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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Commercio</title>
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		<title>AGLI ITALIANI PIACE IL FALSO</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Mar 2011 09:37:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Commercio]]></category>
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		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[A dispetto dell&#8217;orgoglio per il &#8220;made in Italy&#8221;, gli italiani acquistano spesso e volentieri merce contraffatta. Il dato emerge da un sondaggio realizzato da Adiconsum su un campione di 4 mila persone. Il 91% degli interpellati, infatti, acquista (soprattutto abbigliamento e tecnologia) da ambulanti e bancarelle e il 71% di coloro che non l&#8217;ha mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A dispetto dell&#8217;orgoglio per il &#8220;made in Italy&#8221;, gli italiani acquistano spesso e volentieri merce contraffatta. Il dato emerge da un sondaggio realizzato da<a href="http://www.adiconsum.it/Pages/News.aspx?n=1382" target="_blank"> Adiconsum</a> su un campione di 4 mila persone. <strong>Il 91% degli interpellati, infatti, acquista (soprattutto abbigliamento e tecnologia) da ambulanti e bancarelle </strong>e il 71% di coloro che non l&#8217;ha mai fatto sarebbe comunque disponibile a farlo. La motivazione è soprattutto economica e infatti il 91% degli intervistati ritiene che la riduzione dei prezzi dei beni &#8220;originali&#8221; sarebbe un buon mezzo per contrastare il prospero mercato dei falsi.</p>
<p><span id="more-9360"></span></p>
<div id="attachment_9362" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9362" title="merci" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/merci.jpg" alt="Merci contraffatte dopo un sequestro della guardia di Finanza." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Merci sequestrate dalla Guardia di Finanza.</p></div>
<p>Colpisce, nell&#8217;indagine Adiconsum, la &#8220;consapevolezza&#8221; degli acquirenti di merci &#8220;taroccate&#8221;. <strong>Il 71% è conscio che il mercato dei falsi danneggia l&#8217;economia nazionale e il 63% ritiene possibile che tali prodotti costituiscano un rischio per la sicurezza o la salute.</strong> &#8220;Le merci contraffatte e falsificate&#8221;, ha detto <strong>Pietro Giordano</strong>, segretario nazionale di Adiconsum, presentando i risultati della ricerca, &#8220;sono ormai da considerarsi attività riconducibili alla criminalità organizzata, che in questa attività troverebbe un comodo mezzo per riciclare fondi provenienti da altre attività illecite come il traffico d&#8217;armi e di droga&#8221;.</p>
<p>Durante il Forum &#8220;Allarme Contraffazione&#8221;, organizzato da Adiconsum con la Provincia di Roma, Giordano ha diffuso altri dati preoccupanti relativi al mercato dei falsi:</p>
<ul>
<li>ogni anno muoiono di malaria 200 mila persone nel mondo, perché curate con farmaci contraffatti</li>
<li>50 mila bambini sono morti per aver ricevuto una vaccinazione anti-meningite contraffatta</li>
<li>il mercato delle merci contraffatte ha finora fatto perdere 100 mila posti di lavoro in Europa</li>
<li>la contraffazione provoca ogni anno, in Italia, 6 miliardi di euro di evasione fiscale.</li>
</ul>
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		<title>USA E CINA, CONDANNATI A SOPPORTARSI</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 22:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
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		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[Usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Hu Jintao, il presidente della Cina che da trent&#8217;anni cresce al ritmo del 10% l&#8217;anno, si è fatto precedere a Washington da un messaggio ben preciso: &#8220;Il dollaro? Roba vecchia&#8221;.  Poiché proprio sulla funzione del dollaro come valuta di riferimento degli scambi mondiali si è basato il &#8220;secolo americano&#8221;, cioè il Novecento, ciò vale a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Hu Jintao, il presidente della Cina che da trent&#8217;anni cresce al ritmo del 10% l&#8217;anno, si è fatto precedere a Washington da un messaggio ben preciso: &#8220;Il dollaro? Roba vecchia&#8221;.  Poiché proprio sulla funzione del dollaro come valuta di riferimento degli scambi mondiali si è basato il &#8220;secolo americano&#8221;, cioè il Novecento, ciò vale a dire che anche la primazia degli Usa è da archiviare, superata, finita.</p>
<p><span id="more-8474"></span></p>
<div id="attachment_8486" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8486" title="President Obama Participates in a Noodle Making Demonstration with President Hu Jintao" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/hu-obama.jpg" alt="Il presidente cinese Hu Jintao (a sinistra) e quello americano Barack Obama." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Il presidente cinese Hu Jintao (a sinistra) e quello americano Barack Obama con un noodle gigante.</p></div>
<p>C&#8217;è un punto di verità nella spacconata cinese. <strong>La Banca centrale della Cina ha in cassa 2.850 miliardi di valuta &#8220;forte&#8221;</strong> (il 25% di tutte le riserve valutarie mondiali): si tratta per lo più di dollari americani, sul cui cambio, dunque, Pechino può esercitare grande influenza. La Cina, inoltre, detiene <strong>860 miliardi di buoni del Tesoro americani</strong>, pari al 21% del debito pubblico Usa. Anche in questo caso, Pechino può agevolmente far pesare sugli Usa (sugli Usa!) la propria volontà politica e il proprio tornaconto economico. A questo si aggiunge che ormai la Cina vale il 9,6% delle esportazioni mondiali (vent&#8217;anni fa era solo l&#8217;1,9%), contro la quota dell&#8217;8,4% detenuta dagli Usa. Può il Wto (<a href="http://www.wto.org" target="_blank">World Trade Organization</a>) non tenerne conto? Una realtà di cui sembrano fin troppo consci proprio gli americani, che ormai si danno per superati: una ricerca del <a href="http://people-press.org/report/692" target="_blank">Pew Research Center</a>, autorevole centro di ricerca indipendente di Washington, rivela che <strong>il 47% dei cittadini Usa considera la Cina la prima potenza economica mondiale </strong>e solo il 31% pensa che sia ancora il proprio Paese a detenere il primato.</p>
