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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; News</title>
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		<title>SERBIA, LA RISCOSSA DEI NAZIONALISTI</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2012 19:10:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sorpresa in Serbia: dalle elezioni presidenziali esce vincitore Tomislav Nikolic, 60 anni, leader del Partito progressista che, al di là dei nomi di facciata, vuol dire fronte nazionalista. Del resto, Nikolic era al Governo con Milosevic ai tempi della guerra del Kosovo, le radici sono quelle e non sono state cancellate dalla svolta moderata messa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sorpresa in Serbia: dalle elezioni presidenziali esce vincitore Tomislav Nikolic, 60 anni, leader del Partito progressista che, al di là dei nomi di facciata, vuol dire fronte nazionalista. Del resto, Nikolic era al Governo con Milosevic ai tempi della guerra del Kosovo, le radici sono quelle e non sono state cancellate dalla svolta moderata messa in atto nel 2008.</p>
<p><span id="more-15011"></span></p>
<div id="attachment_15019" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/serbiaok.jpg"><img class="size-full wp-image-15019" title="serbiaok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/serbiaok.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">La gioia dei sostenitori di Nikolic a Belgrado.</p></div>
<p><strong>Sconfitto invece l&#8217;eterno vincitore. L&#8217;europeista Boris Tadic, 54 anni, reduce da due mandati presidenziali, ottenuti nel 2004 e 2008 proprio</strong> a spese di Nikolic, qualche mese fa aveva ricevuto &#8220;in regalo&#8221; dalla Ue lo status di Paese candidato all&#8217;ingresso nell&#8217;Unione. Un&#8217;arma che, a quanto pare, non è bastata per fare il tris. Su tutto e su tutti, un&#8217;affluenza alle urne assai bassa: 41,5%.</p>
<p><strong>A dispetto del cambio di Presidente, c&#8217;è poco che la Serbia possa fare per affermare un nuovo orientamento.</strong> Nikolic si dice europeista ma non disposto a rinunciare al Kosovo. Ma il Kosovo dei sogni serbi è perso, andato. E a vigilare su questa realtà non è l&#8217;Unione Europea ma, e dal punto di vista del nazionalismo serbo è molto peggio, sono gli Usa. E&#8217; vero piuttosto il contrario: la Serbia avrebbe un gran bisogno di integrarsi nell&#8217;Unione Europea, ma la Ue tutto ha in testa tranne che aprire le porte a Stati economicamente fragili, che fatalmente la indebolirebbero ulteriormente.</p>
<div id="attachment_15020" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/nikolicok.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-15020" title="nikolicok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/nikolicok-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Tomislav Nikolic.</p></div>
<p><strong>Con la disoccupazione al 24%, un settore statale ancora dominante, il salario medio sotto i 400 euro, la Serbia non è certo il candidato ideale.</strong> La crescita non è di quelle rampanti (dopo una contrazione del 3,5% nel 2009, un più 1% nel 2010 e un più 2% nel 2011) e la gestione dell&#8217;economia (con Tadic) ha provocato molte discussioni. Nel settembre 2011 la Serbia ha firmato con il Fondo monetario internazionale un accordo da 1,3 miliardi di dollari, valido nelle intenzioni fino al 2013. Ma all&#8217;inizio di quest&#8217;anno il Fondo ha sospeso tutto perché la legge finanziaria approvata dal parlamento serbo non rispettava i parametri fissati.</p>
<p><strong>Bisogna però chiedersi che cosa abbia spinto i serbi a scegliere il prima più volte rinnegato Nikolic.</strong> In altre parole, provare a misurare il peso esercitato nel voto dallo stato penoso dell&#8217;economia e dallo scontento verso i partiti di Governo con quanto invece può aver contato un rigurgito di nazionalismo nei confronti dei processi che, all&#8217;Aja, portano di volta in volta alla sbarra i vari <strong>Radtko Mladic, Vojislav Seselj, Radovan Karadzic. In</strong> queste elezioni hanno votato regolarmente anche i 109 mila elettori serbi residenti in Kosovo: anche lì, però, l&#8217;affluenza è stata molto bassa.</p>
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		<title>IN CASA DI OBAMA UN G8 SENZA PUTIN</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 21:08:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il terzo mandato presidenziale di Vladimir Putin è cominciato con uno sgarbo a Barack Obama, padrone di casa e ospite del G8 di Camp David. L&#8217;assenza si nota ed è aggravata dal fatto che per la Russia è invece presente Dmitrij Medvedev, fino a qualche giorno fa presidente della Federazione russa, ora primo ministro nominato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il terzo mandato presidenziale di <strong>Vladimir Putin</strong> è cominciato con uno sgarbo a <strong>Barack Obama,</strong> padrone di casa e ospite del G8 di Camp David. L&#8217;assenza si nota ed è aggravata dal fatto che per la Russia è invece presente <strong>Dmitrij Medvedev,</strong> fino a qualche giorno fa presidente della Federazione russa, ora primo ministro nominato da Putin che fino a qualche giorno fa era il &#8220;suo&#8221; primo ministro&#8230; Un gioco di poltrone e di specchi, insomma, che molto contrasta con la sacralità di cui gli americani avvolgono l&#8217;istituzione presidenziale.</p>
<p><span id="more-14979"></span></p>
<div id="attachment_14992" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/obaok.jpg"><img class="size-full wp-image-14992" title="obaok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/obaok.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Barack Obama con Vladimir Putin.</p></div>
<p><strong>Uno sgarbo, ma non una crisi. O meglio: uno dei tanti colpi che Usa e Russia si scambiano, sopra e sotto la cintura, da un bel pezzo.</strong> Per restare agli ultimi tempi, basta pensare alla Libia (attaccata dagli Usa contro il parere della Russia, che in Libia aveva pure una base navale) e alla Siria, dove Russia e Cina offrono una sponda diplomatica all&#8217;agonizzante e screditato regime di Assad.</p>
