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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Medio Oriente</title>
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		<title>ASSAD, AL QAEDA E LE BOMBE IN SIRIA</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 22:37:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra i tanti esperti e difensori dei diritti umani che popolano i giornali, risulta assai difficile trovarne uno che abbia il coraggio di dire in poche parole una cosa: è molto improbabile, per non dire impossibile, che le autobomba fatte esplodere a Damasco, capitale della Siria, con oltre 60 morti e centinaia di feriti, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i tanti esperti e difensori dei diritti umani che popolano i giornali, risulta assai difficile trovarne uno che abbia il coraggio di dire in poche parole una cosa: è molto improbabile, per non dire impossibile, che <strong>le autobomba fatte esplodere a Damasco,</strong> capitale della Siria, con oltre 60 morti e centinaia di feriti, non possono essere opera di Assad e dei suoi complici.</p>
<p><span id="more-14876"></span></p>
<div id="attachment_14889" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/bombeok.jpg"><img class="size-full wp-image-14889" title="bombeok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/bombeok.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">La scena dell&#39;ultimo attentato a Damasco.</p></div>
<p><strong>Non ci vuole uno stratega per fare due conti: perché un regime con credibilità zero, sull&#8217;orlo della cacciata e costretto a massacrare più di 10 mila siriani per tirare avanti di settimana in settimana,</strong> dovrebbe far crescere l&#8217;instabilità, la sfiducia, la paura e la collera della gente mettendo bombe in giro? <a title="SIRIA, BOMBE NELLE CITTA’: CHI LE METTE?" href="http://www.fulvioscaglione.com/2012/03/18/siria-bombe-nelle-citta-chi-le-mette/">Perché un regime che nelle province riesce a far muovere ormai solo l&#8217;esercito in assetto di guerra, dovrebbe portare il disastro nelle grandi città</a> (analoghe bombe sono scoppiate molte volte a Damasco ma anche ad Aleppo) che sono i suoi ultimi caposaldi?</p>
<p><strong>Assad e il suo regime fanno schifo e la speranza è che se ne vadano al più presto. Ma non è che far saltare in aria donne e bambini odori di violette. Quasi tutti i movimenti insurrezionali della storia hanno usato il terrorismo,</strong> compresi quelli che si battevano contro le dittature come il nazismo per ottenere la democrazia. Ma in Siria con chi abbiamo a che fare? Chi sono realmente quelli dell&#8217;Esercito Libero della Siria che attaccano l&#8217;esercito regolare siriano? O quelli del Consiglio Nazionale Siriano? Magari onesti patrioti che vogliono solo il bene del proprio Paese, chissà&#8230; O magari un incrocio tra ciarlatani e tagliagole come quelli che l&#8217;amministrazione Bush sventolava per trovare una scusa e attaccare Saddam Hussein.</p>
<p><strong>Lo schifo che ci fa il dittatore (Saddam, Assad&#8230;) non giustifica tutto il resto, soprattutto in un caso come quello della Siria. Quindi: se non le mette Assad, chi le mette le bombe?</strong> Ho letto un&#8217;intervista con il solito ex analista della Cia, che sostiene una testi divertente: Al Qaeda si sarebbe infiltrata tra i ribelli siriani, per dirottare la rivolta (buona per definizione) verso l&#8217;estremismo islamico. Ma com&#8217;è possibile? Le autobomba stanno esplodendo a ripetizione e con violenza crescente. Come si può pensare che qualcuno organizzi una serie simile stando <em>all&#8217;interno</em> dei gruppi di opposizione che, secondo l&#8217;analista, mai compirebbero azioni di quel genere? Però Al Qaeda potrebbe farlo <em>dall&#8217;esterno</em>: nel qual caso la partita che si gioca in Siria ha almeno tre contendenti: il regime, i rivoltosi e Al Qaeda. Il che cambia un poco le cose, o no? Anche perché Al Qaeda è molto attiva anche in Africa. Ma non era stata sconfitta?</p>
<div id="attachment_14891" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/assadok.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-14891" title="assadok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/assadok-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Assad saluta i suoi sostenitori.</p></div>
<p><strong>Il sospetto è che ci sia qualcuno che punta a far saltare il regime di Assad senza prendersene la responsabilità. E qui ci sta un po&#8217; di tutto. La Turchia, che è sunnita, ha sempre avuto rapporti tesi con il regime alawita</strong> (una corrente degli sciiti) di Assad e punta dichiaratamente a diventare la potenza regionale? A Istanbul, inoltre, potrebbe non dispiacere fare, attraverso Assad, uno scherzetto a Israele: lo Stato ebraico, che si è appena dato un Governo di emergenza nazionale, ha gli occhi puntati sull&#8217;Iran, se la Siria saltasse per aria ai suoi confini avrebbe, nel migliore dei casi, grane e preoccupazioni a non finire.</p>
<p><strong>Quindi gli Usa, magari attraverso qualche formazione della destra più o meno cristiana libanese? Possibile ma non facile: Hezbollah, in Libano,</strong> cercherebbe di impedire l&#8217;abbattimento di un regime come quello di Assad, con cui l&#8217;intesa è di lunga data. Attraverso l&#8217;Iraq, forse? Non la Russia e non la Cina, che appoggiano Assad. Non l&#8217;Iran, che ha ragioni evidenti e pressanti per non rimanere isolato nella regione. I regni, sceiccati ed emirati del Golfo, che sono sunniti e potrebbero voler togliere un alleato all&#8217;Iran, che diventerebbe il primo &#8220;Stato canaglia&#8221; nel mirino? Forse, ma non lo potrebbero fare senza l&#8217;autorizzazione e l&#8217;appoggio degli Usa?</p>
<p>Primo o poi salterà fuori. Chiunque metta le bombe, però, è chiaro che l&#8217;unica soluzione al problema Siria sarebbe un cambio di regime forzato da un accordo internazionale e magari &#8220;incoraggiato&#8221; da una pressione militare.  Ma con le elezioni Usa alle porte, Putin appena rieletto al Cremlino, Israele in ambasce, il Libano come sempre pronto a esplodere, l&#8217;Iran in agguato e il timore generale di infilarsi un un gran pasticcio, la prospettiva è a dir poco lontana.</p>
