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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Economia</title>
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		<title>IL MONDO LO NUTRIRANNO I GIOVANI</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Feb 2012 17:39:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo aver tanto discusso, negli anni scorsi, della sorte degli anziani, in Italia e in Europa si sta scoprendo che la vera &#8220;questione&#8221; riguarda i giovani, i ragazzi tra i 15 e i 24 anni. In Italia, per fare un esempio, cioè nel Paese dove il 20% della popolazione ha più di 65 anni d&#8217;età, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo aver tanto discusso, negli anni scorsi, della sorte degli anziani, in Italia e in Europa si sta scoprendo che la vera &#8220;questione&#8221; riguarda i giovani, i ragazzi tra i 15 e i 24 anni. In Italia, per fare un esempio, cioè <strong>nel Paese dove il 20% della popolazione ha più di 65 anni d&#8217;età,</strong> si accumulano 2 milioni degli 8 milioni di Neet (quelli che non studiano e non lavorano) che vivono in Europa. E la disoccupazione giovanile, insieme con la crisi economica, sta erodendo la capacità di risparmio delle famiglie.</p>
<p><span id="more-14153"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GIOVANIOK.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-14161" title="GIOVANIOK" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GIOVANIOK.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>A livello globale, peraltro, il mondo non è mai stato così ricco di giovani.</strong> Nei Paesi in via di sviluppo, peraltro i più popolati, la fascia 15-24 anni forma il 20% della popolazione, una quota destinata a crescere ancora: in Nord Africa e nel Medio Oriente quella fascia di popolazione dovrebbe allargarsi di almeno 7 milioni di persone nei prossimi anni, fino a formare i due terzi della popolazione; in Asia i giovani erano 745 milioni già nel 2010 e in India, oggi, metà della popolazione ha meno di 25 anni.</p>
<p>Ovunque, il problema del lavoro si è fatto decisivo. Noi in Italia siamo alle soglie del 30% di disoccupati tra i giovani, ma non siamo certo gli unici: la Grecia è al 36%, la Spagna al 44%, la Gran Bretagna al 20%. Nel mondo arabo la media è intorno al 24%.</p>
<p>Nei Paesi industrializzati le soluzioni sono molto più complicate. I giovani sono, paradossalmente, vittime del benessere conquistato per loro (e per chi, se no?) dai genitori. Studiano, se non studiano possono essere mantenuti fino al giorno in cui trovano la loro strada. Facile chiamarli &#8220;bamboccioni&#8221;, un po&#8217; meno facile spiegare perché uno non dovrebbe approfittare delle condizioni di favore per la cui conquista la generazione precedente si è tanto sbattuta. Nessuno vive male così, per esercizio o per principio, se solo può vivere meglio.</p>
<p><strong>Ma nei Paesi in via di sviluppo, quelli in cui il benessere non è garantito e la povertà ancora un rischio concreto, l&#8217;agricoltura offre ancora grandissime opportunità.</strong> Dicono gli esperti che entro il 2050 la Terra avrà 9,1 miliardi di abitanti e che da qui ad allora bisognerà attrezzarsi a produrre il 70% in più del cibo che produciamo oggi, facendo nello stesso tempo qualcosa per frenare la spoliazione dell&#8217;ambiente: il 20% dei terreni un tempo coltivabili del pianeta è ormai ridotto alla sterilità.</p>
<p><strong>Considerato che il 70% dei poveri del mondo tuttora vive in aree rurali,</strong> diventa facile capire che la sfida del cibo e quella della povertà si combattono e si vincono (o si perdono) sullo stesso terreno. Bisogna assolutamente trasformare milioni di quei giovani in agricoltori, per renderli padroni del proprio destino e, insieme, del futuro del mondo. Per farlo, bisogna fermare le migrazioni da povertà, aiutarli a restare nella propria terra. E perché restino, devono avere un&#8217;educazione professionale di base e gli strumenti per avviare un&#8217;attività famigliare. La scommessa del nuovo aiuto allo sviluppo si gioca qui.</p>
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		<title>CHISSA&#8217; CHE FINE FA LA GRECIA&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 00:13:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>E la Grecia? Del buco nero d&#8217;Europa, il Paese virtualmente fallito, non si parla più. Curioso, perché la Grecia non è affatto sulla buona strada. gli indicatori economici sono un disastro: la Borsa ha perso più di tre quarti della capitalizzazione, <strong>la disoccupazione è al 18%,</strong> il sistema bancario ha visto eclissarsi il 25% dei depositi che aveva solo due anni fa, il settore delle costruzioni ha ridotto le operazioni di due terzi, nel 2011 il Prodotto interno lordo si è contratto del 6%. Il turismo è cresciuto (più 10% nel 2011), grazie ai prezzi bassi e alle rivolte che hanno reso instabile la sponda Sud del Mediterraneo. Ma per farla breve, gli analisti della Ue ritengono che, di questo passo, la Grecia potrà portare il proprio debito pubblico al 120% (!!!) del Pil solo intorno al 2020.</p>
