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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Gazprom</title>
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		<title>L&#8217;EUROPA PAGA L&#8217;UCRAINA PERCHE&#8217; NON BLOCCHI IL GAS GIA&#8217; PAGATO ALLA RUSSIA. NON E&#8217; UNO SCHERZO</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 16:47:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Della serie: le notizie che raccontano solo gli altri. Come tutti sanno, ogni anno l’Ucraina si ritrova alle prese con il problema del gas russo. Il 100% degli approvvigionamenti ucraini, infatti, arriva dalla Russia, che fino a due anni fa faceva alla sua vicina di confine un prezzo di tutto favore rispetto al mercato mondiale. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Della serie: le notizie che raccontano solo gli altri. Come tutti sanno, ogni anno l’Ucraina si ritrova alle prese con il problema del gas russo. Il 100% degli approvvigionamenti ucraini, infatti, arriva dalla Russia, che fino a due anni fa faceva alla sua vicina di confine un prezzo di tutto favore rispetto al mercato mondiale. Poi la pacchia è finita, Mosca ha cominciato a chiedere a Kiev il pagamento degli arretrati (miliardi di euro), ha imposto un prezzo maggiorato (ma ancora inferiore a quello che, per esempio, paghiamo noi) e i due Paesi hanno cominciato a litigare.</p>
<p><span id="more-696"></span><br />
      <strong>Il problema è che l’80% del gas naturale destinato all’Europa</strong> passa per le condotte che scorrono in terra ucraina. Quando non hanno più potuto pagare, gli ucraini hanno pensato bene di prendersi il gas destinato all’Europa, e i russi hanno pensato altrettanto bene di chiudere i rubinetti. Da qui l’interruzione delle nostre forniture del gennaio scorso, la seconda in tre anni e la più lunga nella storia d’Europa, con relativi allarmi. Ed ecco la notizia comparsa sui giornali americani. Un paio di mesi fa <strong>Gazprom</strong>, il colosso statale russo del gas e del petrolio, ha fatto cortesemente sapere alle autorità dell’Unione Europea che <strong>Naftogaz</strong> (l’equivalente ucraino di Gazprom) non aveva più un lira e che andando di questo passo (ci sono 600 milioni di dollari da pagare entro venerdì) con ogni probabilità quest’inverno si ripeterà la crisi del gennaio 2008.<br />
      <strong>Che fare? L’Unione Europea</strong> ha avuto questa pensata: al posto degli ucraini paghiamo noi. Si è  formato un pool di grandi banche internazionali che ha messo insieme un fondo di 1,7 miliardi di dollari con i quali l’Ucraina dovrebbe pagare almeno parte dei debiti con la Russia e intanto ristrutturare in modo radicale il suo disastrato settore energetico. La Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (Bers) metterà 300 milioni di dollari per tappare i buchi più urgenti; la Banca Mondiale 500 milioni per aiutare i cittadini ucraini; la Banca europea di Investimento altri 450 milioni in prestiti a lungo termine per la ristrutturazione degli impianti. Allo stesso scopo, altri 450 milioni di dollari sono già pronti presso la Bers, ma l’Ucraina potrà ritirarli solo a partire dal 2010.<br />
      <strong>Insomma: se il prossimo inverno vogliamo avere il gas</strong> per cui paghiamo la Russia, dobbiamo pagare l’Ucraina. Dentro questa grottesca situazione ci sono alcune possibili considerazioni. Per esempio:<br />
<strong>1. i prestiti</strong> (chiamiamoli così, anche se tutti sanno che quei soldi non torneranno mai indietro) sono condizionati a una serie non meglio precisata di riforme finanziarie e industriali. Intanto, i soldi fluiranno anche se gli ucraini non rispetteranno gli impegni, l’Europa è troppo terrorizzata da un altro blocco delle forniture. Secondo: perché il duo presidente Jushenko – premier Timoshenko dovrebbe fare adesso le riforme che in un decennio non ha saputo fare? Terzo: una delle condizioni della Ue è che il Governo aumenti i prezzi del gas al consumo. L’anno prossimo in Ucraina ci sono le elezioni presidenziali: ce lo vedete voi Jushenko, già in crisi di consenso e in lotta con la Timoshenko che si candiderà contro di lui, gravare a quel modo i cittadini-consumatori?<br />
<strong>2. da anni</strong> si sente parlare del vero o presunto “imperialismo energetico” della Russia. E questo che cos’è? Per carità, so benissimo in quali condizioni l’Ucraina è uscita dall’Urss e com’è stata amministrata dopo. Resta il fatto che l’Europa paga l’Ucraina affinché la situazione debitoria dell’Ucraina stessa (o la sua propensione a fregarsi il gas altrui) non ci procuri un disastroso blocco economico.<br />
<strong>3. gli ingenui</strong> ma entusiasti sostenitori della Rivoluzione arancione, che cosa ci raccontano adesso di bello? E soprattutto: che cosa pensano che potrebbero raccontare agli ucraini, ai quali resta l’alternativa tra il freddo e i prezzi da strozzo?</p>
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		<title>LA POLITKOVSKAJA E I GIOCHI DI POTERE ALL&#8217;OMBRA DEL CREMLINO</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jun 2009 21:45:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La sentenza con cui la Corte Suprema russa ha annullato l’assoluzione già concessa ai tre ceceni accusati di aver ucciso (il 7 ottobre 2006) la giornalista Anna Politkovskaja, smentisce molte facili conclusioni e conferma diverse sgradevoli sensazioni. Tra le prime, la convinzione (ridicola ma diventata assioma) che la Politkovskaja fosse stata assassinata per ordine di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 10pt" class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt"><font face="Calibri">La sentenza con cui la Corte Suprema russa ha annullato l’assoluzione già concessa ai tre ceceni accusati di aver ucciso (il 7 ottobre 2006) la giornalista Anna