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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Europa</title>
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		<title>SERBIA, LA RISCOSSA DEI NAZIONALISTI</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2012 19:10:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sorpresa in Serbia: dalle elezioni presidenziali esce vincitore Tomislav Nikolic, 60 anni, leader del Partito progressista che, al di là dei nomi di facciata, vuol dire fronte nazionalista. Del resto, Nikolic era al Governo con Milosevic ai tempi della guerra del Kosovo, le radici sono quelle e non sono state cancellate dalla svolta moderata messa in atto nel 2008.</p>
<p><span id="more-15011"></span></p>
<div id="attachment_15019" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/serbiaok.jpg"><img class="size-full wp-image-15019" title="serbiaok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/serbiaok.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">La gioia dei sostenitori di Nikolic a Belgrado.</p></div>
<p><strong>Sconfitto invece l&#8217;eterno vincitore. L&#8217;europeista Boris Tadic, 54 anni, reduce da due mandati presidenziali, ottenuti nel 2004 e 2008 proprio</strong> a spese di Nikolic, qualche mese fa aveva ricevuto &#8220;in regalo&#8221; dalla Ue lo status di Paese candidato all&#8217;ingresso nell&#8217;Unione. Un&#8217;arma che, a quanto pare, non è bastata per fare il tris. Su tutto e su tutti, un&#8217;affluenza alle urne assai bassa: 41,5%.</p>
<p><strong>A dispetto del cambio di Presidente, c&#8217;è poco che la Serbia possa fare per affermare un nuovo orientamento.</strong> Nikolic si dice europeista ma non disposto a rinunciare al Kosovo. Ma il Kosovo dei sogni serbi è perso, andato. E a vigilare su questa realtà non è l&#8217;Unione Europea ma, e dal punto di vista del nazionalismo serbo è molto peggio, sono gli Usa. E&#8217; vero piuttosto il contrario: la Serbia avrebbe un gran bisogno di integrarsi nell&#8217;Unione Europea, ma la Ue tutto ha in testa tranne che aprire le porte a Stati economicamente fragili, che fatalmente la indebolirebbero ulteriormente.</p>
<div id="attachment_15020" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/nikolicok.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-15020" title="nikolicok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/nikolicok-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Tomislav Nikolic.</p></div>
<p><strong>Con la disoccupazione al 24%, un settore statale ancora dominante, il salario medio sotto i 400 euro, la Serbia non è certo il candidato ideale.</strong> La crescita non è di quelle rampanti (dopo una contrazione del 3,5% nel 2009, un più 1% nel 2010 e un più 2% nel 2011) e la gestione dell&#8217;economia (con Tadic) ha provocato molte discussioni. Nel settembre 2011 la Serbia ha firmato con il Fondo monetario internazionale un accordo da 1,3 miliardi di dollari, valido nelle intenzioni fino al 2013. Ma all&#8217;inizio di quest&#8217;anno il Fondo ha sospeso tutto perché la legge finanziaria approvata dal parlamento serbo non rispettava i parametri fissati.</p>
<p><strong>Bisogna però chiedersi che cosa abbia spinto i serbi a scegliere il prima più volte rinnegato Nikolic.</strong> In altre parole, provare a misurare il peso esercitato nel voto dallo stato penoso dell&#8217;economia e dallo scontento verso i partiti di Governo con quanto invece può aver contato un rigurgito di nazionalismo nei confronti dei processi che, all&#8217;Aja, portano di volta in volta alla sbarra i vari <strong>Radtko Mladic, Vojislav Seselj, Radovan Karadzic. In</strong> queste elezioni hanno votato regolarmente anche i 109 mila elettori serbi residenti in Kosovo: anche lì, però, l&#8217;affluenza è stata molto bassa.</p>
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		<title>I GRECI VOGLIONO L&#8217;EUROPA. E L&#8217;EUROPA&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 11:15:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Agisce spesso nei popoli una specie di sesto senso, o di intima saggezza, che supera le conoscenze e le previsioni degli esperti. Così, mentre banchieri, economisti e politici fanno i conti su quanto ci costerebbe l’uscita della Grecia dalla zona euro, i greci fanno sapere che nell’euro ci vogliono stare, eccome. L’ultimo sondaggio, realizzato per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Agisce spesso nei popoli una specie di sesto senso, o di intima saggezza, che supera le conoscenze e le previsioni degli esperti. Così, mentre banchieri, economisti e politici fanno i conti su quanto ci costerebbe l’uscita della Grecia dalla zona euro, <strong>i greci fanno sapere che nell’euro ci vogliono stare, eccome.</strong> L’ultimo sondaggio, realizzato per il settimanale To Vima, parla chiaro: l’80% dei greci vuole restare nella Ue e il 78,1% dice che il primo compito di qualunque nuovo Governo dovrà essere, appunto, di far restare la Grecia agganciata all’euro.</p>
<p><span id="more-14966"></span></p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/greciaok1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-14972" title="greciaok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/greciaok1.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Non è difficile capire perché. Attaccare gli euroburocrati è sempre stato facile, ma tutti i popoli dei 27 Paesi Ue, nessuno escluso, hanno ricevuto immediati e cospicui vantaggi dall’adesione all’Europa.</strong> Qualche giorno fa, <strong>Andrus Ansip,</strong> premier dell’Estonia, primo Paese ex sovietico ad adottare l’euro nel 2011, ha detto: “Da noi chiunque capisce quale vantaggio sia l’euro per l’Estonia”. E per restare alla Grecia: dal suo ingresso nella Ue, Atene ha ricevuto da Bruxelles quasi 40 miliardi di euro; ogni anno, i contributi della Ue rappresentavano circa il 2% dell’intero Pil greco. In più, i greci sanno benissimo che l’attuale crisi è stata provocata da una politica folle di spesa, quella per cui il deficit era arrivato al 144% del Pil: per un euro che entrava, quasi un euro e mezzo usciva. Per non parlare dei 130 miliardi di euro che la Ue ha già investito nelle operazioni di salvataggio finanziario e che certo non saranno mai più recuperati.</p>