<p><span id="more-13788"></span></p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-13797" title="GRECIA1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA1.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>La Grecia sta ancora in piedi per una sola ragione: la Banca centrale europea ha garantito alla Banca centrale di Grecia prestiti per 73 miliardi</strong> di euro e ha comprato Buoni del Tesoro greci per altri 40 miliardi di euro. Una gigantesca iniezione di denaro che ha consentito al sistema di continuare a girare. Idea che pian piano si è fatta largo nella coscienza dei greci e che ha anche cambiato la percezione della crisi. ricordate le manifestazioni contro gli &#8220;eurocrati&#8221;, contro &#8220;i diktat dell&#8217;Unione Europea&#8221;, le manifestazioni, le contestazioni alle delegazioni inviate da Bruxelles? Bene, tutto dimenticato o quasi. Un recente sondaggio ha mostrato che<strong> il 70% dei greci preferisce restare nell&#8217;euro</strong> e proprio non vorrebbe tornare alla vecchia dracma. Dice nulla, a noi italiani?</p>
<p><strong>Dunque, perché la Germania continua a diffidare?</strong> Perché la Grecia continua a essere lo spauracchio che molti agitano per frenare un deciso intervento europeo (Fondo salva-Stati o altro) a favore dei Paesi in difficoltà? La ragione è molto precisa: il sistema economico greco è bacato all&#8217;interno e, almeno finora, non ha dato segni di voler affrontare <strong>quel complicato e forse doloroso, ma inevitabile, processo di riforma che dovrebbe renderlo più agile, efficiente e competitivo.</strong> La Grecia e la sua politica, insomma, non hanno ancora trovato il loro Mario Monti, né quel sussulto di coscienza collettiva che in Spagna ha portato Zapatero a prendere decisioni difficili ma fondamentali per poi lasciare il potere a Rajoy.</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13799" title="GRECIA2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il segnale più evidente della difficoltà greca a evolvere è il dato della disoccupazione (18%, come si diceva), che pare quasi incredibile se collegato a un disavanzo delle partite correnti che aumenta del 10% l&#8217;anno.</strong> Il che significa che la Grecia continua a fare debiti, senza però riuscire a usarli per incrementare le attività produttive (da cui la mancata riduzione della disoccupazione). D&#8217;altra parte nel 2011 il Paese si è piazzato <strong>al 100° posto (su 183 Paesi)</strong> nella graduatoria della Banca mondiale sugli ambienti favorevoli al business, un rango certo non degno di una nazione occidentale ed europea. Un&#8217;inerzia e un&#8217;arretratezza così radicate da provocare proposte un po&#8217; provocatorie e un po&#8217; disperate: come quella di affidare l&#8217;esazione delle tasse ad aziende private straniere, sperando così di superare l&#8217;ostacolo della corruzione e dell&#8217;imperizia del sistema fiscale nazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>ECONOMIA: NON FIDATEVI DEI PREMI NOBEL</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 21:19:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa gli economisti americani Thomas Sargent, 68 anni, e Christopher Sims, 69 anni, hanno ricevuto il premio Nobel per l&#8217;Economia per i loro studi sulla relazione tra le politiche di bilancio e i cicli economici. Cioè, se ho capito bene, sull&#8217;influenza delle politiche governative sull&#8217;andamento dell&#8217;economia. Intervistati, i due offerto alla stampa i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa gli economisti americani <strong>Thomas Sargent</strong>, 68 anni, e <strong>Christopher Sims</strong>, 69 anni, hanno ricevuto il premio Nobel per l&#8217;Economia per i loro studi sulla relazione tra le politiche di bilancio e i cicli economici. Cioè, se ho capito bene, sull&#8217;influenza delle politiche governative sull&#8217;andamento dell&#8217;economia.</p>
<p><span id="more-12168"></span></p>
<div id="attachment_12173" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/SIMS.jpg"><img class="size-full wp-image-12173" title="SIMS" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/SIMS.jpg" alt="" width="300" height="203" /></a><p class="wp-caption-text">Christopher Sims, premio Nobel per l&#39;Economia 2011.</p></div>
<p>Intervistati, i due offerto alla stampa i loro commenti, per lo più di circostanza. <strong>Mi ha colpito, però, una cosa detta da Sims.</strong> Alla domanda: che cosa dovrebbe fare un risparmiatore con i suoi soldi in questo caos finanziario globale, ha risposto: &#8220;&#8221;Probabilmente li lascerei liquidi per un po&#8217;, e poi vedrei&#8221;. Opinione definita di buon senso dalla maggior parte dei commentatori.</p>
<p><strong>Ora succede questo: tenere i soldi liquidi e aspettare è proprio ciò che stanno facendo non solo milioni di piccoli risparmiatori ma anche i grandi e grandissimi investitori istituzionali.</strong> E tutti, proprio per questo, gridano al disastro. Le banche centrali dei Paesi emergenti (Brasile, Cina, ecc. ecc.), informa il sole 24 Ore, hanno drasticamente ridotto gli investimenti in euro: tra il 1999 e il 2008 la moneta europea raccoglieva il 29% dei loro investimenti, ora siamo al 17%. I Fondi &#8220;made in Usa&#8221;, poi, avrebbero ridotto di 700 milioni di dollari i prestiti alle banche europee, seguendo il buon consiglio della Federal Reserve (la banca centrale Usa).</p>
