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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Egitto</title>
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		<title>GHEDDAFI E IL FUTURO DEL MEDIO ORIENTE</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Mar 2011 17:05:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ora che anche l&#8217;Italia ha bombardato le forze fedeli a Gheddafi, sarà bene prendere coscienza della grande responsabilità che parte dell&#8217;Occidente, trainato da Usa, Francia e Gran Bretagna, si assume nei confronti di una parte ancor più vasta del mondo: il Medio Oriente. Fino a oggi, nel lungo e faticoso processo politico e diplomatico che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ora che anche l&#8217;Italia ha bombardato le forze  fedeli a Gheddafi, sarà bene prendere coscienza della grande  responsabilità che parte dell&#8217;Occidente, trainato da <strong>Usa, Francia e Gran  Bretagna</strong>, si assume nei confronti di una parte ancor più vasta del  mondo: il Medio Oriente. Fino a oggi, nel lungo e faticoso processo  politico e diplomatico che ha portato alla risoluzione 1973 dell&#8217;Onu,  quella appunto che legittima l&#8217;intervento di queste ore, abbiamo sentito  parlare soprattutto di noi: paure da fugare, speranze da realizzare,  interessi economici da difendere. Tutto giusto, legittimo. Ma non è  questo il punto, o lo è solo in parte.</p>
<p><span id="more-9387"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-9392" title="libia" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/libia.jpg" alt="libia" width="300" height="225" /></p>
<p><strong>La vera questione da risolvere  è là, sulla sponda Sud del Mediterraneo</strong>. Riguarda il destino di una  regione che va dal Marocco all&#8217;Iran e il futuro di 350 milioni di  persone che per il 30% hanno meno di trent&#8217;anni, oppressi da una lunga  serie di dittature e regimi autoritari e insediati su distese aride che  nascondono enormi ricchezze naturali. La crisi drammatica della <strong>Libia</strong> ha  occupato tutti i nostri pensieri, ma il rivolgimento è totale e i  fermenti si susseguono. Un referendum costituzionale in<strong> Egitto</strong>, manifestazioni  sanguinose nello <strong>Yemen</strong>, agitazioni in <strong>Tunisia</strong>, riforme in senso  democratico e federalista annunciate dal re del <strong>Marocco</strong>, addirittura  un&#8217;invasione militare (curioso, che si abbia tanta ritrosia a chiamarla  col suo nome quando riguarda un Paese «amico») <strong>dell&#8217;Arabia Saudita in  Bahrein</strong>, dove la maggioranza sciita chiede più spazio e  rappresentatività. <strong>Per non parlare dell&#8217;Iran, dove il movimento  riformista è tenuto a bada solo dai manganelli del regime,</strong> e poi della  Siria, del Libano, dell&#8217;Iraq, della Giordania.</p>
<p>Impedendo a Gheddafi  di proseguire nelle sue stragi, l&#8217;Occidente che ha deciso di intervenire  accetta di investire sul vento della protesta, sull&#8217;evidente desiderio  di riforme che agita il Medio Oriente. Ci sono molti segnali importanti  (per esempio, l&#8217;evidente laicità delle rivolte, che hanno travolto anche  i movimenti islamisti, come pure la partecipazione del Qatar alle  operazioni militari sulla Libia), ma nella politica internazionale i  pasti gratis non esistono.<strong> È possibile, quindi, che sfasciare i carri  armati del raìs appostati alle porte di Bengasi sia il minore dei  compiti</strong>, soprattutto per eserciti potenti come quelli francesi,  americani e inglesi. E che il lavoro duro venga dopo, quando bisognerà  soddisfare le aspettative di tanti popoli e, nello stesso tempo,  difenderle dalle speculazioni (Hamas, Hezbollah, l&#8217;Iran non stanno certo  a guardare) e dal caos incombente. Si parrà, qui, la nobiltà della  presidenza Obama e la lungimiranza di un Sarkozy in patria incalzato  dalla destra estrema e come non mai smanioso di menare le mani.</p>
<p>La  partita libica, quindi, ha oggi un valore pratico e simbolico insieme.  Gheddafi se ne deve andare, questo è il succo al netto delle frasi fatte  e delle formule da cancelleria.<strong> La sua fuga sarebbe una lezione enorme,  dopo quelle di Mubarak in Egitto e di Ben Alì in Tunisia.</strong> Un Maghreb  almeno in parte più democratico consentirebbe di regolare meglio  questioni urgenti e comunque spinose (quella delle migrazioni,  cancellando anche la vergogna di aver appaltato a Gheddafi il ruolo di  gendarme del Mediterraneo, ma anche il mercato del petrolio) e  avvierebbe un effetto domino in tutto il Medio Oriente, come peraltro  sta giù succedendo.</p>
<p>È in questa prospettiva che vogliamo credere nelle  <strong>ore drammatiche in cui sta partendo una guerra alle porte di casa  nostra. </strong>Anche perché in essa, assai più che nelle Risoluzioni, risiede  la legittimità e la giustificazione di azioni militari in cui, comunque,  moriranno essere umani e altre sofferenze saranno inflitte a civili  disarmati e innocenti.</p>
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		<title>MAGHREB, PER ORA CI GUADAGNANO GLI USA</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Feb 2011 15:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
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		<description><![CDATA[I paragoni storici patiscono spesso l’emotività di chi li fa. Ma la fine di Muhammar Gheddafi somiglia sinistramente, almeno nella scenografia, a quella di Hitler: il bunker, le arringhe agli ultimi fedelissimi, le promesse di improbabili armi letali, la corte che arraffa e prepara la fuga o si dispone alla morte. Un Gotterdammerung delle sabbie, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I paragoni storici patiscono spesso l’emotività di chi li fa. Ma la fine di <strong>Muhammar Gheddafi</strong> somiglia sinistramente, almeno nella scenografia, a quella di Hitler: il bunker, le arringhe agli ultimi fedelissimi, le promesse di improbabili armi letali, la corte che arraffa e prepara la fuga o si dispone alla morte. Un<em> Gotterdammerung</em> delle sabbie, maghrebino ma non meno crudele e spietato.</p>
<p><span id="more-9104"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-9107" title="maghreb" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/maghreb.jpg" alt="maghreb" width="300" height="176" /></p>
<p>La crisi libica, improvvisa e violenta, ha risucchiato su di sé le tensioni della regione e l’attenzione internazionale. Ma è già ora di pensare al dopo, ai legami da stringere con una vasta porzione del mondo islamico, sconvolta da uno tsunami di volontà popolare quale nessuno era stato in gradi di prevedere. L’Europa è stata colta di sorpresa. <strong>L’Unione Europea governata dal Partito popolare europeo e influenzata dai movimenti euroscettici è riuscita ad esprimere solo un vago timore per eventuali ondate di profughi</strong>, lasciando per intero all’Italia (ovvero, alla sezione italiana dello stesso Partito popolare europeo e degli stessi movimenti euroscettici) l’onere dell’eventuale accoglienza.</p>
