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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Europa</title>
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		<title>CERCARE ASILO IN EUROPA, CHE IMPRESA</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 22:31:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; interessante l&#8217;ultima pubblicazione di Eurostat, l&#8217;ufficio statistico dell&#8217;Unione Europea, sugli extraeuropei che hanno chiesto asilo politico (o una qualche forma di protezione umanitaria internazionale) nei 27 Paesi che appunto formano la Ue. Il dato riguarda il secondo trimestre del 2011, non è quindi assoluto sull&#8217;anno, ma resta di grande utilità, soprattutto se confrontato con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; interessante <a href="http://http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-SF-12-011/EN/KS-SF-12-011-EN.PDF" target="_blank">l&#8217;ultima pubblicazione di Eurostat,</a> l&#8217;ufficio statistico dell&#8217;Unione Europea, sugli extraeuropei che hanno chiesto asilo politico (o una qualche forma di protezione umanitaria internazionale) nei 27 Paesi che appunto formano la Ue. Il dato riguarda il secondo trimestre del 2011, non è quindi assoluto sull&#8217;anno, ma resta di grande utilità, soprattutto se confrontato con l&#8217;analogo dato del 2010.</p>
<p><span id="more-13870"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/asilo1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-13875" title="asilo1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/asilo1.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a></p>
<p><strong>In quel periodo hanno chiesto asilo in Europa 68.890 persone, ovvero 12.800 in più (un incremento del 23%) rispetto allo stesso trimestre dell 2010. Le persone che hanno chiesto protezione venivano da ben 142 diversi Paesi:</strong> naturalmente, a causa dei conflitti nell&#8217;Africa del Nord, si è registrato un forte incremento delle richieste da parte di cittadini della Tunisia (sette volte in più rispetto al 2010, per un totale di 1.030 richieste) e della Libia (cinque volte in più, 1.135 richieste). A dispetto dei tanti allarmi isterici del recente passato, però, non sono i Paesi del Maghreb a &#8220;produrre&#8221; la grande massa dei cercatori di asilo. I primi cinque Paesi, in questo senso, sono Afghanistan (6.460 richieste di asilo), Russia (3.900) e Iraq (3.465), seguiti da Pakistan, Somalia, Nigeria, Kosovo e Iran.</p>
<p><strong>Per quanto invece riguarda l&#8217;Europa, tre Paesi hanno cumulato da soli quasi metà di tutte le richieste presentate nell&#8217;Europa a 27 Paesi: sono Francia (14.505 richieste), Germania (10.820) e Belgio (7.160).</strong>  Domande in aumento anche in <strong>Italia.</strong> Il nostro Paese, anzi, è tra quelli (con noi, Belgio e Francia) che rispetto al 2010 hanno registrato il maggiore aumento: 4.225 richieste di asilo in più in Italia, 2.255 in Belgio e 1.925 in Francia. Grecia e Danimarca sono invece i Paesi in cui più netto è stato il calo delle domande.</p>
<p><strong>Curiosa, per finire, la situazione di Malta. Nel secondo trimestre 2010 aveva ricevuto solo 25 richieste d&#8217;asilo.</strong> Nello stesso periodo del 2011 ben 1.595, cioè 56 volte in più rispetto all&#8217;anno precedente. Malta è così diventata anche il Paese con il maggior numero di richieste d&#8217;asilo per milione di abitanti: 3.820. Tutto questo per le richieste. Ma qual è l&#8217;esito? Eurostat ce lo dice: statisticamente, riceve una qualche forma di protezione internazionale solo 1 su 4 di coloro che la chiedono.</p>
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		<title>CHISSA&#8217; CHE FINE FA LA GRECIA&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 00:13:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E la Grecia? Del buco nero d&#8217;Europa, il Paese virtualmente fallito, non si parla più. Curioso, perché la Grecia non è affatto sulla buona strada. gli indicatori economici sono un disastro: la Borsa ha perso più di tre quarti della capitalizzazione, la disoccupazione è al 18%, il sistema bancario ha visto eclissarsi il 25% dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E la Grecia? Del buco nero d&#8217;Europa, il Paese virtualmente fallito, non si parla più. Curioso, perché la Grecia non è affatto sulla buona strada. gli indicatori economici sono un disastro: la Borsa ha perso più di tre quarti della capitalizzazione, <strong>la disoccupazione è al 18%,</strong> il sistema bancario ha visto eclissarsi il 25% dei depositi che aveva solo due anni fa, il settore delle costruzioni ha ridotto le operazioni di due terzi, nel 2011 il Prodotto interno lordo si è contratto del 6%. Il turismo è cresciuto (più 10% nel 2011), grazie ai prezzi bassi e alle rivolte che hanno reso instabile la sponda Sud del Mediterraneo. Ma per farla breve, gli analisti della Ue ritengono che, di questo passo, la Grecia potrà portare il proprio debito pubblico al 120% (!!!) del Pil solo intorno al 2020.</p>
<p><span id="more-13788"></span></p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-13797" title="GRECIA1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA1.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>La Grecia sta ancora in piedi per una sola ragione: la Banca centrale europea ha garantito alla Banca centrale di Grecia prestiti per 73 miliardi</strong> di euro e ha comprato Buoni del Tesoro greci per altri 40 miliardi di euro. Una gigantesca iniezione di denaro che ha consentito al sistema di continuare a girare. Idea che pian piano si è fatta largo nella coscienza dei greci e che ha anche cambiato la percezione della crisi. ricordate le manifestazioni contro gli &#8220;eurocrati&#8221;, contro &#8220;i diktat dell&#8217;Unione Europea&#8221;, le manifestazioni, le contestazioni alle delegazioni inviate da Bruxelles? Bene, tutto dimenticato o quasi. Un recente sondaggio ha mostrato che<strong> il 70% dei greci preferisce restare nell&#8217;euro</strong> e proprio non vorrebbe tornare alla vecchia dracma. Dice nulla, a noi italiani?</p>
