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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Caucaso</title>
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		<title>ANCHE PUTIN HA FATTO IL SUO TEMPO</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jan 2011 20:18:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 1992 presi per la prima volta un volo dall&#8217;aeroporto di Domodedovo, destinazione Dushanbe in Tagikistan. L&#8217;aereo arrivava non si sapeva da dove e tardò di dieci ore. Passammo la notte, noi passeggeri, su delle sediacce semisfasciate, in una stanza fredda. Il Dododeovo che vedo adesso in tv, pur devastato dall&#8217;esplosione, è un aeroporto moderno, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1992 presi per la prima volta un volo dall&#8217;aeroporto di Domodedovo, destinazione Dushanbe in Tagikistan. L&#8217;aereo arrivava non si sapeva da dove e tardò di dieci ore. Passammo la notte, noi passeggeri, su delle sediacce semisfasciate, in una stanza fredda. Il Dododeovo che vedo adesso in tv, pur devastato dall&#8217;esplosione, è un aeroporto moderno, lucido, funzionale. Trasmette in pieno l&#8217;immagine di una Russia che è corsa avanti senza riuscire a scuotersi di dosso i problemi che storicamente l&#8217;affliggono.</p>
<p><span id="more-8591"></span></p>
<p>Ben pochi, oggi, dubitano del fatto che gli attentatori di Domodedovo vengano dal Caucaso. Che siano ingushi, ceceni o dagestani poco importa. L&#8217;indice, in queste ore, si leva naturalmente verso <strong>Dokku Khamatovic Umarov</strong>, l&#8217;uomo che nel 2006-2007 ha guidato</p>
<div id="attachment_8602" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8602" title="putin" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/putin.jpg" alt="Giovani fan dell'ex presidente, ora primo ministro. Sulla maglietta c'è scritto: &quot;Voglio Putin&quot;." width="300" height="198" /><p class="wp-caption-text">Giovani fan dell&#39;ex presidente, ora primo ministro. Sulla maglietta c&#39;è scritto: &quot;Voglio Putin&quot;.</p></div>
<p>l&#8217;autoproclamata Repubblica di Ichkeria (Cecenia) e poi, cacciato anche da lì, si è dato alla macchia, proclamando la nascita dell&#8217;Emirato del Caucaso e lanciando una serie di sanguinosi attacchi in Dagestan, Kabardino-Balkaria, Inguscetia, Cecenia e naturalmente in Russia. Umarov, che <strong>nel 2008 fece una dichiarazione pubblica per esaltare la legittimità degli attentati suicidi</strong> come metodo di lotta armata, ha rivendicato l&#8217;attentato del 29 marzo 2009 a Mosca, quando due donne si fecero saltare nella metropolitana uccidendo 40 persone.</p>
<p>Ha poca importanza, dopo tutto, capire chi abbia messo la dinamite nella borsa dell&#8217;ultimo kamikaze. Se avesse qualche rapporto con il <strong>piccolo club di tiro alla pistola saltato misteriosamente in aria il 31 dicembre 2010</strong>, alla periferia di Mosca, dove vivevano una donna (morta nell&#8217;esplosione) e il suo amante, poi arrestato e finito in carcere, stessa sorte dell&#8217;ex marito della morta. tutti e tre, ovviamente, originai del Caucaso. Interessa di più notare che proprio in queste settimane il dibattito che impegna gli intellettuali russi è se sia possibile, proprio a partire dal Caucaso, il collasso della Federazione Russa come Stato unitario.</p>
<p>E&#8217; un dibattito vecchio come la Russia (quella post-sovietica, almeno) ma l&#8217;allarme è reale. Il mio vecchio amico <strong>Aleksej Malashenko</strong>, uno dei grandi sociologi russi, ricercatore presso il <a href="http://carnegie.ru/?lang=en" target="_blank">Carnegie Center </a>di Mosca, se ne occupava già dieci anni fa ed è arrivato a una conclusione per certi versi sorprendente: &#8220;La dissoluzione della Russia è possibile, certo. Ma in modi e con cause che ncon i conflitti etnici possono avere anche poco o nulla a che fare. <strong>E&#8217; più probabile che la frana cominci a Ovest</strong>, per esempio nella regione di Kaliningrad, o in Estremo Oriente. E in quel caso credo che il Caucaso sarà strenuo nel cercare di restare attaccato a Mosca, non fosse altro perché la capitale significa soldi. A Ovest, così come in Estremo Oriente, le questioni sono soprattutto economiche: quelle regioni ambirebbero a regolarsi in modo autonomo e il controllo di Mosca è sempre più detestato, oltre che essere sempre meno efficace&#8221;.</p>