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		<title>IRAQ, LA VERA BOMBA E&#8217; LA POLITICA</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 21:36:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Alla fine del 2011, al momento del ritiro delle truppe Usa, molti pensavano che l&#8217;Iraq sarebbe stato travolto da un&#8217;ondata di attentati e violenze. Il sangue è corso, in effetti, ma non molto più di prima. A esplodere, invece, è stata la situazione politica. A poche ore dalla partenza degli americani, infatti,<strong> il premier Nuri al Maliki,</strong> sciita, prima ha fatto arrestare <strong>il vice presidente Tareq al Hashemi,</strong> sunnita, accusandolo di terrorismo, e poi ha chiesto al Parlamento un voto per costringere alle dimissioni <strong>Saleh al Mutlak, il vice premier,</strong> un altro sunnita.</p>
<p><span id="more-14840"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_14844" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/alhashemiok.png"><img class="size-full wp-image-14844" title="alhashemiok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/alhashemiok.png" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">L&#39;ex vicepresidente Al Hashemi come &quot;wanted&quot; sui giornali iracheni.</p></div>
<p><strong>La frattura non si è mai ricomposta. Al Hashemi, </strong>accusato di aver partecipato all&#8217;organizzazione di almeno 150 attentati, non si è presentato al processo cominciato il 3 maggio, si è rifugiato in Turchia e da ieri, su richiesta del Governo iracheno, è ufficialmente ricercato dall&#8217;Interpol. Inutile sottolineare che dal dicembre 2011 le autobomba si sono succedute, in un Paese che peraltro non ha mai visto una reale cessazione degli attentati a sfondo etnico e settario.</p>
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<div align="-webkit-auto"><strong>La &#8220;crisi giudiziaria&#8221;, però, non è che l&#8217;ultima, forse più grave evoluzione di un gran pasticcio politico</strong> partito l&#8217;indomani delle elezioni del marzo 2010, quelle che decretarono la vittoria a sorpresa di <strong>Iyad Allawi.</strong> Nessun partito era in grado, però, di formare un Governo e per quasi 9 mesi l&#8217;Iraq restò immerso nel limbo di un Governo provvisorio. Poi, dopo una complessa mediazione del <strong>presidente siriano Assad </strong>tra Usa ed Iran, fu dato il via a un secondo Governo di Nuri al Maliki.</div>
<div align="-webkit-auto"></div>
<div align="-webkit-auto"><strong>Questi dovette, naturalmente, pagare un prezzo alle altre formazioni e agli altri leader.</strong> Prezzo che fu formalizzato nei cosiddetti <em>Accordi di Erbil,</em> dal nome della città del Kurdistan dove fu siglato: una spartizione delle influenze e dei poteri così particolareggiata e complessa da non potere in alcun modo funzionare. E infatti ancora oggi, a più di due anni dall&#8217;accordo, Al Maliki e i suoi accusano gli altri di ricatto, mentre tutti gli altri accusano lui e i suoi di tradimento.</div>
<div align="-webkit-auto"></div>
<div align="-webkit-auto"><strong>Ancora pochi giorni fa, il 28 aprile, i leader insoddisfatti si sono ritrovati nella stessa Erbil</strong> per rinnovare ad Al Maliki l&#8217;invito a rispettare i patti. C&#8217;erano il curdo <strong>Jalal Talabani,</strong>che è pur sempre il presidente dell&#8217;Iraq, il capo dell&#8217;ala sciita radicale <strong>Moqtada al Sadr,</strong> il presidente della regione autonoma del Kurdistan <strong>Massud Barzani, </strong>il leader del partito<em>Iraqia</em>, sostenuto dai sunniti, <strong>Iyad Allawi</strong> e lo speaker del Parlamento, il sunnita <strong>Osama al Nujaifi. </strong>Ma la risposta di Al Maliki è arrivata con il mandato internazionale d&#8217;arresto per al Hashemi.</div>
<div align="-webkit-auto"></div>
<div align="-webkit-auto">
<div id="attachment_14845" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/al-malikiok.png"><img class="size-thumbnail wp-image-14845" title="al-malikiok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/al-malikiok-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Il premier iracheno Nuri al Maliki.</p></div>
<p><strong>Al Maliki si fa forte dell&#8217;appoggio degli Usa che, con l&#8217;Iran alle porte e il Medio Oriente in piena crisi,</strong> non sono certo disposti a smantellare quel poco ch&#8217;è stato finora costruito in Iraq. I sunniti iracheni, che sono minoranza, possono fare poco per rivendicare i propri diritti, veri o presunti.</p>
</div>
<div align="-webkit-auto"></div>
<div align="-webkit-auto"><strong>Il vero rischio, per il Governo di Baghdad, potrebbe arrivare dopo l&#8217;estate, quando il Kurdistan,</strong> già largamente autonomo, potrebbe decidere di scegliere l&#8217;indipendenza con il referendum già convocato. In questi mesi potrebbe succedere di tutto, dalla caduta del regime di Assad in Siria (detestato dai curdi ma non dal Governo di Baghdad) a un attacco israeliano contro le installazioni nucleari dell&#8217;Iran. Se il referendum si terrà regolarmente, toccherà agli Usa, da sempre protettori del Kurdistan, disinnescare anche questa mina.</div>
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		<title>EGITTO, ELEZIONI DI GUERRA</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 19:53:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Già una volta la situazione era arrivata a un passo dal disastro e la Commissione elettorale, forse su imbeccata del Supremo Consiglio delle Forze Armate che gestisce il potere dalla caduta di Mubarak, aveva cercato di rimediare cancellando dalla corsa elettorale i candidati più illustri. Ma sono bastati pochi giorni, e l&#8217;avvicinarsi del voto per le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Già una volta la situazione era arrivata a un passo dal disastro </strong>e la Commissione elettorale, forse su imbeccata del Supremo Consiglio delle Forze Armate che gestisce il potere dalla caduta di Mubarak, aveva cercato di rimediare cancellando dalla corsa elettorale i candidati più illustri.</p>
<p><span id="more-14810"></span></p>