<p><strong>Dunque, perché la Germania continua a diffidare?</strong> Perché la Grecia continua a essere lo spauracchio che molti agitano per frenare un deciso intervento europeo (Fondo salva-Stati o altro) a favore dei Paesi in difficoltà? La ragione è molto precisa: il sistema economico greco è bacato all&#8217;interno e, almeno finora, non ha dato segni di voler affrontare <strong>quel complicato e forse doloroso, ma inevitabile, processo di riforma che dovrebbe renderlo più agile, efficiente e competitivo.</strong> La Grecia e la sua politica, insomma, non hanno ancora trovato il loro Mario Monti, né quel sussulto di coscienza collettiva che in Spagna ha portato Zapatero a prendere decisioni difficili ma fondamentali per poi lasciare il potere a Rajoy.</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13799" title="GRECIA2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il segnale più evidente della difficoltà greca a evolvere è il dato della disoccupazione (18%, come si diceva), che pare quasi incredibile se collegato a un disavanzo delle partite correnti che aumenta del 10% l&#8217;anno.</strong> Il che significa che la Grecia continua a fare debiti, senza però riuscire a usarli per incrementare le attività produttive (da cui la mancata riduzione della disoccupazione). D&#8217;altra parte nel 2011 il Paese si è piazzato <strong>al 100° posto (su 183 Paesi)</strong> nella graduatoria della Banca mondiale sugli ambienti favorevoli al business, un rango certo non degno di una nazione occidentale ed europea. Un&#8217;inerzia e un&#8217;arretratezza così radicate da provocare proposte un po&#8217; provocatorie e un po&#8217; disperate: come quella di affidare l&#8217;esazione delle tasse ad aziende private straniere, sperando così di superare l&#8217;ostacolo della corruzione e dell&#8217;imperizia del sistema fiscale nazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>A COSA SERVE IL GIORNO DELLA MEMORIA</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 22:31:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nacht und Nebel, notte e nebbia. Pronunciando queste parole e indossando un elmo magico, nell’Oro del Reno“ di Wagner, il re dei Nibelunghi si celava alla vista dei mortali. Con quelle stesse parole Adolf Hitler marchiò, il 7 dicembre 1941, il decreto per lo sterminio fisico di tutti coloro che costituivano un “pericolo per la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Nacht und Nebel,</em> notte e nebbia. Pronunciando queste parole e indossando un elmo<br />
magico, nell’Oro del Reno“ di Wagner, il re dei Nibelunghi si celava alla vista dei<br />
mortali. Con quelle stesse parole <strong>Adolf Hitler </strong>marchiò, il 7 dicembre 1941, il decreto<br />
per lo sterminio fisico di tutti coloro che costituivano un “pericolo per la sicurezza<br />
della Germania”.</p>
<p><span id="more-13564"></span></p>
<div id="attachment_13567" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/auschwitz.jpg"><img class="size-full wp-image-13567" title="auschwitz" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/auschwitz.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a><p class="wp-caption-text">Bambini ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento.</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Da quel giorno cominciarono le NN-Aktion (le Operazioni Nacht und Nebel, appunto) e gli NN-Transport con cui risolvere per sempre la questione degli NN-Häftlinge, i prigionieri. </strong>Prendeva così l’avvio la fase più terribile della Shoah, l’eliminazione programmata e scientifica di un intero popolo, quello ebraico, accompagnata dal massacro di prigionieri di guerra, rom e sinti, disabili, omosessuali.</p>
<p><strong>Sei milioni di ebrei, quasi 20 milioni di persone in totale, dovevano appunto sparire</strong> <strong>nella notte e nella nebbia.</strong> Il Giorno della Memoria, che ricorre il 27 gennaio e che dal 2000 la nostra Repubblica riconosce ufficialmente “al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei…”, è l’esatto opposto. E’ un grido internazionale per dire: vogliamo vedere, vogliamo sapere. Spazziamo via la nebbia, portiamo tutto al sole.</p>
<p><strong>Proprio al modo in cui il percorso nello Yad Vashem, il mausoleo dell’Olocausto di Gerusalemme, dopo averti precipitato nell’inferno</strong> affrontato dalle vittime e dai sopravvissuti, ti proietta fuori, all’aria e al sole, quasi sospeso su una valle piena di luce e di speranza. Perché non vi è certezza del futuro se non abbiamo il coraggio di affrontare senza finzioni, o peggio ancora negazioni, tutto l’orrore del passato.</p>
<p><strong>Il 27 gennaio è esattamente il giorno del 1945 in cui le truppe sovietiche, a quel</strong><br />
<strong> punto lanciate verso Berlino, arrivarono alla città polacca di Oświęcim, assai più</strong><br />
<strong> nota con il nome tedesco di Auschwitz,</strong> entrarono nel lager, liberarono i pochissimi<br />
superstiti e rivelarono al mondo l’orrore. Fu davvero una rivelazione? Il dubbio ci<br />
perseguita da allora. Davvero gli infiniti voli sull’Europa dell’aviazione alleata non<br />
avevano mai scoperto nulla? Davvero la resistenza non aveva mai segnalato, prima<br />
di quel giorno, le migliaia di convogli piombati, le colonne di prigionieri, le “strane”<br />
