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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Euro</title>
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		<title>NOVE ANNI FA, ADDIO ALLA LIRA</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 21:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DI GIORGIO VECCHIATO Era il 29 febbraio di un anno bisestile, il 1992, quando ci dissero che dall’indomani le lire non avevano più corso (in seguito le chiamammo “vecchie lire”, neanche ce ne fossero delle nuove). Avevamo già avuto due o tre anni per abituarci all’idea, usando insieme lira ed euro. Ma quel primo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>DI GIORGIO VECCHIATO</strong></p>
<p>Era il 29 febbraio di un anno bisestile, il 1992, quando ci dissero che dall’indomani le lire non avevano più corso (in seguito le chiamammo “vecchie lire”, neanche ce ne fossero delle nuove). Avevamo già avuto due o tre anni per abituarci all’idea, <strong>usando insieme lira ed euro.</strong> Ma quel primo di marzo segnava l’inizio di un’avventura, un po’ come imbarcarsi su un battello di dubbia tenuta, varato ma non ancora collaudato in mare aperto. Come sarebbe andata a finire? Gli esperti ci rassicuravano, niente paura. Già: ma quell’annata bisestile, che nella credenza popolare non porta bene&#8230;</p>
<p><span id="more-9142"></span></p>
<div id="attachment_9148" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9148" title="lire" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/lire.jpg" alt="Le vecchie mille lire con l'immagine di Maria Montessori." width="300" height="164" /><p class="wp-caption-text">Le vecchie mille lire con l&#39;immagine di Maria Montessori.</p></div>
<p>Oggi, di nuovo, gli economisti ci ripeterebbero che proprio così era da fare. Si è messa fine all’erosione della nostra moneta, l’Europa ci fornisce una garanzia supplementare, senza l’euro la crisi mondiale ci avrebbe ridotti ad accattoni. Tutto giusto, tutto vero. Unica obiezione, chissà se l’uomo della strada è d’accordo. Certo ha fatto il callo ai rincari; inoltre, da qualche tempo, c’è una certa stabilità. Però, <strong>dopo quel febbraio bisestile, si è trovato un po’ alla volta con i prezzi raddoppiati. Nei cartellini da mille lire hanno scritto “un euro”, </strong>che di lire ne valeva duemila. Non si lamentavano certo i negozianti, anche se un uguale giochetto facevano i loro fornitori. Ma le vere vittime erano i compratori, in prima linea gli stipendiati e salariati a reddito fisso. Che il raddoppio delle entrate se lo sognavano.</p>
<p>Che dire oggi, in questo 1° marzo 2011, nono anniversario dell’addio alla lira? Ai più giovani non importa nulla, con l’euro sono cresciuti. L’età di mezzo, dipende. Quanto ai vecchi, sono loro che hanno pagato di più. Basta chiederlo a qualunque pensionato. Poi gli effetti psicologici della sproporzione fra il passato e il presente. Chi era ragazzo prima della guerra ricorda i giornali a venti centesimi (di lira), la trattoria a cinque lire. <strong>Adesso la tavola calda a dieci euro costa quattromila volte di più, il giornale ventimila. </strong>Naturalmente ci sono di mezzo tragedie e inflazioni mondiali, così vanno le cose di questo mondo. Ma quando mio padre mi dava la paghetta da due lire, e cinque al compleanno, io mi sentivo un signore. Ci sta leggendo, qualche coetaneo?</p>
<p><em><strong>di Giorgio Vecchiato</strong></em></p>
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		<title>LA CINA A OBAMA: EHI, ATTENTO A QUEL CHE FAI COI NOSTRI SOLDI!</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 22:35:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
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		<description><![CDATA[Se ancora qualcuno non si era accorto che il mondo è proprio cambiato, ci ha pensato il premier cinese Wen Jiabao (nella foto sotto, in una delle sue uscite tra la gente)a dargli l&#8217;ultima sveglia. Questo politico dallo stile originale (per gli standard cinesi, ovviamente: si è messo su Internet con tanto di biografia) ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se ancora qualcuno non si era accorto che il mondo è proprio cambiato, ci ha pensato il premier cinese Wen Jiabao (<em>nella foto sotto, in una delle sue uscite tra la </em>gente)a dargli l&#8217;ultima sveglia. Questo politico dallo stile originale (per gli standard cinesi, ovviamente: si è messo su Internet con tanto di biografia) ha detto papale papale: “Abbiamo prestato un sacco di soldi agli Stati Uniti e adesso siamo sinceramente preoccupati. Il presidente Obama ha varato misure per fronteggiare la crisi… ma l’America deve tutelare la propria credibilità, deve onorare le sue promesse, deve garantire la sicurezza degli investimenti cinesi”. Il tutto alla vigilia del G20 che si deve tenere a Londra.</p>
