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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Cristiani</title>
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		<title>WOJTYLA, IL PAPA CHE NON ERA PACIFISTA</title>
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		<pubDate>Sun, 01 May 2011 18:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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		<description><![CDATA[«Non sono un pacifista, nel senso che non voglio la pace ad ogni costo ma la pace nella giustizia». Era il febbraio del 1991, la Guerra del Golfo era ancora in corso e Papa Giovanni Paolo II, durante una visita alla parrocchia romana di Santa Dorotea, pronunciò queste parole. Un Papa non «pacifista», una sorpresa? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Non sono un pacifista, nel senso che non voglio la pace ad ogni costo  ma la pace nella giustizia». Era il febbraio del 1991, la Guerra del  Golfo era ancora in corso e Papa Giovanni Paolo II, durante una visita  alla parrocchia romana di Santa Dorotea, pronunciò queste parole.<strong> Un  Papa non «pacifista», una sorpresa?</strong> Non per chi abbia della predicazione  e della biografia del Papa polacco una conoscenza un po&#8217; più ampia e  articolata.</p>
<p><span id="more-9897"></span></p>
<div id="attachment_9904" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/papasito1.jpg"><img class="size-full wp-image-9904" title="papasito1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/papasito1.jpg" alt="Giovanni Paolo II mentre riceve George W. Bush." width="300" height="162" /></a><p class="wp-caption-text">Giovanni Paolo II mentre riceve George W. Bush.</p></div>
<p>Poche settimane prima, nell&#8217;incontro con il corpo diplomatico, Wojtyla  aveva ricordato agli ambasciatori presso la Santa Sede che la pace  ottenuta con la guerra non fa altro che preparare nuove violenze. Nel  2002, ad Assisi, durante la giornata di preghiera ecumenica per la pace,  avrebbe ripetuto: «Le tenebre non si dissipano con le armi; le tenebre  si allontanano accendendo fari di luce».<strong> E tredici anni dopo la visita a  Santa Dorotea, il 16 marzo del 2003, in un estremo tentativo di  scongiurare l&#8217;attacco anglo-americano all&#8217;Iraq</strong> che sarebbe invece  scattato pochi giorni dopo, un Papa ormai segnato dalla malattia avrebbe  insistito: «Dobbiamo opporci con fermezza alla tentazione dell&#8217;odio e  della violenza, che danno solo l&#8217;illusione di risolvere i conflitti ma  procurano perdite reali e permanenti».</p>
<p><strong>Pace e giustizia, dunque, come  elementi inscindibili.</strong> Agiva su Giovanni Paolo II l&#8217;esperienza della  seconda guerra mondiale. Un&#8217;ecatombe di morte e distruzione che per  centinaia di milioni di persone non aveva preparato un mondo più libero e  giusto ma una forma diversa di oppressione e ingiustizia. <strong>Il Papa che  pure ribadiva il «diritto-dovere all&#8217;ingerenza umanitaria»</strong> (e con  particolare energia nel 1992, quando la Bosnia era martellata e  strangolata dall&#8217;assedio della Serbia) sapeva, per averlo provato sulla  propria pelle di europeo, che la vittoria delle armi, e persino la  vittoria delle armi dei «giusti», non garantisce la vera pace.</p>
<p>Che  fare, quindi, in un mondo in cui i conflitti parevano moltiplicarsi?  Conflitti che erano arrivati a coinvolgere la persona del pontefice,  colpito nel 1981 in un attentato che, come testimoniano rivelazioni  anche di questi giorni, era forse organizzato per eliminare lui,  attaccare Solidarnosc e riportare l&#8217;ordine in Polonia e nel barcollante  blocco sovietico. <strong>La risposta di Wojtyla fu sempre chiarissima: «Non c&#8217;è  pace senza giustizia e non c&#8217;è giustizia senza perdono».</strong></p>
<div id="attachment_9906" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/papasito2.jpg"><img class="size-full wp-image-9906" title="papasito2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/papasito2.jpg" alt="Giovanni Paolo II con il rabbino Toaff durante la visita alla sinagoga di Roma." width="300" height="157" /></a><p class="wp-caption-text">Giovanni Paolo II con il rabbino Toaff durante la visita alla sinagoga di Roma nel 1986.</p></div>
<p>Era questo  il titolo del messaggio per la Giornata mondiale della pace celebrata il  1 gennaio del 2002. «La giustizia», diceva il messaggio, è «virtù  morale e garanzia legale che vigila sul pieno rispetto di diritti e  doveri e sull&#8217;equa distribuzione di benefici e oneri». Ma la giustizia  degli uomini è fragile, imperfetta. Va quindi «esercitata e in certo  senso completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in  profondità i rapporti umani turbati».</p>
<p><strong>Si capisce meglio, alla luce di  queste parole, anche lo «stile» complessivo del papato di Karol  Wojtyla.</strong> Dai momenti eclatanti, come la visita alla sinagoga di Roma  (1986) o la preghiera presso il Muro del pianto a Gerusalemme (2000) a  quelli all&#8217;epoca ben valutati nella dimensione religiosa ma forse  trascurati nel laboratorio wojtyliano della costruzione della pace: la  visita in Romania (1999), quella in Siria (2001) o quella nel Regno  Unito (1982). Li abbiamo accostati in modo non casuale.<strong> Giovanni Paolo  II fu infatti il primo Papa a visitare un Paese a maggioranza ortodossa  dallo scisma del 1054, il primo a visitare una moschea (quella degli  Omayyadi a Damasco) e il primo a visitare il Regno Unito</strong> e a  inginocchiarsi in preghiera con l&#8217;arcivescovo di Canterbury, Robert  Runcie. Perché la pace va, appunto, costruita, e ha come fondamenta  il perdono, la conoscenza e la comprensione reciproca.</p>
<p>Ecco allora i  viaggi (104 solo quelli all&#8217;estero) ma anche l&#8217;incontro con i fedeli: 17  milioni e mezzo quelli che hanno partecipato alle 1.160 udienze del  mercoledì in Vaticano. Il dialogo con i potenti della terra (738 udienze  e incontri privati con capi di Stato e 246 udienze con primi ministri)  ma anche con il popolo delle parrocchie. Perché di tutti i costruttori  di pace, Giovanni Paolo II volle essere il primo. A crederci, a  muoversi, a impegnarsi.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 1 maggio 2011</p>
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		<title>OGGI SI PREGA PER ASIA BIBI</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Apr 2011 19:33:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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		<description><![CDATA[La fiamma della candela è il simbolo universale della fragilità umana, della vita esposta alle incognite del giorno. Ma è anche, e non a caso, una delle icone più eloquenti dello spirito di Pasqua, luce che spezza il buio e illumina la rinascita dello spirito. Nessun “logo” poteva quindi risultare più degno della “giornata di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La fiamma della candela è il simbolo universale della fragilità umana, della vita esposta alle incognite del giorno. Ma è anche, e non a caso, una delle icone più eloquenti dello spirito di Pasqua, luce che spezza il buio e illumina la rinascita dello spirito. Nessun “logo” poteva quindi risultare più degno della “giornata di preghiera e digiuno” che la <a href="http://masihifoundation.org" target="_blank">Masihi Foundation</a> ha proclamato per oggi in favore di <strong>Asia Bibi, </strong>40 anni, pakistana, sposa e madre di tre figli, <strong>la donna cristiana sulla quale pende dal novembre 2010 una condanna capitale per blasfemia</strong>. Accendere una candela e dire una preghiera speciale per la sorella minacciata di morte è la missione per oggi di ogni cristiano del mondo.</p>