<div id="attachment_8603" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8603" title="Umarov" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/Umarov.jpg" alt="Dokku Khamatovic Umarov, il ceceno che vuole fondare l'Emirato del Caucaso." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Dokku Khamatovic Umarov, il ceceno che vuole fondare l&#39;Emirato del Caucaso.</p></div>
<p>Malashenko, che si è espresso così con la <a href="http://www.ng.ru" target="_blank">Nezavisimaja Gazeta</a>, uno dei quotidiani più prestigiosi del Paese, sottolinea anche il fatto che il secondo gruppo etnico dopo i russi, i tatari, sono 5 milioni e pieni di divisioni. Altrettanto si può dire, e forse anche di più, dei popoli del Caucaso. La sua tesi controcorrente si appoggia su elementi concreti.</p>
<p>Il problema, dunque, è politico. E qui viene chiamato in causa <strong>Vladimir Putin</strong>. La sua prima missione, da presidente, fu garantire maggiore stabilità alla Russia. Scelse la strada della centralizzazione: nel 2000 ridimensionò i poteri dei governatori regionali, nel 2004 li trasformò da eletti (dalle popolazioni locali) in nominati (dal Cremlino). <strong>Fu così creata una classe di superburocrati che, col tempo, si è trasformata in una congerie da romanzo di Gogol&#8217;.</strong> Perso ogni rapporto col territorio, sfladata qualunque intesa con le popolazioni, dispersa ogni ambizione di lavorare per la propria (piccola) patria. <strong>Corruzione alle stelle. Alienate per sempre le <em>elite</em> locali.</strong> Nel Caucaso tutto questo ha prodotto frammentazione e guerra, in altre regioni una deriva economicista (a Ovest promossa dal contatto con l&#8217;Europa, a Est da quello con la Cina rampante) che ora mette a rischio la Federazione. Nel 2012 la Russia va alle elezioni presidenziali e nel 2014 alle Olimpiadi invernali. Riportare Putin (e la sua visione politica) al Cremlino, nonostante i meriti da lui accumulati nel periodo post-Eltsin, potrebbe non essere una buona idea.</p>
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		<title>CAUCASO, UN INCUBO PER LA RUSSIA</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 17:47:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Caucaso]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
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		<description><![CDATA[T ra qualche settimana scoccherà il sedicesimo anniversario da quando, l’11 dicembre 1994, il Cremlino diede il via alla prima guerra di Cecenia. Il fallito attentato suicida al Parlamento di Grozny potrebbe, quindi, essere solo il primo dei gesti escogitati dagli indipendentisti per solennizzare a modo loro la ricorrenza. Questo dimostra che la Russia ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span>T</span><span> ra qualche settimana scoccherà</span><span> il sedicesimo anniversario da quando, l’11 dicembre 1994, il Cremlino diede</span><span> il via alla prima guerra di Cecenia. Il fallito attentato suicida al <strong>Parlamento di Grozny</strong> potrebbe, quindi, essere solo il primo dei gesti escogitati dagli indipendentisti per solennizzare a modo loro la ricorrenza.</span></p>
<p><span><span id="more-7182"></span></span></p>
<div id="attachment_7185" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7185" title="cecenia" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/cecenia.jpg" alt="Un ragazzo ceceno gioca alla guerra." width="300" height="194" /><p class="wp-caption-text">Un ragazzo ceceno gioca alla guerra.</p></div>
