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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Medio Oriente</title>
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		<title>IRAQ, LA DELUSIONE DI CHI AIUTO&#8217; GLI USA</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 00:12:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; una delle tragedie della guerra in Iraq. Forse non la più clamorosa e nemmeno quella più cruenta, ma è ugualmente una tragedia. E&#8217; quella degli iracheni che dopo il 2003 aiutarono le truppe straniere arrivate per abbattere il regime di Saddam Hussein, e in particolare quelle americane, le più odiate dai fedelissimi del Rais [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; una delle tragedie della guerra in Iraq. Forse non la più clamorosa e nemmeno quella più cruenta, ma è ugualmente una tragedia. E&#8217; quella degli iracheni che dopo il 2003 aiutarono le truppe straniere arrivate per abbattere il regime di<strong> Saddam Hussein,</strong> e in particolare quelle americane, le più odiate dai fedelissimi del Rais (pochi) e dai miliziani di vario genere (moltissimi).</p>
<p><span id="more-13769"></span></p>
<div id="attachment_13774" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/USInterpreter.jpg"><img class="size-full wp-image-13774" title="USInterpreter" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/USInterpreter.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Un interprete iracheno con due donne soldato Usa.</p></div>
<p><strong>Quasi tutte queste persone avevano visto nella collaborazione con gli &#8220;invasori&#8221; forse una possibilità di cambiare il destino del proprio Paese, certo un&#8217;occasione per cambiare il destino proprio e della propria famiglia con un lavoro meglio pagato e con la prospettiva di potersi un giorno trasferire fuori dall&#8217;Iraq.</strong> Non si parla di poche persone, anche se l&#8217;esito del calcolo dipende molto dai criteri che si usano e dalla fonte a cui ci si rivolge. Perché i diversi Governi coinvolti rifiutano di fornire statistiche ufficiali, e meno che meno liste di nomi.<strong> Solo gli interpreti pare siano stati almeno 20 mila.</strong></p>
<p>L&#8217;Iraqi Refugee Assistance Project dello <a href="http://www.urbanjustice.org" target="_blank">Urban Justice Center</a>, una Ong americana, valuta che ancora nel 2010 gli iracheni impiegati dalle sole forze armate Usa erano 44 mila e che gli iracheni che avrebbero diritto a un visto per entrare negli Stati Uniti siano più di 60 mila, ovvero 30 mila impiegati più i loro familiari. Kirk Johnson, che nel 2005 lavorava a Fallujah per Usaid (<em>United States Agency for International Development) </em>e poi ha fondato una Ong chiamata <a href="http://thelistproject.org/" target="_blank">The List Project</a>, avanza cifre anche molto maggiori: 100 mila, forse 120 mila.</p>
<p><strong>Quegli impieghi ben pagati erano anche impieghi ad alto rischio. Sempre secondo calcoli non ufficiali, negli anni tra il 2003 e il 2010 sarebbero stati uccisi almeno mille interpreti iracheni. </strong>Un file della Titan, un&#8217;agenzia privata americana che forniva interpreti iracheni all&#8217;esercito Usa, è stato rivelato al sito di giornalismo investigativo <a href="http://www.propublica.org" target="_blank"> Pro Publica</a>: in esso compaiono i nomi di 300 traduttori iracheni uccisi in Iraq tra il 2003 e il 2008. Ed è l bilancio di un solo datore di lavoro. Il ruolo del &#8220;collaboratore&#8221; era rischioso allora, quando le truppe Usa ancora combattevano, ma non è meno pericoloso adesso, quando l&#8217;Iraq è ancora scosso da una crudele violenza settaria e la protezione americana è venuta meno per il ritiro del contingente.</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/interprete.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13775" title="interprete" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/interprete-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il Governo americano non è stato insensibile alla questione. Nel 2007 (quindi ancora con l&#8217;amministrazione Bush in carica), il Congresso autorizzò un programma di &#8220;visti speciali&#8221; per gli iracheni: 5 mila visti l&#8217;anno per un totale di 25 mila visti, diceva la legge.</strong> Purtroppo finora di visti agli iracheni ne sono stati concessi solo 3.317 (in tutto, non all&#8217;anno). Le ragioni sono diverse: alcuni di loro per esempio sono spariti (forse morti, forse emigrati in altri Paesi come Siria o Giordania, forse non più desiderosi di partire), ma i più sono tenuti alla larga dal territorio americano dalle misure di sicurezza decise dopo gli attentati alle Torri Gemelle e all&#8217;epoca dell&#8217;intervento contro Saddam Hussein. Come essere sicuri, infatti, che il leale collaboratore di una volta non sia diventato, col tempo, un islamista? O anche solo un criminale?</p>
<p>Così sia il Governo Bush sia il Governo Obama si sono tenuti ben lontani dalle quote di visti che si erano impegnati a concedere. E l&#8217;andamento peggiora in vista delle elezioni presidenziali di novembre 2012: <strong>nel marzo 2011 solo 7 visti sono stati concessi, in aprile solo 9,</strong> mentre in certi mesi del 2010 erano stati anche 200. I Governi europei non si sono comportati molto meglio e tutto insieme questo produce una brutta pagina di storia.</p>
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		<title>PERSEGUITATI IN MEDIO ORIENTE: GLI SCIITI</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 22:45:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Quale sarà la ragione per cui da più di trent&#8217;anni un regime autoritario e inefficiente come quello degli ayatollah dell&#8217;Iran resiste a guerre, sanzioni, crisi economiche, ostilità internazionali e proteste di parte della popolazione? Le ragioni sono molte. Una, per esempio, è la disponibilità di gas e petrolio con cui pagare i conti. Un&#8217;altra, secondo me tenuta in troppo scarsa considerazione, è<strong> la costante persecuzione della comunità sciita all&#8217;interno dell&#8217;islam.</strong> Persecuzione che fa dell&#8217;Iran, unico Paese a maggioranza sciita al mondo (accanto all&#8217;Iraq, dove gli sciiti sono più numerosi dei sunniti ma dover sono presenti anche i curdi), il faro di una comunità  molto compatta.</p>
<p><span id="more-13757"></span></p>
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<div id="attachment_13762" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/sciiti.jpg"><img class="size-full wp-image-13762" title="sciiti" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/sciiti.jpg" alt="" width="300" height="197" /></a><p class="wp-caption-text">Una manifestazione di sciiti iracheni a Baghdad.</p></div>
<p><strong>Gli sciiti (da<em> shi&#8217;a al Alì,</em> la fazione di Alì) sono circa il 10% di tutti i musulmani del mondo. Ma basta scorrere le cronache per capire quanto siano presi di mira dai loro &#8220;fratelli&#8221; musulmani di altra tendenza.</strong> La grande ricorrenza sciita dell&#8217;anno è l&#8217;Ashura, decimo giorno del mese di Muharram, giorno della morte in battaglia di<strong> Hussein, nipote di Maometto</strong> e, per gli sciiti, suo erede naturale alla guida dell&#8217;islam.  L&#8217;ultima Ashura è ricorda il 5 dicembre 2011: quel giorno, una serie di attentati uccise 35 pellegrini sciiti in Iraq e 55 a Kabul (Afghanistan). Altri 20 sciiti uccisi a Baghdad (Iraq) il 10 gennaio. Il 15 gennaio 21 sciiti uccisi da una bomba durante una processione in Punjab (Pakistan) e 55 a Bassora (Iraq).</p>
