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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Israele</title>
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		<title>MEDIO ORIENTE, LA RISCOSSA DEI GIOVANI</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 16:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
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		<description><![CDATA[Una modesta proposta: abolire i servizi segreti, a partire dalla Cia e dal Mossad. La crisi del Medio Oriente, ancora una volta, ha colto di sorpresa le due più potenti e stimate organizzazioni di intelligence, lasciando i rispettivi Paesi in una paralisi politica e organizzativa che può solo preoccupare. Se consideriamo che l&#8217;esercito egiziano è, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una modesta proposta: abolire i servizi segreti, a partire dalla Cia e dal Mossad. La crisi del Medio Oriente, ancora una volta, ha colto di sorpresa le due più potenti e stimate organizzazioni di <em>intelligence</em>, lasciando i rispettivi Paesi in una paralisi politica e organizzativa che può solo preoccupare. Se consideriamo che l&#8217;esercito egiziano è, di fatto, mantenuto dagli Usa e che i rapporti con l&#8217;Egitto (in genere, ma vista anche Gaza) sono decisivi per Israele, la proposta è meno paradossale di quanto sembri.</p>
<p><span id="more-8761"></span></p>
<p><strong>Ho citato gli Usa e Israele perché sono i Paesi che, insieme con l&#8217;Italia, hanno più da perdere e/o da guadagnare</strong></p>
<div id="attachment_8780" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><strong><strong><img class="size-full wp-image-8780" title="egittogiovani" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/egittogiovani.jpg" alt="Giovani manifestanti al Cairo (Egitto)." width="300" height="200" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">Giovani manifestanti al Cairo (Egitto).</p></div>
<p><strong>dallo svolgimento degli eventi nel grande Stato egiziano</strong>. Il sabotaggio al gasdotto del Sinai che fornisce sia Israele (che dall&#8217;Egitto importa il 40% del proprio fabbisogno) sia Giordania ci ricorda, peraltro, che le inquietudini non sono solo politiche. Credo sia più corretto, però, rovesciare la questione. Ci stiamo preoccupando troppo dell&#8217;interesse di questo o quello Stato e troppo poco dell&#8217;interesse delle popolazioni interessate: <strong>solo in Egitto 80 milioni di persone</strong>, altri 32 milioni di Marocco, 36 in Algeria, 6,5 in Libia,più di 4 nei Territori palestinesi e così via, fino ai 23 milioni dell&#8217;Iraq.</p>
<p><strong>Quella a cui stiamo assistendo è, con ogni evidenza, una crisi di sistema</strong>. A prescindere dai risultati di governo, peraltro mai più che mediocri, le monarchie post-coloniali<strong> (Marocco, Giordania e Arabia Saudita)</strong> stanno perdendo la presa, anche se hanno dovuto fare ampie concessioni all&#8217;islam più radicale; e la stessa cosa accade ai regimi laici <strong>(Egitto e Tunisia, ma anche il Sudan della secessione)</strong>, in genere affidati dalle potenze ex coloniali a militari o poliziotti in borghese. Si tende, per pigrizia intellettuale e comodità politica, a dare troppo peso al fondamentalismo islamico. Che esiste,colpisce, è pericoloso. Ma quasi ovunque è una conseguenza del problema, non una causa. Con, forse, una sola eccezione: l&#8217;Arabia Saudita, patria di<strong> Osama Bin Laden</strong>, Paese che finanziò con generosità i talebani, regno del wahabismo come religione di Stato. Regime che noi di solito definiamo, con gran coerenza, &#8220;moderato&#8221;.</p>
<p>Ora i leader chiedono per l&#8217;Egitto una &#8220;transizione moderata&#8221;. Schierano i giornalisti compiacenti per sventolare lo spauracchio</p>
<div id="attachment_8782" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8782" title="netabarack" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/netabarack.jpg" alt="Barack Obama (a sinistra) e Bibi Netanyahu." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Barack Obama (a sinistra) e Bibi Netanyahu.</p></div>
<p>dell&#8217;estremismo islamico. Vedo un leader abile, accorto e di lunga navigazione come l&#8217;israeliano<strong> Bibi Netanyahu</strong> sospirare che &#8220;alle forze estremiste non deve essere permesso di sfruttare il processo democratico per andare al potere e promuovere programmi antidemocratici come in Iran&#8221;. Beh, verrebbe da dire, Bibi mio, non potevi pensarci prima? O credevi che 250 milioni di mediorientali se ne stessero fermi lì, a godersi regimi di ladroni violenti, solo per fare un piacere a te e a Obama?</p>
<p>A mandare in pezzi l&#8217;equilibrio del Medio Oriente non è l&#8217;islamismo ma una forza di lungo periodo, i cui effetti potevano (dovevano?) essere previsti: la bomba demografica. <strong>Ecco una tabellina sulla quota di popolazione sotto i 25 anni d&#8217;età</strong> in una serie di Paesi, con qualche altra caratteristica:</p>
<ul>
<li>Marocco    47% <strong>sotto i 25 anni</strong> -  <strong>livello di corruzione</strong>: 85° su 178 Paesi censiti -<strong> livello di democrazia</strong>: 116° su 167.</li>
<li>Algeria                      35,9%  &#8211; 105°/178   &#8211; 125°/167</li>
<li>Egitto                        52,3%  -  98°/178    -  138°/167</li>
<li>Giordania                54,3%  -  50°/178   -   117°/167</li>
<li>Libia                         47,4%  -  146°/178  -  158°/167</li>
<li>Arabia Saudita     50,8%  -  50°/178   -   160°/167</li>
<li>Tunisia                     42,1%  -  59°/178   -    144/167</li>
</ul>
<p>Con certi dati, questa si può solo definire una bella serie di &#8220;Stati canaglia&#8221;. E con certe percentuali di giovani e giovanissimi era inevitabile che la pentola, prima o poi, sparasse fuori il coperchio. Come succede periodicamente in Iran, del resto. Quelle masse di ragazzi senza prospettive, pieni di contatti con il mondo (internet, i telefonini, i social network proprio a questo servono) a dispetto di tutti i muri, abbandonati al progetto occidentale di lasciarli in mano a schiere di ladroni e poliziotti, molto semplicemente non ce la fanno più. <strong>L&#8217;errore più grosso che potremmo fare, a questo punto, sarebbe provare a spiegargli che tutto deve tornare più o meno come prima.</strong> Perché i nostri Netanjahu, Sarkozy e Berlusconi possano tornare ad affidarsi ai serviazi segreti anche per sapere se fuori piove. Questo, sì, sarebbe il modo perfetto per regalarli a quell&#8217;estremismo islamico da cui ancora riescono a tenersi lontani.</p>