attività di quei campi?</p>
<p>Comunque sia, quel 27 gennaio 1945 tornò libero da Auschwitz anche<strong> Primo Levi,</strong><br />
che nel lager era arrivato il 22 febbraio del 1944 in un convoglio di 650 prigionieri:<br />
i russi ne trovarono vivi 20. Levi riuscì a tornare nella sua Torino solo in ottobre,<br />
ma in dicembre stava già scrivendo quel capolavoro assoluto che avrebbe intitolato<br />
Se questo è un uomo. Uno sforzo psicologicamente sovrumano che lo scrittore<br />
affrontava, per sua esplicita dichiarazione “per il bisogno irrinunciabile di raccontare<br />
agli altri, di fare gli altri partecipi”.</p>
<p><strong>Nello stesso lager, il 9 agosto del 1942, era stata uccisa in una camera a gas santa Teresa Benedetta della Croce, per il mondo Edith Stein,</strong> la filosofa nata in una famiglia ebraica ortodossa, convertitasi al cattolicesimo, diventata suora carmelitana nel 1934 e canonizzata da Giovanni Paolo II nel 1998. Di uno dei suoi ultimi scritti prima dell’arresto, la santa aveva detto: “Desidero semplicemente raccontare che cosa ho sperimentato a essere ebrea”.</p>
<p><strong>A questo ci serve il Giorno:</strong> a essere partecipi della vita degli altri, a sperimentare<br />
il bene e il male che siamo capaci di produrre. E a questo ci serve la Memoria: a<br />
superare la schiavitù del momento presente e, recuperando il passato, a metterci in<br />
sintonia con il sentimento collettivo. In definitiva, con la nostra Storia.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 26 gennaio 2012</p>
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		<title>SARAJEVO, COSI&#8217; SI UCCIDE UNA CULTURA</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 22:45:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se girovagando per Facebook capitate sulla pagina &#8220;Salviamo il Museo Nazionale di Bosnia ed Erzegovina&#8221;, non pensate a un miracoloso incrocio tra passato e presente, a un ricordo della guerra balcanica trasferito sul più trendy dei social network. E&#8217; di oggi che si parla, con i mezzi di oggi. Una dopo l&#8217;altra, infatti, le sette [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se girovagando per Facebook capitate sulla pagina &#8220;Salviamo il Museo Nazionale di Bosnia ed Erzegovina&#8221;, non pensate a un miracoloso incrocio tra passato e presente, a un ricordo della guerra balcanica trasferito sul più trendy dei social network. E&#8217; di oggi che si parla, con i mezzi di oggi.</p>
<p><span id="more-13470"></span><strong> </strong></p>
<div id="attachment_13475" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/sara.jpg"><img class="size-full wp-image-13475" title="sara" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/sara.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Il panorama di Sarajevo.</p></div>
<p><strong>Una dopo l&#8217;altra, infatti, le sette maggiori istituzioni culturali della Bosnia stanno chiudendo. Difficile peraltro continuare l&#8217;attività quando lo Stato non ti dà una lira e quel che hai in cassa non basta nemmeno a pagare la bolletta della luce. </strong>Così, si sono sbarrate le porte della <strong>Galleria Nazionale,</strong> in estate. Poi, nelle scorse settimane, una doppietta: prima ha chiuso il <strong>Museo Storico</strong> e poi la <strong>Libreria Nazionale.</strong> Adesso sta chiudendo il <strong>Museo Nazionale,</strong> fondato 125 anni fa e sopravvissuto al collasso dell&#8217;impero-austroungarico, a due guerre mondiali e alla fine del comunismo e della Jugoslavia. Eroicamente i suoi dirigenti chiudono un&#8217;ala per volta, cercando di resistere e sperando in un miracolo che li aiuti a conservare gli oltre 400 mila tra reperti e opere d&#8217;arte.</p>
<p><strong>Nel Museo Nazionale è esposta la cosiddetta &#8220;Haggadah di Sarajevo&#8221;, uno dei più importanti reperti della cultura ebraica d&#8217;Europa. </strong>Vale la pena di spendere due parole su questo libro colmo di preziose miniature. Scritto e miniato nella Barcellona del Trecento, arrivò a Sarajevo attraverso l&#8217;Italia e la Croazia. Adesso è un libro fantastico, allora era un libro rivoluzionario: nel raccontare ed illustrare scene della Bibbia, infatti, rompe con ogni tradizione del tempo raffigurando esseri umani e mostrando la Terra come rotonda.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_13477" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/hagga.jpg"><img class="size-full wp-image-13477" title="hagga" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/hagga.jpg" alt="" width="300" height="171" /></a></strong><p class="wp-caption-text">La &quot;Haggadah di Sarajevo&quot;.</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Nella storia più recente dell&#8217;Haggadah, due fatti rimandano per contrasto all&#8217;attuale, desolante situazione.</strong> Durante la seconda guerra mondiale, i nazisti organizzarono frenetiche ricerche per arrivare a impadronirsi del libro che, si dice, fu nascosto sotto il pavimento di una moschea del direttore del Museo, che era un cristiano croato, e così salvato. E quando il Museo riaprì, alla fine della guerra tra serbi e bosniaci, l&#8217;esposizione dell&#8217;Haggadah fu unanimemente considerata il segno della pace finalmente ritrovata, o comunque finalmente possibile.</p>