<p>E ancora:<strong> la repressione in Bahrein,</strong> realizzata dalle forze armate dell&#8217;Arabia Saudita (dove domina il wahabismo, una sorta di estremismo sunnita) è stata esercitata a spese degli sciiti, che sono la maggioranza della popolazione me sono dominati daun&#8217;oligarchia autoritaria sunnita. Almeno 50 morti. <strong>Passiamo allo Yemen:</strong> pochi sanno che le cellule di Al Qaeda (Osama Bin Laden era saudita e, appunto, wahabita) hanno usato le armi anche contro la minoranza sciita, diffusa soprattutto nel Nord del Paese.</p>
<div id="attachment_13763" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/sciiti2.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13763" title="sciiti2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/sciiti2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">La penitenza per la morte di Hussein di un gruppo di sciiti in India.</p></div>
<p>E ancora:<strong> in Egitto, proprio nel giorno di Ashura, la polizia</strong> ha cacciato centinaia di sciiti dalla moschea intitolata a Hussein (si dice che vi sia conservata la testa recisa del nipote di Maometto) proprio durante le celebrazioni che sono il culmine di 40 giorni di digiuno e preghiera. Se la passano male anche i pochi sciiti della<strong> Striscia di Gaza,</strong> dove la milizia di Hamas, che pure intrattiene rapporti &#8220;cordiali&#8221; con l&#8217;Iran, ha spedito all&#8217;ospedale decine di sciiti che celebravano l&#8217;Ashura.</p>
<p>Ci sono poi i casi opposti che, per paradosso, rischiano di non essere meno esplosivi. <strong>In Libano gli sciiti,</strong> per decenni confinati negli strati più poveri della popolazione, sono ormai la forza determinante, anche grazie al ruolo svolto da Hezbollah nel contrastare e attaccare Israele. <strong>Ma se la minoranza alawita (una setta dello sciismo) di Assad in Siria continua nelle sue stragi,</strong> i segnali di rappresaglie e vendette a sfondo etnico-religioso, che già s&#8217;intravvedono, potrebbero far deflagrare il Paese e trasferirsi anche in Libano.</p>
<p>Sappiamo tutti quanto abbia contato e conti, nella storia recente degli ebrei, la constatazione di essere una minoranza emarginata e perseguitata. Qualcosa di simile, anche se limitato al mondo islamico, lavora da secoli anche sullo spirito degli sciiti. L&#8217;Iran, in poche parole, non è solo uno Stato canaglia. E&#8217; uno Stato canaglia che per molte persone è un ideale di sicurezza e  libertà. Buffo ma vero.</p>
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		<title>PALESTINA, ONU E ISRAELE: LO SCAMBIO</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 00:35:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DI DANIEL LEVY &#8211; Il fatto nuovo è il tentativo sempre più dichiarato e aperto di trasferire nello stesso Israele una versione del regime mnon democratico in vigore nei territori occupati. Una coalizione di integralisti religiosi nazionali (i coloni, in estrema sintesi) e di nativisti nazionalisti (i quali sono spesso immigrati dall&#8217;ex Unione Sovietica) sta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DI DANIEL LEVY &#8211; Il fatto nuovo è il tentativo sempre più dichiarato e aperto di trasferire nello stesso Israele una versione del regime mnon democratico in vigore nei territori occupati. Una coalizione di integralisti religiosi nazionali (i coloni, in estrema sintesi) e di nativisti nazionalisti (i quali sono spesso immigrati dall&#8217;ex Unione Sovietica) sta perseguendo uno Stato ebraico etnocratico da realizzare a spese dello Stato ebraico democratico.</p>
<p><span id="more-13388"></span></p>
<p><strong>Lo spazio della democrazia viene giorno per giorno compresso con i tentativi di limitare la libertà dalle Ong, di cambiare il processo di selezione dei giudici della Corte Suprema</strong> e di aumentare il controllo sui media da parte del Governo e dei suoi fedelissimi. Non dimentichiamo, tra l&#8217;altro, che Israele è sempre stato una democrazia molto imperfetta per i suoi cittadini arabi palestinesi. I sostenitori di questa visione di Israele reclamano con forza il diritto a definirsi gli unici autentici sionisti. Oggi sono loro ad avere il vento in poppa. Mentre i liberali israeliani tendono a essere ossessionati assai più dal &#8220;pericolo Haredim&#8221;, sono invece i coloni-nazionalisti avere una visione per tutto Israele e non solo per una singola comunità. Ed è una visione profondamente antidemocratica.</p>
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<div id="attachment_13401" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/levy1.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13401" title="levy" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/levy1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Daniel Levy.</p></div>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong>E&#8217; difficile credere che la democrazia riuscirà vittoriosa in Israele se il Paese dovrà continuare a giustificare e gestire un&#8217;occupazione non democratica.</strong> La lotta per la democrazia in Israele deve comprendere la lotta per la fine dell&#8217;occupazione e per creare una vera democrazia per tutti i cittadini di Israele, ebrei e non ebrei allo stesso modo. Dobbiamo accettare una verità evidente: la società israeliana, sotto un tale duplice attacco, trova con difficoltà il coraggio e la saggezza per mettere fine all&#8217;occupazione. Israele avrebbe bisogno di un po&#8217; di aiuto da parte dei palestinesi. Per affrontare i passi necessari per salvare la propria democrazia e persino il proprio futuro, potrebbe essere necessario che i palestinesi rendano lo status quo meno accettabile.</p>
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<p><strong>L&#8217;ammissione della Palestina alle Nazioni Unite non avrebbe cambiato le cose nel giro di una notte, ma sarebbe stata un passo in una direzione tale da scuotere lo status quo. </strong>I palestinesi hanno delle alternative. Una di queste è aspettare: fino a che la soluzione dei due Stati sarà del tutto impossibile e la democrazia israeliana ancor più erosa. Le autorità di Israele e i loro più grintosi supporter negli Usa si sono molto adirati per il tentativo dei palestinesi di entrare nel novero delle nazioni dell&#8217;Onu, ma la pazienza palestinese, e non l&#8217;impazienza dimostrata con le manovre all&#8217;Onu, potrebbe essere il fattore più devastante per il futuro di Israele.</p>
<p><strong><em>di Daniel Levy</em></strong></p>
<p><strong>3.fine – originariamente pubblicato su <a href="http://http//www.slate.com/articles/news_and_politics/intelligence_squared/2012/01/why_daniel_levy_will_argue_for_palestine_s_admission_as_a_u_n_member_state_at_the_slate_intelligence_squared_debate_on_jan_10_.html" target="_blank">Slate</a></strong></p>