<p><span id="more-9758"></span></p>
<div id="attachment_9762" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/bibi.jpg"><img class="size-full wp-image-9762" title="bibi" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/bibi.jpg" alt="Una rara immagine di Asia Bibi con le figlie durante il processo." width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Una rara immagine di Asia Bibi insieme con le figlie durante il processo del 2010.</p></div>
<p>La Masihi Foundation è una fondazione dei cristiani del Pakistan che interviene presso le comunità più povere per alleviare i bisogni, promuovere i diritti civili e difendere le minoranze. <strong>E’ anche l’organismo che sostiene le spese legali della famiglia di Asia Bibi, di modestissime possibilità.</strong> Solo chi conosce molto bene il Paese aveva già sentito nominare la Fondazione, eppure il suo appello si è diffuso con la velocità del lampo. Tutte le diocesi cattoliche, non solo quelle del Pakistan, hanno aderito all’iniziativa e oggi <strong>il cardinale Jean-Louis Tauran</strong>, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, pregherà per Asia Bibi e per le vittime della legge sulla blasfemia (che dal 1986 al 2010 ha provocato, oltre a centinaia di processi e condanne al carcere, anche 43 casi di uccisioni extragiudiziali) durante una messa celebrata nella cappella del Parlamento.</p>
<p>Una mobilitazione, si può dirlo dalle colonne del giornale che da mesi tiene alta l’attenzione su Asia Bibi, che dimostra due cose. La prima è questa: con la propria sofferenza, non da tutti patrocinata con la dovuta energia, <strong>questa giovane donna ha contribuito a far luce sul carico di discriminazioni e persecuzioni che i cristiani devono quotidianamente affrontare non solo in Pakistan ma in almeno altri 60 Paesi.</strong> La comunità cristiana mondiale non ha dimenticato Asia Bibi, al contrario: la sostiene con la pressione dell’opinione pubblica e con lo strumento della preghiera, dello spirito in azione. Il modo più efficace per esprimere non una politica (che occorre, e andrebbe anzi intensificata) e non solo una solidarietà (doverosa e necessaria), ma piuttosto una perfetta identificazione nel Signore, la forma suprema della fratellanza.</p>
<div id="attachment_9764" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/masihi.jpg"><img class="size-full wp-image-9764" title="masihi" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/masihi.jpg" alt="Il logo della Masihi Foundation." width="300" height="252" /></a><p class="wp-caption-text">Il logo della Masihi Foundation.</p></div>
<p>In questo modo, inoltre, i cristiani di tutto il mondo mostrano ancora una volta il loro sguardo limpido e costruttivo verso le nazioni e le società in cui si trovano a essere minoranza, spesso minoranza offesa. <strong>La battaglia per la vita di Asia Bibi è una battaglia di civiltà a favore di tutto il popolo del Pakistan</strong>, come avvertono i suoi politici più attenti. Lo sanno <strong>il presidente Al Zardari e il premier Raza Gilani</strong>, ma lo sapevano <strong>Salman Taseer</strong>, governatore del Punjab assassinato per la sua sensibilità al caso, e <strong>Shabhaz Bhatti</strong>, ministro per le Minoranze trucidato da una commando di integralisti islamici. Lo stesso sguardo che ha improntato la giornata di preghiera che la Conferenza episcopale italiana, raccogliendo una preoccupazione di <strong>Benedetto XVI</strong>, ha dedicato nella prima domenica di Quaresima alle vittime delle tensioni nei Paesi del Medio Oriente, implorando “riconciliazione, giustizia e pace” per tutti i popoli della regione.</p>
<p>C’è tutto questo sul volto di Asia Bibi. L’angoscia e la speranza, il dolore presente e la consolazione di una prospettiva aperta agli altri e sul futuro. Adottare Asia Bibi significa credere che riconciliazione, giustizia e pace possono essere non solo attese ma anche costruite.</p>
<p><em>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire </a>del 20 aprile 2011</em></p>
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		<title>E IL VESCOVO DISSE: E&#8217; PASQUA, VIA I MAFIOSI</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 19:55:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[DI GIUSTO TRUGLIA «Chiedo ai pastori di essere più coraggiosi e uniti. A loro voglio proporre un suggerimento pratico di rottura». Così monsignor Luigi Renzo, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, in provincia di Vibo Valentia, si è rivolto ai suoi sacerdoti. Obiettivo: evitare infiltrazioni mafiose nelle processioni. Il tema era già venuto all’onore delle cronache l’anno scorso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438_ctl00_paragraphsReader_repParagraphs_ctl00_pParagrafo">DI GIUSTO TRUGLIA</p>
<p><strong>«Chiedo ai pastori di essere più coraggiosi e uniti.  A loro voglio proporre un suggerimento pratico di rottura»</strong>.<strong> Così monsignor Luigi Renzo, vescovo di  Mileto-Nicotera-Tropea, in provincia di Vibo Valentia, si è rivolto ai suoi sacerdoti. Obiettivo: evitare  infiltrazioni mafiose nelle processioni</strong>. Il tema era già venuto all’onore delle cronache l’anno scorso per la  tradizionale processione pasquale dell’Affruntata a Sant’Onofrio  (Vv),  ch&#8217;era stata rinviata dal vescovo per possibili infiltrazioni mafiose.</p>
<p><span id="more-9605"></span></p>
<table style="background-color: #cc0000; height: 20px;" border="0" cellspacing="5" cellpadding="0" width="30" align="right">
<thead></thead>
<tbody>
<tr>
<td align="left"><a href="http://www.famigliacristiana.it/media/articoli/notifica-renzi.pdf"><span style="color: #ffffff;"><br />
</span></a></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_9612" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><strong><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/affruntata1.jpg"><img class="size-full wp-image-9612" title="affruntata" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/affruntata1.jpg" alt="La processione pasquale dell'Affruntata." width="300" height="225" /></a></strong></strong><p class="wp-caption-text">La processione pasquale dell&#39;Affruntata.</p></div>
<p><strong>Ora monsignor Renzo ritorna sull’argomento con una notificazione  <a href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/NOTIFICAZIONE-MONSIGNOR-RENZO.pdf">(CLICCA QUI PER SCARICARE IL DOCUMENTO)</a> e una proposta molto forte</strong>: invita le  confraternite a «rinunciare a certi pretesi privilegi e di mostrarsi più  collaborativi con i Parroci» e chiede di «affidare ai giovani che  frequentano la parrocchia e sono veramente impegnati in un cammino di  fede l’opportunità di portare loro le statue e di renderli protagonisti  anche nell’organizzazione».</p>