<p><strong>Detto questo, l’Unione Europea deve fare tutta la sua parte. Che non sta solo nel proporre aiuti finanziari ma nel proporre il meglio di se stessa.</strong> Dalla Grecia ci arriva un messaggio fortissimo. Gente che soffre di giorno in giorno, subisce il taglio del 20% dei salari e delle pensioni, non può più permettersi un medico o una vacanza e che i retori invitano ad accusare l’Europa, ribadisce la volontà di essere in Europa. Questa gente merita una risposta rapida, concreta e solidale.</p>
<p><strong>Nelle nuove, critiche elezioni che si svolgeranno in giugno, si voterà anche per o contro la Ue. Non per la permanenza nella Ue ma per la Ue medesima, per la sua anima, la sua essenza,</strong> il suo senso. Le parole di <strong>José Manuel Barroso,</strong> presidente della Commissione europea (“Continueremo ad aiutare la Grecia”) sono importanti e peseranno. Ma ci vuole di più, e altro. E’ necessario che si manifesti con chiarezza la coscienza che l’impoverimento violento dei greci non è visto da Bruxelles come un problema tecnico ma per quello che davvero è: il dramma umano di dieci milioni di persone.</p>
<p>Serve il contrario, insomma di quanto minacciato qualche giorno fa da <strong>Jens Weidmann,</strong> presidente della banca centrale di Germania: “Se Atene non mantiene la parola è una decisione democratica. Ma il risultato è che non ci sono più le basi per ulteriori aiuti”. <strong>Sarebbe invece proprio questo il momento di annunciarne di nuovi</strong> o di proporre misure che, senza mettere in discussione l’obiettivo finale del risanamento, rendano un poco meno draconiane le rinunce chieste alla gente. <strong>Un esempio da non trascurare: l’Agenzia federale russa per la cooperazione internazionale</strong> ha lanciato una campagna per spingere i russi ad acquistare prodotti greci. E’ stato calcolato che se ogni russo spendesse in un anno 4 mila rubli in quel senso, pari a 100 euro, la Grecia incasserebbe 15 miliardi di euro in esportazioni.</p>
<p><strong>L’Europa è nata proprio per far star bene insieme tanti popoli diversi e fin troppo spesso, nel corso dei secoli, impegnati a farsi la guerra.</strong> E dietro i freddi dati dell’economia si celano dati molto più sensibili come la compattezza sociale, la solidità morale, la capacità di costruire un futuro. Trasformare la vita dei greci in una lotta permanente per la sopravvivenza aiuterà poco l’economia della nazione e sarà di grande danno per l’Europa.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 17 maggio 2012</p>
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		<title>L&#8217;UCRAINA E LO SPORT STRABICO</title>
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		<pubDate>Tue, 01 May 2012 14:15:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non è un boicottaggio, ma comincia a somigliargli. Cresce infatti nell’Europa politica la tentazione di disertare i campionati, europei appunto, di calcio che l’Ucraina ospiterà tra poco più di un mese in condominio con la Polonia. La pietra dello scandalo è il “caso Tymoshenko”: l’ex premier l’anno scorso è stata condannata a 7 anni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non è un boicottaggio, ma comincia a somigliargli. Cresce infatti nell’Europa politica la tentazione di disertare i campionati, europei appunto, di calcio che l’Ucraina ospiterà tra poco più di un mese in condominio con la Polonia. <strong>La pietra dello scandalo è il “caso Tymoshenko”:</strong> l’ex premier l’anno scorso è stata condannata a 7 anni di carcere per un presunto “abuso d’ufficio” (avrebbe acquistato, quand’era primo ministro, gas russo a prezzi gonfiati), dopo quello che a quasi tutti è parso più un regolamento di conti che un processo. In carcere, a detta dei suoi sostenitori, le sue condizioni di salute si sono gravemente deteriorate e nei giorni scorsi sarebbe stata addirittura pestata dalle guardie.</p>
<p><span id="more-14786"></span></p>
<div id="attachment_14790" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/tymo.jpg"><img class="size-full wp-image-14790" title="tymo" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/tymo.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">La Tymoshenko fotografata in carcere.</p></div>
<p>In Ucraina le proteste contro la condanna e contro il regime del presidente Janukovic non si sono mai placate. In Europa ha cominciato la mobilitazione <strong>Viviane Reding,</strong> commissario Ue alla Giustizia, dicendo che non avrebbe presenziato alla partita inaugurale dei campionati e chiedendo ai colleghi di “riflettere sull’opportunità di andare in Ucraina”. Nelle ultime ore l’accelerazione. La cancelliera tedesca <strong>Angela Merkel,</strong> secondo rivelazioni di <em>Der Spiegel</em>, non si farà vedere se la Tymoshenko non sarà liberata. Altrettanto ha deciso <strong>José Manuel Barroso,</strong> presidente della Commissione europea. E il nostro ministro dello Sport, <strong>Piero Gnudi,</strong> ha dichiarato che “quando vengono violati i diritti soggettivi e i principi democratici, lo sport non può voltarsi dall’altra parte”, dando così voce a quello che pare il sentimento del Governo.</p>
<p><strong>L’intervento a gamba tesa, però, l’Ucraina l’ha subito dall’Uefa, l’Unione delle federazioni europee del calcio, ovvero l’ente promotore dei campionati che Ucraina e Polonia</strong> dovrebbero ospitare. Il suo direttore operativo, Martin Kallen, ha parlato di situazione “potenzialmente pericolosa” in Ucraina e ha accennato all’ipotesi di rinviare il torneo di un anno. I vertici Uefa prima hanno smentito, poi si sono esercitati anch’essi sul “caso Tymoshenko”, complicando ancor più la faccenda.</p>