<p>Mentre la Libia bruciava e l’Europa tremava, <strong>gli Stati Uniti si sono dati da fare</strong>. In Egitto hanno manovrato l’esercito (cui già prima versavano un miliardo e mezzo l’anno in aiuti militari) per scongiurare una finta transizione da Mubarak ai suoi consiglieri (come l’ex capo dei servizi segreti Suleiman), e ora collaborano al controllo della situazione. In Tunisia è già arrivato <strong>Jeffrey D. Feltman</strong>, sotto-segretario di Stato per il Vicino Oriente, e anche lì l’esercito ha assunto una funzione di “controllo” di un regime che si è liberato del dittatore<strong> Ben Alì</strong> ma non dei suoi uomini e che comunque deve ancora trovare una vera fisionomia.</p>
<p><strong>La sponda Sud del Mediterraneo da qualche settimana è un po’ meno europea e un po’  più americana</strong>, questo è indubbio. Il che significa mettere un&#8217;opzione pesante sul traffico energetico che passa per il Canale di Suez (Egitto), sui gasdotti che corrono in Tunisia, sul petrolio della Libia (il maggior produttore africano), sullo smercio del gas algerino e, per conseguenza, sul mercato mondiale e sulla posizione in esso della Russia.</p>
<div id="attachment_9109" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9109" title="Jeffrey-D.-Feltmanok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/Jeffrey-D.-Feltmanok.jpg" alt="Jeffrey D. Feltman, inviato della Casa Bianca nel Maghreb." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Jeffrey D. Feltman, sotto-segretario di Stato e inviato della Casa Bianca nel Maghreb.</p></div>
<p>Ma sarà il caso della Libia, presa a tenaglia proprio tra Egitto e Tunisia, quello più spinoso da risolvere. Troppo povera di popolazione per non destare appetiti, troppo ricca di gas e petrolio per essere abbandonata a se stessa. E nessun interlocutore chiaro per il dopo Gheddafi. <strong>La sorte stessa del Paese è a rischio:</strong> la Cirenaica in questi giorni issa la vecchia bandiera della monarchia, il Fezzan risponde ai capi tribù, la Tripolitania è rimasta più fedele a Gheddafi, le tre regioni storiche del Paese potrebbero anche decidere per la separazione. L’abbiamo visto succedere poche settimane fa in <strong>Sudan</strong>, con un referendum benedetto dagli Usa che ha visto nascere nel Sud Sudan uno staterello petrolifero a cui molti già fanno la corte.</p>
<p>La grande lezione degli ultimi avvenimenti, però, è rivolta proprio a coloro che, nelle cancellerie o nei consigli di amministrazione, detengono le leve del potere economico. La globalizzazione agisce non solo per la finanza ma anche per le coscienze. Le spinte di queste settimane potranno anche essere riassorbite o annullate, ma le ragioni che le hanno generate continueranno, nel profondo, a lavorare. <strong>Un terzo della popolazione del Medio Oriente, cioè più di 100 milioni di persone, ha meno di 30 anni.</strong> Giovani che hanno fatto in media sei o sette anni di scuola più dei genitori, che sanno e possono comunicare col mondo, che assorbono gli stili di vita dei Paesi più aperti e sviluppati ma intanto sono martoriati dalla disoccupazione (in media tra loro è del 25%) e angariati dalla mancanza o scarsità di libertà.</p>
<p>E’ questo il problema a cui serve dare risposta. <strong>Il petrolio non scappa, il gas nemmeno. Ma i nervi delle popolazioni possono cedere, eccome.</strong> Che siano gli Usa, come pare, a trarre il maggiore profitto politico dalla crisi, o che siano Italia e Francia a riproporsi come primi interlocutori del Maghreb, la grande questione della democrazia altrui alle soglie di casa nostra non potrà più essere elusa. Non pare invece che ci si possa spettare molto dall’Europa dei Barroso, Von Rompuy e lady Ashton e di un Partito popolare europeo ormai castrato da una quota eccessiva di ormoni di destra.</p>
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		<title>SOFFIA IL VENTO LIBERO DEL MAGHREB</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 21:19:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il vento del Maghreb, la rivoluzione pacifica delle masse arabe in cui pochi avevano creduto, spazza gli angoli più remoti e imprevedibili. L’indeciso Abu Mazen, nell’Autorità palestinese, prova a cavalcarlo per mettere nell’angolo Hamas e convoca elezioni. In Iran la gente torna in piazza, la solidarietà con i popoli dell’Egitto e della Tunisia porta migliaia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il vento del Maghreb, la rivoluzione pacifica delle masse arabe in cui pochi avevano creduto, spazza gli angoli più remoti e imprevedibili. L’indeciso Abu Mazen, <strong>nell’Autorità palestinese</strong>, prova a cavalcarlo per mettere nell’angolo Hamas e convoca elezioni. <strong>In Iran</strong> la gente torna in piazza, la solidarietà con i popoli dell’Egitto e della Tunisia porta migliaia di persone sotto i gas della polizia e smaschera il bluff di Ahmadinejad, che pure aveva tentato di calcare il chador della rivoluzione islamica sulle laicissime proteste contro le dittature maghrebine. A Teheran la contestazione al regime è guidata da <strong>Mahdi Karroubi</strong>, ex speaker del Parlamento, e da <strong>Hossein Mousawi</strong>, ex primo ministro: gli ayatollah non possono farli passare per agenti dell’Occidente e l’Occidente non può spacciarli per fanatici dell’islamismo. <strong>In Libia</strong>, dopo settimane di silenzio minaccioso, la gente sfida le armi di Gheddafi (sghero a libro paga dell&#8217;Italia) e reclama più libertà.</p>
<p><span id="more-9001"></span></p>
<div id="attachment_9004" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9004" title="IRANOK" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/IRANOK.jpg" alt="Le recenti proteste dei giovani iraniani." width="300" height="199" /><p class="wp-caption-text">Le recenti proteste dei giovani iraniani.</p></div>
<p>Dal Marocco allo Yemen, dalla Tunisia all’Iran, la violenza è tutta a senso unico. Qualche innocua barricata in Egitto, dove peraltro l’esercito si è schierato con la protesta, ma ovunque solo fucilate contro cortei pacifici e bande di picchiatori scatenate dai dittatori in crisi, per le ultime crudeltà di regimi senescenti e incapaci. <strong>Ai tunisini e agli egiziani, agli algerini come agli iraniani basta, per metterli in crisi, la pura manifestazione dello scontento.</strong> E’ sufficiente sapere che esiste per distruggere qualunque rappresentazione di comodo. Che schiaffo, per il presidente Ahmadinejad, sentire <strong>il presidente turco Gul</strong>, proprio in quelle ore in visita ufficiale in Iran, commentare così: “Quando i leader non si curano delle aspettative dei loro popoli, finisce che la gente si muove da sola per realizzarle”.</p>