<p><strong>Monsignor Renzo conferma la volontà di valorizzare al massimo  «significative tradizoni popolari», come «occasione preziosa per educare  i fedeli</strong>», ma invita soprattutto a rendersi conto del valore  dei gestiE  «a non lasciarsi espropriare di ciò che appartiene alla  ricchezza e al patrimonio religioso del nostro popolo». E insiste: «<strong>Il  Risorto che festeggiamo nell’Affruntata viene incontro a noi vittorioso  sul male per coinvolgerci nel suo progetto di bene e di amore totale,  in vista di una umanità nuova, finalmente libera da ogni fenomeno  moralmente negativo</strong>.</p>
<p>La Pasqua e i suoi riti memoriali, in  particolare, non possono assolutamente convivere con fenomeni di mafia e  mafiosità, di doppiezza di vita e quant’altro, ma gridano senza mezzi  termini che è finito il tempo dell’odio, della violenza, delle vendette,  della disonestà, delle divisioni e</p>
<div id="attachment_9614" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/renzo.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-9614" title="renzo" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/renzo-150x150.jpg" alt="Monsignor Luigi Renzo, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea." width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Monsignor Luigi Renzo, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea.</p></div>
<p>spaccature spesso gravi dentro le  stesse nostre comunità parrocchiali». <strong>C’è il bisogno di  «vigilare perché la valenza di profonda religiosità non sia disturbata  da interferenze estranee» e «non vale la scusa che bisogna accogliere la  pecorella smarrita</strong>».</p>
<p><strong>Le indicazioni prendono spunto da una delle più sentite  manifestazioni religiose «i riti di Pasqua in molte parrocchie della  diocesi culminano con la tradizionale rappresentazione dell’Affruntat</strong>a,  o anche detta ‘Ncrinata, durante la quale viene sceneggiato l’incontro  del Risorto con la Madonna e S. Giovanni Evangelista».</p>
<div><em><strong><span>di Giusto Truglia</span></strong></em></div>
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		<title>DALL&#8217;AFRICA ALL&#8217;ASIA, LA CHIESA PONTE</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 20:45:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
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		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
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		<description><![CDATA[L a giornata di preghiera che la presidenza della Cei, in sintonia con la sensibilità e le preoccupazioni di Benedetto XVI, ha indetto per ieri, 13 marzo, prima domenica di Quaresi­ma, è stata tutto tranne che un appuntamento ri­tuale. In quel giorno, infatti, «tutte le comu­nità parrocchiali, le comunità religiose, le as­sociazioni, i gruppi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span>L</span><span> a giornata di preghiera  che la presidenza  della Cei, in sintonia con la sensibilità e le  preoccupazioni di Benedetto XVI, ha indetto per ieri, 13 marzo, prima  domenica di Quaresi­ma,  è stata tutto tranne che un appuntamento ri­tuale.   In quel giorno, infatti, «tutte le comu­nità  parrocchiali, le comunità  religiose, le as­sociazioni,  i gruppi e i movimenti ecclesiali»  si sono raccolte sulle «tensioni che, in questi giorni, si  registrano <strong>in diversi Paesi del­l’Africa  e dell’Asia</strong>», per implorare per le  vittime la misericordia di Dio e per tutti «la riconcilia­zione,  la  giustizia e la pace».</span></p>
<p><span><span id="more-9302"></span></span></p>
<div id="attachment_9305" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9305" title="Nic536397" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/copti.jpg" alt="Una manifestazione di cristiani copti in Egitto." width="300" height="228" /><p class="wp-caption-text">Una manifestazione di cristiani copti in Egitto.</p></div>
<p>Si avvertivano, in questa chiamata al  dialogo con Dio nella preghiera, tutte le angosce generate dall’attuale  situazione politica. In quelle bre­vi  frasi c’è <strong>il Pakistan  dell’estremismo islami­co</strong> che colpisce le stanze del governo a  Isla­mabad  come <strong>l’Egitto degli scontri tra musul­mani  e copti </strong>che  negli ultimi mesi hanno fat­to  decine di morti e negli ultimi giorni  strage nei quartieri poveri del Cairo. La Libia della guer­ra  civile.  L’intero Maghreb scosso da una feb­bre  di rivolta che non ha uguali  nella sua sto­ria  moderna. Un magma ribollente in cui la Chiesa  cattolica riconosce istanze di giustizia che non possono più essere  negate, ma anche il persistere di problemi particolari (ecco quin­di   l’esigenza della riconciliazione) che non possono andare dispersi  nell’urgenza dell’at­tualità.  <strong>La persecuzione dei cristiani in  Paki­stan</strong>,  ad esempio, mai davvero analizzata e af­frontata  e ora  diventata strumento per attac­care  anche l’ordinamento stesso dello  Stato, la sua natura democratica, il suo inserimento in un preciso  quadro internazionale di valori e di alleanze.</p>
<p>Ma più ancora si  è avvertita, nell’iniziativa della Cei, <strong>la natura davvero speciale della  Chiesa cattolica e il ruolo specialissimo che essa rive­ste  in molti  Paesi.</strong> Non se ne abbiano a male i fedeli delle altre grandi religioni.  Ma se una fe­de  riesce sempre a mostrare un afflato since­ramente   universale, non chiuso in difesa dei propri diritti esclusivi (veri o  presunti), non os­sessionato  da questioni identitarie e proprie­tarie,   questa è quella cattolica. <strong>La parola &#8220;cri­stiani&#8221;  non ricorre mai,  nell’appello della Cei, anche se in queste settimane non sono certo  mancati i martiri cristiani, </strong>dal Cairo a Islama­bad.  Segno di uno  sguardo più alto, inclusivo e non esclusivo, che porta i cristiani a  sentirsi parte di un’unica dolente umanità, e non a proporsi come la  parte più meritevole di essa.</p>
<p><span> </span></p>
<div id="attachment_9306" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9306" title="Mideast Egypt Church Attack" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/muslim.jpg" alt="Una manifestazione di musulmani egiziani a favore della coesistenza con i cristiani copti." width="300" height="201" /><p class="wp-caption-text">Una manifestazione di musulmani egiziani a favore della coesistenza con i cristiani copti.</p></div>
<p>Negli ultimi giorni è circolato il  testamento spi­rituale  di <strong>Shabhaz Bhatti,</strong> il ministro per le Mi­noranze   del Pakistan, cristiano, assassinato il 2 marzo dai terroristi  islamici. Un passo dice­va:  «Quando vedo gente povera e bisognosa,  penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro». Senza  chiedere tessere o certificati o dichiarazioni di fedeltà. È tutto lì.  Uno spirito di abnegazione che non resta con­finato  nell’intimo degli  animi o nella preghie­ra  ma che sul &#8220;terreno&#8221;, nella sfida quotidia­na,   si manifesta come elemento di fonda­mentale  importanza. <strong>In larghe  porzioni del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Africa i cristia­ni  sono  il vero collante della società. </strong>L’ele­mento  che non esita a farsi  lievito per far cre­scere  ipotesi di reciproca tolleranza e  convi­venza.</p>