<p>(fonti dei dati: <a href="http://www.transparency.org" target="_blank">Transparency International</a>; <a href="http://graphics.eiu.com/PDF/Democracy_Index_2010_web.pdf" target="_blank">Democracy Index</a>)</p>
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		<title>OBAMA &#8220;SFIDA&#8221; ISRAELIANI E PALESTINESI</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 10:17:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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		<category><![CDATA[Palestina]]></category>

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		<description><![CDATA[Essere ottimisti sui colloqui di pace tra Israele e palestinesi, in una qualunque delle infinite declinazioni a cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni, è sempre stato il sistema più sicuro per passare da ingenui. Giusto quindi chiedersi: perché dovremmo cambiare atteggiamento adesso? Perché Barack Obama dovrebbe riuscire in ciò che non è riuscito ad altri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Essere ottimisti sui colloqui di pace tra Israele e palestinesi, in una qualunque delle infinite declinazioni a cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni, è sempre stato il sistema più sicuro per passare da ingenui. Giusto quindi chiedersi: perché dovremmo cambiare atteggiamento adesso? Perché <strong>Barack Obama</strong> dovrebbe riuscire in ciò che non è riuscito ad altri presidenti americani, forse persino più solidi di lui?</p>
<p><span id="more-6379"></span></p>
<div id="attachment_6381" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6381" title="Obama_Netanyahu_Abu Mazen" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/09/Obama_Netanyahu_Abu-Mazen.jpg" alt="La stretta di mano tra Benjamin Netanyahu (a sinistra) e Abu Mazen &quot;sponsorizzata&quot; da Barack Obama." width="300" height="180" /><p class="wp-caption-text">La stretta di mano tra Benjamin Netanyahu (a sinistra) e Abu Mazen &quot;sponsorizzata&quot; da Barack Obama.</p></div>
<p><strong>Proprio in questo caso, invece, ci pare che essere almeno un poco fiduciosi sia la cosa giusta da fare</strong>. Intanto per non ritrovarsi allineati con i disfattisti di professione, quelli appunto impegnati a distruggere, dagli assassini che fiancheggiano Hamas ad Ahmadinejad ai fanatici che vorrebbero solo cacciare tutti i palestinesi e farli deportare altrove. Ma poi, e più concretamente, perché questo inizio di dialogo tra israeliani e palestinesi già cambia un poco le cose per il solo fatto di essersi manifestato. <strong>Da 20 mesi le due parti non si  parlavano, ora lo fanno.</strong> Sarà una scena già vista e stravista, con altri nomi e altri volti, ma quella in cui <strong>Netanyahu e Abu Mazen</strong> si stringono la mano sta già facendo il giro del mondo.</p>
<p><strong>Dietro quella foto c’è un fatto sostanziale: il rinnovato impegno della Casa Bianca.</strong> Quando si giudica con scetticismo e ironia quanto sta avvenendo, si dimentica un dato fondamentale: <strong>per dieci anni gli Usa si sono totalmente disinteressati della questione</strong>, accettando così il lento degenerare di un equilibrio che comunque non piaceva ad alcuno. George Bush andò in Israele per la prima volta a pochi mesi dalla scadenza del secondo mandato, una visita di protocollo a un vecchio e tradizionale alleato da cui, infatti, non uscì nulla. Obama accetta le insidie dell’ennesima sfida mediorientale proprio nel momento per lui più difficile, di fronte a un elettorato che per il 18% ancora lo considera di religione musulmana ed è dunque gonfio di pregiudizio. <strong>Un fallimento dei colloqui sarebbe pericoloso per tutti ma mortale per Obama</strong> il quale, a questo punto, dovrà gettare tutto il peso diplomatico degli Usa nella trattativa.</p>
<p>Dal punto di vista politico è una specie di “vincere o morire” che, paradossalmente, conforta nell’ottimismo. La difficoltà maggiore, in Israele e Palestina, non è far passare l’idea della pace. La <em>mission impossible</em> finora è stata far capire che per arrivare alla pace, cioè a un guadagno per tutti, sono necessari sacrifici da parte di tutti. Nessuno vuol fare la prima concessione e il risultato qual è? <strong>I palestinesi sono spaccati in due, tra Gaza e Cisgiordania, </strong>Hamas e Al Fatah, una maggioranza che ha ormai accettato l’idea di Israele e una minoranza armata tuttora convinta che Israele potrà un giorno essere cancellato. <strong>Israele si ritrova oggi con una minoranza ultraortodossa molto agguerrita e folta</strong>, ostile alla prospettiva di uno Stato palestinese e capace di condizionare le scelte del Paese. Oggi gli insediamenti non sono più un’esigenza della sicurezza ma la concessione da fare a una serie di potenti gruppi di pressione.</p>
<p>Israeliani e palestinesi potranno accettare quelle che Netanyahu ha definito ieri <strong>“dolorose concessioni specifiche da entrambe le parti”</strong> solo se si sentiranno costretti e insieme appoggiati dagli Usa e, per conseguenza, dalla comunità internazionale. Obama e la Clinton provano a farlo ed è un’ottima cosa. Intanto Netanyahu e Abu Mazen potranno utilmente segnarsi una celebre frase di <strong>Shimon Peres</strong>, attuale presidente di Israele: “Il processo di pace è come una notte di nozze in un campo minato”. Vero. Ma o così o niente nozze.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 4 settembre 2010.</p>
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		<item>
		<title>SE ISRAELE STUDIA L&#8217;ARABO</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 19:42:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[“Tante parole nuove dovranno essere inventate, e quando l’ebraico non basterà, la lingua araba, sorella della nostra, ci fornirà i suoi suggerimenti”. L’auspicio di Eliezer Ben-Yehuda, l’ebreo russo che, arrivato in Palestina nel 1881, si dedicò a far rinascere l’ebraico come lingua moderna, non si è realizzato. O, per meglio dire, si è realizzato come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Tante parole nuove dovranno essere inventate, e quando l’ebraico non basterà, la lingua araba, sorella della nostra, ci fornirà i suoi suggerimenti”. L’auspicio di Eliezer Ben-Yehuda, l’ebreo russo che, arrivato in Palestina nel 1881, si dedicò a far rinascere l’ebraico come lingua moderna, non si è realizzato. O, per meglio dire, si è realizzato come molte cose da quelle parti: <strong>l’ebraico, come lo Stato di Israele, è rinato per conto suo, a dispetto e spesso anche “contro” l’arabo.</strong></p>