<p>In questa potente auto-rappresentazione di popoli che l’islam radicale e le dittature filo-occidentali hanno per decenni costretto all’auto-censura, c’è l’essenza di un’epoca segnata dalla globalizzazione. <strong>Il 33% della popolazione mondiale usa Internet</strong>, uno <em>smart phone</em> costa ormai poche decine di euro, la comunicazione dilaga e penetra ogni fessura di un mondo interconnesso. Si poteva davvero credere che le merci attraversassero i continenti e le idee no? Che i quattrini non avessero più frontiere ma gli stili di vita e i diritti civili sì? Che le persone disposte a rischiare la vita sui barconi del Mediterraneo non avrebbero prima o poi deciso di rischiarla ancor più in patria?</p>
<p><strong>La democrazia è un destino ormai obbligato e la marea di ragazzi che ha riempito le piazze delle capitali maghrebine</strong> (in media, la popolazione di quei Paesi è fatta per il 45% di giovani sotto i 25 anni) l’ha capito prima di tanti presunti esperti. Cacciato <strong>Mubarak,</strong> gli egiziani già chiedono ai militari, che per sei mesi avranno il controllo assoluto del Paese, lavoro e salari migliori. In Algeria nessuno può più sopportare che il quarto esportatore mondiale di gas abbia un quarto della popolazione sotto il livello della povertà. E in Iran, la protesta popolare che aveva invaso la Rete con i messaggini di <strong>Twitter </strong>e ora torna a sfidare poliziotti e picchiatori, fa capire che un altro Iran è possibile, che il Paese forse più ricco di petrolio al mondo non può avere il 15% di disoccupati e il 20% della popolazione sotto la linea della povertà, solo per mantenere a forza di sussidi una pletora di parassiti di Stato e miliziani di regime.</p>
<p><strong>Sono le questioni primordiali del buon governo, nulla di più o di meno</strong>. Ma sono anche le forze che da sempre muovono i popoli. Altro che l’islam radicale, per un decennio usato soprattutto per spaventarci qui, senza peraltro risolvere nulla là. Il vento del Maghreb ha fatto un po’ di pulizia anche dalle nostre parti. Lo “scontro di civiltà” se ne torna nel deposito delle idee fasulle e la realtà ci riappare nella sua terribile semplicità. Le persone vogliono vivere, amare, lavorare, crescere i figli in pace. Hanno una dignità e prima o poi la rivendicano.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 15 febbraio 2011</p>
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		<title>IL &#8217;68 DELL&#8217;ISLAM COMINCIA SU INTERNET</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Feb 2011 16:04:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualunque sia il destino di Hosni Mubarak, che si è trasferito a Sharm El Sheikh sperabilmente sulla strada dell&#8217;Arabia Saudita, alcune sentenze sono già scritte. Una riguarda gli Usa, l&#8217;unica potenza a cogliere lo spirito dei tempi e ad auspicare per l&#8217;Egitto, dopo qualche esitazione iniziale, una transizione verso la democrazia. L&#8217;altra riguarda l&#8217;Europa, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualunque sia il destino di Hosni Mubarak, che si è trasferito a Sharm El Sheikh sperabilmente sulla strada dell&#8217;Arabia Saudita, alcune sentenze sono già  scritte. Una riguarda <strong>gli Usa</strong>, l&#8217;unica potenza a cogliere lo spirito dei  tempi e ad auspicare per l&#8217;Egitto, dopo qualche esitazione iniziale,  una transizione verso la democrazia. L&#8217;altra riguarda <strong>l&#8217;Europa</strong>, che si  conferma un coacervo di nazioni senescenti e fragili, terrorizzate dalle  novità e ormai incapaci di cavalcare un qualunque vento di speranza e cambiamento.</p>
<p><span id="more-8885"></span></p>
<div id="attachment_8890" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8890" title="egiz" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/egiz.jpg" alt="Due manifestanti durante le proteste anti-Mubarak del Cairo." width="300" height="180" /><p class="wp-caption-text">Due manifestanti al Cairo durante le proteste anti-Mubarak.</p></div>
<p>Avrebbe dovuto dire qualcosa, ai vari Berlusconi,  Sarkozy, Cameron e Merkel, il fatto che il vero tribuno della rivolta  egiziana sia stato <strong>Wahel Ghonim, 30 anni,</strong> un blogger, animatore del  movimento per ricordare un ragazzo ucciso l&#8217;anno scorso da un gruppo di  poliziotti in borghese. E che uno dei dissidenti più seguiti, anzi  inseguiti nell&#8217;arresto e nel carcere dalle organizzazioni  internazionali, sia stato un altrettanto giovane manager egiziano di  Google.</p>
<p>L&#8217;Egitto ha 80 milioni di abitanti che per il 52% hanno meno  di 25 anni. Se volessimo usare uno slogan, diremmo: questo è il  Sessantotto dell&#8217;islam. Più seriamente, in Egitto (come in Tunisia, dove  le sommosse sono partite dal suicidio di un giovane laureato costretto a  fare l&#8217;ambulante, e in tutti gli altri Paesi del Medio Oriente) <strong>milioni  e milioni di giovani non possono più sopportare l&#8217;alternativa secca tra  la dittatura dei vari Ben Ali e Mubarak e la paternalistica spietatezza  dei mullah.</strong> Giovani che, almeno nelle grandi città, conoscono  l&#8217;Occidente e usano le tecnologie (telefonini, internet, social network) per scavalcare agilmente i muri, reali o virtuali, che  la conflittualità permanente fra terrore e terrorismo loro impone.  Un&#8217;Europa degna della propria storia e ancora vitale avrebbe speso tutto  il proprio peso economico e diplomatico per aiutare i ragazzi egiziani a  imboccare la strada della democrazia e del progresso, della libertà e  del liberalismo, cioè per aiutarli ad avvicinarsi a noi.<strong> L&#8217;Europa reale  balbetta, esita, tentenna.</strong> Borbotta di pericolo fondamentalista, senza  far nulla per sventarlo. Un&#8217;Europa che nelle sue espressioni politiche  peggiori addirittura elargisce a Mubarak, come ha fatto Berlusconi,  patetiche patenti di saggezza e lungimiranza.</p>
<p>La fuga di Ben Ali  dalla Tunisia e quella, molto probabile, di Mubarak dall&#8217;Egitto segnano  una colossale occasione di democratizzazione per tutto il Medio Oriente.  Mentre guerre ed embarghi hanno comunque prolungato la permanenza al  potere dei peggiori regimi (in Iran oggi ma anche in Iraq al tempo di  Saddam), <strong>questi scossoni generati dalla volontà popolare mettono davvero  in crisi gli apparati di potere. </strong>È questo il momento per innescare un  positivo effetto domino, senza guerre e con sofferenze per noi e per  loro infinitamente minori. I prossimi della lista potrebbero essere lo  Yemen o la Giordania, ma ancor più decisivo sarebbe un rivolgimento  democratico in Libia. Un Maghreb liberato dalla dittatura avrebbe poi  un&#8217;influenza decisiva sul Medio Oriente propriamente detto, sul Libano e  sugli Stati del Golfo. Potrebbe spingere l&#8217;Iraq verso una reale  democratizzazione e dare una mano decisiva agli iraniani.</p>
