità non hanno il coraggio politico di opporsi. Gli altri non hanno l’intelligenza di accettare la realtà e si attaccano a un simbolo, la massima pena appunto, che è solo una parodia della giustizia. <strong>Tra gli Stati Usa che non applicano la pena di morte (18 su 52) c’è per esempio anche quello di New York</strong>, cioè la città che per il secondo anno consecutivo è risultata la più sicura d’America. <strong>Viceversa il Texas</strong>, che dal 1976 è lo Stato che ha eseguito il maggior numero di pene capitali (più di un terzo del totale), <strong>non ha alcun dato o statistica da vantare per dimostrare che tanta dovizia di crudeltà serva a tenere sotto controllo i criminali</strong>. Solo nel 2005, con la più risicate delle maggioranze (5 sì contro 4 no), la Corte Suprema dichiarò incostituzionale la messe a morte dei colpevoli minorenni all’epoca del crimine: questo in un Paese in cui gli incidenti stradali, il suicidio e l’omicidio venivano prima di qualsiasi causa naturale nelle morti dei giovani tra i 15 e i 19 anni d’età.</p>
<p>Non c’è, né negli Usa né altrove, un solo studio degno dell’aggettivo “scientifico” che possa dimostrare l’utilità della pena di morte nell’abbassare i livelli della pericolosità sociale. Al contrario, è proprio la situazione americana a rappresentare un caso da studio per dimostrarne l’inutilità e, anzi, la follia. I dati degli ultimi trent’anni dimostrano che <strong>negli Usa la pena di morte è applicata, in media, una volta ogni 700 omicidi, il delitto tipico che la prevede. E solo il 2,5% degli assassini viene condannato a morte.</strong> Con quelle percentuali, essere spediti sulla sedia elettrica o subire l’iniezione mortale è solo una questione di sfortuna, del giudice a cui capiti, magari anche del colore della pelle o dell’estrazione sociale. Tutto, insomma, e il contrario di tutto. Ma non giustizia.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 24 settembre 2010</p>
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		<title>IL POPOLO CHE VIVE DIETRO LE SBARRE OVVERO: IL MONDO ALLUCINATO DELLE PRIGIONI</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2009 20:37:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
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		<description><![CDATA[Da noi, a torto o a ragione, si parla molto di sicurezza e di criminalità. Vale allora la pena di dare un’occhiata allo studio intitolato “Popolazione mondiale delle prigioni” dell’International Center for Prison Studies (Centro Internazionale per gli Studi sulle Prigioni) del King’s College di Londra, ovvero di un’università che staziona stabilmente tra i primi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da noi, a torto o a ragione, si parla molto di sicurezza e di criminalità. Vale allora la pena di dare un’occhiata allo studio intitolato “Popolazione mondiale delle prigioni” dell’International Center for Prison Studies (Centro Internazionale per gli Studi sulle Prigioni) del King’s College di Londra, ovvero di un’università che staziona stabilmente tra i primi 25 atenei del mondo.</p>
<p><span id="more-525"></span><br />
<strong>Lo studio è scaricabile</strong> dal sito (<a href="http://www.kcl.ac.uk">www.kcl.ac.uk</a>) ma credo sia necessaria una sintesi, visto che riguarda 218 Paesi. Diciamo subito una cosa curiosa: il Paese con meno detenuti è <strong>San Marino</strong>, ne ha solo 1 su 30 mila abitanti. Al polo opposto gli <strong>Stati Uniti</strong>: con il 5% della popolazione mondiale, gli Usa hanno il 25% della popolazione carceraria mondiale; si tratta di 2,3 milioni di detenuti pari a 751 persone in prigione ogni 100 mila abitanti. Se ci si limita ai soli adulti, il dato (allucinante) è questo: 1 americano su 100 sta in prigione. Tra le altre grandi nazioni sviluppate, l’unica che si avvicina a queste medie è la <strong>Russia</strong> (625 detenuto ogni 100 mila abitanti). Gli altri seguono da lontano: 151 detenuti ogni 100 mila abitanti in <strong>Gran Bretagna</strong>, 92 in <strong>Italia</strong>, 88 in <strong>Germania</strong>, 80 in <strong>Svezia</strong>, 63 in <strong>Giappone</strong>. La media mondiale è di 125.<br />