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<div id="attachment_14814" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/salafitidue.jpg"><img class="size-full wp-image-14814" title="salafitidue" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/salafitidue.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Una manifestazione di salafiti al Cairo.</p></div>
<p><strong>Ma sono bastati pochi giorni, e l&#8217;avvicinarsi del voto per le presidenziali (primo turno il 23 e 24 maggio, l&#8217;eventuale ballottaggio il 16 e 17 giugno)</strong> per riportare il sangue nelle strade delle grandi città dell&#8217;Egitto e agitare gli spettri della guerra civile. Decine di morti in pochi giorni e la capitale, il Cairo, che pare risuddivisa in città tra loro separate e non comunicanti: mentre un corteo dei salafiti si scontrava con l&#8217;esercito presso il ministero della Difesa (tre morti, tra i quali un soldato), in Piazza Tahrir i Fratelli Musulmani tenevano senza incidenti uno dei loro grandi raduni.</p>
</div>
</div>
<div></div>
<div><strong>Ma questa non è un&#8217;elezione qualunque, troppo alta è la posta in palio. Bisogna decidere chi guiderà un Paese come l&#8217;Egitto, </strong>decisivo per il Medio Oriente ma da poco uscito da trent&#8217;anni di dittatura e tuttora affidato ai generali, che promettono di restituirlo ai civili entro il 30 giugno. La sfida si è fatta al calor bianco dopo che i Fratelli Musulmani si sono aggiudicati una maggioranza importante alle elezioni politiche. Importante ma non assoluta: qualunque Governo, quindi, sarà un Governo di coalizione e la personalità del Presidente, che dev&#8217;essere appunto eletto tra pochi giorni, sarà decisiva per regolare i rapporti tra le forze politiche.</p>
<div></div>
<div><strong>Molti (gli Usa e Israele, ma non solo&#8230;) ora sperano che possa prevalere un candidato &#8220;laico&#8221;,</strong> cioè non legato ai movimenti islamisti. Ma non è così semplice. Per i Fratelli Musulmani era sceso in campo <strong>Khairat al Shater</strong>, un milionario del settore tessile. I Fratelli avevano promesso di non ambire alla presidenza, dunque la discesa in campo di Al Shater era in qualche modo un &#8220;tradimento&#8221;. Shater è stato eliminato da una sentenza della Commissione elettorale ma al suo posto corre ora <strong>Mohammed Morsi</strong>, ancor più integralista di Al Shater.</div>
<div></div>
<div>
<div id="attachment_14816" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/morsidue.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-14816" title="morsidue" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/morsidue-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Mohammed Morsi, il candidato dei Fratelli Musulmani.</p></div>
<p>A proposito di candidati laici. Prima c&#8217;era <strong>Omar Suleiman,</strong> ex capo dei servizi segreti di Mubarak, certamente gradito agli Usa. La Commissione elettorale ha cancellato anche lui. C&#8217;è ora <strong>Amr Mussa,</strong> ex segretario della Lega Araba ed ex ministro degli Esteri di Mubarak, ma al massimo arriverà al ballottaggio.</p>
</div>
<div></div>
<div>C&#8217;è, in realtà, un candidato che raccoglie le simpatie dei ragazzi di Piazza Tahrir e anche della comunità dei cristiani copti e di molti laici veri. Curiosamente, però, è un ex esponente di spicco dei Fratelli Musulmani e si chiama<strong> Abdul Fotoh. Lui dice di essersene andato, i Fratelli dicono invece di averlo espulso. </strong>Resta il fatto che sotto le sue bandiere sono andati a finire quasi tutti i promotori delle grandi proteste contro Mubarak. Manca poco alle elezioni ma le sorprese non sono finite.<strong> </strong></div>
<div><strong><br />
</strong></div>
</div>
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		<title>BAHREIN, FORMULA UNO PER DITTATORI</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 20:08:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come milioni di altre spettatori in tutto il mondo, mi sono goduto in Tv lo spettacolo del Gran Premio di Formula 1 disputato in Bahrein. Se fossi un cittadino del Bahrein, anzi un suddito del regno del Bahrein, invece, sarei furioso. E con buone ragioni. Il Gran Premio si disputa in Bahrein dal 2004. E&#8217; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come milioni di altre spettatori in tutto il mondo, mi sono goduto in Tv lo spettacolo del <strong>Gran Premio di Formula 1 disputato in Bahrein.</strong> Se fossi un cittadino del Bahrein, anzi un suddito del regno del Bahrein, invece, sarei furioso. E con buone ragioni.</p>
<p><span id="more-14737"></span></p>
<div id="attachment_14744" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/formulaunook.png"><img class="size-full wp-image-14744" title="formulaunook" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/formulaunook.png" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">Un murale di protesta contro il Gran Premio in Bahrein.</p></div>
<p><strong>Il Gran Premio si disputa in Bahrein dal 2004. E&#8217; uno dei privilegi che si è concessa la dinastia degli al Khalifa, di fatto proprietaria del Paese.</strong> Il re attualmente in carica è <strong>Hamad bin Isa al Khalifa,</strong> mentre il capo del Governo è <strong>Khalifa bin Salman al Khalifa,</strong> suo cugino. Il Bahrein è ricchissimo di petrolio e ha solo 1 milione e 250 mila abitanti, ma non è un Paese ricco, visto che ha un tasso di disoccupazione del 15%. Sono ricchi invece gli Al Khalifa, che infatti si tengono ben stretti il potere, con ogni mezzo. Per dirne una: Reporter senza Frontiere piazza il Bahrein tra i dieci Paesi più repressivi al mondo in fatto di libertà di stampa; il voto alle donne è stato concesso solo nel 2001; l&#8217;Assemblea nazionale (40 seggi, 19 a religiosi e 12 a laici), una specie di Parlamento, ha funzioni ornamentali; i partiti politici sono banditi. E così via.</p>
<p><strong>Tra le altre, il Bahrein ha ancora due caratteristiche interessanti. La maggioranza della popolazione è sciita, ma è la minoranza sunnita a dominare. I sunniti hanno la precedenza nell&#8217;assegnazione degli impieghi e delle case, i loro quartieri i primi a ottenere scuole</strong> e infrastrutture varie. Agli sciiti sono vietati i posti di rilievo nell&#8217;esercito, nella polizia e nella burocrazia statale. L&#8217;altra caratteristica sta nel fatto che il Bahrein è una specie di filiale sul Golfo Persico della marina (fa scalo qui la Quinta Flotta) e dei servizi segreti americani, sempre appostati a tener d&#8217;occhio l&#8217;Iran.</p>
