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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Cisgiordania</title>
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		<title>ISRAELE, GAZA E I PACIFISTI. INSOSTENIBILE?</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 09:13:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una domanda: se la situazione della Striscia di Gaza è davvero &#8220;insostenibile&#8221;, come hanno detto, tra gli altri, alla lettera Barack Obama, presidente degli Usa, e con concetti analoghi altissimi esponenti del Vaticano, quella delle navi dei pacifisti (con virgolette o senza) può essere considerata una mera provocazione ai danni dello Stato di Israele?   [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una domanda: se la situazione della Striscia di Gaza è davvero &#8220;insostenibile&#8221;, come hanno detto, tra gli altri, alla lettera Barack Obama, presidente degli Usa, e con concetti analoghi altissimi esponenti del Vaticano, quella delle navi dei <strong>pacifisti (con virgolette o senza)</strong> può essere considerata una mera provocazione ai danni dello Stato di Israele?</p>
<p><span id="more-5216"></span><strong> </strong></p>
<p> </p>
<p><strong>Io butto lì la domanda ma una risposta precisa non penso di averla</strong>. Nella Striscia vivono 1 milione e 400 mila persone che dal 2007 sono assediate per terra, cielo e mare dalle forze armate di Israele. La ragione è nota: <strong>il Governo di Hamas</strong>, cioè di una nota organizzazione politica e terroristica che ancor oggi non accetta l&#8217;esistenza dello Stato ebraico, progetta (almeno così dicono i suoi manifesti politici) di distruggerlo e fino al recentissimo passato ha sponsorizzato il terrorismo sotto diverse forme.</p>
<p><strong>Ma il blocco della Striscia contro chi libera i propri effetti? Contro Hamas? Non si direbbe</strong>: Hamas la controlla tanto quanto prima, compresi i traffici commerciali attraverso il confine con l&#8217;Egitto; nessuno, nella Striscia, è in grado di mettere minimamente in discussione il suo potere, mentre Hamas ha perso influenza in Cisgiordania, grazie soprattutto all&#8217;opera illuminata del primo ministro moderato <strong>Salam Fayyad</strong>; armi e <strong>missili continuano a entrare nella Striscia, per essere poi lanciati verso Israele</strong>; persino le operazioni militari in grande stile degli israeliani non sono finora riuscite a mettere realmente in crisi Hamas.</p>
<p><strong>Quindi è del tutto logico dire che, se il blocco di Gaza era mirato a ridimensionare Hamas, l&#8217;operazione è fallita.</strong> D&#8217;altra parte, gli embargo non hanno cacciato il comunismo da Cuba e nemmeno Saddam dall&#8217;Iraq, e non faranno crollare gli ayatollah di Teheran. Proprio come quelli di Cuba e dell&#8217;Iraq, però, anche il blocco di Gaza qualcuno colpisce: la popolazione civile. Non crederete che i mammozzoni di Hamas abbiano campato peggio del solito, dal 2007 a oggi? Sono tutti gli altri a stare male, in un posto dove entrano solo 100 generi diversi di merci e dove quando scoppia la guerra muoiono migliaia di civili</p>
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		<title>GAZA, UN&#8217;ALTRA INUTILE STRAGE</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 18:14:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche se ridimensionato a 10 morti e 30 feriti, il bilancio dell&#8217;incursione israeliana contro la flottiglia organizzata dal movimento Free Gaza, che cercava di rompere via mare il blocco intorno alla Striscia, resta spaventoso. Saranno anche stati pacifisti con le virgolette e provocatori, ma considerare &#8220;normale&#8221; una strage di civili da parte di uno degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche se ridimensionato a 10 morti e 30 feriti, il bilancio dell&#8217;incursione israeliana contro la flottiglia organizzata dal movimento Free Gaza, che cercava di rompere via mare il blocco intorno alla Striscia, resta spaventoso. Saranno anche stati pacifisti con le virgolette e provocatori, ma considerare &#8220;normale&#8221; una strage di civili da parte di uno degli eserciti più potenti e organizzati del mondo non è in alcun modo possibile.</p>
<p><span id="more-5009"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_5018" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5018" title="FreedomFlotilla" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/05/FreedomFlotilla.jpg" alt="La nave turca della Freedom Flotilla attaccata dai commando di Israele al largo di Gaza." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">La nave turca della Freedom Flotilla attaccata dai commando di Israele al largo di Gaza.</p></div>
<p><strong>E&#8217; da tempo, peraltro, che il tasto militare viene battuto con ossessiva frequenza</strong>. In poche ore, il Governo di Israele ha organizzato massicce manovre militari al Nord, al confine col Libano; ha fatto bombardare il confine tra la Striscia di Gaza e l&#8217;Egitto; ha dato l&#8217;assalto alla flottiglia pacifista. E&#8217; il bilancio di uno Stato che si sente sull&#8217;orlo della distruzione, non dell&#8217;Israele reale che, non dimentichiamolo, ha un arsenale atomico fuori da qualunque verifica internazionale, un servizio segreto di leggendaria potenza e abilità, un esercito modernissimo (finanziato per il 20% da fondi Usa) di gran lunga superiore a tutti quelli del resto del Medio Oriente messi insieme, un know how tecnologico da fare invidia, una solidità politica e finanziaria di tutto rispetto.</p>
<p><strong>Da molto, troppo tempo, le azioni militari di Israele vanno perdendo di efficacia</strong> (non hanno indebolito Hezbollah nella guerra del Libano del 2006, non hanno liquidato Hamas nella guerra di Gaza del 2008) e acquistando in brutalità. Come se lo sfoggio della forza pura fosse uno degli scopi, e non più una delle conseguenze. Per non parlare della miopia politica: la Cisgiordania di <strong>Abu Mazen</strong> è in piena risalita economica e <strong>Ismail Hanyeh</strong>, il premier che governa Gaza per conto di Hamas,  perdeva ogni giorno in credibilità e visibilità. Ne ha recuperata molta adesso, grazie alla strage israeliana, chiedendo ad Abu Mazen di ritirarsi immediatamente dai negoziati (<em>proximity  talks</em>) con Israele, faticosamente avviati dagli Usa nelle ultime  settimane per provare a rianimare il processo di pace in Medio Oriente.</p>
<p><strong>Israele ha tuttora tanti nemici. Non potenti, però, quanto vuole farci credere</strong>. Se avessimo dato retto alla propaganda, l&#8217;Iran sarebbe stato bombardato anni fa, in nome della bomba atomica già pronta. Sappiamo che non era così, e sappiamo che un attacco militare contro l&#8217;Iran potrebbe accendere il Medio Oriente e forse non solo quello. Israele può chiederci di essere suoi fedeli amici, e non faticherà a ottenerlo. Non può chiedere, però, di firmargli una cambiale in bianco né di giustificare qualunque sua azione. Tra essere una vittima e fare la vittima c&#8217;è una differenza, che non può essere cancellata per simpatia.</p>