Politkovskaja, smentisce molte facili conclusioni e conferma diverse sgradevoli sensazioni. Tra le prime, la convinzione (ridicola ma diventata assioma) che la Politkovskaja fosse stata assassinata per ordine di Vladimir Putin, deciso a farla tacere sulle atrocità dell’esercito russo in Cecenia. Dimenticando alcuni fatti peraltro banali: il Cremlino ha ben altri mezzi per “silenziare” i media sgraditi (il canale privato Ntv, per esempio, fu rilevato dal colosso statale Gazprom e rimesso in linea senza sparare a nessuno); la <strong>Politkovskaja</strong> scriveva per un periodico (<em>Novaja Gazeta</em>) che aveva e ha tiratura limitata a poche decine di migliaia di copie e un pubblico di intellettuali di Mosca e San Pietroburgo comunque ostili all’ex agente del Kgb Putin; e che l’opinione pubblica russa ha sempre appoggiato il proposito a suo tempo espresso da Putin con uno slogan di rara eleganza: “Li colpiremo anche al cesso”.</font></span></p>
<p><span style="font-size: 14pt"><font face="Calibri"><span id="more-625"></span></font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 10pt" class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt"><font face="Calibri">      </font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 10pt" class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt"><font face="Calibri">      <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/06/politkovskaja1.gif" alt="politkovskaja1.gif" />  </font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 10pt" class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt"><font face="Calibri">      <strong><em>Una delle ultime immagini di Anna Politkovskaja alla sua scrivania nella redazione della Novaja Gazeta.</em></strong></font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 10pt" class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt"><strong></strong></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 10pt" class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt"><font face="Calibri"><strong>      Poche settimane dopo la morte della Politkovskaja</strong>, ebbi occasione di intervistare il marito, Aleksandr Politkovskij, ai tempi della <em>perestrojka</em> una star del giornalismo televisivo. Aleksandr era convinto che il mandante dell’omicidio andasse cercato tra i ceceni del clan Kadyrov (il presidente filo-russo della Cecenia) o tra gli alti gradi dell’esercito russo, sulla cui corruzione la giornalista stava appunto indagando. “Putin non c’entra”, disse con decisione. Quest’ultima sentenza sembra confermare la tesi che la decisione di eliminare la Politkovskaja sia stata un capitolo dell’eterna lotta tra gli apparati che, all’ombra del Cremlino, sgomitano per avere più potere e quindi una fetta maggiore negli affari e nella corruzione di regime. </font></span></p>
<p><span style="font-size: 14pt"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 10pt" class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt"><font face="Calibri">      <strong>Se Putin avesse voluto chiudere la faccenda</strong>, avrebbe potuto trovare un capro espiatorio disposto a prendersi la colpa per essere poi liberato (o eliminato) qualche tempo dopo, a pubblico distratto. La cosa che meno gli conviene è quella che si produce ora: processo da rifare, mesi se non anni di polemiche, la figura della Politkovskaja agitata anche all’estero come una clava morale contro gli anni della sua presidenza. Da quest’ultima decisione, invece, si capisce bene che qualcuno ha interesse ad agitare le acque. Perché la <strong>Corte Suprema</strong> non ha chiesto un supplemento d’indagine, come speravano i familiari della Politkovskaja, ma solo che venga ripetuto il processo, con gli stessi imputati e le stesse prove. <strong>Il primo procedimento fu gestito da una corte militare</strong>, ora la magistratura civile ordina di rifare tutto. Forse è un “messaggio“ ma resta difficile da decifrare. Se i militari hanno assolto i colpevoli, il senso è chiaro. Ma se i militari hanno assolto degli innocenti, chi è che li vuole condannati a tutti i costi?</font></span></p>
<p><span style="font-size: 14pt"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 10pt" class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt"><font face="Calibri">      <strong>Non si può equivocare, invece, sulle ragioni</strong> per cui la Politkovskaja sia diventata, da vittima, più influente che da viva e protagonista di un mito che non ha nemmeno sfiorato, invece, le decine di altri coraggiosi giornalisti russi uccisi in questi anni. La memoria delle sue battaglie incombe come l’ombra di Banquo su un Macbeth che in questo caso è una nazione intera, fin troppo pronta a dimenticare, in nome del nazionalismo e del benessere in quel periodo crescenti, <strong>il prezzo atroce pagato alla pacificazione della Cecenia</strong>. Dai ceceni in primo luogo, ovviamente. Ma anche dai russi, visto che per le stragi da inettitudine di Budionnovsk (1995), del Teatro Dubrovka (2002) di Mosca<span>  </span>e di Beslan (2004), per citarne solo alcune, il Cremlino non ha mai offerto né giustificazioni né spiegazioni. </font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 10pt" class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt"><font face="Calibri">Pubblicato su <em>Avvenire</em> del 28 giugno 2009    <a href="http://www.avvenire.it">www.avvenire.it</a></font></span></p>