<p><strong><span id="more-6273"></span></strong></p>
<div id="attachment_6325" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><strong><strong><img class="size-full wp-image-6325" title="ben yehudaOK" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/ben-yehudaOK.jpg" alt="Una via in Israele intitolata a Eliezer Ben-Yehuda, l'uomo che riscoprì l'ebraico come lingua moderna." width="300" height="225" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">Una via in Israele intitolata a Eliezer Ben-Yehuda, l&#39;uomo che riscoprì l&#39;ebraico come lingua moderna.</p></div>
<p><strong></strong>Con il passare dei decenni, inoltre, il rafforzamento dello Stato ha potenziato la penetrazione della lingua: gli studenti israeliani di lingua araba (già impegnati con una lingua madre che tra scritto e orale presenta notevoli differenze) devono raggiungere un’alta padronanza dell’ebraico per aspirare alla migliore educazione scolastica e professionale.</p>
<p>L’arabo, poi, ha subito in Palestina una sorte unica al mondo. <strong>Lingua dominante in tutta la regione, è diventata lingua secondaria in quella sottile striscia di terra, pur essendo patrimonio della corposa minoranza palestinese (20% della popolazione totale di Israele) come di una parte significativa (almeno il 40%) della stessa popolazione ebraica, originaria di Paesi arabi.</strong> Non è notizia da poco, dunque, quella che arriva da Israele dove la lingua araba diventerà materia di studio obbligatorio già in quinta elementare. Il provvedimento è stato illustrato dal ministro per le Minoranze, il laburista <strong>Avishay Braverman</strong>, che alle precisazioni tecniche (il nuovo corso partirà dalle scuole delle zone centrali e settentrionali di Israele, quelle meridionali arriveranno in un secondo tempo), ha aggiunto l’auspicio di un “rafforzamento dei legami tra arabi ed ebrei in Israele”.</p>
<p><strong>L’auspicio è molto meno peregrino di quanto una lettura superficiale potrebbe far credere</strong>. Per capirsi, va da sé, bisogna riuscire a parlarsi: insegnare l’arabo solo a partire dall’inizio del liceo e con la possibile alternativa di lingue più “simpatiche” (russo o francese), come avveniva prima, equivaleva a emarginarlo dall’orizzonte culturale dei giovani israeliani. Anticiparne lo studio di quattro o cinque anni vuol dire cambiare radicalmente prospettiva.</p>
<p>E poi <strong>da tempo le autorità dello Stato ebraico si preoccupano della capacità di Israele di “raccontarsi” agli arabi</strong>. Un anno cardine è stato il 2006, quando il ministero degli Esteri varò una sezione in arabo (la prima dei grandi siti ufficiali) che ebbe un immediato successo. Da allora le iniziative si sono moltiplicate (nel 2009 Israele ha scelto un film in lingua araba, <em>Ajami</em>, come proprio candidato agli Oscar), per intensificarsi nel 2010: entro l’anno dovrebbe partire un canale televisivo satellitare israeliano in lingua araba e lo stesso premier Netanyahu ha deciso di dotarsi di un portavoce, <strong>Ofir Gendelman</strong>, specializzato nei contatti con i media arabi.</p>
<p>Propaganda? <em>Hasbara</em>, come si dice laggiù per indicare una via di mezzo tra pubbliche relazioni e diplomazia? Il tentativo di mettere a frutto la lezione del <strong>capitano Avichai Edri</strong>, la cui intervista in arabo ad <em>Al Jazeera</em>, durante la guerra di Gaza, ha raccolto più di un milione di visioni su YouTube? Può darsi. Ma anche una propensione a parlare di sé, e a spiegarsi ai “vicini”, che rende Israele più aperto al Medio Oriente a cui pure appartiene e che per molto tempo ha visto come un’entità solo ostile. A proposito: sempre quest’anno, il Governo israeliano ha deciso che il 7 gennaio, data di nascita di Eliezer Ben-Yehuda, diventi il <strong>Giorno della lingua ebraica</strong>. Perché per parlare agli altri, come Ben-Yehuda sapeva e ripeteva, è bene prima capire se stessi.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 25 agosto 2010</p>
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		<title>L&#8217;IRAN E LA CENTRALE, QUATTRO LEZIONI</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Aug 2010 14:58:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli Usa non si sono mossi, Israele non ha bombardato e la prima centrale nucleare dell&#8217;Iran (tra due mesi, quando sarà collegata alla rete elettrica, sarà anche la prima centrale nucleare a produrre energia in Medio Oriente) è entrata ufficialmente in funzione. L&#8217;impianto, da mille megawatt di potenza, si trova a Bushehr, nel Sud del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli Usa non si sono mossi, Israele non ha bombardato e la prima centrale nucleare dell&#8217;Iran (tra due mesi, quando sarà collegata alla rete elettrica, sarà anche la prima centrale nucleare a produrre energia in Medio Oriente) è entrata ufficialmente in funzione. <strong>L&#8217;impianto, da mille megawatt di potenza, si trova a Bushehr</strong>, nel Sud del Paese, ed è diventato di fatto inattaccabile da quando, ieri, le barre di uranio sono entrate nel reattore: colpirlo adesso significherebbe scatenare un disastro atomico al cui confronto Cernobyl sembrerebbe uno scherzo.</p>
<p><span id="more-6227"></span></p>
<div id="attachment_6233" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6233" title="BushehrCentrale" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/BushehrCentrale.jpg" alt="La centrale nucleare di Bushehr: è la prima dell'Iran e tra due mesi sarà la prima a produrre energia elettrica in tutto il Medio Oriente." width="300" height="206" /><p class="wp-caption-text">La centrale nucleare di Bushehr: è la prima dell&#39;Iran e tra due mesi, quando sarà collegata alla rete, sarà la prima a produrre energia elettrica in tutto il Medio Oriente.</p></div>