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		<title>CISGIORDANIA: IL BOOM DI SALAM FAYYAD</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 20:17:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ignorato da quasi tutti i media, come di solito accade per le buone notizie. Parlo del piccolo boom economico di cui è stata artefice, durante il 2009 e all&#8217;inizio del 2010, la Cisgiordania, ovvero la Palestina senza la Striscia di Gaza. Boom certificato, qualche tempo fa, da due rapporti: uno del Fondo Monetario Internazionale, l&#8217;altro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ignorato da quasi tutti i media, come di solito accade per le buone notizie. Parlo del piccolo boom economico di cui è stata artefice, durante il 2009 e all&#8217;inizio del 2010, la Cisgiordania, ovvero la Palestina senza la Striscia di Gaza. Boom certificato, qualche tempo fa, da due rapporti: uno del <a href="http://www.imf.org/external/np/wbg/2009/pdf/092209.pdf" target="_blank">Fondo Monetario Internazionale</a>, l&#8217;altro della <a href="http://web.worldbank.org/WBSITE/EXTERNAL/COUNTRIES/MENAEXT/WESTBANKGAZAEXTN/0,,menuPK:294370~pagePK:141159~piPK:141110~theSitePK:294365,00.html" target="_blank">Banca Mondiale</a>.</p>
<p><span id="more-4687"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_4696" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4696" title="Fayyad" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/04/Fayyad.jpg" alt="Il premier palestinese Salam Fayyad (al centro) in visita a uno stabilimento di Betlemme." width="300" height="190" /><p class="wp-caption-text">Il premier palestinese Salam Fayyad (al centro) in visita a uno stabilimento di Betlemme.</p></div>
<p><strong>La crescita economica, in Cisgiordania, è stata dell&#8217;8,5%</strong>. Scende al 6,8% se si fa la media con Gaza, dove siamo quasi alla stagnazione, ma si tratta pur sempre di cifre ragguardevoli. <strong>Anche la disoccupazione è in calo</strong>: ancora altissima, oltre il 22%, ma pur sempre in calo, mentre a Gaza è stabile intoro al 50%. Sono invece in diminuzione, in Cisgiordania, la criminalità comune e la violenza politica, grazie a un&#8217;efficace riforma delle forze di sicurezza.</p>
<p>Gran parte del merito va assegnata al <strong>primo ministro Salam Fayyad</strong>, il politico palestinese più taciturno e più concreto di sempre. Ma è proprio con lui che cominciano i toni tristi, i contrappesi alle buone notizie. Fayyad è assai conosciuto e stimato in Occidente perché ha lavorato al Fondo Monetario Internazionale. Per quella ragione, e per la sua indipendenza di pensiero, è guardato con sospetto dai suoi: <strong>il presidente Abu Mazen</strong> era già disposto a sacrificarlo sull&#8217;altare di un&#8217;improbabile intesa con Hamas, qualche tempo fa, e solo la dura opposizione degli Usa e dell&#8217;Unione Europea gli ha conservato il posto.</p>
<p><strong>Le sue capacità, inoltre, lo rendono temibile agli occhi di Israele</strong>. Il premier <strong>Netanyahu</strong> sa benissimo che una Palestina capace di amministrarsi prima o poi finirebbe per sentirsi autorizzata ad avere uno Stato vero, prospettiva che alla destra israeliana piace poco o punto. L&#8217;alternativa è mantenere l&#8217;occupazione e gestire la cosiddetta &#8220;guerra a bassa intensità&#8221; (il Muro, le centinaia di check point, l&#8217;esercito in stato d&#8217;allerta&#8230;), altra prospettiva che non risulta certo piacevole.</p>
<p><strong>Sarà come sempre la politica a decidere.</strong> E&#8217; importante, però, che i palestinesi mostrino di saper darsi da fare e di riuscire a investire in modo decente e proficuo i quattrini (1,4 miliardi di dollari nel 2009) che ricevono sotto forma di aiuti internazionali. Non è una questione d&#8217;immagine ma di fiducia. La differenza non è da poco.</p>
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		<title>LIQUIDATO IL PREMIER FAYYAD, PALESTINESI AVVIATI AL SOLITO PATERACCHIO</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 20:52:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Credo di essere stato in assoluto l’ultimo giornalista a intervistare Salam Fayyad quand’era ancora primo ministro dell’Autorità palestinese, e lo testimonia il post con il nostro colloquio, datato 10 febbraio 2009. Ma non è per questo che considero una brutta notizia le sue dimissioni, arrivate poche ore dopo la conclusione della conferenza di Sharm el [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Credo di essere stato in assoluto l’ultimo giornalista a intervistare Salam Fayyad quand’era ancora primo ministro dell’Autorità palestinese, e lo testimonia il post con il nostro colloquio, datato 10 febbraio 2009. Ma non è per questo che considero una brutta notizia le sue dimissioni, arrivate poche ore dopo la conclusione della conferenza di <strong>Sharm el Sheikh </strong>(Egitto), in cui i donatori internazionale avevano offerto 4,5 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza.</p>
<p align="justify"><span id="more-388"></span><br />
<strong>Di Fayyad </strong>(<em>nella foto sotto con il sottoscritto, a Ramallah) </em><strong>si ricorda spesso la natura di “tecnico”</strong>, la carriera di economista presso il fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. E’ un dato importante, anche perché fa di lui uno dei pochissimi dirigenti palestinesi che non abbiano fatto della politica mediorientale una ragione di vita e una professione. Ma non c’è solo questo: Fayyad, proprio grazie a quel passato, è noto negli ambienti della finanza internazionale, in particolar modo della finanza istituzionale, e infatti <strong>i Governi occidentali</strong> non sono ora molto soddisfatti all’idea di aver messo un bel pacchetto di miliardi nelle mani di chissà chi.</p>
<p align="justify">          <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/03/fayyadcopia1.JPG" alt="fayyadcopia1.JPG" /></p>
<p align="justify">      <strong>Altre ragioni per rimpiangere Fayyad.</strong> Primo: da ministro delle Finanze (2002-2007) e poi da premier, è riuscito a mettere un po’ d’ordine nelle disastrate finanze palestinesi, limitando anche la tradizionale corruzione della burocrazia che attornia il presidente Abu Mazen, impresa non da poco. Secondo: insieme con <strong>Hanan Ashrawi</strong>, la scrittrice e poetessa cristiana che fu portavoce dell’Autorità nazionale palestinese delle origini, Fayyad ha fondato il <em>Partito della Terza Via</em>, che si proponeva appunto di indicare una strada nuova rispetto al solito dualismo palestinese Al Fatah – Hamas. Compito difficilissimo, come testimonia il risultato delle elezioni del 2006 (la <em>Terza Via</em> ottenne solo 2 seggi su 132 del parlamento palestinese, poi dominato da Hamas), ma fondamentale per indicare una possibile alternativa politica pacifica e laica.</p>