<p><strong>Per niente. Al contrario, sulla &#8220;pelle&#8221; dei musei e delle galleria d&#8217;arte si combatte con i mezzi della politica la stessa guerra che si combattè con le armi fino al 1995, al prezzo di 100 mila morti.</strong> Gli Accordi di Dayton, peraltro contestati fin dal principio anche se siglarono la fine delle ostilità, prevedono la divisione del Paese in due entità: la <strong>Federazione croato-musulmana</strong> (51% del territorio e 92 municipalità) e la <strong>Repubblica serba</strong> (49% del territorio e 63 municipalità). Le due entità, pur inserite in un unico Stato, sono dotate di vasti poteri autonomi. La Presidenza dello Stato è collegiale (un serbo, un croato e un musulmano, che a turno, ogni otto mesi, si alternano nella carica di presidente). Ciascuna delle due entità ha un proprio Parlamento, mentre a livello di Stato operano una Camera dei rappresentanti  (42 deputati, 28 eletti nella Federazione e 14 nella Repubblica serba, ogni 4 anni) e una Camera dei popoli (5 serbi, 5 croati e 5 musulmani).</p>
<p>Dal punto di vista amministrativo, un puzzle di difficile soluzione. Dal punto di vista politico, un incubo. <strong>In poche parole, nessuno vuole pagare per una storia e una cultura che nessuno vuole condividere o sente condivisa. </strong>I serbi, in particolare, sostengono che non esiste una cultura &#8220;della Bosnia&#8221; ma una cultura serba e una musulmana. E per bloccare qualunque iniziativa basta davvero poco, con quel groviglio di Stato.</p>
<p><strong>Che sia una vecchia storia lo dimostra il fatto che la Bosnia ed Erzegovina non ha un ministero della Cultura, e nessuna legge che preveda esplicitamente il finanziamento dei beni culturali.</strong> E per dire l&#8217;aria che tira: dopo le elezioni politiche del 2010, i sei partiti che si erano accordati per governare insieme impiegarono più di un anno per formare il Governo nazionale. In quel periodo continuò a &#8220;governare&#8221; il precedente Governo, che non riuscì nemmeno a far approvare la legge di bilancio.</p>
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		<title>FRANCIA, MARINE LE PEN ALL&#8217;ASSALTO</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 22:11:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438_ctl00_paragraphsReader_repParagraphs_ctl00_pParagrafo">DI PAOLO ROMANI &#8211; Un elettore francese su cinque è deciso a votare per Marine Le Pen. Lo dicono i sondaggi <strong>a cento giorni dell’elezione presidenziale programmata per il 22 aprile (primo turno) e il 6 maggio (ballottaggio fra i due candidati arrivati in testa nel primo turno)</strong>. Ma la bionda leader dell’estrema destra potrebbe rastrellare molti più voti di quanti gliene attribuiscono i sondaggi, visto che altre inchieste demoscopiche rivelano che un francese su tre afferma di aderire alle idee del <strong>Fronte Nazionale, il partito alla cui guida Marine è succeduta (un anno fa) al padre Jean-Marie Le Pen</strong>. Ancora più inquietante: in 12 anni si è dimezzata (dal 70 al 35 %) la percentuale dei francesi che si proclamano “totalmente opposti” all’ideologia del Fronte Nazionale.</p>
<p><span id="more-13439"></span></p>
<div id="attachment_13442" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/LE_PEN.jpg"><img class="size-full wp-image-13442" title="LE_PEN" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/LE_PEN.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Marine Le Pen, leader del Fronte Nazionale.</p></div>
<p><strong>Forse non è ancora il caso di parlare di un vento di panico, ma l’inquietudine cresce. </strong>Marine Le Pen costituisce ormai una seria minaccia sia per la destra che per la sinistra e anche, e soprattutto, per la Francia. Lo spettro del “sorpasso” tormenta lo stato maggiore del candidato socialista<strong> François Hollande </strong>e quello del presidente uscente<strong> Nicolas Sarkozy</strong> (il quale non ha ancora fatto atto ufficiale di candidatura, ma nessuno ha dubbi che sarà in pista per la corsa all’Eliseo).</p>
<p>Per ora, Hollande è leggermente in testa nei sondaggi, con il 28% delle intenzioni di voto, seguito a ruota da Sarkozy (26%). Ma <strong>l’uno e l’altro cominciano a sentire sul collo il fiato di Marine</strong>. Il timore è che si ripeta il copione del 2002, quando l’anziano Jean-Marie Le Pen aveva sorpassato, nel primo turno delle presidenziali, il socialista Jospin, e si era ritrovato in ballottaggio con il neogollista Jacques Chirac. Alla fine quest’ultimo aveva stravinto con l’82% dei voti, ma l’effetto traumatico del sorpasso era stato tremendo, e aveva pesato per mesi e mesi sulla vita politica francese.</p>
<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438_ctl00_paragraphsReader_repParagraphs_ctl02_pParagrafo"><strong>Certo le probabilità che Marine Le Pen possa entrare all’Eliseo sono scarsissime. Ma non c’è dubbio che la donna sia abilmente riuscita a cambiare il volto del Fronte Nazionale</strong>, a rendere più “presentabile” un’estrema destra che sotto la guida di suo padre si era per troppo tempo identificata con la retorica xenofoba, razzista, antisemita e sciovinista. Non che Marine sia sostanzialmente meno estremista e reazionaria di suo padre, ma forse proprio perché è una donna giovane ha saputo trasmettere un’immagine più moderna, un’immagine più “sociale” (più populista, dicono i suoi avversari) del partito, grazie anche a un linguaggio più terra terra e (almeno in apparenza) più vicino alle preoccupazioni della gente comune.</p>
<div id="attachment_13444" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/sarko.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13444" title="sarko" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/sarko-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Nicolas Sarkozy.</p></div>