<p><span id="more-418"></span></p>
<p>                                                                            <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/03/wen2.jpg" alt="wen2.jpg" />      <br />
     <strong> Capito? Nel mondo di oggi la Cina chiede agli Usa di darsi una mossa</strong> e attrezzarsi a pagare i debiti. E il Governo americano non la manda al diavolo ma con una certa umiltà risponde che può star tranquilla, che i suoi soldi “sono al sicuro”. Le ragioni sono evidenti: la Banca centrale di Cina, da sola, nel 2008 ha comprato 700 miliardi di dollari di buoni del Tesoro Usa, i famosi <em>bonds</em> <em>(come, ironicamente, nel manifesto qui sotto</em>)<em>.</em> Altrettanto hanno fatto, in proporzione, le banche private cinesi. Non solo: la Cina è forse l’unico tra i grandi Paesi del mondo le cui riserve valutarie sono ancora in grandissima maggioranza fatte di dollari, con l’euro presente in misura quasi solo simbolica. In altre parole: se domani la Cina sparisse, o i suoi dirigenti impazzissero e decidessero di ritirarsi dal mercato finanziario americano, l’intera economia Usa crollerebbe come un castello di carte. Considerazione tanto più importante se pensiamo che Barack Obama, per finanziare i suoi vari programmi di salvataggio dell’economia, si appresta a emettere nel 2009 titoli pubblici per 2 mila miliardi, e non può permettersi di perdere la fiducia di un finanziatore importante come la Cina.</p>
<p>                                 <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/03/us-treasury-bonds2.jpg" alt="us-treasury-bonds2.jpg" /> <br />
      <strong>Usa legati mani e piedi alla Cina, dunque?</strong> Sì, certo. Ma anche il contrario. Il peggior incubo di Pechino è il crollo dell’economia americana, a cominciare dal dollaro. Il dollaro basso significa introiti in picchiata per gli esportatori cinesi, che erano in attivo sui loro colleghi americani di 162 miliardi di dollari già nel 2004. Ma non solo. Restando alle valute, succede questo: entrata nel Wto (Organizzazione Mondiale del Commercio) nel 2001, la Cina ha dovuto pian piano rivalutare la propria moneta (lo Renminbi Yuan, <em>foto sotto</em>) sotto la pressione degli altri Paesi e delle regolamenti internazionali. Oggi essa vale il 26% più di allora, il che già ha limato gli introiti dell’export cinese. Se il dollaro perdesse ancora di valore, se altre monete svalutassero per difendere la propria competitività (lo ha fatto pochi giorni fa, per esempio, il franco svizzero), lo yuan diventerebbe ancor più caro e le casse cinesi sempre meno piene.  </p>
<p>                                                                  <br />
      <strong>Per finire, poi, con la considerazione più banale e definitiva: se l’economia Usa crollasse</strong>, la Cina non rivedrebbe più i miliardi investiti sul mercato americano. E’ interesse della Cina, quindi, continuare a finanziare Obama e i suoi programmi di spesa pubblica. Tutto questo serve per dire che la Cina è la nuova padrona del mondo e gli Usa sono fuori gioco, e nemmeno il contrario. Questi argomenti sarebbero forse meno drammatici ma altrettanto validi anche se non ci fosse la crisi economica globale. Dimostrano, però, che viviamo ormai in una perenne interconnessione di tutti con tutti, di ogni Paese con tutti gli altri. L’ultimo grande tentativo di far finta di niente sono stati gli anni di George Bush, e abbiamo visto com’è finita, in primo luogo per gli americani. In sedicesimo ci aveva provato qualche buon leghista nel 2003-2004, quando l’introduzione dell’euro ci portò, tra i molti vantaggi, la croce dell’aumento dei prezzi. Si vedono ancora, sulle strade della montagna lombarda, le scritte tracciate allora: “Italia fuori dall’euro”, “Vota no all’euro”. Se gli avessimo dato retta, oggi saremmo come l’Islanda o la Polonia.  <br />
 </p>