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		<title>PARLA MEDVEDEV, ECCO IL MANIFESTO DELLA RUSSIA DOPO PUTIN</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jul 2008 22:05:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>      L’intervista che Dmitrij Medvedev, presidente della Federazione russa, ha concesso a una serie di quotidiani dei Paesi del G8 (per l&#8217;Italia al sole 24 Ore), ha certo l’impostazione e il passo di un “manifesto”. Ma il manifesto di che cosa? E soprattutto: di chi? Partiamo da una considerazione. Il piglio di Medvedev nell’affrontare la vigilia di un G8 che sarà dominato <strong>dalla crisi petrolifera e da quella alimentare</strong> fa giustizia, se ce ne fosse stato bisogno, della leggenda secondo cui l’ex presidente di Gazprom non sarebbe altro che una marionetta con i fili tirati da Vladimir Putin.</p>
<p>       Non solo: alcune sue analisi segnano persino un sottile ma oggettivo affinamento strategico rispetto a qualche tempo fa. Putin reclamava il diritto della Russia a entrare nel Wto, <strong>Medvedev chiede la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali</strong>. L’uno si proponeva come interlocutore a pieno titolo degli Usa, <strong>l’altro ridimensiona il ruolo internazionale di Washington</strong> dicendo che “un intero sistema non può essere ancorato agli interessi di un solo Paese e della sua valuta”. L’ex agente del Kgb teorizzava lo sfruttamento delle risorse naturali della Russia come via alla ricostruzione dello Stato e del suo potere, l’ex petroliere <strong>propone una “politica energetica della Russia</strong>” a livello internazionale, dando per acquisita la fase precedente e quasi snobbando il peso dell’Opec. Medvedev dice qui, e quasi senza parere, una cosa importante: per petrolio e gas serve un patto tra produttori, consumatori e Paesi di transito. Significa ridistribuire le zone d’influenza politica nel mondo, oggi a favore del primo consumatore del pianeta, gli Usa. A Washington sarà di sicuro suonato qualche campanello.<br />
       La presidenza di Medvedev, dunque, si propone in rigorosa continuità con quella di Putin ma come se avesse obiettivi più vasti e impegnativi. Putin ha restaurato i muri e rimesso in ordine la casa, <strong>Medvedev vuole rifare il tetto, allargare il giardino e stabilire nuovi rapporti con i vicini di casa</strong>. In questo senso davvero la sua intervista è un manifesto della Russia a venire. Resta la seconda domanda: per conto di chi parla Medvedev? Il sistema di potere che da un decennio regge la Russia è ormai ben collaudato. Lo dimostra il giro di walzer di queste settimane, con l’ex premier (ed ex capo della polizia tributaria) <strong>Zubkov</strong> che diventa presidente di Gazprom, l’ex presidente di Gazprom <strong>Medvedev</strong> che arriva al Cremlino, l’ex presidente <strong>Putin</strong> che torna a fare il primo ministro.<br />
       L’ha inventato Putin? No. Fu forgiato alla fine degli anni Novanta nella San Pietroburgo del <strong>sindaco Sobciak</strong>, dall’alleanza tra i liberali più disincantati e i tecnocrati dei servizi di sicurezza che presentivano la fine della <em>perestrojka</em>. Putin era il vice di Sobciak, Medvedev aveva lavorato alla campagna elettorale del sindaco, Zubkov era sempre rimasto nella regione di San Pietroburgo ed era poi finito nell’ufficio di Putin. Sono la generazione politica scelta e avviata al comando dal patto tra le due grandi forze della Russia di sempre: <strong>i controllori dei pilastri del potere</strong> (i servizi di sicurezza) e <strong>i gestori delle ricchezze naturali</strong> di un’economia che è statale per definizione e lo era anche prima dell’Urss.<br />
       Stupisce poco che Medvedev esalti lo Stato di diritto e insieme lo Stato forte, la Repubblica presidenziale a discapito di quella parlamentare, e non trovi in questo contraddizione. La generazione sua, di Putin, di Zubkov, si è forgiata in <strong>tre disgregazioni consecutive: dell’Urss, della <em>perestrojka</em> e dei primi governi liberali</strong>. E’ l’ossessione che li insegue e che fa dell’unità della Russia (la Cecenia insegna) il più rigido dei loro punti di riferimento.</p>
<p>Pubblicato su <em>Avvenire</em> del 4 luglio 2008    <a href="http://www.avvenire.it">http://www.avvenire.it</a></p>
<p>Per l&#8217;intervista al presidente Medvedev: <a href="http://www.ilsole24ore.com/">http://www.ilsole24ore.com/</a></p>
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		<title>LA RUSSIA ESCE DAGLI EUROPEI DI CALCIO MA RIENTRA NELLO SPORT CHE CONTA</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jun 2008 21:29:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[     La squadra di Andrei Arshavin e Roman Pavljucenko, e dell’allenatore giramondo Gus Hiddink, è stata eliminata dagli Europei, ma non dobbiamo farci illusioni: con il calcio russo ci toccherà ancora fare i conti. La ragione è semplice: il gioco più popolare del mondo è un ottimo strumento per fare “pubblicità” al Paese e le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>     La squadra di Andrei Arshavin e Roman Pavljucenko, e dell’allenatore giramondo Gus Hiddink, è stata eliminata dagli Europei, ma non dobbiamo farci illusioni: con il calcio russo ci toccherà ancora fare i conti. La ragione è semplice: il gioco più popolare del mondo è un ottimo strumento per fare “pubblicità” al Paese e le autorità russe lo hanno capito benissimo.<br />
      Quest’anno lo <em>Zenit</em> di San Pietroburgo ha vinto la Coppa Uefa, eliminando tra l’altro in semifinale il Bayern Monaco di <strong>Luca Toni e Franck Ribery</strong>. Vai a vedere chi è il proprietario della squadra e scopri che si tratta di GazpromBank, la banca dell’enorme conglomerato statale del gas e del petrolio. Vai a vedere chi è lo sponsor principale e scopri che si tratta di Gazprom stessa. Come dire che <strong>il Cremlino possiede e sponsorizza la squadra russa che si è fatta più onore in Europa</strong>.<br />