<p>Questo dimostra che la Russia ha ancora un problema con la Cecenia? Se così fosse, si potrebbe forse festeggiare in senso proprio.<strong> La Russia ha un problema con il Caucaso intero, il che è molto più grave e pericoloso.</strong> Da quando Boris Eltsin si lanciò nel disastroso attacco, è successo proprio quanto la dirigenza moscovita sperava di evitare: il morbo del separatismo è dilagato nella regione e il germe della disgregazione incide sempre più a fondo nella carne viva della società. A dispetto dell’attentato di ieri, la<strong> Cecenia</strong> non è il punto più critico: c’è più violenza e radicalismo islamico in <strong>Daghestan</strong>, più miseria in <strong>Inguscezia</strong>, più tensione etnica in <strong>Ossezia del Nord</strong> e militare in<strong> Ossezia del Sud</strong>. Ma se proviamo a unire i singoli punti, spunta un unico ribollente insieme di bande armate, criminalità organizzata, sottosviluppo economico, fanatismo religioso, corruzione e risentimento anti­russo, in una regione che ha più o meno 8 milioni di abitanti dei quali solo poco più di 3 milioni sono di etnia russa.</p>
<div id="attachment_7186" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7186" title="CAUCASO" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/CAUCASO.jpg" alt="La mappa del Caucaso." width="300" height="306" /><p class="wp-caption-text">La mappa del Caucaso.</p></div>
<p>A questo punto si è arrivati soprattutto per due ragioni. <strong>Da un lato, la totale mancanza di fantasia politica del Cremlino</strong>, che ha finito con l’acuire la malattia invece di curarla. Per risolvere l’enorme pasticcio lasciato dall’Urss in quest’area (popoli sradicati e decimati da Stalin, poi tenuti in miseria dai suoi successori), <strong>Vladimir Putin</strong> si è affidato,<span> paradossalmente, al più sovietico dei metodi: stroncare i disordini e poi affidare i superstiti alle &#8220;cure&#8221; di un capo-clan locale, ma fedele a Mosca. Il caso dei<strong> due Kadyrov, padre e figlio</strong>, che si sono succeduti alla presidenza della Cecenia, è tipico ma non unico. Al resto ha provveduto la riforma varata dallo stesso Putin nel 2004, con l’abolizione dell’elezione diretta dei governatori locali, da allora in poi indicati dal Cremlino. Come conseguenza, la situazione è deflagrata in Daghestan e una Repubblica come l’Inguscezia, che aveva resistito in relativa tranquillità alla guerra in Cecenia grazie all’abilità del governatore Ruslan Aushev, è diventata un focolaio di ruberie di Stato e di estremismo islamico. </span></p>
<p><span>Al resto (ed è la seconda ragione) ha provveduto <strong>la rivalità mondiale per il controllo delle risorse energetiche</strong>, giunta al culmine con la folle corsa (2006-2008) del prezzo del petrolio. Da zona periferica dello Stato imperiale russo-sovietico, da cuscinetto tra i Paesi musulmani e quelli cristiano-ortodossi, il Caucaso è diventato snodo cruciale, sull’asse Nord-Sud come testimoniano i rapporti tra Russia e Iran ma ancor più su quello Est-Ovest, della commercializzazione di gas e petrolio. <strong>Gli Usa</strong> hanno fatto irruzione, prima sponsorizzando il cambio di regime in<strong> Georgia</strong> e l’insediamento dell’attuale presidente <strong>Saakashvili</strong>, poi collegando <strong>Azerbaigian, Georgia e Turchia</strong> con l’oleodotto BTC, inaugurato nel 2006. La presenza di un interlocutore nuovo e ingombrante come gli Usa ha fatto saltare il tavolo, come la guerra tra Russia e Georgia (2008) ha dimostrato. </span></p>
<p><span>E i buoni propositi del presidente russo <strong>Medvedev</strong>, che nel gennaio 2010 ha creato il distretto del Caucaso del Nord per dare impulso agli interventi di tipo economico e sociale, in contrapposizione alla &#8220;filosofia Putin&#8221;, sono per ora rimasti in gran parte sulla carta.</span></p>