<p><strong>E&#8217; il famoso<em> credit crunch</em> (contrazione del credito), applicato però non al signor Rossi che chiede un mutuo ma direttamente alle banche</strong> che dovrebbero concederglielo. Gli analisti del Sole descrivono così la situazione: &#8220;Banche, società private e anche le istituzioni sono in tutto il mondo concentrate su un obiettivo preciso: tenere in patria e in bilancio più denaro liquido possibile&#8221;. Non fanno esattamente ciò che il Nobel Sims consiglia ai privati? Tenersi il denaro liquido e aspettare?</p>
<p><strong>Ma se i piccoli smettono di investire e di spendere, tutto si ferma.</strong> Detto in soldoni: i negozi e le aziende non vendono quindi non lavorano, l&#8217;occupazione cala, la popolazione si impoverisce. E se lo fanno i grandi? Anche. Infatti le banche italiane, per sventare il rischio di restare senza liquidi, hanno chiesto denaro fresco alla Banca centrale europea: 104 miliardi di euro a settembre, 85 ad agosto, 41 a giugno e 31 a maggio. Sempre di più, come si vede, di mese in mese, proprio perché gli altri finanziatori preferiscono tenersi i quattrini e aspettare.</p>
<p>Per concludere: Sims è un premio Nobel, nonché docente a Princeton, mica voglio fare lezioni. Però quel consiglio del neo-premiato mi è rimasto sul gozzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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]]></content:encoded>
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		<title>SUSSIDI: AL CONTADINO NON FAR SAPERE&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 20:08:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; interessante quanto fa notare l&#8217;Ocse in un rapporto (Agricultural Monitoring and Evalutation 2011) appena pubblicato: le sovvenzioni statali all&#8217;agricoltura non sono mai state così basse. Nel 2010, infatti, il reddito delle aziende agricole è dipeso per solo il 18% dai contributi dei Governi, la quota minima degli ultimi anni. Nei 34 Paesi Ocse (in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; interessante quanto fa notare l&#8217;Ocse in un rapporto (<em>Agricultural Monitoring and Evalutation 2011</em>) appena pubblicato: le sovvenzioni statali all&#8217;agricoltura non sono mai state così basse. Nel 2010, infatti, il reddito delle aziende agricole è dipeso per solo il 18% dai contributi dei Governi, la quota minima degli ultimi anni.</p>
<p><span id="more-11987"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/farmers.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-11989" title="farmers" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/farmers.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p><strong>Nei 34 Paesi Ocse (in sostanza, tutti o quasi i più sviluppati, Italia compresa) nel 2010  le sovvenzioni pubbliche agli agricoltori si sono fermate a quota 172 miliardi di euro.</strong> La tendenza complessiva è al calo, anche se le variazioni da Paese a Paese possono essere anche molto forti. <strong>Il record positivo spetta alla Nuova Zelanda</strong>, dove solo l&#8217;1% del reddito delle aziende agricole deriva da finanziamenti pubblici. <strong>Molto virtuosi sono anche Australia (3%) e Cile. </strong>Abbastanza virtuosi Usa (9%), Israele e Messico (12%) e Canada (16%), tutti sotto la media Ocse che è appunto del 16%. Sotto la media anche Brasile, Ucraina e Sudafrica.</p>
<p><strong>Al rialzo, al contrario, i dati della Cina</strong> (dove il reddito da sovvenzione degli agricoltori è arrivato al 17% nel 2010, mentre era solo del 6% nel 1995) <strong>e della Russia</strong>, dove due anni consecutivi di crisi economica e uno di siccità hanno spinto lo Stato a intervenire: il reddito generato da contributi statali è oggi, per gli agricoltori russi, del 20%.</p>
<p><strong>Nei Paesi dell&#8217;Unione Europea gli agricoltori sono largamente dipendenti dai contributi statali: 22% la loro quota del reddito.</strong> I Paesi più generosi nei confronti dell&#8217;agricoltura sono comunque ancora lontani da quella quota: i contributi statali generano il 47% del reddito agricolo in <strong>Corea del Sud, il 48% in Islanda, il 49% in Giappone, il 56% in Svizzera e il 60% in Norvegia</strong>.</p>
<p>Piuttosto deciso l&#8217;Ocse nell&#8217;indicare le ragioni della generale tendenza al calo: i Governi hanno ormai budget tiratissimi e non possono scialare; inoltre, dal 2008 i prezzi dei generi alimentari e dei prodotti agricoli sono cresciuti in molte regioni del mondo, rendendo dunque meno necessaria l&#8217;assistenza dello Stato.</p>