      Nel 2005 la Coppa Uefa l’aveva vinta il <em>Cska</em> di Mosca, a quell’epoca munificamente sostenuto da <strong>Roman Abramovic</strong>, il proprietario del <em>Chelsea</em>, l’ex pigmalione di José Mourinho. Nello stesso periodo Abramovic era diventato governatore della Ciukotka, l’enorme regione siberiana separata dall’Alaska da uno stretto del Mare di Bering. Una carica a cui non si accede se si è nemici, come qualcuno ancora dice, dell’inquilino del Cremlino, in quel caso <strong>Vladimir Putin</strong>. E infatti gli attuali sponsor del <em>Cska</em> sono la <em>VneshekonomBank</em> (la Banca per il Commercio Estero) e il ministero della Difesa (il <em>Cska</em> era in epoca sovietica la squadra delle forze armate). E via così: il <em>patron </em>dello <em>Spartak</em> di Mosca (ai tempi dell’Urss la squadra dei sindacati) è <strong>Leonid Fedun</strong>, vicepresidente della Lukoil che nei giorni scorsi, per 1,3 miliardi di euro, ha rilevato il 49% della Erg dei petrolieri italiani Garrone; il gruppo siderurgico-finanziario MetalloInvest sponsorizza la <em>Dinamo</em>, le ferrovie russe (ovvio!) il <em>Lokomotiv</em>.<br />
       Questo non è il frutto del caso o di un’improvvisata munificenza dei cosiddetti “oligarchi”. E’ piuttosto il frutto di una politica concordata, come sempre, tra gli oligarchi e il Cremlino. <strong>Risollevare le sorti dello sport russo</strong>, e riproporlo all’estero come uno dei tanti simboli della rinascita russa, <strong>è uno dei doveri, e nemmeno il più spiacevole, che i “nuovi ricchi” hanno accettato di assumersi in pegno del loro patriottismo e soprattutto in cambio della non ostilità del Cremlino</strong>. L’apoteosi di questo gioco di squadra si avrà nel 2014, quando a Soci (sul Mar Nero) si svolgeranno le Olimpiadi invernali, <strong>il più importante evento sportivo celebrato in Russia dalle Olimpiadi del 1980</strong>, peraltro boicottate dagli Usa per la fresca (1979) invasione sovietica dell’Afghanistan. L’investimento previsto per impianti sportivi ma anche infrastrutture di uso civile sfiora i <strong>10 miliardi di euro</strong>, ben più del doppio di quanto speso per le Olimpiadi invernali di Torino 2006. Vladimir Putin, Presidente quando alla Russia furono assegnati i Giochi, pretese che un terzo degli investimenti venisse da tasche private, vale a dire dai soliti megaindustriali e superfinanzieri. E i tanto temuti oligarchi, presentando anche ottime possibilità di business, si affrettarono a dire sì.</p>
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		<title>DE PROFUNDIS PER IL VECCHIO DOLLARO</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jun 2008 21:40:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Sì, insomma, con il titolo mi sono fatto un po’ prendere la mano. Però i segnali di un forte ridimensionamento del potere internazionale del dollaro ci sono tutti, e sono pure abbastanza evidenti. Dmitrij Medvedev, presidente della Russia e soprattutto ex presidente del colosso dell’energia Gazprom, al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Sì, insomma, con il titolo mi sono fatto un po’ prendere la mano. Però i segnali di un forte ridimensionamento del potere internazionale del dollaro ci sono tutti, e sono pure abbastanza evidenti. Dmitrij Medvedev, presidente della Russia e soprattutto ex presidente del colosso dell’energia Gazprom, al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha duramente attaccatogli Usa, accusandoli di avere ambizioni superiori alle capacità sia politiche sia economiche.</p>
<p>     L’anno scorso, allo stesso Forum, <strong>Vladimir Putin</strong> aveva lanciato (ma dovrei forse dire “rilanciato”, perché era un vecchio progetto dell’Iran khomeinista) l’idea di <strong>una Borsa del petrolio con il greggio quotato non più in dollari ma in euro</strong>. Ieri <strong>Aleksej Miller</strong>, amministratore delegato di Gazprom, ha parlato di una Borsa del gas con i prezzi in rubli. E <strong>Boris Gryzlov</strong>, presidente della Duma (la Camera bassa del Parlamento russo) ha addirittura accennato a una Borsa dell’acqua, sempre in rubli.<br />
     Sogni di gloria, certo, e poco più. O no? Un anno fa <strong>il Kuwait</strong> (che non solo è uno dei maggiori produttori di petrolio del mondo, ma anche l’unico Paese al mondo che abbia il 25% del territorio occupato da basi militari Usa) decise di sganciare la propria valuta (il dinaro) dal dollaro e di agganciarla invece a un paniere di monete. La stessa decisione potrebbe a breve termine essere presa dall’intero <strong>Consiglio di Cooperazione del Golfo</strong> (creato nel 1981, comprende parte Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar e Emirati Arabi Uniti), ormai terrorizzato alla prospettiva di andare avanti col cambio fisso del dollaro che vige in pratica da trent’anni.<br />
      Potete ben capire quanta voglia abbiano i Paesi del Golfo, filo-americani come nessun altro nel mondo, di prendere decisioni che possono spiacere a Washington. Con l’indebolimento della moneta Usa, però, si sono trovati e importare inflazione come mai prima. Siamo in media sul 9% <strong>(dal 12,8% del Qatar al 5,3% dell’Oman)</strong> secondo i dati ufficiali, a circa il doppio secondo le valutazioni ufficiose. Con il contorno di agitazioni sociali inedite e pericolose, come le sommosse dei lavoratori indiani e pakistani, che sono pagati con le monete dei Paesi del Golfo ma sono poi costretti a fare le loro rimesse a casa in valute, come appunto quella indiana, che si stanno invece rafforzando.<br />
       Il dollaro debole, anzi debolissimo, è un’invenzione della Federal Reserve per stimolare i consumi e la domanda interna, oltre che le esportazioni. E’ quella politica valutaria che pochi giorni fa <strong>Sergio Marchionne</strong>, amministratore delegato del gruppo Fiat, ha definito “criminale”. Succede, però, che i consumi degli americani non risalgono, che l’industria Usa ha perso altri <strong>49 mila posti di lavoro in maggio</strong>, che la crisi di fiducia degli americani è profonda come solo nel 1929 e nel 1972, gli anni della grandi crisi della Borsa e del petrolio. Quindi, alla fin fine: e se avesse ragione Medvedev?</p>
