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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Fame</title>
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		<title>AIUTI ALLO SVILUPPO, LA UE CAMBIA STRADA</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 22:48:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Anno 2005, summit del G8 nella località scozzese di Gleneagles. I Paesi più sviluppati promettono, per l&#8217;esultanza di Bono e di altre rock star, di portare l&#8217;aiuto ai Paesi poveri allo 0,56% del Prodotto interno lordo (Pil) entro il 2010 e allo 0,7% entro il 2015. Risultato? La media dei Paesi europei è saldamente attestata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anno 2005, summit del G8 nella località scozzese di Gleneagles. I Paesi più sviluppati promettono, per l&#8217;esultanza di Bono e di altre rock star, di portare l&#8217;aiuto ai Paesi poveri allo 0,56% del Prodotto interno lordo (Pil) entro il 2010 e allo 0,7% entro il 2015. Risultato? La media dei Paesi europei è saldamente attestata allo 0,42%. A fronte di qualche eccezione (la Svezia è già oggi all&#8217;1,1% del Pil; la Danimarca sta riducendo gli aiuti ma è già oltre lo 0,7% (che sarebbe l&#8217;obiettivo fissato per il 2015), la Gran Bretagna è quasi allo 0,50% (cioè vicina all&#8217;obiettivo fissato per il 2010). <strong>L&#8217;Italia è sullo 0,17-0,18%, roba da vergognarsi</strong>.</p>
<p><span id="more-7892"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-7903" title="BimboMondo" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/BimboMondo.jpg" alt="BimboMondo" width="300" height="200" /></p>
<p>Non per caso ho puntato l&#8217;attenzione sui Paesi dell&#8217;Unione Europea. <strong>La Ue da sola fornisce più del 50% degli aiuti allo sviluppo di tutto il mondo,</strong> avrebbe dunque qualche titolo per sentirsi meno insoddisfatta degli altri in un panorama generale tuttora agghiacciante: 1,5 miliardi di persone (metà delle quali nell&#8217;Africa subsahariana) soffrono la fame estrema e un altro miliardo di persone è sottonutrito.</p>
<p>Anche in Europa, però, e anzi soprattutto in Europa, è in corso un ripensamento generale della politica degli aiuti. Certo, dietro la riflessione può nascondersi anche il puro e semplice desiderio di risparmiare qualche soldo finché dura la crisi mondiale. Ma a parte il fatto che risparmiare più di così è ormai impossibile, si capisce che <strong>i Paesi donatori sentono il bisogno di criticare le vecchie politiche e di metterne in moto di nuove</strong>. In sintesi: basta con gli aiuti finanziari a pioggia e sforzi maggiori per legare gli investimenti ai risultati.</p>
<div id="attachment_7906" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7906" title="AiutoPaesi" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/AiutoPaesi.jpg" alt="I dieci maggiori Paesi come singoli donatori per lo sviluppo." width="300" height="232" /><p class="wp-caption-text">I dieci maggiori Paesi come singoli donatori per lo sviluppo. Da sinistra (cioè dal più al meno): Svezia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Irlanda, Finlandia, Belgio, Svizzera, Gran Bretagna, Canada e Usa (dati 2009, calcolati in proporzione sul Pil nazionale).</p></div>
<p>Un linguaggio così manageriale può suonare persino offensivo quando si parla di gente che muore di fame. Resta però il fatto che riempire il portafoglio di regimi autoritari o dittature ha salvato milioni di persone dalle emergenze (cosa che i critici radicali della politica degli aiuti, come <strong>Dambisa Moyo</strong>, non tengono abbastanza in conto) ma non ha salvato i popoli da un destino privo di prospettiva e di speranza. Una buona testimonianza del nuovo approccio è il libro verde della Commissione europea intitolato<a href="http://ec.europa.eu/italia/attualita/primo_piano/rel_esterne/consultazione_sviluppo_it.htm" target="_blank"> &#8220;La politica di sviluppo dell&#8217;Unione europea&#8221;</a>.</p>
<p>L&#8217;idea che lo anima, chiaramente, è di tirare il freno alla strategia degli aiuti a pioggia elargiti ai Governi (con effetti, nel migliore dei casi, a breve termine) per incrementare, invece, la misura degli aiuti mirati con effetti a medio e lungo termine. Dal punto di vista finanziario, utilizzando lo strumento del <strong>sostegno a specifiche voci del bilancio pubblico dei Paesi bisognosi</strong>, in modo che l&#8217;aiuto arrivi direttamente ai settori critici e resti sotto l&#8217;occhio del pubblico. Dal punto di vista politico, promuovendo (il che, in molti casi, vuol dire pretendendo) <strong>una governance di stampo democratico</strong> e una sana gestione dei fondi, nazionali o internazionali. E&#8217; scritto nel libro verde: &#8220;L&#8217;esperienza mostra che, in assenza di buon governo, i programmi di aiuti sono destinati a produrre effetti limitati e la cooperazione potrà difficilmente raggiungere un impatto elevato&#8221;. Un&#8217;ammissione onesta, un buon modo di ripartire.</p>
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		<title>AUTO: EUROPA A TERRA, USA IN MARCIA</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Nov 2010 13:36:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[E&#8217; stato un ottobre drammatico per il mercato italiano dell&#8217;automobile. Secondo i dati diffusi dall&#8217;Anfia (Associazione nazionale filiera industria automobilistica) il calo generale delle immatricolazioni, rispetto allo stesso mese del 2009, è stato del 28,8%. Tra gennaio e ottobre 2010, inoltre, il calo rispetto allo stesso periodo del 2009 è stato del 6,9%. Se limitato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; stato un ottobre drammatico per il mercato italiano dell&#8217;automobile. Secondo i dati diffusi dall&#8217;<a href="http://www.anfia.it" target="_blank">Anfia (Associazione nazionale filiera industria automobilistica)</a> il calo generale delle immatricolazioni, rispetto allo stesso mese del 2009, è stato del 28,8%. Tra gennaio e ottobre 2010, inoltre, il calo rispetto allo stesso periodo del 2009 è stato del 6,9%. Se limitato alle marche automobilistiche nazionali, il calo è stato in ottobre del 39,6%. Sostanzialmente fermo il mercato dell&#8217;usato: meno 1,6% in ottobre, più 1% nel periodo gennaio-ottobre.</p>