<p><strong>Fatto sta che il 14 febbraio 2011 (ventesimo anniversario del referendum-burla con cui la casa regnante mise fine a un&#8217;altra stagione di proteste), in coincidenza con le proteste che stavano partendo in Egitto e Tunisia, una serie di manifestazioni e cortei prese le mosse anche in Bahrein.</strong> Non poca cosa: alla più imponente delle dimostrazioni presero parte più di 100 mila persone, pari a circa il 10% dell&#8217;intera popolazione.</p>
<div id="attachment_14746" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/Salman-Bin-Hamad-Al-Khalifaok.png"><img class="size-thumbnail wp-image-14746" title="Salman-Bin-Hamad-Al-Khalifaok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/Salman-Bin-Hamad-Al-Khalifaok-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Il principe Salman Al Khalifa, primo ministro.</p></div>
<p><strong>La risposta è stata una sola: violenza. Decine di morti, almeno 5 persone uccise in carcere con la tortura, arresti, pestaggi. Nel momento più acuto della crisi, l&#8217;Arabia Saudita,</strong> in nome di un trattato di amicizia con il Bahrein, ha mandato il proprio esercito a sparare contro i manifestanti che chiedevano più democrazia. Il tutto con la paciosa e silente benedizione degli Usa, così solerti invece nell&#8217;applauso a chi liberava Egitto, Tunisia e Libia dai rispettivi dittatori.</p>
<p><strong>Ora, immaginate che cosa può pensare un suddito degli Al Khalifa quando l&#8217;Occidente, che la spiega a tutti sulla libertà e sull&#8217;indipendenza e si è commosso per gli iracheni e gli afghani e i kosovari,</strong> non solo non muove un dito. Ma poi manda il meglio della propria tecnologia e della propria ricchezza, sotto forma di bolidi dell&#8217;automobilismo, a far fare bella figura alla dittatura. E ricordiamoci di queste cose quando ci domandiamo perché sono così tanti, da quelle parti, a non volerci troppo bene.</p>
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		<title>EGITTO, PRESIDENZIALI COL BOTTO</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 18:50:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La corsa alle presidenziali, in Egitto, non si nega alcun colpo di scena. Con una serie di sentenze a sorpresa, la Commissione elettorale  ha cancellato dalle elezioni i tre candidati principali: Khairat al Shater, numero due dei Fratelli Musulmani; Hazim Salah abu Ismail, il candidato dei salafiti; e Omar Suleiman, per vent’anni capo dei servizi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La corsa alle presidenziali, in Egitto, non si nega alcun colpo di scena. Con una serie di sentenze a sorpresa, la Commissione elettorale  ha cancellato dalle elezioni i tre candidati principali: <strong>Khairat al Shater,</strong> numero due dei Fratelli Musulmani; <strong>Hazim Salah abu Ismail,</strong> il candidato dei salafiti; e <strong>Omar Suleiman,</strong> per vent’anni capo dei servizi segreti egiziani, ex braccio destro di Mubarak, favorito dei militari.</p>
<p><span id="more-14643"></span></p>
<div id="attachment_14647" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/SHATERok.jpg"><img class="size-full wp-image-14647" title="Muslim Brotherhood presidential hopeful, Khairat al-Shater presents his documents" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/SHATERok.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Khairat al Shater, candidato alla presidenza per i Fratelli Musulmani.</p></div>
<p><strong>Le ragioni per cui le maggiori forze in campo (Fratelli Musulmani, salafiti ed esercito, appunto) si son viste decapitare la lista sono molto serie o molto pretestuose, a secondo del punto di vista.</strong> Al Shater, che è un ricchissimo industriale del settore tessile ma ai tempi di Mubarak finì ugualmente più volte in prigione, è stato eliminato proprio perché uscito di prigione solo nel marzo 2011 (cioè con la caduta del dittatore), mentre la legge elettorale stabilisce che l’eventuale candidato debba eseere libero dal carcere da non meno di sei anni.</p>
<p><strong>Abu Ismail, l’avvocato salafita che propugna la rottura del trattato di pace con Israele ed esalta l’Iran come modello di affrancamento dalla politica Usa, è stato eliminato perché sua madre, già deceduta, aveva la cittadinanza americana.</strong> Lui nega e sostiene che si trattasse solo di una green card (permesso di soggiorno e lavoro) ma la commissione non ha sentito ragione. <strong>E Suleiman, gradito ai generali e alla Casa Bianca,</strong> è stato invece eliminato perché delle 30 mila firme presentate a sostegno della sua candidatura (come richiede la legge), 31 sono risultate irregolari.</p>
<p><strong>I provvedimenti contengono una certa dose di ironia, forse involontaria.</strong> Suleiman è stato appiedato da una regola che lui stesso aveva introdotto, ai tempi di Mubarak, per rendere quasi impossibile qualunque candidatura ostile al Rais. E il salafita Abu Ismail è stato fatto fuori da una regola che proprio gli islamisti radicali avevano preteso per scoraggiare qualunque “complicità” con l’Occidente.</p>
<div id="attachment_14649" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/SULEIMANok.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-14649" title="SULEIMANok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/SULEIMANok-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Omar Suleiman.</p></div>
<p><strong>Anche se i tre candidati eliminati hanno già presentato ricorso, la scure della Commissione elettorale ha riportato la corsa ai blocchi di partenza. Una specie di doccia fredda su una situazione che si stava già surriscaldando</strong> e in cui nessuna delle parti in causa mostrava la minima intenzione di mantenere i buoni propositi dichiarati al popolo. I militari hanno sempre sostenuto di essere al potere in via provvisoria e solo per garantire un Governo nell’emergenza, disponibili a cedere il posto a un governo di civili non appena riformata la Costituzione (fatto) ed eletto il nuovo Presidente (tra un mese, appunto). Ma Suleiman è il “loro” candidato, anzi, è uno di loro. Ed è anche un politico che non ha temuto di dire a chiare lettere che l’Egitto non è ancora pronto per la democrazia.</p>