<p align="justify">     <strong> Uscito Fayyad, i palestinesi si avviano a una specie di “compromesso storico” tra Al Fatah e Hamas</strong>, da cui difficilmente potrà nascere qualcosa di buono. Come possono governare insieme due partiti che fino a ieri si sono sparati? Come potrà Abu Mazen collaborare con <strong>Ismail Haniyeh</strong>, che ancora nelle scorse settimane faceva imprigionare o gambizzare i suoi sostenitori a Gaza? Come potrà Haniyeh, sostenitore della lotta armata contro Israele, collaborare con Abu Mazen, che si è detto disposto a dialogare anche con un eventuale governo di destra israeliano?</p>
<p align="justify">     <strong> La (presunta) riconciliazione tra Al Fatah e Hamas è cara al mondo arabo</strong>, per tante ragioni. Ma si profila un pateracchio di quelli che paralizzano tutto con grave danno di tutti, soprattutto dei palestinesi (ormai più che stremati da un conflitto senza fine che chiede sempre a loro il massimo della sofferenza) e della <strong>rinnovata buona volontà degli Usa</strong> di trovare una soluzione al più sanguinoso e inutile dei contrasti. Alcuni dicono che proprio su questo conterebbe l’astuto Fayyad: il fallimento clamoroso di un eventuale governo di coalizione potrebbe risolversi nella sua chiamata a furor di popolo, magari non più alla tresta del Governo ma addirittura alla Presidenza. Ci credo poco. Se da quelle parti avvenisse qualcosa “a furor di popolo”, avremmo una solida pace già da molto tempo.</p>
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		<title>PARLA SALAM FAYYAD, PREMIER DI PALESTINA: &#8220;NO A TUTTE LE VIOLENZE&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 15:40:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Forse solo uno che si è occupato di problemi planetari alla Banca mondiale (1985-1995) e al Fondo monetario internazionale (1996-2001) poteva ritrovarsi a gestire uno Stato che non c’è. Salam Fayyad è dal 2007 primo ministro dell’Autorità palestinese. Dicono che abbia messo un argine ai mille rivoli che dissetavano, in dollari, la burocrazia di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Forse solo uno che si è occupato di problemi planetari alla Banca mondiale (1985-1995) e al Fondo monetario internazionale (1996-2001) poteva ritrovarsi a gestire uno Stato che non c’è. Salam Fayyad è dal 2007 primo ministro dell’Autorità palestinese. Dicono che abbia messo un argine ai mille rivoli che dissetavano, in dollari, la burocrazia di qui. Intanto, mi riceve con puntualità svizzera, in un ufficio dall’ordine teutonico. Gaza sembra lontana ed è invece vicinissima.<br />
<strong>– Signor Primo ministro, che cosa c’è nei suoi pensieri in queste settimane?<br />
</strong>      «Tristezza. Il numero dei morti e l’ampiezza delle distruzioni sono senza precedenti, il mondo intero se n’è reso conto. Con il passare dei giorni, però, dietro lo shock si affaccia un pensiero più inquietante: che sarà dei sopravvissuti? E i giovani, come reagiranno? Credo che i fatti di Gaza resteranno  a lungo impressi nelle loro menti, e non senza conseguenze. È una grande preoccupazione per il futuro».<br />
<strong>– Le proteste, le trattative, l’inviato di Obama che viene e va, gli aiuti per la Striscia di Gaza. Riesce ancora a governare?<br />
</strong>      «Certo che sì. Alcune cose sono troppo importanti, meritano comunque la precedenza: un maggiore coinvolgimento degli Usa, per esempio, è da ricercare con forza. Ma c’è molto più di questo nel mio lavoro. L’anno scorso ho convocato un convegno mondiale di imprenditori, per stimolare le attività economiche in Palestina. Lo slogan era: “C’è un party a Betlemme, siete tutti invitati”. Molti qui mugugnavano: “Ma come, c’è l’occupazione, il Muro, e tu parli di party&#8230;”. Però nella serata finale 1.300 persone mangiavano insieme, davanti alla basilica della Natività, allegre e serene».<br />
<strong>– Sospetto che ci sia una morale&#8230;<br />
</strong>      «Eccola: risorgiamo dalle ceneri. Come possiamo superare una crisi come quella di Gaza se non trasformiamo tristezza e rabbia in energia e speranza? Non metteremo fine all’occupazione da parte di Israele sentendoci miserabili. E non arriveremo mai a uno Stato autonomo, che viva in pace con tutti i vicini, Israele incluso, inserito nella comunità mondiale, tollerante, aperto, se non crediamo nelle nostre possibilità».<br />
<strong>– Una bella serata in piazza, però, non fa uno Stato&#8230;</strong><br />
      «Ovvio. Lì c’era il simbolo. Nella realtà quotidiana bisogna scegliere la concretezza al posto dei discorsi o, peggio, delle avventure. Bisogna cambiare le cose sul terreno, in senso letterale: la prima condizione per far finire l’occupazione è che la nostra gente resti sulla terra, e per farla restare devi aiutarla a vivere meglio. Un Governo onesto, ospedali, linee elettriche, asili, scuole, ecco le cose che ci daranno un futuro».<br />
<strong>– Ancor più frustrante, quindi, vedere le macerie di Gaza. Là, inoltre, gli uomini fedeli al presidente Abu Mazen e al suo Governo se la stanno vedendo brutta..</strong>.<br />
      «È pazzesco. Ma c’è una lezione anche qui. Il nostro compito è fare l’opposto di ciò che ci ha portati a tutto questo. Distruggono? E noi ricostruiamo. Sparano? Rinunciamo alla violenza. Non si parlano? Parliamo con tutti. Solo così arriveremo a far capire che il problema è l’occupazione israeliana, punto. E non “l’occupazione israeliana, ma&#8230;”».<br />
<strong>– Nella crisi di Gaza, però, ci sono alcuni dati certi. Uno è che c’era una tregua e Hamas l’ha denunciata, sparando poi centinaia di missili.</strong>..<br />
      «La violenza di Hamas contro Israele è inaccettabile e ingiustificabile. In più, l’ho detto prima e lo ripeto, i palestinesi otterranno il loro scopo solo se i metodi saranno non violenti. Proprio per questo, però, dico che la reazione sproporzionata di Israele non solo non risolve il problema ma lo aggrava. Guardiamo a quel che è successo finora. Da anni un milione e mezzo di palestinesi vive a Gaza come in una prigione. Questo ha forse contribuito a ridurre la violenza? No, la strategia israeliana ha provocato ancor più rabbia. E ha dato ai palestinesi di Gaza la sensazione di non aver nulla da perdere. Bisogna fare l’opposto: dare alla gente qualcosa da perdere per spingerla a scegliere la pace».<br />
<strong>- Dal 2007 l&#8217;Autorità palestinese ha perso il controllo di Gaza. Una fetta non piccola del budget del suo Governo, però, va ancora alla Striscia&#8230;</strong><br />
      «Là c’è la nostra gente. Hamas passerà, loro restano e noi dobbiamo aiutarli. Per questo ogni mese spendiamo a Gaza 120 milioni di dollari».<br />
<strong>– È sicuro che tutti questi soldi non finiscano a Hamas?</strong><br />