<p><span>La preghiera di domenica 13 marzo è diventata <strong>un altro dei ponti che  la Chiesa cerca di lanciare sul vuoto delle guerre, delle ingiustizie,  delle mortificazioni che ancora affliggono fin trop­pi  popoli.</strong> Una  preoccupazione che non ha bandiere se non quella del riscatto di tutti  gli uomini, qualunque sia il colore della loro pel­le,  il nome del loro  Dio, la natura della loro sof­ferenza.  Pensiamo anche questo: che cosa  sarebbe potuto succedere, se una giornata simile non fosse stata proclamata solo  dalla Chiesa cattolica?</span></p>
<p><span>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire </a>del 10 marzo 2011<br />
</span></p>
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		<title>IL TESTAMENTO DEL MINISTRO</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 17:52:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[fondamentalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>
		<category><![CDATA[Religione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 2 marzo, un commando di terroristi islamici ha assassinato a Islamabad Shabhaz Bhatti, ministro del Pakistan per le Minoranze. Bhatti era l&#8217;unico cristiano del Governo pakistano e si batteva per una modifica alla legge sulla blasfemia che in 25 anni di applicazione è costata la vita a centinaia di pakistani, in maggior parte cristiani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2 marzo, un commando di terroristi islamici ha assassinato a Islamabad Shabhaz Bhatti, ministro del Pakistan per le Minoranze. Bhatti era l&#8217;unico cristiano del Governo pakistano e si batteva per una modifica alla legge sulla blasfemia che in 25 anni di applicazione è costata la vita a centinaia di pakistani, in maggior parte cristiani ma anche musulmani. Bhatti aveva redatto un suo testamento spirituale, comparso in Italia nel volume <em>Cristiani in Pakistan. Nelle prove la speranza</em>, edito da Marcianum Press nel 2008. Li ripresento.</p>
<p><span id="more-9255"></span></p>
<div id="attachment_9259" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9259" title="bhatti" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/bhatti.jpg" alt="Shabhaz Bhatti, assassinato il 2 marzo a Islamabad." width="300" height="187" /><p class="wp-caption-text">Shabhaz Bhatti, assassinato il 2 marzo a Islamabad.</p></div>
<p>“Il mio nome è <strong>Shahbaz Bhatti</strong>. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.</p>
<p><strong>Fin da bambino ero solito andare in chiesa</strong> e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.</p>
<p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_9262" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><strong><strong><img class="size-full wp-image-9262" title="corpo bhatti" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/corpo-bhatti.jpg" alt="L'arrivo in ospedale di Shabhaz Bhatti, purtroppo già cadavere." width="300" height="175" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">L&#39;arrivo in ospedale di Shabhaz Bhatti, purtroppo già cadavere.</p></div>
<p><strong>Mi sono state proposte alte cariche al Governo</strong> e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: «No, io voglio servire Gesù da uomo comune».</p>
<p><strong>Questa devozione mi rende felice.</strong> Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita.</p>
<p><strong>Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire.</strong> Non provo alcuna paura in questo Paese. <strong>Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia.</strong> Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.</p>
<p><strong>Credo che i cristiani del mondo</strong> che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.</p>
<p>Voglio dirvi che <strong>trovo molta ispirazione nella Sacra Bibbia e nella vita di Gesù Cristo.</strong> Più leggo il Nuovo e il Vecchio Testamento, i versetti della Bibbia e la parola del Signore e più si rinsaldano la mia forza e la mia determinazione. Quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo ha sacrificato tutto, che Dio ha mandato il Suo stesso Figlio per la nostra redenzione e la nostra salvezza, mi chiedo come possa io seguire il cammino del Calvario. Nostro Signore ha detto: «Vieni con me, prendi la tua croce e seguimi».</p>
<p><strong>I passi che più amo della Bibbia recitano</strong>: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro.</p>
<p>Per cui cerco sempre d’essere d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi, agli affamati, agli assetati.<strong> Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani</strong> qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna”.</p>
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		<title>PAKISTAN: ASIA BIBI, L&#8217;ALPINO E IL MINISTRO</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 22:09:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è un legame tra la condanna a morte per blasfemia inflitta ad Asia Bibi, la morte sul campo del capitano degli alpini Massimo Ranzani e l&#8217;assassinio di Shabhaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Governo del Pakistan?  C&#8217;è, eccome. Anzi, si estende ai 2.535 soldati occidentali caduti in Afghanistan e agli oltre 10 mila soldati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un legame tra la condanna a morte per blasfemia inflitta ad Asia Bibi, la morte sul campo del capitano degli alpini Massimo Ranzani e l&#8217;assassinio di Shabhaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Governo del Pakistan?  C&#8217;è, eccome. Anzi, si estende ai 2.535 soldati occidentali caduti in Afghanistan e agli oltre 10 mila soldati e poliziotti afghani morti con loro. Ed è un legame di sangue e di politica.</p>
<p><span id="more-9159"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_9163" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9163" title="BHATTI" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/BHATTI.jpg" alt="Shabhaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Pakistan, ucciso dagli estremisti islamici." width="300" height="180" /><p class="wp-caption-text">Shabhaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Pakistan, ucciso dagli estremisti islamici.</p></div>
<p><strong>Chi difende Asia Bibi, come sappiamo, muore.</strong> In gennaio era stato ammazzato <strong>Salman Tasee</strong>r<strong>, musulmano, </strong>governatore dello Stato del Punjab, &#8220;colpevole&#8221; di aver presentato una domanda di grazia a favore di Asia Bibi, la donna cristiana, madre di cinque figli, arrestata nel 2009 e condannata a morte nel 2010 per &#8220;blasfemia&#8221;. Ora la stessa sorte è toccata a <strong>Bhatti, cattolico, </strong>il più deciso tra i ministri pakistani nel chiedere una revisione della legge sulla blasfemia. La persecuzione dei cristiani in oltre 60 Paesi del mondo è una realtà ormai acclarata. Ma proprio il caso del Pakistan (il &#8220;Paese dei puri&#8221;nato nel 1947 proprio per raccogliere i musulmani del subcontinente indiano), dove prima un musulmano e poi un cattolico vengono martirizzati per la stessa causa, dimostra che<strong> si tratta di una realtà profondamente politica</strong> e che come tale va affrontata.</p>
<p><strong>La legge sulla blasfemia consente di accusare chiunque  sulla base di presunte offese ad Allah</strong>, e di ottenere con prove  inesistenti o sommarie condanne pesantissime (fino, appunto, alla pena  di morte inflitta ad Asia Bibi) da tribunali</p>
