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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Cultura</title>
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		<title>NICOLETTA MICHELI: LA DONNA SIA CON TE</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Dec 2010 18:45:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Religione]]></category>

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		<description><![CDATA[di MARTA SCAGLIONE &#8220;Un giorno mia moglie mi dice: perché non fai un film su questo? Lì per lì, l&#8217;ho presa per matta&#8221;. Guido Chiesa, regista di Io sono con te, ha raccontato così la genesi del suo ultimo film. Pellicola complessa, affascinante, dedicata al mistero della Natività e, in particolare, al rapporto tra Maria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di MARTA SCAGLIONE</p>
<p>&#8220;Un giorno mia moglie mi dice: perché non fai un film su questo? Lì per lì, l&#8217;ho presa per matta&#8221;. <strong>Guido Chiesa</strong>, regista di <em>Io sono con te</em>, ha raccontato così la genesi del suo ultimo film. Pellicola complessa, affascinante, dedicata al mistero della Natività e, in particolare, al rapporto tra Maria Vergine e il bambino Gesù. Naturalmente l&#8217;idea del film ha avuto una genesi un po&#8217; raffinata e complessa, anche se la sceneggiatura è dovuta, oltre che a Chiesa, proprio a <strong>Nicoletta Micheli</strong>, moglie di Guido e madre dei suoi tre figli (<strong>Emma, 12 anni; Ivana, 9 anni; e Giovanni, 4 anni</strong>), e a Filippo Kalomenidis.In questa intervista la Micheli racconta ilsuo approccio alla storia di Maria e di suo figlio.</p>
<p><span id="more-8039"></span></p>
<div id="attachment_8043" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8043" title="io-sono-con-te" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/io-sono-con-te.jpg" alt="Nadia Khlifi, la ragazza tunisina che interpreta Maria in &quot;Io sono con te&quot;." width="300" height="180" /><p class="wp-caption-text">Nadia Khlifi, la ragazza tunisina che interpreta Maria in &quot;Io sono con te&quot;.</p></div>
<p><strong>- <em>Io sono con te</em> è un film totalmente concentrato sulla maternità di Maria di Nazareth. Come mai questa scelta?</strong></p>
<p>&#8220;Dalle  idee di Maeve Corbo, che ovviamente poi sono andate anche al di là del  film stesso. Tutto è confluito in un processo che ha  coinvolto me e Guido in quanto genitori, in quanto coppia&#8221;.</p>
<p><strong>- La sceneggiatura del film è ispirata alle idee originali formulate da Maeve Corbo sulla figura di Maria. Quali di queste idee vi hanno toccati al tal punto da scrivere un film?</strong></p>
<p>&#8220;Queste idee, che ti racconto con grande sintesi, sono quelle relative a quello che accade a una mamma e al suo bambino nel momento della nascita e all’importanza di questo momento sul destino del neonato. Dentro questa riflessione ci sono tante suggestioni: da Michel Odent, medico ostetrico che si dedica alla diffusione delle idee sul parto naturale, ad Alice Miller, una psicoterapeuta recentemente scomparsa che ha parlato da ebrea della straordinarietà dell’esempio genitoriale offerto da Maria e Giuseppe nei confronti di un bambino che poi, diventato uomo, ha predicato l’amore e la pace.  Riflessioni e suggestioni che sono poi confluite nel progetto di scrivere <em>Io sono con te</em>. L&#8217;idea venuta a me perché volevo mostrare queste cose per la prima volta senza l’aura &#8220;magica&#8221; della tradizione. Al tempo stesso, pensavo che far vedere questa ragazzina così straordinaria fosse interessante anche per il nostro monodo contemporaneo&#8221;.</p>
<p><strong>- Attraverso il film tu e Guido avete riscoperto la fede?</strong></p>
<p>&#8220;E’ stato un tassello di un mosaico più ampio, che ha compreso anche un cammino di fede. Un cammino che ancora prosegue, perché non si finisce mai di imparare e di crescere&#8221;.</p>
<p><strong>- Qual è il messaggio che volete trasmettere con il film? </strong></p>
<p>&#8220;Il messaggio principale, in realtà, ce l’ha già trasmesso il Vangelo: riguarda la capacità delle donne, e di Maria in quanto donna, di creare le condizioni per un mondo migliore, di creare le condizioni perché nascano persone in grado di realizzarsi in armonia e in pace con gli altri. Il messaggio è, quindi, questo: le donne hanno una grande risorsa e un grande compito, quello di trasmettere i principi fondamentali della cultura umana&#8221;.</p>
<div id="attachment_8046" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8046" title="chiesa" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/chiesa.jpg" alt="Guido Chiesa sul set del film." width="300" height="168" /><p class="wp-caption-text">Guido Chiesa sul set del film.</p></div>
<p><strong>-  <em>Io sono con te</em> è stato scritto da te e da tuo marito Guido Chiesa. Com’è stato scrivere un film insieme?</strong></p>
<p>&#8220;In realtà io ho scritto il soggetto. Con Guido ho poi scritto la prima fase della sceneggiatura, infine è subentrato l’aiuto di una terza persona, Filippo Kalomenidis, che è stato fondamentale perché la stesura non è stata semplicissima. Io e Guido avevamo priorità diverse: io ero molto gelosa delle questioni che sono alla base del film perchè non volevo che fossero intaccate o addirittura dimenticate. Guido, da regista e cineasta qual è, era interessato all’aspetto narrativo e drammaturgico e, a volte, rischiava di censurarmi. Il contributo di Filippo è stato fondamentale perché è riuscito a tirar fuori il meglio sia da me sia da Guido, bilanciando la situazione&#8221;.</p>
<p><strong>- Com’è stato girare delle scene con dei non-attori? </strong></p>
<p>&#8220;E’ più una domanda per Guido ma ti posso dire, essendo stata testimone diretta, che non è stato facile. Soprattutto all’inizio, perché per Guido ha significato l’immersione totale in un mondo diverso con ritmi diversi e rapporti lontani da quelli cui noi siamo abituati. Un mondo rurale, contadino e ancora molto arretrato ma caratterizzato da una grande umanità, un grande senso della dignità soprattutto tra le donne&#8221;.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>- Qual è la storia della bambina che interpreta Maria e di sua mamma? </strong></p>
<p>&#8220;Nadia Khlifi, la ragazza che interpreta Maria, ha 14 anni. Guido l’ha trovata in un liceo del Sud della Tunisia. Non aveva alcuna esperienza di recitazione, ovviamente, e da questo punto di vista la sua mamma, che nel film interpreta la mamma di Maria, è stata utilissima sia alla figlia sia a tutto il cast. E’ stato il modello a cui ci siamo ispirati per costruire i diversi personaggi: è una persona autentica, aveva una naturalezza davanti alla telecamera che era proprio quello che cercavamo&#8221;.</p>
<p><strong>- Cosa aveva di speciale questa ragazza da renderla genitrice di Dio, di un Dio che si fa uomo? </strong></p>
<p>&#8220;Secondo noi lei era, nel momento della gestazione quando era ancora una ragazzina, ancorata saldamente a quelli che sono le leggi della natura presenti in ciascuno di noi e che in lei erano realizzate al meglio. E’ come se Maria fosse la realizzazione di un progetto che Dio ha riservato a tutti noi ma attraverso di lei si realizza pienamente&#8221;.</p>