      «Abbiamo dei meccanismi di garanzia. Uno è far gestire gli interventi a organizzazioni di fiducia. E poi la Striscia ha esigenze particolari; per esempio, il 65 per cento dell’elettricità le arriva da Israele, il 25 dall’Egitto e solo il 10 è prodotto lì. Noi paghiamo i fornitori».<br />
<strong>– Ancora l’estate scorsa molti pensavano che un accordo con Israele fosse possibile. Ormai tutto è cambiato, però le: si era davvero vicini?</strong><br />
      «Devo deluderla. No, non ho mai pensato che fossimo vicini a un accordo. Il Governo uscente di Israele ha fatto molti bei discorsi diplomatici ma, come le dicevo, a me interessa ciò che avviene sul terreno. E lì ci sono stati più insediamenti e più posti di blocco, a dispetto di quanto era stato stabilito e poi ribadito ad Annapolis. Il problema è che la pace si fa solo tra uguali. E noi questa uguale dignità dobbiamo ancora vedercela riconosciuta».</p>
<p>Pubblicato su <em>Famiglia Cristiana</em> numero 6 &#8211; 2009   <a href="http://www.famigliacristiana.it">http://www.famigliacristiana.it</a><br />
 </p>
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		<title>SERGIO DELLA PERGOLA: &#8220;CON HAMAS ORMAI C&#8217;E&#8217; SOLO L&#8217;IRAN&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 18:13:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[     Quando si parla di Gaza, il professor Sergio Della Pergola è un prezioso punto di riferimento. Docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, demografo di fama mondiale (suo un testo fondamentale come Israele e Palestina, la forza dei numeri), ha contribuito in modo decisivo al piano del Governo di Israele, realizzato da Ariel Sharon nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment-->
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm">     Quando si parla di Gaza, il professor Sergio Della Pergola è un prezioso punto di riferimento. Docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, demografo di fama mondiale (suo un testo fondamentale come Israele e Palestina, la forza dei numeri), ha contribuito in modo decisivo al piano del Governo di Israele, realizzato da <span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold">Ariel Sharon</span> nel 2005, di lasciare Gaza ai palestinesi.<span>  </span>Oggi, rispetto alla guerra contro la Striscia, non ha esitazioni. “La tregua di sei mesi”, dice Della Pergola, “è stata sfruttata da Hamas per riarmarsi con nuovi missili di produzione russa e cinese più potenti dei vecchi Qassam, capaci di colpire a 40/45 chilometri dal confine. Israele ha un sistema di avvistamento dei missili in partenza dalla Striscia ma i margini per mettersi al riparo sono questi: a Sderot, cioè a 10 chilometri, 15 secondi; ad Ashkelon e Netivot, a 20 chilometri, 30 secondi; a Beer Sheva, cioè a 40 chilometri, 1 minuto. E sono caduti per molto tempo 40 o 50 missili al giorno. Aggiunga che nel 2008 sono stati uccisi 36 israeliani e 1.800 missili sono caduti su Israele, tenga presente che la popolazione di Israele è un decimo di quella italiana, e che quindi in proporzione i morti in Italia sarebbero stati 360, pensi a come avrebbe reagito l’Italia, e capirà perché Israele davvero non poteva tollerare oltre una simile situazione”.</p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm"><span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold">- Il Governo di Israele è sembrato riluttante</span><span><span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold">  </span></span><span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold">di fronte ai rischi di un’operazione militare via terra. Ma “sradicare Hamas” solo con i bombardamenti è impossibile, mentre le sofferenze dei civili palestinesi rischiano di far crescere ancora il consenso intorno al movimento radicale. Come se ne esce?</span></p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm">       “In teoria un’operazione via terra dovrebbe trasformarsi in una caccia all’uomo, bisognerebbe prenderli uno a uno, casa per casa. Credo che la speranza sia di esercitare un’opera di dissuasione sulla base palestinese, che nel 2006 ha scelto Hamas in libere elezioni democratiche, per ottenere un ravvedimento simile a quello che, sia pure all’ultimo momento, si ebbe in Italia rispetto al fascismo. Anche se a questi livelli di fanatismo e di lavaggio di cervello, le nostre logiche razionali occidentali rischiano di non funzionare”.</p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm"><span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold">- Non crede che Israele rischi ora di pagare un prezzo politico molto alto?</span></p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm">      “Come dicevo, non credo che se Torino e Milano fossero colpite ogni giorno dai razzi la reazione sarebbe meno dura. A parte questo, bisogna tener conto di altri fattori. Il primo è che sulla “crisi umanitaria” aleggiano alcuni miti da sfatare. Per esempio: perché dai tunnel che da Gaza arrivano in Egitto possono passare i missili cinesi di contrabbando e non le pagnotte? Inoltre: quando è stato ucciso Nizar Rayan, il numero cinque di Hamas, la casa è esplosa perché ospitava un deposito di munizioni. Molte delle vittime civili sono causate dalla tattica di seminare riserve di armi in abitazioni comuni. Infine, in termini più strettamente politici, la grossa novità rispetto al passato è la spaccatura del mondo arabo, con la netta presa di distanza da Hamas da parte di Egitto, Arabia Saudita, degli stessi palestinesi di Cisgiordania. Con Hamas, in sostanza, è rimasto solo l’Iran di Ahmadinejad. La questione di fondo è questa: c’è un unico problema mondiale, che qui ha la faccia di Hamas, a Mumbai ne ha un’altra, a New York una terza, a Londra e Madrid una quarta. Il mondo non vuole occuparsene, con l’eccezione degli Stati Uniti che pure hanno commesso molti errori, soprattutto quello di non capire che il pericolo non era l’Irak ma piuttosto l’Iran. Quindi tocca a Israele, purtroppo, fare il lavoro sporco anche per gli altri. Questo il resto del mondo lo ha capito, e infatti oggi è meno critico di prima”.</p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm"><span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold">- Ma se è così, perché non isolare ancor più Hamas trovando un accordo con i palestinesi di Cisgiordania guidati da Abu Mazen?</span></p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm">      “Un accordo con Abu Mazen è possibile, Ariel Sharon lo ha dimostrato, anche se certo non basterebbe a far rinsavire Hamas. Io sono favorevole all’ipotesi, con relativo ritiro di Israele dalla Cisgiordania. Ma allora si ragiona nella prospettiva di due Stati palestinesi, distinti e diversi, senza alcun collegamento diretto tra Gaza e Cisgiordania. E in più, vorrei sapere una cosa: che cosa succederebbe il giorno in cui da quelle parti non ci fosse più Israele a fare attività di polizia e controllo del territorio? Quali garanzie avremmo rispetto a eventuali attentati? Abito a Gerusalemme, il mio appartamento è all’ultimo piano, sopra di me c’è solo il tetto. Mi darebbe un certo fastidio veder arrivare un missile anche lì…”.</p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm">Pubblicato su <span class="Apple-style-span" style="font-style: italic">Famiglia Cristiana</span> numero 2 &#8211; gennaio 2009  <a href="http://www.famigliacristiana.it">www.famigliacristiana.it</a></p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm"><span> </span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>VITTORIE MILITARI E SCONFITTE DEMOGRAFICHE, LA CONDANNA DI ISRAELE</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 14:54:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cisgiordania]]></category>