<p><strong>A questo punto sarà bene mettere un po’ d’ordine, perché poche cose sono più dannose delle buone intenzioni esercitate male. Il pasticcio vero l’hanno combinato Kallen e la Uefa.</strong> In Ucraina, a Dnepropetrovsk, sono appena esplose quattro bombe che solo per miracolo non hanno fatto decine di morti. Dire che il pericolo può far rinviare i campionati significa penalizzare gli ucraini e, soprattutto, dare un ottimo incentivo ai criminali, che ora sanno che cosa devono fare per ottenere il loro scopo.</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/stadi.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-14791" title="stadi" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/05/stadi-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Per il resto, è giusto che la politica prenda posizione e che lo sport, come dice il ministro Gnudi, non si volti dall’altra parte.</strong> La vicenda della Tymoshenko è vergognosa e va stigmatizzata. Vien da chiedersi, però, dov’erano tutti (la Merkel, cancelliera anche dei piloti Schumacher e Rosberg, o Barroso…) <strong>quando, solo due settimane fa, il circo della Formula Uno si è esibito in Bahrein,</strong> dove nell’ultimo anno, con la complicità dell’esercito dell’Arabia Saudita, sono state uccise decine di persone (e molte altre incarcerate e torturate) solo perché chiedevano un po’ di democrazia. Forse l’Ucraina merita di essere messa alla gogna, ma non da sola e non per prima. Non ricordiamo, per fare altri piccoli esempi, particolare sdegno per gli eventi sportivi con <strong>la Tunisia quando il Paese era dominato dal clan di Ben Alì</strong> (che i soprusi “alla Tymoshenko” li produceva a migliaia), né ostilità verso <strong>il figlio del tiranno Gheddafi</strong> che tentava la strada del campionato di calcio italiano.</p>
<p>Perché in effetti è bello quando lo sport apre gli occhi sulla realtà. Ma è bruttissimo quando dà l’impressione di aprirli e chiuderli a comando.</p>
<p><strong><em>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 1 maggio 2012</em></strong></p>
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		<title>UCRAINA, BOMBE SUL PAESE DIVISO</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 18:53:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Trovare un senso agli attentati che hanno scosso Dnepropetrovsk e hanno provocato una trentina di feriti, tra i quali molti bambini, allo stato dei fatti è un’impresa impossibile. In mancanza di tracce e persino di indizi, tutte le tesi hanno dignità e tutte le ipotesi sembrano possibili. Il Governo parla di terroristi che vogliono minacciare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Trovare un senso agli attentati che hanno scosso Dnepropetrovsk e hanno provocato una trentina di feriti, tra i quali molti bambini, allo stato dei fatti è un’impresa impossibile. In mancanza di tracce e persino di indizi, tutte le tesi hanno dignità e tutte le ipotesi sembrano possibili. <strong>Il Governo parla di terroristi che vogliono minacciare il Paese che tra poco ospiterà i campionati europei di calcio,</strong> l’opposizione dice che le bombe sono state fatte esplodere dallo stesso Governo, per distogliere l’attenzione dallo “scandalo Tymoshenko”, l’ex pasionaria della rivoluzione Arancione ed ex premier finita in carcere dopo un processo sommario. La bionda Julija ha denunciato di essere stata aggredita in carcere e ha iniziato uno sciopero della fame, il che ha scatenato la protesta dei suoi sostenitori che da giorni occupano il Parlamento, a Kiev, con l’appoggio di una quarantina di deputati.</p>
<p><span id="more-14769"></span></p>
<div id="attachment_14773" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/tymo1.jpg"><img class="size-full wp-image-14773" title="tymo1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/tymo1.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">I soccorsi ai feriti a Dnepropetrovsk.</p></div>
<p><strong>Entrambe le tesi, però, paiono fragili, se non proprio insostenibili. Quale Governo, per distogliere i riflettori dalla Tymoshenko,</strong> attirerebbe l’attenzione del mondo sul fatto che l’Ucraina, alla vigilia degli Europei di calcio (in programma dall’8 giugno al 1 luglio in condominio con la Polonia), è un Paese dove possono esplodere bombe per strada? D’altra parte, di quali terroristi parla il Governo? Quali nemici internazionali può avere, oggi, l’Ucraina?</p>
<p><strong>Non ci aiutano nemmeno ulteriori considerazioni “ambientali”. Dnepropetrovsk è un grosso centro della zona Est dell’Ucraina, quella dove più numerosi sono i cittadini di origine russa,</strong> quindi quella più filo-russa. La regione che più massicciamente ha votato, alle elezioni presidenziali del 2010, per quel <strong>Viktor Janukovic</strong> che ora parla di terroristi. Dnepropetrovsk, d’altra parte, è anche la città in cui nel 1960 nacque proprio la Tymoshenko, che in quel grosso centro industriale fece gli studi in Ingegneria e compì i primi passi di una carriera folgorante, prima nell’industria di Stato e poi in politica.</p>
<p><strong>Se poi restiamo al prossimo appuntamento calcistico, dobbiamo allora notare che a Dnepropetrovsk non si giocherà.</strong> La sede più vicina sarà Donetsk, a quasi 200 chilometri. Una bomba resta una bomba, e l&#8217;immagine dell&#8217;Ucraina è comunque rovinata. Ma non si può dire che questo sia stato un attentato contro gli Europei.</p>
<div id="attachment_14775" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/tymo.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-14775" title="tymo" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/tymo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Una manifestazione di sostegno alla Tymoshenko.</p></div>