<p>Inutile sottolineare l&#8217;importanza dell&#8217;evento. Mi preme di più, quindi, cercare di capire quali lezioni si possano trarre dai fatti, riguardo soprattutto alle polemiche che da anni circondano i progetti di nucleare civile e militare dell&#8217;Iran.</p>
<ul>
<li>La prima e più evidente considerazione: <strong>gli embarghi contro questo o quel Paese sono un arnese superato</strong>. Servono solo a far soffrire la popolazione e, semmai, a rafforzare il regime che la opprime. E&#8217; successo con la <strong>Cuba di Fidel Castro</strong>, <strong>l&#8217;Iraq di Saddam Hussein</strong> (secondo stime Onu comunemente accettate, l&#8217;embargo durato 15 anni avrebbe causato la morte di 500 mila bambini), e <strong>l&#8217;Iran di Mahmud Ahmadinejad</strong> e degli ayatollah, che proprio sotto embargo ha completato un progetto (quello di Bushher, appunto) avviato trent&#8217;anni fa. Per essere (forse) efficace un embargo dovrebbe raccogliere l&#8217;adesione di tutti i Paesi che non siano quello &#8220;colpito&#8221;. Ma questo non succede mai, e infatti gli embarghi non hanno mai l&#8217;effetto sperato.</li>
<li>Secondo (e in parte conseguente): <strong>la diplomazia internazionale (e quella occidentale in particolare) devono adeguarsi a una situazione radicalmente mutata e trovare strade nuove e più smaliziate</strong>. La politica degli embarghi aveva una certa logica quando l&#8217;Occidente e qualche suo alleato (il Giappone, per esempio) detenevano la totalità, o quasi, del potere economico mondiale. Oggi, invece, la Cina ha la secondo economia del pianeta, India e Brasile crescono, i Paesi asiatici del Dragone si fanno sentire, la Russia può far pesare le proprie riserve energetiche. E a proposito di Russia: <strong>ha ragione chi dice che a Bushehr è soprattutto Mosca a vincere</strong>. Ha fatto da broker tra l&#8217;Iran e il resto del mondo (Usa e Israele soprattutto) e ha portato a casa un contratto faraonico in un progetto strategico per tutto il Medio Oriente.</li>
</ul>
<div id="attachment_6235" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6235" title="MappaIranBushehr" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/MappaIranBushehr.jpg" alt="La posizione di Bushehr sulla mapa dell'Iran." width="300" height="226" /><p class="wp-caption-text">La posizione di Bushehr sulla mappa dell&#39;Iran.</p></div>
<ul>
<li>Terzo: da anni, anche sull&#8217;esempio dell&#8217;Iran, <strong>diversi Paesi mediorientali (dall&#8217;Arabia Saudita all&#8217;Egitto) stanno firmando contratti con aziende europee per arrivare ad avere centrali nucleari per uso civile</strong>. E&#8217; chiaro che sarebbe difficile sostenere che l&#8217;Egitto o l&#8217;Arabia Saudita possono avere il nuclear e l&#8217;Iran no. Certo, noi dell&#8217;Egitto ci fidiamo e dell&#8217;Iran no. E poiché passare dal nucleare civile a quello militare è relativamente facile, non dobbiamo abbassare la guardia. Ma le situazioni possono cambiare: che cosa succederà al Cairo, per esempio, quando non ci sarà più Hosni Mubarak al potere? Insomma, il pericolo può venire da diverse parti. Ragionare a quel modo servirebbe a poco, dunque, e sarebbe un grosso regalo agli ayatollah. Resta ovviamente il fatto che Ahmadinejad minaccia una volta al mese di distruggere Israele. Questo significa che <strong>solo potenziando gli organismi internazionali di controllo</strong> (in questo caso, <a href="http://www.iaea.org" target="_blank">l&#8217;Agenzia per l&#8217;energia atomica dell&#8217;Onu</a>), e non indebolendoli come voleva la disgraziata amministrazione Bush, si possono garantire certi diritti e disinnescare certi pericoli.</li>
<li>A proposito di pericoli: <strong>da quasi dieci anni, ormai, ci sentiamo ripetere che l&#8217;Iran &#8220;ha&#8221; o &#8220;sta per avere&#8221; o è &#8220;molto prossimo a costruire la bomba atomica&#8221;. Adesso sappiamo che non è vero e la stessa amministrazione Obama sostiene che tra l&#8217;Iran e la bomba c&#8217;è almeno un altro anno di lavoro senza intoppi.</strong> Stessa storia per la centrale nucleare di Bushher, che è gestita dai tecnici russi e controllata dai tecnici dell&#8217;Agenzia Onu. L&#8217;uranio per farla funzionare arriva dalla Russia, il combustibile spento (quello da cui si potrebbe estrarre il plutonio per costruire la bomba) torna in Russia, il deposito delle barre di uranio è controllato dagli uomini dell&#8217;Onu. Nessun pericolo, quindi. E infatti <strong>tutto il mondo accetta l&#8217;impianto di Bushher tranne Israele che lo considera &#8220;inaccettabile&#8221;</strong>, aggiungendo in una dichiarazione un po&#8217; goffa del ministero degli Esteri che &#8220;&#8216;è del tutto inaccettabile che un Paese che viola in modo cosi&#8217; manifesto (i trattati internazionali) possa godere dei frutti (prodotti) dall&#8217;uso di energia nucleare&#8221;. Israele ha molte ragioni e un comprensibile bisogno di sentirsi al sicuro. Ha la capacità, inoltre, di mobilitare influenti gruppi di pressioni in molti Paesi. <strong>Ma se avessimo dato retta a certa propaganda, avremmo bombardato l&#8217;Iran già qualche anno fa</strong> per una bomba atomica che non esisteva se non nelle frottole dei suddetti gruppi. Cioè avremmo dovuto imbarcarci in un&#8217;altra guerra solo per far piacere a Israele. Questo per dire che non sempre i &#8220;buoni&#8221; (come Israele) hanno ragione e non sempre i &#8220;cattivi&#8221; hanno torto. E anche i buoni, di tanto in tanto, dicono le bugie.</li>
</ul>
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		<title>LIBANO&amp;ISRAELE: SE HEZBOLLAH NON SPARA</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 14:24:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Hezbollah]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<description><![CDATA[Si può scatenare una guerra per un albero? All&#8217;ombra di questa domanda riposano i tentativi, piuttosto evidenti sia da parte di Israele sia da parte del Libano, di derubricare le sparatorie di ieri e i quattro morti (tre libanesi, uno israeliano) al rango di incidente su una frontiera come sempre assai tesa. D&#8217;altra parte le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si può scatenare una guerra per un albero? All&#8217;ombra di questa domanda riposano i tentativi, piuttosto evidenti sia da parte di Israele sia da parte del Libano, di derubricare le sparatorie di ieri e i quattro morti (tre libanesi, uno israeliano) al rango di incidente su una frontiera come sempre assai tesa. D&#8217;altra parte <a href="http://www.un.org/en/peacekeeping/missions/unifil/resources.shtml" target="_blank">le forze Onu a guida italiana </a>hanno confermato che <strong>gli israeliani stavano operando sul proprio lato del confine</strong> (per abbattere l&#8217;albero che copriva la visuale e installare alcune telecamere di avvistamento), quindi con pieno diritto.</p>