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		<title>MEDVEDEV E PUTIN IN EUROPA: RUSSIA VECCHIA O RUSSIA NUOVA?</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jun 2008 21:33:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>      Qualche giorno fa Vladimir Putin a Parigi per la sua prima uscita da capo del Governo, due giorni fa Dmitrij Medvedev a Berlino per la sua prima uscita da capo dello Stato. In meno di una settimana, ecco presentarsi all’Occidente la vecchia-nuova Russia, secondo un copione ricco di rimandi. Come proscenio i vertici della Russia hanno scelto Francia e Germania, i Paesi europei da sempre più sensibili alle ragioni del Cremlino (con l’Italia a fare da terzo incomodo) ma anche quelli che due mesi fa mandarono a monte, al summit Nato di Kiev, il progetto di George Bush di far entrare nell’Alleanza la Georgia e l’Ucraina. Sarà un caso ma quasi nelle stesse ore in cui a Berlino Medvedev incontrava la Merkel, a Mosca la Duma proponeva l’uscita della Russia dal Trattato di cooperazione e amicizia con l’Ucraina se il Governo di Kiev si fosse ufficialmente candidato a entrare nella Nato.<br />
      Dmitrij Medvedev, poi, conosce la Germania. Poco da Presidente della Federazione russa, moltissimo da ex Presidente di Gazprom, colosso statale del gas e del petrolio e fornitore che per la Germania vale il 39% del fabbisogno. In quella carica, infatti, <strong>Medvedev trattò con il Governo tedesco la partnership per costruire il gasdotto</strong> che, posato sul fondo del Mare del Nord, permetterà ai due “soci” di saltare i Baltici, la Polonia e l’Ucraina, Paesi per tradizione assai vicini agli Usa. Ed è sua la firma sotto il sontuoso contratto che poi portò <strong>l’ex cancelliere Schroeder</strong> alla presidenza del relativo consorzio. Tendiamo a credere che non sia un caso nemmeno il fatto che Medvedev abbia scelto Berlino per ricordare al mondo che la Russia considera una minaccia lo scudo antimissile e l’allargamento dela Nato, così cari alla Casa Bianca. Putin a Parigi era stato anche più chiaro: “Allargare la Nato”, aveva detto, “significa erigere nuovi Muri di Berlino”.<br />
      Queste e altre considerazioni potrebbero farci credere che la politica russa tenda implacabile a ripetersi. Sarebbe un errore. Con l’arrivo di Medvedev il Cremlino si è rafforzato attraverso un’accorta divisione di ruoli. Il Presidente è il volto giovanile del potere, l’uomo che porta all’estero un’immagine più moderna e tecnocratica della Russia, il manager che ha già conosciuto tutti i <em>decision makers</em> dell’economia occidentale. <strong>L’esperto premier, ex Presidente ed ex specialista dei servizi segreti, può ora dedicarsi al lavoro quotidiano</strong>, all’applicazione concreta e continua della linea politica che ha, da anni ormai, due parole d’ordine: controllo (delle risorse strategiche del Paese) e sviluppo (ovvero ordine e consenso).<br />
      Noi siamo molto attenti ai problemi della libertà d’opinione (Medvedev, benevolo, ha cassato un emendamento alla legge sulla libertà di stampa che prevedeva la chiusura d’autorità dei giornali) ed è giusto che sia così. Ma per farsi un’idea della Russia prossima ventura serve di più considerare <strong>la frustata rifilata agli alti comandi militari</strong>. Putin, appena nominato premier, ha voluto un nuovo ministro della Difesa nella persona di <strong>Anatolyj Serdjukov</strong>. Questi, prima, era il capo del Servizio federale delle Tasse: Putin gli chiede di razionalizzare le spese per la Difesa, in altre parole di mettere un freno a sprechi e ruberie. Medvedev, da presidente e comandante in capo delle Forze armate, ha licenziato il capo di Stato maggiore, generale <strong>Jurij Baluievskij</strong>, e ne ha nominato uno nuovo, il generale <strong>Nikolaj Makarov</strong>. Ci sono stellette che tremano, a Mosca e dintorni. Da un uomo solo al comando al tandem, ed ecco i primi effetti.</p>
<p>Pubblicato su <em>Avvenire</em> del 6 giugno 2008     <a href="http://www.avvenire.it">http://www.avvenire.it</a></p>
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		<title>ENERGIA: L&#8217;ITALIA CORRE, L&#8217;EUROPA NO</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Apr 2008 15:55:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>    E poi qualcuno si stupisce se i Paesi europei più importanti dicono &#8220;no&#8221; a Bush sull&#8217;ingresso nella Nato di Ucraina e Georgia. Non c&#8217;è bisogno di grandi analisti o pseudo-esperti, basta leggere i giornali: la Russia è tornata a essere un fattore importante della politica internazionale. E a Ovest lo è soprattutto per quanto riguarda l&#8217;Europa. E&#8217; il risultato di un processo decennale e forse il frutto più importante della cosiddetta &#8220;era Putin&#8221;, per altro non ancora conclusa. Ma è anche l&#8217;inevitabile conseguenza di un problema nostro: la scarsa coesione dell&#8217;Unione Europea sui temi fondamentali, quelli che mettono in discussione la sovranità e i poteri dei singoli Stati.    