<p>Ma la  sentenza più importante che esce dai fatti di Tunisi e del Cairo è  questa: <strong>nessuno potrà più descrivere le masse arabe come turbe  fanatiche, facili alla violenza, isteriche, volubili, prive di  personalità, pronte a concedersi al primo turbante di passaggio.</strong> Un&#8217;Europa vincente avrebbe già capito che i ragazzi del Cairo non hanno  nulla da invidiare alla Rivoluzione di velluto dei cechi o a quella  arancione degli ucraini. Ma qualcosa vorrà pur dire, se ci passa sotto  il naso anche il 1989 della sponda Sud del Mediterraneo.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> dell&#8217;11 febbraio 2011</p>
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		<title>MEDIO ORIENTE, LA RISCOSSA DEI GIOVANI</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 16:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una modesta proposta: abolire i servizi segreti, a partire dalla Cia e dal Mossad. La crisi del Medio Oriente, ancora una volta, ha colto di sorpresa le due più potenti e stimate organizzazioni di intelligence, lasciando i rispettivi Paesi in una paralisi politica e organizzativa che può solo preoccupare. Se consideriamo che l&#8217;esercito egiziano è, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una modesta proposta: abolire i servizi segreti, a partire dalla Cia e dal Mossad. La crisi del Medio Oriente, ancora una volta, ha colto di sorpresa le due più potenti e stimate organizzazioni di <em>intelligence</em>, lasciando i rispettivi Paesi in una paralisi politica e organizzativa che può solo preoccupare. Se consideriamo che l&#8217;esercito egiziano è, di fatto, mantenuto dagli Usa e che i rapporti con l&#8217;Egitto (in genere, ma vista anche Gaza) sono decisivi per Israele, la proposta è meno paradossale di quanto sembri.</p>
<p><span id="more-8761"></span></p>
<p><strong>Ho citato gli Usa e Israele perché sono i Paesi che, insieme con l&#8217;Italia, hanno più da perdere e/o da guadagnare</strong></p>
<div id="attachment_8780" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><strong><strong><img class="size-full wp-image-8780" title="egittogiovani" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/egittogiovani.jpg" alt="Giovani manifestanti al Cairo (Egitto)." width="300" height="200" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">Giovani manifestanti al Cairo (Egitto).</p></div>
<p><strong>dallo svolgimento degli eventi nel grande Stato egiziano</strong>. Il sabotaggio al gasdotto del Sinai che fornisce sia Israele (che dall&#8217;Egitto importa il 40% del proprio fabbisogno) sia Giordania ci ricorda, peraltro, che le inquietudini non sono solo politiche. Credo sia più corretto, però, rovesciare la questione. Ci stiamo preoccupando troppo dell&#8217;interesse di questo o quello Stato e troppo poco dell&#8217;interesse delle popolazioni interessate: <strong>solo in Egitto 80 milioni di persone</strong>, altri 32 milioni di Marocco, 36 in Algeria, 6,5 in Libia,più di 4 nei Territori palestinesi e così via, fino ai 23 milioni dell&#8217;Iraq.</p>
<p><strong>Quella a cui stiamo assistendo è, con ogni evidenza, una crisi di sistema</strong>. A prescindere dai risultati di governo, peraltro mai più che mediocri, le monarchie post-coloniali<strong> (Marocco, Giordania e Arabia Saudita)</strong> stanno perdendo la presa, anche se hanno dovuto fare ampie concessioni all&#8217;islam più radicale; e la stessa cosa accade ai regimi laici <strong>(Egitto e Tunisia, ma anche il Sudan della secessione)</strong>, in genere affidati dalle potenze ex coloniali a militari o poliziotti in borghese. Si tende, per pigrizia intellettuale e comodità politica, a dare troppo peso al fondamentalismo islamico. Che esiste,colpisce, è pericoloso. Ma quasi ovunque è una conseguenza del problema, non una causa. Con, forse, una sola eccezione: l&#8217;Arabia Saudita, patria di<strong> Osama Bin Laden</strong>, Paese che finanziò con generosità i talebani, regno del wahabismo come religione di Stato. Regime che noi di solito definiamo, con gran coerenza, &#8220;moderato&#8221;.</p>
<p>Ora i leader chiedono per l&#8217;Egitto una &#8220;transizione moderata&#8221;. Schierano i giornalisti compiacenti per sventolare lo spauracchio</p>
<div id="attachment_8782" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8782" title="netabarack" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/netabarack.jpg" alt="Barack Obama (a sinistra) e Bibi Netanyahu." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Barack Obama (a sinistra) e Bibi Netanyahu.</p></div>
<p>dell&#8217;estremismo islamico. Vedo un leader abile, accorto e di lunga navigazione come l&#8217;israeliano<strong> Bibi Netanyahu</strong> sospirare che &#8220;alle forze estremiste non deve essere permesso di sfruttare il processo democratico per andare al potere e promuovere programmi antidemocratici come in Iran&#8221;. Beh, verrebbe da dire, Bibi mio, non potevi pensarci prima? O credevi che 250 milioni di mediorientali se ne stessero fermi lì, a godersi regimi di ladroni violenti, solo per fare un piacere a te e a Obama?</p>
<p>A mandare in pezzi l&#8217;equilibrio del Medio Oriente non è l&#8217;islamismo ma una forza di lungo periodo, i cui effetti potevano (dovevano?) essere previsti: la bomba demografica. <strong>Ecco una tabellina sulla quota di popolazione sotto i 25 anni d&#8217;età</strong> in una serie di Paesi, con qualche altra caratteristica:</p>
<ul>
<li>Marocco    47% <strong>sotto i 25 anni</strong> -  <strong>livello di corruzione</strong>: 85° su 178 Paesi censiti -<strong> livello di democrazia</strong>: 116° su 167.</li>
<li>Algeria                      35,9%  &#8211; 105°/178   &#8211; 125°/167</li>
<li>Egitto                        52,3%  -  98°/178    -  138°/167</li>
<li>Giordania                54,3%  -  50°/178   -   117°/167</li>
<li>Libia                         47,4%  -  146°/178  -  158°/167</li>
<li>Arabia Saudita     50,8%  -  50°/178   -   160°/167</li>
<li>Tunisia                     42,1%  -  59°/178   -    144/167</li>
</ul>
<p>Con certi dati, questa si può solo definire una bella serie di &#8220;Stati canaglia&#8221;. E con certe percentuali di giovani e giovanissimi era inevitabile che la pentola, prima o poi, sparasse fuori il coperchio. Come succede periodicamente in Iran, del resto. Quelle masse di ragazzi senza prospettive, pieni di contatti con il mondo (internet, i telefonini, i social network proprio a questo servono) a dispetto di tutti i muri, abbandonati al progetto occidentale di lasciarli in mano a schiere di ladroni e poliziotti, molto semplicemente non ce la fanno più. <strong>L&#8217;errore più grosso che potremmo fare, a questo punto, sarebbe provare a spiegargli che tutto deve tornare più o meno come prima.</strong> Perché i nostri Netanjahu, Sarkozy e Berlusconi possano tornare ad affidarsi ai serviazi segreti anche per sapere se fuori piove. Questo, sì, sarebbe il modo perfetto per regalarli a quell&#8217;estremismo islamico da cui ancora riescono a tenersi lontani.</p>