<p><span>Pubblicato su <em>Avvenire </em>del 20 ottobre 2010<br />
</span></p>
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		<title>IL CAUCASO COLPISCE. PER CONTO DI CHI?</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 22:43:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I ceceni? Mah&#8230; L&#8217;emiro del Caucaso? Ma va là! Non era stato difficile, nelle prime ore dopo il doppio attentato nella metropolitana di Mosca, puntare il dito contro la regione più turbolenta della Federazione russa. I precedenti (dai palazzi saltati in aria nel 1999 al teatro Dubrovka nel 2002 alla scuola di Beslan nel 2004), [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I ceceni? Mah&#8230; L&#8217;emiro del Caucaso? Ma va là! Non era stato difficile, nelle prime ore dopo il doppio attentato nella metropolitana di Mosca, puntare il dito contro la regione più turbolenta della Federazione russa. I precedenti (dai palazzi saltati in aria nel 1999 al teatro Dubrovka nel 2002 alla scuola di Beslan nel 2004), lo stile <strong>(le due donne kamikaze)</strong>, l&#8217;evidente intento dimostrativo di un attacco che ha colpito il cuore della capitale, parlano chiaro. Ma per dire che cosa?</p>
<p><span id="more-4361"></span></p>
<div id="attachment_4369" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4369" title="Moscowbombing" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/03/Moscowbombing.jpg" alt="I primi soccorsi dopo gli attentati nella metropolitana di Mosca." width="300" height="188" /><p class="wp-caption-text">I primi soccorsi dopo gli attentati nella metropolitana di Mosca.</p></div>
<p><strong>Serve una premessa. Difendere Mosca dai terroristi è un&#8217;impresa impossibile</strong>. Vivono nella capitale più di 10 milioni di persone, 14 milioni se consideriamo l&#8217;area metropolitana. Un altro milioncino, con ogni</p>
<div id="attachment_4373" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-4373" title="putin" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/03/putin1-150x150.jpg" alt="Vladimir Putin." width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Vladimir Putin.</p></div>
<p>probabilità, ci vive senza essere registrato o censito. <strong>Il tutto diviso in 150 etnie</strong>, che rendono complicità e mascherature molto molto facili. In buona sostanza, un&#8217;organizzazione terroristica un minimo strutturata può colpire, anche qui, con relativa facilità. Bisogna quindi chiedersi non perché abbiano colpito Mosca ma perché l&#8217;abbiano colpita proprio ora. Per dire, poche settimane <strong>dopo l&#8217;attentato al treno tra San Pietroburgo e Mosca (26 morti)</strong> e dopo un&#8217;elezione regionale assai deludente per il partito Russia Unita e per Vladimir Putin che lo dirige.</p>
<p><strong>Da questo punto di vista, il Caucaso e le sue trame</strong> potrebbero essere il serbatoio della manovalanza del terrore che la motivazione della strage. Nessun emirato è possibile da quelle parti. E Mosca non cederà mai altro &#8220;spazio&#8221;, dopo aver subito l&#8217;intrusione americana in Georgia e in Azerbaigian, Paesi collegati dall&#8217;oleodotto BTC <strong>(Baku-Tbilisi-Ceyhan in Turchia)</strong> che fu inaugurato nel 2006 da Condoleezza Rice. Non mollerà la <strong>Cecenia </strong>(abbiamo visto quale prezzo sia disposta a pagare e a far pagare), non farà sconti alla <strong>Georgia </strong>(vedi guerra del 2008), ha ignorato l&#8217;<strong>Azerbaigian </strong>perché aveva un legame strategico con l&#8217;Iran che affaccia sullo stesso Mar Caspio, e fa ottimi affari con la Turchia.</p>
<div id="attachment_4374" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4374" title="Dubrovka" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/03/Dubrovka.jpg" alt="Teatro Dubrovka, Mosca: la scena dopo il blitz delle forze speciali russe." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Teatro Dubrovka, Mosca: così si presentava la scena dopo il blitz effettuato dalle forze speciali russe.</p></div>