<p><strong>I Fratelli Musulmani avevano giurato e spergiurato di non avere pretese sulla presidenza,</strong> proprio per rassicurare gli osservatori vicini (Israele, in primo luogo) e lontani (gli Usa, che molto contribuiscono alla stabilità dell’Egitto): ma la vittoria nelle elezioni politiche, da cui sono usciti di gran lunga come il primo partito, li ha ingolositi. La commissione elettorale ha menato i suoi fendenti ma, qualunque cosa succeda ai tre candidati eliminati, una cosa è già chiara. <strong>Dal quadro politico sono state emarginate forze minoritarie ma non per questo meno importanti</strong> per il futuro del Paese: i gruppi, laici e giovanili, che furono in prima fila nella rivolta di piazza Tahrir; e i cristiani copti, circa il 10% della popolazione dell’Egitto, ai quali è tra l’altro venuto a mancare, poche settimane fa, <a href="http://http://www.fulvioscaglione.com/2012/03/17/egitto-la-morte-di-shenuda-il-moderato/">il papa <strong>Shenuda III,</strong> una figura molto esperta</a> e rispettata.</p>
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		<title>IN SIRIA NON C&#8217;E&#8217; GUERRA, LO DICE L&#8217;ONU</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 18:07:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Da mesi Barack Obama, dalla Casa Bianca, sostiene che il regime di Bashar al Assad ha pochi giorni di vita. Sarkozy, dall’Eliseo, condanna i massacri una volta la settimana. L’Onu è sdegnata in permanenza. Nel frattempo, <strong>in Siria i civili continuano a morire per opera dell’esercito</strong> e delle forze di sicurezza del regime che, scientemente, persegue l’inasprimento delle operazioni militari: Human Rights Watch ha censito oltre 100 esecuzioni sommarie, in gran parte di donne e bambini, dall’inizio del 2012 mentre nelle ultime ore le città di Homs, Deir Baalbeh e Khaldiyeh sono state investite da attacchi degni di una piazzaforte, con decine di morti.</p>
<p><span id="more-14598"></span></p>
<div id="attachment_14600" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/syria-funeralok.png"><img class="size-full wp-image-14600" title="syria-funeralok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/syria-funeralok.png" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">I funerali delle vittime di una delle repressioni dell&#39;esercito siriano.</p></div>
<p><strong>Anche l’atteggiamento di Assad non pare quello di un dittatore in procinto di lasciare. Anzi: le sue mosse puntano ad accrescere la tensione internazionale,</strong> come se fosse convinto che il resto del mondo non andrà molto oltre le belle parole. Ieri ha mandato a monte il piano faticosamente ordito da <strong>Kofi Annan,</strong> inviato speciale delle Nazioni Unite, per ottenere un cessate il fuoco a partire da oggi. Tirando in causa una presunta “mancanza di garanzie” da parte del fronte ribelle, il regime ha detto che lascerà i soldati dove sono a fare quello che già fanno: massacrare i civili. E non solo: proprio ieri, sparatorie e scontri sono arrivati pericolosamente vicini al confine tra Siria e Turchia e hanno decisamente superato quello con il Libano.</p>
<p><strong>Assad agita così lo spauracchio che più preoccupa Usa, Israele, Francia e Turchia, le nazioni più coinvolte nella crisi siriana: l’esplosione dell’intera regione,</strong> il rivolgimento improvviso della Mezzaluna Fertile che, sulle orme di Abramo, va dall’Iraq a Israele, toccando gli attuali Siria, Turchia, Giordania e Libano. La culla della civiltà ma anche, e non solo in epoca moderna, di una serie di conflitti che non hanno mai trovato definitiva composizione.</p>
<p><strong>Di quella Mezzaluna la Siria è il perno.</strong> Ha un’influenza decisiva sul Libano, perché l’ha occupato per 20 anni (dal 1976 al 2005) e perché almeno 200 mila siriani hanno nel tempo ottenuto la cittadinanza libanese. E’ il Paese con i più stretti rapporti con l’Iran degli ayatollah. E’ il nemico preferito, perché impotente, di Israele che a questo punto teme pure che un definitivo tracollo del regime siriano apra le porte a un’influenza decisiva sulla regione da parte della Turchia, che con Assad è invece ai ferri corti e con Israele quasi.</p>
<div id="attachment_14602" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/siria2ok.png"><img class="size-thumbnail wp-image-14602" title="siria2ok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/siria2ok-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Un manifesto che ironizza sulle menzogne di Assad al mondo.</p></div>
<p><strong>Gli Usa temono tutto questo e altro. La Siria di Assad (che partecipò alla prima Guerra del Golfo contro Saddam Hussein come alleata della coalizione occidentale) ha accolto dopo il 2003 centinaia di migliaia di profughi dell’Iraq,</strong> in particolare cristiani, facendo così da parziale valvola di sfogo alla crisi di quel Paese. La sua guerra civile minaccia da vicino anche la fragile Giordania, vero avamposto Usa in Medio oriente. E poi c’è la partita globale: Russia e Cina continuano ad appoggiare Assad  e lo fanno soprattutto per tenere sulle spine il rivale americano. La Francia è in ansia per il Libano. La Turchia sunnita pensa di avere vantaggi dalla fine del regime alawita (un ramo degli sciiti) ma non osa intervenire. Tutti si chiedono se i Paesi del Golfo, già nevrotizzati dai progetti nucleari dell’Iran, resteranno davvero al riparo dai fermenti e dai tumulti della cosiddetta Primavera Araba: nessuno, in epoca di difficoltà economiche globali, vuole una crisi nell’area cruciale per il mercato del petrolio.</p>
<p><strong>Il risultato di queste spinte e controspinte è ciò che vediamo: la stasi, mentre Assad spara. L’emblema di questa situazione è quanto avviene all’Onu. La speciale Commissione d’inchiesta attivata dalle Nazioni Unite ha stabilito</strong> che ciò che succede in Siria non può essere definito<strong> “conflitto armato”</strong> perché le forze di opposizione non sono abbastanza forti e organizzate. “Conflitto armato” è però il modo della diplomazia internazionale di definire la guerra. E se in Siria non c’è ufficialmente una “guerra”, i civili siriani non possono godere di quel minimo di protezione che deriva dalle regole stabilite dalla Convenzione di Ginevra del 1949, che anche la Siria ha sottoscritto. Così, per evitare forse le tentazioni interventiste di qualcuno, si sacrificano donne e bambini: più di trenta solo ieri.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 10 aprile 2012</p>