<p><em>Daniel Levy, politologo e diplomatico, è stato tra l’altro consigliere politico del ministro israeliano della Giustizia Yossi Beilin (2000-2001), consigliere speciale del primo ministro Ehud Barak e capo dell’unità “Affari di Gerusalemme” con il ministro Haim Ramon nel 2005. Levy è stato inoltre tra i negoziatori israeliani degli Accordi di Ginevra e degli Accordi definiti  ”Oslo 2″.</em></p>
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		<title>ISRAELE E LA CARICA DEGLI HAREDIM</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 11:10:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DI DANIEL LEVY &#8211; &#8230; Il nesso tra la mossa fallita dei palestinesi all&#8217;Onu e la crisi sempre più preoccupante della democrazia israeliana è assai meno tenue di quanto potrebbe sembrare. Il flop palestinese alle Nazioni Unite è una vergogna rispetto alla soluzione dei due Stati e all&#8217;emergere di un&#8217;efficace strategia non violenta dei palestinesi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DI DANIEL LEVY &#8211; &#8230; Il nesso tra la mossa fallita dei palestinesi all&#8217;Onu e la crisi sempre più preoccupante della democrazia israeliana è assai meno tenue di quanto potrebbe sembrare.<strong> Il flop palestinese alle Nazioni Unite</strong> è una vergogna rispetto alla soluzione dei due Stati e all&#8217;emergere di un&#8217;efficace strategia non violenta dei palestinesi per ottenere la libertà. Ma, paradossalmente, è ancor più devastante per il futuro della democrazia israeliana.</p>
<p><span id="more-13375"></span></p>
<div id="attachment_13381" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/haredim.jpg"><img class="size-full wp-image-13381" title="haredim" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/haredim.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Un gruppo di Haredim a Gerusalemme.</p></div>
<p><strong>La democrazia di Israele è finita sotto un duplice attacco, al culmine di due tendenze di lungo periodo. </strong>E oggi, all&#8217;inizio del 2012, è tristemente poco chiaro se il sistema democratico sarà abbastanza solido da respingere la minaccia (soprattutto se la Palestina rimarrà sotto il controllo non democratico di Israele). La prima parte della sfida alla democrazia di Israele sta nella crescente frizione tra lo Stato e la religione, la parte ebraica di essere uno Stato ebraico democratico. Anche se non sono mai stati maggioranza in Israele,<strong> gli Haredim ortodossi e ultra-ortodossi</strong> hanno ottenuto il monopolio su una serie di questioni relative allo status personale (matrimonio, divorzio, sepoltura, ecc.), l&#8217;esenzione dal servizio militare e il finanziamento dello Stato a un sistema scolastico separato e a una rete di seminari che hanno poi fornito agli Haredim la giustificazione religiosa per ewssere esentati anche dal lavoro.</p>
<p><strong>Nel corso degli anni, l&#8217;alto tasso di natalità e la coesione delle comunità hanno incrementato l&#8217;influenza degli Haredim </strong>e accresciuto la loro tendenza a ottenere per via politica una legislazione sempre più carica di benefici per loro e di restrizioni per gli altri. Un paradosso che si è tradotto in una crescente tensione presso la parte non Haredim degli israeliani, fin troppo spesso sfociata in rancore e odio verso gli ultra-ortodossi.</p>
<div>
<div>
<p><strong>Gli Haredim tuttora formano circa il 10% della popolazione di Israele, ma il dato nasconde una realtà ben diversa, nascosta nel rapido cambiamento demografico del PAese: il 25% degli alunni della prima elementare sono Haredim </strong>e la percentuale cresce dell&#8217;1% l&#8217;anno. Ci sono quartieri e nuovi insediamenti (inclusi quelli sulla Linea Verde di <strong>Modin Illit e Beitar Illit</strong>, in rapida crescita) dedicati agli Haredim. La comunità Haredim mostra una grintosa fiducia nella propria causa, e qualche occasionale estremismo, su tutta una serie di problemi, dai trasporti durante lo Shabbath alla separazione tra uomini e donne sugli autobus o nelle strade dei quartieri Haredim. Negli ultimi tempi, gli scontri nella città, in parte Haredim di Beth Shemesh hanno dominato le prime pagine dei giornali israeliani.</p>
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<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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<p><strong></p>
<div id="attachment_13383" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/LEVY.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13383" title="LEVY" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/LEVY-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Daniel Levy.</p></div>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong><strong>Il problema è complesso, qui basterà dire che l&#8217;impatto della comunità Haredim sulla democrazia israeliana non ha una risposta facile.</strong> Può tuttavia essere gestito. Lo scopo finale degli Haredim pare infatti essere più la conservazione della vita della loro comunità che non l&#8217;imposizione di una visione non democratica a tutti gli aspetti della vita della società israeliana.</p>
<p><strong>Il che ci porta, però, al secondo genere di assalto alla democrazia di Israele. </strong>Anche qui, nulla di particolarmente nuovo, ma qualcosa che ha di recente innestato il turbo. Riguarda la riconciliazione della parte democratica dellequazione dello Stato ebraico democratico. Con la loro tradizione di politiche liberali e di lotta per l&#8217;uguaglianza, la maggior parte degli ebrei americani può pensare che non valga la pena di preoccuparsi della perfetta unione di &#8220;ebraico&#8221; e &#8220;democratico&#8221;.</p>
<p><strong>Tutto questo, invece, pare assai meno scontato nel contesto di Israele. Il 20% degli israeliani sono palestinesi arabi non ebrei, </strong>una comunità indigena decimata dagli esprorii e dagli spostamenti forzosi che hanno accompagnato il loro inserimento nello Stato ebraico. Sono spesso trattati dalle autorità come una quinta colonna e devono fronteggiare una discriminazione istituzionalizzata. Per molti anni è sembrato che le strutture formali della democrazia israeliana (suffragio universale, libertà di stampa, un solido sistema giudiziario), combinate coin una leadership sufficientemente pragmatica, avrebbero impedito a qualunque manifestazione etnocratica o teocratica di statualità ebraica di limitare o bloccare i diritti universali della gente.</p>
<p><strong><em>di Daniel Levy</em></strong></p>
<p><strong>2.continua &#8211; originariamente pubblicato su <a href="http://http://www.slate.com/articles/news_and_politics/intelligence_squared/2012/01/why_daniel_levy_will_argue_for_palestine_s_admission_as_a_u_n_member_state_at_the_slate_intelligence_squared_debate_on_jan_10_.html" target="_blank">Slate</a></strong></p>
<p>Daniel Levy, politologo e diplomatico, è stato tra l’altro consigliere politico del ministro israeliano della Giustizia Yossi Beilin (2000-2001), consigliere speciale del primo ministro Ehud Barak e capo dell’unità “Affari di Gerusalemme” con il ministro Haim Ramon nel 2005. Levy è stato inoltre tra i negoziatori israeliani degli Accordi di Ginevra e degli Accordi definiti  ”Oslo 2″.</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>ISRAELE E PALESTINESI, TUTTO IMMOBILE</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 21:23:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DI DANIEL LEVY &#8211; Mentre il 2011 sarà ricordato come un anno tumultuoso per il Medio Oriente, la più celebre e clamorosa delle questioni regionali, il conflitto tra Israele e i palestinesi, meriterà appena una nota a piè di pagina. Il ritmo glaciale degli sviluppi su quel fronte non potrebbe essere più dissonante rispetto alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