<p><span id="more-5888"></span></p>
<div id="attachment_5903" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5903" title="Unifil" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/Unifil.jpg" alt="Un reparto dei Caschi Blu Onu dispiegati alla frontiera tra Libano e Israele." width="300" height="216" /><p class="wp-caption-text">Un reparto dei Caschi Blu Onu dispiegati come forza internazionale di pace alla frontiera tra Libano e Israele.</p></div>
<p><strong>E&#8217; meglio non farsi ingannare dalle grida e dalle accuse che gli uni e gli altri si rivolgono.</strong> Nessuno vuole acuire la crisi, nessuno vuole davvero lo scontro. A parte forse il solito  Ahmadinejad, che dal ridotto di Teheran cerca di usare il Libano come pretesto per l&#8217;ennesima e infruttuosa campagna anti-Israele. C&#8217;è un elemento che, invece, andrebbe meglio analizzato. Alla battaglia hanno partecipato solo le truppe dell&#8217;esercito regolare libanese, <strong>mentre le milizie di Hezbollah sono rimaste a guardare</strong>, nonostante il teatro delle operazioni fosse la zona del fiume Litani, tradizionale feudo degli sciiti.</p>
<p>E&#8217; un fatto importante, soprattutto alla luce di alcune realtà che l&#8217;opinione pubblica internazionale, inchiodata sulla vecchia e superata equazione &#8220;Hezbollah = Iran&#8221;, stenta ad accettare. <strong>Di Hezbollah, in particolare, si stenta a riconoscere l&#8217;ormai acclarata dimensione &#8220;nazionale&#8221;</strong>. Da tempo, e soprattutto dopo la guerra con Israele del 2006 (quando il già pericolante Governo Olmert-Livni fece il clamoroso errore di accanirsi su tutto il Paese e non solo su Hezbollah), la milizia sciita ha acquisito uno status di difensore del Libano che persino la marcata identità religiosa, in un Paese frammentato da <strong>18 confessioni ufficialmente riconosciute</strong>, fatica a sminuire. Di fatto, <strong>la maggior parte dei libanesi considera Hezbollah il vero esercito del Libano</strong>, l&#8217;unico capace di tenere a bada Israele, e guarda all&#8217;esercito vero e proprio come a una superforza di polizia destinata a tenere sotto controllo le inevitabili rivalità etniche e religiose. Giusto o sbagliato, questo è il sentimento collettivo. Ignorarlo è impossibile.</p>
<p>In secondo luogo, e altrettanto impossibili da ignorare, sono gli sforzi che dall&#8217;interno e dall&#8217;esterno del Libano vengono fatti per conservare l&#8217;unità del Paese e <strong>allontanare il fantasma della frammentazione su base religiosa, l&#8217;incubo di tutti i libanesi.</strong> Da questo punto di vista è stata molto significativa la visita di Stato congiunta realizzata nei giorni scorsi dal <strong>re Abdallah dell&#8217;Arabia Saudita e del presidente Bashar al Assad della Siria</strong>. Un chiaro monito a lasciare le cose come stanno, con il Governo di unità nazionale guidato da Saad Hariri (arabo sunnita, filo-saudita e filo-occidentale), la grande capacità di influenza degli sciiti e di Hezbollah e il presidente Michel Suleiman, ex capo dell&#8217;esercito, a fare da stanza di compensazione. Un monito che vale non solo per le numerose fazioni libanesi ma anche per gli interlocutori esterni, Israele in primo luogo. Non c&#8217;è da stupirsi, quindi, se Hezbollah per una volta non spara e se Israele, tagliato il suo albero, si accontenta di qualche proclama.</p>
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		<title>ISRAELE, GAZA E I PACIFISTI. INSOSTENIBILE?</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 09:13:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cisgiordania]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
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		<description><![CDATA[Una domanda: se la situazione della Striscia di Gaza è davvero &#8220;insostenibile&#8221;, come hanno detto, tra gli altri, alla lettera Barack Obama, presidente degli Usa, e con concetti analoghi altissimi esponenti del Vaticano, quella delle navi dei pacifisti (con virgolette o senza) può essere considerata una mera provocazione ai danni dello Stato di Israele?   [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una domanda: se la situazione della Striscia di Gaza è davvero &#8220;insostenibile&#8221;, come hanno detto, tra gli altri, alla lettera Barack Obama, presidente degli Usa, e con concetti analoghi altissimi esponenti del Vaticano, quella delle navi dei <strong>pacifisti (con virgolette o senza)</strong> può essere considerata una mera provocazione ai danni dello Stato di Israele?</p>
<p><span id="more-5216"></span><strong> </strong></p>
<p> </p>
<p><strong>Io butto lì la domanda ma una risposta precisa non penso di averla</strong>. Nella Striscia vivono 1 milione e 400 mila persone che dal 2007 sono assediate per terra, cielo e mare dalle forze armate di Israele. La ragione è nota: <strong>il Governo di Hamas</strong>, cioè di una nota organizzazione politica e terroristica che ancor oggi non accetta l&#8217;esistenza dello Stato ebraico, progetta (almeno così dicono i suoi manifesti politici) di distruggerlo e fino al recentissimo passato ha sponsorizzato il terrorismo sotto diverse forme.</p>
<p><strong>Ma il blocco della Striscia contro chi libera i propri effetti? Contro Hamas? Non si direbbe</strong>: Hamas la controlla tanto quanto prima, compresi i traffici commerciali attraverso il confine con l&#8217;Egitto; nessuno, nella Striscia, è in grado di mettere minimamente in discussione il suo potere, mentre Hamas ha perso influenza in Cisgiordania, grazie soprattutto all&#8217;opera illuminata del primo ministro moderato <strong>Salam Fayyad</strong>; armi e <strong>missili continuano a entrare nella Striscia, per essere poi lanciati verso Israele</strong>; persino le operazioni militari in grande stile degli israeliani non sono finora riuscite a mettere realmente in crisi Hamas.</p>