<p><em><strong>di Marta Scaglione</strong></em></p>
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		<title>LA PAGELLA HA GLI OCCHI A MANDORLA</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 21:22:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Corea del Nord]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[Il PISA (ovvero il Programme for International Student Assessment) è una delle facce meno note tra le attività di ricerca dell&#8217;Ocse (l&#8217;Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Si tratta, in sostanza, di accertare attraverso una serie di test e di prove la capacità dei giovani di mettere a profitto le conoscenze accumulate durante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il PISA (ovvero il <a href="http://www.pisa.oecd.org/pages/0,2987,en_32252351_32235731_1_1_1_1_1,00.html" target="_blank">Programme for International Student Assessment</a>) è una delle facce meno note tra le attività di ricerca dell&#8217;Ocse (l&#8217;<a href="http://www.oecd.org" target="_blank">Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico</a>). Si tratta, in sostanza, di accertare attraverso una serie di test e di prove la capacità dei giovani di mettere a profitto le conoscenze accumulate durante gli anni di studio. L&#8217;obiettivo, ovviamente, non è solo quello di tracciare classifiche più o meno sorprendenti ma di tracciare delle linee-guida per i diversi Paesi, aiutandoli a colmare eventuali lacune del sistema scolastico e registrando progressi e regressi.</p>
<p><span id="more-7918"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-7925" title="Studenti" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/Studenti.jpg" alt="Studenti" width="300" height="225" /></p>
<p>Per certi versi il Pisa aiuta a tracciare il mondo di domani, se è vero che <strong>i giovani di oggi saranno la classe dirigente del futuro</strong>.Vale dunque la pena di dare un&#8217;occhiata alla ricerca del 2009, che ha preso in esame <strong>quasi mezzo milione di studenti quindicenni di 65 Paesi</strong>: i 34 membri dell&#8217;Ocse e altri 31 considerati partner economici importanti dei 34 suddetti. Nei 31 &#8220;partner&#8221; sono compresi anche 8 tra Paesi emergenti e macro-regioni come Shangai. Tre le categorie di conoscenza prese in esame: alfabetismo, scienze e matematica. Per alfabetismo non s&#8217;intende la mera capacità di leggere e scrivere ma l&#8217;attitudine a comunicare in modo efficace ed organico, a trasmettere concetti e nozioni in forma strutturata e comprensibile, a organizzare le informazioni per trasmetterle e a metabolizzarle quando sono in arrivo. In questo campo i Paesi meglio piazzati tra quelli Ocse sono <strong>la Corea del Sud e la Finlandia</strong>, con una media di 539 e 536 punti rispettivamente. Restando in ambito Ocse, lo scarto tra il Paese migliore (Corea del Sud, appunto) e il peggiore, il Messico (425 punti in media) è di 114 che corrispondono, nei punteggi Pisa, a 2 interi anni scolastici.</p>
<p>Corea e Finlandia, però, non sono il top assoluto. <strong>Li batte agevolmente la macro-regione di Shangai con una media di 556 punti</strong>. Considerato che la media peggiore capita a uno dei Paesi patner, il Kirgizistan, con 242 punti, vuol dire che tra gli studenti di Shangai e quelli kirgizi ci sono in media 6 anni scolastici di scarto a parità di curriculum scolastico. Un abisso. Molto ben piazzati sono anche Hong Kong (533 punti), Singapore (526), Canada (524), Nuova Zelanda (521), Giappone (520) e Australia (515). Ollanda, Belgio, Lichtenstein, Norvegia, Estonia, Svizzera, Polonia, Islanda e Liechtenstein si piazzano sopra la media Ocse di 494 punti. <strong>L&#8217;Italia è bassa in classifica, con una media di 460 punti</strong>.</p>
<p>Il quadro, purtroppo, non cambia molto se passiamo alla matematica e alle scienze. <strong>In matematica è di nuovo prima la Corea (546 punti)</strong>, seguita da Shangai, Singapore e Hong Kong. <strong>Per le scienze, prima Shanghai (570)</strong>, poi Finlandia, Hong Kong e Singapore. <strong>Italia bassa in matematica (495 punti) e ancor più bassa in scienze (490). </strong>Se poi andiamo per graduatorie generali, allora <strong>gli studenti quindicenni della macro-regione di Shangai e quelli di Singapore hanno le più alte percentuali di <em>top performers</em></strong>, cioè di secchioni: 14.6% degli studenti di Shangai e il 12,3% di quelli di Singapore hanno avuto il massimo in tutte e tre le categorie, mentre tra i 34 Paesi Ocse la media di <em>top performers </em>in tutte le categorie è solo del 4,1%,<em> </em> mentre c&#8217;è un buon 16.3% di studenti molto in gamba se considerata solo una delle tre categorie.</p>
<p>L&#8217;impetuosa crescita economica, civile e politica dell&#8217;Asia, insomma, non si manifesta per caso. Anzi, si accompagna a una grande vitalità anche nel settore cruciale dell&#8217;educazione. Il che, aggiunto al declino demografico dei nostri Paesi, ci lancia un preciso e non piacevole messaggio per gli anni a venire.</p>
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		<title>INGHILTERRA, UN SALASSO AGLI STUDENTI</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Nov 2010 20:11:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Bretagna]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Succede che]]></category>
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		<description><![CDATA[Fine del limite di 3.290 sterline l&#8217;anno (pari a 3.800 euro) per l&#8217;iscrizione alle Università inglesi. Il Governo di Londra ha deciso di permettere la liberalizzazione delle tasse universitarie, consigliando agli atenei di passare  6.000 sterline l&#8217;anno (oltre 6.900 euro) ma lasciando la possibilità (in &#8220;casi eccezionali&#8221;) di arrivare anche a 9.000 sterline (quasi 10.400 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fine del limite di 3.290 sterline l&#8217;anno (pari a 3.800 euro) per l&#8217;iscrizione alle Università inglesi. Il Governo di Londra ha deciso di permettere la liberalizzazione delle tasse universitarie, <strong>consigliando agli atenei di passare  6.000 sterline l&#8217;anno (oltre 6.900 euro) ma lasciando la possibilità (in &#8220;casi eccezionali&#8221;) di arrivare anche a 9.000 sterline (quasi 10.400 euro</strong>). Il tutto per recuperare i tagli inflitti al budget della pubblica istruzione. Il provvedimento, che dovrebbe entrare in vigore dall&#8217;inizio dell&#8217;anno accademico del 2012, riguarda solo l&#8217;Inghilterra. In Galles e Irlanda del Nord resta valido il limite di 3.290 sterline, mentre in Scozia l&#8217;istruzione universitaria è gratuita per tutti gli studenti dei Paesi Ue.</p>
<div id="attachment_7446" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7446" title="Oxford" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/Oxford.jpg" alt="Studenti dell'Università inglese di Oxford." width="300" height="188" /><p class="wp-caption-text">Studenti dell&#39;Università inglese di Oxford.</p></div>