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		<title>TUNISIA, LA BATTAGLIA DELLE MOSCHEE</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 21:26:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sarà meglio abituarsi, le sorprese della Primavera araba non finiscono mai. Avete presente Rachid Ghannouchi, leader del partito islamico Ennahda, ora al governo, ma comunque dipinto da molti come un islamista assatanato e senza speranza? Bene. Nel giro di pochi giorni ha preso posizioni che, in altre circostanze e con osservatori un po&#8217; meno di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarà meglio abituarsi, le sorprese della Primavera araba non finiscono mai. Avete presente <strong>Rachid Ghannouchi, leader del partito islamico Ennahda,</strong> ora al governo, ma comunque dipinto da molti come un islamista assatanato e senza speranza? Bene. Nel giro di pochi giorni ha preso posizioni che, in altre circostanze e con osservatori un po&#8217; meno di parte, gli avrebbero forse conquistato la fama di islamista moderato e illuminato.</p>
<p><span id="more-14517"></span></p>
<div id="attachment_14523" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/salafiok.png"><img class="size-full wp-image-14523" title="salafiok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/salafiok.png" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">Una manifestazione dei salafiti a Tunisi.</p></div>
<p><strong>Intanto il suo partito, Ennahda appunto, all&#8217;Assemblea Costituente (di cui controlla il 40% dei seggi) si è schierato con i partiti laici</strong> per rifiutare qualsiasi menzione della<em> shari&#8217;a</em> (la legge islamica) nella Costituzione quale fonte ispiratrice del diritto. Resta ferma, invece, all&#8217;articolo 1 del testo costituzionale, la definizione dell&#8217;islam come religione di Stato.</p>
<p><strong>Poi Ghannouchi si è occupato dei salafiti, che da mesi intorbidano le acque della politica e della società tunisina e che hanno sfruttato il dibattito sulla <em>shari&#8217;a </em>per incentivare disordini e proteste.</strong> Prima li ha accusati di volere la divisione del Paese &#8220;anche con metodi pesantemente terroristici&#8221;, poi ha lasciato briglia sciolta a Rachid Ammar, capo di stato maggiore delle Forze armata tunisine, il generale che nei giorni della rivolta disobbedì al dittatore Ben Alì che gli chiedeva di sparare sulla folla. Ammar ha detto ai salafiti: &#8220;Sto per suonare la campanella di fine ricreazione&#8221;, a buon intenditor poche parole.</p>
<p>Per concludere, il ministro per gli Affari Religiosi<strong> Noureddine Alkhadami,</strong> anche lui del partito Ennahda, ha costituito un Comitato di 20 &#8220;saggi&#8221; che hanno il compito di <strong>censire le circa 5 mila moschee della Tunisia,</strong> allo scopo dichiarato di scoprire in quali di esse l&#8217;influenza dei salafiti sia diventata dominante. A un primo esame, pare che le moschee &#8220;sospette&#8221; siano circa 400 ma, dice il ministro, &#8220;solo 50 costituiscono un vero problema&#8221;. Le autorità, del resto, hanno già provveduto a espellere alcuni imam troppo &#8220;focosi&#8221; e inclini alle teorie salafite, in perfetta coincidenza con  (e in risposta a) l&#8217;incremento dell&#8217;agitazione dei gruppi islamisti.</p>
<div id="attachment_14525" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/rachedok.png"><img class="size-thumbnail wp-image-14525" title="rachedok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/rachedok-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Rachid Ghannouchi.</p></div>
<p><strong>Lo stesso ministro, certo non solo per iniziativa personale, ha preso apertamente e ufficialmente posizione contro gli slogan antisemiti che sono stati scanditi dai salafiti tunisini</strong> durante una manifestazione di protesta, il 25 marzo, per la solita questione della <em>shari&#8217;a</em>. Era il terzo episodio del genere (i precedenti erano stati in gennaio, durante la visita di Ismail Haniyeh, premier a Gaza per conto di Hamas, e in febbraio, durante la visita di un uomo politico egiziano) e le autorità hanno deciso di intervenire. Li ha stimolati il coraggio della piccola comunità ebraica del Paese, 1.500 persone su 10 milioni di abitanti: il suo presidente, Roger Bismuth, ha presentato un&#8217;esposto alla polizia ed è riuscito a farsi ricevere da Mustapha Ben Jafar, presidente dell&#8217;Assemblea costituente.</p>
<p><strong>Per dimostrare di avere intenzioni serie, il Governo tunisino ha prolungato lo stato di emergenza.</strong> Ma la &#8220;battaglia delle moschee&#8221;, intrapresa per sradicare il contagio salafita, deve ancora essere vinta. Il suo esito costituirà un precedente importante per tutto il Maghreb, soprattutto per Libia ed Egitto, dove il problema sta diventando altrettanto evidente.</p>
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		<title>SIRIA, BOMBE NELLE CITTA&#8217;: CHI LE METTE?</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Mar 2012 18:23:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi rendo conto che qualunque ragionamento suoni a parziale discolpa di Bashar al Assad provochi disgusto, ma devo ugualmente ammettere che mi ha sempre convinto poco la &#8220;narrazione&#8221; dell&#8217;Esercito libero e del Consiglio Nazionale Siriano, cioè di coloro che si contendono la guida della rivolta. Secondo loro, sarebbe lo stesso regime di Assad a organizzare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi rendo conto che qualunque ragionamento suoni a parziale discolpa di Bashar al Assad provochi disgusto, ma devo ugualmente ammettere che mi ha sempre convinto poco <strong>la &#8220;narrazione&#8221; dell&#8217;Esercito libero e del Consiglio Nazionale Siriano,</strong> cioè di coloro che si contendono la guida della rivolta. Secondo loro, sarebbe lo stesso regime di Assad a organizzare gli attentati, per terrorizzare ancor più un popolazione già colpita in modo violentissimo (almeno 8 mila morti e 70 mila detenuti in un anno) dalla repressione.</p>