<strong>Come sempre, i dati non vanno solo letti</strong> ma anche interpretati. La <strong>Cina</strong>, che ha una popolazione quattro volte più folta di quella degli Usa, risulta avere “solo” 1,6 milioni di detenuti perché nella statistica non rientrano tutti i poveretti che sono rinchiusi nei cosiddetti “campi di rieducazione”: di loro si ignora non solo il numero (valutabile comunque in centinaia di migliaia) ma anche la presunta colpa.</p>
<p>     <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/04/prigioneusa.jpg" alt="prigioneusa.jpg" /></p>
<p>     <strong><em>Nella foto: l&#8217;affollamento in un carcere statale della California,a Los Angeles.</em></strong> </p>
<p> <strong>Detto questo, resta impressionante l’escalation punitiva degli Stati Uniti</strong>. Il record americano della severità, infatti, è cosa degli ultimi decenni. Tra il 1925 e il 1975 la quota di detenuti Usa è rimasta più o meno stabile, intorno ai 110 ogni 100 mila abitanti. Poi, il balzo, con il 2000 a fare da ulteriore spartiacque: in quell’anno, infatti, i detenuti superarono quota 2 milioni e il sistema carcerario minacciò di collassare più o meno intorno a giugno, quando il numero dei posti-letto nelle prigioni risultò inferiore a quello dei prigionieri.</p>
<p><strong>Le cause? Difficile dirlo</strong>. Una è, di sicuro, la maggiore facilità a possedere armi da fuoco. Il tasso delle rapine a mano armata a Londra non è di molto inferiore a quello di New York, dove però il numero dei morti ammazzati è di gran lunga più alto. Poi, certo, <strong>la diffusione della droga</strong> e la reazione delle autorità al narcotraffico. Nel 1980 erano circa 40 mila le persone chiuse in carcere per delitti connessi al traffico di droga, oggi sono più di 500 mila, pari al 55% degli ospiti delle prigioni federali e al 21% di quelle statali. Terza causa: la politica della <strong>“tolleranza zero”</strong>, che ha inasprito le pene in tutte le categorie di reato, con relative conseguenze: gli Usa sono l’unico Paese occidentale in cui si rischiano lunghe pene detentive anche solo per l’emissione di assegni a vuoto. Un ladro americano può finire dentro per 16 mesi per un furto con scasso, mentre per lo stesso reato si prendono 5 mesi in Canada e 7 in Gran Bretagna. Quarto, la struttura particolare del sistema giudiziario. A livello di contea e di Stato i giudici, negli Usa, sono elettivi. E da sempre la promessa di severità nella lotta al crimine porta buoni voti.</p>
<p><strong>E le conseguenze? La mera osservazione statistica </strong>rileva che gli anni della “tolleranza zero” sono anche quelli in cui la criminalità è calata. Ma è davvero merito del rischio-prigione? I carcerati Usa vivono spesso in un ambiente terribile: <strong>il 20% di loro ha denunciato violenze sessuali</strong>, il 18% soffre di disturbi mentali. Ci sono più malati di mente nelle carceri che in tutto il sistema sanitario e ospedaliero. Risultato: due terzi degli ex detenuti commettono nuovi crimini e tornano in carcere entro tre anni dal rilascio (si vedano i dati forniti dal ministero della Giustizia Usa: <a href="http://www.ojp.usdoj.gov">www.ojp.usdoj.gov</a>). In America, inoltre, ci sono quasi 2 milioni di “orfani della prigione”, ovvero bambini e ragazzi che hanno uno o entrambi i genitori in prigione con lunghe condanne: tra questi giovanissimi il tasso di criminalità e di incarcerazione è 6 volte più alto della media nazionale. Difficile dunque dare un giudizio. Certo, a guardarsi intorno, passa almeno un poco della voglia, naturalissima, di lamentarsi della sicurezza delle nostre strade.</p>