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		<title>FINZI: &#8220;LA DEMOCRAZIA NASCE IN PIAZZA&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Oct 2010 21:25:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia Cristiana]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[di ELISA CHIARI L’Italia scende in piazza, dai pastori sardi ai ricercatori universitari, dagli studenti alla Fiom passando per Terzigno dove la vicenda è caldissima. Chiediamo al sociologo Enrico Finzi, fondatore di Astra Ricerche: è la reazione a una crisi profonda o siamo sull’orlo di una crisi di nervi? «Siamo nella perfetta normalità. La storia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438__295629f10ca_paragraphsReader_repParagraphs_ctl00_pParagrafo">di ELISA CHIARI</p>
<p><strong>L’Italia scende in  piazza, dai pastori sardi ai ricercatori  universitari, dagli studenti alla Fiom passando per Terzigno dove la  vicenda è caldissima. Chiediamo al sociologo <em>Enrico Finzi</em>, fondatore di <a href="http://www.astraricerche.it" target="_blank">Astra Ricerche</a>: è la reazione a una crisi profonda o siamo sull’orlo di una crisi di nervi?</strong><br />
«Siamo nella perfetta normalità. La storia d’Italia tutta è una  storia di movimenti di piazza, di strada. La piazza è luogo di incontro  dei manifestanti più diversi e magari contraddittori tra loro. Strani,  semmai, sono stati gli ultimi anni, anni di addormentamento rispetto a  questa tendenza, la quale, al di là di singoli episodi violenti o di  infiltrazioni, è un fenomeno positivo. Già il termine manifestazione è  positivo, indica che la gente manifesta, rende esplicite, passioni,  indignazione, partecipazione».</p>
<p><span id="more-7323"></span><strong> </strong></p>
<div id="attachment_7326" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7326" title="Corteo" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/Corteo.jpg" alt="Un corteo di protesta contro la riforma Gelmini della scuola." width="300" height="199" /><p class="wp-caption-text">Un corteo di protesta contro la riforma Gelmini.</p></div>
<p><strong>- È un momento caldo, non solo in Italia…<br />
</strong>«Si guardi a quanto accade in Francia:  una mobilitazione generale a partire dal tema delle  pensioni che si è estesa agli studenti. È un fatto fisiologico: la  democrazia è confronto e conflitto. Anomalo è il fatto che si sia  affermata una idea passiva dei comportamenti sociali, in cui uno  vota una volta ogni quattro anni e poi si addormenta, mentre la  fisiologia della democrazia è il confronto. E&#8217; quanto  avviene anche con i Tea Party negli Usa. Ci sono  sempre cascami violenti, ma gli altri sono segni positivi del risveglio  da un lungo sonno».<br />
<strong><br />
- Un risveglio positivo, dunque. Ma perché ci siamo addormentati?<br />
</strong>«Io penso al rincretinimento dovuto alla Tv, alla fruizione  passiva che essa comporta. La Tv in sé non è un male, ma lo diventa  quando rimane sola, quando non ha più attorno altri luoghi di dibattito,  siano essi sezioni di partito, circoli culturali o altro».<br />
<strong><br />
- È un fatto tipico di casa nostra?<br />
</strong>«C’è un motivo specifico tutto italiano in questo: il  tentativo di uccidere la democrazia rappresentativa. Aver abrogato il  sistema proporzionale, aver abrogato le preferenze, aver fatto sì  che tutti gli eletti siano di nomina di gruppi ristrettissimi se non di  una singola</p>
<div id="attachment_7328" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-full wp-image-7328" title="enrico_finzi" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/enrico_finzi.JPG" alt="Enrico Finzi" width="150" height="135" /><p class="wp-caption-text">Enrico Finzi</p></div>
<p>persona, ha tolto alle articolazioni sociali, a quelli che  nel mondo cattolico si chiamavano “i corpi intermedi”,  la possibilità di  avere una rappresentanza. Si prenda il Governo  attuale o anche il precedente, dicono: noi che siamo stati investiti del  mandato della maggioranza. Ora Berlusconi e i suoi hanno preso il 35%  dei voti sul totale dell’elettorato e nel Governo precedente Prodi e i  suoi avevano il 31%: stiamo parlando di una democrazia in cui le scelte  in realtà vengono fatte da una minoranza, che non dà voce alla società».<br />
<strong><br />
- Perché aquesto diventa un problema?</strong><br />
«Perché le voci che non hanno modo di esprimersi si incattiviscono.  L’assenza di rappresentanza è una minaccia per la democrazia, perché la  democrazia è una teatralizzazione del conflitto, è un&#8217;invenzione nata  in Europa, in risposta a conflitti reali e violenti, quando cattolici e protestanti si ammazzavano nella guerra dei Trent’anni con  genocidi di massa. Anche in democrazia si usano termini  bellici: “l’avversario”, “vincere”, “schiacciare”. Ma c’è una bella  differenza tra mimare la violenza ed esercitarla».</p>
<p><strong>- Può funzionare con ogni forma di dissenso?</strong><br />
«Anche il mondo cattolico che per secoli ha avuto una grande difficoltà a  capire questo, ha trovato una progressiva assunzione della democrazia  come la modalità ottimale per esprimere la militanza sociale delle  persone che hanno uno spirito religioso. C’è stato<br />
un matrimonio tra cattolicesimo e democrazia, di cui <a href="http://www.famigliacristiana.it" target="_blank"><em>Famiglia Cristiana</em></a> a  mio avviso è un’espressione eccellente, che implica quattro cose: il  diritto dell’altro ad esprimersi, la grande forza nell’affermare i  propri valori, il conflitto tra opinioni diverse e confessioni diverse  mantenuto all’interno di un sistema di regole condivise e un generale  orientamento della società a essere, come si dice oggi con termine  sociologico, inclusiva. Una società di cui ciascuno, pur dissentendo dalla  maggioranza, si sente parte».</p>
<p><strong> &#8211; Fino a che punto la conflittualità teatralizzata riesce a impedire quella armata?</strong><br />
«Al di là di quello che pensano i reazionari, la protesta di piazza è  positiva perché funziona come la valvola di sfogo che impedisce alla  pentola a pressione di esplodere: il dissenso non violento è la migliore  soluzione al rischio che il dissenso represso esploda con violenza».<br />
<strong><br />
- Che cosa difende chi protesta?<br />
</strong>«Sono persone che si preoccupano per il futuro, in un modo o  nell’altro: gli abitanti di Terzigno, che abbiamo ragione o no, e da  quel che ho capito ce l’hanno,  sono madri e padri che, al di là delle  drammatiche infiltrazioni camorristiche, manifestano per la salute propria e dei figli. Anche il mondo  della scuola, che oggi vive tra l’altro uno dei momenti meno  politicizzati della propria storia, non può non avvertire il disastro di  una sedicente riforma, mentre stiamo assistendo alla distruzione del  futuro delle giovani generazioni attraverso il progressivo soffocamento  della scuola, che è il primo e più democratico strumento di mobilità  sociale. Che possibilità ha il figlio di un poveraccio? L’unica è andare  bene a scuola, farsi apprezzare, procurarsi una borsa di studio e  provare a entrare nei segreti ambienti della classe dirigente. La  mobilità sociale verticale ascendente, come diciamo noi sociologi, cioè  la possibilità di migliorare la propria posizione sociale, parte dalla scuola».</p>