<p><span id="more-14398"></span></p>
<div id="attachment_14409" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/ALEPPOok.png"><img class="size-full wp-image-14409" title="ALEPPOok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/ALEPPOok.png" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">Il quartiere di Aleppo colpito dall&#39;attentato.</p></div>
<p><strong>Quella versione mi convince ancor meno dopo l&#8217;attentato di oggi, ad Aleppo, nel quartiere di Al Suleimaniya, abitato in prevalenza da cristiani.</strong> Intanto, come tutti hanno notato, gli attentati vengono regolarmente compiuti nelle grandi città, cioè in quelle che sono le &#8220;piazzaforti&#8221; del regime alawita fin da quando, nel 1970, Hafez al Assad, padre di Bashar, mise a segno il suo colpo di Stato. Qual è il tiranno che si dà la zappa sui piedi in quel modo? Chi può pensare di terrorizzare Homs, già massacrata coi bombardamenti, facendo ammazzare decine di persone a Damasco, com&#8217;è successo nei giorni scorsi?</p>
<p><strong>Ma ci sono anche altre considerazioni. I cristiani, in Siria, formano circa il 10% della popolazione. Ai cristiani autoctoni vanno aggiunti quelli arrivati qui dall&#8217;Iraq,</strong> dopo l&#8217;invasione americana del 2003 e la caduta di Saddam Hussein, in cerca di rifugio e di pace: <strong>circa il 15% del milione e mezzo di persone che ha attraversato il confine. </strong>Li si trova su entrambi i lati della barricata, contro Assad o pro Assad, ma nel complesso non si può certo dire che siano la comunità più esposta nel criticare o attaccare il regime.</p>
<p><strong>Questo accade non certo perché siano complici di Assad o condividano la sua politica, soprattutto adesso. Ma è una realtà inconfutabile che per i cristiani la Siria è stata, negli ultimi decenni, un Paese</strong> assai più tollerante di quasi tutti gli altri del Medio Oriente. In poche parole: oggi i cristiani temono una transizione che nel peggiore dei casi porterebbe a uno scenario di tipo iracheno e nel migliore comunque a una radicalizzazione delle posizioni come in Egitto. Da questo punto di vista sono emblematiche le parole che il patriarca cristiano maronita del Libano, <strong>Bishara Boutros al-Rai,</strong> ha di recente pronunciato: &#8220;Abbiamo dovuto sopportare il dominio della Siria, non l&#8217;ho certo dimenticato&#8221;, ha detto, ricordando i 29 anni di occupazione siriana del Libano, &#8220;ora non appoggiamo il regime ma temiamo il possibile futuro. Dobbiamo difendere la comunità cristiana. Anche noi dobbiamo resistere&#8221;.</p>
<div id="attachment_14411" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/funerali.png"><img class="size-thumbnail wp-image-14411" title="funerali" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/funerali-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">I funerali delle 44 vittime degli attentati a Damasco dei giorni scorsi.</p></div>
<p><strong>Considerato tutto questo, possiamo credere che un leader già disperato come Assad</strong> corra il rischio di inimicarsi una comunità tutto sommato imparziale come quella cristiana, facendo mettere bombe proprio nel quartiere cristiano di una delle città più importanti della Siria? Tutto è possibile, in situazioni come quella e con gente come Assad e i suoi scherani. Ma c&#8217;è una bella differenza tra considerare Assad un dittstore nefasto e prenderlo per uno stupido.</p>
<p><strong>Se il ragionamento ha un senso, bisogna allora chiedersi chi sta organizzando tutti quegli attentati.</strong> Ammesso che possano essere così crudeli e spietati, né l&#8217;Esercito Libero (impegnato soprattutto in azioni di guerriglia nelle province meno centrali) né il Consiglio Nazionale Siriano sembrano in grado di mettere a segno un&#8217;offensiva così articolata e profonda. Possono esserne partecipi, fornire l&#8217;<em>intelligence</em> e qualche appoggio interno al Paese, ma non gestirla in proprio. Quindi c&#8217;è qualcuno, in Siria, che non è siriano e combatte contro Assad. Arabia Saudita, Qatar e Kuwait, i Paesi sunniti del Golfo Persico che puntano a indebolire l&#8217;Iran abbattendo il suo più prossimo alleato? La Turchia, per diventare il Paese leader della regione? E chi li aiuta? Tante domande e poche risposte. Per ora, almeno.</p>
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		<title>EGITTO, MUORE SHENUDA IL MODERATO</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Mar 2012 19:49:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La notizia della morte di Shenuda III di Alessandria, il &#8220;Papa&#8221; (il 117°) dei cristiani copti che formano circa il 10% degli 80 milioni di egiziani, non è giunta inaspettata. Il leader religioso aveva 89 anni e, soprattutto, era malato da tempo. Ma è comunque una notizia che può avere conseguenze notevoli in molti campi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La notizia della morte di <strong>Shenuda III di Alessandria,</strong> il &#8220;Papa&#8221; (il 117°) dei cristiani copti che formano circa il 10% degli 80 milioni di egiziani, non è giunta inaspettata. Il leader religioso aveva 89 anni e, soprattutto, era malato da tempo. Ma è comunque una notizia che può avere conseguenze notevoli in molti campi, per lo spessore del personaggio e per la sua influenza, religiosa, politica e culturale.</p>
<p><span id="more-14383"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_14390" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/papa1.jpg"><img class="size-full wp-image-14390" title="papa" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/papa1.jpg" alt="" width="300" height="179" /></a><p class="wp-caption-text">Shenuda III di Alessandria, il papa copto appena scomparso.</p></div>