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		<title>NUCLEARE DI OGGI E DI DOMANI, UNA MAPPA</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 15:43:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I reattori nucleari oggi attivi nel mondo sono 442 e sono insediati in 29 Paesi.  Fa la sua parte l&#8217;Europa, con 148 reattori (il 35% del totale mondiale) attivi in 16 Paesi. L&#8217;Europa è ben piazzata anche per quanto riguarda i reattori in costruzione: sono 65 nel mondo, di cui 8 nel Vecchio continente (2 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I reattori nucleari oggi attivi nel mondo sono 442 e sono insediati in 29 Paesi.  Fa la sua parte l&#8217;Europa, con 148 reattori (il 35% del totale mondiale) attivi in 16 Paesi. <strong>L&#8217;Europa è ben piazzata anche per quanto riguarda i reattori in costruzione: sono 65 nel mondo</strong>, di cui 8 nel Vecchio continente (2 in Bulgaria, Romania e Slovacchia, 1 in Finlandia, 1 in Francia).</p>
<p><span id="more-11682"></span></p>
<div id="attachment_11701" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/california.jpg"><img class="size-full wp-image-11701" title="california" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/california.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">L&#39;impianto nucleare di Diablo Canyon in California.</p></div>
<p><strong>La vera patria del nucleare, però, sono gli Usa</strong>, almeno per numero direattori attivi. In proporzione alla popolazione, invece, il primo Paese al mondo per la produzione di energia atomica è la Francia. Ecco la classifica dei primi dieci Paesi al mondo per numero di reattori nucleari attivi:</p>
<ol>
<li>Usa &#8211; 104 reattori attivi</li>
<li>Francia &#8211; 58 r.a.</li>
<li>Giappone &#8211; 54 r.a.</li>
<li>Russia &#8211; 32 r.a.</li>
<li>Corea &#8211; 21 r.a.</li>
<li>India &#8211; 20 r.a.</li>
<li>Gran Bretagna &#8211; 19 r.a.</li>
<li>Canada &#8211; 18 r.a.</li>
<li>Germania &#8211; 17 r.a. (ma è stata decisa l&#8217;uscita dal nucleare entro il 2020)</li>
<li>Ucraina &#8211; 15 r.a.</li>
</ol>
<p><strong>La Cina ha &#8220;solo&#8221; 13 reattori nucleari attivi. Guida però la classifica per numero di reattori in costruzione. </strong>Ecco la classifica:</p>
<ol>
<li>Cina &#8211; 27 reattori in costruzione</li>
<li>Russia &#8211; 11 r.c.</li>
<li>India e Corea  &#8211; 5 r.c. ciascuna</li>
<li>Bulgaria, Slovacchia, Giappone e Ucraina &#8211; 2 r.c. ciascuno</li>
<li>Argentina, Brasile, Finlandia, Francia, Iran, Pakistan e Usa &#8211; 1 r.c. ciascuno.</li>
</ol>
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		<title>QUEL CHE VOGLIAMO DA QUESTA EUROPA</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 17:05:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;La crisi finanziaria si è trasformata in crisi economica, quindi è diventata una crisi del debito sovrano. La fiducia è evaporata in primo luogo nel settore bancario, con la prima &#8220;fuga dai depositi&#8221; in oltre un secolo in Gran Bretagna nel settembre 2007. Poi il fenomeno si è trasferito all&#8217;economia reale, con un massiccio rinvio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;La crisi finanziaria si è trasformata in crisi economica, quindi è diventata una crisi del debito sovrano. La fiducia è evaporata in primo luogo nel settore bancario, con la prima &#8220;fuga dai depositi&#8221; in oltre un secolo in Gran Bretagna nel settembre 2007. Poi il fenomeno si è trasferito all&#8217;economia reale, con un massiccio rinvio degli investimenti alla fine del 2008. Ora assistiamo all&#8217;incapacità dei Governi, almeno di alcuni, a far fronte ai loro obblighi&#8221;. Ecco <strong>il racconto della crisi globale nelle parole di Karel Lannoo</strong>, capo ricercatore del <a href="http://www.ceps.be" target="_blank">Centre for European Policy Studies</a> di Bruxelles.</p>
<p><span id="more-11604"></span></p>
<div id="attachment_11617" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/08/bulga.jpg"><img class="size-full wp-image-11617" title="bulga" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/08/bulga.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Gli operai delle acciaierie bulgare protestano e chiedono l&#39;intervento della Ue. Il cartello dice: &quot;Europa, qui governa la mafia, fermala!&quot;.</p></div>
<p>E&#8217; una storia che conosciamo bene, compresa la fase finale del debito nazionale che la politica prima produce e poi non riesce più a controllare. A questo dramma in tre anni gli europei hanno reagito in modo diverso, segmentati dalla nazionalità e dalle categorie sociali. Ma sempre con una certa saggezza di fondo. Per dirne una: i cittadini dei Paesi nordici all&#8217;inizio dell&#8217;estate erano compatti nel ritenere ormai raggiunto e superato il &#8220;picco&#8221; della crisi. <strong>Dal 68% della Danimarca al 50% tondo della Bulgaria</strong>, passando per Estonia, Austria, Slovacchia, Svezia, Belgio, Olanda, Repubblica Ceca e Lussemburgo, e aggiungendo magari il 49% della Germania, l&#8217;opinione era che il peggio è passato.</p>
<p><strong>Già molto meno ottimista l&#8217;Italia (43% di quel parere), per non parlare della Francia (35%), della Grecia (19%) o del Portogallo (15%)</strong>. Non a caso, quindi, i Paesi del Mediterraneo erano assai meno ottimisti: l&#8217;ultima ondata della crisi, infatti, ha colpito proprio loro.</p>