<p><strong>Putin e Obama in questa rissa c&#8217;entrano poco. Usa e Russia sono destinati a confrontarsi. Glielo impongono i tempi e la situazione. Gli Usa sono ancora la prima potenza ma non non sono più l&#8217;unica potenza</strong>. C&#8217;è la Cina, a cui poco importa dei principi e molto delle materie prime: i cinesi vanno dove ci sono petrolio, gas, prodotti agricoli e minerali utili a nutrire lo sviluppo economico del Paese. Ci sono l&#8217;India e il Brasile, l&#8217;Iran e il Venezuela. Nessuno di questi Paesi può paragonarsi agli Usa, ma ognuno di loro ha eroso un pezzo o pezzetto dell&#8217;enorme margine di manovra di cui disponevano gli Usa. D&#8217;altra parte, ci sarà pure una ragione se appena un mese dopo questo G8 americano si terrà un G20 in Messico.</p>
<p><strong>Quindi gli Usa devono almeno tentare di bloccare lo smottamento della loro sfera d&#8217;influenza. E poi c&#8217;è la Russia, che ha un&#8217;esigenza identica anche se di segno opposto:</strong> provare a ricostruire almeno parte della propria sfera d&#8217;influenza, quella che una volta veniva definito <em>sovestskoe prostranstvo </em>(spazio sovietico). Per ragioni storiche (la Russia è sempre stata un impero), culturali e soprattutto economiche. Il commercio di gas e petrolio è decisivo per il destino dei russi. Così, se la Russia non può fare nulla, a parte intrattenere buone relazioni con l&#8217;Iran, per intaccare il monopolio politico americano sui Paesi del Golfo Persico, può però fare molto per controllare, indirizzare e gestire le enormi risorse che giacciono non solo nel suo territorio, ma anche in quello dei Paesi nati dallo scioglimento dell&#8217;Urss, Kazakhstan, Turkmenistan e Kirgizistan per primi.</p>
<p><strong>Di tutta l&#8217;era Bush, la cosa che la Russia ha più patito non è stata la guerra contro l&#8217;Iraq ma la realizzazione dell&#8217;oleodotto che corre da Baku (Azerbaigian) a Tbilisi (Georgia) a Ceyhan (Turchia). </strong>Una ferita economica insanabile, almeno finché in Azerbaigian, Georgia e Turchia resistono regimi molto amici o non ostili agli Usa. Una cicatrice spirituale dura da nascondere per un Paese che ha fatto due guerre per conservare a sé la Cecenia e il Caucaso.</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/missile.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-14994" title="missile" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/missile-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Allo stesso modo oggi la Russia teme lo &#8220;scudo stellare&#8221; che gli Usa vogliono installare tra Polonia e Repubblica Ceca: perché è un <em>vulnus</em> portato in quell&#8217;area in cui il Cremlino non tollera interferenze,</strong> uno spazio in cui qualunque intrusione è vista come un&#8217;aggressione. Gli Usa dicono che lo &#8220;scudo&#8221; servirà a proteggere l&#8217;Europa da ogni eventuale attacco missilistico portato dall&#8217;Iran, e naturalmente è una gran balla: non c&#8217;è ragione per cui l&#8217;Iran debba attaccare l&#8217;Europa, essendo già sulla lista nera degli Usa e di Israele.</p>
<p><strong>Lo &#8220;scudo&#8221; non indebolirà le difese strategiche della Russia, come dicono a Mosca. Lo farebbe se la Russia avesse intenzione di bombardare l&#8217;Europa occidentale, o se l&#8217;Europa avesse intenzione di minacciare la Russia</strong>, e non è così. Ma se fosse realizzato, dimostrerebbe che altri possono fare ciò che vogliono sulla porta di casa sua. E questo non può essere accettato. Guarda caso, i presidenti e i primi ministri che hanno accettato l&#8217;invito di Obama, finito il G8 resteranno in America per il vertice Nato che dovrà annunciare i primi provvedimenti operativi per la costruzione dello scudo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I GRECI VOGLIONO L&#8217;EUROPA. E L&#8217;EUROPA&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 11:15:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Agisce spesso nei popoli una specie di sesto senso, o di intima saggezza, che supera le conoscenze e le previsioni degli esperti. Così, mentre banchieri, economisti e politici fanno i conti su quanto ci costerebbe l’uscita della Grecia dalla zona euro, i greci fanno sapere che nell’euro ci vogliono stare, eccome. L’ultimo sondaggio, realizzato per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Agisce spesso nei popoli una specie di sesto senso, o di intima saggezza, che supera le conoscenze e le previsioni degli esperti. Così, mentre banchieri, economisti e politici fanno i conti su quanto ci costerebbe l’uscita della Grecia dalla zona euro, <strong>i greci fanno sapere che nell’euro ci vogliono stare, eccome.</strong> L’ultimo sondaggio, realizzato per il settimanale To Vima, parla chiaro: l’80% dei greci vuole restare nella Ue e il 78,1% dice che il primo compito di qualunque nuovo Governo dovrà essere, appunto, di far restare la Grecia agganciata all’euro.</p>
<p><span id="more-14966"></span></p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/greciaok1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-14972" title="greciaok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/greciaok1.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Non è difficile capire perché. Attaccare gli euroburocrati è sempre stato facile, ma tutti i popoli dei 27 Paesi Ue, nessuno escluso, hanno ricevuto immediati e cospicui vantaggi dall’adesione all’Europa.</strong> Qualche giorno fa, <strong>Andrus Ansip,</strong> premier dell’Estonia, primo Paese ex sovietico ad adottare l’euro nel 2011, ha detto: “Da noi chiunque capisce quale vantaggio sia l’euro per l’Estonia”. E per restare alla Grecia: dal suo ingresso nella Ue, Atene ha ricevuto da Bruxelles quasi 40 miliardi di euro; ogni anno, i contributi della Ue rappresentavano circa il 2% dell’intero Pil greco. In più, i greci sanno benissimo che l’attuale crisi è stata provocata da una politica folle di spesa, quella per cui il deficit era arrivato al 144% del Pil: per un euro che entrava, quasi un euro e mezzo usciva. Per non parlare dei 130 miliardi di euro che la Ue ha già investito nelle operazioni di salvataggio finanziario e che certo non saranno mai più recuperati.</p>
<p><strong>Detto questo, l’Unione Europea deve fare tutta la sua parte. Che non sta solo nel proporre aiuti finanziari ma nel proporre il meglio di se stessa.</strong> Dalla Grecia ci arriva un messaggio fortissimo. Gente che soffre di giorno in giorno, subisce il taglio del 20% dei salari e delle pensioni, non può più permettersi un medico o una vacanza e che i retori invitano ad accusare l’Europa, ribadisce la volontà di essere in Europa. Questa gente merita una risposta rapida, concreta e solidale.</p>