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<p>DI DANIEL LEVY &#8211; Mentre il 2011 sarà ricordato come un anno tumultuoso per il Medio Oriente, la più celebre e clamorosa delle questioni regionali, il conflitto tra Israele e i palestinesi, meriterà appena una nota a piè di pagina. <strong>Il ritmo glaciale degli sviluppi su quel fronte non potrebbe essere più dissonante rispetto alla frenesia che regna tutt&#8217;intorno.</strong> Finora non c&#8217;è stata alcuna Primavera palestinese (mentre ci sono state dimostrazioni a ritmo settimanale nei villaggi palestinesi toccati dalle conseguenze delle confische di terre condotte da Israele) e l&#8217;intero anno è passato senza registrare nemmeno un giorno di colloqui di pace tra palestinesi e israeliani (ripresi in parte il 3 gannaio in Giordania, anche se in un clima di basse aspettative). Al contrario, il 2011 è stato segnato dalla continuità più che dal cambiamento: più occupazione, più insediamenti, più divisioni tra i palestinesi, e su ogni lato il prevalere di una sostanziale miopia strategica.</p>
<p><span id="more-13359"></span></p>
<div id="attachment_13363" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/israele.jpg"><img class="size-full wp-image-13363" title="israele" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/israele.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Le proteste del movimento J14 a Tel Aviv (Israele).</p></div>
<p><strong>Il che è esattamente l&#8217;opposto di quanto era stato promesso.</strong> L&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite in Settembre avrebbe dovuto essere un drammatico punto di partenza sulla scena israelo-palestinese. Il problema palestinese avrebbe dovuto essere di nuovo spinto in cima all&#8217;agenda internazionale, e anche se la Palestina non sarebbe diventata subito lo Stato membro numero 194, non ci sarebbe stato alcun passo indietro rispetto alla nuova fase in cui diplomazia, necessità e mobilitazione popolare erano entrate, sullo sfondo del Risveglio Arabo.</p>
<p><strong>Purtroppo la mossa palestinese alle Nazioni Unite si è rivelata un petardo con le polveri bagnate. Non c&#8217;è stato alcun voto al Consiglio di Sicurezza</strong> sullo status di Stato membro e in ogni caso il veto degli Usa è garantito. I palestinesi non sono entrati nell&#8217;Assemblea Generale e la loro campagna per entrare nelle Nazioni Unite è finita quasi prima di cominciare, con l&#8217;eccezione dell&#8217;Unesco. E non c&#8217;è stato alcuno sviluppo, né in diplomazia né sul terreno. Il Fronte per la liberazione della Palestina mostra tutti i segni di una pesante confusione mentale.</p>
<p><strong>In modo forse sorprendente, è stata proprio la società israeliana ad avvicinarsi sempre più ai propri vicini nel 2011.</strong> Gli sviluppi interni a Israele sembrano annunciare eccitanti sviluppi. Una tendopoli è sorta nel centro di Tel Aviv e il movimento di protesta sociale J14 ha prodotto alcune delle più massicce manifestazioni nella storia di Israele chiedendo più eguaglianza e maggiori investimenti sociali.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong></p>
<div id="attachment_13365" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/levy.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13365" title="levy" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/levy-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Daniel Levy.</p></div>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong><strong>Gran parte del 2011 e l&#8217;inizio del 2012, però, sono stati caratterizzati dall&#8217;ancor più evidente turbamento della democrazia israeliana, mentre lo scivolamento di Israele verso l&#8217;intolleranza, il fondamentalismo e la xenofobia </strong>incrementa il suo ritmo. Questo fenomeno, a differenza del movimento J14, si è mosso tanto dall&#8217;alto in basso quanto dal basso in alto. Mentre i coloni radicali sradicavano gli oliveti palestinesi, attaccavano i progressisti israeliani e danneggiavano le jeep dell&#8217;esercito israeliano, i membri della coalizione di Governo promuovevano una legislazione destinata a ridurre la libertà d&#8217;azione delle Ong israeliane e a impedire ai cittadini di Israele di origine araba di commemorare la loro storia, e intanto costituivano commissioni per indagare sulle attività &#8220;anti-israeliane&#8221; dell&#8217;organizzazione americana J Street (il parlamentare del Likud Ofir Akunis ha persino elogiato il senatore McCarthy come un esempio).</p>
</div>
</div>
<p><em><strong>di Daniel Levy</strong></em></p>
<p><em><strong>1. continua &#8211; o</strong></em><em><strong>riginariamente pubblicato su <a href="http://http://www.slate.com/articles/news_and_politics/intelligence_squared/2012/01/why_daniel_levy_will_argue_for_palestine_s_admission_as_a_u_n_member_state_at_the_slate_intelligence_squared_debate_on_jan_10_.html" target="_blank">Slate</a></strong></em></p>
<p>Daniel Levy, politologo e diplomatico, è stato tra l&#8217;altro consigliere politico del ministro israeliano della Giustizia Yossi Beilin (2000-2001), consigliere speciale del primo ministro Ehud Barak e capo dell&#8217;unità &#8220;Affari di Gerusalemme&#8221; con il ministro Haim Ramon nel 2005. Levy è stato inoltre tra i negoziatori israeliani degli Accordi di Ginevra e degli Accordi definiti  &#8221;Oslo 2&#8243;.</p>
<p><em><strong><br />
</strong></em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>IRAN, LA STRAGE DEGLI SCIENZIATI</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 21:57:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mustafà Ahmadi Roshani, lo scienziato iraniano che lavorava presso il centro di arricchimento dell&#8217;uranio di Natanz e che è stato fatto saltare nel centro di Teheran con una bomba magnetica applicata alla sua auto, è solo la vittima più recente di una guerra non dichiarata ma aperta ormai da anni. Ecco qualche altra vittima del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: medium;"><strong>Mustafà Ahmadi Roshani,</strong> lo scienziato iraniano che lavorava presso il centro di arricchimento dell&#8217;uranio di Natanz e che è stato fatto saltare nel centro di Teheran con una bomba magnetica applicata alla sua auto, è solo la vittima più recente di una guerra non dichiarata ma aperta ormai da anni.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: medium;"><span id="more-13338"></span></span></p>