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		<title>CINA E PENA DI MORTE: COME ESSERE GROSSI SENZA DIVENTARE GRANDI</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2009 20:20:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Pena di morte]]></category>

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		<description><![CDATA[      Le cifre diffuse da Amnesty International parlano chiaro: sono i soliti cinque Paesi (Cina, Iran, Arabia Saudita, Usa e Pakistan) a mettere insieme, da soli, il 93% di tutte le condanne capitali del mondo. Ma le cifre non sono tutto, soprattutto non dicono tutto. Non raccontano, per esempio, che l’Iran, con almeno 346 esecuzioni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Le cifre diffuse da Amnesty International parlano chiaro: sono i soliti cinque Paesi (Cina, Iran, Arabia Saudita, Usa e Pakistan) a mettere insieme, da soli, il 93% di tutte le condanne capitali del mondo. Ma le cifre non sono tutto, soprattutto non dicono tutto. Non raccontano, per esempio, che l’Iran, con almeno 346 esecuzioni, è il Paese con la più alta percentuale di condannati a morte: 1 ogni 200 mila abitanti. Ennesima dimostrazione, pratica e scientifica insieme, che la pena capitale non riduce il crimine e nemmeno se stessa, visto che l’Iran vanta questo record ormai da molti anni. E non spiegano, le cifre, che il rapporto di Amnesty (<a href="http://www.amnesty.it/2008-rapporto-pena-di-morte-amnesty.htm">www.amnesty.it/2008-rapporto-pena-di-morte-amnesty.htm</a>)  certifica nel tempo non solo la spietatezza del sistema penale cinese (almeno 2.390 esecuzioni nel 2008) ma soprattutto l’inadeguatezza politica della Cina ad assumere quel ruolo internazionale a cui non solo aspira ma a cui, per certi versi, avrebbe anche diritto.</p>
<p><span id="more-446"></span></p>
<p><img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/03/iran_260607_320x240.jpg" alt="iran_260607_320×240.jpg" /></p>
<p><strong>Tutti più o meno conoscono le statistiche</strong> dell’incredibile sviluppo economico cinese degli anni Novanta: una crescita interna annua intorno al 10% fino a diventare, proprio nel 2008, la seconda economia mondiale dopo gli Stati Uniti, con la prospettiva di passare al primo posto nei prossimi dieci-quindici anni. Poi l’espansione internazionale: industriale (alla fine del 2007, quasi <strong>7 mila aziende cinesi avevano realizzato investimenti diretti in 173 P</strong>aesi per 184 miliardi di dollari), finanziaria (con il Giappone, la Cina è il maggiore acquirente mondiale di Buoni del Tesoro Usa) e politica (con una forte penetrazione in Africa e alleanze strategiche con i Paesi dell’Asia centrale, con l’Iran e con la Russia).</p>
<p><img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/03/china_death_penalty.jpg" alt="china_death_penalty.jpg" /><br />
<strong>La Cina, dunque, potrebbe e forse dovrebbe sedere nel ristretto con</strong>sesso dei Paesi che “tirano” il mondo, lo regolano e ne dettano le grandi tendenze. Ma per farlo, essere grandi e grossi, ricchi e potenti, non basta. Occorre un’autorità riconosciuta, che non si compra né si conquista con le armi ma solo con l’esempio, con la fiducia nei propri mezzi e nei messaggi che essa riesce a mandare. Questo alla Cina post-comunista manca ancora. Quando Amnesty dice “almeno” 2.390 condanne a morte <em>(nella foto sopra, una condannata alla pena capitale lettura della sentenza</em>)<em>,</em> vuol dire che sono state certamente di più, ma che il sistema giudiziario cinese è talmente arbitrario e opaco che non si può essere certi né delle procedure né delle sentenze che esse producono. Secondo fonti diverse (la Fondazione Dui Hua, con sede negli Usa) <strong>le pene capitali nel 2006 sarebbero state addirittura 7.500-8.</strong>000, comminate in base ai 68 reati che prevedono la condanna  morte, compresi evasione fiscale, corruzione, appropriazione indebita e traffico di droga.<br />