<p><strong>Nelle nuove, critiche elezioni che si svolgeranno in giugno, si voterà anche per o contro la Ue. Non per la permanenza nella Ue ma per la Ue medesima, per la sua anima, la sua essenza,</strong> il suo senso. Le parole di <strong>José Manuel Barroso,</strong> presidente della Commissione europea (“Continueremo ad aiutare la Grecia”) sono importanti e peseranno. Ma ci vuole di più, e altro. E’ necessario che si manifesti con chiarezza la coscienza che l’impoverimento violento dei greci non è visto da Bruxelles come un problema tecnico ma per quello che davvero è: il dramma umano di dieci milioni di persone.</p>
<p>Serve il contrario, insomma di quanto minacciato qualche giorno fa da <strong>Jens Weidmann,</strong> presidente della banca centrale di Germania: “Se Atene non mantiene la parola è una decisione democratica. Ma il risultato è che non ci sono più le basi per ulteriori aiuti”. <strong>Sarebbe invece proprio questo il momento di annunciarne di nuovi</strong> o di proporre misure che, senza mettere in discussione l’obiettivo finale del risanamento, rendano un poco meno draconiane le rinunce chieste alla gente. <strong>Un esempio da non trascurare: l’Agenzia federale russa per la cooperazione internazionale</strong> ha lanciato una campagna per spingere i russi ad acquistare prodotti greci. E’ stato calcolato che se ogni russo spendesse in un anno 4 mila rubli in quel senso, pari a 100 euro, la Grecia incasserebbe 15 miliardi di euro in esportazioni.</p>
<p><strong>L’Europa è nata proprio per far star bene insieme tanti popoli diversi e fin troppo spesso, nel corso dei secoli, impegnati a farsi la guerra.</strong> E dietro i freddi dati dell’economia si celano dati molto più sensibili come la compattezza sociale, la solidità morale, la capacità di costruire un futuro. Trasformare la vita dei greci in una lotta permanente per la sopravvivenza aiuterà poco l’economia della nazione e sarà di grande danno per l’Europa.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 17 maggio 2012</p>
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		<title>OBAMA IL GUERRAFONDAIO</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 21:40:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho trovato nella New American Foundation un bell&#8217;articolo sul paradosso di Barack Obama, che dai repubblicani è considerato un debole e dai democratici un benevolo leader della grande potenza, mentre con ogni probabilità verrà ricordato tra i presidenti Usa più bellicosi. A dispetto del Premio Nobel per la Pace ricevuto soli 9 mesi dopo essere entrato, nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho trovato nella <a href="http://http://newamerica.net/" target="_blank">New American Foundation</a> un bell&#8217;articolo sul paradosso di Barack Obama, che dai repubblicani è considerato un debole e dai democratici un benevolo leader della grande potenza, mentre con ogni probabilità verrà ricordato tra i presidenti Usa più bellicosi. A dispetto del Premio Nobel per la Pace ricevuto soli 9 mesi dopo essere entrato, nel 2008, alla Casa Bianca.</p>
<p><span id="more-14944"></span></p>
<div id="attachment_14952" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/obamaok.png"><img class="size-full wp-image-14952" title="obamaok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/obamaok.png" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">Barak Obama con i soldati americani in Iraq.</p></div>
<p><strong>Curiosamente, proprio in quella circostanza (ricorda l&#8217;articolista) Obama disse cose che avrebbero dovuto mettere tutti sull&#8217;avviso, almeno riguardo al suo presunto &#8220;pacifismo&#8221;:</strong> &#8220;Affronto il mondo per quello che è, non posso stare inerte di fronte a ciò che minaccia gli americani&#8230; A scanso di equivoci: il male nel mondo esiste. Un movimento non violento non avrebbe fermato le truppe di Hitler. I negoziati non possono convincere i leader di Al Qaeda a deporre le armi. dire che l&#8217;uso della forza è qualche volta necessario non è cinismo ma solo riconoscere il corso della storia, le imperfezioni dell&#8217;uomo e i limiti della ragione&#8221;.</p>
<p>D&#8217;accordo o non d&#8217;accordo con questi ragionamenti, se uno va a spulciare gli archivi trova che Obama, all&#8217;inizio della campagna per le presidenziali del 2008 in difficoltà per la sua precedente contrarietà alla guerra in Iraq, ha fatto quanto segue:</p>
<p>1. tre mesi dopo essere entrato in carica, dovette affrontare <strong>la crisi della &#8220;Maersk ALabama&#8221; e il rapimento del suo capitano, Richard Phillips,</strong> preso in ostaggio dai pirati somali. Per ordine di Obama, i tiratori scelti dei Navy Seals furono paracadutati su una nave vicino a quella del rapimento, uccisero i rapitori e liberarono Phillips.</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/obama-troopsok.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-14954" title="obama-troopsok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/obama-troopsok-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a>2. <strong>capitolo Pakistan:</strong> durante la presidenza Bush, la media degli attacchi con i droni sul territorio pakistano (al confine con l&#8217;Afghanistan) era di 1 attacco ogni 43 giorni; con Obama, la media sale a 1 ogni 4. E&#8217; stato ancora Obama ad autorizzare l&#8217;aumento esponenziale degli agenti Cia di stanza in Pakistan.</p>
<p>3. <strong>rapporti con l&#8217;islam.</strong> Obama è famoso anche per il discorso &#8220;aperturista&#8221; del Cairo (4 giugno 2009) ma nel giro di due anni dall&#8217;inizio della sua presidenza gli Usa avevano missioni armate in 6 Paesi islamici: Iraq, Afghanistan, Pakistan, Somalia, Yemen e Libia.</p>
<p>4. <strong>l&#8217;intervento in Libia.</strong> Se Bill Clinton, a metà anni Novanta, decise di non intervenire in Ruanda e impiegò anni a intervenire nei Balcani, Obama ha deciso in due settimane la spedizione contro Gheddafi.</p>
<p>5. <strong>Afghanistan:</strong> Obama, all&#8217;inizio del 2010, ha aumentato il contingente americano di 30 mila uomini.</p>
<p>6. <strong>Osama bin Laden: nel 2011, il 1 maggio, un commando aviotasportato uccide Osama bin Laden</strong> nella casa-rifugio di Abbottabad, in Pakistan. E&#8217; Obama in persona, persino contro il parere di diversi dei suoi consiglieri e le cautele dei servizi d&#8217;informazione che non erano certi al cento per cento della presenza di Osama, a dare il via libera all&#8217;operazione.</p>