<p>Un punto di verità, però, non fa tutta la verità. E per dirla tutta bisogna aggiungere che la Cina, pur con la sua nuova potenza, ha comunque un gran bisogno degli Usa. <strong>L&#8217;export cinese verso gli Stati Uniti vale 269 miliardi di dollari</strong>, le importazioni dagli Usa solo 69: sono 200 miliardi l&#8217;anno che Pechino non potrebbe trovare altrove. C&#8217;è poi tutta una serie di vantaggi accessori: per esempio la pirateria</p>
<div id="attachment_8490" class="wp-caption alignleft" style="width: 315px"><img class="size-full wp-image-8490" title="692" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/6921.gif" alt="Che cosa dovrebbero fare gli Usa con la Cina? Per il 58%, costruire relazioni migliori; per il 53%, mostrare più grinta nelle questioni economiche e commerciali; per il 40%, promuovere maggiormente i diritti umani; per il 39%, promuovere maggiormente le questioni ambientali.  " width="305" height="183" /><p class="wp-caption-text">Che cosa dovrebbero fare gli Usa con la Cina? Per il 58%, costruire relazioni migliori; per il 53%, mostrare più grinta nelle questioni economiche e commerciali; per il 40%, promuovere maggiormente i diritti umani; per il 39%, promuovere maggiormente le questioni ambientali.  </p></div>
<p>tecnologica, che secondo fonti governative e private Usa arriverebbe, come nel software, a punte dell&#8217;80% di brevetti piratati. Fa impressione pensare agli Stati Uniti come a un mercato per le industrie cinesi (negli anni Ottanta ci provò il Giappone e si scottò le dita) ma la realtà è questa. E spiega anche perché, pur tra mille rimbrotti, le banche cinesi continuino a comprare Bond americani, quindi a rifornire di ossigeno economico l&#8217;unico vero rivale.</p>
<p><strong>I due colossi, quindi, continueranno a criticarsi e a sopportarsi, e a</strong></p>
<div id="attachment_8492" class="wp-caption alignright" style="width: 306px"><strong><strong><img class="size-full wp-image-8492" title="692-3" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/692-31.png" alt="Il blu la percentuale degli &quot;ostili&quot;, in giallo quella dei &quot;favorevoli&quot; alla Cina in ognuno dei Paesi elencati." width="296" height="516" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">Il blu la percentuale degli &quot;ostili&quot;, in giallo quella dei &quot;favorevoli&quot; alla Cina in ognuno dei Paesi elencati.</p></div>
<p><strong>dominarci, ancora per molto tempo</strong>. C&#8217;è una sostanziale parità, però, anche in un campo che chiamerei cultural-politico. Impossibile non notare che la Cina ha avuto in questi ultimi anni una classe dirigente assai più fredda e lungimirante di quella americana. Pechino non si è imbarcata in guerre di liberazione dall&#8217;esito disastroso come quelle in Iraq e in Afghanistan ma, al contrario, <strong>ha nascosto dietro il sorriso denti affilati come quelli degli squali.</strong> Si è allargata in Asia, ha prodotto ramificate infiltrazioni in Africa, ha messo piede in America latina e ora anche in Europa (palese l&#8217;intento dell&#8217;operazione-salvataggio sul debito pubblico del Portogallo), sostenendo qualunque dittatore quando le conveniva, ma riuscendo intanto a costruirsi un&#8217;immagine tutto sommato positiva in  quasi tutti i Paesi. Lo dimostra la tabella tratta dalla solita, accurata, ricerca del <em>Pew Research Center.<br />
</em></p>
<p>A vantaggio degli Stati Uniti, però, va l&#8217;essenza democratica del governo del Paese. La crescita del benessere e la maggiore disponibilità delle tecnologie di comunicazione (telefoni, computer, ecc. ecc.) <strong>rendono per i cittadini cinesi sempre più insopportabile la mancanza di autonomia personale e di diritti individuali, e nello stesso tempo la fanno sempre più evidente e percepibile </strong>nel confronto con le altre realtà mondiali. La smania di Pechino per il controllo che si manifesta in ogni campo della vita sociale (dalla censura a Internet all&#8217;uso della forza contro le minoranze etniche, d<strong>ai vescovi nominati contro il parere del Vaticano alla militarizzazione di ogni evento pubblico</strong>) rivela una preoccupazione che, come un tarlo, rode dall&#8217;interno i meccanismi dello Stato e la credibilità interna del regime. L&#8217;economia americana non ha retto all&#8217;imprevidenza dei politici. Fino a quando reggerà la pazienza dei cinesi reggerà alla sagacia economica dei dirigenti del Partito comunista?</p>
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		<title>ITALIA: LA CRISI FA BENE ALLO STRANIERO</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 22:57:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;imprenditore straniero in Italia, a quanto pare, prospera. E&#8217; questa la conclusione a cui si può arrivare scorrendo i dati analizzati dalla Fondazione Leone Moressa, sulla base delle rilevazioni Infocamere, nello studio intitolato La crisi non scoraggia l&#8217;imprenditoria etnica. In estrema sintesi: il numero degli imprenditori stranieri attivi in Italia continua a crescere. Lo ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;imprenditore straniero in Italia, a quanto pare, prospera. E&#8217; questa la conclusione a cui si può arrivare scorrendo i dati analizzati dalla Fondazione Leone Moressa, sulla base delle rilevazioni Infocamere, nello studio intitolato <a href="http://www.fondazioneleonemoressa.org/newsite/2011/01/la-crisi-non-scoraggia-limprenditoria-etnica-2" target="_blank">La crisi non scoraggia l&#8217;imprenditoria etnica.</a> In estrema sintesi:<strong> il numero degli imprenditori stranieri attivi in Italia continua a crescere.</strong> Lo ha fatto nel 2009 e nel 2010. Se si prende in esame il biennio della grande crisi economica (ottobre 2008-0tt0bre 2010) si vede che esso è cresciuto del 9,2% mentre quello degli imprenditori italiani è calato dell&#8217;1,2%.</p>
<p><span id="more-8321"></span></p>
<div id="attachment_8332" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8332" title="stranieri" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/stranieri.jpg" alt="Un negozio di specialità asiatiche." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Un negozio di specialità asiatiche.</p></div>
<p>Siamo quindi arrivati a <strong>621.830 imprenditori stranieri in Italia</strong>, particolarmente attivi nel commercio (29,5% del totale) e nell&#8217;edilizia (22,2%) ma ben presenti anche nella manifattura (10,1%) e nella ristorazione (8,6%). In questo settore specifico sono molto presenti le donne, che da sole costituiscono quasi il 50% dei ristoratori stranieri. Donne che in generale formano circa il 25% di tutti gli imprenditori stranieri. Imprenditori giovani, tra l&#8217;altro: il 64,7% di loro è di età compresa tra i 30 e i 50 anni, e il 10,3% non ha ancora 30 anni.</p>