<p><strong>Se è così, le vere ragioni dell&#8217;attentato di Mosca</strong> vanno cercate non nel Caucaso ma in Russia. Anzi: nella politica della Russia. La crisi economica del 2008-2009 ha mostrato che gli otto anni della presidenza Putin hanno portato a una certa stabilità economica (con due corollari: centralizzazione e compressione delle libertà individuali) ma non a una vera riforma del sistema. <strong>Aggiungendo a questo la fine della comoda rendita basata sull&#8217;alto prezzo del petrolio </strong>(nel 2007 le entrate del solo petrolio hanno costituito quasi il 10% del  Prodotto interno lordo), si capisce bene come la Russia abbia dovuto ridimensionare le proprie ambizioni. il che ha voluto dire, anche, riavvicinarsi agli Usa, anch&#8217;essi in crisi di potere e d&#8217;identità.</p>
<p><strong>A chi può stare sul gozzo questa rinascita del rapporto Usa-Russia?</strong> A non pochi. Ecco un primo elenco:</p>
<ul>
<li> l&#8217;Iran: subito dopo l&#8217;accordo raggiunto con Obama sulla riduzione dell&#8217;arsenale atomico, il presidente russo Medvedev per due volte si è detto disponibile a valutare sanzioni economiche contro Teheran e gli ayatollah che inseguono il sogno nucleare. Un cambio di rotta radicale rispetto agli ultimi anni.</li>
<li>la Cina: Pechino ha un legame strategico con l&#8217;Iran, con cui ha firmato contratti a lunga scadenza per la fornitura di petrolio. Lo sviluppo economico della Cina ha bisogno di essere nutrito con continuità, un conflitto contro l&#8217;Iran guidato dagli Usa e non ostacolato dalla Russia (Paese decisivo per la tecnologia atomica dell&#8217;Iran) creerebbe a Pechino difficoltà non da poco.</li>
<li>i Paesi del Golfo: la Russia è il secondo esportatore mondiale di petrolio ma non ha mai aderito all&#8217;Opec. Se gli Usa, domani, godessero di una prelazione sui pozzi dell&#8217;Iraq e di un più facile accesso alle forniture russe, che cosa accadrebbe all&#8217;economia degli emirati?</li>
</ul>
<p>E&#8217; uno scontro di interessi colossali al cui confronto l&#8217;impresa di arruolare qualche kamikaze e farlo arrivare a Mosca è, più o meno, uno scherzo.</p>
<blockquote>
<ul>
<li><strong><em>La cronologia dei più terribili attentati a Mosca</em></strong></li>
<li> <em>settembre 1999</em>: due esplosioni, a pochi giorni una  dall&#8217;altra, distruggono due condomini nella periferia di Mosca. Simile  scenario a Volgodonsk. Oltre 200 morti solo a Mosca.</li>
<li> <em>agosto 2000</em>: a Mosca una bomba nel sottopassaggio sotto piazza Pushkin causa 11  morti</li>
<li> <em>ottobre 2002</em>: a  Mosca, 129 morti tra gli ostaggi del teatro Dubrovak, quasi tutti uccisi dai gas utilizzati  nel blitz che porta all&#8217;eliminazione dei 41  membri di un commando ceceno. Nel gruppo ci sono molte  donne-kamikaze.</li>
<li><em>luglio 2003</em>: due donne si fanno esplodere a Tushino (periferia di  Mosca) nella folla accorsa per un concerto rock.  Quindici morti.</li>
<li><em>dicembre 2003</em>:  una kamikaze si fa saltare presso la Piazza Rossa, uccidendo 5 persone.</li>
<li>f<em>ebbraio  2004</em>: un&#8217;esplosione in un treno della metropolitana fa 41 morti e 250  feriti.</li>
<li><em>agosto 2004</em>: attentato suicida alla  stazione della metropolitana Rizhkaya, nel centro di Mosca: 10 morti.</li>
<li><em>agosto 2006</em>: attentato  in un mercato a Mosca: 10 morti.  Gli attentatori sono di un gruppo xenofobo di estrema  destra.</li>
</ul>
</blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>GEORGIA: SAAKASHVILI SVENTA IL GOLPE MA IL SUO TEMPO E&#8217; CONTATO</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2009 20:42:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vera o presunta che sia, l’insurrezione del battaglione corazzato di Mukhrovani per due giorni ha riportato l’attenzione sulla Georgia e sui suoi fragili equilibrii. La politica internazionale dovrebbe dunque esser grata agli sprovveduti carristi georgiani e, soprattutto, non farsi sfuggire l’occasione per una bella riflessione. Perché a questo punto è inutile fare giri di parole: il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vera o presunta che sia, l’insurrezione del battaglione corazzato di Mukhrovani per due giorni ha riportato l’attenzione sulla Georgia e sui suoi fragili equilibrii. La politica internazionale dovrebbe dunque esser grata agli sprovveduti carristi georgiani e, soprattutto, non farsi sfuggire l’occasione per una bella riflessione. Perché a questo punto è inutile fare giri di parole: il presidente Michail Saakashvii, l’avventuriero che nell’agosto 2008 si mise addirittura in guerra con la Russia per interposta Ossetia del Sud, salvando poi le penne per miracolo e per intervento dell’Occidente, è un morto che cammina. Solo dal punto di vista politico, ovviamente. Basta guardarsi intorno per rendersene conto. Basta notare come l’Ucraina sia tornata nei ranghi, abbandonando la politica anti-russa che l’aveva caratterizzata per una non breve stagione e andando persino alla Canossa del Cremlino per chiedere prestiti anti-crisi. <strong>O verificare la parabola della Moldavia</strong>, tornata sotto l’ala di Mosca. Anche i Baltici hanno pagato il loro prezzo: il gasdotto russo-tedesco li ha saltati, privandoli di sostanziosi diritti di transito.</p>
<p><span id="more-532"></span><br />
      <strong>In poche parole: la Russia di Vladimir Putin</strong> può accettare di essere circondata da nazioni indipendenti ma non da nazioni ostili. Peggio se ostili e alleate degli Usa. E proprio questo è il regime di Saakashvili, non a caso arrivato a Tbilisi dopo un lungo “esilio” negli States e subito proiettato ai vertici del potere, da dove agisce anche come garante e protettore dell’oleodotto BTC, inaugurato nel 2006 da Condoleezza Rice, che appunto nella capitale georgiana ha uno snodo fondamentale. D’altra parte, le manovre Nato (non era l’Alleanza Atlantica?) nel Caucaso, appaiate alla costruzione dello scudo stellare in Polonia e Repubblica Ceca, sono per Mosca una provocazione militare reale, per nulla simbolica. Che cosa farebbero gli Usa se il Canada costruisse con Mosca un sistema antimissile e il Messico ospitasse manovre congiunte degli eserciti russi e cinesi? Alla fin fine: perché il Cremlino non dovrebbe essere irritato?<br />
      <strong>Sono queste, e non l’agitazione di questo o quel reparto</strong> del modesto esercito georgiano, le ragioni per cui il ministro degli Esteri russo Lavrov non andrà alla riunione del consiglio Russia-Nato, in programma da tempo, e per cui l’espulsione dei due diplomatici russi da Bruxelles (spionaggio ai danni della Nato) non restrà senza ritorsioni. Le stesse ragioni per cui la strategia politica di Saakashvili (accentuare il confronto con la Russia per rendere sempre più stretto l’abbraccio dell’America) è già bell’e sepolta. Magari passeranno degli anni, ma Putin non consentirà mai agli Usa di gestire, indisturbati e da lontano, un regime più o meno fantoccio installato nel Caucaso, per di più ai confini della Cecenia. Con l’Abkhazia e l’Ossetia del Sud di fatto già riannesse alla Federazione russa, la sorte dell’ostilità georgiana è già segnata.<br />
      In questo senso, <strong>il vero-finto golpe militare potrebbe anche essere stato un gentile avvertimento a Saakashvili</strong> e ai suoi sponsor, che comunque ora si ritrovano a fare manovre Nato in un Paese che ha appena sedato una rivolta militare. C’è però da dubitarne: certi balletti non sono nello stile di Putin, che preferisce aspettare e poi sbattere il pugno sul tavolo. Se è così, Saakashvili ha ancor meno tempo. Lo scontento, a quanto pare, ce l’ha già in casa, e pure bello profondo. Se si guarda alle spalle, vedrà l’ombra di Gamsakhurdia  (cacciato nel 1992) e di Shevardnadze (2006) stagliarsi all’orizzonte.<br />