<p><strong>Le autorità garantiscono indagini serrate e rapide risposte, una promessa che difficilmente potranno mantenere. Nulla si è saputo, per fare un esempio, della bomba che </strong>nel novembre scorso, sempre a Dnepropetrovsk, ha ucciso un imprenditore: omicidio di mafia primo segnale di terrorismo? Ma alla fin fine, le tensioni che scuotono l’Ucraina, sia quelle che restano confinate allo scontro politico sia quelle che invadono la cronaca criminale, hanno tutte un’unica origine: la profonda e radicata divisione del Paese. <strong>A Ovest</strong> l’agricoltura, il turismo e i servizi, l’aspirazione a legarsi all’Europa e agli Usa, la passione per la lingua ucraina e per l’indipendenza, gli uniati e l&#8217;ebraismo e la Chiesa ortodossa autocefala; <strong>a Est</strong> l’industria pesante e le miniere, il cordone ombelicale con la Russia, una forte quota di popolazione russofona, la Chiesa ortodossa fedele a quella di Mosca.</p>
<p><strong>Tradotta in politica, questa storica incrinatura è diventata a fasi alterne, dopo la fine dell’Urss, una tendenza ad affrancarsi dalla sudditanza verso la Russia portata fino alle soglie del conflitto alternata al suo esatto opposto,</strong> un’alleanza con la Russia portata fino alle soglie della sudditanza. <strong>La Tymoshenko, eroina della cosiddetta Rivoluzione Arancione,</strong> ha interpretato benissimo la prima tendenza. Al netto delle divisioni interne e degli scandali, però, il suo periodo al potere ha mostrato che “contro” la Russia (a cui l’Ucraina deve il 95% dei rifornimenti di gas e petrolio e il 25% dello scambio commerciale) è difficilissimo governare l’Ucraina. <strong>Mentre Janukovic, interprete della seconda tendenza</strong>, sta verificando che altrettanto complicato è governare l’Ucraina contro quegli ucraini che, nel ricordo dell’Urss e nell’orgoglio per la propria identità nazionale, di Russia non vogliono sentir parlare.</p>
<p>Nell’ardua conciliazione di questi due opposti giace, purtroppo, il futuro del Paese. E infatti il presente, come si vede, resta piuttosto travagliato.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>DA OSLO A TOLOSA: L&#8217;EUROPA RAZZISTA</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 22:35:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Breivik in Norvegia? Un pazzo isolato. Casseri a Firenze? Un pazzo isolato. L&#8217;assassino ancora sconosciuto che a Tolosa ha sparato sui ragazzi che uscivano da una scuola ebraica? Sarà un pazzo isolato anche lui. Peccato che tutti questi casi (e altri che potremmo citare) siano arrivati al culmine di una fase politica che, se non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Breivik in Norvegia? Un pazzo isolato. Casseri a Firenze? Un pazzo isolato. L&#8217;assassino ancora sconosciuto che a Tolosa ha sparato sui ragazzi che uscivano da una scuola ebraica? Sarà un pazzo isolato anche lui. Peccato che tutti questi casi (e altri che potremmo citare) siano arrivati al culmine di una fase politica che, se non dichiaratamente razzista, era di certo venata di xenophobia.</p>
<p><span id="more-14416"></span></p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/tolosaok.png"><img class="alignleft size-full wp-image-14420" title="tolosaok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/tolosaok.png" alt="La polizia a Tolosa sul luogo della strage." width="300" height="211" /></a>Nella Norvegia di Breivik</strong> (la strage è del 22 luglio 2011) il Partito del progresso (destra più che xenophoba) era da poco arrivato al suo massimo storico, il 23% dei voti, contro il 6% che aveva nel 1993. <strong>Nell&#8217;Italia di Casseri</strong> (13 dicembre 2011) aveva da poco raggiunto il culmine la politica dei &#8220;respingimenti&#8221;, poi giudicata illegittima e condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo (febbraio 2012). <strong>Nella Francia dell&#8217;assassino di ragazzi ebrei</strong> si è scatenata una campagna elettorale in cui lo stesso presidente Sarkozy è andato alla rincorsa della neo-fascista Marine Le Pen vellicando il peggiore sciovinismo di Francia.</p>
<p>Immagino che gli ottimisti a oltranza non si arrenderanno. <strong>Vorrei allora ricordare che già nel 2008 una ricerca svolta in Europa</strong> dal <a href="http://http://pewresearch.org/pubs/955/unfavorable-views-of-both-jews-and-muslims-increase-in-europe" target="_blank">Pew Research Center</a> di Washington avvertiva che sul Continente era in forte aumento sia il sentimento anti-islamico sia quello anti-semita, all&#8217;interno di una tendenza razzista generale. Se i musulmani, solo per fare qualche esempio, erano visti negativamente dal 52% degli spagnoli, dal 50% dei tedeschi e dal 38% dei francesi, gli ebrei erano mal giudicati dal 46% degli spagnoli, dal 25% dei tedeschi e dal 20%dei francesi.</p>
<p>Un quadro vergognoso per l&#8217;Europa crogiolo dei popoli, ma molto chiaro nella sua lezione: <strong>quando si varano politiche basate sull&#8217;ostilità pregiudiziale allo straniero, si sa dove si comincia ma non dove si finisce.</strong> Si parte con l&#8217;immigrato marocchino o con l&#8217;idraulico polacco (molto temuto durante le precedenti presidenziali francesi e di recente di nuovo usato come spauracchio in Olanda dal razzista Wilders) e magari si arriva a (ri)scoprire il profilo semitico del vicino di casa.</p>