<p>Il fenomeno, come si vede, si sta facendo importante. Ma si tratta comunque di un fenomeno ancora recente. Solo il 2,7% degli imprenditori stranieri opera come tale in Italia da prima del 1980; solo il 5,5% ha avviato l&#8217;attività negli anni Ottanta e il 14% negli anni Novanta. Ciò significa che <strong>quasi l&#8217;80% degli imprenditori stranieri lavora in Italia da meno di 10 anni, e l&#8217;8,8% addirittura da meno di un anno. </strong>Prevalgono largamente le imprese individuali (54,8%), seguite dalle società di persone (22,4%) e dalle società di capitale (18,7%). Andando per nazionalità: marocchini, rumeni e cinesi sono, nell&#8217;ordine, i più rappresentati; insieme con svizzeri e tedeschi formano circa il 40% di tutti gli imprenditori stranieri in Italia.</p>
<p>Gli insediamenti: in termini assoluti, le province in cui gli imprenditori stranieri sono più numerosi sono quelle, nell&#8217;ordine, di <strong>Milano </strong>(73.224, con una crescita del 16,7% tra 2005 e 2009; nello stesso periodo gli imprenditori italiani sono diminuiti del 3,7%),<strong> Roma</strong> (56.118, con un aumento del 37,8% e un aumento degli italiani del 4,8%) e <strong>Torino</strong> (29,887, con un aumento del 42,9% e un calo degli italiani dello 0,1%); più staccate firenze, Brescia, Bologna, Verona, Treviso, Napoli, Genova e Bergamo (tutte, comunque, oltre i 10 mila). In proporzione, però, <strong>gli incrementi maggiori si sono avuti nelle province di Prato (17,7%), Pavia (17,7%) e Rieti (16,2%)</strong>. Unico dato in negativo a Nuoro, con un meno 2,3% di imprenditori stranieri. Infine, le province con la maggiore incidenza percentuale di imprenditori stranieri: Prato, con il15,3% di tutti gli imprenditori, e Trieste con il 10,9%.</p>
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		<title>L&#8217;INDIA E LA GUERRA DELLA CIPOLLA</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Dec 2010 23:17:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia]]></category>
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		<description><![CDATA[Ognuno ha le sue crisi. L&#8217;India, il Paese del boom economico e della bomba atomica, la nazione che esporta ingegneri elettronici in tutto il mondo, sta avendo la crisi della cipolla. E non è uno scherzo: nel 1998, il Bharatiya Janata Party perse il potere negli Stati di Dehli e Rajastan a causa di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ognuno ha le sue crisi. L&#8217;India, il Paese del boom economico e della bomba atomica, la nazione che esporta ingegneri elettronici in tutto il mondo, sta avendo <strong>la crisi della cipolla</strong>. E non è uno scherzo: nel 1998, il <em>Bharatiya Janata Party</em> perse il potere negli Stati di Dehli e Rajastan a causa di un aumento del 600% del prezzo delle cipolle; e nel 1980 lo stesso partito, oggi defunto, perse per lo stesso motivo le elezioni nazionali. Nel 2007 il <em>Partito del Congresso</em>, attualmente al potere, rischiò grosso in una serie di elezioni locali sempre per il prezzo delle cipolle.</p>
<p><span id="more-8084"></span></p>
<div id="attachment_8092" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8092" title="cipolle india" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/cipolle-india.jpg" alt="Un carico di cipolle viene scaricato in un mercato di Mumbai." width="300" height="196" /><p class="wp-caption-text">Un carico di cipolle importate dal Pakistan viene scaricato in un mercato agricolo di Mumbai.</p></div>
<p>Quest&#8217;anno il meccanismo si è ripetuto: il maltempo ha ridotto le scorte, il prezzo è raddoppiato (da 35 a 70 rupie al chilo, circa un euro e venti centesimi), la protesta è partita e il primo ministro, <strong>Manmohan Singh</strong> del <em>Partito del Congresso</em> è dovuto correre ai ripari. Nel giro di un paio di giorni le esportazioni delle cipolle indiane sono state bloccate, il dazio del 7% sulle importazioni è stato abolito (con gran soddisfazione del Pakistan, che ha combattuto tre guerre con l&#8217;India ma di botto è diventato il primo esportatore di cipolle verso il vicino, con 10 tonnellate consegnate ogni giorno) e due aziende statali sono state incaricate di distribuire cipolle al prezzo calmierato di 35-40 rupie.</p>
<p>La cipolla, oltre che un ingrediente fondamentale della cucina indiana, <strong>è una compagna fedele della vita quotidiana degli indiani da almeno 2.500 anni</strong>, da quando cioè fu nominata nell&#8217;antico testo medico intitolato <em>Charaka Samhita</em>, che celebrava le sue proprietà terapeutiche. La crisi, che ha toccato</p>
<div id="attachment_8095" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-8095" title="Singh caricatura" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/Singh-caricatura-150x150.jpg" alt="Una caricatura di Manmohan Singh, primo ministro dell'India." width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Una caricatura di Manmohan Singh, primo ministro dell&#39;India.</p></div>
<p>l&#8217;indice di gradimento del Governo assai più dei recenti scandali finanziari del partito di maggioranza, non è però dovuta solo all&#8217;affetto per le tradizioni. La cipolla è un elemento-base per l&#8217;alimentazione degli <strong>oltre 400 milioni di indiani che ancora vivono sotto la soglia della povertà.</strong> Basta un&#8217;abnorme oscillazione del prezzo per rendere ancora più drammatica la situazione di chi, alla lettera, fatica a mettere insieme il pranzo con la cena e si nutre di cipolle, appunto, e di <em>roti</em>, una specie di focaccia che tiene la funzione del nostro pane.</p>
<p>Essendo poi la cipolla un bene di larghissimo consumo (anche presso i benestanti), il suo ciclo economico esercita un certo influsso <strong>sull&#8217;inflazione, che infatti è passata dall&#8217;8 al 12,13% nel giro di una settimana.</strong> La settimana, appunto, in cui è scoppiata la crisi del tubero: scarseggiando le cipolle o essendo esse diventate troppo care, l&#8217;attenzione delle cuoche si è spostata verso altri ortaggi, innescando così un ulteriore aumento dei prezzi. Per finire, ci sono le carenze strutturali di un Paese come l&#8217;India, cresciuto a razzo in certi settori e rimasto arretrato in altri. <strong>L&#8217;India è il secondo produttore mondiale di cipolle</strong> (il primo, tanto per cambiare, è la Cina) ma, anche al netto di una riforma agricola tanto attesa quanto rinviata, sconta il pessimo stato delle strade, la scarsità di camion frigorifero, la penuria di magazzini. In poche parole: gli esperti hanno calcolato che <strong>7 cipolle su 10 marciscono prima di arrivare ai potenziali acquirenti</strong> e consumatori, mentre il meglio del raccolto viene regolarmente inviato all&#8217;estero in vista di migliori guadagni. Per tutte queste ragioni il Governo, che aveva ignorato per mesi gli allarmi degli agronomi, si è di colpo messo a correre. Per risedersi tranquillo, c&#8217;è da scommetterci, finmo alla prossima crisi del tubero.</p>