Uno di questi temi, forse il più spinoso e urgente, è la politica energetica, che è poi politica anche militare (le ultime discussioni in sede Nato ruotano tutte intorno a Paesi di grande rilevanza per i tracciati degli oleodotti e dei gasdotti), economica, finanziaria, industriale, sociale, insomma politica <span class="Apple-style-span" style="font-style: italic">tout court</span>. Nell&#8217;atteggiamento da tenere nei confronti dei Paesi produttori di gas e di petrolio, l&#8217;Europa va in ordine sparso. E lo fa pure con la Russia, che pure da sola le fornisce circa il 30% del fabbisogno energetico. Ecco qualche esempio. La Germania, al tramonto dell&#8217;era Schroeder, ha firmato con il Cremlino un clamoroso accordo per la costruzione di un gasdotto sottomarino che le darà un indubbio vantaggio nei confronti degli altri Paesi europei. Schroeder fu massacrato dai <span class="Apple-style-span" style="font-style: italic">media</span> per essere diventato presidente del consorzio che pochi mesi prima, da cancelliere, aveva autorizzato, ma Angela Merkel si è ben guardata dal mettere in discussione il progetto. La Bulgaria, altro Paese che dovrebbe mostrare una qualche fedeltà all&#8217;Ue in cui è entrata solo nel 2006, e l&#8217;Ungheria (nella Ue dal 2004) hanno concesso libero passo al tracciato dal gasdotto <span class="Apple-style-span" style="font-style: italic">South Stream</span>, promosso dalla russa Gazprom per portare il gas del Mar Caspio all&#8217;Europa del centro e del Sud, Italia compresa. <span class="Apple-style-span" style="font-style: italic">South Stream</span> non solo è in diretta concorrenza con il gasdotto <span class="Apple-style-span" style="font-style: italic">Nabucco</span>, finanziato dall&#8217;Unione Europea, ma si propone di trasportare anche parte del gas che finora è transitato per l&#8217;Ucraina, riducendo così di molto il potere di interdizione di Kiev nei confronti di Mosca.    Tra i partner di Gazprom nel progetto <span class="Apple-style-span" style="font-style: italic">South Stream</span>, e prima ancora in <span class="Apple-style-span" style="font-style: italic">Blue Stream</span>, c&#8217;è il massimo ente petrolifero italiano, l&#8217;Eni. Ed è una buonissima cosa per l&#8217;Italia (oltre che per la Russia, che condivide un <span class="Apple-style-span" style="font-style: italic">know how</span> tecnologico molto superiore alle sue possibilità odierne), ma forse non per l&#8217;Europa. D&#8217;altra parte anche l&#8217;Enel si appresta a investire in Russia (6,2 miliardi di euro, sempre nel settore dell&#8217;energia). E una delle proposte più clamorose scaturite dall&#8217;incontro del 2 aprile tra Vladimir Putin e una folta delegazione di imprenditori italiani è stata proprio quella di una banca mista italo-russa per finanziare i progetti dei due Paesi nel settore dell&#8217;energia. E&#8217; un buon segno per l&#8217;Italia, anche perché gli scambi commerciali con la Russia valgono ormai (dati 2007) sui 25 miliardi di euro. E l&#8217;Europa? Per ora può attendere.   <a href="http://www.saipem.eni.it">http://</a><a href="http://www.saipem.eni.it">www.saipem.eni.it</a><a href="http://www.saipem.eni.it"></a><a href="http://www.gazprom.com">http: //www.gazprom.com</a><a href="http://www.transneft.ru">http://www.transneft.ru</a><a href="http://www.transneft.ru"></a><a href="http://www.ice.gov.it">http://www.ice.gov.it</a><a href="http://www.ice.gov.it"></a><a href="http://europa.eu">http://europa.eu </a></p>
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		<title>BUSH E PUTIN, IL SUMMIT DELL&#8217;ADDIO</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Apr 2008 19:48:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment-->
<p class="MsoBodyTextIndent">    Incontrarsi e dirsi addio. Il summit Nato di Bucarest (2-4 aprile), la tappa in Ucraina e il successivo incontro con Vladimir Putin sono un bel modo di prendere congedo dall’Europa. In maggio toccherà al Medio Oriente. Dopo di che, a meno di sconvolgimenti imprevedibili, George W. Bush saluterà quella platea internazionale a cui per otto anni ha dato così tanto da fare e da pensare. L’incontro di Bucarest è il più massiccio nella storia dell’Alleanza Atlantica (26 capi di Stato e di Governo più molti rappresentanti di organizzazioni internazionali) e a Kiev i temi toccati saranno di grande importanza (per primo, <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">l’eventuale ingresso dell’Ucraina nella Nato</span>), ma è chiaro che il viaggio ha la sua cifra nell’incontro con Putin e nelle relazioni tra Usa e Russia, mai così dialettiche dopo la fine dell’Urss.</p>
<p class="MsoBodyTextIndent">    <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Bush ha già un piede fuori della Casa Bianca, Putin li ha tutt’e due fuori del Cremlino</span>, anche se con le mani già si issa alla finestra del Governo. L’America osserva la volata tra Clinton, Obama e McCain mentre la Russia va cautamente alla scoperta di Dmitrij Medvedev, che putiniano è di sicuro almeno nello stile: sette anni al vertice della terza azienda più grande del mondo e della cassaforte dello Stato russo (nell’uno e nell’altro caso, Gazprom) e riesce ancora a farsi considerare un “uomo nuovo”. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Sembra che soffi un vento di cambiamento ma sarà meglio non farsi ingannare: cambierà poco, perché immutati restano i problemi</span>. E i protagonisti dovranno adattarsi alla bisogna.</p>
<p class="MsoBodyTextIndent">    Lo dimostra lo stesso summit Nato, dove si discuterà di Afghanistan, di Iraq, di Kosovo, di adesione all’Alleanza di Ucraina e Georgia, dello scudo stellare in costruzione in Polonia. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Ognuno di questi temi, in un modo o nell’altro, intercetta gli interessi strategici di Mosca</span>. Per non parlare dell’attenzione che il vertice Nato da tempo dedica al delicatissimo fronte delle risorse energetiche e della loro distribuzione, più che mai sensibile alla tensione fra le nazioni e agli eventuali conflitti. Mosca, che di tali risorse è fra i padroni, sospetta a sua volta che l’indipendenza del Kosovo (piazzato proprio allo sbocco degli oleodotti e dei gasdotti che dall’Asia Centrale arrivano in Europa) e la campagna per lo scudo stellare siano le clave brandite dagli Usa per “consigliare” alla Russia un uso assennato di tanta ricchezza. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Gli Usa (che col 5% della popolazione consumano il 25% del petrolio bruciato ogni giorno nel mondo)</span> hanno bisogno di energia accessibile e poco costosa; la Russia, al contrario, deve far la preziosa e sperare in prezzi alti. Anche perché proprio col gas e col petrolio finanzia la stabilità sociale e quel poco o tanto di riforma economica che riesce a mandare avanti.</p>