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		<title>IRLANDA E POLONIA, TENIAMOCI CARA L&#8217;EUROPA PER NON FARE LA STESSA FINE</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Feb 2009 19:55:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      C’è una certa logica nel fatto che i Paesi più critici nei confronti dell’Unione Europea, più freddi verso le sue esigenze, più riottosi di fronte ai suoi richiami, cioè Polonia e Irlanda, siano ora anche i Paesi più disperati nei confronti della crisi economica mondiale. L’Irlanda era il modello che alcuni dei più arroganti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">      C’è una certa logica nel fatto che i Paesi più critici nei confronti dell’Unione Europea, più freddi verso le sue esigenze, più riottosi di fronte ai suoi richiami, cioè Polonia e Irlanda, siano ora anche i Paesi più disperati nei confronti della crisi economica mondiale. L’Irlanda era il modello che alcuni dei più arroganti sedicenti liberali dei grandi giornali additavano come esempio, è stato <strong>il primo Paese europeo a entrare ufficialmente in recessione.</strong> E le previsioni dicono che nel 2009 il volume della sua economia scenderà del 5%, di nuovo maglia nera in un’Europa dell’euro in cui l’Italia dovrebbe scendere del 2%, la Gran Bretagna del 2,8%, la Francia dell’1,8% e così via.</p>
<p align="justify"> <strong>E la Polonia? La Polonia l’euro non ce l’ha</strong>, l’ha snobbato a lungo e ora darebbe chissà cosa per non dipendere dai fragilissimi <em>zloty</em>, la moneta nazionale orgogliosamente conservata. L’anno scorso il Prodotto interno lordo (Pil) della Polonia era cresciuto del 5% (6,7% due anni fa), nel 2009 se va bene crescerà solo dell’1-1,5%. L’economia frena, i licenziamenti accelerano: 160 mila solo negli ultimi due mesi. <strong>Stessa cosa in Irlanda: la “bolla” immobiliare è esplosa</strong> e adesso rischiano il lavoro almeno 200 mila addetti all’edilizia su 300 mila. D’altra parte, che cosa le costruisci a fare, le case, se ce ne sono già 250 mila vuote su 6 milioni di abitanti?</p>
<p align="justify"> <strong>La lezione, per entrambi, è durissima. Ma è una lezione in qualche modo meritata</strong>, almeno dai rispettivi Governi. Per due ragioni. La prima è il rapporto con l’Europa. La Polonia ha ricevuto dalla Ue, per il solo periodo 2007-2013, ben 67 miliardi di euro in Fondi strutturali, con cui ha potuto finanziare l’ammodernamento di strade, autostrade, ferrovie, strutture alberghiere. E l’Irlanda? Nel periodo 1989-1993 i Fondi strutturali europei le hanno fornito un sostegno pari a 10,4 miliardi di euro, nel periodo 1994-1999 pari a 7,2 miliardi, nel periodo 2000-2006 pari a 3,7 miliardi di euro. Dal 1989 al 2000 gli aiuti europei hanno formato, ininterrottamente, l’1,9% del Pil dell’Irlanda, con un picco nel 2001: 2,1%. Per dare un’idea più concreta: tutti gli aiuti decisi dal nostro Governo in questo periodo di crisi per aiutare le famiglia arrivano  poco oltre il mezzo punto di Pil. Che cos’hanno dato in cambio all’Europa, questi Paesi? <strong>Quasi solo polemiche, litigiosità e complicazioni. </strong>L’Irlanda, che nel 2001 aveva bocciato il Trattato di Nizza (per approvarlo l’anno dopo con un secondo referendum) nel 2008 ha bocciato anche il Trattato di Lisbona. La Polonia ha minacciato di fare altrettanto. Si sono messi in tasca un sacco di quattrini (anche nostri, visto che Italia, Francia e Germania danno alla Ue il 60% del suo budget) e poi ci hanno fatto braccino.</p>
<p align="justify"> <strong>La seconda ragione per cui Polonia e Irlanda meritano questa lezione è il loro rapporto con la geografia.</strong> La geografia non è un’invenzione, e nemmeno un’astrazione. La politica di questi due Paesi, invece, è stata dominata dal disprezzo per i vicini e dalla costante ricerca di un rapporto privilegiato con i lontani, nell’illusione che questi fossero più potenti e generosi. Nel caso specifico, disprezzo per l’Europa (e, in Polonia, anche per la Russia) e sperticate effusioni verso gli Usa. <strong>La vicenda dello scudo stellare in Polonia è più che emblematica</strong>. Adesso, però, è all’Europa che chiedono protezione, è al petrolio russo che chiedono calore, all’euro che chiedono sostegno.</p>