<p><span id="more-7415"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-7419" title="auto1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/auto1.jpg" alt="auto1" width="300" height="201" /></p>
<p>Le <em>performance</em> negative <em><strong>(vedi tabella sotto)</strong></em> del mercato italiano sono state ovviamente influenzate dalla scadenza degli incentivi di Stato, approvati a febbraio 2009 e scaduti a dicembre 2009, in cui effetti però hanno avuto un&#8217;inerzia durata fino a marzo. Quei risultati, però, non sono isolati in Europa. Meno 20% in Germania in ottobre, e quattro mesi consecutivi di calo nei cinque mercati principali del continente, cioè appunto Italia, Germania, Francia (meno 10% in ottobre), Gran Bretagna e Spagna. <strong>Al contrario, ottime notizie dal mercato dell&#8217;auto Usa: ottobre 2010 è stato il mese migliore dall&#8217;agosto 2009</strong>, quando le vendite erano spinte dagli incentivi governativi. La Chrysler, controllata dalla Fiat, ha incrementato le vendite del 37% rispetto ad ottobre 2009, mentre le vendite Ford sono salite del 19,2%. In rialzo anche General Motor, seppure solo del 3,5 per cento.</p>
<p><strong>CASE </strong> <strong>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;  CALO 2009– 2010</strong><br />
Toyota                                   &#8211; 54,22%<br />
Ford                                       &#8211; 41,89%<br />
<em><strong>FIAT                                  &#8211; 39,62%</strong></em><br />
Peugeot                                &#8211; 37,21%<br />
Renault                                &#8211; 27,89%<br />
Citroen                                 &#8211; 27,44%<br />
Volkswagen                         &#8211; 13,19%<br />
Opel                                      -   7,25%<br />
Audi                                      -   4,21%<br />
Nissan                                  &#8211;   0,69%</p>
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		<title>LA FAME E&#8217; ANCHE QUESTIONE DI SERIETA&#8217;</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Sep 2010 12:11:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Fame]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Onu]]></category>
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		<description><![CDATA[Com’è già avvenuto in altri settori, può darsi che la crisi economica globale porti più sobrietà e serietà anche nel meccanismo degli aiuti internazionali allo sviluppo. Barack Obama ha annunciato la Global Developement Policy (Strategia per lo sviluppo globale) degli Usa in cui molta parte avranno il sostegno alle buone pratiche di governo da parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Com’è già avvenuto in altri settori, può darsi che la crisi economica globale porti più sobrietà e serietà anche nel meccanismo degli aiuti internazionali allo sviluppo. Barack Obama ha annunciato la <em>Global Developement Policy</em> (Strategia per lo sviluppo globale) degli Usa in cui molta parte avranno il sostegno alle buone pratiche di governo da parte delle autorità dei Paesi bisognosi di aiuto e gli incentivi alle imprenditorie locali. Così facendo, ha offerto l’impatto politico e mediatico della Casa Bianca a una riflessione che, dall’Italia alla Germania, corre da tempo sotto traccia: <strong>a chi e a che cosa serve firmare assegni in bianco che in molti casi vanno ad alimentare non gli affamati ma gli affamatori, non i popoli ma i dittatori?</strong> O che finiscono imboscati a profitto delle burocrazie che se li passano di mano in mano, da quelle pletoriche degli organismi internazionali a quelle avidissime delle nazioni disastrate del Terzo e Quarto Mondo?</p>
<p><span id="more-6712"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-6716" title="famexxxx" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/09/famexxxx.jpg" alt="famexxxx" width="300" height="201" /></p>
<p><strong>Il tema è serio e contiene, inutile nasconderlo, un’implicita ma dura critica all’Onu e alle sue Agenzie</strong>. Gli Obiettivi del Millennio, già lo sappiamo, saranno in larga parte disattesi. E i risultati raggiunti (per la prima volta da 15 anni il numero di coloro che non hanno cibo a sufficienza è calato in termini assoluti: <strong>925 milioni oggi, rispetto a 1 miliardo e 23 milioni nel 2009</strong>) sono in gran parte attribuibili allo sviluppo autonomo di Paesi come India e Cina, e non alle campagne internazionali contro la fame. Il cambio di rotta di Obama e di altri, quindi, è in primo luogo un richiamo all’Onu, al suo modo di operare e, non ultimo, al conto che rende (o non rende) dei finanziamenti ricevuti. Un incitamento neppur tanto velato a dare impulso a quella riforma di cui si discute da anni e senza molto costrutto.</p>