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		<title>RUSSIA E UE: SE TU DAI UNA COSA A ME&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Dec 2010 21:45:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa, a Bruxelles, si è celebrato un evento che non è stato sottolineato come meritava. Al tredicesimo vertice bilaterale, l&#8217;Unione Europea ha revocato il veto che, di fatto, impediva alla Russia di entrare nell&#8217;Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Non è che la Ue abbia mostrato buon cuore, perlomeno non gratis. La Russia, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, a Bruxelles, si è celebrato un evento che non è stato sottolineato come meritava. Al tredicesimo vertice bilaterale, l&#8217;Unione Europea ha revocato il veto che, di fatto, impediva alla Russia di entrare nell&#8217;<a href="http://www.wto.org" target="_blank">Organizzazione mondiale del commercio (Wto)</a>. Non è che la Ue abbia mostrato buon cuore, perlomeno non gratis. La Russia, che nella Ue ha il suo maggior partner commerciale (50,4% di tutto il commercio estero) si è data una calmata su certe questioni di non pochissimo conto: per esempio, ha ridotto dal 25 al 15% i dazi sul legname importato dalla Finlandia e dai Paesi baltici e ha ridotto le tasse applicate sulle merci in arrivo dall&#8217;Asia per ferrovia, che transitano sul suo territorio. Del resto, con quasi il 50% delle riserve investite in euro, la Russia fa bene a curare i rapporti con l&#8217;Unione.</p>
<p><span id="more-7865"></span></p>
<div id="attachment_7877" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7877" title="MedvedevVanRompuy" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/MedvedevVanRompuy.jpg" alt="Da sinistra: Dmitrij Medvedev (presidente della Russia), Hernan Von Rompuy (presidente del Consiglio Ue) e José Barroso (presidente della Commissione europea)." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Da sinistra: Dmitrij Medvedev (presidente della Federazione ruissa), Hernan Von Rompuy (presidente del Consiglio Ue) e José Barroso (presidente della Commissione europea).</p></div>
<p>Il &#8220;via libera&#8221; della Ue, in termini strettamente finanziari, per la Russia vale ancora di più. <strong>Calcolano gli esperti che l&#8217;ingresso nel Wto porterà all&#8217;economia russa una crescita del 3% l&#8217;anno,</strong> un impulso di cui il Cremlino ha bisogno come il pane. L&#8217;era di Putin ha di certo migliorato le condizioni di vita dei russi ma a un prezzo piuttosto pesante per l&#8217;assetto del sistema. Petrolio e gas sono chiamati a reggere il peso dello Stato ma per farcela (cioè per portare in pari il budget) il petrolio dovrebbe oggi costare 123 dollari a barile, mentre siamo ben sotto i 90. Per sostenere pensionati, impiegati statali e semplici lavoratori il Governo spende il 40% del Pil e si finanzia con le tasse sulle attività produttive, che infatti non fioriscono. <strong>Al resto pensano la corruzione, diffusa a tutti i livelli, e l&#8217;evasione fiscale:</strong> nei primi 10 mesi del 2010 ben 21 miliardi di dollari sono fuggiti dalla Russia verso i diversi paradisi fiscali.</p>
<p>L&#8217;Europa, più stabile e prospera, in questo baratto difende altri interessi, che vanno ben oltre il guadagno immediato. Difende, soprattutto, <strong>l&#8217;apertura delle proprie opportunità di mercato verso Est e verso l&#8217;Oriente,</strong> una rotta che la Russia non controlla ma alla quale può creare più di un problema. E invece succede quanto segue. Con l&#8217;Ucraina e la Polonia, complice anche qualche correzione ai rispettivi regimi, i rapporti sono tornati al sereno: pochi ci hanno fatto caso ma quest&#8217;anno non abbiamo sentito risuonare il tipico allarme per l&#8217;interruzione della fornitura di gas che dalla Russia, appunto, arriva a noi tramite l&#8217;Ucraina.</p>
<p>Non solo. Pian piano, con l&#8217;ingresso già realizzato di Slovenia, Bulgaria e Romania e quello ormai prossimo di Croazia, Macedonia e forse Albania, l&#8217;Unione Europea sta assorbendo dal punto di vista politico quella che una volta chiamavamo <strong>&#8220;Europa dell&#8217;Est&#8221;</strong>, e dal punto di vista economico quello che una volta era il Patto di <strong>Varsavia. </strong>Il cerchio si chiuderà quando andrà a posto anche l&#8217;ultimo tassello: <strong>la Serbia</strong>, al cui ingresso nella Ue è stato da poco messo il sigillo dalla riunione dei ministri degli Esteri dell&#8217;Unione. Per mollare la presa sulla Serbia, sua tradizionale alleata, la Russi ha preteso l&#8217;assenso europeo alla sua pratica verso il Wto. <strong>La Serbia, a propria volta, si è rassegnata a perdere il Kosovo.</strong> Ieri il neonato Stato balcanico ha votato, per la prima volta dopo l&#8217;indipendenza, per eleggere il Parlamento. A Belgrado hanno protestato ma più per dovere che per convinzione. Non a caso, persino nelle <em>enclave</em> serbe nel Sud del Kosovo molti sono andati a votare. Anzi, più che tra gli stessi kosovari: 50% la media ai seggi tra i serbi, 49% tra i kosovari.</p>
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		<title>LADRUNCOLI DI TUTTO IL MONDO&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Nov 2010 22:51:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[I clienti più onesti e i commessi più scrupolosi? A Taiwan, dove solo lo 0,87% del valore delle merci va perso per i furti dei clienti o dei dipendenti o per errori contabili nella gestione dei negozi. Male, molto male invece l&#8217;India, dove la percentuale è del 2,72% e il valore delle merci rubate o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I clienti più onesti e i commessi più scrupolosi? A Taiwan, dove solo lo 0,87% del valore delle merci va perso per i furti dei clienti o dei dipendenti o per errori contabili nella gestione dei negozi. Male, molto male invece l&#8217;India, dove la percentuale è del 2,72% e <strong>il valore delle merci rubate o sprecate è pari a 2,2 miliardi di dollari</strong> l&#8217;anno.</p>