<p><strong>- C’è chi giudica già eversive le proteste troppo rumorose</strong>&#8230;<br />
«Mi fa ridere chi bolla quelli che fischiano un sindacalista come  terroristi, perché qualunque sindacalista serio si è sempre preso i  fischi di qualcuno. Andare in piazza vuol dire  avere gente che consente e gente che dissente&#8221;.</p>
<p><strong> </strong><strong>- Che cosa spinge di più la protesta: gli interessi materiali o quelli spirituali?</strong></p>
<p>«Due cose determinano la rabbia: la disperazione materiale, che  sta innegabilmente crescendo; e la disperazione etica, che non è più una  questione di reddito, di soldi, ma della sensazione di una totale  impotenza, perché il male con “m” maiuscola o minuscola domina ovunque. È  chiaro che non  è questo il caso,  però se si riflettesse su forme di  virulenza molto forti si scoprirebbe che non tutto è portafoglio».<br />
<strong><br />
- C’entra qualcosa la fatica di immaginarsi un futuro?</strong><br />
«Molto, è quella che io chiamo la malattia del futuro. Restano dei  privilegiati, me incluso, ma studiando questo Paese vedo che, per dirlo  con una battuta stupenda scritta su un muro da un anonimo, &#8220;non c’è più  il futuro di una volta&#8221;. Si pensi all’assenza di speranza di troppi  giovani, che si sentono come topolini in una scatola senza via d’uscita.  Noi siamo animali culturali, non soffriamo solo per motivi materiali ma  anche culturali, etici, e non tutti hanno la forza di trovare dentro di  sé, nella fede, una via d’uscita&#8221;.</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>STUDIARE RENDE. A TE E PURE ALLO STATO</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Sep 2010 18:54:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[Secondo un recente studio dell&#8217;Ocse (Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo), basato sui dati provenienti dai 33 Paesi che ne fanno parte,  studiare a lungo è il miglior sistema per trovare lavoro e guadagnare. La percentuale degli occupati nei Paesi sviluppati risulta infatti ovunque assai più alta tra coloro che hanno un diploma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo un recente studio dell&#8217;<a href="http://www.oecd.org/home/0,2987,en_2649_201185_1_1_1_1_1,00.html" target="_blank">Ocse (Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo)</a>, basato sui dati provenienti dai 33 Paesi che ne fanno parte,  <strong>studiare a lungo è il miglior sistema per trovare lavoro e guadagnare</strong>. La percentuale degli occupati nei Paesi sviluppati risulta infatti ovunque assai più alta tra coloro che hanno un diploma universitario rispetto a coloro che hanno solo un titolo di studio della scuola superiore secondaria. E non solo: nel 2008, cioè nel pieno della recessione globale, i laureati hanno perso il posto di lavoro in percentuale inferiore ai diplomati.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-6763" title="studentessa" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/09/studentessa.jpg" alt="studentessa" width="300" height="200" /></p>
<p>Ancor più significativo è il fatto che il possesso di una laurea risulta essere una grande vantaggio economico per le persone ma anche per lo Stato. Facendo la media dei soliti 33 Paesi, l&#8217;Ocse ha scoperto che <strong>portare un giovane alla laurea costa allo Stato 33 mila dollari, ma ne fa incamerare più tardi 86 mila</strong> grazie alla maggiore produttività generata dalla migliore qualifica e alle tasse in più pagate dal soggetto.</p>
<p><strong>Al momento, il Paese in cui la laurea fa la maggiore differenza è l&#8217;Ungheria</strong>: calcolato sulla durata media della vita, il maggiore guadagno per l&#8217;individuo è di circa 230 mila dollari e di circa 170 mila per lo Stato. <strong>Seguono Germania, Polonia e Gran Bretagna</strong>. Sulla media dei Paesi dell&#8217;Ocse, il maggiore guadagno è di circa 140 mila dollari per l&#8217;individuo e di circa 90 mila per lo Stato. E&#8217; una lezione che le giovani generazioni, a quanto pare, tengono ben presente. Sempre secondo le rilevazioni Ocse, il 35% delle persone di età oggi compresa tra i 25 e i 34 anni ha una laurea, mentre solo il 20% di coloro che stanno raggiungendo l&#8217;età della pensione ha un analogo titolo di studio.</p>
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		<title>FABIOLA GIANOTTI E LA PARTICELLA DI DIO</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 21:03:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel]]></category>

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		<description><![CDATA[Per il settimanale d’informazione scientifica New Scientist, Fabiola Gianotti è «la donna che dirige il più grande esperimento del mondo». Definizione che muove un giustificato orgoglio nazionale, dato che questa fisica subnucleare è italianissima, per la precisione milanese.Oltre a laurea e master nel suo settore, possiede un diploma di pianoforte, strumento che suona il più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438_ctl00_paragraphsReader_repParagraphs_ctl00_pParagrafo">Per  il settimanale d’informazione scientifica <em>New Scientist</em>,  <strong>Fabiola Gianotti è «la donna che dirige il più grande esperimento del  mondo»</strong>. Definizione che muove un giustificato orgoglio nazionale, dato  che questa fisica subnucleare è italianissima, per la precisione milanese.Oltre  a laurea e master nel suo settore, possiede un diploma di pianoforte, strumento  che suona il più possibile dopo le circa 12 ore di lavoro  giornaliere.</p>
<p><span id="more-6272"></span></p>
<div id="attachment_6338" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6338" title="Fabiola Gianotti" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/09/Fabiola-Gianotti.jpg" alt="Fabiola Gianotti al Cern di Ginevra." width="300" height="199" /><p class="wp-caption-text">Fabiola Gianotti al Cern di Ginevra.</p></div>
<p><strong>Dal 1995 lavora al Cern di Ginevra</strong>, il più  importante laboratorio di fisica del pianeta. Fino a tutto  febbraio 2011, questa donna sottile e attivissima <strong>dirigerà Atlas, uno dei  quattro grandi esperimenti legati al superacceleratore di particelle Lhc, e  coordina circa tremila scienziati di tutto il mondo</strong>.</p>
<p><strong>–  Perché sono così importanti gli esperimenti con il  superacceleratore?<br />
</strong>«Perché ci permetteranno di affrontare domande di  fondamentale importanza che ci accompagnano ormai da decenni. Per esempio, di  cosa è fatta la materia oscura dell’universo.Oggi sappiamo che il 20%  dell’universo è costituito da una forma di materia che non conosciamo: non di  atomi (idrogeno,azoto&#8230;) e non di particelle note. Lhc dovrebbe permetterci di  capire cos’è. Inoltre, ci spiegherà l’origine delle masse delle particelle  elementari. Qui entra in gioco appunto il “bosone di Higgs” (da alcuni chiamato  anche “particella di Dio”, <em>ndr</em>), che il fisico Peter Higgs ipotizzò per  spiegare il meccanismo per il quale le particelle elementari hanno masse, e  masse diverse. Poi indagheremo che cos’è successo nell’universo primordiale  pochi istanti dopo il Big Bang, l’esplosione iniziale. Sono molte le  domande fondamentali e affascinanti alle quali Lhc potrà  rispondere».</p>