<p>Ma se l’obiettivo è far crescere la democrazia (politica ed economica) per far diminuire la fame (naturale e provocata), <strong>il nuovo atteggiamento dei Paesi donatori chiama in causa anche i Paesi beneficiari.</strong> La povertà e il bisogno non escludono l’onestà, lo spirito d’iniziativa, la trasparenza, il senso di responsabilità. Semmai li impongono. Un ragionamento non facile da far passare ma meno ostico di quanto potrebbe sembrare, soprattutto se accompagnato a una maggiore e reale apertura delle frontiere commerciali, spesso ancora chiuse ai prodotti dei Paesi in via di sviluppo.</p>
<div id="attachment_6720" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6720" title="Layout 1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/09/mappafamexxxxxxxxxxx.jpg" alt="La mappa mondiale della fame nel 2009 secondo la Fao." width="300" height="211" /><p class="wp-caption-text">La mappa mondiale della fame nel 2009 (fonte Fao).</p></div>
<p>Il terzo ostacolo, forse il più impervio, a una svolta che pare comunque inevitabile e doverosa, sta nell’organizzare <strong>una volontà comune da parte dei Paesi disposti a impegnarsi in una politica di aiuto allo sviluppo. </strong>Il 66%  (610 milioni di persone) degli affamati di tutto il mondo è concentrato in soli sette Paesi: <strong>Bangladesh, Cina, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, India, Indonesia e Pakistan</strong>. Il mero elenco basta a farci capire quali enormi problemi politici dovrebbero essere affrontati per decidere un qualunque piano d’intervento laddove la fame colpisce più crudelmente.</p>
<p>Ma proviamo con esempi meno clamorosi ma indicativi. Il Sudan, afflitto dalla dittatura di Omar al Bashir, o l’Eritrea che il presidente Aferwerki ha trasformato in un incubo per i diritti umani. In entrambi i Paesi la povertà è clamorosa. Entrambi i regimi, però, hanno protettori influenti, interessati a tutto tranne che al benessere della popolazione. Che fare? <strong>L’unanimità politica sulla lotta alla fame non si avrà mai, come non la si è avuta sulla lotta all’effetto serra.</strong> Restano due ipotesi: o l’Onu si dà una mossa e si riforma al più presto; oppure gli Usa radunano intorno alla propria strategia un gruppo di Paesi donatori capace di imporla sul campo degli aiuti. Una <em>Coalition of the Willing</em> per nutrire invece che per sparare.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 24 settembre 2010</p>
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		<title>IL DOLCE FASCINO DELL&#8217;AUTARCHIA</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2010/04/23/il-dolce-fascino-dellautarchia/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 14:08:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fame]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Ancora una volta, l’undicesima, Medici Senza Frontiere (MSF) pubblica il suo studio sulle crisi dimenticate e ci offre la hit parade dei disastri di cui non ci occupiamo come dovremmo: l’Afghanistan, la Somalia e il Pakistan ai primi tre posti, ma anche la malnutrizione infantile e la cura dell’Aids, che patiscono una carenza di fondi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ancora una volta, l’undicesima, Medici Senza Frontiere (MSF) pubblica il suo studio sulle crisi dimenticate e ci offre la hit parade dei disastri di cui non ci occupiamo come dovremmo: l’Afghanistan, la Somalia e il Pakistan ai primi tre posti, ma anche la malnutrizione infantile e la cura dell’Aids, che patiscono una carenza di fondi quasi scandalosa; il Sudan, lo Yemen e lo Sri Lanka ma anche le malattie tropicali che affliggono 400 milioni di persone nel mondo. Guerre ed epidemie, insomma, perché una gran parte del pianeta continua a farsi tormentare da quelli che una piccola parte del pianeta ormai considera fantasmi del lontano passato, tipo la peste nera o le invasioni barbariche.</p>
<p><span id="more-4642"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4650" title="why-poverty22" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/04/why-poverty22.bmp" alt="why-poverty22" /></p>
<p><strong>Com’è naturale, il discorso sulle crisi altrui</strong> è solo l’altra faccia dei discorso su una crisi nostra, tutta contemporanea e generalizzata: la rinuncia a raccontare il mondo, la spasmodica concentrazione su noi stessi, la passeggiata intorno al campanile e, in molti casi, una vera e sempre meno celata ostilità per l’altro. Che non è solo l’altro di cittadinanza e di colore della pelle che viene a scompaginare l’ordine del nostro paesaggio quotidiano, ma anche l’altro luogo, l’altra cultura, l’altro problema. Una sorta di autarchia psicologica che fa a pugni con la realtà complessiva (parliamo con il mondo, commerciamo con il mondo, mandiamo soldati in tutto il mondo) e con quella particolare (nel 2009, nel nostro Paese, gli occupati italiani sono calati di 527 mila unità e quelli immigrati sono cresciuti di 147 mila) e che pure si diffonde, inesorabile. In Italia come in Francia, in Olanda come in Ungheria.</p>
<p><strong>C’entra la politica, certo. Ma è possibile che abbia tanta influenza sulla nostra psiche</strong> una categoria, quella dei politici appunto, che in qualunque sondaggio finisce agli ultimi posti per affidabilità e garanzia? C’è qualcosa di più, ed è l’improvviso allargamento della mappa del pianeta. Non ce ne accorgiamo ma <strong>viviamo ancora secondo la mentalità del secolo scorso</strong>, quando non avevamo né computer né telefonini (che hanno allargato la mappa mentale) e, al contrario, eravamo ancora divisi da confini quasi impenetrabili che frammentavano la mappa reale. Il 1989 può essere considerato l’anno Mille dell’evo contemporaneo: con la diffusione di massa delle nuove tecnologie (ho visto di persona la Mosca delle tempeste economiche riempirsi di cellulari in poche settimane) e la caduta del Muro di Berlino.</p>