 </p>
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		<title>POLITKOVSKAJA, EPILOGO PERFETTO DI UN DRAMMA NON POLITICO MA SOCIALE</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Feb 2009 21:01:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E quindi, liberi tutti. Assolti ieri i due fratelli ceceni Ibrahim e Dzhabrail Makhmudov e l’ex dirigente della polizia di Mosca Sergej Khadzhikurbanov, che hanno lasciato il tribunale minacciando querele e cause per danni. Assolto ancor prima Sergej Rjaguzov, ex colonnello dell’Fsb (i servizi segreti interni), accusato di estorsione e abuso d’ufficio. Scomparso nel nulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">E quindi, liberi tutti. Assolti ieri i due fratelli ceceni Ibrahim e Dzhabrail Makhmudov e l’ex dirigente della polizia di Mosca Sergej Khadzhikurbanov, che hanno lasciato il tribunale minacciando querele e cause per danni. Assolto ancor prima Sergej Rjaguzov, ex colonnello dell’Fsb (i servizi segreti interni), accusato di estorsione e abuso d’ufficio. Scomparso nel nulla il terzo dei fratelli Makhmudov, Rustam, fuggito con un passaporto falso. Ai parenti, agli amici e ai tanti estimatori di <strong>Anna Politkovskaja,</strong> la giornalista assassinata a Mosca nel 2006, resta solo la certezza che, ancora una volta, ingiustizia è fatta.</p>
<p align="justify">      <strong>Fin dai primi commenti alla sentenza è ripartito, però, un tam tam mediatico</strong> che rischia di confondere i contorni della Politkovskaja, sminuire i suoi meriti e rendere sempre meno comprensibile la situazione della Russia. Si dice, oggi come ieri, che la sua eliminazione fu progettata in altissimo loco, addirittura al Cremlino. Si punta il dito su <strong>Vladimir Putin</strong> e sull’insopprimibile fastidio che l’allora Presidente avrebbe provato per l’instancabile opera di denuncia che la Politkovskaja svolgeva intorno alle vicende cruente della Cecenia.</p>
<p align="justify">      <strong> Questa, però, è un’interpretazione ingenua, romanzesca.</strong> Posso citare quanto mi disse <strong>Aleksandr Politkovskij,</strong> il marito, che intervistai a Mosca: “Putin non c’entra e nemmeno Kadyrov (il Presidente filorusso della Repubblica cecena, <em>n.d.r)</em>”. Sullo sfondo di questa convinzione, una realtà assai poco romantica: la Politkovskaja scriveva per <em>Novaja Gazeta</em>, un bisettimanale di modesta tiratura, diffuso soprattutto nei ristretti ambienti intellettuali e progressisti di Mosca e San Pietroburgo. Non era in grado di influenzare l’opinione pubblica russa (che infatti è sempre stata favorevole alla guerra in Cecenia) e neanche di perforare il muro di informazione filo-governativa che Putin aveva nel frattempo eretto, facendo comprare i media più importanti da alleati di fiducia, come per esempio la compagnia televisiva <em>Ntv</em> rilevata da <em>Gazprom</em>, il monopolio statale del gas.<br />
In altre parole: <strong>le denunce della Politkovskaja al Cremlino davano in concreto poco fastidio</strong>. E d’altra parte quando fu assassinata, nel 2006, era la giornalista numero 211 a perdere la vita in modo violento dal 1992, non certo la prima.</p>
<p align="justify">     <strong> Provo a rileggere, alla luce della sentenza di ieri</strong>, quanto mi disse il marito Aleksandr: “Le ipotesi più credibili riguardo alla sua morte, secondo me sono due. Sono stati dei militari che lei aveva denunciato per le violenze in Cecenia: molti credevano di ottenere gloria e medaglie con quello che facevano, invece si sono trovati in carcere o in congedo. Più facile per loro prendersela con Anna che con chi li  aveva mandati allo sbaraglio in una guerra sbagliata. Oppure sono stati i nemici di Putin, che hanno voluto “avvertirlo”. Dopo tutto, l’omicidio è avvenuto nel giorno del compleanno di Putin…”.</p>