<p>L&#8217;uso della forza militare, dunque, è molto familiare al presidente Usa. A quanto pare, però, il soldato Obama non si lascia trasportare dai nervi: se il rischio è troppo grande (Iran) o la convenienza dubbia (Siria), anche le armi di Obama tacciono.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>DOPO IL VOTO 2: IL RIGORE SENZA EQUITA&#8217;</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 21:49:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>E dunque: la Merkel perde un altro Land (questa volta il Nordreno Westfalia) e il popolo della crescita esulta. Che lo scopo finale della vita economica sia la crescita e la marcia verso il benessere&#8230; beh, non è una gran scoperta. Qualcuno, però, dovrà prima o poi dimostrare <strong>come si possa crescere essendo pieni di debiti</strong> (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, ecc. ecc.), o meglio: come si possa crescere senza aver prima ridotto l&#8217;indebitamento con quella politica tanto odiata che si chiama &#8220;rigore&#8221;.</p>
<p><span id="more-14915"></span></p>
<div id="attachment_14931" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/equitaliaok.jpg"><img class="size-full wp-image-14931" title="equitaliaok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/equitaliaok.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">I disordini davanti alla sede di Equitalia a Napoli.</p></div>
<p><strong>Anche di &#8220;rigore&#8221;, però, ne esistono tanti tipi diversi. Quello applicato in Italia dal Governo Monti ci ha ridato il rispetto delle istituzioni internazionali e degli altri Governi</strong> (fondamentale in un mondo di economie interconnesse) ma se ci ritroviamo con <strong>470 mila cassintegrati in più in sei mesi,</strong> tanto per fare solo un esempio, qualche problema ci dovrà pur essere.</p>
<p><strong>E il problema, anzi, il problema dei problemi, non si chiama &#8220;rigore&#8221; e nemmeno &#8220;crescita&#8221;. Si chiama &#8220;equità&#8221;.</strong> E&#8217; accettabile che l&#8217;imposizione fiscale sui redditi da lavoro sia doppia di quella sulle rendite finanziarie? Ha senso che si parli di &#8220;licenziamenti economici&#8221; a discrezione per i semplici lavoratori e si accetti il &#8220;minimo garantito&#8221; per le professioni liberali, che dovrebbero per definizione affidarsi al mercato? Che significa opporsi alla patrimoniale e poi varare quella specie di patrimoniale sulle famiglie che si chiama Imu?</p>
<p><strong>Due considerazioni. Intanto, e soprattutto per quanto riguarda l&#8217;Italia, la questione dell&#8217;equità non è spuntata negli ultimi mesi. E&#8217; un problema di lungo periodo</strong> e la cui responsabilità coinvolge anche i Governi precedenti. Prendiamo Berlusconi: la cosiddetta &#8220;&#8216;abolizione dell&#8217;Ici&#8221; (in realtà, una seconda tranche per i redditi più alti) fu un gran regalo ai benestanti. Lo scudo fiscale idem: la tassazione era ridicola (prima 2,5%, poi 5%, quando l&#8217;aliquota &#8220;normale&#8221; era già oltre il 40%), il rientro medio fu di 100 mila euro per operazione. Difficile che fossero tranvieri o insegnanti a sciacquare così i loro capitali. Monti, di suo, ci ha aggiunto la fretta di far cassa, con gli esiti che vediamo.</p>
<p><strong>Seconda considerazione: il problema dell&#8217;equità non è italiano, è generale, mondiale.</strong> Qualche esempio: nell&#8217;ultima legge finanziaria,<strong> il Governo conservatore della Gran Bretagna</strong> ha abbassato dal 50% al 45% l&#8217;aliquota più alta; ma ha respinto la proposta del Liberal-democratici di alzare da 8 a 10 mila sterline l&#8217;anno la soglia per l&#8217;esenzione totale dalle imposte sul reddito.</p>
<p><strong>Passiamo alla Francia: tre studiosi</strong> (Landais, Piketty e Saez), con un saggio comparso anche in Italia (<em>Per una rivoluzione fiscale,</em> La Scuola), <strong>hanno dimostrato che lo 0,1% più agiato dei 50 milioni di francesi adulti</strong> (cioè 50 mila persone che portano a casa più di 60 mila euro lordi al mese) affrontano al momento di pagare le tasse un&#8217;aliquota del 35%, mentre i 25 milioni più poveri degli stessi 50 milioni di francesi adulti (quelli cioè con un reddito mensile tra i mille e i 2.200 euro) si beccano un&#8217;aliquota del 45%.</p>
<div id="attachment_14934" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/buffett.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-14934" title="buffett" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/buffett-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Warren Buffett con Barack Obama.</p></div>
<p>G<strong>li Stati Uniti d&#8217;America: il Congresso ha appena respinto il piano dei democratici per applicare la famosa &#8220;Buffett Rule&#8221;, dal nome del celebre finanziere Warren Buffett,</strong> tredicesimo uomo più ricco al mondo, che l&#8217;aveva proposta. Il riccone aveva detto in Tv che detestava l&#8217;idea di pagare tasse secondo un&#8217;aliquota inferiore a quella scontata dalla sua segretaria. Infatti Buffett, come operatore della finanza, paga il 15% mentre la sua segretaria, con un reddito da lavoro dipendente, si becca il 35%.</p>
<p><strong>In Italia sappiamo come va, quindi il panorama è abbastanza completo. Come si diceva, il problema dell&#8217;equità è globale.</strong> Ed è globalmente percepito. In Francia, Hollande è diventato presidente anche proponendo di tassare meglio i super-ricchi. E in Gran Bretagna il governo Cameron ha preso un&#8217;imbarcata sullo stesso tema. Da noi, dove tutto è più drammatico o farsesco, ci sono i suicidi o gli assalti a Equitalia.</p>
<p>Ora: se la crescita senza il rigore (cioè la riduzione del debito) è impossibile, il rigore senza equità è improponibile. E dunque pare proprio che senza equità non si arriverà mai alla crescita. Al prossimo pezzo il tentativo di proseguire il ragionamento.</p>
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		<title>ASSAD, AL QAEDA E LE BOMBE IN SIRIA</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 22:37:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i tanti esperti e difensori dei diritti umani che popolano i giornali, risulta assai difficile trovarne uno che abbia il coraggio di dire in poche parole una cosa: è molto improbabile, per non dire impossibile, che <strong>le autobomba fatte esplodere a Damasco,</strong> capitale della Siria, con oltre 60 morti e centinaia di feriti, non possono essere opera di Assad e dei suoi complici.</p>
<p><span id="more-14876"></span></p>