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		<title>FRANCIA, QUATTRO CONTI SUL NUCLEARE</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 21:05:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Adesso tocca alla Francia. L&#8217;onda lunga del disastro di Fukushima, innestata sulla crisi economica che scoraggia i grandi investimenti, è passata sull&#8217;Italia (referendum), sulla Germania (uscita dal nucleare entro il 2020), sulla Svizzera e sulla Spagna (blocco di ogni ulteriore sviluppo) e si è infine rivesata nel Paese più nucleare del mondo: la Francia, appunto. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Adesso tocca alla Francia. L&#8217;onda lunga del disastro di <strong>Fukushima,</strong> innestata sulla crisi economica che scoraggia i grandi investimenti, è passata sull&#8217;Italia (referendum), sulla Germania (uscita dal nucleare entro il 2020), sulla Svizzera e sulla Spagna (blocco di ogni ulteriore sviluppo) e si è infine rivesata nel Paese più nucleare del mondo: la Francia, appunto.</p>
<p><span id="more-13960"></span></p>
<div id="attachment_13965" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/Nogent-sur-Seine.jpg"><img class="size-full wp-image-13965" title="Nogent-sur-Seine" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/Nogent-sur-Seine.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">La centrale nucleare di Nogent-sur-Seine.</p></div>
<p><strong>Vale la pena di ricordare qualche dato. La Francia nel 2010 ha prodotto per via nucleare 410 milioni di MWh d&#8217;elettricità</strong> (ogni MWh corrisponde al consumo mensile di due famiglie tipo). Le 19 centrali e i 58 reattori generano il 74,8% dell&#8217;elettricità consumata dai francesi (negli Usa è il 19%) e il 17% dell&#8217;energia. Da esse, <a href="http://http://www.edf.com" target="_blank">Edf (Electriticité de France, </a>il colosso statale dell&#8217;energia) ricava l&#8217;81% dell&#8217;energia elettrica che vende all&#8217;estero (a Italia e Svizzera per prime) e che fa di lei la prima azienda esportatrice del mondo. In Francia, infine, il settore nucleare dà lavoro a molte persone: Henri Proglio, direttore generale di Edf, parla di 1 milione di persone, la leader dei Verdi <strong>Eva Joly</strong> di 125 mila, uno studio della società di revisione PricewaterhouseCoopers di 410 mila. Sempre tante.</p>
<p>In un quadro come questo, la relazione della Corte dei Conti, pubblicata nei giorni scorsi, è arrivata come una bomba. In sostanza, i giudici hanno detto che la Francia ha ormai poche alternative. Eccole:</p>
<p><strong>1. Sviluppa altre fonti energetiche,</strong> riequilibrando il mix della produzione energetica. Per esempio arriva a 75% nucleare, 11% idroelettrico, 10% eolico, 2% fotovoltaico e 2% gas), investendo non meno di 220 miliardi di euro.</p>
<p><strong>2. Si rassegna a utilizzare reattori sempre più vecchi:</strong> entro il 2020, infatti, 22 dei 58 reattori francesi raggiungeranno i 40 anni di attività, quando cioè dovrebbero essere smantellati, e di lì in avanti l&#8217;utilizzo sarà a rischio.</p>
<p><strong>3. Investe in manutenzione e ammodernamento dei &#8220;vecchi&#8221; reattori,</strong> spendendo miliardi e miliardi, dando per scontato che i nuovi reattori delle centrali Epr non saranno comunque pronti per quella data.</p>
<div id="attachment_13966" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/carta.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13966" title="carta" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/carta-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">La distribuzione delle centrali nucleari sul territorio francese.</p></div>
<p><strong>Facile immaginare che razza di discussione sia partita. Anche perché la Corte dei Conti ha messo il dito nella piaga. Al di là delle posizioni di principio o ideologiche pro o contro il nucleare,</strong> resta il fatto che ognuna di queste scelte ha i suoi pro e i suoi contro, soprattutto dal punto di vista economico. Oggi, con tutto quel nucleare, i francesi pagano l&#8217;energia elettrica molto meno degli altri europei: 450 euro l&#8217;anno una famiglia tipo, contro gli 850 che paga una famiglia tedesca. In media, i francesi risparmiano il 22% rispetto alla media in Europa, dove solo Romania, Bulgaria, Estonia, Lettonia e Croazia hanno prezzi più bassi.</p>
<p>Questo però è l&#8217;oggi. La Corte dei Conti valuta che gli investimenti per ammodernare gli impianti &#8220;usurati&#8221; (secondo i giudici, 3,7 miliardi l&#8217;anno da oggi al 2025) farebbero salire i costi di produzione fino a circa 60 euro per megawattora. Per non parlare delle centrali Epr che, se pure dovessero entrare in funzione con ragionevole ritardo (perché in ritardo saranno di sicuro), proporrebbero un costo iniziale di quasi 90 euro per megawattora. Costi più alti e impianti a rischio: ne varrebbe ancora la pena?</p>
<p><strong>Così si litiga e si discute mentre intanto il tempo passa. Soluzioni economiche non ce ne sono. Il quotidiano economico <a href="http://www.lesechos.fr" target="_blank">Les Echo</a> ha calcolato in 220 miliardi</strong> il costo di un&#8217;uscita completa dal nucleare. Secondo i Verdi, invece, il prezzo sarebbe di 410 miliardi, compensati dai 470 che, secondo loro, andrebbero spesi per rimodernare gli impianti usurati. Ma di decidere qualcosa, con le elezioni alle porte, ovviamente nessuno parla.</p>
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		<title>CERCARE ASILO IN EUROPA, CHE IMPRESA</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 22:31:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; interessante l&#8217;ultima pubblicazione di Eurostat, l&#8217;ufficio statistico dell&#8217;Unione Europea, sugli extraeuropei che hanno chiesto asilo politico (o una qualche forma di protezione umanitaria internazionale) nei 27 Paesi che appunto formano la Ue. Il dato riguarda il secondo trimestre del 2011, non è quindi assoluto sull&#8217;anno, ma resta di grande utilità, soprattutto se confrontato con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; interessante <a href="http://http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-SF-12-011/EN/KS-SF-12-011-EN.PDF" target="_blank">l&#8217;ultima pubblicazione di Eurostat,</a> l&#8217;ufficio statistico dell&#8217;Unione Europea, sugli extraeuropei che hanno chiesto asilo politico (o una qualche forma di protezione umanitaria internazionale) nei 27 Paesi che appunto formano la Ue. Il dato riguarda il secondo trimestre del 2011, non è quindi assoluto sull&#8217;anno, ma resta di grande utilità, soprattutto se confrontato con l&#8217;analogo dato del 2010.</p>