<p><strong>- &#8220;Materia oscura&#8221;, &#8220;energia oscura&#8221;: termini  affascinanti e un po&#8217; inquietanti&#8230;<br />
</strong>&#8220;Sono termini che da un  lato riflettono la nostra ignoranza, perché non conosciamo l&#8217;origine di questi  componenti dell&#8217;universo, e dall&#8217;altro il fatto che le particelle che  costituiscono la materia oscura non interagiscono con i nostri strumenti. Questo  perchè la materia oscura è molto probabilmente fatta di particelle a  &#8220;interazione debole&#8221;. Tali particelle, similmente ai neutrini, possono  attraversare l&#8217;intero globo terrestre senza interagire&#8221;.</p>
<p><strong>- Non  avete il timore che, forzando l&#8217;ignoto, qualcosa possa sfuggire di  mano?</strong><br />
&#8220;Assolutamente no. I nostri esperimenti, a differenza dei  fenomeni che si verificano</p>
<div id="attachment_6340" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-6340" title="gianotti2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/09/gianotti2-150x150.jpg" alt="Un'altra immagine di Fabiola gianotti." width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Un&#39;altra immagine di Fabiola gianotti.</p></div>
<p>nell&#8217;universo che ci circonda, avvengono in  condizioni controllate: conosciamo l&#8217;energia dei fasci, sappiamo come  manipolarli, possiamo &#8220;spegnerli&#8221;. E le collisioni che produciamo nei nostri  acceleratori avvengono a intensità molto più basse di quelle cui danno luogo i  raggi cosmici nello spazio. Un acceleratore terrestre non  riuscirà mai a raggiungere energie e intensità delle collisioni fra raggi  cosmici. Quindi non c&#8217;è nessun pericolo, perché ciò che facciamo è già accaduto  nella natura attorno a noi miliardi e miliardi di volte a energie molto più  elevate (e in maniera incontrollata e incontrollabile). E siamo ancora  qui&#8221;.<br />
<strong><br />
– Considera compatibili scienza e  fede?</strong><br />
«Non vedo  contraddizioni: appartengono a due sfere diverse. Saremmo troppo ambiziosi e arroganti se potessimo pensare di spiegare l’origine del mondo. Quello  che possiamo fare noi scienziati è andare avanti passettino dopo passettino, e  accumulare conoscenza. Ma, come diceva Newton, quello che conosciamo è una  goccia, quello che non conosciamo un oceano, quindi siamo ben lontani dal  rispondere a domande di quel tipo».</p>
<p><strong>– Che vantaggi pratici trae  il mondo dalle attività del Cern?<br />
</strong>«Molti. Intanto ne ha vantaggi di  tipo tecnologico: il Cern è un laboratorio che da sempre spinge la tecnologia al  di là dei limiti conosciuti. Con Lhc abbiamo dovuto sviluppare concetti nuovi e  tecnologia nuova in molti campi, dai semiconduttori alle tecniche di vuoto,  all’elettronica, al trasferimento e al trattamento dei dati. Faccio un esempio  celeberrimo: il Web (il “www”), che era nato vent’anni fa per facilitare gli scambi tra noi fisici, ha di fatto cambiato il modo in cui la  società oggi accede alle informazioni. Già questo dà un’idea  dell’impatto che il Cern ha avuto sulla società. Un altro elemento importante è  che si tratta di un’organizzazione internazionale, nata allo scopo di ridare  prestigio alla ricerca e alla scienza dopo la Seconda guerra mondiale e di  riavvicinare i popoli. Quindi, ha anche questa funzione umana e sociale. La  missione principale del Cern rimane comunque la ricerca fondamentale e quindi  far avanzare la conoscenza. E la conoscenza  porta progresso, sempre».</p>
<p><strong>- Per il  progetto Lhc si parla già di possibili candidature al  Nobel.<br />
</strong>&#8220;Dovrebbe essere attribuito al Cern come riconoscimento degli  sforzi e delle conquiste della comunità scientifica internazionale. Non potrà  essere attribuito a un individuo, perché questi esperimenti sono il risultato  del lavoro di migliaia di scienziati. L&#8217;Lhc è un progetto globale, uno sforzo  collettivo. Il problema è che attualmente il Nobel per la Fisica, a differenza  di quello per la Pace, non può essere attribuito a un&#8217;istituzione. Ma le regole  potrebbero cambiare&#8230;&#8221;</p>
<p><strong>– In Italia si discute ancora molto di  “fuga dei cervelli”&#8230;<br />
</strong>«Io non sono un cervello che ha voluto  fuggire; sono venuta a Ginevra perché mi hanno offerto la possibilità di  lavorare nel laboratorio più avanzato al mondo nel mio campo. Penso che per  tutti gli scienziati il sogno sia quello di contribuire alla ricerca nel proprio  Paese, però devono sussistere le condizioni. Cioè, un sistema meritocratico,  posti permanenti, stipendi adatti e dignitosi e condizioni strutturali adeguate.  Solo a certe condizioni si riescono a tenere i giovani migliori e non li si  forza ad andare all’estero. È un problema molto serio che l’Italia sta  attraversando in questo momento, con i tagli alla ricerca. È un peccato, perché  almeno nel mio campo l’Italia è un Paese che eccelle, grazie in particolare  all’Istituto nazionale di fisica nucleare (un fiore all’occhiello della ricerca  italiana), alla pari dei migliori al mondo. Però, se noi esportiamo i nostri  giovani e questi giovani contribuiscono alla ricerca in altri Paesi, alla fine  l’Italia rimarrà indietro. Una nazione che non ha un programma di ricerca forte  in casa dovrà alla fine comprare conoscenza e tecnologia dagli altri&#8221;.</p>
<p><strong>– Perché un giovane dovrebbe  studiare al massimo se ha un futuro incerto?<br />
</strong>«Io penso che non ci  si debba mai lasciare intimidire dalle condizioni. Da giovani si ha una certa  dose d’ingenuità e d’incoscienza, che sono assolutamente necessarie per andare  avanti. Io almeno ero così. Quando mi sono buttata a studiare la fisica sono  partita dietro le mie idee e i miei sogni, senza pormi troppe domande. È vero  che all’epoca forse la situazione era migliore, però anche allora il campo della  ricerca era difficile. Penso che se un giovane è motivato dall’entusiasmo e  dalla voglia di fare, prima o poi ce la fa. La conoscenza è un bene fondamentale  dell’uomo, è qualcosa che vale la pena di perseguire sempre, anche quando costa  grossi sacrifici».</p>
<p><strong>- Lei è diplomata in pianoforte e lo suona  spesso.<br />
</strong>&#8220;Sì, cerco di farlo il più possibile, anche se non riesco  tutti i giorni. La musica è senz&#8217;altro una parte importantissima della mia vita,  e per me è un grande sfogo e un rifugio. Non potrei concepire la mia vita senza  musica, è costantemente presente in me, a volte solo nella testa quando non  posso ascoltarla direttamente. Ritengo anche che sia molto importante che uno  scienziato non sia focalizzato solo sul suo lavoro di ricercatore. Lo scienziato  deve avere una mente aperta, deve produrre idee: perciò possedere altri  interessi, di ampio respiro, è direi una necessità&#8221;.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>- Che cosa l&#8217;appassiona tanto  nella fisica?<br />