<div id="attachment_14889" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/bombeok.jpg"><img class="size-full wp-image-14889" title="bombeok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/bombeok.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">La scena dell&#39;ultimo attentato a Damasco.</p></div>
<p><strong>Non ci vuole uno stratega per fare due conti: perché un regime con credibilità zero, sull&#8217;orlo della cacciata e costretto a massacrare più di 10 mila siriani per tirare avanti di settimana in settimana,</strong> dovrebbe far crescere l&#8217;instabilità, la sfiducia, la paura e la collera della gente mettendo bombe in giro? <a title="SIRIA, BOMBE NELLE CITTA’: CHI LE METTE?" href="http://www.fulvioscaglione.com/2012/03/18/siria-bombe-nelle-citta-chi-le-mette/">Perché un regime che nelle province riesce a far muovere ormai solo l&#8217;esercito in assetto di guerra, dovrebbe portare il disastro nelle grandi città</a> (analoghe bombe sono scoppiate molte volte a Damasco ma anche ad Aleppo) che sono i suoi ultimi caposaldi?</p>
<p><strong>Assad e il suo regime fanno schifo e la speranza è che se ne vadano al più presto. Ma non è che far saltare in aria donne e bambini odori di violette. Quasi tutti i movimenti insurrezionali della storia hanno usato il terrorismo,</strong> compresi quelli che si battevano contro le dittature come il nazismo per ottenere la democrazia. Ma in Siria con chi abbiamo a che fare? Chi sono realmente quelli dell&#8217;Esercito Libero della Siria che attaccano l&#8217;esercito regolare siriano? O quelli del Consiglio Nazionale Siriano? Magari onesti patrioti che vogliono solo il bene del proprio Paese, chissà&#8230; O magari un incrocio tra ciarlatani e tagliagole come quelli che l&#8217;amministrazione Bush sventolava per trovare una scusa e attaccare Saddam Hussein.</p>
<p><strong>Lo schifo che ci fa il dittatore (Saddam, Assad&#8230;) non giustifica tutto il resto, soprattutto in un caso come quello della Siria. Quindi: se non le mette Assad, chi le mette le bombe?</strong> Ho letto un&#8217;intervista con il solito ex analista della Cia, che sostiene una testi divertente: Al Qaeda si sarebbe infiltrata tra i ribelli siriani, per dirottare la rivolta (buona per definizione) verso l&#8217;estremismo islamico. Ma com&#8217;è possibile? Le autobomba stanno esplodendo a ripetizione e con violenza crescente. Come si può pensare che qualcuno organizzi una serie simile stando <em>all&#8217;interno</em> dei gruppi di opposizione che, secondo l&#8217;analista, mai compirebbero azioni di quel genere? Però Al Qaeda potrebbe farlo <em>dall&#8217;esterno</em>: nel qual caso la partita che si gioca in Siria ha almeno tre contendenti: il regime, i rivoltosi e Al Qaeda. Il che cambia un poco le cose, o no? Anche perché Al Qaeda è molto attiva anche in Africa. Ma non era stata sconfitta?</p>
<div id="attachment_14891" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/assadok.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-14891" title="assadok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/assadok-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Assad saluta i suoi sostenitori.</p></div>
<p><strong>Il sospetto è che ci sia qualcuno che punta a far saltare il regime di Assad senza prendersene la responsabilità. E qui ci sta un po&#8217; di tutto. La Turchia, che è sunnita, ha sempre avuto rapporti tesi con il regime alawita</strong> (una corrente degli sciiti) di Assad e punta dichiaratamente a diventare la potenza regionale? A Istanbul, inoltre, potrebbe non dispiacere fare, attraverso Assad, uno scherzetto a Israele: lo Stato ebraico, che si è appena dato un Governo di emergenza nazionale, ha gli occhi puntati sull&#8217;Iran, se la Siria saltasse per aria ai suoi confini avrebbe, nel migliore dei casi, grane e preoccupazioni a non finire.</p>
<p><strong>Quindi gli Usa, magari attraverso qualche formazione della destra più o meno cristiana libanese? Possibile ma non facile: Hezbollah, in Libano,</strong> cercherebbe di impedire l&#8217;abbattimento di un regime come quello di Assad, con cui l&#8217;intesa è di lunga data. Attraverso l&#8217;Iraq, forse? Non la Russia e non la Cina, che appoggiano Assad. Non l&#8217;Iran, che ha ragioni evidenti e pressanti per non rimanere isolato nella regione. I regni, sceiccati ed emirati del Golfo, che sono sunniti e potrebbero voler togliere un alleato all&#8217;Iran, che diventerebbe il primo &#8220;Stato canaglia&#8221; nel mirino? Forse, ma non lo potrebbero fare senza l&#8217;autorizzazione e l&#8217;appoggio degli Usa?</p>
<p>Primo o poi salterà fuori. Chiunque metta le bombe, però, è chiaro che l&#8217;unica soluzione al problema Siria sarebbe un cambio di regime forzato da un accordo internazionale e magari &#8220;incoraggiato&#8221; da una pressione militare.  Ma con le elezioni Usa alle porte, Putin appena rieletto al Cremlino, Israele in ambasce, il Libano come sempre pronto a esplodere, l&#8217;Iran in agguato e il timore generale di infilarsi un un gran pasticcio, la prospettiva è a dir poco lontana.</p>
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		<title>DOPO IL VOTO 1: FAVOLE SULLA CRESCITA</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 18:09:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si deposita la polvere dell&#8217;ondata di elezioni. In Francia ha vinto Hollande, in Gran Bretagna i laburisti, in Grecia han vinto solo i neonazisti, in Italia han perso tutti tranne Grillo. Non sono i risultati numerici, però, a preoccupare, ma le conclusioni politiche. Su tutte, due mi paiono ridicolmente disastrose. La prima sta in tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si deposita la polvere dell&#8217;ondata di elezioni. In Francia ha vinto Hollande, in Gran Bretagna i laburisti, in Grecia han vinto solo i neonazisti, <strong>in Italia han perso tutti tranne Grillo.</strong> Non sono i risultati numerici, però, a preoccupare, ma le conclusioni politiche. Su tutte, due mi paiono ridicolmente disastrose.</p>
<p><span id="more-14849"></span></p>
<div id="attachment_14862" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/grecia2okok.jpg"><img class="size-full wp-image-14862" title="grecia2okok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/grecia2okok.jpg" alt="" width="300" height="181" /></a><p class="wp-caption-text">Proteste in Grecia con la politica del &quot;rigore&quot;.</p></div>