<p><strong>E poi, si diceva, le categorie sociali.</strong> Anche qui, un panorama prevedibile che, nello stesso tempo, la dice lunga sui meccanismi e sulle vittime della crisi. <strong>Il 51% dei manager</strong> e il 53% degli europei che si autodefiniscono &#8220;alti borghesi&#8221; condividevano il parere che il peggio della crisi fosse stato ormai superato. <strong>Solo il 34% dei disoccupati</strong>, il 27% di coloro che avevano dovuto ricorrere a prestiti per pagare i conti e il 31% di coloro che si autodefinivano &#8220;proletari&#8221; era invece dello stesso parere.</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/08/ue.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-11619" title="ue" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/08/ue-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Su una cosa, però, secondo il sondaggio <strong>Eurobarometro 75</strong> (<a href="http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/eb/eb75/eb75_en.pdf" target="_blank">Europeans&#8217; Perception on the State of the Economy</a>) pubblicato ai primi di agosto, i cittadini dell&#8217;Unione Europea avevano lo stesso parere: il ruolo centrale della Ue nell&#8217;uscita dalla crisi e le sue responsabilità in merito al percorso virtuoso da innescare.</p>
<p>Ecco alcuni dati significativi.</p>
<ol>
<li><strong>Qual è l&#8217;entita politica o l&#8217;istituzione più attrezzata per agire contro la crisi economica?</strong> Risposte: la Ue per il 22% degli intervistati; i Governi nazionali per il 20%; il fondo Monetario Internazionale per il 15%; il G20 per il 14%; gli Usa per il 7%.</li>
<li><strong>Quali misure possono essere più utili per rispondere alla crisi?</strong> Sono andate oltre il 70% tutte le seguenti: un maggiore coordinamento delle politiche economiche dei Governi degli Stati membri (79%); un più stretto controllo della Ue sul denaro imvestito per salvare banche e istituzioni finanziarie (78%); un più stretto controllo della Ue sulle attività dei grandi gruppi finanziari (77%); un più importante ruolo della Ue nella regolazione dei servizi finanziari (73%).</li>
<li><strong>Contro la crisi chi ha agito con più efficacia, l&#8217;Unione Europea o i Governi nazionali?</strong> Il 44% ha giudicato &#8220;efficace&#8221; l&#8217;azione della Ue, il 38% ha dato lo stesso giudizio ai Governi nazionali.</li>
<li><strong>E infine: nel combattere la crisi economica globale, la Ue ha preso la strada giusta o quella sbagliata?</strong> Il 46% ha detto quella giusta, il 23% quella sbagliata, il 20% ha risposto &#8220;né l&#8217;una né l&#8217;altra&#8221; e l&#8217;11% non ha risposto.</li>
</ol>
<p>Insomma, nel momento del bisogno l&#8217;Europa è ancora sembrata il posto più &#8220;giusto&#8221; per andare a rifugiarsi. Quello che i cittadini chiedono è, semplicemente, <strong>che l&#8217;Europa faccia l&#8217;Europa.</strong> Che faccia ciò per cui era nata, senza timidezze né incertezze. Speriamo che, prima o poi, lo capiscano anche gli Stati nazionali. Soprattutto quelli che hanno fatto dell&#8217;euroscetticismo un proclama politico, per poi andare a piangere a Bruxelles quando nessuno voleva i Buoni del Tesoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>UNA BUONA NOTIZIA ANCHE PER I POVERI</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 21:15:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Come dimostrano i dati, i ricchi del mondo sono diventati ancor più numerosi e più ricchi con la crisi. Proviamo allora a chiederci che cosa sta succedendo ai poveri del mondo, cioè a quelli che devono campare con 1,25 dollari al giorno. Ce lo raccontano, e bene, Laurence Chandy e Geoffrey Gertz, due ricercatori della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come dimostrano i dati, <a title="I RICCHI? SE LA CAVANO BENONE" href="http://www.fulvioscaglione.com/index.php/news/i-ricchi-se-la-cavano-benone/">i ricchi del mondo sono diventati ancor più numerosi e più ricchi con la crisi.</a> Proviamo allora a chiederci che cosa sta succedendo ai poveri del mondo, cioè a quelli che devono campare con 1,25 dollari al giorno. Ce lo raccontano, e bene, <strong>Laurence Chandy e Geoffrey Gertz</strong>, due ricercatori della <em>Brookings Institution</em>, nello studio intitolato <a href="http://www.brookings.edu/papers/2011/01_global_poverty_chandy.aspx" target="_blank"><em>Poverty in numbers: the changing State of Global Poverty from 2005 to 2015.</em></a></p>
<p><span id="more-11587"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/08/donne.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11596" title="donne" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/08/donne.jpg" alt="" width="300" height="192" /></a>Negli ultimi 6 anni, spiegano Chandy e Gertz, il numero dei poveri è calato quasi ovunque in modo molto consistente e la tendenza dovrebbe prolungarsi almeno per i prossimi quattro anni. <strong>Il che significa che i poveri del mondo (quelli, appunto, inchiodati al misero 1,25 dollari al giorno) sono passati da da 1,3 miliardi (dato del 2005) a circa 900 milioni (2010) e dovrebbero arrivare a meno di 600 milioni nel 2015 (stima).</strong> Il numero finale resta enorme, il 10% della popolazione del pianeta. Ma in molte parti del mondo quel calo rappresenterà comunque un formidabile mutamento in meglio e una spinta verso un futuro più accettabile: nei primi anni Ottanta, infatti, più di metà della popolazione dei Paesi in via di sviluppo viveva in povertà; intorno al 2005 questa quota era scesa al 25%, nel 2010 al 16% e nel 2015 dovrebbe infine arrivare al 10%.</p>