</strong>&#8220;Il fatto che studi i costituenti e le leggi  fondamentali della natura. La fisica delle particelle, in particolare, è la più  fondamentale di tutte le scienze, perché si occupa dei costituenti elementari  della materia, i mattoncini da cui tutto ha origine: nuclei, atomi, molecole,  strutture macroscopiche. Questi studi ci permettono anche di capire la struttura  e l&#8217;evoluzione dell&#8217;universo, che in particolare al momento della sua origine  era governato dalle leggi della fisica delle particelle. Un altro aspetto  affascinante del mio campo è che per affrontare queste domande basilari dobbiamo  costruire apparati e strumenti di altissima tecnologia, contribuendo quindi allo  sviluppo tecnologico della società e dell&#8217;industria&#8221;.</p>
<p><strong>- La fisica  sub-nucleare le sta dando ciò che si aspettava?<br />
</strong>&#8220;Mi ha dato e mi dà  molto di più: non solo la possibilità di esplorare questioni fondamentali che mi  hanno sempre affascinata, ma anche l&#8217;opportunità di farlo in un ambiente molto  stimolante e arricchente dal punto di vista scientifico, tecnologico, umano.  Quello che ho ricevuto dalla fisica va ben al di là di ciò che mi aspettavo  quando ho intrapreso questa strada&#8221;.</p>
<div><em><strong><span>di Rosanna Biffi</span></strong></em></div>
<div><span>Pubblicato su <a href="http://www.famigliacristiana.it" target="_blank">Famiglia Cristiana</a><br />
</span></div>
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		<title>SE ISRAELE STUDIA L&#8217;ARABO</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 19:42:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[“Tante parole nuove dovranno essere inventate, e quando l’ebraico non basterà, la lingua araba, sorella della nostra, ci fornirà i suoi suggerimenti”. L’auspicio di Eliezer Ben-Yehuda, l’ebreo russo che, arrivato in Palestina nel 1881, si dedicò a far rinascere l’ebraico come lingua moderna, non si è realizzato. O, per meglio dire, si è realizzato come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Tante parole nuove dovranno essere inventate, e quando l’ebraico non basterà, la lingua araba, sorella della nostra, ci fornirà i suoi suggerimenti”. L’auspicio di Eliezer Ben-Yehuda, l’ebreo russo che, arrivato in Palestina nel 1881, si dedicò a far rinascere l’ebraico come lingua moderna, non si è realizzato. O, per meglio dire, si è realizzato come molte cose da quelle parti: <strong>l’ebraico, come lo Stato di Israele, è rinato per conto suo, a dispetto e spesso anche “contro” l’arabo.</strong></p>
<p><strong><span id="more-6273"></span></strong></p>
<div id="attachment_6325" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><strong><strong><img class="size-full wp-image-6325" title="ben yehudaOK" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/ben-yehudaOK.jpg" alt="Una via in Israele intitolata a Eliezer Ben-Yehuda, l'uomo che riscoprì l'ebraico come lingua moderna." width="300" height="225" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">Una via in Israele intitolata a Eliezer Ben-Yehuda, l&#39;uomo che riscoprì l&#39;ebraico come lingua moderna.</p></div>
<p><strong></strong>Con il passare dei decenni, inoltre, il rafforzamento dello Stato ha potenziato la penetrazione della lingua: gli studenti israeliani di lingua araba (già impegnati con una lingua madre che tra scritto e orale presenta notevoli differenze) devono raggiungere un’alta padronanza dell’ebraico per aspirare alla migliore educazione scolastica e professionale.</p>
<p>L’arabo, poi, ha subito in Palestina una sorte unica al mondo. <strong>Lingua dominante in tutta la regione, è diventata lingua secondaria in quella sottile striscia di terra, pur essendo patrimonio della corposa minoranza palestinese (20% della popolazione totale di Israele) come di una parte significativa (almeno il 40%) della stessa popolazione ebraica, originaria di Paesi arabi.</strong> Non è notizia da poco, dunque, quella che arriva da Israele dove la lingua araba diventerà materia di studio obbligatorio già in quinta elementare. Il provvedimento è stato illustrato dal ministro per le Minoranze, il laburista <strong>Avishay Braverman</strong>, che alle precisazioni tecniche (il nuovo corso partirà dalle scuole delle zone centrali e settentrionali di Israele, quelle meridionali arriveranno in un secondo tempo), ha aggiunto l’auspicio di un “rafforzamento dei legami tra arabi ed ebrei in Israele”.</p>
<p><strong>L’auspicio è molto meno peregrino di quanto una lettura superficiale potrebbe far credere</strong>. Per capirsi, va da sé, bisogna riuscire a parlarsi: insegnare l’arabo solo a partire dall’inizio del liceo e con la possibile alternativa di lingue più “simpatiche” (russo o francese), come avveniva prima, equivaleva a emarginarlo dall’orizzonte culturale dei giovani israeliani. Anticiparne lo studio di quattro o cinque anni vuol dire cambiare radicalmente prospettiva.</p>
<p>E poi <strong>da tempo le autorità dello Stato ebraico si preoccupano della capacità di Israele di “raccontarsi” agli arabi</strong>. Un anno cardine è stato il 2006, quando il ministero degli Esteri varò una sezione in arabo (la prima dei grandi siti ufficiali) che ebbe un immediato successo. Da allora le iniziative si sono moltiplicate (nel 2009 Israele ha scelto un film in lingua araba, <em>Ajami</em>, come proprio candidato agli Oscar), per intensificarsi nel 2010: entro l’anno dovrebbe partire un canale televisivo satellitare israeliano in lingua araba e lo stesso premier Netanyahu ha deciso di dotarsi di un portavoce, <strong>Ofir Gendelman</strong>, specializzato nei contatti con i media arabi.</p>
<p>Propaganda? <em>Hasbara</em>, come si dice laggiù per indicare una via di mezzo tra pubbliche relazioni e diplomazia? Il tentativo di mettere a frutto la lezione del <strong>capitano Avichai Edri</strong>, la cui intervista in arabo ad <em>Al Jazeera</em>, durante la guerra di Gaza, ha raccolto più di un milione di visioni su YouTube? Può darsi. Ma anche una propensione a parlare di sé, e a spiegarsi ai “vicini”, che rende Israele più aperto al Medio Oriente a cui pure appartiene e che per molto tempo ha visto come un’entità solo ostile. A proposito: sempre quest’anno, il Governo israeliano ha deciso che il 7 gennaio, data di nascita di Eliezer Ben-Yehuda, diventi il <strong>Giorno della lingua ebraica</strong>. Perché per parlare agli altri, come Ben-Yehuda sapeva e ripeteva, è bene prima capire se stessi.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 25 agosto 2010</p>
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		<item>
		<title>LEGGERE LA BIBBIA A SCUOLA? SI&#8217;, MA&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 18:02:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia Cristiana]]></category>
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		<category><![CDATA[Scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, ha scritto per &#8220;La Stampa&#8221; un lungo e acuto articolo per commentare &#8211; favorevolmente &#8211; il protocollo d&#8217;intesa firmato dal ministero dell&#8217;Istruzione e dall&#8217;associazione Biblia per diffondere la lettura delle Bibbia nelle scuole. O meglio, per dirla con Bianchi, &#8220;per creare uno spazio per la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, ha scritto per &#8220;La Stampa&#8221; un lungo e acuto articolo per commentare &#8211; favorevolmente &#8211; il protocollo d&#8217;intesa firmato dal ministero dell&#8217;Istruzione e dall&#8217;associazione <a href="http://www.biblia.org" target="_blank">Biblia </a>per diffondere la lettura delle Bibbia nelle scuole. O meglio, per dirla con Bianchi, &#8220;per creare uno spazio per la conoscenza della Bibbia all&#8217;interno delle diverse materie o nei vari percorsi interdisciplinari&#8221;.</p>