<p><strong>Quindi è del tutto logico dire che, se il blocco di Gaza era mirato a ridimensionare Hamas, l&#8217;operazione è fallita.</strong> D&#8217;altra parte, gli embargo non hanno cacciato il comunismo da Cuba e nemmeno Saddam dall&#8217;Iraq, e non faranno crollare gli ayatollah di Teheran. Proprio come quelli di Cuba e dell&#8217;Iraq, però, anche il blocco di Gaza qualcuno colpisce: la popolazione civile. Non crederete che i mammozzoni di Hamas abbiano campato peggio del solito, dal 2007 a oggi? Sono tutti gli altri a stare male, in un posto dove entrano solo 100 generi diversi di merci e dove quando scoppia la guerra muoiono migliaia di civili</p>
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		<title>GAZA, UN&#8217;ALTRA INUTILE STRAGE</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 18:14:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche se ridimensionato a 10 morti e 30 feriti, il bilancio dell&#8217;incursione israeliana contro la flottiglia organizzata dal movimento Free Gaza, che cercava di rompere via mare il blocco intorno alla Striscia, resta spaventoso. Saranno anche stati pacifisti con le virgolette e provocatori, ma considerare &#8220;normale&#8221; una strage di civili da parte di uno degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche se ridimensionato a 10 morti e 30 feriti, il bilancio dell&#8217;incursione israeliana contro la flottiglia organizzata dal movimento Free Gaza, che cercava di rompere via mare il blocco intorno alla Striscia, resta spaventoso. Saranno anche stati pacifisti con le virgolette e provocatori, ma considerare &#8220;normale&#8221; una strage di civili da parte di uno degli eserciti più potenti e organizzati del mondo non è in alcun modo possibile.</p>
<p><span id="more-5009"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_5018" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5018" title="FreedomFlotilla" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/05/FreedomFlotilla.jpg" alt="La nave turca della Freedom Flotilla attaccata dai commando di Israele al largo di Gaza." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">La nave turca della Freedom Flotilla attaccata dai commando di Israele al largo di Gaza.</p></div>
<p><strong>E&#8217; da tempo, peraltro, che il tasto militare viene battuto con ossessiva frequenza</strong>. In poche ore, il Governo di Israele ha organizzato massicce manovre militari al Nord, al confine col Libano; ha fatto bombardare il confine tra la Striscia di Gaza e l&#8217;Egitto; ha dato l&#8217;assalto alla flottiglia pacifista. E&#8217; il bilancio di uno Stato che si sente sull&#8217;orlo della distruzione, non dell&#8217;Israele reale che, non dimentichiamolo, ha un arsenale atomico fuori da qualunque verifica internazionale, un servizio segreto di leggendaria potenza e abilità, un esercito modernissimo (finanziato per il 20% da fondi Usa) di gran lunga superiore a tutti quelli del resto del Medio Oriente messi insieme, un know how tecnologico da fare invidia, una solidità politica e finanziaria di tutto rispetto.</p>
<p><strong>Da molto, troppo tempo, le azioni militari di Israele vanno perdendo di efficacia</strong> (non hanno indebolito Hezbollah nella guerra del Libano del 2006, non hanno liquidato Hamas nella guerra di Gaza del 2008) e acquistando in brutalità. Come se lo sfoggio della forza pura fosse uno degli scopi, e non più una delle conseguenze. Per non parlare della miopia politica: la Cisgiordania di <strong>Abu Mazen</strong> è in piena risalita economica e <strong>Ismail Hanyeh</strong>, il premier che governa Gaza per conto di Hamas,  perdeva ogni giorno in credibilità e visibilità. Ne ha recuperata molta adesso, grazie alla strage israeliana, chiedendo ad Abu Mazen di ritirarsi immediatamente dai negoziati (<em>proximity  talks</em>) con Israele, faticosamente avviati dagli Usa nelle ultime  settimane per provare a rianimare il processo di pace in Medio Oriente.</p>
<p><strong>Israele ha tuttora tanti nemici. Non potenti, però, quanto vuole farci credere</strong>. Se avessimo dato retto alla propaganda, l&#8217;Iran sarebbe stato bombardato anni fa, in nome della bomba atomica già pronta. Sappiamo che non era così, e sappiamo che un attacco militare contro l&#8217;Iran potrebbe accendere il Medio Oriente e forse non solo quello. Israele può chiederci di essere suoi fedeli amici, e non faticherà a ottenerlo. Non può chiedere, però, di firmargli una cambiale in bianco né di giustificare qualunque sua azione. Tra essere una vittima e fare la vittima c&#8217;è una differenza, che non può essere cancellata per simpatia.</p>
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		<title>CON ISRAELE, UN APPELLO DIVERSO</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 17:40:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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		<description><![CDATA[In un post appena precedente ho pubblicato il testo dell&#8217;Appello alla ragione degli ebrei d&#8217;Europa. In questo, come mi è stato giustamente suggerito dall&#8217;amico Fabio, pubblico il contro-appello, intitolato Con la ragione, con Israele. Potremo poi discuterne con calma, spero. L’aggressione a Israele dei firmatari del documento Jcall è ispirata da una visione miope della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In un post appena precedente ho pubblicato il testo dell&#8217;Appello alla ragione degli ebrei d&#8217;Europa. In questo, come mi è stato giustamente suggerito dall&#8217;amico Fabio, pubblico il contro-appello, intitolato Con la ragione, con Israele. Potremo poi discuterne con calma, spero.</p>
<p><span id="more-5001"></span></p>
<blockquote>
<div id="attachment_5006" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5006" title="CB015977" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/05/israel_flag1.jpg" alt="La bandiera dello Stato di Israele." width="300" height="240" /><p class="wp-caption-text">La bandiera dello Stato di Israele.</p></div>