<p>Non a caso, come rivelano i sondaggi, <strong>la bionda leader del Fronte Nazionale raccoglie sempre più consensi nei ceti “popolari”, negli ambienti operai,</strong> insomma in quei settori della popolazione che un tempo votavano per il partito comunista, o per il partito socialista, ma che sono stati delusi dalla sinistra. I discorsi contro l’immigrazione (“La Francia ai francesi”) e la crociata contro l’euro accusato di essere la causa principale della crisi, sono terribilmente efficaci, così come gli <strong>attacchi contro la globalizzazione il capitalismo e l’Unione europea, senza dimenticare le promesse demagogiche di ripristinare il protezionismo</strong> per difendere i prodotti “made in France” e di lottare contro i privilegi della “casta” per aiutare i più poveri.</p>
<p>Poco importa a questo punto che gli economisti e i politici giudichino assurdo, per non dire surreale, il programma economico e sociale della leader del Fronte Nazionale. <strong>L’ascesa (irresistibile?) di Marine Le Pen si spiega anzitutto con il fatto che né Sarkozy né il suo avversario socialista Hollande riescono a proporre un progetto capace di ridare fiducia e speranza ai francesi massacrati della crisi</strong>. Finché non lo faranno, l’astro di Marine Le Pen è destinato a salire nel firmamento della politica francese.</p>
<p><em><strong>di Paolo Romani</strong></em></p>
<p>Paolo Romani è stato inviato speciale e corrispondente estero per il <em>Resto del Carlino</em>, il <em>Giornale,</em> la <em>Voce</em> e <em>Famiglia Cristiana. </em>Da molti anni vive e lavora a Parigi.</p>
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		<title>UNGHERIA, DERIVA AUTORITARIA NELLA UE</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 17:23:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono abbastanza curioso di vedere quali provvedimenti prenderà l&#8217;Unione Europea per fronteggiare una realtà nuova ma affatto imprevista come quella proposta dall&#8217;Ungheria del premier Viktor Orban. Ovvero, la rinascita nel cuore dell&#8217;Europa e dell&#8217;Unione di uno Stato (para) fascista. Non ci sono, infatti, tanti altri modi per descrivere lo Stato che sta pian piano nascendo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono abbastanza curioso di vedere quali provvedimenti prenderà l&#8217;Unione Europea per fronteggiare una realtà nuova ma affatto imprevista come quella proposta dall&#8217;Ungheria del premier <strong>Viktor Orban. </strong>Ovvero, la rinascita nel cuore dell&#8217;Europa e dell&#8217;Unione di uno Stato (para) fascista.</p>
<p><span id="more-13213"></span></p>
<div id="attachment_13223" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/unghe1.jpg"><img class="size-full wp-image-13223" title="unghe1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/unghe1.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a><p class="wp-caption-text">Una manifestazione di sostenitori del partito Fidesz.</p></div>
<p><strong>Non ci sono, infatti, tanti altri modi per descrivere lo Stato che sta pian piano nascendo.</strong> Orban, alle elezioni dell&#8217;aprile 2010,  ha messo a profitto il discredito del Partito socialista ottenendo per il proprio partito, <em>Fidesz,</em> il 52,7% dei voti. Un trionfo della destra reso ancor più clamoroso dal 16,7% dei voti (e 47 parlamentari) ottenuto del movimento antisemita <em>Jobbik.</em></p>
<p>Sulla spinta di quel risultato, Orban ha cominciato a smantellare ogni forma di garanzia democratica in vigore nel Paese, dedicando molta meno energia a combattere la profondissima crisi economica che ha portato l&#8217;Ungheria a un passo dal default: il debito pubblico è quasi raddoppiato in due anni, i redimenti dei suoi titoli di Stato hanno battuto persino il record raggiunto nel 2009, quando solo un mega-prestito del Fondo monetario internazionale evitò il crollo; e per il 2012 le previsioni parlano di un&#8217;inflazione oltre il 5%, di una disoccupazione al 12% e di un affossamento del Prodotto interno lordo.</p>
<p><strong>Il Governo Orban, però, ha altre priorità. Inattaccabile nella maggioranza parlamentare, ha fatto approvare una nuova Costituzione, entrata appunto in vigore il 1° gennaio 2012, </strong>per sostituire quella &#8220;vecchia&#8221; che risaliva al 1949 ma era stata abbondantemente ritoccata nel 1990, dopo il crollo del Muro di Berlino e dell&#8217;Unione Sovietica.</p>
<p>La nuova Costituzione elimina la dizione &#8220;Repubblica&#8221; dal nome dello Stato, limita fortemente i poteri della Corte Costituzionale (i cui nuovi membro saranno scelti dal Governo) e introduce norme modulate secondo le convenienze politiche di Orban e del partito <em>Fidesz. </em>Per esempio: fissa <strong>la tassa ad aliquota fissa (<em>flat tax</em>) al 16%,</strong> stabilendo nel contempo che tale aliquota potrà essere modificata solo con il voto dei due terzi dei membri del Parlamento, legando così le mani ai futuri Governi e garantendo a <em>Fidesz </em>uno spazio di manovra in Parlamento;  <strong>e sancisce l’obbligo del pareggio di bilancio,</strong> a partire però dal 2016 e non dal 2012 come chiedeva l’Unione Europea, scaricando così su altri Governi l&#8217;onere di una situazione economica che peggiora di giorno in giorno.</p>
<p>La stessa nuova Costituzione si fa paladina del diritto alla cittadinanza ungherese dei cittadini di<strong>etnia magiara</strong> residenti<strong> nei Paesi confinanti, con ciò introducendo così un elemento di potenziale conflitto </strong>con Paesi come Slovacchia, Romania, Austria, Bulgaria, Slovenia e Croazia e quindi di destabilizzazione della stessa Unione Europea.</p>