<p><strong>Pochi si sono buttati nel varco: imprenditori, ricercatori, studenti</strong>. I più hanno soprattutto temuto le grandi praterie globali e hanno cercato conforto nel tepore del giardino di casa. Non c’è nulla di strano, ed è inutile, se non proprio sciocco, condannare o giudicare con spocchia. Bisogna però chiedersi per quanto tempo un Paese come l’Italia, inserito in tutti i circuiti internazionali che determinano le svolte della politica e i flussi dell’economia, potrà permettersi di dedicare nei Tg <strong>cinque volte più spazio al delitto di Garlasco che alla fame nel mondo</strong> e quasi seicento volte più spazio al delitto di Perugia che alle malattie tropicali, mai citate nei Tg come risulta dalle rilevazioni dell’Osservatorio di Pavia allegate al rapporto di MSF.</p>
<p><strong>Nessuna malattia, gli affamati nascosti da qualche parte, le guerre che proseguono per conto loro</strong> senza disturbare. Mentre, naturalmente, le crisi economiche vanno dove vogliono senza bussare né chiedere permesso. Immaginare di vivere in un mondo così è come credere nel ritorno del mangiadischi, dell’Unione Sovietica e di Torino capitale. Romantico, se vogliamo anche tenero. Ma irrimediabilmente perdente.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 22 aprile 2010</p>
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		<title>LA COREA DEL NORD RINUNCIA ALLA BOMBA, ECCO CHE COSA CI GUADAGNA</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Oct 2008 19:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Bomba atomica]]></category>
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		<description><![CDATA[      L’accordo raggiunto ieri per bloccare la corsa alle armi nucleari della Corea del Nord è una vittoria per tutti. Per gli Usa, che tra i cinque Paesi (con loro Giappone, Cina, Corea del Sud e Russia) impegnati dal 2002 a far ragionare il regime di Kim Jong Il erano quello più bisognoso di un successo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3" face="Times New Roman"><strong>      </strong>L’accordo raggiunto ieri per bloccare la corsa alle armi nucleari della Corea del Nord è una vittoria per tutti. Per gli Usa, che tra i cinque Paesi (con loro Giappone, Cina, Corea del Sud e Russia) impegnati dal 2002 a far ragionare il regime di Kim Jong Il erano quello più bisognoso di un successo d’immagine e di sostanza. Per la <strong>Corea del Nord, forse l’ultimo Paese stalinista del mondo</strong>, dove i 23 milioni di abitanti sono ciclicamente colpiti da devastanti carestie, un terzo della popolazione è cronicamente malnutrito e il regime, visto il mistero sulle reali condizioni di salute del <strong>Caro Leader</strong>, è minacciato di clamorosi sconvolgimenti. Per l’Asia e per il mondo intero, che non hanno certo bisogno di ulteriori crisi politiche e militari.<br />
      E’ chiaro, però, che a guadagnarci più di tutti è proprio la Corea del Nord. Intanto per i termini dell’accordo: avrà aiuti economici e politici e uscirà dalla “lista nera” in cui il Dipartimento di Stato degli Usa allinea gli <strong>Stati canaglia o sponsor del terro</strong>rismo. Essere nella lista vuol dire subire sanzioni economiche e, più in generale, subire l’ostracismo della più potente nazione del mondo. Appena la <strong>Casa Bianca</strong> ha annunciato di aver depennato la Corea del Nord, dal Giappone sono partite dichiarazioni distensive che possono preludere, se Kim Jong Il (o chi per lui) manterrà i patti, a nuovi e più intensi rapporti economici e commerciali.<br />
     Da non trascurare anche il fatto che, in base all’accordo raggiunto, le verifiche a cui l’industria atomica della Corea dovrà sottoporsi, saranno di certo meno invasive di quelle che gli Usa avevano in un primo tempo previsto. <strong>Ancora qualche mese fa si parlava di ispezioni improvvise a qualunque sito o cent</strong>rale, e infatti il regime coreano aveva annunciato l’intenzione di riprendere gli esperimenti e i lanci di missili. Adesso sarà la Corea a sottoporre alla Cina un elenco di verifiche che gli altri Paesi dovranno accettare o respingere. In ogni caso, le ispezioni della diplomazia internazionale e <strong>dell’Agenzia atomica dell’Onu </strong>saranno concentrate soprattutto sull’eventuale uso di combustibile al plutonio per produrre bombe atomiche, piuttosto che sull’uso di uranio arricchito per produrre materiale fissile.<br />
      Questo canale privilegiato Corea del Nord – Cina è un altro dei risultati che Pyongyang può segnare al proprio attivo. <strong>Il cono d’ombra di Pechino comporta qualche obbligo ma offre indubbi vantaggi</strong>. <strong>Già oggi la Cina fornisce il 50% del cibo e il 90% dell’energia che il disastrato alleato coreano consuma.</strong> La presenza e l’attivismo delle aziende cinesi in Corea cresce di giorno in giorno e gli investimenti diretti contano ormai per più di 2 miliardi di dollari l’anno. Ma non solo: secondo un rapporto del Congresso americano, a ogni carestia (quella di fine anni Novanta provocò 2 milioni d morti) la Cina fornisce cibo e generi di prima necessità direttamente all’esercito e alla polizia della Corea del Nord, in modo da convogliare gli aiuti internazionali verso la popolazione senza dover intaccare il benessere, e con esso la fedeltà al regime, dei corpi armati dello Stato. <br />
      Certo, tutto si paga. E forse <strong>Kim Jong Il e i suoi generali</strong> hanno dovuto accantonare le spropositate ambizioni nucleari anche in omaggio a Pechino e al suo desiderio di veder garantiti, nel cortile di casa, quell’ordine e quella stabilità così necessarie allo sviluppo dell’economia cinese. Non stupisce, dunque, che proprio negli Usa si oda qualche borbottìo (quelli di McCain, per esempio) sulle condizioni di questo accordo. Ma per come vanno le cose, anche sottilizzare all’eccesso sarebbe sbagliato. Ci saranno meno bombe atomiche nel mondo, per ora va bene così.</font></p>