<p><span id="more-7511"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-7519" title="Taccheggio" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/Taccheggio.jpg" alt="Taccheggio" width="300" height="225" /></p>
<p>Gli inglesi hanno coniato un termine apposito per designare l&#8217;insieme di furti da &#8220;fuori&#8221; e da &#8220;dentro&#8221; e gli sprechi nei negozi: lo chiamano<em> shrinkage </em>e gli dedicano accurate ricerche. La più recente è quella del <a href="http://www.retailresearch.org" target="_blank">Centre for Retail Research</a> di Nottingham, intitolata <em>The Global Retail Theft Barometer 2010</em>. Una cosa seria, mica storie: 42 Paesi analizzati e per la prima volta la Russia compresa nell&#8217;indagine. Prima la buona notizia: nel 2010 lo <em>shrinkage</em> è diminuito  del 5,6% rispetto al 2009, anno che fece registrare il picco storico. Poi la cattiva notizia: <strong>per ottenere questo risultato, negozianti e aziende hanno dovuto aumentare del 10% gli investimenti in sicurezza e controlli, arrivando a spendere in questo campo 26,8 miliardi di dollari.</strong> Danno totale, calcolato su scala mondiale: l&#8217;1,36% delle merci in vendita al dettaglio per un danno pari a 107,3 miliardi di dollari (quasi 79 miliardi di euro). E ancora: se furti e boiate sparissero, ai ritmi del 2010 ogni famiglia del mondo avrebbe risparmiato (sull&#8217;anno) 185,59 dollari.</p>
<p>Naturalmente non tutto il mondo è Paese, ma nel senso che ognuno fa danni a modo proprio. In tutta l&#8217;Asia, per esempio, come pure in Europa, sono furti e furtarelli dei clienti a farla da padrone. <strong>Ma negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, chissà perché, sono i furti dei dipendenti a produrre le maggiori perdite.</strong> Negli Usa i furti dei clienti hanno bruciato merci per un valore di 13,7 miliardi di dollari ma quelli di impiegati e commessi per ben 17,2 miliardi. Tutt&#8217;altro che trascurabile, poi l&#8217;impatto dei puri e semplici errori: sono pari al 16,9% delle merci &#8220;bruciate&#8221;, con una perdita di 18,1 miliardi di dollari.</p>
<p>Inevitabile arrivare alla classifica dei Paesi. <strong>L&#8217;India stacca tutti</strong>, nessuno le arriva nemmeno vicino per quantità di danni inflitti col furto o con l&#8217;errore. Secondi  a pari merito (con una quota di <em>shrinkage</em> pari all&#8217;1,62% delle merci in vendita) il Brasile e il Marocco, poi il Sudafrica, la Russia (1,61%) e il Messico. Gli Usa sono quinti (1,50%), appena dietro la Turchia e subito prima dell&#8217;Argentina. <strong>L&#8217;Italia ha un piazzamento dignitoso: 26° su 42 Paesi con l&#8217;1,28%</strong>, prima di un mito nordico dell&#8217;ordine come la Finlandia. Ma il dato più consolante è un altro: dal 2009 al 2010 lo <em>shrinkage</em> da noi è calato del 5,9%, il che ci mette al sesto posto nel mondo per miglioramento dopo Svizzera (- 9%), Canada e Marocco (- 8,4%), Australia (- 7,3%) e Usa (- 6,8%).</p>
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		<title>HU JINTAO, IL SORRISO DELLO SQUALO</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Nov 2010 21:51:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[La Cina alla conquista economica dell&#8217;Europa. L&#8217;immagine è suggestiva, mette il giusto brivido, fa giornalismo. Temo, però, che la realtà sia ancor più inquietante: la Cina è alla conquista politica del mondo. La prima definizione è spuntata in molti articoli dopo la seconda tappa (la prima a Parigi, con accordi economici del valore di 16 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Cina alla conquista economica dell&#8217;Europa. L&#8217;immagine è suggestiva, mette il giusto brivido, fa giornalismo. Temo, però, che la realtà sia ancor più inquietante: la Cina è alla conquista politica del mondo. La prima definizione è spuntata in molti articoli dopo la seconda tappa (la prima a Parigi, con accordi economici del valore di 16 miliardi di euro, la terza a Londra) del viaggio europeo del <strong>presidente cinese Hu Jintao</strong>, quella di Lisbona. Lì Hu ha detto che il suo Paese è disponibile a dare una mano al Portogallo, dopo la Grecia la nazione più colpita dalla crisi economica.</p>
<p><span id="more-7459"></span></p>
<div id="attachment_7470" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7470" title="HuJuntao" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/HuJuntao.jpg" alt="Il presidente cinese Hu Juntao, qui con il presidente del Costa Rica Arias." width="300" height="213" /><p class="wp-caption-text">Il presidente cinese Hu Juntao, qui con Oscar Arias, presidente del Costa Rica, durante una visita ufficiale di Stato.</p></div>
<p>José Socrates, il primo ministro portoghese, si è fregato le mani. L&#8217;ipotesi è che <strong>la Cina, approfittando delle proprie immense riserve in valuta (pari a 2.650 miliardi di dollari), rilevi una parte del debito sovrano del Portogallo</strong>, che vedrebbe così risolti in un colpo solo gran parte dei propri guai. Che cosa ci guadagnerebbe la Cina? Non certo una &#8220;partecipazione azionaria&#8221; nell&#8217;economia portoghese, troppo piccola per interessare davvero alla seconda potenza mondiale. Hu Juntao e compagni, però, metterebbero un piede in Europa e, soprattutto, nell&#8217;Europa comunitaria e nell&#8217;Europa dell&#8217;euro.</p>
<p><strong>Per questo è più utile parlare di &#8220;conquista politica&#8221; dell&#8217;Europ</strong>a. La Cina, d&#8217;altra parte, si è mossa in quest&#8217;ultimo decennio con grande astuzia e preveggenza. Nel passaggio di mano tra Bush e Obama avrebbe potuto infliggere un colpo pesantissimo agli Usa (e la Russia l&#8217;avrebbe volentieri aiutata) se solo avesse smesso di coprire il debito pubblico americano, di cui detiene il 20,8%, la maggior quota mondiale (secondo il Giappone con il 20,2%), per un valore di 847 miliardi di dollari. Invece ha continuato a comprare <em>bond</em> Usa, guadagnandosi un&#8217;influenza sulla Casa Bianca inedita nella storia contemporanea.</p>
<p>Altrettanto ha fatto in Africa. <strong>L&#8217;interscambio commerciale tra il continente e la Cina ha raggiunto quest&#8217;anno i 100 miliardi di dollari</strong> (più del triplo dell&#8217;India, per fare un paragone) ma è dal 2000 che Pechino corteggia Governi e dittatori africani attraverso il <a href="http://www.focac.org/eng" target="_blank">Forum on China-Africa Cooperation</a>, che da un decennio tiene regolari riunioni ai massimi livelli. La prudenza e l&#8217;acutezza cnesi qui si sono colorate insopportabilmente di cinismo: mentre il G8 cominciava a pretendere che i regimi africani tagliassero gli sprechi e le ruberie e mettessero ordine nei conti, <strong>la Cina spargeva a piene mani prestiti milionari</strong> e si incaricava di costruire infrastrutture (strade, oleodotti, porti) per cui l&#8217;Occidente aveva pagato senza vedere queasi nulla. Per non parlare dell&#8217;appoggio concesso ai peggiori dittatori, purché fossero in controllo di Paesi con ingenti risorse naturali.</p>