<div id="attachment_9165" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9165" title="bhatti bibi" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/bhatti-bibi.jpg" alt="Il ministro Bhatti con il marito di Asia Bibi e due dei loro cinque figli." width="300" height="244" /><p class="wp-caption-text">Il ministro Shabhaz Bhatti con il marito di Asia Bibi e due dei loro cinque figli.</p></div>
<p>complici o a loro volta intimiditi. <strong>Non esistono  leggi analoghe per il Dio dei cristiani o gli dei hindù</strong>, il che trasforma la legge in un potente strumento di conservazione sociale a favore dei musulmani. Ma  non solo: la legge è stata spesso applicata da musulmani ai danni di  musulmani, e quasi sempre per risolvere contese politiche o economiche.  In questo senso, è un’arma micidiale nelle mani di movimenti e partiti  dell’estremismo islamico, che già approfittano della debolezza del  Governo centrale pakistano per indebolirlo, e in alcune regioni  addirittura sostituirsi a esso, in settori cruciali come l’assistenza  sociale o sanitaria o nella scuola. <strong>Il Governo non fa le scuole, ed ecco che spuntano le scuole coranich</strong>e finanziate dai Paesi fondamentalisti come l&#8217;Arabia Saudita. Se poi spunta qualche figura ingombrante, l&#8217;accusa di blasfemia (e i soliti testimoni che i movimenti radicali non faticano mai a trovare) basta a frenarla o inibirla. Più in sù, come abbiamo visto con Taseer e Bhatti, arrivano i gruppi armati e i killer.</p>
<p>Dietro la questione della blasfemia, dunque, si cela<strong> un progetto politico che mira a chiudere un&#8217;intera società sui canoni dell&#8217;islamismo ma, soprattutto, a creare un contropotere rispetto allo Stato democratico</strong> attualmente in vigore. La risposta a un problema politico dev&#8217;essere, necessariamente, politica. Le campagne per mobilitare le coscienze, come quella lanciata in Italia per Asia Bibi da <em>Asia News</em>, sono indispensabili. Dietro le coscienze, però, devono muoversi le istituzioni. Il nostro Governo si è fatto più volte sentire in proposito. Manca ancora, però, una serie presa di posizione internazionale: dell’Unione Europea o, meglio, dell’Onu.</p>
<div id="attachment_9167" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9167" title="ranzani" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/ranzani.jpg" alt="Il capitano degli alpini Massimo Ranzani, caduto in Afghanistan." width="300" height="300" /><p class="wp-caption-text">Il capitano degli alpini Massimo Ranzani, caduto in un&#39;imboscata in Afghanistan.</p></div>
<p>E qui si torna a quel legame di cui parlavamo all&#8217;inizio. Le teste e le mani che hanno armato gli assassini del ministro Bhatti (e quelli del governatore Taseer) e i forzieri che finanziano i diversoi gruppi fondamentalisti vengono dalla <em>North West Frontier Province</em>, cioè <strong>dall’area del Pakistan che confina con l’Afghanistan</strong> e che negli anni più recenti si è trasformata nel santuario del fondamentalismo e nel suo centro di elaborazione strategica. Si muore in Afghanistan perché non tornino i talebani  e la regione non vada in pezzi, ma anche perché il Pakistan (Paese dotato di armi atomiche) non diventi il nuovo centro propulsivo del terrorismo islamico. Cosa che di sicuro avverrebbe se il fragile Governo democratico del premier<strong> Raza Gilan</strong>i e del presidente <strong>Ali Zardar</strong>i fallisse o cadesse. Per Asia Bibi e contro Osama Bin Laden, per usare uno slogan, la battaglia è la stessa. Prima lo capiranno laddove si prendono le decisioni che contano, più facile sarà ottenere risultati positivi.</p>
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		<title>I CRISTIANI E L&#8217;IMMIGRAZIONE, CHE FARE</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Feb 2011 22:35:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
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		<description><![CDATA[DI MONSIGNOR LUCIANO MONARI La responsabilità politica dei cristiani e l’immigrazione &#8211; &#8230; il problema dell’immigrazione non riguarda solo la prassi della comunità cristiana al suo interno. I cristiani sono chiamati a partecipare alla vita politica che definisce i parametri della convivenza delle persone; e debbono fare questo in un modo che sia coerente con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>DI MONSIGNOR LUCIANO MONARI</strong></p>
<p><strong>La responsabilità politica dei cristiani e l’immigrazione</strong> &#8211; &#8230; il problema dell’immigrazione non riguarda solo la prassi della comunità cristiana al suo interno. I cristiani sono chiamati a partecipare alla vita politica che definisce i parametri della convivenza delle persone; e debbono fare questo in un modo che sia coerente con la loro fede. Che cosa significa questo? Quali sono le conseguenze del Vangelo nel modo di affrontare il problema dell’immigrazione? &#8230; mi sembra insostenibile sia la posizione di chi ritiene necessario ‘accogliere tutti’ sia quella di chi vuole ‘chiudere a tutti’. L’accoglienza dell’altro che il Vangelo chiede – e la chiede davvero! – deve saggiamente fare i conti con le possibilità concrete, in modo che l’accoglienza non produca danni maggiori. Accogliere tutti indiscriminatamente può provocare alterazioni traumatiche della vita economica, delle relazioni politiche, delle relazioni culturali e della coesione sociale. A soffrirne sarebbero non solo coloro che accolgono, ma anche quelli che vengono accolti&#8230; Viceversa ‘respingere tutti’ è oggettivamente impossibile. C’è un dovere riconosciuto con accordi internazionali di accogliere i rifugiati che fuggono da condizioni di ingiustizia e di oppressione; a questo dovere nessun Paese può legittimamente sottrarsi&#8230; Per di più, del lavoro di immigrati abbiamo bisogno: molti nostri anziani vivono decentemente la vecchiaia per l’assistenza di tante badanti; molti posti dell’industria e dell’agricoltura sono coperti da immigrati; molti servizi vitali dipendono da loro e così via. Rifiutare tutti gli immigrati significherebbe un abbassamento drastico del nostro stesso tenore di vita&#8230; Credo però si possano ugualmente dire alcune cose.</p>
<p><span id="more-8950"></span><img class="aligncenter size-full wp-image-8954" title="immi2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/immi2.jpg" alt="immi2" width="300" height="204" /></p>
<p><strong>La prima è che chi lavora presso di noi</strong> e contribuisce in questo modo al nostro benessere ha il diritto di vedere riconosciuta la propria attività e di essere messo in regola. Se un’immigrata accudisce un anziano italiano e compie in questo modo un reale servizio al benessere della<br />
nazione italiana ha il diritto di essere regolarizzata. Certo, l’Italia può scegliere di fare a meno di immigrati e provvedere da sé ai suoi bisogni; ma se non riesce a fare questo e i suoi cittadini fanno ricorso a immigrati per compiere un servizio utile, che migliora il benessere degli italiani, l’Italia non può rifiutare a queste persone il riconoscimento giuridico e la garanzia di quei servizi che noi abbiniamo coerentemente al lavoro (sanità, scuola). Quando una coppia di italiani mette al mondo un figlio, lo Stato riconosce a questo figlio tutti i diritti propri dei cittadini italiani. Quando un italiano fa lavorare un operaio per la sua ditta – il cui profitto va a beneficio di tutta la nazione – oppure gode di un servizio alla persona che lo Stato non è in grado di garantire, il riconoscimento giuridico è, mi sembra, moralmente doveroso. E un politico che voglia dirsi cristiano è chiamato a favorirlo.</p>