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		<description><![CDATA[      Per quanto risalto si dia a manifestazioni di piazza, preghiere collettive e bandiere bruciate, è chiaro ed evidente che l’unica opinione che in pratica conta, quella dei Governi, ha lasciato a Israele mano libera per liquidare Hamas. Una mobilitazione popolare assai più spontanea, massiccia e internazionale non riuscì a rinviare di un giorno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment-->
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"><span style="font-size: 14pt">      Per quanto risalto si dia a manifestazioni di piazza, preghiere collettive e bandiere bruciate, è chiaro ed evidente che l’unica opinione che in pratica conta, quella dei Governi, ha lasciato a Israele mano libera per liquidare Hamas. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Una mobilitazione popolare assai più spontanea, massiccia e internazionale non riuscì a rinviare di un giorno la guerra in Iraq</span>, come si può pensare che quella assai più ridotta di questi giorni possa fermare i bombardamenti su Gaza? L’iniziativa militare israeliana è l’unica cosa, in Italia, a godere di un vero appoggio <em>bipartisan</em></span><span style="font-size: 14pt"> e il fior fiore delle firme si affanna a ridefinire il concetto di “guerra giusta” per farle comprendere anche la morte di qualche centinaio di bambini.<o:p></o:p></span></p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"><span style="font-size: 14pt">      <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Ed è stupefacente che nessuno si accorga che proprio ciò che viene spacciato per realismo politico e decisionismo intellettuale</span> nasconde, al contrario, una preoccupante mancanza di realismo e di capacità decisionale. E’ ormai piuttosto chiaro che l’operazione <span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">Piombo fuso</span>, lanciata dal trio <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Olmert-Barak-Livni</span>, rischia di sancire non tanto (e comunque non solo) la fine militare di <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Hamas</span>, che sarebbe in sé cosa buona e giusta, ma piuttosto la fine politica del regime moderato di <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Abu Mazen</span> che controlla la <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Cisgiordania</span>, e con essa la prospettiva dei due Stati autonomi e indipendenti, uno palestinese e uno ebraico. Con la Cisgiordania spezzettata dagli insediamenti e dal Muro (o Barriera di separazione) e <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Gaza</span> ridotta a un’<em>enclave</em></span><span style="font-size: 14pt"><span>  </span>di disperati in balia degli estremisti, quali speranze vi sono che possa nascere uno Stato palestinese? Poche o nessuna. Ma se lo Stato palestinese non nasce, Israele dovrà farsi carico, per un futuro indeterminato, del controllo di tutta l’area della cosiddetta Palestina storica, con quel che ne consegue.<o:p></o:p></span></p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"><span style="font-size: 14pt">      <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">I filo-israeliani nostrani, quasi tutti ex comunisti e sotto sotto ancora innamorati dello Stato forte</span>, e i sionisti più miopi a questo punto pensano: peggio per i palestinesi. Errore. Sarà peggio per Israele, come aveva ben capito <span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold">Ariel Sharon</span>. I palestinesi, infatti, da sempre reagiscono a specchio alle iniziative di Israele: fu il sionismo a stimolare la formazione di un’identità nazionale palestinese; lo Stato ebraico a far nascere il sogno di uno Stato presso i palestinesi; il ritorno degli ebrei in Palestina a rendere imprescindibile quello dei palestinesi della diaspora. E così via. I palestinesi non hanno mai avuto uno Stato e possono continuare a non averlo. Sono sempre stati poveri e possono continuare a esserlo. Sono sempre stati sottomessi e possono continuare a esserlo.<o:p></o:p></span></p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"><span style="font-size: 14pt">      <span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold">Difficile, al contrario, che Israele possa continuare a essere</span> ciò che conosciamo senza la nascita di uno Stato palestinese. Già oggi, i cittadini arabi (cioè palestinesi) sono il 21% della popolazione di Israele e la percentuale cresce, perché il tasso di natalità degli ebrei è di 2,5 figli per coppia e quello dei palestinesi di 4,5 e l’immigrazione di ebrei in Israele è ormai praticamente ferma dalla grande ondata di arrivi dall’ex Urss negli anni Novanta. <span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold">Nella Palestina storica</span> (quella corrispondente al mandato esercitato dall’Inghilterra tra il 1922 e il 1947) <span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold">vivono oggi circa 10 milioni di persone, di cui circa il 50% ebrei.</span> Nel 2050, calcolano i demografi, la percentuale degli ebrei calerà al 35% e via via sempre più in basso. Facile immaginare che cosa vorrebbe dire, per uno Stato ebraico limitato nella crescita, dover continuare a gestire, in un modo o nell’altro, anche i Territori e Gaza.<o:p></o:p></span></p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"><span style="font-size: 14pt">      <span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold">Ariel Sharon, assai ben consigliato, aveva capito una cosa</span>: quanto più si avvera il sogno di <span class="Apple-style-span" style="font-style: italic">Eretz Israel</span> (Israele esteso dal Mediterraneo all’Eufrate) tanto più si avvicina la fine dello Stato ebraico e democratico, perché la diluizione degli ebrei nella massa musulmana (e anche cristiana, sia pur in piccola parte) metterebbe fine all’ebraicità dello Stato oppure costringerebbe lo Stato ebraico a trasformarsi in uno Stato di polizia pur di restare ebraico. Ecco perché Sharon, dopo aver passato tutta la vita a esaltare il pugno di ferro e a promuovere gli insediamenti, aveva affrontato una crisi politica senza precedenti <span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold">pur di restituire Gaza ai palestinesi</span>. Ed ecco perché il suo successore Ehud Olmert, se solo potesse, porterebbe tutti via anche dalla Cisgiordania.