<p><span id="more-5265"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-5278" title="bibbiasito" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/06/bibbiasito.jpg" alt="bibbiasito" width="300" height="300" /></p>
<p><strong>E&#8217; un progetto di cui si parla e si discute da anni</strong> e che finalmente fa un concreto passo avanti. Nel tempo se ne sono entusiasmati in molti, anche grossi nomi della cultura laica come <strong>Umberto Eco e Claudio Magris</strong>. Anche a <a href="http://www.famigliacristiana.it" target="_blank">Famiglia Cristiana</a> abbiamo pubblicato interventi in questo senso e pure il sottoscritto ha sempre pensato che sarebbe stata una buona idea.</p>
<p><strong>Dico di me solo perché negli ultimi tempi mi è venuto qualche dubbio.</strong> Non sull&#8217;eventuale contributo di Biblia, ovviamente, e nemmeno sulle ragioni del progetto. Chi può dar torto a Bianchi quando ricorda che <strong>la Bibbia ha &#8220;plasmato l&#8217;orizzonte simbolico e culturale di</strong></p>
<div id="attachment_5282" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><strong><strong><img class="size-thumbnail wp-image-5282" title="bianchi1_394_l" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/06/bianchi1_394_l-150x150.jpg" alt="Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose." width="150" height="150" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose.</p></div>
<p><strong>generazioni</strong> di uomini e donne nate e cresciute in una società che non poteva non dirsi cristiana&#8221;? E che non è possibile immaginare dialogo e convivenza se non siamo in grado di spiegare &#8220;i testi e i meccanismi che nel corso dei secoli hanno originato usi e costumi&#8221; del nostro mondo?</p>
<p>Però&#8230; <strong>L&#8217;intesa appena firmata vuole &#8220;offrire chiavi di lettura e interpretazione interdisciplinare della Bibbia&#8221;</strong> da molti punti di vista: <strong>storico, artistico, filosofico, etico, giuridico e letterario</strong>. Si tratterebbe, insomma, di leggere la <em>Bibbia</em> come ora leggiamo l&#8217;<em>Odissea</em>, l&#8217;<em>Iliade</em> o la <em>Divina Commedia</em>. Ecco perché, nella lista dei punti di vista, manca &#8220;religioso&#8221;: una lettura religiosa significherebbe, se non ho capito male l&#8217;articolo di Bianchi, &#8220;interferire con l&#8217;insegnamento religioso confessionale&#8221;.</p>
<p><strong>Ed è qui  che mi trovo in qualche disagio. Si può leggere la Bibbia in modo non religioso?</strong> Si può prenderla &#8220;solo&#8221; come il sostrato culturale della nostra civiltà? Ho qualche dubbio. C&#8217;è una bella differenza tra credere che <strong>Dio scelse un popolo e lo guidò per infinite peregrinazioni alla Terra Promessa</strong> e pensare che degli ottimi scrittori ebrei dell&#8217;antichità immaginarono questa meravigliosa autocelebrazione del proprio popolo. C&#8217;è un&#8217;enorme differenza, oggi, tra il Pelide Achille e Mosè. Avremo domani anche un Pelide Mosè?</p>
<p><strong>E poi, chi e come sceglierà i brani della Bibbia da leggere?</strong> Perché è inevitabile, si andrà all&#8217;antologia. E dunque ci terremo i Salmi e lasceremo perdere certe stragi di donne e bambini? E i <strong>Keatiti, i Ghersoniti e i Merariti </strong>del libro dei Numeri, a chi interesseranno? Non sarà un po&#8217; troppo facile &#8220;depurare&#8221; la Bibbia delle parti che mettono a disagio (disagio fecondo, creativo, intendo) anche i fedeli, o di quelle che annoiano anche gli studiosi?</p>
<p><strong>Ultimo ma non ultimo: l&#8217;Italia non è solo un Paese cristiano, è un Paese cattolico. </strong>E se pure Gesù disse di non essere venuto per cambiare neppure una virgola delle Scritture, è pur vero che riconoscere il Vangelo o non riconoscerlo fa una certa differenza. <strong>Credere che Gesù sia il Figlio di Dio venuto in Terra è una cosa, credere che il Messia debba ancora arrivare (come fanno gli ebrei) è un&#8217;altra.</strong> Amare il prossimo nostro come noi stessi è una cosa, sterminare gli altri perché non sono stati scelti da Dio è un&#8217;altra. Questo anche per dire che Gesù è venuto più di duemila anni fa e qualche effetto sulla formazione della nostra cultura e della nostra civiltà l&#8217;ha pure avuto. <strong>Che cosa saremmo, oggi, in Europa e in Occidente, senza il messaggio d&#8217;amore universale del cattolicesimo?</strong> Forse migliori. Ma perché non ipotizzare che, forse, saremmo peggiori? Si potrà dirlo o sarà una ricaduta nel discorso religioso?</p>
<p><strong>Ecco perché mi piace l&#8217;idea della Bibbia letta nelle classi e perché,  nello stesso tempo, ne diffido un po&#8217;. </strong>Ecco<strong> </strong>perché pensare a re Davide come a una riedizione desertica di Ulisse mi lascia un poco perplesso.</p>
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		<title>AMOS OZ E IL BOICOTTAGGIO DEGLI IDIOTI</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 21:02:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Ebrei]]></category>
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		<description><![CDATA[Il boicottaggio che l&#8217;International Solidarity Movement Palestinese, nel suo ramo italiano, cerca di lanciare contro lo scrittore israeliano Amos Oz, 70 anni appena compiuti, onorato al Salone internazionale del libro di Torino, provoca un concreto senso di disgusto. Quelli del&#8217;Ism adducono come motivazione il fatto che Oz è «vicino al potere (di Israele, n.d.r) e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il boicottaggio che l&#8217;International Solidarity Movement Palestinese, nel suo ramo italiano, cerca di lanciare contro lo scrittore israeliano Amos Oz, 70 anni appena compiuti, onorato al Salone internazionale del libro di Torino, provoca un concreto senso di disgusto.</p>
<p><span id="more-4791"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_4795" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4795" title="amos oz" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/05/amos-oz.jpg" alt="Lo scrittore israeliano Amos Oz, 70 anni." width="300" height="255" /><p class="wp-caption-text">Lo scrittore israeliano Amos Oz, 70 anni.</p></div>
<p><strong>Quelli del&#8217;Ism adducono come motivazione </strong>il fatto che Oz è «vicino al potere (<em>di Israele, n.d.r</em>) e mirato ad avvallarne le politiche violente e  razziste nei confronti di tutto ciò che non è ebreo». E&#8217; una tesi tutta da dimostrare e che contrasta, per esempi, con il fatto che Oz è stato tra i primi intellettuali israeliani a pronunciarsi a favore della creazione di uno Stato palestinese.</p>