<p><strong>La prima sta in tutto il vano, anzi dannoso, parlare che si fa di crescita. Intanto, non si capisce bene perché sembri una cosa intelligente invocare la crescita</strong> mentre la crisi economica schiaccia il mondo ormai da quattro anni. Se ci fosse la crescita non ci sarebbe la crisi, o no? E se c&#8217;è la crisi (e quella c&#8217;è di sicuro), ovviamente, difficilmente ci può essere anche la crescita.</p>
<p><strong>Ma quel che è peggio, è che i tantissimi demagoghi parlano della &#8220;crescita&#8221; come di una strategia opposta al &#8220;rigore&#8221;, come se fosse possibile scegliere. E fesso, ovviamente, chi sceglie il &#8220;rigore&#8221;.</strong> Chi parla così andrebbe mandato in miniera. Molti piangono sulla Grecia e sulla triste sorte dei greci. Nessuno che ricordi alcuni fatti elementari: la Grecia, mentendo persino in sede Ue, aveva accumulato <strong>un deficit del 144,2% rispetto al Pil</strong> (Prodotto interno lordo). Ciò vuol dire che per 1 euro guadagnato, lo Stato greco e i greci ne spendevano 1,44. Qualunque casalinga può spiegare ai politici greci che così si finisce rapidamente in malora.</p>
<p><strong>Ancora: come uscito sui giornali, in tutta la Grecia solo 15 mila contribuenti dichiarano un imponibile superiore ai 100 mila euro l&#8217;anno.</strong>  Lo Stato greco, e non da oggi, ha in pratica rinunciato a esigere le tasse, tanto che si è persino parlato di affidarne l&#8217;esazione ad aziende private. Tedesche, naturalmente. L&#8217;evasione fiscale in Grecia vale 40 miliardi di euro l&#8217;anno, tra il 20 e il 25% dell&#8217;intero Pil greco. Quindi, a voler essere minimamente onesti, bisogna dire tre cose:</p>
<p>1. la Grecia sta esattamente dove deve stare e dove sarebbe inevitabilmente finita</p>
<p>2. oggi non esiste modo per cui la Grecia possa pensare alla &#8220;crescita&#8221;, e con quei comportamenti non esisteva nemmeno prima</p>
<p>3. la Grecia potrebbe varare una politica di &#8220;crescita&#8221; se trovasse qualcuno disposto a prestarle fondi enormi. Ovviamente nessuno lo è, visto che i greci spendevano come pazzi e truffavano lo Stato. D&#8217;altra parte voi prestereste i vostri risparmi, mettendo a rischio la stabilità e il benessere della vostra famiglia, a un noto scialacquatore e debitore? Io no. Checché se ne dica, l&#8217;Unione Europea ha trovato il coraggio di aiutare i greci con 130 miliardi di euro. E nonostante questo ora la disoccupazione in Grecia è al 22%. Chi altri volete che butti denaro in quel calderone?</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/greciaok.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-14863" title="greciaok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/greciaok-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il discorso fatto per la Grecia vale, seppure con altre tonalità, per molti altri Paesi d&#8217;Europa. Per l&#8217;Italia, che è arrivata al 120%</strong> di deficit sul Pil (entra 1 euro, ne esce 1,2). O per il Portogallo, al 93%, o l&#8217;Irlanda, al 92,5% (in pratica, entra 1 euro e ne esce 1).  Naturalmente, il debito di ogni Paese viene valutato sullo sfondo di altri fattori (dimensioni, risorse naturali, capacità imprenditoriali, garanzie che possono essere offerte; infatti gli Usa hanno un enorme debito pubblico, ma essendo la potenza industriale e tecnologica e militare che sono, lo rifinanziano regolarmente).  Ma resta il fatto che se non hai riserve, devi chiedere prestiti. Ai grandi debitori i prestiti costano cari (questo è lo spread), e questo costo concorre ovviamente ad aumentare il debito.</p>
<p><strong>Se poi pensiamo che tutti i Paesi europei hanno il fiato corto ( Spagna, debito al 68,5%;  Francia, 82,3%; Gran Bretagna, 80%),</strong> che la produzione industriale è depressa, che le economie europee sono interconnesse e che i Paesi con grandi riserve valutarie (Russia o Cina, per esempio) hanno dovuto spendere molto per affrontare la crisi, ecco che &#8220;farsi fare il mutuo&#8221; diventa sempre più difficile.</p>
<p>C&#8217;è un&#8217;unica strada: smettere di essere grandi debitori, diventando così più affidabili. E per ridurre il debito c&#8217;è una sola strada: quella che si chiama, appunto, &#8220;rigore&#8221;. Nei fatti, senza il &#8220;rigore&#8221; non vi può essere la &#8220;crescita&#8221;. Quasi tutto il resto è fumo.</p>
<p><em><strong>Prossimamente: la soluzione non è la crescita ma l&#8217;equità.</strong></em></p>
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		<title>IRAQ, LA VERA BOMBA E&#8217; LA POLITICA</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 21:36:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alla fine del 2011, al momento del ritiro delle truppe Usa, molti pensavano che l&#8217;Iraq sarebbe stato travolto da un&#8217;ondata di attentati e violenze. Il sangue è corso, in effetti, ma non molto più di prima. A esplodere, invece, è stata la situazione politica. A poche ore dalla partenza degli americani, infatti, il premier Nuri al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alla fine del 2011, al momento del ritiro delle truppe Usa, molti pensavano che l&#8217;Iraq sarebbe stato travolto da un&#8217;ondata di attentati e violenze. Il sangue è corso, in effetti, ma non molto più di prima. A esplodere, invece, è stata la situazione politica. A poche ore dalla partenza degli americani, infatti,<strong> il premier Nuri al Maliki,</strong> sciita, prima ha fatto arrestare <strong>il vice presidente Tareq al Hashemi,</strong> sunnita, accusandolo di terrorismo, e poi ha chiesto al Parlamento un voto per costringere alle dimissioni <strong>Saleh al Mutlak, il vice premier,</strong> un altro sunnita.</p>
<p><span id="more-14840"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_14844" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/alhashemiok.png"><img class="size-full wp-image-14844" title="alhashemiok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/alhashemiok.png" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">L&#39;ex vicepresidente Al Hashemi come &quot;wanted&quot; sui giornali iracheni.</p></div>
<p><strong>La frattura non si è mai ricomposta. Al Hashemi, </strong>accusato di aver partecipato all&#8217;organizzazione di almeno 150 attentati, non si è presentato al processo cominciato il 3 maggio, si è rifugiato in Turchia e da ieri, su richiesta del Governo iracheno, è ufficialmente ricercato dall&#8217;Interpol. Inutile sottolineare che dal dicembre 2011 le autobomba si sono succedute, in un Paese che peraltro non ha mai visto una reale cessazione degli attentati a sfondo etnico e settario.</p>