<div id="attachment_13343" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/iran.jpg"><img class="size-full wp-image-13343" title="iran" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/iran.jpg" alt="" width="300" height="205" /></a><p class="wp-caption-text">La scena dell&#39;ultimo attentato a Teheran.</p></div>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: medium;">Ecco qualche altra vittima del conflitto-ombra.<strong> Majid Shahriari, </strong>docente presso l&#8217;Università di Teheran e studioso delle reazioni a catena, ucciso allo stesso modo di Roshani (la bomba attaccata all&#8217;auto da una moto che passa in piena corsa) il 20 novembre del 2010. <strong>Fereydoun Abbasi,</strong> direttore dell&#8217;Agenzia iraniana per l&#8217;Energia Atomica, gravemente ferito insieme con la moglie, nello stesso novembre 2010, da una bomba fatta esplodere a distanza. <strong>Daryoush Rezai,</strong> fisico, ucciso a colpi di pistola nel luglio 2010. <strong>Massoud Alì Mohammadi,</strong> fisico delle particelle elementari, ucciso nel gennaio 2010 dalla solita bomba.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: medium;"><strong>Una strategia di &#8220;omicidi mirati&#8221;</strong> che ha, ovviamente, le sue vittime collaterali e che l&#8217;Iran attribuisce, naturalmente, alla triade Israele-Usa-Gran Bretagna. E&#8217; probabile che non sbagli, ma quel che più conta, per i Paesi non direttamente coinvolti, sono le lezioni per il prossimo futuro che da questa serie di omicidi eccellenti possono essere tratte. Proviamo a elencarne alcune.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: medium;"><strong>1. anche in un Paese retto da un regime autoritario come l&#8217;Iran,</strong> &#8220;scienziato&#8221; o &#8220;fisico&#8221; non necessariamente equivale a guerrafondaio. Ci sono buone testimonianze del fatto che sia Mohammadi sia Shahriari erano degli studiosi, dei teorici, non certo dei tecnici impegnati nella costruzione della bomba. Questo vuol dire che i servizi segreti che hanno organizzato gli attentati non mirano tanto a fermare gli esperimenti nucleari dell&#8217;Iran, ma piuttosto a terrorizzare una comunità scientifica ristretta.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: medium;"><strong>2. a dispetto della polizia segreta, dei miliziani,</strong> dei pasdaran e dello stretto controllo sociale, l&#8217;Iran si dimostra permeabile allo spionaggio estero. Ma non solo: una così lunga serie di colpi non potrebbe andare a segno senza consistenti ed efficienti appoggi interni. Il che dimostra che il dissenso politico può anche essere soffocato con la violenza, com&#8217;è successo con le proteste dopo la rielezione-truffa di <strong>Mahmud Ahmadinejad,</strong> ma lo scontento resiste e da qualche parte, in qualche modo, si trasforma in azione.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: medium;"><strong> </strong></span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong></p>
<div id="attachment_13345" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/Mohammadiok.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13345" title="Mohammadiok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/Mohammadiok-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Il fisico Massoud Alì Mohammadi, ucciso da una bomba nel gennaio 2010.</p></div>
<p></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>3. Perché i Paesi occidentali ricorrono a questo stillicidio di attentati?</strong> Perché, evidentemente, gli altri strumenti sono ritenuti inadatti. L&#8217;embargo? E&#8217; difficile da applicare, serve a poco e può tramutarsi in un boomerang. All&#8217;Italia, già riottosa di suo (l&#8217;Iran è uno dei nostri principali fornitori di petrolio), Teheran ha fatto sapere che, in caso di embargo anche petrolifero, <strong>non verserà i 2 miliardi di euro che deve all&#8217;Eni</strong> per una serie di lavori. La cosiddetta &#8220;opzione militare&#8221;? Da anni viene sventolata come la minaccia definitiva ma il ricordo del macello in Iraq è troppo fresco per prenderla sul serio. La reazione dell&#8217;Iran, inoltre, sarebbe molto più preoccupante delle minacce a vuoto di Saddam Hussein, soprattutto per i Paesi petroliferi del Golfo da sempre alleati degli Usa. Paesi che, non a caso, stanno comprando armi dagli Usa a tutta forza.</p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: medium;"><strong>4. La strage degli scienziati, infine, potrebbe avere anche un senso politico.</strong> La questione nucleare, e di conseguenza il rapporto con l&#8217;Occidente, è un cavallo di battaglia del Presidente, dei suoi sostenitori e degli ambienti militari. Ahmadinejad vi fa riferimento ogni volta che può, l&#8217;ultima durante l&#8217;incontro con il presidente venezuelano Chavez, pochi giorni fa. Il programma atomico pesa dunque anche nei rapporti interni al regime e influisce sui complessi equilibrii del potere iraniano. Ma in che senso? </span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: medium;"><strong> E&#8217; chiaro a tutti che gli Usa non permetteranno mai che la bomba sia costruita in un Paese</strong> che minaccia Israele di distruzione e che, fattore meno &#8220;nobile&#8221; ma decisivo, al riparo dell&#8217;ombrello atomico potrebbe dettar legge sul Golfo, dove ancora transita il 30% del petrolio commerciato ogni giorno nel mondo. Lo sappiamo noi, lo sanno gli iraniani. Ci dev&#8217;essere, dunque, da qualche parte, una classe dirigenziale iraniana che non crede in questa deriva ma non può farsi sentire. La decimazione degli scienziati può anche essere un segnale: ai nuclearisti, perché capiscano che non ce la faranno mai; e agli antinuclearisti, perché sappiano che prima o poi verrà il loro momento.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: medium;"><strong>5. all&#8217;offensiva degli attentati l&#8217;Iran non riesce a reagire</strong> se non alzando la voce e incrementando il numero delle provocazioni: bloccheremo lo stretto di Hormuz, avremo i missili, costruiremo un nuovo laboratorio per arricchire l&#8217;uranio&#8230; Un&#8217;impotenza di fondo che la dice lunga sulla reale capacità &#8220;offensiva&#8221; degli ayatollah. </span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: medium;">Da non trascurare, infine, l&#8217;oggettiva difficoltà a decifrare i processi politici del regime di Teheran. E&#8217;chiaro che il tema nucleare, e quindi quello delle relazioni con l&#8217;Occidente, è usato nei rapporti di forza interni. Ma chi prevale? E a qual fine? Costruire la bomba, ben sapendo che gli Usa non lo permetteranno mai a un regime che minaccia di distruggere Israele e che, con l&#8217;arma nucleare, diventerebbe il controllore delle vie mediorientali del petrolio? Le continue provocazioni (bloccheremo lo stretto di Hormuz, costruiremo un nuovo impianto per arricchire l&#8217;uranio, queste le ultime) aumentano la confusione: anche Saddam Hussein provò fino all&#8217;ultimo a far leva su armi letali che non possedeva.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: medium;">Per tutte queste ragioni è probabile che la decimazione degli scienziati continui. E che la mancata reazione dell&#8217;Iran, nel frattempo, riveli le debolezze che il regime cerca di nascondere alzando la voce.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>2011/2012, SI BRINDI ALLA PRIMAVERA ARABA</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 19:11:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel rituale momento dei bilanci provo a dire la mia. E cioè che l&#8217;evento più notevole del 2011 è stato quell&#8217;insieme di rivolte, proteste e scontri che, partendo dalla Tunisia, ha sconvolto la faccia del Medio Oriente e che passa sotto il nome di Primavera Araba. La prima considerazione, in proposito, è anche la più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel rituale momento dei bilanci provo a dire la mia. E cioè che l&#8217;evento più notevole del 2011 è stato quell&#8217;insieme di rivolte, proteste e scontri che, partendo dalla Tunisia, ha sconvolto la faccia del Medio Oriente e che passa sotto il nome di Primavera Araba.</p>