<p class="MsoBodyTextIndent">    C’è anche un altro aspetto, più sottile ma non meno concreto. Nella capacità di regolare i problemi internazionali gli Usa trovano una conferma della validità universale del proprio sistema. Sarà un caso, ma appena è stata messa in dubbio la prima (in Iraq e in Afghanistan, con la Russia e con l’Iran, con il Venezuela e con la Cina) <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">negli Usa hanno cominciato a scricchiolare anche la finanzia e l’economia</span>. Nella capacità di mettere i bastoni tra le ruote agli Usa, al contrario, la Russia trova oggi la conferma di una vocazione storica particolare e la giustificazione a un nazionalismo sempre meno viscerale e sempre più strutturato. Lo scenario non cambierà, dunque. I russi, che non fanno complimenti, lo hanno già capito e hanno messo al posto di Putin un suo clone energetico. Gli americani, che sono svelti e pragmatici, lo capiranno presto e agiranno di conseguenza.</p>
<p class="MsoBodyTextIndent">Pubblicato su <span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">Avvenire</span> dell&#8217;1 aprile 2008 </p>
<p class="MsoBodyTextIndent"><a href="http://www.nato.int">http://www.nato.int</a></p>
<p class="MsoBodyTextIndent"><a href="http://www.russiatoday.ru">http://www.russiatoday.ru</a></p>
<p class="MsoBodyTextIndent"><a href="http://www.rusintercenter.ru">http://www.rusintercenter.ru</a></p>
<p class="MsoBodyTextIndent"><a href="http://www.rusintercenter.ru"></a><a href="http://www.whitehouse.gov">http://www.whitehouse.gov </a></p>
<p class="MsoBodyTextIndent"><span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span"></span>
<p class="MsoBodyTextIndent"><span>  </span></p>
<p style="text-align: justify; text-indent: 8.5pt" class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt"> <o:p></o:p></span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>PAESE CHE VAI&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Mar 2008 18:55:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[   Il cardinale Bertone, segretario di Stato vaticano, si è recato a Cuba e ha auspicato che sia eliminato l’embargo, definito “eticamente inaccettabile” come a suo tempo affermato da Giovanni Paolo II. Pochi giorni dopo, con quella che ai tempi del comunismo si definiva “maggioranza bulgara”, Dmitrij Medvedev, presidente del colosso dell’energia Gazprom nonché delfino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>   Il cardinale <strong>Bertone</strong>, segretario di Stato vaticano, si è recato a Cuba e ha auspicato che sia eliminato l’embargo, definito “eticamente inaccettabile” come a suo tempo affermato da Giovanni Paolo II. Pochi giorni dopo, con quella che ai tempi del comunismo si definiva “maggioranza bulgara”, <strong>Dmitrij Medvedev</strong>, presidente del colosso dell’energia <strong>Gazprom</strong> nonché delfino di <strong>Vladimir Putin</strong>, è diventato il terzo presidente della Russia post-sovietica. Tra i due episodi ci sono legami poco evidenti ma importanti. Anche a Cuba c’è stata una successione: <strong>Raul Castro</strong> ha preso il posto del fratello <strong>Fidel</strong> con un’altra maggioranza bulgara. Sia Cuba sia la Russia sono Paesi dove il comunismo è defunto, lasciando per eredi forme diverse di autoritarismo.<br />
   Ma la cosa più importante è questa: Cuba e la Russia dimostrano quanto siano errate le certezze su cui gran parte dell’Occidente si è cullato negli ultimi anni. Se non avesse vinto la rivoluzione castrista, e quindi si fosse affermato il modello <strong>“democrazia più libero mercato”</strong>, <strong>Cuba</strong> sarebbe oggi uno Stato caraibico con i porti pieni di navi da crociera americane, casinò, spiagge attrezzate, banche aperte a tutti i riciclaggi, un tenore di vita più che buono, un presidente eletto con il beneplacito di Washington. Mica male, considerato quanto devono invece subire i cubani.<br />
   Anche in Russia ha prevalso un modello dirigista, per non dire autoritario. Ma solo un ingenuo potrebbe affermare che, se Putin si fosse dato al modello “democrazia più libero mercato”, oggi i russi camperebbero meglio. Ci aveva già provato <strong>Boris Eltsin</strong> e abbiamo visto con quali rischi di disgregazione. Il reddito medio pro capite dei russi è cresciuto del 12% negli ultimi anni proprio perché Putin ha bloccato tutto e accentrato il controllo delle risorse naturali. I cubani si sono impoveriti e la povertà ha favorito la dittatura. I russi sono diventati meno poveri e il benessere consente loro di difendere i residui spazi di democrazia: con i computer, internet, i giornali, le radio private, i viaggi, i contatti di lavoro con l’estero. Cose di cui i cubani non dispongono.<br />
   La morale della favola è semplice: il modello “democrazia più libero mercato” è il migliore perché coniuga i diritti (civili, religiosi, politici) con il benessere economico. Ma non può essere applicato a tutte le realtà in qualunque momento. La convinzione del contrario ha prodotto <strong>democrazie fasulle come in Afghanistan e in Iraq</strong>, dove i presidenti non osano mettere il naso fuori dal bunker, o tragedie come l’<strong>Algeria </strong>(1990, gli islamisti del Fis vincono le elezioni: seguono anni di guerra civile con mezzo milione di morti) e l’Autorità palestinese, dove il voto democratico ha portato al potere <strong>Hamas</strong>. In Libano, con il voto democratico <strong>Hezbollah</strong> andrebbe al Governo. Se in <strong>Egitto</strong> ci fosse la democrazia, comanderebbero i <strong>Fratelli Musulmani</strong>. Ci piacerebbe?<br />