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<div align="-webkit-auto"><strong>La &#8220;crisi giudiziaria&#8221;, però, non è che l&#8217;ultima, forse più grave evoluzione di un gran pasticcio politico</strong> partito l&#8217;indomani delle elezioni del marzo 2010, quelle che decretarono la vittoria a sorpresa di <strong>Iyad Allawi.</strong> Nessun partito era in grado, però, di formare un Governo e per quasi 9 mesi l&#8217;Iraq restò immerso nel limbo di un Governo provvisorio. Poi, dopo una complessa mediazione del <strong>presidente siriano Assad </strong>tra Usa ed Iran, fu dato il via a un secondo Governo di Nuri al Maliki.</div>
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<div align="-webkit-auto"><strong>Questi dovette, naturalmente, pagare un prezzo alle altre formazioni e agli altri leader.</strong> Prezzo che fu formalizzato nei cosiddetti <em>Accordi di Erbil,</em> dal nome della città del Kurdistan dove fu siglato: una spartizione delle influenze e dei poteri così particolareggiata e complessa da non potere in alcun modo funzionare. E infatti ancora oggi, a più di due anni dall&#8217;accordo, Al Maliki e i suoi accusano gli altri di ricatto, mentre tutti gli altri accusano lui e i suoi di tradimento.</div>
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<div align="-webkit-auto"><strong>Ancora pochi giorni fa, il 28 aprile, i leader insoddisfatti si sono ritrovati nella stessa Erbil</strong> per rinnovare ad Al Maliki l&#8217;invito a rispettare i patti. C&#8217;erano il curdo <strong>Jalal Talabani,</strong>che è pur sempre il presidente dell&#8217;Iraq, il capo dell&#8217;ala sciita radicale <strong>Moqtada al Sadr,</strong> il presidente della regione autonoma del Kurdistan <strong>Massud Barzani, </strong>il leader del partito<em>Iraqia</em>, sostenuto dai sunniti, <strong>Iyad Allawi</strong> e lo speaker del Parlamento, il sunnita <strong>Osama al Nujaifi. </strong>Ma la risposta di Al Maliki è arrivata con il mandato internazionale d&#8217;arresto per al Hashemi.</div>
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<div id="attachment_14845" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/al-malikiok.png"><img class="size-thumbnail wp-image-14845" title="al-malikiok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/al-malikiok-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Il premier iracheno Nuri al Maliki.</p></div>
<p><strong>Al Maliki si fa forte dell&#8217;appoggio degli Usa che, con l&#8217;Iran alle porte e il Medio Oriente in piena crisi,</strong> non sono certo disposti a smantellare quel poco ch&#8217;è stato finora costruito in Iraq. I sunniti iracheni, che sono minoranza, possono fare poco per rivendicare i propri diritti, veri o presunti.</p>
</div>
<div align="-webkit-auto"></div>
<div align="-webkit-auto"><strong>Il vero rischio, per il Governo di Baghdad, potrebbe arrivare dopo l&#8217;estate, quando il Kurdistan,</strong> già largamente autonomo, potrebbe decidere di scegliere l&#8217;indipendenza con il referendum già convocato. In questi mesi potrebbe succedere di tutto, dalla caduta del regime di Assad in Siria (detestato dai curdi ma non dal Governo di Baghdad) a un attacco israeliano contro le installazioni nucleari dell&#8217;Iran. Se il referendum si terrà regolarmente, toccherà agli Usa, da sempre protettori del Kurdistan, disinnescare anche questa mina.</div>
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		<title>TORNA PUTIN, LA RUSSIA S&#8217;INCHIODA</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 21:46:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vladimir Putin si insedia (lunedì 7 maggio) per il suo terzo mandato presidenziale e l&#8217;opposizione riporta in piazza, a Mosca, più di 30 mila persone tra giovani blogger, vecchi comunisti, fascisti e liberali. Nessuno dei due lo voleva ma è una fotografia perfetta della situazione politica russa. Putin, e tutto ciò che il suo regime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vladimir Putin si insedia (lunedì 7 maggio) per il suo terzo mandato presidenziale e <strong>l&#8217;opposizione riporta in piazza, a Mosca,</strong> più di 30 mila persone tra giovani blogger, vecchi comunisti, fascisti e liberali. Nessuno dei due lo voleva ma è una fotografia perfetta della situazione politica russa.</p>
<p><span id="more-14828"></span></p>
<div id="attachment_14832" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/putin.png"><img class="size-full wp-image-14832" title="putin" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/putin.png" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">Vladimir Putin parla sulla Piazza Rossa.</p></div>
<p><strong>Putin, e tutto ciò che il suo regime rappresenta, ha perso la &#8220;spinta propulsiva&#8221; di un tempo, degli anni della successione a Boris Eltsin.</strong> Ma a tenerlo al potere, oggi, è soprattutto l&#8217;assenza quasi totale di una proposta davvero alternativa, di un&#8217;idea politica un po&#8217; più articolata degli slogan sulla libertà o contro il Cremlino.</p>
<p><strong>La sentenza era già stata emessa durante la campagna elettorale, la più stanca e scontata dai tempi di Gorbaciov. Putin è tornato nel suo ufficio al Cremlino</strong> (quello che gli è stato tenuto in caldo per quattro anni da Dmitrij Medvedev) senza dover proporre, nemmeno per finta, idee nuove. A contrastarlo, le facce stanche di gente che era in politica persino prima di lui: il nazionalista <strong>Zhirinovskij,</strong> il comunista <strong>Zjuganov,</strong> il liberale <strong>Javlinskij,</strong> l&#8217;ex putiniano <strong>Mironov.</strong> Unica personalità inedita: l&#8217;oligarca miliardario <strong>Prokhorov,</strong> noto soprattutto per essere proprietario di una squadra del basket professionistico Usa. Con o senza brogli, come poteva perdere Putin?</p>
<p><strong>Ma proprio questa eterna ripetizione, questa Russia inchiodata a se stessa, è la maledizione della seconda vita al potere di Putin.</strong>  Quando lui mise piede per la prima volta al Cremlino (<em>ad interim</em> nel 1999, da eletto nel 2000), il Caucaso era un problema a causa della Cecenia. Oggi il Caucaso è un problema a causa del Dagestan, in preda a una non dichiarata ma crudele guerra civile, tanto che pochi giorni fa da Mosca è stato inviato un ulteriore contingente di 25 mila soldati.</p>