<p><strong>Vogliamo parlare dell&#8217;America Latina?</strong> Nel 2009, in poche settimane, la Cina ha raddopppiato il fondo di sviluppo in Venezuela portandolo a 12 miliardi di dollari, ha concesso all&#8217;Ecuador un finanziamento da 1 miliardo di dollari per costruire un impianto idroelettrico, ha concesso un &#8220;fido&#8221; all&#8217;Argentina per 10 miliardi di dollari e ha prestato alla compagnia petrolifera del Brasile oltre 10 miliardi di dollari. Oggi l&#8217;America Latina è il secondo partner commerciale della Cina dietro gli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Passo dopo passo la Cina costruisce il proprio <em>network</em> planetario</strong>, approfittando dei vantaggi della propria democrazia a scartamento ridotto (niente dimostrazioni o contestazioni, elezioni scontate, decisione rapide e senza opposizione) e della crisi epocale degli Usa, ma mettendo anche a profitto, con più astuzia degli altri, le mutate condizioni mondiali e i nuovi equilibrii che si sono creati dopo la fine del bipolarismo Usa-Urss. Il Portogallo potrebbe essere l&#8217;anello europeo di una catena sempre più solida e influente.</p>
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		<title>UN&#8217;ESTATE STORTA E IL GRANO SCAPPA VIA</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 11:55:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
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		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo nel 2008 o nel 2010?  Allora la siccità e gli incendi in Australia, quarto esportatore mondiale di grano, contribuirono a innescare la corsa al rialzo dei prezzi dei generi alimentari. Oggi, la siccità e gli incendi che devastano la Russia occidentale, secondo esportatore mondiale di grano, e che hanno imposto al Cremlino il blocco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo nel 2008 o nel 2010?  Allora la siccità e gli incendi in Australia, quarto esportatore mondiale di grano, contribuirono a innescare la corsa al rialzo dei prezzi dei generi alimentari. Oggi, la siccità e gli incendi che devastano la Russia occidentale, secondo esportatore mondiale di grano, e che hanno imposto al Cremlino il blocco delle esportazioni di cereali dal 15 agosto al 31 dicembre, riportano in vita <strong>lo spettro delle rivolte per il pane</strong> che in molti Paesi poveri o in via di sviluppo punteggiarono di morti i lunghi mesi della crisi.</p>
<p><span id="more-5958"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-5963" title="pane" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/pane.jpg" alt="pane" width="300" height="164" /></p>
<p>Le autorità internazionali, per prima la Fao (<a href="http://www.fao.org" target="_blank"><em>Food and Agriculture Organization)</em></a>, escludono il ripetersi dell’emergenza-cibo, grazie all’abbondanza delle riserve. E le più diverse nazioni, <strong>dall’Italia all’Egitto (il maggior importatore di grano al mondo: 9 milioni di tonnellate l’anno, di cui 4 dalla sola Russia) </strong>confermano di avere scorte e margini sufficienti a reggere l’embargo. Impossibile, però, che queste difficoltà (che sono anche dell’Ucraina e del Kazakhstan, e del Canada per ragioni opposte di alluvioni) restino senza conseguenze. In primo luogo in Russia, dove i generi alimentari incidono per quasi il 40% sul paniere delle famiglie: aumento dei prezzi, inflazione, riduzione della capacità di spesa delle famiglie e contrazione dell’economia, ecco il quadro che si prospetta. E nei Paesi importatori avverrà più o meno altrettanto. L’Egitto dice che resisterà e speriamo che sia così. Ma in India proprio l’aumento dei prodotti dei generi alimentari <strong>ha portato l’inflazione alla doppia cifra</strong> e spinto il Governo a ripetuti aumenti dal tasso d’interesse per cercare di tenerle sotto controllo. Un quadro che si presta a speculazioni di ogni genere, destinate ad accrescere il nervosismo e l’imprevedibilità dei mercati.</p>
<p>Anche se lo scenario dei prossimi mesi fosse quello previsto e auspicato, cioè una mini-crisi con sporadici e limitati rincari, resta il fatto che dal 2008 a oggi, su questo fronte, si è soprattutto perso tempo. Oggi pochi se ne ricordano ma <strong>proprio il 29 luglio del 2008, mentre la corsa internazionale dei prezzi del frumento faceva in Africa le prime vittime dei disordini, falliva a Ginevra l’ennesima sessione del “<a href="http://www.wto.org/english/tratop_e/dda_e/dda_e.htm" target="_blank">Doha Round</a>”</strong>, il negoziato interno all’Organizzazione mondiale del commercio (<a href="http://www.wto.org" target="_blank">Wto</a>). <strong>E falliva proprio per il contrasto tra Usa, Cina e India sulla politica agricola internazionale</strong>. Da un lato gli Usa dei sussidi ai farmer (18,2 miliardi di dollari nel 2006), dall’altro la Cina e soprattutto l’India, potenze economiche emergenti, che chiedevano forti misure di protezione per i propri produttori. Troppo limitata la riduzione dei sussidi americani, troppo vaste le richieste indiane. Risultato: tutti a casa a mani vuote.</p>
<p>Dopo anni e anni in cui ci siamo sentiti ripetere che la globalizzazione va in qualche modo “governata” per il bene di tutti, scopriamo a ogni occasione che la morale è sempre quella: <strong>i grandi Paesi sono ancora convinti che chi fa da sé fa per tre.</strong> Oggi, con il blocco alle esportazioni decretato dal Cremlino, ridono i produttori di grano americani, che sono già i primi esportatori al mondo e che con i buoni raccolti delle ultime due stagioni hanno ammassato 30 milioni di tonnellate di scorte. <strong>Proprio come, quando era alto il prezzo del petrolio, ridevano i russi</strong>. Ma se basta una brutta estate a far piangere gli uni o gli altri, vuol dire che nessuno può davvero permettersi di stare allegro.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 6 agosto 2010.</p>
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		<title>FABRIS: UN&#8217;IDEA PER CONSUMARE MEGLIO</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 21:56:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Commercio]]></category>