<strong>Anche qui, le statistiche replicate negli anni </strong>dimostrano che la pena di morte non ha alcun effetto positivo sulla quantità o sulla qualità dei crimini commessi dai cinesi. Testimonia, però, della rigidezza del regime, che non riesce a riformare se stesso e le proprie abitudini, e così manifesta una scarsa sicurezza nei risultati (economici e non solo) raggiunti e nel livello del consenso su cui può contare. E stiamo parlando di consenso di sistema, non verso questo o quel Governo, il genere di solidità di cui per esempio possono vantare gli Usa, dove nessuno mette in discussione un certo stile di vita, un certo assetto politico, una certa visione della vita. La <strong>grande Cina odierna</strong>, dunque, resta prigioniera del più curioso dei paradossi: essere così forte lnel confronto con gli altri e così debole in quello con se stessa.</p>
<p>Pubblicato su <em>Avvenire</em> del 25 marzo 2009   <a href="http://www.avvenire.it">www.avvenire.it</a></p>
<p><strong>QUALCHE DATO SULLA PENA DI MORTE NEL MONDO </strong>(fonte: Amnesty International e altri)</p>
<p>- Nel 2008 almeno 2.390 persone sono state giustiziate in 25 Paesi</p>
<p>- Nello stesso anno almeno 8.864 persone sono state condannate a morte in 52 Paesi</p>
<p>- Il 93% di tutte le esecuzioni è avvenuto in soli 5 Paesi: Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan, Usa</p>
<p>- Nel mondo ancora 59 Paesi mantengono la pena di morte</p>
<p>- In europa un solo Paese prevede ancora la pena capitale: la Belorussia</p>
<p>- Il Paese con il maggior numero di esecuzioni in proporzione alla popolazione è l&#8217;Iran: 1 condanna a morte ogni 200 mila abitanti circa</p>
<p>- 92 Paesi hanno abolito la pena di morte per ogni reato</p>
<p>- La Cina conta da sola per il 72% di tutte le esecuzioni nel mondo.</p>
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		<title>L&#8217;OMBRA SINISTRA DELLA FORCA SULLE AMBIZIONI DI POTENZA DI TEHERAN</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jul 2008 15:38:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Pena di morte]]></category>

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		<description><![CDATA[       Ventinove impiccagioni domenica scorsa in piena Teheran, nel carcere di Evin. Altre tre ieri, due a Ispahan e una a Zahedan. L’industria della morte di Stato in Iran non conosce soste e, anzi, si compiace dei propri record, li annuncia ai telegiornali della sera quando non usa le esecuzioni di massa come un’orrida versione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>       Ventinove impiccagioni domenica scorsa in piena Teheran, nel carcere di Evin. Altre tre ieri, due a Ispahan e una a Zahedan. L’industria della morte di Stato in Iran non conosce soste e, anzi, si compiace dei propri record, li annuncia ai telegiornali della sera quando non usa le esecuzioni di massa come un’orrida versione contemporanea dei combattimenti circensi. <strong>Solo ieri l’Unione Europea ha battuto un colpo</strong>, duro ma comunque tardivo, per invitare il regime iraniano a sospendere le impiccagioni (la lapidazione è stata abolita nel 2003) e per condannare “l’esposizione delle esecuzioni a livello mediatico” come “un affronto alla dignità umana”. Per il resto è silenzio, anche perché nel mondo <strong>sono ancora molti (76) i Paesi che praticano la condanna a morte e tra questi, al quarto posto dopo Cina (5 mila esecuzioni nel 2007), Iran (355) e Arabia Saudita (166), ci sono purtroppo anche gli Stati Uniti (42),</strong> che alleati all’Europa avrebbero invece l’autorità politica e morale per fare della moratoria auspicata dall’Onu una realtà planetaria.<br />