<p><span id="more-13870"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/asilo1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-13875" title="asilo1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/asilo1.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a></p>
<p><strong>In quel periodo hanno chiesto asilo in Europa 68.890 persone, ovvero 12.800 in più (un incremento del 23%) rispetto allo stesso trimestre dell 2010. Le persone che hanno chiesto protezione venivano da ben 142 diversi Paesi:</strong> naturalmente, a causa dei conflitti nell&#8217;Africa del Nord, si è registrato un forte incremento delle richieste da parte di cittadini della Tunisia (sette volte in più rispetto al 2010, per un totale di 1.030 richieste) e della Libia (cinque volte in più, 1.135 richieste). A dispetto dei tanti allarmi isterici del recente passato, però, non sono i Paesi del Maghreb a &#8220;produrre&#8221; la grande massa dei cercatori di asilo. I primi cinque Paesi, in questo senso, sono Afghanistan (6.460 richieste di asilo), Russia (3.900) e Iraq (3.465), seguiti da Pakistan, Somalia, Nigeria, Kosovo e Iran.</p>
<p><strong>Per quanto invece riguarda l&#8217;Europa, tre Paesi hanno cumulato da soli quasi metà di tutte le richieste presentate nell&#8217;Europa a 27 Paesi: sono Francia (14.505 richieste), Germania (10.820) e Belgio (7.160).</strong>  Domande in aumento anche in <strong>Italia.</strong> Il nostro Paese, anzi, è tra quelli (con noi, Belgio e Francia) che rispetto al 2010 hanno registrato il maggiore aumento: 4.225 richieste di asilo in più in Italia, 2.255 in Belgio e 1.925 in Francia. Grecia e Danimarca sono invece i Paesi in cui più netto è stato il calo delle domande.</p>
<p><strong>Curiosa, per finire, la situazione di Malta. Nel secondo trimestre 2010 aveva ricevuto solo 25 richieste d&#8217;asilo.</strong> Nello stesso periodo del 2011 ben 1.595, cioè 56 volte in più rispetto all&#8217;anno precedente. Malta è così diventata anche il Paese con il maggior numero di richieste d&#8217;asilo per milione di abitanti: 3.820. Tutto questo per le richieste. Ma qual è l&#8217;esito? Eurostat ce lo dice: statisticamente, riceve una qualche forma di protezione internazionale solo 1 su 4 di coloro che la chiedono.</p>
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		<title>CHISSA&#8217; CHE FINE FA LA GRECIA&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 00:13:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E la Grecia? Del buco nero d&#8217;Europa, il Paese virtualmente fallito, non si parla più. Curioso, perché la Grecia non è affatto sulla buona strada. gli indicatori economici sono un disastro: la Borsa ha perso più di tre quarti della capitalizzazione, la disoccupazione è al 18%, il sistema bancario ha visto eclissarsi il 25% dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E la Grecia? Del buco nero d&#8217;Europa, il Paese virtualmente fallito, non si parla più. Curioso, perché la Grecia non è affatto sulla buona strada. gli indicatori economici sono un disastro: la Borsa ha perso più di tre quarti della capitalizzazione, <strong>la disoccupazione è al 18%,</strong> il sistema bancario ha visto eclissarsi il 25% dei depositi che aveva solo due anni fa, il settore delle costruzioni ha ridotto le operazioni di due terzi, nel 2011 il Prodotto interno lordo si è contratto del 6%. Il turismo è cresciuto (più 10% nel 2011), grazie ai prezzi bassi e alle rivolte che hanno reso instabile la sponda Sud del Mediterraneo. Ma per farla breve, gli analisti della Ue ritengono che, di questo passo, la Grecia potrà portare il proprio debito pubblico al 120% (!!!) del Pil solo intorno al 2020.</p>
<p><span id="more-13788"></span></p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-13797" title="GRECIA1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA1.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>La Grecia sta ancora in piedi per una sola ragione: la Banca centrale europea ha garantito alla Banca centrale di Grecia prestiti per 73 miliardi</strong> di euro e ha comprato Buoni del Tesoro greci per altri 40 miliardi di euro. Una gigantesca iniezione di denaro che ha consentito al sistema di continuare a girare. Idea che pian piano si è fatta largo nella coscienza dei greci e che ha anche cambiato la percezione della crisi. ricordate le manifestazioni contro gli &#8220;eurocrati&#8221;, contro &#8220;i diktat dell&#8217;Unione Europea&#8221;, le manifestazioni, le contestazioni alle delegazioni inviate da Bruxelles? Bene, tutto dimenticato o quasi. Un recente sondaggio ha mostrato che<strong> il 70% dei greci preferisce restare nell&#8217;euro</strong> e proprio non vorrebbe tornare alla vecchia dracma. Dice nulla, a noi italiani?</p>