<o:p></o:p></span></p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"><span style="font-size: 14pt">      <span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold">Il solo fallimento di Hamas come reale forza di governo a Gaza</span>, il solo fatto che Hamas abbia ricominciato con gli attentati a base di missili, il solo fatto che Israele sia dovuto ricorrere all’esercito, rappresentano in prospettiva una sconfitta per Israele. Perché lo Stato ebraico, per le ragioni di cui sopra, deve ormai sbrigarsi a trovare qualcuno con cui fare la pace, per non condannarsi a un futuro di guerra permanente. E’ una realtà amara ma ineluttabile, scritta nei numeri. E non basta a cancellarla la foga con cui gli pseudo-amici di Israele retoricamente discettano intorno al diritto a sparare a più non posso contro Hamas. Avere il diritto di fare una cosa è un conto. Avere interesse e convenienza a farla spesso è tutt’altro conto. <o:p></o:p></span></p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"><span style="font-size: 14pt"><strong> <o:p></o:p></strong></span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>DA GAZA AL CATECHISMO, IL &#8220;DIRITTO A DIFENDERSI&#8221; NON GIUSTIFICA TUTTO</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Dec 2008 22:42:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Da ingenuo qual sono, osservo con un certo stupore la disinvoltura con cui una vasta categoria di persone più o meno stimabili (si va da quelli sinceramente sdegnati da anni e anni di pratica del terrorismo agli pseudointellettuali, ai finti baciapile, ai carrieristi da quattro soldi, passando per tutti gli strati intermedi) si trincera, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Da ingenuo qual sono, osservo con un certo stupore la disinvoltura con cui una vasta categoria di persone più o meno stimabili (si va da quelli sinceramente sdegnati da anni e anni di pratica del terrorismo agli pseudointellettuali, ai finti baciapile, ai carrieristi da quattro soldi, passando per tutti gli strati intermedi) si trincera, di fronte a quanto succede a Gaza, dietro la formula: “Israele ha diritto a difendersi”.<br />
      <strong>Intendiamoci, la trovata è ottima, anche perché si basa su un’indubbia verità</strong>. A quale Paese, infatti, si può negare il diritto a proteggere i propri cittadini? Ed è fuor di dubbio che Israele sia stato attaccato dopo una tregua di sei mesi ch’era andata a profitto di entrambe le parti, <strong>palestinesi della Striscia e israeliani</strong>, ma ch’è stata rinnegata da una parte sola, quella dei palestinesi di Hamas. Tutto torna, quindi? No, spiacente, non tutto. Soprattutto per coloro che sono o amano dirsi cattolici.<br />
      <strong>Di guerra, oltre che di pace, parla ampiamente il Catechismo della Chiesa cattolica</strong>. Persino Wikipedia sa che cosa sia il Catechismo. Cito: “E’ l’esposizione ufficiale degli insegnamenti della Chiesa cattolica”. Ufficiale, chiaro? Infatti fu approvato in prima stesura (ottobre 1992) da papa <strong>Giovanni Paolo II</strong> con la costituzione apostolica<em> Fidei Depositum</em> e nella stesura finale dallo stesso Papa (15 agosto 1997) con la lettera apostolica <em>Laetamur Magnopere</em>. Nel 2005, poi, è stato pubblicato (e diffuso anche da <em>Famiglia Cristiana</em>) il <em>Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica</em>, redatto da una commissione speciale istituita da papa Giovanni Paolo II ma presieduta dal cardinale <strong>Joseph Ratzinger</strong> (allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede), attuale pontefice.<br />
      <strong>Rinfrescata la memoria sul “cosa” e sul “come”,</strong> vediamo che cosa ci dice il Catechismo a proposito della guerra. Intanto, che “tutti i cittadini e i governanti sono tenuti ad adoperarsi per evitare le guerre”. Poi, che è giustificata “una legittima difesa con la forza militare”. Anche tale “legittima difesa”, però, non è priva di condizioni (nel Catechismo: “Rigorose condizioni di legittimità morale”). Anzi, deve osservarne ben quattro:<br />
<strong>1.</strong> Che il danno causato dall’aggressore… sia durevole, grave e certo.<br />
<strong>2.</strong> Che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci.<br />
<strong>3.</strong> Che ci siano fondate condizioni di successo.<br />
<strong>4.</strong> Che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione.<br />
      <strong>E’ il rispetto di questi elementi, dice il Catechismo, a decidere se una guerra rientri o no nella categoria della “guerra giusta”. E se non è giusta, la guerra è solo immorale.<br />
</strong>      <strong>Almeno per una volta, proviamo a far “precipitare” la realtà quotidiana</strong> nella teoria ufficiale della Chiesa. Applichiamo questi criteri a ciò che avviene a Gaza.<br />
<strong>Punto primo</strong>: il danno causato dall’aggressore (cioè da Hamas e dai suoi missili) è “durevole, grave e certo”? Sì, non c’è dubbio. Un parte importante del territorio e dei cittadini di Israele sono minacciati dai razzi, che hanno ucciso in questi giorni 4 persone dopo averne uccise altre 12 negli ultimi anni, rendendo difficile la vita in un’area di centinaia di chilometri quadrati.<br />
<strong>Punto secondo</strong>: gli altri mezzi per porre fine all’aggressione si sono rivelati impraticabili o inefficaci? Sì, anche in questo caso. Israele ha rispettato la tregua e avrebbe continuato a rispettarla.<br />
<strong>Punto terzo</strong>: ci sono fondate condizioni di successo? Da un punto di vista strettamente militare, certo che sì, Israele è troppo superiore. Bisogna però anche riflettere sul fatto che Israele è sempre stato superiore ai palestinesi ma non ha mai davvero vinto. Non credo vincerà davvero nemmeno in questo caso, anche se per dirlo bisognerebbe sapere che cosa esattamente si proponga. Dalla guerra di Gaza difficilmente nascerà la pace, difficilmente Hamas sarà sradicato, difficilmente il lancio dei missili sarà stroncato. Vedremo, ma la storia dovrebbe esserci maestra.<br />
<strong>Punto quarto</strong>: il ricorso alle armi provoca “mali e disordini più gravi del male da eliminare”? Certo che sì, basterebbe il numero dei morti (4 in Israele, quasi 400 a Gaza) a dirlo. A Gaza, inoltre, soffre 1 milione e mezzo di persone, assai più di quelle, pur numerose (si calcola intorno al mezzo milione) toccate in Israele dal problema dei razzi. Dice inoltre il Catechismo che bisogna tener conto della “potenza dei moderni mezzi di distruzione”: non v’è dubbio che la macchina bellica di Israele ha un potenziale distruttivo assai superiore a quella di Hamas, non c’è confronto. Tra un missile Qassam e un jet F16 non si può nemmeno fare il paragone.<br />