   Questo non significa rinunciare a difendere i valori democratici anche in casa d’altri. Significa farlo usando il cervello. Centinaia di milioni di persone, in Asia, sono uscite dalla fame con regimi poco democratici. Se vent’anni fa la <strong>Cina</strong> avesse abbracciato di colpo i nostri valori, oggi non avremmo Olimpiadi di regime ma guerre e carestie. E significa capire che l’arma vera per diffondere la democrazia non è la “guerra” ma la “reciprocità”. <strong>Se tu costruisci una moschea a Roma, io devo poter costruire una chiesa a Riyad</strong>. Se tu non dai il visto ai miei, io non lo do ai tuoi. Se io non posso acquistare aziende da te, tu non puoi acquistarle da me. E così via. E’ più lento ma è l’unico sistema che funziona.</p>
<p>Pubblicato su <em>Famiglia Cristiana </em>n.10 del 9 marzo 2008  <a href="http://www.famigliacristiana.it">www.famigliacristiana.it</a></p>
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		<title>OBAMA, MEDVEDEV E ALTRE BUFFE STORIE</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Mar 2008 18:52:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“It’s the economy, stupid!”. E’ l’economia, sciocco! Con questo motto Bill Clinton mosse all’attacco di George Bush senior per diventare, nel 1993, il terzo più giovane presidente degli Stati Uniti. Anche allora c’era in ballo una guerra contro l’Iraq, ma il leader che l’aveva vinta dovette cedere la Casa Bianca al nuovo inquilino. Quindici anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“It’s the economy, stupid!”</em>. E’ l’economia, sciocco! Con questo motto <strong>Bill Clinton</strong> mosse all’attacco di George Bush senior per diventare, nel 1993, il terzo più giovane presidente degli Stati Uniti. Anche allora c’era in ballo una guerra contro l’Iraq, ma il leader che l’aveva vinta dovette cedere la Casa Bianca al nuovo inquilino. Quindici anni dopo è bastato che <strong>Hillary Rodham Clinton</strong>, moglie di Bill, si presentasse in Ohio, stato industriale angosciato dai licenziamenti e dalla crisi economica (petrolio anche ieri sopra i 102 dollari a barile alla Borsa di New York, gli ordini alle fabbriche americane in calo del 2,5% a gennaio) e la legge della preoccupazione economica ha subito presentato il conto a <strong>Barack Obama</strong>, sconfitto anche in Texas e Rhode Island. Questo ci serve non tanto per giocare al piccolo indovino sull’esito delle primarie democratiche e sulla successiva elezione presidenziale, ma per sottolineare l’indistruttibile tendenza italica a credere alle speranze più che ai fatti. Tendenza che ha per corollario una certa faciloneria e pigrizia: a che pro, giustamente, faticare e studiare se preferiamo i sogni alle analisi?<br />
   La <strong>“obamomania” italiana</strong> è frutto di questo, più che di una moda. Più del candidato e delle sue idee (perché poi, diciamocelo, chi le conosce? Chi sa distinguerle da quelle della Clinton in materia di sanità, istruzione, economia, difesa?) piace la favola che egli incarna: è nero, <strong>figlio di un africano</strong>, è un ragazzo prodigio della politica, non è brutto, ha una moglie simpatica, parla di “cambiamento”. La realtà ci dice che in uno scontro per la presidenza contro il repubblicano <strong>John McCain</strong>, eroe di guerra bianco di un Paese in cui il colore della pelle ha comunque ancora un “peso”, Barack Obama avrebbe poche speranze di vincere. Ma che importanza può avere, se la qualità del sogno è per noi più importante dell’efficacia delle azioni? Da qui, tra l’altro, una curiosa conseguenza: è per noi una sorpresa ogni volta che la realtà si manifesta. Per questo siamo sempre in emergenza e non ci capacitiamo del fatto che, se produciamo più spazzatura e non costruiamo impianti o discariche, prima o poi ci ritroveremo la “monnezza” per le scale di casa.<br />
   E’ un vezzo che ci rende magari simpatici agli altri popoli. Tutti amano i sognatori. Per un po’. Poi, è l’economia, sciocco!, e cominciano i problemi. Prendiamo la Russia. Alcuni grandi giornali italiani hanno scritto che il nuovo presidente, <strong>Dimitrij Medvedev</strong>, era uno sconosciuto fino a un anno fa. Ma come? <strong>Medvedev è dal 2000 presidente di Gazprom</strong>, che è “solo” questo: la terza azienda del mondo, con una capitalizzazione di Borsa di 270 miliardi di dollari; la “cassaforte” dello Stato russo grazie alla vendita del gas e del petrolio; il braccio della politica estera del Cremlino, che sulle risorse energetiche ha fatto perno per riaffermare il ruolo della Russia nel mondo. Dal 2005, inoltre, Medvedev è anche uno dei vice-primo ministro del Governo russo. Uno sconosciuto fino a un anno fa? Anche qui agisce il gusto per la fiaba. Una fiaba di quelle che mettono paura, <strong>come Cappuccetto Rosso o la Casetta di marzapane</strong>: l’oscura dittatura degli ex agenti del Kgb (che non mangiano i bambini ma soffocano la democrazia) e le loro manovre per il potere. Ma sempre favola è. Il giorno in cui Medvedev, com’è logico prevedere anche in base al curriculum, farà vedere di che pasta è fatto, cadremo come al solito dal solito pero. D’altra parte è già successo: di Jurij Andropov, il capo del Kgb che divenne signore e padrone dell’Urss, dicevamo che era un “progressista” perché gli piaceva il whisky, di Putin che era un “signor nessuno”. Non avevamo elementi per dirlo ma ci piaceva pensarlo.  Se solo la realtà ci desse retta…</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<em>Eco di Bergamo</em> del 6 marzo 2008  <a href="http://www.eco.bg.it">www.eco.bg.it</a><br />
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