      Un silenzio che, per la sua compattezza, desta indignazione e stupore. Pare quasi che la grande attenzione mediatica rivolta negli ultimi tempi all’Iran per altre questioni, dalle ambizioni nucleari al sostegno ai movimenti guerriglieri di Hamas e Hezbollah, renda trascurabili altre fondamentali questioni. Qui non si tratta tanto di notare che <strong>da quando Mahmud Ahmadinejad è diventato presidente (agosto 2005) il ritmo delle esecuzioni si è intensificato</strong>, per quanto il dato statistico abbia una sua sinistra rilevanza. Il problema è di vedere quale progetto di società si nasconda all’ombra della forca.<br />
       <strong>Said Mortasavi</strong>, presidente della Corte Suprema, nell’annunciare le 29 impiccagioni di domenica ha detto: “Così Teheran diventerà il posto meno sicuro al mondo per criminali, trafficanti di droga, agitatori, violatori dell’onore del popolo”. Dovrebbe allora chiedersi perché, stando almeno al ritmo delle condanne alla pena capitale, nel suo Paese e con il suo sistema giudiziario criminali, trafficanti, agitatori e violatori aumentano invece di diminuire. Per fare qualche paragone: <strong>l’Iran ha 65 milioni di abitanti, gli Usa 304 milioni, la Cina 1 miliardo e 300 milioni. 355 esecuzioni su 65 milioni di abitanti fa più o meno un condannato a morte ogni 183 mila abitanti: se gli Usa tenessero la stessa media avrebbero quasi 1.700 esecuzioni l’anno (invece di 42) e la Cina più di 7.100 (invece di 5 mila, che è già un’enormità).<br />
</strong>       Certo, dar lavoro al boia non dev’essere difficile se meritevoli di morire sono considerati, come avviene in Iran, gli omosessuali e gli adulteri, le prostitute e i blasfemi, i bevitori di alcolici (ma solo alla terza volta) e persino gli appassionati di internet: è stati infatti da poco introdotto il reato di creazione di siti web che possano turbare la società. Anche loro, ovviamente, passibili di pena di morte. Quel che ne esce è il ritratto di <strong>una società oggi repressiva come pochissime altre</strong> e impegnata in una rincorsa senza sbocchi, crudelmente costretta ad automortificarsi nel timore di una contaminazione esterna o di un’ancor più grottesca rinuncia a un’immaginaria purezza d’origine.<br />
      Difficile capire per quanto tempo ancora l’Iran possa rinunciare al grande ruolo regionale e internazionale, cui per storia e cultura avrebbe diritto, in nome di questa ossessiva fuga dalla realtà. Noi preferiamo qui ricordare<strong> il versetto 38 della medinese sura 5 (“Della mensa”) del Corano</strong>, laddove per l’omicidio si riconosce la legge del taglione (“Se uno è ucciso ingiustamente, noi diamo al suo erede facoltà di vendicarlo”), aggiungendo però: “Egli però non ecceda nell’uccidere e Dio certamente o aiuterà”. </p>
<p>Pubblicato su <em>Avvenire</em> del 30 luglio 2008<br />
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		<title>DALLA CINA ALL&#8217;IRAN AGLI USA, TANTI BOIA DIVERSI E UNA SOLA FAVOLA</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2008 21:13:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Pena di morte]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