      <strong>Quindi, cari amici che vi trincerate dietro il sacrosanto “diritto a difendersi”</strong>, le cose non sono affatto semplici come voi vorreste. Se vostro figlio mi rigasse di proposito la macchina e io gli spezzassi le gambe, mi considerereste uno che esercita il diritto a difendersi? C’è un momento in cui tale diritto cessa di essere tale e si trasforma in pura rappresaglia. Chi non se ne accorge è un tonto, chi approva è un complice. Gli uni e gli altri, forse, non sono cattolici. Un’ultima cosa: ciò che il Catechismo dice sulla “guerra giusta” e sulle famose quattro condizioni <strong>(capitoli 2307-2309),</strong> viene subito dopo la condanna del terrorismo e della presa di ostaggi <strong>(capitolo 2297)</strong>. Come dire: l’argomento è lo stesso. <br />
 </p>
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		<title>LA STRAGE DI GAZA, LA TRAPPOLA DI HAMAS, L&#8217;INDECISIONE DI OLMERT E ABU MAZEN</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Dec 2008 18:42:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Fatah]]></category>
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		<description><![CDATA[      E’ di una tristezza lacerante constatare che nel confronto tra Israele e i palestinesi di Gaza si è sviluppato, tra i tanti possibili, proprio lo scenario più tragico e banale. Finita la tregua di sei mesi, Hamas ha orchestrato a colpi di missile (più di 200 in pochi giorni) la solita provocazione contro le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      E’ di una tristezza lacerante constatare che nel confronto tra Israele e i palestinesi di Gaza si è sviluppato, tra i tanti possibili, proprio lo scenario più tragico e banale. Finita la tregua di sei mesi, <strong>Hamas</strong> ha orchestrato a colpi di missile (più di 200 in pochi giorni) la solita provocazione contro le città di Israele. Il Governo dello Stato ebraico, ovvero la coppia <strong>Olmert-Barak</strong> e la coalizione Kadima-Partito Laburista, prima ha cercato di resistere, poi ha lasciato mano libera ai militari. I palestinesi ora piangono quasi 300 morti e giurano vendetta, gli israeliani annunciano altre azioni se al lancio di missili non sarà posta immediata fine.<br />
      <strong>Tutto già visto, tutto già scritto. E tutto tragicamente inutile.</strong> Nulla cambierà dopo l’ennesima strage. Hamas ha trovato ciò che cercava: un lutto esemplare per infiammare il resto del mondo arabo (la <strong>Lega Araba</strong> ha già chiesto all’Onu di pronunciarsi “sull’aggressione israeliana a Gaza”), ottenere da esso nuovi fondi e mostrare ai palestinesi chi davvero ha cuore per combattere. A gennaio termina il mandato del presidente <strong>Abu Mazen</strong>, il leader di Al Fatah non si sa se più moderato o più debole, ed è chiaro che nella Striscia c’è chi vuol lucrare su quella scadenza e su questi morti “esemplari”. Poco importa ad Hamas se il suo eventuale controllo dell’Autorità palestinese resterebbe lettera morta, un Governo di carta incapace di intendere e di volere, sprofondato nel più completo isolamento internazionale.   <br />
      <strong>Israele non può certo permettere che una parte del proprio territorio</strong> (quella, appunto, nel raggio di tiro dei Qassam) diventi di fatto inagibile, e il Governo Olmert, uscito piegato dalla guerra in Libano del 2006, non poteva mostrarsi arrendevole agli occhi degli israeliani che in febbraio andranno a votare e già sentono il fascino bellicoso di <strong>Bibi Netanyahu</strong>, leader del <strong>Likud</strong> e ministro che nel 2005 si dimise proprio per protestare contro il ritiro da Gaza deciso da <strong>Ariel Sharon</strong>. Anche qui, però, la battaglia elettorale e le vecchie abitudini hanno la meglio su ogni altra considerazione: tutti sanno che i 110 aerei che ieri hanno colpito Gaza non fermeranno i missili di Hamas, così come non poteva fermarli il blocco economico della Striscia decretato da Israele nel 2007, dopo che Hamas aveva ricacciato in Cisgiordania i rivali di Al Fatah. Altrettanto chiaro è che Israele non può permettersi di rioccupare la Striscia, con il suo milione e mezzo di abitanti e le migliaia di militanti armati di cui Hamas dispone.<br />
      <strong>Un giorno, forse, qualcuno spiegherà perché non si è concretizzata l’unica iniziativa</strong> che avrebbe potuto e ancora potrebbe imprimere una svolta: la firma di un accordo tra Israele e il Governo di Al Fatah in Cisgiordania. Ehud Olmert e Abu Mazen si sono incontrati, il dialogo è progredito, Israele ha compiuto gesti non secondari come la liberazione di centinaia di palestinesi e lo sgombero di alcuni insediamenti illegali a <strong>Hebron</strong>. Ma a un vero accordo non si è giunti, anche se molti lo davano per possibile, anche se avrebbe potuto solo rafforzare due leader individualmente deboli. Forse è mancata la forza di credere nella pace per via pacifica, cosa che richiede molto più coraggio e fantasia politica che non cedere il passo ai generali o ai guerriglieri. O forse si è sentita, nel momento cruciale, <strong>l’assenza degli Usa</strong>, l’unico mediatore a cui israeliani e palestinesi siano disposti a dar retta. In ogni caso, il bilancio oggi è questo: Al Fatah e Isaraele hanno perso un’occasione, Hamas è riuscito nella sua provocazione, le imminenti elezioni palestinesi e israeliane rischiano di portare ancora più indietro le lancette della storia.</p>
<p>Pubblicato su <em>Avvenire</em> del 28 dicembre 2008   <a href="http://www.avvenire.it">http://www.avvenire.it</a></p>
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		<title>TWAL, PATRIARCA DI GERUSALEMME: &#8220;CREDO NELLA PACE IN TERRA SANTA&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Dec 2008 18:07:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[       “Non è buffo? Nella mia prima messa di Natale da Patriarca nella cattedrale della Natività, a Betlemme, augurerò a tutti la pace. Augurerò, cioè, proprio la cosa che in Terra Santa ancora non abbiamo. Ma la pace della politica politica non è certo l’unica: c’è la pace del Signore, quella che il mondo non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>       “Non è buffo? Nella mia prima messa di Natale da Patriarca nella cattedrale della Natività, a Betlemme, augurerò a tutti la pace. Augurerò, cioè, proprio la cosa che in Terra Santa ancora non abbiamo. Ma la pace della politica politica non è certo l’unica: c’è la pace del Signore, quella che il mondo non può dare e i politici non riescono a immaginare, un atto di fede nell’uomo e nel futuro. La pace del Bambino di Betlemme, quella che cambia i cuori e vale per cristiani, ebrei e musulmani”.<br />