<p><strong>Ancora più fosco il quadro se si guarda alla legislazione corrente, quella che Fidesz può implementare in Parlamento senza tema di opposizione. </strong>I tempi di intervento durante i dibattiti parlamentari sono stati drasticamente ridotti e non possono superare i 15 minuti. I media sono sottoposti al controllo di una commissione governativa che, infatti, sta già provvedendo a eliminare dalla scena, o a limitare fortemente, le voci dissidenti. <strong><em>Klubradio, </em>emittente schierata con le opposizioni, è stata privata delle frequenze </strong>che sono invece state assegnate a una radio recentemente fondata da imprenditori vicini a Orban, <em>Autoradio. </em>Punizione un poco meno pesante è invece toccata a<em> Index.hu</em>, il più seguito tra i siti ungheresi d&#8217;informazione: i suoi redattori sono stati banditi dal Parlamento dopo che il portale aveva pubblicato un video satirico sui lavori del Parlamento stesso.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_13225" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/unghe2.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13225" title="unghe2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/unghe2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></strong><p class="wp-caption-text">Viktor Orban, primo ministro d&#39;Ungheria.</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Normalizzata la magistratura: 300 magistrati non allineati sono stati prepensionati</strong> e la nomina dei nuovi è ora &#8220;supervisionata&#8221; da una commissione nominata dal Governo. Modificata anche la legge elettorale e il risultato è che il partito <em>Fidesz</em> del premier, grazie a una serie di clausole e premi di maggioranza, potrebbe restare al potere anche se ottenesse solo il 30% dei voti. Per finire, lo scontro con la Banca centrale: il Governo Orban vorrebbe in pratica tramutarla in un ufficio governativo, nominando propri rappresentanti ai vertici dell&#8217;Istituto.</p>
<p><strong>In qualche modo questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il presidente della Commissione europea Barroso ha cortesemente chiesto a Orban</strong> di ritirare la legge in proposito, Orban ha risposto &#8220;no&#8221; in modo un po&#8217; meno gentile. Allora Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale hanno deciso di congelare le trattative che dovevano portare alla concessione di un nuovo, massiccio prestito all&#8217;Ungheria.</p>
<p><strong>Ma è proprio la disgrazia economica dell&#8217;Ungheria, paradossalmente, a rinforzare la posizione di Orban.</strong> Con la crisi dell&#8217;euro ancora aperta, l&#8217;Europa (e con essa le altre istituzioni internazionali) può permettersi di lasciar fallire l&#8217;Ungheria e di creare così un buco nero proprio nel cuore del continente? Orban lo sa e ne approfitta. E l&#8217;Unione Europea, molto impegnata a far le pulci alle elezioni in Russia, si trova ora alle prese con <strong>un Premier autoritario che fu anche vice-presidente del Partito popolare europeo</strong> e con un Paese membro che ha imboccato una deriva antidemocratica e nazionalista che, da quelle parti d&#8217;Europa, ridesta ricordi quanto meno imbarazzanti.</p>
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		<title>LA CRISI NON E&#8217; UGUALE PER TUTTI</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 09:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8216;Intelligence Unit dell&#8217;Economist ha elaborato un&#8217;interessante e per certi versi agghiacciante statistica sulla situazione prima e dopo crisi globale in diversi Paesi. Il criterio di analisi è quello della produzione pro capite, il confronto è tra il 2007 (prima della crisi, appunto) e il 2012 (previsioni). Ecco com&#8217;è andata in una serie di grandi Paesi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L<a href="http://www.eiu.com" target="_blank">&#8216;Intelligence Unit </a>dell&#8217;Economist ha elaborato un&#8217;interessante e per certi versi agghiacciante statistica sulla situazione prima e dopo crisi globale in diversi Paesi. Il criterio di analisi è quello della produzione<em> pro capite</em>, il confronto è tra il 2007 (prima della crisi, appunto) e il 2012 (previsioni). Ecco com&#8217;è andata in una serie di grandi Paesi.</p>
<p><span id="more-13161"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_13165" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/cina.jpg"><img class="size-full wp-image-13165" title="cina" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/cina.jpg" alt="" width="300" height="242" /></a><p class="wp-caption-text">Una fabbrica in Cina.</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Scarto nella produzione tra 2007 e 2012</strong></p>
<p>Gran Bretagna          - 5,3%</p>
<p>Usa                               &#8211; 2,7%</p>
<p>Francia                       &#8211; 2,5%</p>
<p>Giappone                   &#8211; 0,7%</p>
<p>Germania                  + 3,5%</p>
<p>Russia                         + 10,2%</p>
<p>Brasile                        + 14,3%</p>
<p>India                           + 34,2%</p>
<p><strong>Cina                             + 51,3%</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>2011/2012, LA NAZIONE PRIMA DI TUTTO</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 19:05:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;anno che si chiude, e che di per sè ha aperto il decennio, ha avuto una caratteristica comune a tutte le latitudini: il prepotente ritorno delle questioni nazionali. Con l&#8217;inevitabile corollario della crisi di quasi tutte le forme di rappresentanza sovrannazionale, dall&#8217;Unione Europea al G20. Non a caso viene considerata con stupore, e da alcuni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;anno che si chiude, e che di per sè ha aperto il decennio, ha avuto una caratteristica comune a tutte le latitudini: il prepotente ritorno delle questioni nazionali. Con l&#8217;inevitabile corollario della crisi di quasi tutte le forme di rappresentanza sovrannazionale, <strong>dall&#8217;Unione Europea al G20.</strong> Non a caso viene considerata con stupore, e da alcuni addirittura come un ritorno a concezioni di tipo sovietico, l&#8217;unione doganale e commerciale varata dalla Russia di Vladimir Putin insieme con il Kazakhstan e la Belorussia, non a caso tre Paesi scossi da notevolissime crisi politiche.</p>