<p><span id="more-13169"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/arabi1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-13185" title="arabi1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/arabi1.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p><strong>La prima considerazione, in proposito, è anche la più banale: la regione che pareva più ancorata a equilibrii vecchi e immutabili, più prigioniera dei propri problemi, il Medio Oriente appunto,</strong> è stata rimessa in movimento da un&#8217;ondata in cui si mescolano tante cose, non tutte chiare, ma che ha un indubbio ed evidente carattere libertario. E&#8217; scorso molto sangue, dal Bahrein dov&#8217;è arrivato a sparare l&#8217;esercito dell&#8217;Arabia Saudita allo Yemen, dall&#8217;Egitto dei militari alla Libia della guerra di liberazione da Gheddafi. Altri Paesi, in particolare le monarchie di<strong> Giordania e Marocco,</strong> hanno ammortizzato la portata delle proteste concedendo significative aperture a Parlamenti fino a quel momento quasi solo simbolici.</p>
<p>Dalla scena internazionale sono spariti dittatori che pareva eterni: via dall&#8217;Egitto <strong>Hosni Mubarak dopo 30 anni</strong> di presidenza e di proprietà del Paese; via dalla Tunisia <strong>Ben Alì dopo 23 anni;</strong> via dallo Yemen<strong> Alì Abdallah Saleh dopo 32 anni; </strong>via dalla Libia <strong>Muammar Gheddafi dopo 42 anni. </strong>E forse via dalla Siria, in un prossimo futuro, dopo 11 anni di potere personale ma dopo 41 anni di potere famigliare. Il mondo che ha accettato una guerra come quella in Iraq per liberarsi di un solo dittatore, Saddaò Hussein, dovrebbe portare molto più rispetto a chi si è battuto per cacciare questi quattro.</p>
<p><strong>Un altro effetto clamoroso della Primavera Araba è stato il brusco ridimensionamento del fondamentalismo islamico.</strong> Laddove si è votato, i partiti islamisti sono stati costretti a mostrare un volto assai più moderato rispetto al passato e, comunque, ad accettare una ripartizione del potere con i partiti laici. E&#8217; successo in Tunisia, dove si è votato in novembre: il partito islamista <em>Ennahda</em> è uscito vincitore ma per governare ha dovuto allearsi con due partiti &#8220;di sinistra&#8221;, il Congresso per la Repubblica (il cui leader, <strong>Moncef Marzouki,</strong> è diventato presidente della Repubblica) e <em>Ettakatol</em> (il cui leader, <strong>Mustafa ben Jafaar,</strong> è stato eletto presidente dell&#8217;Assemblea Costituente incaricata di riscrivere la Costituzione). Si sta votando anche in Egitto ed è già chiaro che i Fratelli Musulmani dovranno accettare un&#8217;analoga spartizione del potere.</p>
<p><strong>A proposito di Costituzione. Nel 2012 ne avranno una nuova</strong> Tunisia ed Egitto, appunto, ma anche<strong> la Libia.</strong> E&#8217; un passaggio, quello libico, particolarmente complicato, perché il cambio di regime è stato realizzato con una guerra sanguinosa cui hanno partecipato Stati stranieri, e che si è sempre più configurata come una guerra tra<strong> Cirenaica e Tripolitania.</strong> Ricade su Francia, Gran Bretagna e Usa (gli Stati più impegnati dal punto di vista militare) ma anche sull&#8217;Italia per evidenti ragioni, parte della responsabilità per il futuro cammino del nuovo regime libico.</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/arabi2.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-13189" title="arabi2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/arabi2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il 2012 potrebbe portare buone notizie anche a chi ha chiesto, senza successo, più libertà in Bahrein e in Arabia Saudit</strong>a. La repressione (almeno 50 morti e centinaia di feriti) esercitata in Bahrein dalla minoranza sunnita contro la maggioranza sciita ha avuto successo ma non è rimasta senza conseguenza. L&#8217;opinione pubblica americana non ha gradito la solita politica del doppio standard (la libertà va bene, ma solo dove mi conviene) e l&#8217;appoggio dato dagli Usa al regime degli Al Khalifa. Così qualcuno, da Washington, potrebbe convincere<strong> il sultano Salman ben Hamad al Khalifa</strong> a sostituire il suo primo ministro, <strong>lo zio Khalifa ben Salman al Khalifa,</strong> anche lui in carica da 40 anni consecutivi.</p>
<p><strong>E in Arabia Saudita, il più conservatore dei Paesi del Medio Oriente,</strong> si scrutano con ansia le condizioni del<strong> re Abdallah, 87 anni</strong> ma ancora il garante di una lunga serie di equilibrii. Il successore designato è <strong>Nayef ben Abdel Aziz,</strong> ministro dell&#8217;Interno in carica da &#8220;soli&#8221; 36 anni. Qualcuno, però, nella sterminata famiglia reale<strong> (8 mila principi),</strong> potrebbe chiedersi se un simile reazionario (e integralista islamico) sia la persona più indicata per conservare all&#8217;Arabia Saudita il potere e la ricchezza di cui dispone. Il voto alle donne, concesso in autunno, potrebbe essere solo il primo di una serie di pur piccoli smottamenti in senso democratico.</p>
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		<title>2011/2012, LA NAZIONE PRIMA DI TUTTO</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 19:05:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;anno che si chiude, e che di per sè ha aperto il decennio, ha avuto una caratteristica comune a tutte le latitudini: il prepotente ritorno delle questioni nazionali. Con l&#8217;inevitabile corollario della crisi di quasi tutte le forme di rappresentanza sovrannazionale, <strong>dall&#8217;Unione Europea al G20.</strong> Non a caso viene considerata con stupore, e da alcuni addirittura come un ritorno a concezioni di tipo sovietico, l&#8217;unione doganale e commerciale varata dalla Russia di Vladimir Putin insieme con il Kazakhstan e la Belorussia, non a caso tre Paesi scossi da notevolissime crisi politiche.</p>
<p><span id="more-13126"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/bandiere.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-13140" title="bandiere" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/bandiere.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a></p>
<p><strong>In questo, il decennio aperto con il 2011 dei vari &#8220;io&#8221; nazionali ha di fatto ribaltato il decennio precedente.</strong> Dal 2000 al 2010 il mondo aveva ragionato soprattutto in termini di &#8220;noi&#8221;. Si era aperto, quel decennio, con il varo dell&#8217;euro, cioè della moneta unica per tutta l&#8217;Europam ed <strong>era proseguito con le guerre del &#8220;noi&#8221;</strong> (noi occidentali, democratici, illuminati) contro &#8220;loro&#8221; (i talebani, i musulmani, i dittatori oscurantisti, i fanatici)<strong> in Afghanistan e in Iraq.</strong> Per questo colpì così tanto il rifiuto della Francia e della Russia di partecipare all&#8217;attacco contro Saddam Hussein: perché rompeva il fronte del &#8220;noi&#8221; e si proponeva come un egoismo nazionale rispetto a una battaglia descritta come collettiva. Come &#8220;di civiltà&#8221;, appunto. Che poi fossero tutte balle è, da questo punto di vista, relativamente importante.</p>