<p>(fonti dei dati: <a href="http://www.transparency.org" target="_blank">Transparency International</a>; <a href="http://graphics.eiu.com/PDF/Democracy_Index_2010_web.pdf" target="_blank">Democracy Index</a>)</p>
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		<title>L&#8217;ITALIA IN EGITTO: COOPERAZIONE E ARMI</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 11:51:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Bretagna]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[DI ALBERTO CHIARA E FULVIO SCAGLIONE Settimi in assoluto, dopo gli Usa e alcuni grandi organismi come la Banca mondiale, l&#8217;Unione europea o il variegato sistema delle Nazioni Unite, nonché alle spalle della Germania: nel 2008, l&#8217;Ocse, ovvero l&#8217;Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, collocava il nostro Paese ai vertici della graduatoria di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DI ALBERTO CHIARA E FULVIO SCAGLIONE</p>
<p><strong>Settimi in assoluto, dopo gli Usa e alcuni grandi  organismi come la Banca mondiale, l&#8217;Unione europea o il variegato  sistema delle Nazioni Unite, nonché alle spalle della Germania</strong>:  nel 2008, l&#8217;Ocse, ovvero l&#8217;Organizzazione per la cooperazione e lo  sviluppo economico, collocava il nostro Paese ai vertici della  graduatoria di chi aiutava l&#8217;Egitto a lottare contro la povertà che  ancora affligge certe aree del Paese e a migliorare nei campi della  sanità, dell&#8217;ambiente, della tutela dei beni storico-culturali,  dell&#8217;integrazione sociale. <strong>L&#8217;Italia è tuttora uno dei primissimi Paesi donatori, con 20 progetti in corso, del valore complessivo di oltre 90 milioni  di euro e un programma di conversione del debito da 100 milioni di  dollari. </strong>Negli ultimi dieci anni la Cooperazione italiana ha destinato al Paese oltre 200 milioni di euro.</p>
<p><span id="more-8728"></span></p>
<div id="attachment_8736" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8736" title="Egyptian_Army" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/Egyptian_Army.jpg" alt="Un soldato dell'esercito egiziano durante un'esercitazione." width="300" height="201" /><p class="wp-caption-text">Un soldato dell&#39;esercito egiziano durante un&#39;esercitazione di tiro nel deserto.</p></div>
<p>Nell&#8217;ultimo vertice bilaterale, svoltosi a Roma il 19  maggio 2010, sono stati stanziati ulteriori aiuti per altri 10 milioni  di euro. Lo scorso settembre, poi, al Cairo, un summit d&#8217;alto livello ha  valutato i buoni effetti del progetto “Alleviamento della povertà:  diritti civili e legali per bambini, adolescenti e giovani donne”  promosso in sette Governatorati dell&#8217;Egitto settentrionale &#8211; con il  contributo della Cooperazione italiana &#8211; per dotare di documenti chi ne  era privo, senza far pagare a nessuno neanche i pochi spiccioli richiesti  dalla procedura normale. <strong>Finora sono stati distributi circa  150.000 documenti, fra certificati di nascita a chi non era mai stato  registrato, e carte di identitá.</strong> Ciò ha consentito a tutta  questa gente di “esistere” formalmente e, soprattutto, di accedere ai  servizi sociali, specialmente a quelli scolastici e sanitari.</p>
<p><strong> Infine, è stato versato nelle casse della Fao il promesso  contributo di 3 milioni di dollari finalizzato a progetti contro la  malnutrizione infantile. </strong>Il prossimo incontro ufficiale tra i due Governi era già stato annunciato con tanto di date (febbraio 2011) e luogo (Luxor).</p>
<div id="attachment_8738" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8738" title="Mappa Egitto" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/Mappa-Egitto-sito.jpg" alt="La &quot;mappa&quot; degli interventi di cooperazione civile dell'Italia in Egitto." width="300" height="212" /><p class="wp-caption-text">La &quot;mappa&quot; degli interventi di cooperazione civile svolti dall&#39;Italia in Egitto.</p></div>
<p><strong>Oltre all&#8217;aiuto civile, però, il nostro Paese è protagonista anche di una consistente collaborazione in campo militare che ora crea più di un imbarazzo.</strong> Per fortuna non al livello degli <strong>Stati Uniti, che ancora l&#8217;anno scorso hanno regalato a Mubarak 1,3 miliardi l&#8217;anno per potenziare l&#8217;esercito e solo 25 milioni di dollari per il sostegno alla società civile</strong>. Però facciamo la nostra parte. Come sottolineato dalla <a href="http://www.disarmo.org" target="_blank">Rete Italiana per il disarmo</a> e dalla <a href="http://www.perlapace.it" target="_blank">Tavola della Pace,</a> nel 2008 abbiamo consegnato all&#8217;Egitto armi per 34 milioni di euro e nel biennio 2008-2009 il governo ha autorizzato contratti per altri 44 milioni di euro. A questo si devono aggiungere 2 milioni di euro di armi leggere (9.767 &#8220;pezzi&#8221;).</p>
<p>Altrettanto, e anche di più, è successo con <strong>l&#8217;Algeria: 62 milioni di euro di armi consegnate nel 2008-2009 e contratti autorizzati per altri 86 milioni.</strong> L&#8217;anno scorso, inoltre, il nostro Governo aveva annunciato la fornitura di all&#8217;Algeria di 30 elicotteri militari (valore 460 milioni di euro), prima tranche di una fornitura complessiva di 114 elicotteri per un valore totale di 2,5 miliardi di euro. In un quadro che vede le esportazioni italiane di armi in forte crescita <strong>(siamo ormai i quinti esportatori del mondo)</strong> è almeno discutibile il fatto che si forniscano armamenti a regimi che certo non corrispondono al dettato della legge 185 del 1990, che vieta l&#8217;esportazione di armi a favore di Paesi &#8220;responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertate dagli organismi internazionali&#8221; o a favore di Paesi in cui le nostre armi &#8220;possano favorire situazioni di conflitto e di deperimento della situazione della popolazione civile&#8221;.</p>
<p>Un problema di cui bisogna tener conto, soprattutto nel momento incui le pericolanti autorità egiziane si affidano alla violenza armata per controllare la rivolta della piazza. Di scarsa consolazione è il fatto che altri, in Europa, facciano peggio di noi: <strong>la Germania, nel solo 2009, ha venduto all&#8217;Egitto armi per 77,5 milioni di euro</strong>; la Gran Bretagna, per andare sul sicuro, ha secretato tutti i dati relativi alle proprie esportazioni di armi.</p>