<p><strong>L’aggressione a Israele dei firmatari del documento Jcall</strong> è ispirata  da una visione miope della storia del conflitto arabo-israeliano, da una  mancanza di percezione chiara del pericolo che Israele corre oggi di  fronte a un grande attacco fisico e morale. E’ addirittura incredibile  che personaggi intelligenti e colti come Alain Finkelkraut e  Bernard-Henri Levy, invece di occuparsi dell’Iran che ben presto terrà  tutto il mondo nel raggio della minaccia della sua bomba atomica,  bamboleggino con l’idea che Benjamin Netanyahu sia il vero ostacolo alla  pace, che l’impedimento essenziale per giungere a una risoluzione del  conflitto sia un ipotetico, riprovevole atteggiamento israeliano. Sembra  che gli intellettuali firmatari ignorino la realtà e inoltre che se ne  infischino del contributo che il loro documento darà e sta già dando al  movimento di delegittimazione senza precedenti che minaccia  concretamente la vita di Israele.</p></blockquote>
<blockquote><p><strong>Voler spingere Israele a concessioni territoriali senza contraccambio</strong> significa semplicemente consegnarsi nelle mani del nemico senza nessuna  garanzia: lo sgombero di Gaza, compiuto senza trattativa, ha portato  risultati disastrosi, il territorio lasciato dagli abitanti di Gush  Katif è diventato un’unica rampa di lancio per missili e terroristi; la  trattativa di Ehud Barak, intesa a cedere a Arafat praticamente tutto  quello che chiedeva, portò semplicemente all’orrore della seconda  Intifada, con i suoi duemila morti uccisi da attentati suicidi. Lo  sgombero della fascia meridionale del Libano nel 2000 ha rafforzato gli  Hezbollah, li ha riempiti di missili, ha condotto alla guerra del 2006.</p></blockquote>
<blockquote><p><strong>Alain Finkelkraut, Bernard-Henri Levy e i loro amici sostengono di  preoccuparsi per il futuro</strong> e la sicurezza d’Israele, ma di fatto  ignorano l’elemento basilare che ha impedito ai processi di pace di  andare in porto, ovvero il rifiuto arabo e palestinese di riconoscere  l’esistenza stessa dello Stato d’Israele come dato permanente nell’area.  Basterebbe che ogni mattina leggessero la stampa palestinese e araba e  se ne renderebbero conto. Nessuna concessione territoriale di quelle che  gli intellettuali francesi sembrano desiderare con tanta energia può  garantire la pace, ma solo una rivoluzione culturale nel mondo arabo. E  nessuno la chiede, nemmeno Obama che invece preme solo su Israele. E’  divenuta la moda di questo tempo.</p></blockquote>
<blockquote><p>L’attacco a Netanyahu che si legge nell’appello di Jcall è volto a  destrutturare la sua coalizione di destra. Ma la realtà è che non è mai  contato nulla che un Governo israeliano fosse di destra o di sinistra: i  Palestinesi hanno sempre comunque rifiutato ogni proposta di pace.</p></blockquote>
<blockquote><p><strong>Ma che Israele diventi ancora più piccolo non servirà a niente finché  Abu Mazen non rinuncerà a intitolare le piazze al nome  dell’arciterrorista Yehiya Ayash</strong>, finché il mondo palestinese non  smetterà di distribuire caramelle quando viene ucciso un ragazzo ebreo  in qualche ristorante, finché non accetterà la richiesta davvero  minimalista di Netanyahu di riconoscere che lo Stato di Israele è lo  Stato del popolo ebraico.</p></blockquote>
<blockquote><p>Sembrano ignorare questo dato evidente anche gli intellettuali  israeliani che hanno firmato un documento addirittura contro il premio  Nobel Elie Wiesel che ha scritto una nobilissima lettera in sostegno di  Gerusalemme come patria morale e storica del popolo ebraico.</p></blockquote>
<blockquote><p>E’ una triste epidemia perbenista, con la quale probabilmente si  pensa di fornire un po’ d’ossigeno ai movimenti pacifisti che in questi  anni non ha saputo altro che fallire ripetutamente sullo scoglio della  cultura dell’odio islamista e contribuire alla diffamazione di Israele.  <strong>Ma non si arriverà a nessun processo di pace (e le generose offerte di  Olmert rifiutate da Abu Mazen ne fanno fede) finché una larga parte del  mondo non smetterà di sperare che la distruzione di Israele sia dietro  l’angolo</strong>, sulla scia della nuova eccitazione islamista dell’Iran e dei  suoi amici Siria, Hezbollah, Hamas tutti sempre più armati di armi  letali, e non solamente di vane parole, come i firmatari dell’”appello  alla ragione”. Ma anche le parole possono uccidere e distruggere.</p></blockquote>
<blockquote><p><strong>Non ci sfugge, di fronte a una così evidente ignoranza della politica  della mano tesa di Netanyahu</strong> con il discorso di Bar Ilan e il  congelamento di dieci mesi degli insediamenti, lo sblocco di molti check  point e la promozione di importanti misure per agevolare l’economia  palestinese, che sia presente nel “documento Finkelkraut” un traino  obamista, un perbenismo da salotto buono cui spesso gli intellettuali  non sanno dire no. Esso mette i nemici di Israele, e sono più di sempre e  più agguerriti, nella condizione di delegittimare e attaccare lo Stato  ebraico, dicendo: “Anche molti ebrei sono dalla nostra parte”. Se questo  era lo scopo dei firmatari, lo hanno raggiunto.</p></blockquote>
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		<title>QUANDO LA DIASPORA SI APPELLA A ISRAELE</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 20:55:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualcuno ne avrà sentito parlare. E&#8217; l&#8217;Appello alla ragione che lo European Jewish Call for Reason (Appello alla Ragione degli ebrei europei) sta diffondendo tra tante polemiche. L&#8217;hanno promosso intellettuali come Alain Finkielkraut e Bernard-Henry Levy, il Nobel per la Fisica Daniel Cohen-Tannoudji, politici come Ruth Dreifuss (ex presidente della Svizzera) ma anche uomini e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualcuno ne avrà sentito parlare. E&#8217; l&#8217;Appello alla ragione che lo <em>European Jewish Call for Reason</em> (Appello alla Ragione degli ebrei europei) sta diffondendo tra tante polemiche. L&#8217;hanno promosso intellettuali come <strong>Alain Finkielkraut e Bernard-Henry Levy, il Nobel per la Fisica Daniel Cohen-Tannoudji, politici come Ruth Dreifuss </strong>(ex presidente della Svizzera) ma anche uomini e donne impegnati nell&#8217;economia e in tante altre attività. Prima di discuterne conviene leggerlo. Eccolo.</p>
<p><span id="more-4993"></span></p>
<div>
<blockquote>