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		<description><![CDATA[Poco prima di morire il 21 maggio a soli 72 anni, il sociologo Giampaolo Fabris concesse questa intervista a Rosanna Biffi, mia collega a Famiglia Cristiana. La ripubblico, ringraziando l&#8217;autrice, perché contiene concetti di grande valore e di grande buon senso. «La crescita è ricominciata»: non è forse la frase che aspettiamo tutti per dire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438_ctl00_paragraphsReader_repParagraphs_ctl00_pParagrafo">Poco prima di morire il 21 maggio a soli 72 anni, il sociologo Giampaolo Fabris concesse questa intervista a Rosanna Biffi, mia collega a <em>Famiglia Cristiana</em>. La ripubblico, ringraziando l&#8217;autrice, perché contiene concetti di grande valore e di grande buon senso.</p>
<p><span id="more-4944"></span><strong> </strong></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4948" title="decrescita1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/05/decrescita1.gif" alt="decrescita1" width="300" height="217" /></p>
<p><strong>«La crescita è ricominciata»: non è forse la frase  che aspettiamo tutti per dire addio alla crisi economica?</strong> C’è  chi però, autorevolmente, mette in guardia dallo “sviluppismo”,  l’imperativo del produrre e consumare sempre di più come prima garanzia  di benessere. E, contemporaneamente, polemizza con i sostenitori della  “decrescita”, quel ritorno a bisogni pochi e semplici che per molti  sarebbe la vera alternativa ai guai dello sviluppo.</p>
<p><strong>No, Giampaolo Fabris, professore di Sociologia dei consumi  all’università Iulm di Milano </strong>e noto da anni per ricerche e teorie in  questo campo, proponeva una terza via nel suo ultimo saggio, <em>La  società post-crescita</em> (Egea), uscito poche settimane prima  della sua scomparsa. Una strada che, pur rifiutando un neo-pauperismo  dai tratti un po’ conservatori, propone di ovviare ai guai del  consumismo sfrenato consumando in modo diverso. I segnali del nuovo ci  sono già, presso minoranze (però sempre più vaste) di consumatori  attenti alla salvaguardia dell’ambiente, alla giustizia distributiva,  alla propria libertà di non farsi fagocitare dalle merci. In una delle  sue ultime interviste, rilasciata a <em>Famiglia Cristiana</em>, Fabris  sottolineava come queste vistose tendenze sociali dispongano oggi di un  mezzo potente di influenza: il Web.</p>
<p><strong>- Professor Fabris, perché sarebbe sbagliato invocare la  crescita come soluzione di tutti i mali economici?</strong><br />
«Perché ci si riferisce a un modello che, poi, è stato quello che ha  sostanzialmente generato anche la crisi. Un modello che ormai aveva  pecche molto grosse da tanti punti di vista: ambientale, sociale, di  sperequazione distributiva. Riproporlo mi sembra un’operazione di  retroguardia. Adesso c’è da fare non una ripresa indifferenziata ma  selettiva, anche coerente con quel che è cambiato nella società italiana  in questi anni».</p>
<p><strong>- Prendiamo i limiti dell’ambiente: quanto è attiva la  preoccupazione in proposito?<br />
</strong>«Questo è un fatto relativamente nuovo. Dai dati di ricerca  emerge che la sensibilità alle tematiche ambientali non è più  appannaggio delle minoranze scolarizzate o delle frange verdi, ma che si  va diffondendo presso ampi strati della popolazione italiana, che  adottano anche una serie di comportamenti congruenti, talvolta faticosi e  scomodi».</p>
<p><strong>- La sensibilità alle disuguaglianze sociali incide sui consumi?</strong><br />
«Sì, e in alcune aree con maggiore evidenza: per esempio in tutto il  settore del commercio equo solidale. Lì io non ho un vantaggio  specifico, perché pago i prodotti allo stesso prezzo, però ho la  certezza che parte di quello che pago va a correggere delle ingiustizie  nella struttura produttiva. Nel complesso, in un momento di abbandono  delle forme tradizionali di partecipazione alla politica, le varie  manifestazioni di consumo critico possono rappresentare, secondo me, una  forma nuova di fare politica».</p>
<p><strong>- Perché lei non è d’accordo con chi invoca la “decrescita”?<br />
</strong>«Innanzi tutto, perché i bisogni sono costruiti socialmente e  storicamente: un bisogno oggi essenziale come il telefonino, per  esempio, 15 anni fa non era certamente qualcosa che ci aiutava a vivere.  I cultori della decrescita finiscono per proporre un mondo così  claustrale, alla fine così triste, che non può rappresentare, in un  momento importante di passaggio e di acquisizione di nuove  consapevolezze, un modello di riferimento a livello di massa».</p>
<p><strong>- Quali sono le tendenze di consumo che influenzeranno il  futuro?<br />
</strong>«Io tenderei a privilegiare l’alimentazione: la gente sta  cominciando a mangiare in maniera diversa. In un periodo di crisi  economica, il cibo biologico, che pure costa il 10-15% in più, non solo  non ha avuto flessioni, ma ha aumentato le vendite. C’è poi la scoperta  dei <em>farmers’ market</em>, c’è l’approvvigionamento diretto alla  fonte. Tutto ciò potrebbe rappresentare una straordinaria sfida per  l’industria alimentare italiana. E questa consapevolezza sta contagiando  altri comparti del consumo: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Persino  nei cosmetici, comincia a essere considerato importante che non  contengano sostanze di sintesi, ma sostanze naturali».</p>
<p><strong>- Perché il Web è importante per consumatori protagonisti?<br />
</strong>«Può esserlo perché è l’unico strumento su cui l’industria non  ha un controllo diretto. È uno spazio ancora libero, in cui sta girando  una quantità straordinaria di informazioni, segnalazioni, forum su  marche, prodotti e consumi. La quantità di aziende che viene “messa in  mora” sul mondo Web sta diventando la preoccupazione più grossa per  grandissime imprese. E se l’impresa ravvisa un proprio interesse a una  produzione diversa, con contenuti etici, eco-sostenibili, credo che  questo rappresenti un’occasione di business».</p>
<div><strong><span>Rosanna Biffi</span></strong></div>
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		<title>ORSI ATTENTI, ANCHE QUI LA CINA E&#8217; VICINA</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 21:37:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