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		<title>SORPRESA: IL MAGHREB BRUCIA, L&#8217;ISLAM NO</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 19:05:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[Certo, a noi italiani si aggiunge la malinconia di un ministro degli Esteri che in Parlamento riferisce dei contatti con l&#8217;importante Stato di Santa Lucia, utili solo a inchiodare il nemico del Capo, e non del terremoto che sconvolge l&#8217;Egitto e l&#8217;intero Maghreb. Ma non è che gli altri abbiano fatto meglio. La Gran Bretagna, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Certo, a noi italiani si aggiunge la malinconia di un ministro degli Esteri che in Parlamento riferisce dei contatti con l&#8217;importante Stato di Santa Lucia, utili solo a inchiodare il nemico del Capo, e non del terremoto che sconvolge l&#8217;Egitto e l&#8217;intero Maghreb. Ma non è che gli altri abbiano fatto meglio. La Gran Bretagna, potenza due volte occupante (1882 e 1956) dell&#8217;Egitto, tace. La Francia, ex potenza coloniale, balbetta a sproposito, prima difende l&#8217;operato del dittatore tunisino Ben Alì e poi fa finta di non averlo mai conosciuto. La Spagna? Non pervenuta. Gli Usa non hanno ancora deciso se mollare Hosni Mubarak al suo destino o difenderlo.</p>
<p><span id="more-8676"></span></p>
<p><strong>I tumulti che scuotono la sponda Sud del Mediterraneo sono, in un certo senso, la chiusura perfetta e beffarda del decennio di George Bush</strong> e della sua amministrazione, delle due guerre (Iraq e Afghanistan) aperta e mai chiuse,</p>
<div id="attachment_8689" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8689" title="TUNISIA-POLITICS-UNREST-" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/tunisia1.jpg" alt="Il presidente (allora) Ben Alì saluta dal manifesto, le strade di Tunisi bruciano." width="300" height="169" /><p class="wp-caption-text">Il presidente (allora) Ben Alì saluta dal manifesto, le strade di Tunisi invece bruciano.</p></div>
<p>dell&#8217;ondata di propaganda e sciocchezze racchiusa nella definizione &#8220;scontro di civiltà&#8221;. Mentre lo scontro di civiltà vero, quello tra il capitalismo sregolato degli Usa e la dittatura morbida della Cina, si snodava fino a quella che pare la vittoria della Cina, noi andavamo in cerca di una presunta incompatibilità dell&#8217;islam con tutto: la libertà, lo sviluppo economico, qualunque minimo senso di umanità. <strong>Fallacismi e altre stupidaggini.</strong> Per ritrovarci oggi con mezzo Mediterraneo che, molto semplicemente, non ne può più di governanti lestofanti e incapaci, piccoli e grandi autocrati che, al posto di guidare Paesi poveri ma potenzialmente prosperi verso lo sviluppo, li chiudono in un sottosviluppo forzato.</p>
<p>Si leggono anche in questi giorni un sacco di banalità. Basterebbe avere il coraggio di ammettere che i tumulti del Maghreb non hanno nulla a che fare con l&#8217;islam né con il fondamentalismo islamico. Le proteste in<strong> Marocco</strong> sono scoppiate per il rincaro del 20% dei generi alimentari, poi annullato dal Governo. In <strong>Algeria</strong> la protesta si è rivolta contro il regime di Bouteflika, che incassa somme enormi con l&#8217;esportazione di gas e petrolio ma ha ancora il 23% della popolazione sotto la soglia della povertà (2 dollari al giorno), e contro uno Stato che dal 1992 governa con lo &#8220;stato d&#8217;emergenza&#8221;. In<strong> Libia</strong>, dove Gheddafi appoggiato su polizia ed esercito, i libici hanno sfidato i fucili perché, dopo essere stati espropriati delle terre, non avevano nemmeno un tetto sotto cui ripararsi. In <strong>Tunisia</strong> la gente si è liberata di Ben Alì, il satrapo ladrone che, con la disoccupazione al 15%, aveva intestato ai propri familiari quasi tutte le attività economiche del Paese. In<strong> Egitto </strong>l&#8217;ira si è rivolta contro Hosni Mubarak, al potere dal 1981, gestore di una finta democrazia che discrimina 10 milioni di cristiani e spende in corruzione il mare di aiuti che arrivano dagli Usa, pari al 10% del prodotto interno lordo del Paese. Che cosa c&#8217;entra l&#8217;islam?</p>
<div id="attachment_8691" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8691" title="maghreb" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/maghreb.jpg" alt="In chiaro i Paesi che compongono il Maghreb." width="300" height="176" /><p class="wp-caption-text">In chiaro i Paesi che compongono il Maghreb.</p></div>
<p>E&#8217; probabile, invece, che i fondamentalisti entrino pesantemente in gioco se in questi Paesi non cambierà nulla di significativo (la Tunisia sembra già avviata su questa strada) e l&#8217;Occidente non farà un gesto d&#8217;umiltà e mostrerà di aver capito la vera lezione degli eventi. Perché bisogna essere scemi a non capire che lanciare la parola d&#8217;ordine della libertà in Medio Oriente, proteggendo poi un lunga serie di dittatori e sfruttatori, è il sistema migliore per incentivare la simpatia verso l&#8217;islam radicale. Se non altro in base al vecchio principio che, se proprio devo sopportare un tiranno, preferisco che sia uno dei miei e non uno scelto da altri.</p>
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		<title>EGITTO E OLTRE: IL TRAMONTO DEI FARAONI</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 13:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Poliziotti in assetto antisommossa, morti per le strade, carceri piene, gente furibonda, i tecnici del regime a caccia dei messaggi lanciati via Twitter o Facebook verso il mondo libero. Ma no, non è l&#8217;Iran degli ayatollah. È l&#8217;Egitto del laico Hosni Mubarak, che comanda dal 1981 a colpi di elezioni fasulle ma che proprio ora, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Poliziotti in assetto antisommossa, morti per le strade, carceri piene,  gente furibonda, i tecnici del regime a caccia dei messaggi lanciati via  Twitter o Facebook verso il mondo libero. Ma no, non è l&#8217;Iran degli  ayatollah. È l&#8217;Egitto del laico <strong>Hosni Mubarak</strong>, che comanda dal 1981 a  colpi di elezioni fasulle ma che proprio ora, dice Hillary Clinton con  gran sprezzo del ridicolo, sarebbe impegnato a «capire come rispondere  alle legittime necessità e agli interessi del popolo».</p>
<p><span id="more-8614"></span></p>
<div id="attachment_8620" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8620" title="EGYPT-PROTEST/" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/egitto.jpg" alt="Un momento delle proteste che hanno sconvolto l'Egitto." width="300" height="190" /><p class="wp-caption-text">Un momento delle proteste che, a partire da Alessandria, hanno sconvolto l&#39;Egitto.</p></div>
<p>Era scontato  che il vento del Maghreb, lo tsunami popolare che ha sconvolto la  Tunisia e incrinato il regime che dal 1992 governa l&#8217;Algeria con lo  «stato d&#8217;emergenza», prima o poi soffiasse anche sull&#8217;Egitto. Ma la  domanda vera è: <strong>perché i «nostri» finiscono per comportarsi come i  «loro», i «buoni» (l&#8217;Egitto, con la Giordania, ha firmato un trattato di  pace con Israele, è un bastione della lotta contro l&#8217;integralismo  islamico) come i «cattivi»?</strong> Perché la democrazia non s&#8217;insedia negli  «Stati canaglia» ma nemmeno negli Stati alleati dell&#8217;Occidente? E  perché, al posto di portarla con la guerra in «quelli» (peraltro senza  gran successo), non proviamo a imporla con la pace in «questi»?</p>