<p><strong>Ma il punto vero non è questo. Ciò che davvero puzza</strong> (come puzza l&#8217;integralismo islamico o quello ebraico) è l&#8217;idea che un&#8217;opera d&#8217;arte possa, anzi debba essere giudicata sulla base di criteri politici di qualunque genere. Il più noto promotore italiano dei boicottaggio contro Amos Oz è il filosofo e docente universitario <strong>Gianni Vattimo</strong>. Che cosa diremmo se qualcuno volesse giudicare le sue opere e il suo insegnamento in base al fatto che Vattimo è omosessuale?</p>
<p><strong>Louis-Ferdinand Céline</strong> era un noto fascista ma anche un grande scrittore. Che facciamo, mettiamo i suoi libri sul rogo? E le poesie di <strong>Ezra Pound</strong>?  <strong>José Saramago</strong>, portoghese, continua ostinatamente a definirsi comunista: gli ritiriamo il premio Nobel per la Letteratura quale complice dei crimini di Stalin? E di <strong>Gabriel Garcia Marquez</strong>, amico personale del dittatore Fidel Castro, che facciamo? Avete in uggia, come me, certe società più o meno segrete? Prendete a martellate i cd con i capolavori di <strong>Mozart</strong>, che era massone. Siete atei o agnostici? Andate nei musei e distruggete le opere degli artisti che lavorarono per Santa Madre Chiesa, a partire da <strong>Giotto</strong>.</p>
<p><strong>Questa storia del boicottaggio di Oz è un&#8217;idiozia politica </strong>e un&#8217;aberrazione intellettuale. Proprio ciò di cui ha bisogno la già pericolante causa del popolo palestinese. Credevo di aver visto il massimo nel 2008, al Salone di Torino, quando lo stand dedicato alla grande letteratura di Israele risultava invece farcito di libri di <strong>Magdi Cristiano Allam</strong> e <strong>Fiamma Nirenstein</strong>. Vattimo e i suoi sono riusciti ad andare oltre.</p>
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		<title>C&#8217;E&#8217; PIU&#8217; FEDE NEL BURQA O NEI PANTALONI?</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 22:01:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
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		<category><![CDATA[Religione]]></category>

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		<description><![CDATA[Vorrei tornare sulla questione del burqa per chiarire un punto per me fondamentale. E decisivo, mi pare, per capire perché le multe tipo Novara (500 euro a una donna musulmana che portava il velo integrale in un edificio pubblico) sono sacrosante. Il punto è questo: il burqa non c&#8217;entra nulla con la fede, nemmeno con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei tornare sulla questione del burqa per chiarire un punto per me fondamentale. E decisivo, mi pare, per capire perché le multe tipo Novara (500 euro a una donna musulmana che portava il velo integrale in un edificio pubblico) sono sacrosante. Il punto è questo: <strong>il burqa non c&#8217;entra nulla con la fede</strong>, nemmeno con quella islamica. E&#8217; solo un capo d&#8217;abbigliamento. Se vogliamo, tradizionale in una minuscola porzione del mondo islamico (in buona sostanza l&#8217;Afghanistan, più qualche minoranza sparsa: poche decine di milioni di persone su un miliardo di musulmani), ma in nessun modo significativo dal punto di vista religioso o spirituale.</p>
<p><span id="more-4756"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_4767" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4767" title="velo" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/05/velo.jpg" alt="Una donna musulmana con il velo." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Una donna musulmana con il velo.</p></div>
<p><strong>Credo di avere una più che discreta biblioteca sull&#8217;islam</strong>, sulla sua storia e sulla sua cultura. Tra i testi, ho anche parecchi volumi di consultazione, italiani e stranieri, del tipo <em>Vocabolario dell&#8217;islam</em> o <em>Dizionario dell&#8217;islam</em>. Quasi nessuno di questi testi contiene la voce &#8220;burqa&#8221;. D&#8217;altra parte voi trovereste essenziale, in una storia del cristianesimo, la parola &#8220;pantaloni&#8221;? Eppure tutti, sacerdoti e spesso suore comprese, li portano. A differenza del burqa, che è portato da poche donne musulmane.</p>
<p><strong>La ragione è semplice</strong>. Non c&#8217;è nulla, ma proprio nulla, nel <em>Corano</em>, che autorizzi a pensare che il burqa sia un prodotto del pensiero di Dio. E, se è per questo, nemmeno il <em>chador</em> o il <em>niqab</em> o lo <em>hijab</em> o uno qualunque degli abbigliamenti più diffusi tra le donne musulmane.</p>
<p><strong>Nel <em>Corano</em> ci sono solo due riferimenti al velo o ai veli. </strong>Il primo è al versetto 31 della sura 24<strong> </strong>(la <strong>Sura della Luce</strong>), laddove è scritto: &#8220;Dì inoltre alle credenti che abbasino i loro sguardi e siano costumate, né mostrino i loro ornamenti, eccetto quelli esterni, gettino i veli del capo sopra i loro seni e non mostrino i loro ornamenti se non ai loro mariti&#8230;&#8221;. Il secondo è al versetto 59 della sura 33 (la <strong>Sura dei Confederati</strong>): &#8220;O profeta, dì alle tue mogli, alle tue figlie e alle donne dei credenti che facciano scendere qualcosa del loro <em>gilbab</em> (un velo per coprire il capo, <em>n.d.r</em>) su di sé; questo sarà il modo più acconcio perché esse vengano riconosciute e non vengano offese da atti o parole sconvenienti&#8221;.</p>
<p><strong>Il senso di questi ammonimenti</strong> (la traduzione è quella dell&#8217;edizione del <em>Corano</em> curata da Luigi Bonelli per la Hoepli) è piuttosto chiaro. Pudore, modestia, cura nel celare tutto ciò (i seni, per esempio) che poteva sembrare &#8220;provocatorio&#8221;. Le donne oneste dovevano coprire il capo e forse anche il volto soprattutto per essere <strong>riconosciute e distinte da concubine e donne di malaffare.</strong> E&#8217; stupefacente che si dettassero norme di questo genere del Settimo secolo dopo Cristo? Crediamo forse che presso i cristiani o gli ebrei le donne, in quei tempi, andassero vestite diversamente?</p>
<p><strong>Non c&#8217;è nulla, nei pochi versetti citati, che predichi</strong>, o peggio ancora imponga, l&#8217;uso del velo integrale o del burqa. Se qualcuno, dai tempi di Maometto a oggi, è riuscito a imporre il burqa alle donne, ha compiuto un&#8217;opera del tutto umana, terrena. Opera che, come tale, non può che confrontarsi, e nel caso andare soggetta, ad altre regole altrettanto umane. <strong>Per esempio alle leggi</strong>, che nel nostro Paese vietano (a livello nazionale, prima ancora che attraverso le ordinanze di questo o quel sindaco) di andare in giro a volto coperto.</p>
<p><strong>Tutto il resto sono chiacchiere. </strong>Che purtroppo girano e rigirano e fanno danni. E&#8217; incredibile, per esempio, che una donna tedesca sicuramente colta e intelligente come <strong>Aygul Ozkan,</strong> ex manager di Deutsche Telekom e ora anche ministro per gli Affari Sociali della Bassa Sassonia, abbia potuto paragonare il velo islamico al Crocifisso, dicendo di essere contraria all&#8217;uno e all&#8217;altro. Musulmana, <strong>la Ozkan fa torto anche alla propria religione </strong>paragonando un simbolo religioso a un capo di vestiario. Ennesima dimostrazione del fatto che è la politica (con le sue speculazioni) a portare la confusione nelle religioni, e non il contrariocome si è invece portati a credere.</p>
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