<p><strong>Così mi sembra da migliorare la norma che toglie automaticamente il permesso di soggiorno a chi perde il lavoro.</strong> La logica di questa norma appare del tutto egoistica: “Finché mi servi, ti tengo e faccio uso della ricchezza che produci; ma, appena la tua presenza smette di servirmi, ti caccio.” Un meccanismo di questo genere è non solo ingiusto in sé, ma giustifica nel sentire comune un modo di ragionare egoista e perciò pericoloso. È illusione credere che questo sentimento possa essere controllato e diretto solo verso gli immigrati; una volta ammesso per gli immigrati, tende necessariamente a diffondersi in tutte le direzioni e contribuisce ad avvelenare anche il tessuto sociale italiano&#8230;</p>
<p><strong>Va ricordato anche il problema dei bambini nati da genitori stranieri</strong> (che non hanno la cittadinanza italiana) in Italia e che da sempre risiedono in italia. A loro la legge attuale, riconoscendo solo lo <em>ius sanguinis</em>, non riconosce la cittadinanza italiana. Il problema è</p>
<div id="attachment_8956" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8956" title="monari" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/monari.jpg" alt="Monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia." width="300" height="327" /><p class="wp-caption-text">Monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia.</p></div>
<p>spinoso perché questi bambini sono, dal punto di vista culturale, italiani: parlano la nostra lingua, frequentano le nostre scuole e vivono<br />
i rapporti di amicizia e di dialogo con ragazzi italiani; godono e soffrono le nostre ricchezze e le nostre povertà. Costringerli a essere cittadini di uno Stato che non conoscono (quello dei loro genitori) e rifiutare la cittadinanza dello Stato che li ha educati, mi sembra illogico. Il rischio<br />
è fare di loro delle persone culturalmente apolidi: che non appartengono al Paese dove abitano e non hanno niente a che fare col Paese di cui hanno la cittadinanza. Per questo chiedo ai politici di fare il possibile perché questi bambini siano ammessi a pieno titolo nel nostro Paese: sono una delle ricchezze che possono aiutarci a superare l’handicap del declino demografico; i nostri figli hanno interesse (anche economicamente) ad averli come compagni di lavoro e di vita.</p>
<p><strong>È evidente che la persona non può essere pensata senza la sua famiglia. </strong>Bisogna quindi cercare di favorire i riavvicinamenti familiari. Se accogliamo un emigrato, non possiamo rendere impossibile per la sua famiglia raggiungerlo; e, nello stesso modo, dobbiamo favorire l’inserimento scolastico dei suoi figli. Bisogna considerare che un immigrato è, dal punto di vista economico, un guadagno significativo.<br />
Per condurre un bambino italiano all’età in cui può lavorare e produrre, la famiglia spende un patrimonio significativo e lo stato impegna servizi costosi. Ricevere come operaio un giovane di venti, trent’anni significa godere il frutto del lavoro di un adulto senza aver dovuto spendere nulla per formarlo. Quello che lo Stato può spendere per la sua famiglia e per la scolarizzazione dei suoi figli è, in un certo senso, il pagamento di un debito.</p>
<p><strong>Infine un politico è chiamato a evitare e impedire qualsiasi forma di discriminazione</strong>. Con questo termine mi riferisco a comportamenti vessatori che trasformano i diritti in scelte di compiacenza; che usano le lentezze burocratiche per sfiancare le persone e costringerle alla rassegnazione o alla rinuncia; che usano due pesi e due misure a seconda della nazionalità o del colore della pelle&#8230;</p>
<p>HO QUI RIPUBBLICATO LA PARTE CONCLUSIVA DELLA LETTERA<em><strong> &#8220;STRANIERI, OSPITI, CONCITTADINI&#8221; </strong></em>CHE<strong> MONSIGNOR LUCIANO MONARI</strong>, VESCOVO DI BRESCIA, HA INVIATO ALLE COMUNITA&#8217; CRISTIANE DELLA DIOCESI SULLA PASTORALE PER GLI IMMIGRATI.<strong> LA VERSIONE INTEGRALE E&#8217; SCARICABILE DAL </strong><em><strong><a href="http://www.diocesi.brescia.it" target="_blank">SITO DELLA STESSA DIOCESI</a></strong></em></p>
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		<title>SUDAN, UN VOTO PER CAMBIARE L&#8217;AFRICA</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2011 13:49:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel bene o nel male domani, 9 gennaio 2011, in Sudan si fa un pezzo di storia. La storia dell’Africa: un nuovo Stato (il 57° del continente) potrebbe nascere in modo pacifico o un’eterna guerra civile riaccendersi, dopo cinque anni scarsi di tregua, in un Paese che ha già fin troppo sofferto ma che è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel bene o nel male domani, 9 gennaio 2011, in Sudan si fa un pezzo di storia. La storia dell’Africa: un nuovo Stato (il 57° del continente) potrebbe nascere in modo pacifico o un’eterna guerra civile riaccendersi, dopo cinque anni scarsi di tregua, in un Paese che ha già fin troppo sofferto ma che è anche vecchio e bisognoso di cambiamenti. Ma dal Sudan potrebbe partire una svolta anche per<strong> il confronto geopolitico che oppone ovunque le superpotenze, Cina e Usa per prime</strong>, e che sempre più spesso si combatte sul suolo africano.</p>
<p><span id="more-8274"></span></p>
<div id="attachment_8276" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8276" title="sudan manif" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/sudan-manif.jpg" alt="Una manifestazione a Juba in favore dell'indipendenza del Sud Sudan." width="300" height="224" /><p class="wp-caption-text">Una manifestazione a Juba in favore dell&#39;indipendenza del Sud Sudan.</p></div>
<p><strong>Domani il Sud Sudan e i suoi 8 milioni di abitanti votano per decidere se staccarsi dal Nord </strong>e diventare nazione autonoma. Serve una quota di “sì” pari almeno al 60% dei votanti e poi ci saranno sei mesi di transizione, per regolare con calma tutte le questioni rimaste in sospeso. Ma è comunque un voto che ha un solo precedente: quello con cui, nel 1993, l’Eritrea si staccò dall’Etiopia.<strong> Il Sud, cristiano e animista</strong> per fede e contadino per vocazione, e <strong>il Nord musulmano</strong>, commerciante e pastore  si sono combattuti per 22 anni, in quella guerra di stragi orrende che si è più o meno interrotta appunto nel 2005. Sembrerebbero fatti apposta per vivere divisi.</p>
<p><strong>Ma le ragioni del referendum sono le stesse che per decenni hanno innescato i massacri.</strong> Le terre fertili sono a Sud, come l’acqua e le foreste, e l’agricoltura vale ancora il 32% del Prodotto interno lordo del Sudan, oltre a impiegare l’80% della forza lavoro. Ancor più importante: <strong>a Sud ci sono le maggiori riserve di petrolio</strong>, cioè la vera cassaforte del Paese. Secondo il Fondo monetario internazionale, nel 2009 il petrolio costituiva il 90% dei guadagni del Sudan con le esportazioni. Proiettando il dato sull’ipotesi post-referendum di due Stati diversi, troviamo che il petrolio vale il 98% delle esportazioni del Sud (capitale Juba) e il 65% delle esportazioni del Nord (Khartoum). Il che vuol dire che il Sud avrebbe tutto da guadagnare dall’autonomia e il Nord tutto da rimetterci.</p>