<p><strong>Dunque, perché la Germania continua a diffidare?</strong> Perché la Grecia continua a essere lo spauracchio che molti agitano per frenare un deciso intervento europeo (Fondo salva-Stati o altro) a favore dei Paesi in difficoltà? La ragione è molto precisa: il sistema economico greco è bacato all&#8217;interno e, almeno finora, non ha dato segni di voler affrontare <strong>quel complicato e forse doloroso, ma inevitabile, processo di riforma che dovrebbe renderlo più agile, efficiente e competitivo.</strong> La Grecia e la sua politica, insomma, non hanno ancora trovato il loro Mario Monti, né quel sussulto di coscienza collettiva che in Spagna ha portato Zapatero a prendere decisioni difficili ma fondamentali per poi lasciare il potere a Rajoy.</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13799" title="GRECIA2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il segnale più evidente della difficoltà greca a evolvere è il dato della disoccupazione (18%, come si diceva), che pare quasi incredibile se collegato a un disavanzo delle partite correnti che aumenta del 10% l&#8217;anno.</strong> Il che significa che la Grecia continua a fare debiti, senza però riuscire a usarli per incrementare le attività produttive (da cui la mancata riduzione della disoccupazione). D&#8217;altra parte nel 2011 il Paese si è piazzato <strong>al 100° posto (su 183 Paesi)</strong> nella graduatoria della Banca mondiale sugli ambienti favorevoli al business, un rango certo non degno di una nazione occidentale ed europea. Un&#8217;inerzia e un&#8217;arretratezza così radicate da provocare proposte un po&#8217; provocatorie e un po&#8217; disperate: come quella di affidare l&#8217;esazione delle tasse ad aziende private straniere, sperando così di superare l&#8217;ostacolo della corruzione e dell&#8217;imperizia del sistema fiscale nazionale.</p>
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		<title>A COSA SERVE IL GIORNO DELLA MEMORIA</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 22:31:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nacht und Nebel, notte e nebbia. Pronunciando queste parole e indossando un elmo magico, nell’Oro del Reno“ di Wagner, il re dei Nibelunghi si celava alla vista dei mortali. Con quelle stesse parole Adolf Hitler marchiò, il 7 dicembre 1941, il decreto per lo sterminio fisico di tutti coloro che costituivano un “pericolo per la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Nacht und Nebel,</em> notte e nebbia. Pronunciando queste parole e indossando un elmo<br />
magico, nell’Oro del Reno“ di Wagner, il re dei Nibelunghi si celava alla vista dei<br />
mortali. Con quelle stesse parole <strong>Adolf Hitler </strong>marchiò, il 7 dicembre 1941, il decreto<br />
per lo sterminio fisico di tutti coloro che costituivano un “pericolo per la sicurezza<br />
della Germania”.</p>
<p><span id="more-13564"></span></p>
<div id="attachment_13567" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/auschwitz.jpg"><img class="size-full wp-image-13567" title="auschwitz" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/auschwitz.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a><p class="wp-caption-text">Bambini ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento.</p></div>
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<p><strong>Da quel giorno cominciarono le NN-Aktion (le Operazioni Nacht und Nebel, appunto) e gli NN-Transport con cui risolvere per sempre la questione degli NN-Häftlinge, i prigionieri. </strong>Prendeva così l’avvio la fase più terribile della Shoah, l’eliminazione programmata e scientifica di un intero popolo, quello ebraico, accompagnata dal massacro di prigionieri di guerra, rom e sinti, disabili, omosessuali.</p>
<p><strong>Sei milioni di ebrei, quasi 20 milioni di persone in totale, dovevano appunto sparire</strong> <strong>nella notte e nella nebbia.</strong> Il Giorno della Memoria, che ricorre il 27 gennaio e che dal 2000 la nostra Repubblica riconosce ufficialmente “al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei…”, è l’esatto opposto. E’ un grido internazionale per dire: vogliamo vedere, vogliamo sapere. Spazziamo via la nebbia, portiamo tutto al sole.</p>
<p><strong>Proprio al modo in cui il percorso nello Yad Vashem, il mausoleo dell’Olocausto di Gerusalemme, dopo averti precipitato nell’inferno</strong> affrontato dalle vittime e dai sopravvissuti, ti proietta fuori, all’aria e al sole, quasi sospeso su una valle piena di luce e di speranza. Perché non vi è certezza del futuro se non abbiamo il coraggio di affrontare senza finzioni, o peggio ancora negazioni, tutto l’orrore del passato.</p>
<p><strong>Il 27 gennaio è esattamente il giorno del 1945 in cui le truppe sovietiche, a quel</strong><br />
<strong> punto lanciate verso Berlino, arrivarono alla città polacca di Oświęcim, assai più</strong><br />
<strong> nota con il nome tedesco di Auschwitz,</strong> entrarono nel lager, liberarono i pochissimi<br />
superstiti e rivelarono al mondo l’orrore. Fu davvero una rivelazione? Il dubbio ci<br />
perseguita da allora. Davvero gli infiniti voli sull’Europa dell’aviazione alleata non<br />
avevano mai scoperto nulla? Davvero la resistenza non aveva mai segnalato, prima<br />
di quel giorno, le migliaia di convogli piombati, le colonne di prigionieri, le “strane”<br />
attività di quei campi?</p>
<p>Comunque sia, quel 27 gennaio 1945 tornò libero da Auschwitz anche<strong> Primo Levi,</strong><br />
che nel lager era arrivato il 22 febbraio del 1944 in un convoglio di 650 prigionieri:<br />
i russi ne trovarono vivi 20. Levi riuscì a tornare nella sua Torino solo in ottobre,<br />
ma in dicembre stava già scrivendo quel capolavoro assoluto che avrebbe intitolato<br />
Se questo è un uomo. Uno sforzo psicologicamente sovrumano che lo scrittore<br />
affrontava, per sua esplicita dichiarazione “per il bisogno irrinunciabile di raccontare<br />
agli altri, di fare gli altri partecipi”.</p>
<p><strong>Nello stesso lager, il 9 agosto del 1942, era stata uccisa in una camera a gas santa Teresa Benedetta della Croce, per il mondo Edith Stein,</strong> la filosofa nata in una famiglia ebraica ortodossa, convertitasi al cattolicesimo, diventata suora carmelitana nel 1934 e canonizzata da Giovanni Paolo II nel 1998. Di uno dei suoi ultimi scritti prima dell’arresto, la santa aveva detto: “Desidero semplicemente raccontare che cosa ho sperimentato a essere ebrea”.</p>