<p><font size="3" face="Times New Roman">Pubblicato su <em>Avvenire </em>del 12 ottobre 2008   <a href="http://www.avvenire.it">http://www.avvenire.it</a><em> </em><br />
</font></p>
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		<title>IL G8 E LA CRISI: L&#8217;IMPOTENZA DEI POTENTI</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jul 2008 06:22:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>      Il G8 di Hokkaido è agli sgoccioli ma sarebbe crudele trarre conclusioni affrettate. Può darsi che il progredire delle discussioni trovi modo di garantire ai Paesi africani i miliardi di dollari promessi durante il summit di Gleneagles 2005: erano 25 sulla carta, ne sono stati finora versati solo 3. Che l’Unione Europea scopra come sbloccare la proposta del presidente Barroso <strong>(togliere 1 miliardo di euro ai fondi mai spesi per l’agricoltura europea e tramutarli in aiuti per l’agricoltura dei Paesi in via di sviluppo)</strong>, impantanatasi già nelle prime ore dell’incontro. Che si adotti la misura adeguata per fermare il rincaro dei generi alimentari che, secondo la Banca Mondiale, <strong>sta portando altri 105 milioni di persone (di cui 30 in Africa) dalla povertà alla fame.<br />
</strong>      Può darsi tutto, insomma, persino che venga accolto <strong>l’appello del Papa</strong> e i grandi della Terra “mettano al centro delle loro deliberazioni i bisogni delle popolazioni più deboli e più povere”. Tra le cose possibili, però, c’è n’è anche un’altra. Che il mondo prenda atto del fatto che il G8 non è più il consesso delle nazioni che possono risolvere i problemi del pianeta. L’ha detto chiaramente <strong>Nicolas Sarkozy</strong>, presidente della Francia: “Non è ragionevole continuare a incontrarsi in otto dimenticando la Cina, cioè 1 miliardo e 300 milioni di persone, e non invitando l’India, cioè 1 miliardo di persone”.<br />
      L’idea di Sarkozy è stata snobbata dagli Usa ed è osteggiata dal Giappone, che non vuole tirarsi in casa pericolosi concorrenti. E’ chiaro a tutti, però, che questa è la realtà. Oggi il G8 discute  di cambiamento climatico e di effetto serra. Giappone e Unione Europea vogliono fissare come obiettivo <strong>il dimezzamento delle emissioni di gas entro il 2050</strong>. La risposta degli Usa, grande Paese industrializzato quindi grande inquinatore, è stata: noi ci stiamo se ci stanno Cina e India. Sarebbe paradossale se non fosse che neanche questa impostazione tiene. <strong>Nella realtà, sono Cina e India a decidere come cambierà il clima, quale sarà l’inquinamento e quale sarà la risposta mondiale</strong>. E lo fanno solo esistendo, consumando, creando benessere per i loro cittadini. L’anno scorso in Cina sono stati immatricolati quasi <strong>9 milioni di nuove automobili</strong>. In India la Tata, la principale industria automobilistica, ha lanciato un’utilitaria che costa circa 1.700 euro e dovrebbe sostituire i motorini e i motocarri così tipici del Paese. Di fronte a questo, quanto contano le discussioni di Hokkaido?<br />
      Lo stesso si può dire per i prezzi dei generi alimentari, che affamano i poveri ed erodono il benessere dei Paesi sviluppati come l’Italia. La folle corsa del petrolio incide sui costi di produzione del cibo, in più i prodotti agricoli risentono dei mutamenti climatici che hanno colpito duro, per esempio, in Australia e negli Usa, grandi produttori di grano. Ora va di moda prendersela con gli speculatori ed è giusto farlo, il fattore speculativo esiste ed è forte. Il problema è: <strong>chi sono gli speculatori?</strong> Difficile distinguerli, in Borsa, dai normali investitori. <strong>E se a “speculare” sulle materie prime fosse un fondo pensione creato per garantire la serena vecchiaia di migliaia di onesti risparmiatori?</strong> E se andare a caccia degli speculatori volesse anche dire colpire le Borse, una delle sedi primarie della nostra ricchezza?<br />
      Può ancora darsi che il G8 di Hokkaido produca decisioni importanti. Per ora produce l’impressione che questa crisi 2008 stia marcando una soglia oltre la quale le grandi nazioni del mondo, ormai ben più di 8, devono produrre uno scatto d’intelligenza e di generosità. Se vogliono restare grandi, prima di tutto. Ma forse anche se vogliono restare nazioni.<br />
 </p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<em>Eco di Bergamo</em> dell&#8217;8 luglio 2008   <a href="http://www.eco.bg.it">http://www.eco.bg.it</a></p>
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		<title>COREA DEL NORD: LA BOMBA, IL CARO LEADER E LA CINA CHE SI ALLARGA</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jun 2008 14:25:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>      Entusiasmo alle stelle sulla stampa internazionale per la decisione di Kim Jong Il di consegnare a Wu Dawei, ministro degli Esteri della Cina e capo della delegazione di nazioni (Cina, Corea del Sud, Giappone, Russia e Usa) che da tempo negozia il disarmo atomico della Corea del Nord, i piani atomici del proprio Paese. Poiché siamo nell’epoca della politica spettacolo, non è mancato l’evento a uso delle telecamere: con l’esplosivo è stata fatta saltare la torre di raffreddamento della centrale atomica coreana di <strong>Yongbyon</strong>.<br />