<div id="attachment_8278" class="wp-caption aligncenter" style="width: 314px"><img class="size-full wp-image-8278" title="sudan mappa" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/sudan-mappa.jpg" alt="La mappa del Sudan, con le regioni del Sud che votano per diventare indipendenti." width="304" height="200" /><p class="wp-caption-text">La mappa del Sudan, con le regioni del Sud che votano per diventare indipendenti.</p></div>
<p>Anche il Sud, però, avrebbe molti problemi dall’eventuale separazione:<strong> i giacimenti sono a Sud, è vero, ma gli oleodotti corrono verso Nord, verso il terminale petrolifero di Port Sudan, affacciato sul Mar Rosso</strong>, cioè sull’autostrada delle esportazioni via mare. il Sud Sudan, a sua volta, ha vicini dissestati o non troppo affidabili: Etiopia, Uganda, Chad, Repubblica Democratica del Congo&#8230; Il potere politico e l’amministrazione dello Stato, inoltre, sono sempre stati monopolio del Nord che ha scaricato discriminazioni e arretratezza sul Sud (27 dei 44 milioni di abitanti non hanno accesso all’energia elettrica; la media nazionale dell’elettrificazione è del 31%, che crolla al 19% nelle aree rurali, cioè soprattutto al Sud) ma ha anche accumulato pratiche e conoscenze.</p>
<p>Questa, per sommi capi, la partita interna. Poi c’è quella esterna. E infine c’è la miscela tra le due, il fattore forse più esplosivo. Al referendum di domani potranno votare solo gli elettori che si sono iscritti alle liste elettorali, aperte dai primi di novembre. Una bella impresa, in un Paese dove anagrafe e censimenti sono del tutto aleatori. Gli Usa, e i Paesi occidentali in genere, si sono molto battuti per assicurare alla procedura la massima efficienza e trasparenza, anche perché<strong> tutti i sondaggi dicono che, se il voto sarà regolare, l’indipendenza del Sud dovrebbe passare con quote bulgare, intorno al 90%. </strong>Washington e Bruxelles amano la democrazia, certo, ma nutrono pure la speranza di assestare il colpo finale al regime di <strong>Omar Hassan al Bashi</strong>r, il dittatore sudanese al potere dal 1989 e dal 2009 inseguito da un mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. <strong>Al Bashir ha però un protettore influente: la Cina, che vale il 58% delle esportazioni e il 22% delle importazioni del Sudan</strong>. A far crescere i numeri è il petrolio, di cui l’economia cinese è assetata. In cambio, Pechino costruisce strade, porti e ferrovie, oltre a fornire le armi e i finanziamenti di cui Al Bashir ha bisogno per controllare l’esercito e le milizie anti-cristiane che colpiscono al Sud.</p>
<p><strong>Togliere ad Al Bashir il controllo del petrolio del Sud significa indebolire lui ma soprattutto indebolire la Cina</strong> e rallentare la sua espansione in Africa, cominciata proprio sporcandosi le mani con questo tiranno che aveva via via perso ogni altro appoggio internazionale. Poiché tutto questo è ben noto anche a Pechino, è ragionevole credere che Al Bashir e il suo alleato non staranno con le mani in mano. Così, per non sbagliare, sia la guerriglia indipendentista sia l’esercito di Khartoum ammassano uomini e mezzi intorno alle zone critiche, con gran preoccupazione dei <strong>vescovi sudanesi che hanno più volte denunciato la corsa al riarmo</strong>. E’ un’attesa col fiato sospeso, dunque. Come spesso accade in Africa, tra il meglio e il peggio c’è pochissima distanza.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg" target="_blank">Eco di Bergamo</a> dell&#8217;8 gennaio 2011</p>
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		<title>VOLEVA GRAZIARE ASIA BIBI: ASSASSINATO</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jan 2011 21:17:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
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		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;assassinio di Salman Taseer, governatore del Punjab, in Pakistan, da parte di una delle guardie che avrebbero dovuto proteggerlo, è uno di quei fatti drammatici che, con la reazione che provocano, possono cambiare in meglio o in peggio la storia di un Paese. Taseer è stato ucciso nella capitale Islamabad da un certo Malik Mumtaz [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;assassinio di <strong>Salman  Taseer, governatore del Punjab, in Pakistan, </strong>da parte di una delle guardie che avrebbero dovuto proteggerlo<strong>, </strong>è uno di quei fatti drammatici che, con la reazione che provocano, possono cambiare in meglio o in peggio la storia di un Paese. Taseer è stato ucciso nella capitale Islamabad da un certo <strong>Malik Mumtaz Hussain Qadri</strong>, un poliziotto che da poco tempo era stato inserito nel suo staff e che solo per la terza volta svolgeva servizio di scorta. Dopo aver sparato, Qadri non ha cercato il martirio e si è subito arreso. Modalità che fanno pensare a un omicidio ben organizzato e pianificato da tempo, con complicità importanti: le sole che potevano portare il killer a contatto con una personalità come Taseer.</p>
<p><span id="more-8190"></span></p>
<div id="attachment_8220" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8220" title="salman giusta" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/salman-giusta.jpg" alt="Salman Taseer con Asia Bibi (al centro, velata)." width="300" height="236" /><p class="wp-caption-text">Salman Taseer con Asia Bibi (al centro, velata).</p></div>
<p>Salman Taseer, infatti, era sulla scena del Pakistan da molto tempo. Ci era salito come <strong>imprenditore delle comunicazioni</strong>, fondatore di uno dei gestori di telefonia più importanti del Paese e poi del primo canale televisivo pakistano per bambini, e come proprietario del<em> Daily Times</em>, quotidiano pakistano in lingua inglese. Ci era rimasto come ministro e poi come governatore del Punjab, la regione in cui vive più di metà della popolazione dell&#8217;intero Pakistan.</p>
<p>I tre giorni di lutto nazionale che il presidente <strong>Al Zardari</strong> ha proclamato dopo la morte di Taseer si spiegano, certo, anche con lo spessore del personaggio. Ma anche con la consapevolezza che questa morte mette la sua presidenza e il Governo di fronte a uno spinosissimo bivio. Taseer, infatti, è stato assassinato per le sue prese di posizione contro la &#8220;legge sulla blasfemia&#8221; (da lui definita &#8220;legge nera&#8221;), quella mostruosità giuridica che in Pakistan consente di spedire sotto processo, con l&#8217;incubo della condanna a morte, chiunque venga denunciato per aver bestemmiato il nome di Allah, senza che gli accusatori debbano presentare prove certe del &#8220;reato&#8221;.</p>
<p>Proprio quanto successo ad Asia Bibi, la giovane madre di tre figli, cristiana, finita in carcere per le accuse mosse da alcune sue compagne di lavoro musulmane e poi condannata a morte. Taseer si era pubblicamente speso per lei e aveva chiesto al presidente Al Zardari di graziarla. Lui, e il ministro delle Minoranze <strong>Shahbaz Bhatti </strong>(un cattolico), sono stati gli unici politici pakistani a esporsi con grande decisione contro la &#8220;legge sulla blasfemia&#8221;, attirandosi le ire delle frange più radicali dell&#8217;islam pakistano. Quelle ben rappresentate, per esempio, da <strong>Maulana Yousuf  Qureshi</strong>, imam della moschea maggiore di Peshawar, che durante la preghiera del venerdì aveva offerto una ricompensa pari a 4.500 euro per chi avesse ucciso Asia Bibi.</p>