<p><strong>Shenuda era stato consacrato il 14 settembre del 1971 e aveva rapidamente ottenuto grande prestigio e grande influenza in Egitto.</strong> Tanto che nel 1981 il presidente <strong>Sadat</strong> pensò bene di mandarlo in esilio nel monastero di San Bishoi, mentre 8 vescovi, 24 preti e numerosi esponenti della comunità copta venivano arrestati. Sadat fece in tempo a sostituire Shenuda III con una commissione di 5 vescovi prima di essere assassinato. <strong>Hosni Mubarak</strong>, il suo successore al potere, impiegò quasi quattro anni prima di liberarlo dall&#8217;esilio e consentirgli di rientrare in carica e al Cairo dove, il 7 gennaio, Shenuda III celebrò la messa di Natale il 7 gennaio davanti a più di 10 mila persone.</p>
<div>
<p>    <strong> Con Shenuda, la Chiesa copta ha vissuto una fase di grande espansione e fermento. Nel 1971 le chiese copte erano 4 in tutta l&#8217;America del Nord,</strong> oggi sono 100 con due vescovi, mentre in Europa sono di 50 con 10 vescovi. In Australia vi sono due vescovi e numerose parrocchie, in Africa 2 vescovi missionari in 9 paesi africani (Egitto escluso). Oggi ci sono chiese copte anche nei Caraibi e in Sud America.  Shenuda, inoltre, è stato il primo Papa copto a incontrare il Papa di Roma dopo più di 1.500 anni: avvenne nel 1973 con Paolo VI.</p>
</div>
<div><strong>Il suo ruolo, però, è stato importantissimo anche in un altro senso. Nella lunga stagione del potere di Mubarak</strong> (1981-2011), Shenuda III ha cercato di tenere in equilibrio l&#8217;inevitabile rapporto con il regime e le richieste dei cristiani, discriminati nella libertà di religione in un Paese a larghissima maggioranza islamica e con vaste fasce della popolazione simpatizzanti per i Fratelli Musulmani.</div>
<div></div>
<div><strong>Con l&#8217;arrivo della Primavera araba e la caduta di Mubarak, Shenuda</strong> ha dovuto gestire una difficilissima transizione, con il pericolo di un dilagare dell&#8217;estremismo islamico e di una radicalizzazione delle posizioni dei cristiani, desiderosi di uscire da una storica condizione di discriminazione e inferiorità.</div>
<div></div>
<div><strong>Lo hanno aiutato, in questo improbo compito, la fama di moderazione e l&#8217;indubbio prestigio personale. Quando esercito e forze di sicurezza condussero una spietata repressione </strong>contro una manifestazione di copti (che protestavano per gli attacchi degli islamisti), causando 27 morti, <strong>Shenuda celebrò una liturgia</strong> a cui presero parte i massimi esponenti dei Fratelli Musulmani e della giunta militare. &#8220;Per la prima volta nella storia, questa cattedrale&#8221;, disse lui nell&#8217;omelia, &#8220;è affollata di ogni tipo di leader islamico&#8230; tutti loro concordano sul valore della stabilità del Paese e sulla necessità di lavorare con i copti d&#8217;Egitto per preservarla&#8221;.</div>
<div></div>
<div><strong>Nel novembre scorso, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, Shenuda aveva confermato il suo rifiuto per le posizioni estreme e per l&#8217;arroccamento,</strong> pure da alcuni perseguito all&#8217;interno della comunità copta, su posizioni isolazionistiche. Alla partenza del lungo processo elettorale che sta consegnando ai Fratelli musulmani una maggioranza importante, il Papa copto aveva invitato tutti i cristiani d&#8217;Egitto a partecipare in massa al voto. Un modo molto evidente per invitarli a non considerarsi estranei al &#8220;nuovo Egitto&#8221;, qualunque sia il suo futuro volto.</div>
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		<title>DURA LA VITA DELLA STAMPA IN PALESTINA</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Mar 2012 22:51:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ramallah &#8211; Dura la vita dei giornalisti palestinesi. Il Palestinian Center for Developmente and Media Freedoms (Mada), con sede a Ramallah (la capitale dell&#8217;Autonomia palestinese in Cisgiordania) ha appena pubblicato il suo rapporto annuale sulle violazioni della libertà di stampa nei Territori Occupati. Nel 2011 le violazioni di tal genere sono state 206. C&#8217;è un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ramallah &#8211; Dura la vita dei giornalisti palestinesi. Il <a href="http://www.madacenter.org" target="_blank">Palestinian Center for Developmente and Media Freedoms (Mada)</a>, con sede a Ramallah (la capitale dell&#8217;Autonomia palestinese in Cisgiordania) ha appena pubblicato il suo rapporto annuale sulle violazioni della libertà di stampa nei Territori Occupati.</p>
<p><span id="more-14348"></span></p>
<div id="attachment_14354" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/presspress.png"><img class="size-full wp-image-14354" title="presspress" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/presspress.png" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">Una manifestazione di protesta di giornalisti palestinesi.</p></div>
<p><strong>Nel 2011 le violazioni di tal genere sono state 206. C&#8217;è un misero margine di miglioramento rispetto al 2010, anno in cui ne erano state censite 218,</strong> vanificato però dal fatto che il 2011 ha registrato due episodi particolarmente violenti e crudeli: l&#8217;uccisione dell&#8217;italiano <strong>Vittorio Arrigoni</strong> a Gaza da parte di un locale gruppo armato ancora non identificato e il ferimento del giornalista palestinese <strong>Mohamed Othman,</strong> colpito al petto e a una mano dalle truppe israeliane il 15 di maggio, durante una manifestazione che ricordava il 63° anniversario della Naqba (la sconfitta araba del 1948). Othman, che rischia la paralisi delle gambe, è ancor oggi ricoverato in un ospedale in Turchia.</p>
<p>Ma il dato che forse più colpisce, e che <a href="http://www.madacenter.org/images/text_editor/annualR2011.doc  " target="_blank"><strong>Musa Rimawi, direttore del Mada,</strong> ha tenuto a sottolineare, </a>è che <strong>nel 2011 per la prima volta le aggressioni alla libertà di stampa dei giornalisti palestinesi sono state da parte palestinese più numerose che da parte israeliana.</strong> 106 le violazioni da parte palestinese, 100 da parte israeliana. Uno spostamento significativo soprattutto se confrontato ai dati del 2010, quando violazioni commesse dagli israeliani e registrate dal Mada erano state 139 e quelle palestinesi 79. Delle 106 violazioni registrate dal Mada nei Territori palestinesi, ben 62 sono state commesse nella Striscia di Gaza e 44 in Cisgiordania.</p>
<p>&nbsp;</p>
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