<div id="attachment_14834" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/contro.png"><img class="size-thumbnail wp-image-14834" title="contro" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/contro-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Una manifestazione di protesta a Mosca. Il cartello dice: &quot;Putin non è il nostro presidente&quot;.</p></div>
<p><strong>Nel 1999 il grande problema era restituire stabilità ed efficienza al sistema, minato dai continui scrolloni dell&#8217;era Eltsin. Oggi&#8230; anche ma nel verso opposto: si tratta di rimettere in moto il sistema,</strong> impantanato nell&#8217;inefficienza e nella corruzione. Allora era imperativo rimettere sotto il controllo dello Stato l&#8217;enorme patrimonio delle risorse energetiche e naturali e con esse finanziare la riforma industriale e il rinnovamento delle infrastrutture; oggi siamo più o meno allo stesso punto, con l&#8217;aggravante che &#8220;l&#8217;operazione controllo&#8221; è perfettamente riuscita (chiedere a Khodorkovskij conferma) ma la riforma è indietro e il rimodernamento è ancora più indietro.</p>
<p><strong>Nel frattempo è arrivata la crisi economica globale, che ha colpito duramente una Russia dipendente per il proprio benessere dal benessere altrui, cioè dalla capacità e disponibilità degli altri Paesi di comprare il suo gas e il suo petrolio.</strong> Nel 2008-2009, per la Russia il periodo peggiore dopo 10 anni di crescita media del 7% l&#8217;anno, il Cremlino ha dovuto spendere 200 dei 600 miliardi del suo Fondo di stabilità in valuta pregiata per frenare la caduta del rublo e altri 200 miliardi per rifornire di liquidità le banche e tenere aperte le linee di credito per le imprese.</p>
<p><strong>In pratica, sono stati bruciati in due anni quasi tutti i risultati economici della prima era Putin. Ora si vorrebbe ricominciare, approfittando del prezzo del petrolio</strong> in rialzo dal secondo semestre del 2010. Ma la Russia non è più quella del 1999, nuove generazioni sono venute alla ribalta, il mutamento esigerebbe idee nuove. Ma Putin non ne ha e, quel che è peggio, non ne hanno nemmeno gli altri.</p>
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		<title>EGITTO, ELEZIONI DI GUERRA</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 19:53:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Già una volta la situazione era arrivata a un passo dal disastro </strong>e la Commissione elettorale, forse su imbeccata del Supremo Consiglio delle Forze Armate che gestisce il potere dalla caduta di Mubarak, aveva cercato di rimediare cancellando dalla corsa elettorale i candidati più illustri.</p>
<p><span id="more-14810"></span></p>
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<div id="attachment_14814" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/salafitidue.jpg"><img class="size-full wp-image-14814" title="salafitidue" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/salafitidue.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Una manifestazione di salafiti al Cairo.</p></div>
<p><strong>Ma sono bastati pochi giorni, e l&#8217;avvicinarsi del voto per le presidenziali (primo turno il 23 e 24 maggio, l&#8217;eventuale ballottaggio il 16 e 17 giugno)</strong> per riportare il sangue nelle strade delle grandi città dell&#8217;Egitto e agitare gli spettri della guerra civile. Decine di morti in pochi giorni e la capitale, il Cairo, che pare risuddivisa in città tra loro separate e non comunicanti: mentre un corteo dei salafiti si scontrava con l&#8217;esercito presso il ministero della Difesa (tre morti, tra i quali un soldato), in Piazza Tahrir i Fratelli Musulmani tenevano senza incidenti uno dei loro grandi raduni.</p>
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<div><strong>Ma questa non è un&#8217;elezione qualunque, troppo alta è la posta in palio. Bisogna decidere chi guiderà un Paese come l&#8217;Egitto, </strong>decisivo per il Medio Oriente ma da poco uscito da trent&#8217;anni di dittatura e tuttora affidato ai generali, che promettono di restituirlo ai civili entro il 30 giugno. La sfida si è fatta al calor bianco dopo che i Fratelli Musulmani si sono aggiudicati una maggioranza importante alle elezioni politiche. Importante ma non assoluta: qualunque Governo, quindi, sarà un Governo di coalizione e la personalità del Presidente, che dev&#8217;essere appunto eletto tra pochi giorni, sarà decisiva per regolare i rapporti tra le forze politiche.</p>
<div></div>
<div><strong>Molti (gli Usa e Israele, ma non solo&#8230;) ora sperano che possa prevalere un candidato &#8220;laico&#8221;,</strong> cioè non legato ai movimenti islamisti. Ma non è così semplice. Per i Fratelli Musulmani era sceso in campo <strong>Khairat al Shater</strong>, un milionario del settore tessile. I Fratelli avevano promesso di non ambire alla presidenza, dunque la discesa in campo di Al Shater era in qualche modo un &#8220;tradimento&#8221;. Shater è stato eliminato da una sentenza della Commissione elettorale ma al suo posto corre ora <strong>Mohammed Morsi</strong>, ancor più integralista di Al Shater.</div>
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<div id="attachment_14816" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/morsidue.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-14816" title="morsidue" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/morsidue-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Mohammed Morsi, il candidato dei Fratelli Musulmani.</p></div>
<p>A proposito di candidati laici. Prima c&#8217;era <strong>Omar Suleiman,</strong> ex capo dei servizi segreti di Mubarak, certamente gradito agli Usa. La Commissione elettorale ha cancellato anche lui. C&#8217;è ora <strong>Amr Mussa,</strong> ex segretario della Lega Araba ed ex ministro degli Esteri di Mubarak, ma al massimo arriverà al ballottaggio.</p>
</div>
<div></div>
<div>C&#8217;è, in realtà, un candidato che raccoglie le simpatie dei ragazzi di Piazza Tahrir e anche della comunità dei cristiani copti e di molti laici veri. Curiosamente, però, è un ex esponente di spicco dei Fratelli Musulmani e si chiama<strong> Abdul Fotoh. Lui dice di essersene andato, i Fratelli dicono invece di averlo espulso. </strong>Resta il fatto che sotto le sue bandiere sono andati a finire quasi tutti i promotori delle grandi proteste contro Mubarak. Manca poco alle elezioni ma le sorprese non sono finite.<strong> </strong></div>
<div><strong><br />
</strong></div>
</div>
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