<p><span id="more-13126"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/bandiere.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-13140" title="bandiere" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/bandiere.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a></p>
<p><strong>In questo, il decennio aperto con il 2011 dei vari &#8220;io&#8221; nazionali ha di fatto ribaltato il decennio precedente.</strong> Dal 2000 al 2010 il mondo aveva ragionato soprattutto in termini di &#8220;noi&#8221;. Si era aperto, quel decennio, con il varo dell&#8217;euro, cioè della moneta unica per tutta l&#8217;Europam ed <strong>era proseguito con le guerre del &#8220;noi&#8221;</strong> (noi occidentali, democratici, illuminati) contro &#8220;loro&#8221; (i talebani, i musulmani, i dittatori oscurantisti, i fanatici)<strong> in Afghanistan e in Iraq.</strong> Per questo colpì così tanto il rifiuto della Francia e della Russia di partecipare all&#8217;attacco contro Saddam Hussein: perché rompeva il fronte del &#8220;noi&#8221; e si proponeva come un egoismo nazionale rispetto a una battaglia descritta come collettiva. Come &#8220;di civiltà&#8221;, appunto. Che poi fossero tutte balle è, da questo punto di vista, relativamente importante.</p>
<p><strong>Nel 2011 tutto si è rovesciato. All&#8217;apice della crisi economica, raggiunto appunto quest&#8217;anno, la nazioni sotto stress hanno ricominciato a seguire il più possibile piste individuali</strong>. In Europa si va dalla Grecia alla Germania, cioè dal Paese che ha truccato i bilanci per non raccontare la verità all&#8217;Unione Europea al Paese che si è organizzato per reagire alla crisi e non vuol correr rischi per soccorrere le economie &#8220;allegre&#8221; di <strong>Grecia, Italia e Spagna.</strong> Alla faccia degli ideali europeisti. La Francia, all&#8217;alba della crisi libica,  ha rinunciato a qualunque forma di concertazione europea per riprendere, anche se in modo effimero, gli antichi vezzi della <em>grandeur. </em>Della Gran Bretagna si può solo dire che ha abbandonato la finzione di essere membro della Ue, ed era pure ora.</p>
<p><strong>Persino il fenomeno collettivo più significativo dell&#8217;anno, la Primavera araba, ha fatto sempre più emergere nei mesi il carattere nazionale delle rivolte</strong> contro la dittatura. Il desiderio di libertà e democrazia è evidente in tutto il mondo arabo, e questo è certo un tratto comune. Ma ciò ch&#8217;è successo in Libia ha poco a che vedere con quanto invece è successo in Tunisia o in Egittom o quanto potrebbe succedere nello Yemen o in Arabia Saudita. <strong>Nel decennio precedente vigeva la retorica del &#8220;mondo islamico&#8221;,</strong> dell&#8217;arcipelago islam spacciato come un blocco monolitico, la riedizione dell&#8217;impero del male dei tempi di Ronald Reagan. Sono bastati pochi mesi per darci la misura di quanto quella propaganda fosse fasulla e fuorviante.</p>
<p>Basta pensare, quanto al mondo islamico, al blocco Turchia-Siria-Iraq, tre Paesi che ormai non hanno più nulla in comune. O al confronto Iran-Arabia Saudita (più Emirati) per interposti Usa per capire quanto siamo stati portati fuori strada.</p>
<div id="attachment_13142" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/nazionalismo.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13142" title="nazionalismo" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/nazionalismo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Un&#39;antica stampa: il nazionalismo divora il mondo.</p></div>
<p>Ci piaccia o no, è probabile che il 2012 ci riproponga la stessa minestra del 2011, ma in salsa ancor più piccante. <strong>Gli Usa saranno impegnati nella campagna per le elezioni presidenziali,</strong> impossibile dunque che Obama prenda decisioni importanti (e divisive) di politica internazionale nell&#8217;anno in cui deve respingere l&#8217;assalto dei repubblicani alla Casa Bianca. <strong>La Francia va alle elezioni presidenziali</strong>, incerte come non si poteva credere fino a poco tempo fa, e Sarkozy rischia. <strong>La  Russia, il 4 marzo, vedrà Vladimir Putin rientrare al Cremlino,</strong> ma in condizioni di stress politico cui non sono abituati né lui né l&#8217;elettorato russo. Ancor più importante:<strong> entro l&#8217;anno, la Cina rinnoverà i massimi quadri dirigenti, il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao, </strong>che negli anni della grande crisi si sono rivelati interlocutori affidabili anche per i Governo di Usa ed Europa, saranno sostituiti da<strong> Xi Jinping e Li Keqiang,</strong> dirigenti ancora largamente sconosciuti. Ma non solo: il programmato ricambio di vertice si accompagna al rinnovamento di circa il 70% dei quadri dirigenti e i sinologi (moderna versione dei cremlinologi di un tempo) si aspettano un&#8217;avanzata dei nazionalisti.</p>
<p>Difficile che in queste condizioni i leader trovino tempo, modo e voglia per alzare lo sguardo dai problemi nazionali e dedicarsi alla collaborazione internazionale.</p>