<p align="justify"> <strong>Speriamo che tutto questo serva di lezione anche a noi.</strong> Io ricordo bene quelli che volevano far uscire l’Italia dall’euro, per lucrare qualche consenso in più al mercato delle vacche elettorale. E ricordo ancor meglio quelli che esultavano per la bocciatura irlandese del Trattato di Lisbona. Adesso tacciono ma non illudiamoci: non è per la vergogna.</p>
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		<title>LA UE SCOPRE IL RIGORE ECONOMICO. A SPESE DELLA POVERA BULGARIA</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Nov 2008 21:39:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Notizia che meriterebbe più rilievo di quello che le è stato accordato. La Commissione Europea (ovvero, il “Governo” dell’Unione) ha bloccato l’erogazione di 220 milioni di euro alla Bulgaria. I quattrini erano parte del programma di pre-adesione Phare, destinato ad aiutare i Paesi dell’Europa centrale e orientale entrati per ultimi (la Bulgaria nel gennaio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">      Notizia che meriterebbe più rilievo di quello che le è stato accordato. La Commissione Europea (ovvero, il “Governo” dell’Unione) ha bloccato l’erogazione di 220 milioni di euro alla Bulgaria. I quattrini erano parte del programma di pre-adesione <em>Phare</em>, destinato ad aiutare i Paesi dell’Europa centrale e orientale entrati per ultimi (la Bulgaria nel gennaio 2007) nella Ue. E’ una decisione clamorosa, per almeno due ragioni: perché è la prima volta che la Commissione prende un provvedimento del genere; e perché è clamorosa la motivazione, che risiede <strong>nel clamoroso tasso di corruzione che vige in Bulgaria</strong> e che non ha risparmiato le istituzioni e le agenzie preposte alla gestione dei fondi comunitari.<br />
Con questo provvedimento, la Bulgaria perde per sempre i 220 milioni, che dovrà restituire al bilancio Ue. <strong>Altri 600 milioni, sempre destinati alla Bulgaria, sono stati bloccati nel luglio scorso, </strong>dopo un “esame” ad ampio raggio, così ripartito: 115 milioni destinati alla costruzione di strade, 121 milioni per l’agricoltura e più di 300 milioni congelati dalle indagini dell’Ufficio anti-frode della Ue. In ogni campo, la ragione del blocco è sempre stata la stessa: corruzione, corruzione, corruzione. E non è nemmeno tutto: <strong>la vera “ciccia”, per la Bulgaria, sta negli 11 miliardi di fondi strutturali</strong> che la Ue dovrebbe erogare nel periodo 2007-2011 e che sono, come i milioni di cui si diceva, sotto inchiesta. A questo punto, è più che probabile che quei soldi restino nelle cassaforti di Bruxelles.<br />
Il Governo bulgaro si lamenta, ovviamente. Altrettanto ovviamente, è chiaro a tutti che esso non è in grado di mettere un freno al saccheggio delle risorse pubbliche che avviene ogni giorno sotto i suoi occhi e, in qualche caso, sotto le sue mani. Su questo non c’è discussione. Si può provare a ragionare, invece, su questa domanda: perché proprio la Bulgaria, perché proprio adesso?<br />
Ho qualche esperienza dei Paesi dell’Europa dell’Est e mi riesce difficile credere che i bulgari siano così clamorosamente più ladri o più disperati di quanto siano i romeni o di quanto fossero a suo tempo i polacchi o gli ungheresi. Ho vissuto in Russia e ho viaggiato in molti Paesi, soprattutto nei durissimi anni Novanta. <strong>Ovunque la reazione istintiva era di spingere il portafoglio in fondo alle tasche e di diffidare per principio di qualunque richiesta</strong>, considerata a priori esagerata ad arte. Per non parlare delle mance, delle bustarelle, delle tangenti vere e proprie pagate per fare  semplicemente il proprio lavoro.<br />
E’ un quadro troppo cattivo? No, se solo consideriamo che <strong>tutta quella gente viveva quasi sempre in condizioni assai prossime alla miseria</strong>, e che in più si affacciava su un mondo, il nostro, che prometteva (magari involontariamente) benessere e consumi a chi mostrasse intraprendenza e furbizia. Possibile che la Bulgaria sia un caso così spiccata di furfanteria?<br />
La mia sensazione è un’altra: <strong>l’Unione Europea ha scoperto la crisi</strong>. In un duplice senso. In primo luogo, la crisi della propria credibilità. Storia non nuova, anzi vecchia di qualche anno. Ma le ansie più recenti, in particolare quella seguita alla bocciatura del Trattato di Lisbona da parte degli irlandesi, deve aver fatto capire a qualcuno che <strong>non si può chiedere il rigore di Maastricht a chi è dentro e coprire di miliardi chi è fuori o chi sta entrando</strong>. Certo, può anche esserci un sottofondo xenofobo (tipo: pagare per quelli là? Mai!), ma l’idea che occorra un po’ più di rigore per poter pretendere il rigore è così banale che qualcuno a Bruxelles potrebbe anche essersene accorto.<br />