<p>Il numero dei poveri, nonostante le immagini strazianti della carestia nel Corno d&#8217;Africa, è in calo persino nell&#8217;Africa sub-sahariana, dove nel 2008 per la prima volta è sceso sotto la soglia altamente simbolica del 50% della popolazione, e nel 2015 dovrebbe arrivare sotto il 40%. <strong>La povertà, però, sarà nel prossimo futuro un problema sempre più africano.</strong> Fino a oggi, infatti, l&#8217;Asia ha ospitato circa i due terzi dei poveri del mondo. Il tumultuoso sviluppo di alcuni Paesi, per esempio Cina (153 milioni di poveri in meno tra 2005 e 2010), India (230,4 milioni di poveri in meno nello stesso periodo) o Bangladesh (meno 169 milioni di poveri), ha ridotto questa quota a un terzo, mentre l&#8217;Africa (dove lo sviluppo è assai più lento) è rapidamente arrivata al 60% dei poveri del mondo.</p>
<p>Ecco qualche dato per macro regioni del mondo, in percentuali di popolazione povera sul totale della popolazione.</p>
<ul>
<li>Asia Orientale &#8211; 16,8% nel 2005; 7,4% nel 2010; 2,7% nel 2015.</li>
<li>Europa e Asia Centrale &#8211; 3,4% nel 2005; 1,8% nel 2010; 2,7% nel 2015.</li>
<li>America Latina &#8211; 8,4% nel 2005; 6,2% nel 2010; 4,5% nel 2015.</li>
<li>Medio Oriente e Africa del Nord &#8211; 3,8% nel 2005; 21,5% nel 2010; 1,9% nel 2015.</li>
<li>Asia meridionale &#8211; 40,2% nel 2005; 20,3% nel 2010; 8,7% nel 2015.</li>
<li>Africa sub-sahariana &#8211; 54,5% nel 2005; 46,9% nel 2010; 39,3% nel 2015.</li>
<li>Mondo &#8211; 25,7% nel 2005; 15,8% nel 2010; 9,9% nel 2015.</li>
</ul>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/08/scuola.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-11598" title="scuola" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/08/scuola.jpg" alt="" width="300" height="227" /></a>Curiosamente, i due studiosi tendono a ridimensionare gli effetti negativi dei due fenomeni che, negli ultimi anni, più hanno ferito l&#8217;ottimismo degli osservatori a proposito di riduzione della povertà: l&#8217;aumento dei prezzi dei generi alimentari nel 2007-2008 e la crisi finanziaria del 2008-2009.</p>
<blockquote><p><strong>I prezzi dei generi alimentari</strong> &#8211; Chandy e Gertz considerano che l&#8217;effetto globalmente negativo del fenomeno (secondo la Banca mondiale, l&#8217;ondata di aumenti dei prezzi avrebbe respinto circa 100 milioni di persone sotto la soglia della povertà) vada analizzato &#8220;con un grano di sale in zucca&#8221;. <strong>Gli effetti, in altre parole, sarebbero diversi da Paese a Paese.</strong> In certe economie l&#8217;aumento dei prezzi ha sicuramente prodotto un ulteriore impoverimento, in altre (e soprattutto in colossi come India e Cina, dove poi si registrano i grossi &#8220;guadagni&#8221; in termini di uscita dalla povertà) avrebbe invece generato il fenomeno opposto, grazie al dinamismo impresso al sistema agricolo e commerciale.</p>
<p><strong>La crisi finanziaria</strong> &#8211; Qui il parere è più vicino al pensiero comune. <strong>Tra il 2008 e il 2009 la crisi finanziaria ha rallentato il progresso di molti Paesi in via di sviluppo, generando così altri 64 milioni di poveri.</strong> Ma i ricercatori non si fanno scoraggiare. E si chiedono: perché, dopo un decennio di ottimi risultati nella lotta alla povertà, dovremmo dare così tanta importanza a un anno, il 2009, in cui i risultati sono stati solo mediocri?</p>
<p>&nbsp;</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>IRAN: LA JIHAD PIACE AL FONDO MONETARIO</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 15:32:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Il nemico vuole piegare la nazione iraniana con l&#8217;arma delle sanzioni&#8230; ma i suoi aggressivi propositi saranno respinti dalla jihad economica&#8221;. Così, pochi giorni fa, si è espresso l&#8217;ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica dell&#8217;Iran. Non c&#8217;è da stupirsi: è stato proprio lui a dichiarare il 2011 l&#8217;anno della &#8220;jihad economica&#8221;, quindi&#8230; Stupisce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Il nemico vuole piegare la nazione iraniana con l&#8217;arma delle sanzioni&#8230; ma i suoi aggressivi propositi saranno respinti dalla jihad economica&#8221;. Così, pochi giorni fa, si è espresso <strong>l&#8217;ayatollah Ali Khamenei</strong>, guida suprema della Repubblica islamica dell&#8217;Iran. Non c&#8217;è da stupirsi: è stato proprio lui a dichiarare il 2011 l&#8217;anno della &#8220;jihad economica&#8221;, quindi&#8230; Stupisce un po&#8217; di più, invece, scoprire che un più tecnico e sobrio apprezzamento arriva anche dal Fondo Monetario Internazionale, tempio del capitalismo e istituzione dominata dagli Usa. Com&#8217;è possibile?</p>