       Gli americani hanno detto: una vittoria diplomatica di Bush. I pacifisti hanno detto: un passo verso la pace. C’è del vero in entrambe le affermazioni, e comunque qualunque passo verso la distensione internazionale e il disarmo va accolto con favore. Vorrei però segnalare il significativo e soddisfatto silenzio <strong>dei due veri vincitori della partita diplomatica: il dittatore Kim Jong Il e il Governo della Cina</strong>.<br />
       <strong>Kim Jong Il ha vinto</strong> perché, proprio grazie alla bomba atomica, è riuscito a ottenere molti, importanti risultati. Oltre a un pacco di soldi e di agevolazioni, la sopravvivenza del suo regime e del suo potere personale. Ci dimentichiamo con troppa facilità che <strong>la Corea del Nord è un Paese in miseria, anche adesso a rischio di precipitare in una carestia come quella che la colpi tra il 1996 e il 1999 e che provocò 2 milioni di morti per fame</strong>. Proprio in quel periodo il <em>Caro Leader</em> (così si fa chiamare Kim Jong Il) preferì finanziare il progetto nucleare che salvare le vite dei suoi sudditi. Tanto che i coreani del Nord morirono come mosche nonostante che la Corea del Sud dal 2000 al 2006 abbia fornito a quella del Nord <strong>450 mila tonnellate l’anno di beni di prima necessità e materiale per l’agricoltura</strong>, anch’essi finiti a finanziare i piani del dittatore.<br />
      Poiché il lupo perde il pelo ma non il vizio, è poi successo questo: nel pieno della carestia, Kim Jong Il fu costretto ad allentare la presa sui contadini: <strong>un minimo di libertà di commercio e l’agricoltura della Corea del Nord risalì a una produzione di 4,5 milioni di tonnellate di grano l’anno</strong>. Forte della bomba, il<em> Caro Leader</em> è tornato alle vecchie abitudini e la produzione è ridiscesa a 3,8 milioni di tonnellate, una quota ridicola rispetto a ciò che il Paese potrebbe ottenere dai suoi campi. Questo è l’uomo al quale la Casa Bianca già dà la propria benedizione, promettendo di cancellarlo dalla lista degli “Stati canaglia” per riprendere allegramente a commerciare con lui.<br />
      Il secondo vincitore è la Cina. Kim Jong Il ha consegnato i piani del nucleare nordcoreano <strong>al ministro Wu Dawei</strong> perché sa di potersi fidare di Pechino. In altre parole, la Corea del Nord si è messa sotto l’ombrello diplomatico e militare della Cina, che allarga così il proprio peso politico in Asia e la propria influenza diplomatica nel mondo. Non che il <em>Caro Leader</em> avesse molta scelta, visto che si trovava con una nuova carestia alle porte, la pressione internazionale cresceva e <strong>Pechino gli forniva il 50% del cibo e il 70% dell’energia</strong>. Resta il fatto che la crisi della bomba nordcoreana è stata disinnescata nei tempi e nei modi decisi da Pechino, che sempre più si afferma come la capitale di una nuova superpotenza.</p>
<p>Per approfondire la questione del nucleare della Corea del Nord sul sito dell’Agenzia Atomica dell’Onu:<br />
<a href="http://www.iaea.org/NewsCenter/Focus/IaeaDprk">http://www.iaea.org/NewsCenter/Focus/IaeaDprk</a><br />
 </p>
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		<title>CARESTIA? NO, GLOBALIZZAZIONE COL TRUCCO</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jun 2008 19:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[    Purtroppo il delirio politico di Mahmud Ahmadinejad si è portato via quasi tutta l’attenzione intorno al vertice organizzato a Roma dalla Fao. Conviene così ripassare alcuni dati: 850 milioni di persone già oggi non hanno di che sfamarsi, e presto saranno 100 milioni (Ban Ki-Moon, segretario generale della Nato); in Europa l’aumento medio del prezzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>    Purtroppo il delirio politico di Mahmud Ahmadinejad si è portato via quasi tutta l’attenzione intorno al vertice organizzato a Roma dalla Fao. Conviene così ripassare alcuni dati: 850 milioni di persone già oggi non hanno di che sfamarsi, e presto saranno 100 milioni (Ban Ki-Moon, segretario generale della Nato); in Europa l’aumento medio del prezzo dei generi alimentari è del 7,1% (Coldiretti); a oltre 2 miliardi di persone la spesa alimentare consuma il 70% del reddito (contro il 10-20% nei Paesi sviluppati), quindi basta un nulla perché dal “rischio fame” precipitino nella fame vera (Jacques Diouf, direttore generale Fao); vivono, o meglio sopravvivono, nel mondo 178 milioni di bambini malnutriti (Medici senza Frontiere).<br />
     Ho affastellato queste cifre anche per sottolineare le parole di Benedetto XVI: “La fame e la malnutrizione sono inaccettabili”, ha detto il Papa al vertice Fao, “in un mondo che dispone di livelli di produzione, di risorse e di conoscenze sufficienti”. Perché non si capisce nulla della crisi mondiale del cibo se non si parte da un presupposto: <strong>questa è la crisi dell’abbondanza, non della povertà</strong>. E infatti: non uno dei 37 Paesi censiti dalla Fao durante la fase più acuta dell’emergenza era un Paese colpito in passato da carestie di un certo rilievo. La prova del nove? Eccola: <strong>negli Usa la benzina costa circa 4 dollari a gallone (pari a 3,79 litri), cioè circa 70 centesimi di euro al litro</strong>. Ma perché la benzina dovrebbe costare assai meno di una lattina di bibita gasata? Comunque meno di un litro di latte, di un cono gelato, di un caffè al bar?<br />