<p>Caso come questo non esauriscono, il quadro, ovviamente. Sono molti gli esponenti dell&#8217;islam moderato che, anche di recente, si sono espressi per una modifica della &#8220;legge sulla blasfemia&#8221;. All&#8217;<strong>Assemblea Nazionale</strong> (il Parlamento pakistano) pende una proposta di legge in tal senso presentata da <strong>Sherry Rehman</strong>, deputata ed ex ministro all&#8217;Informazione. Un intervento sempre più urgente, visto che <strong>dal 1986 al 2009 circa mille persone (tra le quali 479 musulmani e 119 cristiani)</strong> sono state trascinate in tribunale con l&#8217;accusa di aver profanato il nome di Allah, di Maometto o il Corano (dati Ncjp, <a href="http://www.ncjppk.org" target="_blank">Commissione nazionale Giustizia e Pace della Chiesa cattolica del Pakistan</a>) e che la legge sempre più spesso serve da pretesto e da copertura per vendette personali o per attacchi contro le minoranze.</p>
<p>E&#8217; altrettanto evidente, però, che chi si oppone a qualunque riforma gode non solo del favore dei fondamentalisti islamici e delle folle che essi riescono a manovrare, ma anche di appoggi e complicità importanti nelle istituzioni. L&#8217;assassinio di Salman Taseer è la più efficace delle conferme.<strong> Ora il presidente Al Zardari e il Governo devono dimostrare di saper reagire alla sfida.</strong> Qualunque esitazione sarebbe fatale alle ipotesi di riforma ma potrebbe esserlo anche per la tenuta dell&#8217;intero assetto politico. Al vertice aperto nelle intenzioni ma fragile, troppo fragile nelle azioni concrete.</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>DALL&#8217;IRAQ ALL&#8217;EGITTO, BRUCIANO LE CHIESE</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2011 16:13:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
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		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; difficile stabilire se l&#8217;attentato suicida che ha fatto 22 morti davanti alla chiesa dei Santi, nel quartiere Sidi Bishr di Alessandria d&#8217;Egitto, abbia realmente qualche connessione con le farneticanti minacce che l&#8217;ala irachena di Al Qaeda aveva recapitato, meno di un mese fa, all&#8217;arcivescovo di Kirkuk (in Irak, appunto), monsignor Louis Sako. Nè se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">E&#8217; difficile stabilire se l&#8217;attentato suicida che ha fatto 22 morti davanti alla chiesa dei Santi, nel quartiere Sidi Bishr di Alessandria d&#8217;Egitto, abbia realmente qualche connessione con le farneticanti minacce che l&#8217;ala irachena di <strong>Al Qaeda</strong> aveva recapitato, meno di un mese fa, all&#8217;arcivescovo di Kirkuk (in Irak, appunto), <strong>monsignor Louis Sako</strong>. Nè se i colpi inferti proprio alle chiese (sia in Irak sia in Egitto, appunto) rispondano a un piano preordinato o siano solo il frutto della necessità del momento.</p>
<p><span id="more-8161"></span></p>
<div id="attachment_8166" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8166" title="CHIESAxcxcx" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/CHIESAxcxcx.jpg" alt="I resti dell'autobomba usata ad Alessandria d'Egitto per l'attentato contro la chiesa dei Santi." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">I resti dell&#39;autobomba usata ad Alessandria d&#39;Egitto per l&#39;attentato contro la chiesa copta dei Santi.</p></div>
<p>In quell&#8217;occasione, a Kirkuk, i terrosti avevano fatto riferimento al caso di alcune donne musulmane che i cristiani copti d&#8217;Egitto avrebbero convertito a forza, per poi tenerle recluse in un monastero nel deserto del Sinai. E avevano per questo minacciato i cristiani iracheni. <strong>La strage, invece, si è abbattuta sui cristiani egiziani, lasciando uno strascico di scontri</strong> tra cristiani esasperati e polizia nella stessa Alessandria. I copti, va ricordato, avevano pianto una vittima anche pochi giorni prima di Natale, quando erano dovuti scendere in strada, al Cairo, per protestare contro il blocco imposto alla costruzione di una chiesa e la polizia aveva ucciso uno dei manifestanti.</p>
<p>Detto dell&#8217;impossibilità di accertare se Al Qaeda sia ancora qualcosa di più di un marchio di fabbrica e se davvero le sue azioni rispondano a una <strong>strategia internazionale (nel qual caso la domanda vera sarebbe: chi la delinea? Chi la dirige?)</strong>, resta però il fatto, indiscutibile, che la galassia del terrorismo islamico mantiene intatta la capacità di infilarsi in ogni piccola crepa che si manifesti in qualunque Paese del Medio Oriente e dell&#8217;Africa.</p>
<p>Un paio d&#8217;anni fa temevamo che si riaccendesse l&#8217;Algeria. Poi ci è stato spiegato che la Somalia stava diventando un nuovo Afghanistan. Quindi è toccato allo Yemen. <strong>Infine, e all&#8217;apparenza di colpo, si sono riaccesi l&#8217;Irak e l&#8217;Egitto.</strong> <strong>In realtà il terrorismo va a colpire dove percepisce una debolezza strutturale da sfruttare.</strong> L&#8217;Irak, sarà bene ricordarlo, è rimasto per nove mesi senza Governo. E quando finalmente è nato, il secondo Governo di Al Maliki si è presentato come un <em>pastiche</em> di influenze varie (anche straniere: Siria, Iran, Arabia Saudita), destinato a durare soprattutto in virtù della propria impotenza. Per  far esplodere la tensione, <strong>i cristiani iracheni sono un bersaglio ideale:</strong> pochi (dal 2003 la comunità cristiana si è dimezzata: da circa 850 mila a poco più di 400 mila persone), deboli, privi di qualunque protettore o padrino politico. Immobili e inermi, impossibilitati persino a vendicarsi.</p>
<p><strong>In Egitto la situazione è analoga.</strong> Il presidente <strong>Hosni al Mubarak</strong> dirige il Paese dal 1981. Le elezioni politiche del dicembre 2010 sono state l&#8217;ennesima farsa, con l&#8217;unica vera opposizione (purtroppo quella a sfondo islamico che si raduna intorno ai Fratelli Musulmani) espulsa dalle liste elettorali. I cristiani copti sono numerosi <strong>(tra 6 e 10 milioni di egiziani sui 70 complessivi; 6 secondo il governo, 10 secondo la loro Chiesa)</strong> ma restano cittadini di serie B, con diritti limitati e un&#8217;intolleranza sociale da parte della maggioranza musulmana a malapena compressa. Anche qui come in Irak: colpire i cristiani è facile e produce risultati sicuri in un Paese in cui la strategia della tensione, più ancora che a loro, mira a Mubarak e alla sua finzione di democrazia.</p>
<p>In ogni caso ha ragione <strong>papa Benedetto XVI</strong>: la persecuzione dei cristiani, ha sottolineato durante la messa del primo dell&#8217;anno, necessita di azioni concrete. Basta con le parole e con i proclami. Riconosciamola per quello che è: <strong>una delle grandi emergenze civili del nostro tempo</strong>. Come tale, deve diventare oggetto dell&#8217;interesse e soprattutto dell&#8217;intervento delle istituzioni internazionali, tanto come lo è, per fare qualche esempio, il conflitto tra israeliani e palestinesi o il progetto nucleare dell&#8217;Iran.</p>
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