E poi, ovvio, c’è la crisi vera, la crisi economica mondiale. Con 11 miliardi di euro (quelli che la Bulgaria forse non vedrà mai) di cosette se ne fanno. E’ più di quanto il Governo italiano possa permettersi di spendere per sostenere le banche e le famiglie, tanto per fare un esempio. Ma soprattutto <strong>all’Unione Europea potrebbe anche far comodo non doversi occupare anche della Bulgaria, un Paese ancora fragile e bisognoso di molta, molta assistenza</strong>. Pare insomma agli sgoccioli la tradizionale generosità europea, quella che l’ha resa una specie di arca di Noè su cui tutti vogliono imbarcarsi, salvo poi mettersi a rompere in ogni modo le scatole una volta saliti a bordo. Spiace che ai bulgari tocchi fare le spese, in un sol colpo, degli abusi propri e dei vizietti altrui.</p>
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		<title>ADESSO ANCHE AI DANESI PIACE L&#8217;EURO. UN ALTRO PO&#8217; DI CRISI E ARRIVERANNO ANCHE POLACCHI E SVEDESI</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Nov 2008 20:34:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Uno di questi giorni mi toglierò lo sfizio di andare a spulciare i giornali dei primi anni Duemila e di fare un elenco, nomi e cognomi, di tutti gli incompetenti, i faziosi e i puri e semplici fessi che, allora, andavano dicendo che l’euro ci aveva rovinati, spingendosi anche ad affacciare l’ipotesi di un’uscita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Uno di questi giorni mi toglierò lo sfizio di andare a spulciare i giornali dei primi anni Duemila e di fare un elenco, nomi e cognomi, di tutti gli incompetenti, i faziosi e i puri e semplici fessi che, allora, andavano dicendo che l’euro ci aveva rovinati, spingendosi anche ad affacciare l’ipotesi di un’uscita dell’Italia dalla zona euro. Qualche nome già lo ricordo, altri ne troverei nelle seconde file della politica (le più assidue, però, a far dichiarazioni nei Tg), e spunterebbe anche qualche solone del giornalismo e dell’economia.<br />
      Nel mazzo, comunque, entrano di diritto <strong>5 milioni e mezzo di danesi</strong>, ovvero quei furbacchioni che proprio nell’anno Duemila bocciarono attraverso referendum l’ipotesi di aderire alla moneta unica europea. Non molto tempo dopo ebbi occasione di passare a <strong>Copenhagen</strong> qualche giorno. Ho ancora negli occhi, con un vago senso di disgusto, le magliette che molti danesi, anche giovani, sfoggiavano con orgoglio: <em>Denmark and fuck the rest</em>, più o meno: viva la Danimarca e aff… ulo tutto gli altri.<br />
      Nel frattempo è arrivata la crisi mondiale e quei furbacchioni di ex vichinghi, anche loro mezzi celti, che cos’hanno scoperto? Che fuori dall’euro si sta peggio, che <strong>i tassi d’interesse sulla corona danese schizzano alle stelle proprio quando l’economia avrebbe bisogno di credito facile</strong> (due aumenti dei tassi in due settimane) e che, per dirla in termini a loro comprensibili, aff… ulo stanno andando la loro economia e i loro risparmi. Che fuori dall’euro il loro magnifico welfare rischia la bancarotta. Che fuori dall’euro quei <strong>37.200 dollari</strong> di quota pro capite del Prodotto interno lordo se li possono scordare. E che con il solo petrolio del Mare del Nord, toccato loro in sorte senza alcun merito, quel <strong>2,7% di disoccupati</strong> è destinato ad aumentare di molto.<br />
       Così i nostri buoni amici danesi ora corrono a organizzare un nuovo referendum sull’euro (nel 2011) che raccoglierà una scontata maggioranza di &#8220;sì&#8221;, giusto per dare una sbiancatina ai muri e portare il salvadanaio nel comodo riparo della tanto criticata, or non è molto, Europa dei burocrati arroganti (perché pretendono di mettere limiti alla spesa pubblica dei diversi Paesi) e indecisi a tutto. <strong>Diamo un caldo benvenuto ai danesi e prepariamo gli striscioni per i prossimi pentiti: Polonia e Svezia</strong> stanno per bussare, anche loro, alla porta del tanto vituperato euro. </p>
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