<p><strong>A questo ci serve il Giorno:</strong> a essere partecipi della vita degli altri, a sperimentare<br />
il bene e il male che siamo capaci di produrre. E a questo ci serve la Memoria: a<br />
superare la schiavitù del momento presente e, recuperando il passato, a metterci in<br />
sintonia con il sentimento collettivo. In definitiva, con la nostra Storia.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 26 gennaio 2012</p>
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		<title>SARAJEVO, COSI&#8217; SI UCCIDE UNA CULTURA</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 22:45:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Se girovagando per Facebook capitate sulla pagina &#8220;Salviamo il Museo Nazionale di Bosnia ed Erzegovina&#8221;, non pensate a un miracoloso incrocio tra passato e presente, a un ricordo della guerra balcanica trasferito sul più trendy dei social network. E&#8217; di oggi che si parla, con i mezzi di oggi.</p>
<p><span id="more-13470"></span><strong> </strong></p>
<div id="attachment_13475" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/sara.jpg"><img class="size-full wp-image-13475" title="sara" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/sara.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Il panorama di Sarajevo.</p></div>
<p><strong>Una dopo l&#8217;altra, infatti, le sette maggiori istituzioni culturali della Bosnia stanno chiudendo. Difficile peraltro continuare l&#8217;attività quando lo Stato non ti dà una lira e quel che hai in cassa non basta nemmeno a pagare la bolletta della luce. </strong>Così, si sono sbarrate le porte della <strong>Galleria Nazionale,</strong> in estate. Poi, nelle scorse settimane, una doppietta: prima ha chiuso il <strong>Museo Storico</strong> e poi la <strong>Libreria Nazionale.</strong> Adesso sta chiudendo il <strong>Museo Nazionale,</strong> fondato 125 anni fa e sopravvissuto al collasso dell&#8217;impero-austroungarico, a due guerre mondiali e alla fine del comunismo e della Jugoslavia. Eroicamente i suoi dirigenti chiudono un&#8217;ala per volta, cercando di resistere e sperando in un miracolo che li aiuti a conservare gli oltre 400 mila tra reperti e opere d&#8217;arte.</p>
<p><strong>Nel Museo Nazionale è esposta la cosiddetta &#8220;Haggadah di Sarajevo&#8221;, uno dei più importanti reperti della cultura ebraica d&#8217;Europa. </strong>Vale la pena di spendere due parole su questo libro colmo di preziose miniature. Scritto e miniato nella Barcellona del Trecento, arrivò a Sarajevo attraverso l&#8217;Italia e la Croazia. Adesso è un libro fantastico, allora era un libro rivoluzionario: nel raccontare ed illustrare scene della Bibbia, infatti, rompe con ogni tradizione del tempo raffigurando esseri umani e mostrando la Terra come rotonda.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_13477" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/hagga.jpg"><img class="size-full wp-image-13477" title="hagga" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/hagga.jpg" alt="" width="300" height="171" /></a></strong><p class="wp-caption-text">La &quot;Haggadah di Sarajevo&quot;.</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Nella storia più recente dell&#8217;Haggadah, due fatti rimandano per contrasto all&#8217;attuale, desolante situazione.</strong> Durante la seconda guerra mondiale, i nazisti organizzarono frenetiche ricerche per arrivare a impadronirsi del libro che, si dice, fu nascosto sotto il pavimento di una moschea del direttore del Museo, che era un cristiano croato, e così salvato. E quando il Museo riaprì, alla fine della guerra tra serbi e bosniaci, l&#8217;esposizione dell&#8217;Haggadah fu unanimemente considerata il segno della pace finalmente ritrovata, o comunque finalmente possibile.</p>
<p><strong>Per niente. Al contrario, sulla &#8220;pelle&#8221; dei musei e delle galleria d&#8217;arte si combatte con i mezzi della politica la stessa guerra che si combattè con le armi fino al 1995, al prezzo di 100 mila morti.</strong> Gli Accordi di Dayton, peraltro contestati fin dal principio anche se siglarono la fine delle ostilità, prevedono la divisione del Paese in due entità: la <strong>Federazione croato-musulmana</strong> (51% del territorio e 92 municipalità) e la <strong>Repubblica serba</strong> (49% del territorio e 63 municipalità). Le due entità, pur inserite in un unico Stato, sono dotate di vasti poteri autonomi. La Presidenza dello Stato è collegiale (un serbo, un croato e un musulmano, che a turno, ogni otto mesi, si alternano nella carica di presidente). Ciascuna delle due entità ha un proprio Parlamento, mentre a livello di Stato operano una Camera dei rappresentanti  (42 deputati, 28 eletti nella Federazione e 14 nella Repubblica serba, ogni 4 anni) e una Camera dei popoli (5 serbi, 5 croati e 5 musulmani).</p>
<p>Dal punto di vista amministrativo, un puzzle di difficile soluzione. Dal punto di vista politico, un incubo. <strong>In poche parole, nessuno vuole pagare per una storia e una cultura che nessuno vuole condividere o sente condivisa. </strong>I serbi, in particolare, sostengono che non esiste una cultura &#8220;della Bosnia&#8221; ma una cultura serba e una musulmana. E per bloccare qualunque iniziativa basta davvero poco, con quel groviglio di Stato.</p>
<p><strong>Che sia una vecchia storia lo dimostra il fatto che la Bosnia ed Erzegovina non ha un ministero della Cultura, e nessuna legge che preveda esplicitamente il finanziamento dei beni culturali.</strong> E per dire l&#8217;aria che tira: dopo le elezioni politiche del 2010, i sei partiti che si erano accordati per governare insieme impiegarono più di un anno per formare il Governo nazionale. In quel periodo continuò a &#8220;governare&#8221; il precedente Governo, che non riuscì nemmeno a far approvare la legge di bilancio.</p>
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