<p><strong>Con  l&#8217;Egitto, e dopo la Tunisia, la questione si avvicina insidiosamente  alle nostre sponde.</strong> Fermo</p>
<div id="attachment_8622" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8622" title="berkumuba" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/berkumuba.jpg" alt="Il presidente egiziano Hosni Mubarak con Silvio Berlusconi." width="300" height="187" /><p class="wp-caption-text">Il presidente egiziano Hosni Mubarak, al potere da trent&#39;anni, insieme con Silvio Berlusconi.</p></div>
<p>restando l&#8217;ancoraggio del Cairo agli Stati  Uniti (l&#8217;Egitto è il secondo Paese al mondo, dopo Israele, per aiuti  diretti americani, che da soli formano il 9% del suo Prodotto interno  lordo; gli Usa valgono l&#8217;8% delle esportazioni e il 10% delle  importazioni egiziane, primo partner commerciale), <strong>l&#8217;Italia è il secondo  recettore al mondo di prodotti egiziani e il quarto esportatore verso l&#8217;Egitto. </strong>La  voce di Washington e di Roma dovrebbe bastare per imporre meno  corruzione, meno familismo, un poco più di libertà (secondo <a href="http://www.rsf.org" target="_blank"><em>Reporters  sans Frontières</em></a>, la libertà d&#8217;espressione in Egitto è al 143° posto su  179 nazioni censite), un poco più d&#8217;efficienza. Ma non succede perché  non proviamo nemmeno a chiederlo.</p>
<p>Tutto oggi viene sacrificato al (o  giustificato con) timore del fondamentalismo islamico, secondo una  strategia che ha innegabili ragioni ma che, al momento, vede il Sud del  Mediterraneo (dal Marocco dei prezzi degli alimentari cresciuti di colpo  del 20% al Libano dominato da Hezbollah) ridotto a una polveriera in  cui persino l&#8217;islamismo ha un ruolo secondario rispetto alla pura e  semplice insoddisfazione della gente.</p>
<div id="attachment_8624" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8624" title="obamamuba" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/obamamuba.jpg" alt="Mubarak con Barack Obama." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Mubarak con Barack Obama.</p></div>
<p>Scontiamo in questo una  politica estera che non ha quasi mai considerato il Medio Oriente un  soggetto ma quasi sempre un oggetto, un bene. Da gestire ma non da  valorizzare. L&#8217;Egitto occupato nel 1882 dall&#8217;Inghilterra indebitata, il  rovesciamento del governo Mossadeq in Iran (1951-1953) che voleva  nazionalizzare il petrolio, l&#8217;invasione anglo-francese del Canale di  Suez nel 1956, il sostegno offerto e ritirato a Saddam Hussein e a una  schiera di altri satrapi orientali, sono stati i segnali di un marchio  di sfiducia apposto a priori a un&#8217;intera regione. <strong>C&#8217;entrano gli  interessi economici assai più che l&#8217;islam.</strong> Quello stesso islam che non  ostacola né sviluppo economico di altri Paesi musulmani (per esempio  l&#8217;Indonesia, il più popoloso al mondo) né i nostri rapporti commerciali  con essi.</p>
<p>Dai tumulti di queste settimane il Maghreb può uscire in  due modi.<strong> Riaffidandosi a proconsoli come i vari Ben Alì e Mubarak, che  barattano la battaglia agli estremisti islamici per un&#8217;economia di  rapina.</strong> Cioè spostando il problema un po&#8217; più in là e intanto facendolo  incancrenire. Oppure svoltando verso un minimo di partecipazione  popolare e di giustizia sociale. Per questo, però, siamo essenziali noi.  È ora di muoversi.</p>
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		<title>DALL&#8217;IRAQ ALL&#8217;EGITTO, BRUCIANO LE CHIESE</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2011 16:13:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
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		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; difficile stabilire se l&#8217;attentato suicida che ha fatto 22 morti davanti alla chiesa dei Santi, nel quartiere Sidi Bishr di Alessandria d&#8217;Egitto, abbia realmente qualche connessione con le farneticanti minacce che l&#8217;ala irachena di Al Qaeda aveva recapitato, meno di un mese fa, all&#8217;arcivescovo di Kirkuk (in Irak, appunto), monsignor Louis Sako. Nè se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">E&#8217; difficile stabilire se l&#8217;attentato suicida che ha fatto 22 morti davanti alla chiesa dei Santi, nel quartiere Sidi Bishr di Alessandria d&#8217;Egitto, abbia realmente qualche connessione con le farneticanti minacce che l&#8217;ala irachena di <strong>Al Qaeda</strong> aveva recapitato, meno di un mese fa, all&#8217;arcivescovo di Kirkuk (in Irak, appunto), <strong>monsignor Louis Sako</strong>. Nè se i colpi inferti proprio alle chiese (sia in Irak sia in Egitto, appunto) rispondano a un piano preordinato o siano solo il frutto della necessità del momento.</p>
<p><span id="more-8161"></span></p>
<div id="attachment_8166" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8166" title="CHIESAxcxcx" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/CHIESAxcxcx.jpg" alt="I resti dell'autobomba usata ad Alessandria d'Egitto per l'attentato contro la chiesa dei Santi." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">I resti dell&#39;autobomba usata ad Alessandria d&#39;Egitto per l&#39;attentato contro la chiesa copta dei Santi.</p></div>
<p>In quell&#8217;occasione, a Kirkuk, i terrosti avevano fatto riferimento al caso di alcune donne musulmane che i cristiani copti d&#8217;Egitto avrebbero convertito a forza, per poi tenerle recluse in un monastero nel deserto del Sinai. E avevano per questo minacciato i cristiani iracheni. <strong>La strage, invece, si è abbattuta sui cristiani egiziani, lasciando uno strascico di scontri</strong> tra cristiani esasperati e polizia nella stessa Alessandria. I copti, va ricordato, avevano pianto una vittima anche pochi giorni prima di Natale, quando erano dovuti scendere in strada, al Cairo, per protestare contro il blocco imposto alla costruzione di una chiesa e la polizia aveva ucciso uno dei manifestanti.</p>
<p>Detto dell&#8217;impossibilità di accertare se Al Qaeda sia ancora qualcosa di più di un marchio di fabbrica e se davvero le sue azioni rispondano a una <strong>strategia internazionale (nel qual caso la domanda vera sarebbe: chi la delinea? Chi la dirige?)</strong>, resta però il fatto, indiscutibile, che la galassia del terrorismo islamico mantiene intatta la capacità di infilarsi in ogni piccola crepa che si manifesti in qualunque Paese del Medio Oriente e dell&#8217;Africa.</p>