      In altre parole, la crisi alimentare mondiale è in gran parte un problema nostro che si scarica… dove può, comunque sugli altri. Qualche esempio? Nel 2001 i produttori americani di cotone ottennero dal loro Governo sussidi per 3,6 miliardi di dollari, pari a 3 volte gli aiuti Usa all’intera Africa. Forti di quel “minimo garantito”, i cotonieri americani aumentarono le esportazioni, <strong>facendo cadere il prezzo mondiale del cotone del 25% e mettendo sul lastrico una parte degli 11 milioni di africani che appunto vivevano della coltura del cotone</strong>. Nello stesso periodo i sussidi governativi erano pari al 48% del valore di tutta la produzione agricola negli Usa e al 46% in Europa. Nel 2006, secondo l’ong inglese Oxfam, <strong>i Paesi sviluppati hanno regalato ai loro contadini sussidi per 125 miliardi di dollari, contro solo 4 miliardi di aiuti offerti all’agricoltura dei Paesi in via di sviluppo</strong>. Come usare il cannone contro un avversario che dispone sì e no di un bastone.<br />
      Ed è proprio qui, in questa globalizzazione col trucco, il nodo cruciale. Le agricolture protette dei Paesi ricchi da un lato tengono alti i prezzi al consumo (e prestano il fianco alle manovre speculative delle varie Borse che, stando alla Coldiretti, hanno bruciato in pochi mesi 60 miliardi di euro solo manovrando sul prezzo del grano), dall’altro impediscono il decollo delle agricolture dei Paesi poveri. E bene ha fatto Sergio Marini, presidente appunto di Coldiretti, a invocare “politiche agricole regionali”. <strong>La stragrande maggioranza del cibo prodotto nel mondo (80-90%) viene da piccole aziende agricole a conduzione familiare o quasi</strong>. Il resto è l’industria, tanto più piccola rispetto al bisogno ma tanto più forte nei meccanismi (politica, trasporti, trasformazione delle materie prime, operazioni bancarie e speculazioni finanziarie) che oggi determinano la vita o la morte di un settore economico. Non c’è nulla da fare: la nascita di un più giusto mercato mondiale del cibo può avvenire solo attraverso la rinascita dei campi.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217; <em>Eco di Bergamo </em>il 4 giugno 2008     <a href="http://www.eco.bg.it">http://www.eco.bg.it</a></p>
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		<title>TANTO CIBO, TROPPA FAME</title>
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		<pubDate>Thu, 01 May 2008 08:54:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160;      E’ in crisi, lo abbiamo detto mille volte. Ha dei leader che non sempre brillano per audacia e creatività, e anche questo è noto. Ma in certi momenti e su certi problemi tocca sempre all’Onu battere il primo colpo di una vera azione collettiva. E’ successo di nuovo proprio nei giorni scorsi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; text-indent: 8.5px; line-height: 12px; font: normal normal normal 11px/normal 'Times New Roman'; margin: 0px">&nbsp;</p>
<p style="text-indent: 0px"><span style="font-family: Georgia; font-size: 16px; line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span>     E’ in crisi, lo abbiamo detto mille volte. Ha dei leader che non sempre brillano per audacia e creatività, e anche questo è noto. Ma in certi momenti e su certi problemi tocca sempre all’Onu battere il primo colpo di una vera azione collettiva. E’ successo di nuovo proprio nei giorni scorsi, quando Ban Ki Moon, il segretario generale delle Nazioni Unite, ha annunciato un piano d’azione per affrontare su un piano globale l’emergenza-cibo che nei soli ultimi due anni ha respinto 100 milioni di persone nella povertà totale (ovvero, <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">vivere con 1 dollaro al giorno</span>) da cui si erano con lunghi e faticosi sforzi sollevate. Questo dopo settimane in cui tutti i Paesi interessati, dagli Usa che razionano il riso nei supermarket ai produttori come l’India che ne bloccano l’esportazione, dall’Egitto degli assalti ai forni respinti dall’esercito alla Russia del blocco dei prezzi dei generi di prima necessità, sembravano decisi a correre ognuno per sé. Come se questo, tra l’altro, fosse ancora possibile in un mondo in cui le frontiere economiche sono ormai quasi solo un ricordo.
<p style="text-align: justify; text-indent: 8.5px; line-height: 12px; font: normal normal normal 11px/normal 'Times New Roman'; margin: 0px">     Il piano dell’Onu fa ben sperare proprio perché non promette miracoli ma chiede (e non auspica) una presa di coscienza politica che comporta sacrifici. Non quelli dell’intervento d’urgenza, i 755 milioni di dollari da investire nel Programma alimentare mondiale per scongiurare una carestia planetaria. E nemmeno i quasi 2 miliardi di dollari che bisognerà trovare per consentire alla Fao (l’agenzia dell’Onu per il Cibo e l’Agricoltura) di stimolare la reale messa a profitto dei campi nei Paesi in via di sviluppo. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Tutto questo è solo denaro, basterà aprire il portafogli. Bisognerà invece aprire la mente e la coscienza</span> quando, come prevede la terza fase del Piano, l’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) dovrà ridiscutere le regole in merito soprattutto ai sussidi che i Paesi sviluppati (Europa e Usa per primi) concedono con larghezza agli agricoltori, impedendo il decollo di altre aree del pianeta e relegando le loro popolazioni nella povertà permanente. </p>
<p style="text-align: justify; text-indent: 8.5px; line-height: 12px; font: normal normal normal 11px/normal 'Times New Roman'; margin: 0px">     Ban Ki Moon ha ricordato che già oggi, quando cioè la portata di questa crisi non è stata fino in fondo misurata, <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">3 milioni e mezzo di bambini l’anno muoiono di fame</span>. Ed è giusto ricordarlo per una questione morale ma anche per una questione economica. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">La crisi ha colpito sessanta Paesi ma nessuno di essi è noto per le sue carestie.</span> In altre parole: il cibo c’è, sono le distorsioni del mercato, le bizzarrie del clima (per esempio la siccità che ha colpito l’Australia, che produce il 16% di tutto il grano del mondo), le speculazioni e l’impiego sempre più massiccio di cereali per biocarburanti a renderlo una merce meno libera e disponibile. Il che, da un certo punto di vista, può consolare: si può rimediare, ma bisogna volerlo fare e saperlo fare in fretta.</p>