<p><span id="more-11565"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/08/iran.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11574" title="iran" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/08/iran.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>Serve a questo punto il classico passo indietro. L&#8217;economia dell&#8217;Iran contemporaneo ha attraversato fasi ben precise.</p>
<ol>
<li> <strong>Tra il 1960 e il 1978 </strong>(gli anni dello Shah), l&#8217;alto prezzo del petrolio, con relativi guadagni, consentì al regime di gettare le basi di una moderna economia industriale. Al prezzo, però, di disuguaglianze infine divenute intollerabili e di una distanza città-campagne abissale.</li>
<li><strong>Negli anni Ottanta</strong>, cioè subito dopo la presa di potere dell&#8217;ayatollah Khomeini (1978), la guerra con l&#8217;Iraq e le sue conseguenze in pratica amputarono l&#8217;Iran di un intero decennio. Un milione di morti, 100 miliardi di dollari in costi diretti e 1 trilione (un milione di miliardi) di dollari in mancata crescita economica, questo in estrema sintesi il prezzo del conflitto.</li>
<li><strong>Gli anni Novanta</strong>: quelli del recupero Dal 1990 al 2005 il Prodotto interno lordo crebbe in media del 7% l&#8217;anno e tra il 1990 e il 2010 il valore del Pil passò da 84 miliardi di dollari a 844 miliardi di dollari. Il prezzo del petrolio, almeno in una prima fase, fu di nuovo decisivo per la crescita.</li>
</ol>
<p>I risultati non sono mancati. Il numero dei poveri è calato, la protezione sociale si è allargata, il divario tra la popolazione urbana e quella rurale si è ridotto, alcune eccellenze sono state generate: <strong>l&#8217;Iran è oggi tra i primi 20 Paesi al mondo per produzione scientifica ed è tra i Paesi leader in settori come le nanotecnologie e le cellule staminali. Secondo Goldman Sachs, infine, il Pil dell&#8217;Iran potrebbe essere il dodicesimo del mondo entro il 2025.</strong> Ovviamente, non è tutto oro quel che luccica: i disoccupati sono al 15%; i sussidi statali al prezzo dei generi alimentari, dell&#8217;energia elettrica e dei carburanti (che costano meno dell&#8217;acqua in bottiglia) hanno appensantito il bilancio dello Stato (con un costo tra i 60 e i 100 miliardi di dollari l&#8217;anno, pari a un quarto del Pil nazionale), distorto il mercato, generato inflazione. E poi le sanzioni economiche: secondo alcuni calcoli, l&#8217;Iran potrebbe averci rimesso 60 miliardi di dollari nel solo settore petrolifero.</p>
<div id="attachment_11576" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/08/ahma.jpg"><img class="size-full wp-image-11576" title="ahma" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/08/ahma.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a><p class="wp-caption-text">Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad.</p></div>
<p>Il primo mandato presidenziale di Ahmadinejad ha veleggiato sulle vecchie teorie. Con il secondo l&#8217;aria è cambiata, fino appunto al lancio della &#8220;jihad economica&#8221;. Meno sussidi, un più rigoroso controllo della moneta, <strong>privatizzazioni (a cominciare dai due giganti statali dell&#8217;automobile, Saipa e Iran Khodro)</strong>, briglie più sciolte sulle aziende locali.</p>
<p>Inevitabilmente, è calata la scure sulla politica dei sussidi. I prezzi di molti generi di necessità e di consumo (prima fra tutti la benzina) sono cresciuti anche di 20 volte. <strong>Per ammorbidire lo shock, il Governo ha creato un fondo (destinato al 50% alle famiglie, al 30% agli esercizi commerciali e al 20% per le imprese statali) </strong>che versa regolari somme di denaro per compensare l&#8217;aumento dei prezzi nella fase di transizione. A quanto pare funziona: l&#8217;inflazione è in calo, lo Stato spende meno, le aziende hanno meno vincoli. <strong>Per dirla con il Fondo Monetario Internazionale</strong>: &#8220;(le riforme) dovrebbero produrre un netto miglioramento nel medio termine con la razionalizzazione del consumo di energia, maggiori entrate dalle esportazioni e un rafforzamento generale della competività&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>IMMIGRATI, LE BANCHE RINGRAZIANO</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jun 2011 21:28:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[DI ALBERTO CHIARA Gli immigrati scelgono gli istituti di di credito per inviare a casa cifre superiori ai mille euro. Nel 2009, il volume complessivo di rimesse dall&#8217;Italia verso l’estero è stato di 210,05 milioni, per un totale di 92.020 operazioni. Lo documenta il Rapporto 2010 firmato dall&#8217;Associazione bancaria italiana (Abi) e dal Cespi (Centro studi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438_ctl00_paragraphsReader_repParagraphs_ctl00_pParagrafo">DI ALBERTO CHIARA</p>
<p>Gli immigrati scelgono gli istituti di di credito  per inviare a casa cifre superiori ai mille euro.<strong> Nel 2009, il volume  complessivo di rimesse dall&#8217;Italia verso l’estero è stato di 210,05 milioni, per un totale di 92.020 operazioni.</strong> Lo  documenta il Rapporto 2010 firmato dall&#8217;<a href="http://www.abi.it" target="_blank"><strong>Associazione bancaria italiana</strong></a> (Abi) e dal Cespi (<strong><a href="http://www.cespi.it/home.html" target="_blank">Centro studi di politica internazionale</a></strong>). Il valore  medio di queste transazioni è stato di 1.543 euro, quasi sette volte la media  internazionale (circa 223 euro).</p>