<p><strong>Nel 2011 tutto si è rovesciato. All&#8217;apice della crisi economica, raggiunto appunto quest&#8217;anno, la nazioni sotto stress hanno ricominciato a seguire il più possibile piste individuali</strong>. In Europa si va dalla Grecia alla Germania, cioè dal Paese che ha truccato i bilanci per non raccontare la verità all&#8217;Unione Europea al Paese che si è organizzato per reagire alla crisi e non vuol correr rischi per soccorrere le economie &#8220;allegre&#8221; di <strong>Grecia, Italia e Spagna.</strong> Alla faccia degli ideali europeisti. La Francia, all&#8217;alba della crisi libica,  ha rinunciato a qualunque forma di concertazione europea per riprendere, anche se in modo effimero, gli antichi vezzi della <em>grandeur. </em>Della Gran Bretagna si può solo dire che ha abbandonato la finzione di essere membro della Ue, ed era pure ora.</p>
<p><strong>Persino il fenomeno collettivo più significativo dell&#8217;anno, la Primavera araba, ha fatto sempre più emergere nei mesi il carattere nazionale delle rivolte</strong> contro la dittatura. Il desiderio di libertà e democrazia è evidente in tutto il mondo arabo, e questo è certo un tratto comune. Ma ciò ch&#8217;è successo in Libia ha poco a che vedere con quanto invece è successo in Tunisia o in Egittom o quanto potrebbe succedere nello Yemen o in Arabia Saudita. <strong>Nel decennio precedente vigeva la retorica del &#8220;mondo islamico&#8221;,</strong> dell&#8217;arcipelago islam spacciato come un blocco monolitico, la riedizione dell&#8217;impero del male dei tempi di Ronald Reagan. Sono bastati pochi mesi per darci la misura di quanto quella propaganda fosse fasulla e fuorviante.</p>
<p>Basta pensare, quanto al mondo islamico, al blocco Turchia-Siria-Iraq, tre Paesi che ormai non hanno più nulla in comune. O al confronto Iran-Arabia Saudita (più Emirati) per interposti Usa per capire quanto siamo stati portati fuori strada.</p>
<div id="attachment_13142" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/nazionalismo.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13142" title="nazionalismo" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/nazionalismo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Un&#39;antica stampa: il nazionalismo divora il mondo.</p></div>
<p>Ci piaccia o no, è probabile che il 2012 ci riproponga la stessa minestra del 2011, ma in salsa ancor più piccante. <strong>Gli Usa saranno impegnati nella campagna per le elezioni presidenziali,</strong> impossibile dunque che Obama prenda decisioni importanti (e divisive) di politica internazionale nell&#8217;anno in cui deve respingere l&#8217;assalto dei repubblicani alla Casa Bianca. <strong>La Francia va alle elezioni presidenziali</strong>, incerte come non si poteva credere fino a poco tempo fa, e Sarkozy rischia. <strong>La  Russia, il 4 marzo, vedrà Vladimir Putin rientrare al Cremlino,</strong> ma in condizioni di stress politico cui non sono abituati né lui né l&#8217;elettorato russo. Ancor più importante:<strong> entro l&#8217;anno, la Cina rinnoverà i massimi quadri dirigenti, il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao, </strong>che negli anni della grande crisi si sono rivelati interlocutori affidabili anche per i Governo di Usa ed Europa, saranno sostituiti da<strong> Xi Jinping e Li Keqiang,</strong> dirigenti ancora largamente sconosciuti. Ma non solo: il programmato ricambio di vertice si accompagna al rinnovamento di circa il 70% dei quadri dirigenti e i sinologi (moderna versione dei cremlinologi di un tempo) si aspettano un&#8217;avanzata dei nazionalisti.</p>
<p>Difficile che in queste condizioni i leader trovino tempo, modo e voglia per alzare lo sguardo dai problemi nazionali e dedicarsi alla collaborazione internazionale.</p>
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		<title>I PIRATI, L&#8217;IRAN E IL MONDO A DUE VELOCITA&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 19:45:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Due fatti, oggi, ci hanno ricordato in modo potente che, a dispetto di ogni tentativo di razionalizzazione, viviamo in un mondo schizofrenico e diviso. Due i protagonisti di questo memento: <strong>i pirati che nel Golfo di Oman</strong> hanno sequestrato un altro mercantile italiano, la &#8220;Enrico Ievoli&#8221; di Napoli, carica di soda caustica;<strong> e i militari dell&#8217;Iran,</strong> che hanno minacciato di bloccare lo stretto di Hormuz, e quindi di bloccare la navigazione nel Golfo Persico, se la comunità internazionale metterà sotto embargo le esportazioni iraniane di petrolio.</p>
<p><span id="more-13088"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/pirati.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-13099" title="pirati" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/pirati.jpg" alt="" width="300" height="229" /></a></p>
<p><strong>Siamo, come si vede in qualunque cartina, in due bracci di mare attigui, tanto che l&#8217;Iran affaccia su entrambi. Un&#8217;area limitata, forse una trentina di chilometri d&#8217;acqua</strong>, che è però la più sorvegliata al mondo. Gli onnipresenti apparati di spionaggio degli Usa la tengono sotto controllo dalle basi in Arabia Saudita, Yemen e Bahrein, la analizzano con i satelliti, la pattugliano con navi ed aerei. Altrettanto fanno, ovviamente, gli iraniani, sia pure con mezzi più limitati. E di essa si interessano, inevitabilmente, i &#8220;servizi&#8221; di tutti gli altri Paesi della regione. Non v&#8217;è nave, militare o mercantile, che riesca a passare inosservata.</p>
<p><strong>Eppure, ancora oggi, basta un barchino con qualche armigero a bordo per assaltare con successo</strong> (gli uomini della &#8220;Savina Caylyn&#8221;, 105 mila tonnellate di stazza, sono stati liberati da pochi giorni, dopo una prigionia durata 10 mesi) anche le più colossali petroliere.<strong> E un Paese come l&#8217;Iran, che vanta un milione di uomini in armi,</strong> la Marina più potente del Medio Oriente e la terza riserva di petrolio (il 10% del totale mondiale) dopo quelle di Arabia Saudita e Venezuela, pensa di gestire una trattativa internazionale affondando qualche relitto o seminando di mine il Golfo Persico, come ai tempi della Tortuga.</p>
<p><strong> </strong></p>
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<p><strong> </strong></p>
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<div id="attachment_13101" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/jolly.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13101" title="jolly" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/jolly-150x138.jpg" alt="" width="150" height="138" /></a><p class="wp-caption-text">Il Jolly Roger, la bandiera degli antichi pirati.</p></div>