<p style="text-align: justify; text-indent: 8.5px; line-height: 12px; font: normal normal normal 11px/normal 'Times New Roman'; margin: 0px">     Dei propositi dell’Onu lascia semmai perplessi la folla di organizzazioni, ben 27, a cui essi vengono affidati. E’ una questione da non sottovalutare, come insegna uno studio realizzato da Homi Karas e Abdul Malik per la <span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">Brookings Institution</span>. Intanto <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">nel 2007, per la prima volta in 10 anni, gli aiuti allo sviluppo sono diminuiti, fermandosi a 103,7 miliardi di dollari.</span> Di questi 103,7 miliardi, solo 48 sono andati in piani di sviluppo strutturali; di questi 48 miliardi, solo la metà è arrivata alle popolazioni, il resto si è “disperso” (eufemismo) per via. In più, gli aiuti sono troppo frammentati: nel 1997 il finanziamento medio per progetto era di 2,5 milioni di dollari, nel 2004 di 1,5. In sintesi: troppi piccoli donatori e troppe agenzie che lottano per i fondi. Speriamo che la gravità della situazione induca a una migliore e più seria divisione dei ruoli.   </p>
<p style="text-align: justify; text-indent: 8.5px; line-height: 12px; font: normal normal normal 11px/normal 'Times New Roman'; margin: 0px"> </p>
<p style="text-align: justify; text-indent: 8.5px; line-height: 12px; font: normal normal normal 11px/normal 'Times New Roman'; margin: 0px">Pubblicato su <span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">Avvenire</span> del 30 aprile 2008     <span style="font-family: Georgia; font-size: 16px; line-height: 20px" class="Apple-style-span"><a href="http://www.avvenire.it">http://www.avvenire.it</a></span></p>
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		<title>PER UNA CIOTOLA DI RISO IN PIU&#8217;</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2008/04/22/per-una-ciotola-di-riso-in-piu/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Apr 2008 21:31:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[     Della crisi alimentare mondiale si è letto e si è scritto molto. E’ arrivata travolgendo circa trent’anni di cibo a buon prezzo e un mercato mondiale dell’agricoltura ampiamente distorto nelle sue dinamiche dall’assurdità dei sussidi usati dasi Paesi già ricchi per proteggere le proprie coltivazioni da quelle dei Paesi meno ricchi o poveri.  Ciò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>     Della crisi alimentare mondiale si è letto e si è scritto molto. E’ arrivata travolgendo circa trent’anni di cibo a buon prezzo e un mercato mondiale dell’agricoltura ampiamente distorto nelle sue dinamiche dall’assurdità dei sussidi usati dasi Paesi già ricchi per proteggere le proprie coltivazioni da quelle dei Paesi meno ricchi o poveri.  Ciò che continua a stupire, però, è che nessuno è riuscito a lanciare un minimo allarme in tempo utile. Non sul lungo periodo, perché la corsa dei prezzi risale almeno all’anno 2000 e in otto anni nessun programma serio è stato varato per affrontarla. Ma nemmeno sul breve periodo: <strong>l’anno scorso il prezzo del frumento è salito del 77%</strong> e quello del riso del 16% ma nessuno se n’è dato per inteso e da gennaio 2008 il prezzo del riso è poi salito addirittura del 140%.<br />
     Altra particolarità di questa crisi: dall’Argentina al Burkina Faso, colpisce contemporaneamente decine <strong>di Paesi (58, per la precisione)</strong> assai diversi tra loro, accomunati da un’unica caratteristica, quella di non essere tradizionalmente affetti da carestie. In altre parole: il cibo c’è, da qualche parte, ma costa troppo. Su questa assurda realtà influisce senza dubbio la maggiore richiesta di cibo da parte di <strong>due miliardi di persone che, tra Cina e India, chiedono solo di alimentarsi meglio</strong> per vivere meglio. Ma ormai il pianeta è fatto di vasi comunicanti, di mercati aperti che spostano le commodities (anche gli alimenti lo sono) laddove la richiesta e la disponibilità a pagare sono maggiori.<br />
     Tutto questo inevitabilmente si scarica sui più poveri. <strong>Un miliardo e mezzo di persone sul pianeta vive con 1 o 2 dollari al giorno</strong>. La Banca Mondiale ha costruito scenari di questo genere: coloro che dispongono di 2 dollari al giorno, con il caro-cibo sono costretti a saltare dei pasti e a non mandare più i figli a scuola; quelli che dispongono di 1 dollaro al giorno, vuol dire rinunciare alla carne e alla verdura e vivere di soli cereali. Più in generale, la crisi alimentare già a questo punto avrebbe respinto <strong>100 milioni di persone</strong> verso la povertà assoluta, quella di 1 solo dollaro al giorno, cancellando così i risultati di circa 10 anni di battaglie contro la povertà.<br />
     Un dramma che, a prima vista, riguarda solo i Paesi del sottosviluppo. Ma non è così. <strong>Più povertà nel mondo vuol dire più guerre, più estremismo, più flussi migratori verso i Paesi sviluppati, più tensioni lungo i confini</strong>. Vuol dire anche milioni e milioni di persone che, per sopravvivere, uccidono gli animali, tagliano i boschi, incidono in maniera più selvaggia sull’ambiente. Vuol dire catastrofi umanitarie a cui qualcuno dovrà provvedere. Ci riguarda, eccome.<br />
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