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		<title>COME SARA&#8217; IL 2012? CHIEDI ALLO SPAZZINO</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 23:05:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa è l&#8217;epoca delle previsioni per l&#8217;anno nuovo e non c&#8217;è esperto, vero o presunto, che si sottragga. Vale la pena, allora, di ricordare l&#8217;esperimento realizzato dall&#8217;Economist nel 1984. Quell&#8217;anno, nel numero in edicola tra Natale e Capodanno, il settimanale inglese chiese una serie di previsioni per il successivo decennio a un gruppo di &#8220;consulenti&#8221; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è l&#8217;epoca delle previsioni per l&#8217;anno nuovo e non c&#8217;è esperto, vero o presunto, che si sottragga. Vale la pena, allora, di ricordare l&#8217;esperimento realizzato dall&#8217;<a href="http://www.economist.com" target="_blank">Economist</a> nel 1984. Quell&#8217;anno, nel numero in edicola tra Natale e Capodanno, <strong>il settimanale inglese chiese una serie di previsioni per il successivo decennio</strong> a un gruppo di &#8220;consulenti&#8221; così composto: 4 ex ministri delle Finanze, 4 presidenti di aziende multinazionali, 4 studenti dell&#8217;Università di Oxford e 4 spazzini di Londra.</p>
<p><span id="more-13112"></span></p>
<div id="attachment_13120" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/spazz.jpg"><img class="size-full wp-image-13120" title="spazz" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/spazz.jpg" alt="" width="300" height="176" /></a><p class="wp-caption-text">Uno spazzino in servizio a Londra.</p></div>
<p><strong>Nel 1995, scaduto appunto il decennio, l&#8217;Economist tirò fuori dall&#8217;archivio quelle previsioni (<em>Garbage in, Garbage out, </em>si intitolava quel pezzo<em>) </em> per scoprire che ad averci azzeccato di più erano stati, a pari merito, i manager delle multinazionali e gli spazzini di Londra.</strong> E in un settore particolarmente importante per l&#8217;economia mondiale, quello del petrolio, erano stati gli spazzini a mostrare la maggiore preveggenza in assoluto.</p>
<p>Memore di quel caso, l&#8217;Economist ha deciso di riprovarci, togliendosi qualche sfizio. <strong>Cinque spazzini londinesi e cinque grandi manager a confronto, questa volta sull&#8217;andamento del 2012. </strong>Nel caso vi potesse servire: la maggioranza degli spazzini e dei manager concorda sul fatto che la crescita mondiale sarà tra il 2,5 e il 5%, ma gli spazzini sono molto più pessimisti sull&#8217;andamento del prezzo del petrolio (una robusta minoranza di loro lo vede superare i 120 dollari a barile nell&#8217;anno che viene, contro i circa 90 della quotazione attuale) e sono in larga maggioranza convinti che Barack Obama non sarà rieletto alla Casa Bianca.</p>
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		<title>IMMIGRATI IN EUROPA, DURA LA VITA</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 22:09:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per anni ci siamo sentiti ripetere la favola che gli immigrati tolgono lavoro ai nostri giovani, evidentemente ansiosi di fare i pizzaioli, la badante o il muratore. Giova ricordare, ogni tanto, che le realtà è ben diversa. Per esempio con l&#8217;ultimo studio di Eurostat, l&#8217;istituto statistico della Commissione Europea, frutto di una ricerca realizzata a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per anni ci siamo sentiti ripetere la favola che gli immigrati tolgono lavoro ai nostri giovani, evidentemente ansiosi di fare i pizzaioli, la badante o il muratore. Giova ricordare, ogni tanto, che le realtà è ben diversa. Per esempio con l&#8217;ultimo studio di <a href="http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/eurostat/home/" target="_blank">Eurostat</a>, l&#8217;istituto statistico della Commissione Europea, frutto di una ricerca realizzata a fine 2008..</p>
<p><span id="more-12913"></span><strong> </strong></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/stranieri.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-12915" title="stranieri" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/stranieri.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p><strong>Nell&#8217;Unione Europea a 27 Paesi, gli immigrati (cioè le persone nate in Paesi esterni alla Ue) formano ormai il 9,4% della popolazione. E la loro situazione socio-economica è ben lungi dall&#8217;essere paragonabile a quella degli europei di nascita.</strong> Per il 34% dei casi, gli stranieri di età compresa tra i 25 e i 54 anni che vivono e lavorano in Europa hanno titoli di studio e qualificazioni assai superiori a quelli richiesti dal lavoro che in effetti svolgono. Lo stesso dato tra gli europei si ferma al 19%. Andando a vedere Paese per Paese, lo stesso dato risulta particolarmente clamoroso in Grecia (stranieri super-qualificati nel 66% dei casi contro il 18% dei greci),<strong> Italia (50% contro 13%)</strong>, Spagna (58% contro 31%), Cipro (53% contro 27%), Estonia (47% contro 22%) e Svezia (31% contro 11%).</p>
<p><strong>Ma non basta. Solo in due Paesi dell&#8217;Europa a 27, cioè in Grecia e in Ungheria, il tasso di disoccupazione degli stranieri (sempre tra i 25 e i 54 anni) è più o meno simile a quello dei nativi.</strong> Molto netta la differenza, invece, in Belgio (immigrati disoccupati al 14% contro il 5% dei belgi), Svezia (11% contro 3%), Finlandia (11% contro 5%), Spagna (15% contro 9%), Francia (12% contro 6%) e Germania (12% contro 6%).</p>
<p>Per finire: il 31% degli stranieri che vivono e lavorano in Europa è a rischio di povertà o esclusione sociale, contro il 20% dei nativi. Livelli di rischio molto più alti per gli stranieri soprattutto in Belgio (36% contro 13%), Svezia (32% contro 10%), Grecia (43% contro 23%), Francia (34% contro 14%), Austria (32% contro 13%), Finlandia e Danimarca (31% contro 13% in entrambi questi Paesi).</p>
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