      Sua Beatitudine, <strong>monsignor Fouad Twal</strong>, è patriarca di Gerusalemme dei Latini dal marzo di quest’anno. Ha alle spalle una lunga carriera di diplomatico (Honduras, Germania, Perù) e incarichi delicati: è stato, per esempio, il primo vescovo arabo (è nato in Giordania) di un Paese del Nord Africa, la Tunisia. Ma non so tenermi e quindi gli chiedo <strong>che cosa provi nell’indossare, da qualche mese, le vesti del più alto rappresentante della Chiesa cattolica locale della Terra Santa</strong>. “Sono conscio della mia responsabilità e dei miei limiti”, risponde il Patriarca. “Se il Signore mi ha scelto quale sono, forse aveva voglia di lavorare da solo. Non deve contare troppo su di me ed essere sempre pronto a intervenire. E Lui interviene, sento la Sua presenza ogni giorno. E la sento anche attraverso tanti amici e tanti uomini di buona volontà che mi stanno accanto. Anche un pellegrinaggio come quello che <em>Famiglia Cristiana</em> compirà nei prossimi mesi sulle orme di San Paolo ci fa capire che i cristiani di Terra Santa non sono soli, che la nostra Chiesa Madre ha ancora tanti figli nel mondo pronti ad aiutarla. Ogni tanto, per scherzare, dico che più che una Chiesa Madre è una Chiesa Nonna: siamo invecchiati, siamo pochi, siamo poveri. E magari abbiamo l’impressione che il nostro Venerdì Santo non avrà mai fine. Ma Gerusalemme non può prescindere dalla Croce: se lui è caduto, caduto e caduto e poi si è rialzato, come possiamo stupirci se anche a noi toccano ingiustizia e incomprensione?”.<br />
<strong>- I cristiani di Terra Santa non si sentono isolati, dunque?</strong><br />
       “Dipende. La politica internazionale si interessa assai poco al nostro destino, l’influenza degli Usa e di Israele è determinante, in Europa abbiamo tanti amici che però possono fare ben poco per influenzare questo meccanismo. Ci arrivano tanti aiuti, è vero. Ma non ci arriva ciò di cui abbiamo più bisogno: la pace, e con essa la giustizia. Anzi, abbiamo un timore: che gli aiuti contribuiscano a formare uno <em>status quo</em> paradossale, in cui l’anormale diventa normale e i grandi della politica si limitano a gestire il conflitto invece di risolverlo. La differenza è grande. Ma io spero sempre. Spero anche contro la speranza”.<br />
<strong>- Perché?<br />
</strong>       “Perché è la nostra vocazione di cristiani. Lo dico sempre alla nostra gente: ci vuole la vocazione per restare in Terra Santa. Chi guarda solo all’occupazione militare che dura da sessant’anni, al presente che non promette nulla e al futuro incerto spesso sceglie la via dell’emigrazione. Chi parte avrà casa, lavoro e dignità, non vedrà più muri né check point. Ma non avrò la Terra Santa. Avrà una terra qualunque. Per questo sono contento quando chi decide di andarsene sceglie di fermarsi in Giordania. intanto restano sotto la nostra cura pastorale, perché il Patriarcato di Gerusalemme si estende su Palestina, Israele, Cipro e, appunto, Giordania. E poi, anche se la gente non lo sa o lo dimentica, anche la Giordania è Terra Santa: Paolo VI nel 1964 e Giovanni Paolo II nel 2000 cominciarono da lì la loro visita e certo lo farà anche Benedetto XVI”.<br />
<strong>- Nel suo recente viaggio in Italia, lei ha incontrato il Papa e avrete parlato del suo prossimo viaggio. In che momento arriva e che cosa può provocare la visita di Benedetto XVI, così attesa?</strong><br />
      “Israele, la Giordania, l’assemblea degli Ordinari cattolici in Terra Santa: tutti abbiamo invitato il Papa. Noi cristiani ne abbiamo bisogno per riconfermarci nella nostra fede, nella nostra terra, nella nostra identità di minoranza cristiana (2% in Israele, 3% in Giordania) in una massa ebraica e musulmana. E certo Israele e Giordania ne approfitteranno dal punto di vista politico per manifestare la loro apertura. E io spero che per l’occasione Israele mostri un po’ di fiducia nella Chiesa e alleggerisca il regime dei visti e dei permessi che così tanto tormenta preti e suore. Spero capisca che la Chiesa è un ponte di riconciliazione che può servire alla causa della pace e della sicurezza per tutti”.<br />
<strong>- Il suo popolo che cosa chiederà al Papa, quando lo avrà lì?<br />
</strong>      “Non solo il mio popolo ma tutti, ebrei e musulmani compresi, chiedono una sola cosa: la pace. E certo il Santo Padre non farà mancare il suo appello. La pace è un dono di Dio ma è affidata agli uomini, quindi tocca a loro convertirsi, cambiare testa e cuore. La situazione politica adesso non è ideale, in gennaio ci saranno le elezioni nell’Autorità palestinese e in febbraio in Israele, ma certi gesti si potrebbero comunque fare. Basta con gli insediamenti illegali, con i check point, con un Muro che non garantirà mai la sicurezza di alcuno. La sicurezza e la pace, l’avranno tutti o nessuno, non può essere un’imposizione unilaterale”.<br />
<strong>- Israele, però, ha pur fatto qualche gesto conciliante…<br />
</strong>      “E’ vero. Due volte ha liberato grandi gruppi di prigionieri palestinesi, e di certo è stata una cosa positiva. Speriamo che ne liberi altri, perché nelle sue prigioni ci sono ancora 10 mila detenuti palestinesi. E lo dico proprio perché ammiro molto la battaglia solidale di tutto il popolo israeliano per liberare un solo soldato, il caporale Shalit, ancora prigioniero a Gaza”.<br />
<strong>- E per la Palestina, quali sono oggi i rapporti tra maggioranza musulmana e minoranza cristiana?<br />
</strong>       “In Palestina non c’è alcuna differenza tra cristiani e musulmani. C’è un solo popolo palestinese in cui tutti patiscono le stesse sofferenze e sperano nella stessa pace. Ai check point nessuno ti ferma perché sei cristiano o musulmano ma solo perché sei palestinese. Tra cristiani e musulmani ci sono a volte incidenti e scontri. Anche a Betlemme. Ma mai per ragioni politiche o religiose. E ciò che di brutto succede deriva dall’assenza di un Governo palestinese stabile e forte, capace di garantire ordine e giustizia. Fa parte del problema generale e credo che Israele dovrebbe aiutare al massimo l’ala moderata di Abu Mazen. Se i moderati non riescono a risolvere i problemi, è normale che la gente si rivolga a politici più radicali&#8221;”<br />
<strong>- Il patriarcato, comunque, è impegnato ogni giorno in opere sociali di sostegno concreto alla gente…<br />
</strong>      “E’ vero, ci tocca essere qualcosa di più che vescovi. E, ancora una volta, lavoriamo per tutti. L’ospedale di Beit Jala cura chiunque, e se pensiamo che noi cristiani siamo il 2% della popolazione, vuol dire che cura soprattutto gli altri. Ed è così per tutte le nostre istituzioni. Ma è il nostro compito. Pensiamo ai bambini: nelle scuole, nelle parrocchie, nei centri sociali cerchiamo di creare un’atmosfera di gioia e serenità, perché sappiamo che appena escono tutto ciò che hanno intorno li spinge invece alla violenza e al rancore. E’ uno dei nostri modi per costruire le ragioni per restare in Terra Santa”.</p>
<p>Pubblicato su <em>Famigla Cristiana </em>n. 52 del dicembre 2008<br />
 </p>
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