<div id="attachment_4999" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4999" title="israel" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/05/israel.jpg" alt="E' il 1948, lo Stato di Israele è nato." width="300" height="198" /><p class="wp-caption-text">E&#39; il 1948, lo Stato di Israele è nato.</p></div>
<p>&#8220;Siamo cittadini ebrei di Paesi europei impegnati  nella vita politica e sociale dei nostri rispettivi paesi. Qualunque sia  il nostro percorso personale, il legame con Israele è parte costitutiva  della nostra identità. Il futuro e la sicurezza di questo Stato al  quale siamo molto legati ci preoccupano.  <strong>Ancora una volta l’esistenza di Israele è in pericolo. Il pericolo non  proviene soltanto dalla minaccia di nemici esterni, ma dall’occupazione e  dalla continua espansione delle colonie in Cisgiordania e nei quartieri  arabi di Gerusalemme Est, un errore morale e politico</strong> che alimenta,  inoltre, un processo di crescente, intollerabile delegittimazione di  Israele in quanto stato.  Per questa ragione abbiamo deciso di mobilitarci intorno ai principi  seguenti :</p></blockquote>
<ol>
<li> <strong>Il futuro di Israele esige di giungere a un  accordo di pace con il popolo palestinese sulla base del principio di  “due popoli, due Stati”.</strong> Lo sappiamo tutti, l’urgenza incalza. Presto  Israele sarà posta di fronte ad un’alternativa disastrosa : o diventare  uno Stato dove gli ebrei saranno minoritari nel proprio Paese o  mantenere un regime che trasformerebbe Israele in uno Stato paria nella  comunità internazionale e in un perenne teatro di guerra civile.</li>
<li> <strong>È essenziale che l’Unione Europea a fianco degli Stati Uniti eserciti  una pressione forte sulle parti in lotta</strong> e le aiuti a giungere a una  composizione ragionevole e rapida del conflitto. L’Europa, in ragione  della sua storia, ha una grande responsabilità in questa regione del  mondo.</li>
<li> <strong>Se la decisione ultima appartiene al popolo di  Israele, la solidarietà degli ebrei della Diaspora impone di adoperarsi  perché questa decisione sia quella giusta</strong>. Allinearsi in modo acritico  alla politica del Governo israeliano è pericoloso perché va contro i  veri interessi dello Stato d’Israele.</li>
<li> <strong>Vogliamo dare vita a un  movimento europeo capace di fare intendere a tutti la voce della  ragione</strong>. Un movimento che si ponga al di sopra delle differenze di parte  e di ideologia e che abbia come ambizione la sopravvivenza di Israele  in quanto stato ebraico e democratico, sopravvivenza strettamente legata  alla creazione di uno stato palestinese sovrano e autosufficiente.</li>
</ol>
<p>E’ in questo spirito che chiediamo a tutti coloro che si riconoscono  in questi principi di firmare e fare firmare questo appello&#8221;.</p></div>
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		<title>AMOS OZ E IL BOICOTTAGGIO DEGLI IDIOTI</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 21:02:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Il boicottaggio che l&#8217;International Solidarity Movement Palestinese, nel suo ramo italiano, cerca di lanciare contro lo scrittore israeliano Amos Oz, 70 anni appena compiuti, onorato al Salone internazionale del libro di Torino, provoca un concreto senso di disgusto. Quelli del&#8217;Ism adducono come motivazione il fatto che Oz è «vicino al potere (di Israele, n.d.r) e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il boicottaggio che l&#8217;International Solidarity Movement Palestinese, nel suo ramo italiano, cerca di lanciare contro lo scrittore israeliano Amos Oz, 70 anni appena compiuti, onorato al Salone internazionale del libro di Torino, provoca un concreto senso di disgusto.</p>
<p><span id="more-4791"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_4795" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4795" title="amos oz" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/05/amos-oz.jpg" alt="Lo scrittore israeliano Amos Oz, 70 anni." width="300" height="255" /><p class="wp-caption-text">Lo scrittore israeliano Amos Oz, 70 anni.</p></div>
<p><strong>Quelli del&#8217;Ism adducono come motivazione </strong>il fatto che Oz è «vicino al potere (<em>di Israele, n.d.r</em>) e mirato ad avvallarne le politiche violente e  razziste nei confronti di tutto ciò che non è ebreo». E&#8217; una tesi tutta da dimostrare e che contrasta, per esempi, con il fatto che Oz è stato tra i primi intellettuali israeliani a pronunciarsi a favore della creazione di uno Stato palestinese.</p>
<p><strong>Ma il punto vero non è questo. Ciò che davvero puzza</strong> (come puzza l&#8217;integralismo islamico o quello ebraico) è l&#8217;idea che un&#8217;opera d&#8217;arte possa, anzi debba essere giudicata sulla base di criteri politici di qualunque genere. Il più noto promotore italiano dei boicottaggio contro Amos Oz è il filosofo e docente universitario <strong>Gianni Vattimo</strong>. Che cosa diremmo se qualcuno volesse giudicare le sue opere e il suo insegnamento in base al fatto che Vattimo è omosessuale?</p>
<p><strong>Louis-Ferdinand Céline</strong> era un noto fascista ma anche un grande scrittore. Che facciamo, mettiamo i suoi libri sul rogo? E le poesie di <strong>Ezra Pound</strong>?  <strong>José Saramago</strong>, portoghese, continua ostinatamente a definirsi comunista: gli ritiriamo il premio Nobel per la Letteratura quale complice dei crimini di Stalin? E di <strong>Gabriel Garcia Marquez</strong>, amico personale del dittatore Fidel Castro, che facciamo? Avete in uggia, come me, certe società più o meno segrete? Prendete a martellate i cd con i capolavori di <strong>Mozart</strong>, che era massone. Siete atei o agnostici? Andate nei musei e distruggete le opere degli artisti che lavorarono per Santa Madre Chiesa, a partire da <strong>Giotto</strong>.</p>
<p><strong>Questa storia del boicottaggio di Oz è un&#8217;idiozia politica </strong>e un&#8217;aberrazione intellettuale. Proprio ciò di cui ha bisogno la già pericolante causa del popolo palestinese. Credevo di aver visto il massimo nel 2008, al Salone di Torino, quando lo stand dedicato alla grande letteratura di Israele risultava invece farcito di libri di <strong>Magdi Cristiano Allam</strong> e <strong>Fiamma Nirenstein</strong>. Vattimo e i suoi sono riusciti ad andare oltre.</p>
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