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		<description><![CDATA[Come ampiamente detto e scritto, anche qui, sempre meno gente nel mondo crede che il riscaldamento globale e il mutamento climatico siano una prospettiva reale. Qualcuno che ancora ci crede, però, c&#8217;è. Sono i dirigenti della Cina.  Sì, gli stessi che hanno affondato la Conferenza di Copenhagen. Dal 1994 il Governo di Pechino ha organizzato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Come ampiamente detto e scritto, anche qui, sempre meno gente nel mondo crede che il riscaldamento globale e il mutamento climatico siano una prospettiva reale. Qualcuno che ancora ci crede, però, c&#8217;è. Sono i dirigenti della Cina.  Sì, gli stessi che hanno affondato la Conferenza di Copenhagen. Dal 1994 il Governo di Pechino ha organizzato 26 spedizioni e stabilito 3 stazioni di ricerca nell&#8217;Antartico. <strong>E dal 1995 ha condotto 4 spedizioni</strong> (1995, 1999, 2003 e 2008, con una quinta prevista per l&#8217;estate 2010) e costruito una stazione (nell&#8217;arcipelago delle Svalbard, nel 2004) nell&#8217;Artico.</p>
<p><span id="more-4067"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4076" title="Orsipolari" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/03/Orsipolari.jpg" alt="Orsipolari" width="300" height="200" /></p>
<p><strong>E&#8217; l&#8217;Artico, però, il vero oggetto dell&#8217;interesse della Cina.</strong> Che proprio per esplorarlo al meglio prima ha comprato (1994) dall&#8217;Ucraina il</p>
<div id="attachment_4081" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-4081" title="CinaRompighiacci" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/03/CinaRompighiacci-150x150.jpg" alt="Festeggiamenti sulla banchina prima della partenza del rompighiaccio Xue Long." width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Festeggiamenti sulla banchina prima della partenza del rompighiaccio Xue Long.</p></div>
<p>rompighiaccio <em>Xue Long </em>(Dragone di neve), lungo 163 metri, il più grande rompighiaccio non nucleare al mondo. E poi (2009) ha deciso di costruirsene uno in proprio, al costo di 300 milioni di dollari, che dovrebbe essere pronto nel 2013. Il tutto perché <strong>gli scienziati cinesi sono convinti che di questo passo, un giorno non lontano (più o meno tra il 2015 e il 2030), l&#8217;Oceano artico potrebbe essere navigabile</strong>, almeno nei mesi estivi, a causa del mutamento climatico che scioglie i ghiacci. E se così fosse, si aprirebbero partite politiche ed economiche imprevedibili, ma che i cinesi vogliono giocarsi al meglio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Cina non fa parte del <a href="http://www.arctic-council.org" target="_blank">Consiglio per l&#8217;Artico</a></strong>, composto invece da Canada, Danimarca, Usa, Norvegia, Finlandia, Svezia, Islanda e Russia, che nel 2008 si sono solennemente impegnati a &#8220;risolvere con le trattative il dibattito sui reciproci interessi&#8221;. E infatti <strong>cerca di non ostentare il proprio interesse</strong>, per non allarmare tutti quegli altri Paesi. Sono molte, però, le istituzioni &#8220;scientifiche&#8221; che in Cina si interessano alla sorte del mare freddo per eccellenza, e lo fa notare fin nei particolari il <a href="http://www.sipri.org/media/press_event/oslomarch1" target="_blank">Rapporto</a> preparato sul tema dal <a href="http://www.sipri.org" target="_blank">Sipri</a> di Stoccolma.</p>
<p><strong>L&#8217;interesse cinese per la sorte dei ghiacci artici</strong> è di natura quasi solo</p>
<div id="attachment_4083" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4083" title="ArticoGhiacci" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/03/ArticoGhiacci1.jpg" alt="La riduzione della banchisa dell'Artico tra il 1979 e il 2003. La rilevazione fotografica dal satellite è dell'Osservatorio Terra della Nasa." width="300" height="396" /><p class="wp-caption-text">La riduzione della banchisa dell&#39;Artico tra il 1979 (foto sopra) e il 2003 (sotto). La rilevazione dal satellite è dell&#39;Osservatorio Terra della Nasa.</p></div>
<p>economica. In primo luogo, riguarda le rotte del commercio. Le esportazioni, anche dopo la crisi globale, sono una voce decisiva nella formazione del Prodotto interno lordo cinese. E secondo alcune statistiche, più del 40% di quel Pil dipende dalle spedizioni via mare. I ricercatori del Sipri portano un esempio molto efficace: <strong>la rotta via da Shangai (Cina) ad Amburgo (Germania) passando per il Mare del Nord è di 6.400 chilometri più corta di quella che corre lungo lo Stretto di Malacca e il Canale di Suez</strong>, e i costi assicurativi (a causa dei pirati che infestano i mari asiatici) sono molto inferiori. Un&#8217;unica incognita, non da poco: proprio lo scioglimento dei ghiacci potrebbe moltiplicare il numero degli iceberg e dei lastroni vaganti, rendendo più pericolosa la rotta via Nord.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un&#8217;eventuale apertura dell&#8217;Artico alla navigazione commerciale </strong> renderebbe possibile, o almeno immaginabile, lo sfruttamento delle risorse naturali ed energetiche conservate dall&#8217;oceano freddo (a quel punto, forse, ex freddo). Il <a href="http://www.usgs.gov" target="_blank">Servizio Geologico degli Stati Uniti</a> stima che l&#8217;Artico conservi il 30% delle riserve di gas non ancora esplorate e il 13% di quelle di petrolio. E poi nickel, carbone, rame, tuingsteno, zinco, oro, diamanti, manganese, cromo e titanio in quantità da stabilire. <strong>La Cina, come si sa, ha fame e sete di energia per sostenere lo sviluppo economico,</strong> quindi sarebbe più che disposta a gettarsi nell&#8217;avventura. Non potrebbe però farlo da sola: ha capitali in abbondanza, ma la tecnologia e l&#8217;esperienza per cercare gas o petrolio in acque profonde ce l&#8217;hanno solo i Paesi occidentali.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4085" title="MareArtico" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/03/MareArtico.jpg" alt="MareArtico" width="300" height="201" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si scatenerebbero così inediti scenari politici.</strong> Per esempio: quattrini cinesi, tecnologia italiana e sponde russe. Proprio la Russia, nel 2009, ha chiesto le licenze per lo sviluppo di 30 siti petroliferei in acque artiche di fronte alle proprie coste, pur sapendo di non avere i mezzi per completare i lavori. <strong>Fino a oggi solo due Paesi del Consiglio per l&#8217;Artico, Canada e Norvegia, hanno avviato colloqui ufficiali con la Cina</strong>. Ma se i cinesi sono quelli che abbiamo imparato a conoscere, verrà presto il giorno in cui anche gli altri cominceranno a preoccuparsi.</p>
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