<p><span id="more-10477"></span><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/06/IMMIBANCA.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-10493" title="IMMIBANCA" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/06/IMMIBANCA.jpg" alt="" width="300" height="203" /></a>Più di recente, un&#8217;indagine della Banca d&#8217;Italia ha  evidenziato i principali Paesi di destinazione per il periodo 2005-2011:  <strong>in testa alla classifica c&#8217;è la Cina, con il 25% delle operazioni di trasferimento di denaro</strong>.  Per il resto, le rimesse finiscono soprattutto in Romania (al  secondo posto), Filippine, Marocco, Senegal, Brasile, Bangladesh,  Albania, Perù, Ecuador.</p>
<div>
<div>Dunque, non sono solo braccia utili (e spesso sfruttate): fanno  molto di più che svolgere i compiti faticosi e poco gratificanti che noi  italiani spesso rifiutiamo con sdegno. <strong>Gli immigrati rappresentano una risorsa per l&#8217;Italia. </strong>Anche e soprattutto dal punto di vista economico.</div>
<blockquote>
<div>Si  tratta, infatti, di <strong>5 milioni di persone che incidono per circa il 10% sul totale  degli occupati, contribuiscono per l&#8217;11 per cento alla formazione del Prodotto  interno lordo, il Pil,</strong> ovvero la ricchezza complessiva nazionale,  pagano quasi 11 miliardi di euro di contributi previdenziali e dichiarano al fisco oltre 33 miliardi di euro. Non solo: il 3,5% delle  imprese operanti nel nostro Paese ha il titolare straniero.</div>
</blockquote>
</div>
<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438_ctl00_paragraphsReader_repParagraphs_ctl01_pParagrafo"><strong>A fotografare la realtà è  l&#8217;Abi, l&#8217;Associazione bancaria italiana</strong>, che per il secondo anno organizza un convegno su «Immigrati e inclusione finanziaria: fatti e prospettive in un contesto che cambia».<strong> L&#8217;incontro si svolgerà a Roma, a Palazzo Altieri, il 14 giugno prossimo. L&#8217;evento, organizzato in collaborazione con il Cespi, è l&#8217;occasione per presentare i risultati di una nuova ricerca </strong>che analizza la relazione dei migranti con le banche su diversi versanti, dall&#8217;accesso al credito all&#8217;imprenditoria degli immigrati, dai modelli di <em>welcome banking </em>alla microfinanza e alle rimesse.</p>
<p>Durante il convegno, inoltre, verrà formalizzata la<strong> partnership avviata con Acli, Anci, Arci, Caritas Italiana, Cespi, Ciss Sud Sud, Unhcr- Agenzia Onu per i rifugiati</strong>, con l&#8217;obiettivo di sviluppare strumenti utili a favorire l&#8217;inclusione finanziaria e sociale dei cittadini stranieri.</p>
<p><strong><em>di Alberto Chiara</em></strong></p>
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		<title>ANCHE I BOSS (ogni tanto) PERDONO IL POSTO</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 06:47:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Booz&#38;Co., una delle maggiori società americane di consulenza per il mondo degli affari, ha pubblicato il suo ormai famoso studio annuale sul turn over tra gli amministratori delegati delle 2.500 maggiori aziende del mondo quotate in borsa. Nel 2010, il turn over a quel livello di responsabilità aziendale è stato dell&#8217;11,6% cioè per la prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.booz.com" target="_blank">Booz&amp;Co.</a>, una delle maggiori società americane di consulenza per il mondo degli affari, ha pubblicato il suo ormai famoso studio annuale sul <em>turn over</em> tra gli amministratori delegati delle 2.500 maggiori aziende del mondo quotate in borsa. <strong>Nel 2010, il t<em>urn over</em> a quel livello di responsabilità aziendale è stato dell&#8217;11,6% cioè per la prima volta sotto il 12% dal 2003 e comunque assai più basso di quanto ( 14,3%) fosse nel 2009. </strong></p>
<p><span id="more-10259"></span><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/boss.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10262" title="boss" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/boss.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a>Il Paese con il maggior tasso di avvicendamento tra gli amministratori delegati è stato <strong>il Giappone, con il 19%</strong>. Gran parte di questi cambiamenti, però, sono stati causati dai pensionamenti, cioè da un <em>turn over</em> naturale e programmato, mentre solo per il 10% sono stati decisi per migliorare le <em>performance</em> aziendali. Ben diversa la musica del mondo degli affari in <strong>India, Brasile e Russia</strong>. Nelle grandi aziende dei Paesi economicamente rampanti (in questo elenco manca solo la Cina per aver il Bric completo) il <em>turn over</em> ha avuto un ritmo quasi pari a quello del Giappone, con la basilare differenza che qui il 30% degli amministratori delegati usciti di scena ha semplicemente e brutalmente perso il posto.</p>
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