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		<description><![CDATA[      Ventinove impiccagioni eseguite in pochi minuti, tutte assieme, nel carcere di Evin, in piena Teheran, con tanto di annuncio al telegiornale della sera, versione più pudica del solito delle esecuzioni condotte davanti a folle più o meno plaudenti. Se si supera l’orrore per quanto è successo ieri in Iran, si può scoprire una realtà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Ventinove impiccagioni eseguite in pochi minuti, tutte assieme, nel carcere di Evin, in piena Teheran, con tanto di annuncio al telegiornale della sera, versione più pudica del solito delle esecuzioni condotte davanti a folle più o meno plaudenti. Se si supera l’orrore per quanto è successo ieri in Iran, si può scoprire una realtà per certi versi ancor più allucinante. <strong>I boia iraniani (335 pene capitali inflitte nel 2007), come i loro colleghi della Cina (5 mila esecuzioni nel 2007)</strong> o dell’Arabia Saudita (166) o del Pakistan (134) o degli Usa (42) o dell’Irak (33) o del Vietnam (25), giù giù fino a quelli dell&#8217;Etiopia o di Singapore (1 condanna eseguita nel 2007) amano ripetersi la stessa favoletta. Quella esposta a Teheran da <strong>Said Mortasavi</strong>, presidente della Corte Suprema: “Così Teheran diventerà il posto meno sicuro al mondo per criminali, trafficanti di droga, agitatori, violatori dell’onore del popolo”.<br />
       Democrazia moderne e sviluppate e sceiccati del deserto, repubbliche islamiche e regimi asiatici, culture e codici penali diversi, <strong>ma tutti ancora sostengono che usando la pena di morte il crimine non potrà che battere in ritirata</strong>. Intanto bisognerebbe chiedersi perché nei Paesi che ancora ammettono la condanna capitale il tasso di criminalità sia così alto. Certo, se diventa reato da condanna a morte la creazione di un sito web (può succedere, in Iran) o l’evasione fiscale (come in Cina), la popolazione criminale non può che aumentare. Ma che dire, allora, degli Stati Uniti? Ricchi, liberali, avanzati sotto ogni punto di vista, <strong>gli Usa hanno 2,5 milioni di detenuti</strong>, ovvero 751 ogni 100 mila abitanti, ovvero metà della popolazione carceraria del mondo. Uno splendido risultato per un Paese che applica la pena di morte senza troppi complessi, con coerenza e da un bel po’ di anni.<br />
      La verità è che non c&#8217;è alcuno studio scientificamente accettabile che dimostri che la pena di morte intimidisce i criminali. Degli Usa si è detto, e lì il favore popolare per la pena capitale raggiunge sempre come minimo il 65/70%. Anche i giapponesi la gradiscono molto, le dicono “sì” intorno all’80%. Rispettabile opinione. <strong>Ma dal 1989 al 1993, quando fu applicata una moratoria di fatto, anche se non ufficialmente dichiarata, il numero degli omicidi scese ai minimi storici</strong>: nel 1991 furono 1.125, nel 2004 (quando la pena capitale era tornata in auge) ben 1.419.<br />
       Altro esempio, il Canada. Nel 1975 il tasso di omicidi era di 3,09 ogni 100 mila abitanti. Un anno dopo, nel 1976, la pena capitale fu abolita e nel 1980 il tasso di omicidi era sceso a 2,41 ogni 100 mila abitanti. E ha continuato a scendere: <strong>nel 2003, cioè 27 anni dopo l’abolizione, il tasso di omicidi era arrivato a 1,73 ogni 100 mila abitanti, ovvero il 44% in meno rispetto all’anno dell’abolizione</strong>. Sono esempi sporadici, perché non dappertutto si riesce a impostare ricerche omogenee ed estese nel tempo, ma sono tuttavia esempi concreti. Nessun sostenitore della pena di morte riesce, invece, a produrre qualcosa di simile. E’ vendetta di Stato che piace alla gente, tutto qui.</p>
<p>Per sapere tutto ma proprio tutto sull’applicazione della pena di morte negli Usa e nel mondo, e su coloro che le si oppongono, ecco il sito di Rick Halperin, docente della Southern Methodist University:  <a href="http://people.smu.edu/rhalperi/">http://people.smu.edu/rhalperi/</a><br />
 </p>
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