<p></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Abbiamo sotto gli occhi la realtà di un mondo che avanza a due velocità, spesso inconciliabili.</strong> La finanza sposta le risorse da un continente all&#8217;altro con un clic, proprio come con un clic i satelliti americani sono in grado di radiografare qualunque nave si muova in mare. Ma le merci viaggiano ancora su navi lentissime ed esposte agli incerti della pirateria e della politica.<strong> Un terzo di tutto il petrolio del mondo ancora attraversa, da Nord a Sud e viceversa, il Golfo Persico.</strong> E la soda che la &#8220;Enrico Ievoli&#8221; stava portando nel Mediterraneo, veniva dagli Emirati Arabi Uniti.</p>
<p><strong>Possiamo stupirci, quindi, se la finanza ha prevalso sull&#8217;industria e la speculazione sulla produzione, fino a dettare i cicli della prosperità e della carestia globale?</strong> L&#8217;una ha superato i limiti del mondo fisico riversandosi nel mondo virtuale, l&#8217;altra ancora si scontra con gli ostacoli della fisicità, in un pianeta tra l&#8217;altro sempre più affollato e trafficato. La frizione tra le due velocità lascia spazio ai nuovi mostri che, significativamente, sono identici a quelli di un tempo: i pirati. Di un tempo, non a caso, in cui la rivoluzione industriale della produzione muoveva i primi passi e la speculazione finanziaria era esercitata con i commerci del colonialismo rampante, esercitati sullo sfruttamento delle colonie.</p>
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		<title>IL VECCHIO E IL NUOVO DIETRO LE BOMBE</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 19:08:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per molti popoli, purtroppo, è stato un altro Natale orrendo. In Iraq siamo ormai a 80 morti in pochi giorni, dopo le autobomba che hanno colpito luoghi ed edifici pubblici della capitale Baghdad. In Nigeria i terroristi di Boko Haram, un gruppo fondamentalista islamico che si richiama ai talebani afghani, hanno colpito le chiese proprio durante le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Per molti popoli, purtroppo, è stato un altro Natale orrendo.</strong> In Iraq siamo ormai a 80 morti in pochi giorni, dopo le autobomba che hanno colpito luoghi ed edifici pubblici della capitale <strong>Baghdad.</strong> In Nigeria i terroristi di <strong>Boko Haram,</strong> un gruppo fondamentalista islamico che si richiama ai talebani afghani, hanno colpito le chiese proprio durante le funzioni natalizie: più di 30 morti.</p>
<p><span id="more-13058"></span></p>
<div id="attachment_13060" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/nigeria.jpg"><img class="size-full wp-image-13060" title="nigeria" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/nigeria.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Le conseguenze di uno degli attentati in Nigeria.</p></div>
<div><strong>In Afghanistan almeno 20 morti a causa di un kamikaze</strong> che si è fatto esplodere tra la folla convenuta a un funerale. <strong>E in Siria, 45 morti per gli attentati </strong>che hanno sconvolto la capitale Damasco nel quartiere della grande moschea degli Omayyadi, dopo dieci mesi di proteste e rivolte che il regime di Assad sta ancora cercando di soffocare, nonostante che abbia già provocato almeno 5 mila morti. <strong>In Egitto, infine, </strong>la repressione dei militari ha fatto decine di morti proprio alla vigilia delle Feste.</div>
<div><strong>E&#8217; un prezzo tremendo. Che spinge a una domanda: dieci anni dopo l&#8217;attacco alle Torri Gemelle</strong> e la conseguente guerra contro l&#8217;Afghanistan dei talebani, e otto anni dopo l&#8217;invasione anglo-americana dell&#8217;Iraq, non è cambiato nulla? 150 mila morti (ammesso che la stima sia corretta, mentre è forse carente per difetto) tra Afghanistan e Iraq e siamo ancora allo stesso punto?</div>
<div>Il pensiero è legittimo, ma la realtà è diversa. Nelle tragedie di questi giorni possiamo  rinvenire sia i residui di errori passati non ancora risolto sia i segnali di problemi e opportunità future. <strong>E&#8217; certo crollata l&#8217;illusione, per anni coltivata dal Governo degli Usa e alimentata anche in Europa da intellettuali protervi o proni, di costruire da zero nuove democrazie</strong> usando come strumento la guerra. Quelle che governano l&#8217;Afghanistan e l&#8217;Iraq sono parodie della democrazia. Regimi che hanno preso il posto di dittature orrende ma che, nella sostanza, non controllano i rispettivi Paesi e sono la riedizione contemporanea dei &#8220;regimi fantoccio&#8221; del periodo coloniale.</div>
<div></div>
<div>
<div id="attachment_13675" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/baghdad.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13675" title="baghdad" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/baghdad-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Baghdad, macerie dopo un attentato.</p></div>
<p><strong>In Iraq è bastato il ritiro delle truppe Usa per far esplodere tutte le tensioni </strong>e dar vita allo spettro di una guerra civile che, inevitabilmente, porterebbe alla frammentazione del Paese: il Kurdistan indipendente e sciiti e sunniti a contendersi il resto del territorio. L&#8217;Afghanistan ha un Presidente, Hamid Karzai, eletto tra i brogli e dotato di un&#8217;autorità che si estende poco oltre i confini della capitale Kabul, laddove è protetto dalla forza militare internazionale. Altro che democrazia&#8230;</div>
<div><strong>Anche in Nigeria si scontano problemi vecchi e mai davvero affrontati.</strong> La popolazione è quasi equamente ripartita tra cristiani e musulmani ma il Governo centrale, che ha fatto della Nigeria uno dei Paesi più corrotti al mondo, non è in grado di controllare le pulsioni fondamentaliste che animano larga parte della parte islamica della nazione.</div>
<div><strong>I terroristi di Boko Haram (il nome del gruppo vuol dire: &#8220;L&#8217;educazione occidentale è peccato&#8221;) interpretano con la violenza un sentimento abbastanza diffuso nel Nord della Nigeria,</strong> cioè il desiderio di instaurare la<strong> shar’ia (legge islamica) in tutti i 36 Stati del Paese. </strong>Sono due fenomeni che si alimentano l&#8217;un l&#8217;altro:  non a caso l&#8217;ascesa di Boko Haram è cominciata proprio nei primi anni Duemila, cioè quando la shar’ia è stata introdotta in 12 Stati della Nigeria: in 9 a pieno titolo, in altri 3 con validità solo per le aree con popolazione in maggioranza musulmana.</div>
<div><strong>Mentre forti segnali di novità arrivano, nonostante tutto, dalla Siria e dall&#8217;Egitto. Le rivolte contro i regimi di Mubarak prima e dei militari poi in Egitto, e contro quello di Assad in Siria, </strong>nascono da un&#8217;importante maturazione di masse imponenti del mondo arabo. I giovani e gli strati più istruiti di quelle popolazioni hanno visto quale vicolo cieco siano il terrorismo e il fondamentalismo e ora si battono per costruire società più democratiche ma soprattutto più aperte. <strong>Sono loro i &#8220;nemici&#8221; naturali dei talebani,</strong> di Boko Haram, dei terroristi kamikaze che sconvolgono l&#8217;Iraq e l&#8217;Afghanistan. Per questo è credibile che gli attentati di Damasco possano essere opera di Al Qaeda. Il fondamentalismo islamico tutto vuole tranne che popoli decisi a prendere in mano il proprio destino.</div>
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