<p>Un paio d&#8217;anni fa temevamo che si riaccendesse l&#8217;Algeria. Poi ci è stato spiegato che la Somalia stava diventando un nuovo Afghanistan. Quindi è toccato allo Yemen. <strong>Infine, e all&#8217;apparenza di colpo, si sono riaccesi l&#8217;Irak e l&#8217;Egitto.</strong> <strong>In realtà il terrorismo va a colpire dove percepisce una debolezza strutturale da sfruttare.</strong> L&#8217;Irak, sarà bene ricordarlo, è rimasto per nove mesi senza Governo. E quando finalmente è nato, il secondo Governo di Al Maliki si è presentato come un <em>pastiche</em> di influenze varie (anche straniere: Siria, Iran, Arabia Saudita), destinato a durare soprattutto in virtù della propria impotenza. Per  far esplodere la tensione, <strong>i cristiani iracheni sono un bersaglio ideale:</strong> pochi (dal 2003 la comunità cristiana si è dimezzata: da circa 850 mila a poco più di 400 mila persone), deboli, privi di qualunque protettore o padrino politico. Immobili e inermi, impossibilitati persino a vendicarsi.</p>
<p><strong>In Egitto la situazione è analoga.</strong> Il presidente <strong>Hosni al Mubarak</strong> dirige il Paese dal 1981. Le elezioni politiche del dicembre 2010 sono state l&#8217;ennesima farsa, con l&#8217;unica vera opposizione (purtroppo quella a sfondo islamico che si raduna intorno ai Fratelli Musulmani) espulsa dalle liste elettorali. I cristiani copti sono numerosi <strong>(tra 6 e 10 milioni di egiziani sui 70 complessivi; 6 secondo il governo, 10 secondo la loro Chiesa)</strong> ma restano cittadini di serie B, con diritti limitati e un&#8217;intolleranza sociale da parte della maggioranza musulmana a malapena compressa. Anche qui come in Irak: colpire i cristiani è facile e produce risultati sicuri in un Paese in cui la strategia della tensione, più ancora che a loro, mira a Mubarak e alla sua finzione di democrazia.</p>
<p>In ogni caso ha ragione <strong>papa Benedetto XVI</strong>: la persecuzione dei cristiani, ha sottolineato durante la messa del primo dell&#8217;anno, necessita di azioni concrete. Basta con le parole e con i proclami. Riconosciamola per quello che è: <strong>una delle grandi emergenze civili del nostro tempo</strong>. Come tale, deve diventare oggetto dell&#8217;interesse e soprattutto dell&#8217;intervento delle istituzioni internazionali, tanto come lo è, per fare qualche esempio, il conflitto tra israeliani e palestinesi o il progetto nucleare dell&#8217;Iran.</p>
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		<title>DALL&#8217;IRAQ ALL&#8217;EGITTO, ELEZIONI O FARSA?</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Nov 2010 22:23:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Domani si vota in Egitto. Vedremo come andrà a finire, se i Fratelli Musulmani otterranno un risultato migliore di quello del 2005, quando raccolsero il 20% dei seggi parlamnentari a dispetto del bando che tuttora impedisce loro di presentarsi come partito politico autonomo. Intanto, possiamo dare un&#8217;occhiata a che cos&#8217;è successo altrove, in altre parti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Domani si vota in Egitto. Vedremo come andrà a finire, se i Fratelli Musulmani otterranno un risultato migliore di quello del 2005, quando raccolsero il 20% dei seggi parlamnentari a dispetto del bando che tuttora impedisce loro di presentarsi come partito politico autonomo. Intanto, possiamo dare un&#8217;occhiata a che cos&#8217;è successo altrove, in altre parti del Medio Oriente dove si sono tenute elezioni passabilmente regolari e passabilmente democratiche.</p>
<p><span id="more-7727"></span></p>
<div id="attachment_7732" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7732" title="Egitto elezioni" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/Egitto-elezioni.jpg" alt="L'affissione di manifesti elettorali in Egitto." width="300" height="180" /><p class="wp-caption-text">L&#39;affissione di manifesti elettorali in Egitto.</p></div>
<p><strong>In Bahrein, per esempio. Al voto ha partecipato il 76% degli aventi diritto e l&#8217;opposizione sciita ha vinto, ottenendo il 45% dei voti</strong>. Una rivoluzione democratica? Ma no, tranquilli. Non è cambiato nulla. Il re, sua maestà <strong>Hamad bin Isa al Khalifa</strong>, ha il diritto di nominare una Camera Alta che può bloccare le leggi votate dalla Camera Bassa (quella, appunto, per cui si vota), e comunque il Governo è presieduto da suo figlio Khalifa. <strong>Altro caso: la</strong></p>
<div id="attachment_7734" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><strong><strong><img class="size-thumbnail wp-image-7734" title="BahreinRe" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/BahreinRe-150x150.jpg" alt="Hamad bin Isa al Khalifa, re del Bahrein." width="150" height="150" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">Sua maestà Hamad bin Isa al Khalifa, re del Bahrein.</p></div>
<p><strong>Giordania</strong>. Intanto, ha una legge elettorale (quella basata sul <em>Single Non Transferable Vote</em>, per cui l&#8217;elettore ha un solo voto da spendere per un solo candidato e nessun voto di partito) che pare fatta apposta per favorire pastette e e accordi sottobanco, e infatti è adottata in tutto da tre Paesi al mondo.  Poi è quasi sempre boicottata dalle opposizioni, in particolare dal <strong>Fronte islamico d&#8217;azione</strong>, la versione giordana dei Fratelli Musulmani, quindi finisce com&#8217;è finita anche quest&#8217;amnno: i 120 parlamentari, a parte il caso di qualche indipendente, sono tutti filo-governativi. La cosa piace tanto agli elettori che nella capitale Amman la percentuale di coloro che sono andati a votare si è fermata al 34%.</p>
<p><strong>Per finire, l&#8217;Iraq. Come sappiamo, voto a marzo, vittoria dei partiti sciiti d&#8217;opposizione su quelli sciiti di governo, otto mesi di vacanza del potere, infine tutto come prima.</strong> Sconfitta o no, chi governava prima del voto governa anche ora. come ha detto in un dibattito Tv <strong>Shadi Amid</strong>, capo ricercatore del <a href="http://www.brookings.edu/doha.aspx" target="_blank"><em>Brookings Doha Center</em></a> americano, &#8220;sarebbe ora di farsi con schiettezza una domanda difficile: ci crediamo davvero, in questa democrazia&#8221;? Si apre ovviamente il dibattito se la democrazia sia compatibile con l&#8217;islam. Più cinicamente, qualcuno potrebbe dire che una democrazia di facciata, in certi Paesi, è sempre meglio di una democrazia che porterebbe al potere (com&#8217;è già successo, per esempio, in Algeria negli anni Novanta) i movimenti islamisti come i Fratelli Musulmani.</p>
<p>Tutto vero, tutto ragionevole. <strong>Stanno però crescendo generazioni di giovani arabi alle quali risulta sempre più difficile da accettare lo scarto tra ciò che l&#8217;amicizia con l&#8217;Occidente promette e ciò che poi realizza</strong>. Tra la democrazia descritta e quella applicata. Se tutto si risolve in un po&#8217; di cartelloni elettorali, per poi ritrovarsi al potere gli stessi autocrati di sempre (Mubarak, in Egitto, comanda dal 1981) o qualche re spendaccione, è inevitabile che si sentano truffati. Stiamo preparando gli estremisti di domani? Forse non ancora. Ma un pensierino in proposito dovremmo pur farlo.</p>
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