<p align="justify">      <strong>Quello che molti dimenticano è che la Politkovskaja</strong> scrisse per anni di Cecenia senza essere toccata. Fu assassinata, invece, quando da poco aveva cominciato a interessarsi di un tema assai più banale e micidiale: i soldi. Indagava sulla corruzione degli alti comandi, sulla traffico di armi e attrezzature che finivano poi in mano ai ribelli ceceni, sulla sparizione dei miliardi che da Mosca partivano per la ricostruzione e poi finivano chissà dove, chissà a chi. Più che della Cecenia o del Cremlino, dunque, la <strong>Politkovskaja fu vittima della sua sete di giustizia</strong>, di quella giustizia così difficile da ottenere nella Russia di oggi. La stessa che cercano i commercianti costretti a pagare il pizzo, gli industriali taglieggiati dalla mafia, i poliziotti onesti emarginati o eliminati. Anche dai loro processi spariscono prove importanti o documenti che potrebbero risultare decisivi, anche nelle loro udienze i giurati paiono spesso timidi o reticenti. E in questo senso la vicenda della Politkovskaja risulta ancor più drammatica ed emblematica del mito della giornalista odiata dal Cremlino.</p>
<p align="justify">Pubblicato sull&#8217;<em>Eco di Bergamo </em>del 20 febbraio 2009   <a href="http://www.eco.bg.it">http://www.eco.bg.it</a></p>
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		<title>L&#8217;INSANA PASSIONE PER LA GUERRA DELLA BUONA BORGHESIA ITALIANA</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 08:38:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Anche questa volta, mentre le bombe piovono su Gaza e i razzi su Israele e i civili muoiono, i giornali grandi e piccoli della borghesia italiana si affannano a spiegare che sparare è giusto perché il fine è nobile. Niente di nuovo. Se poi finisce come in Irak dal 2003 a oggi (150 mila [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Anche questa volta, mentre le bombe piovono su Gaza e i razzi su Israele e i civili muoiono, i giornali grandi e piccoli della borghesia italiana si affannano a spiegare che sparare è giusto perché il fine è nobile. Niente di nuovo. Se poi finisce come in Irak dal 2003 a oggi (150 mila civili morti secondo le stime del Governo iracheno), in Afghanistan dal 2001 a oggi (e sempre peggio) o, per restare al Medio Oriente, in Libano nel 2006 (più di mille civili libanesi uccisi per “sradicare Hezbollah”, e oggi Hezbollah governa il Libano), pazienza: <strong>ricarichiamo il fucile e passiamo oltre</strong>. Come diceva quel tizio che andava in calzoncini nella neve caduta fuori stagione: se il tempo è matto, devo forse essere matto anch’io?<br />
      <strong>Questa insana passione per la guerra</strong> è l’espressione più evidente della deriva ideologica a cui ci siamo abbandonati da quando il crollo del Muro di Berlino ci ha proiettati, senza merito e senza colpa, in un mondo di cui abbiamo perso le coordinate. <strong>Siamo diventati degli stalinisti della democrazia</strong>. Viviamo nel migliore dei sistemi possibili (ed è vero) e siamo pronti a tutto per “regalarlo” anche agli altri. Un embargo che affama i civili? Eccoci. Una guerra? Perché no. E se ci sono terroristi in una scuola non esitiamo a buttarla giù a cannonate, perché la ricerca del bene ha le sue esigenze e i genitori capiranno.<br />
      <strong>Egregi direttori di giornale, autorevoli commentatori e filosofi da circo</strong> vogliono convincerci di due cose: che tutto questo sia morale, anche se il Catechismo dice cose assai precise sulla “guerra giusta” e <strong>papa Ratzinger</strong>, pochi giorni fa nel discorso al Corpo diplomatico, ha ribadito che «l’opzione militare non è una soluzione e la violenza, da qualunque parte essa provenga e qualsiasi forma assuma, va condannata». E, seconda cosa, vogliono convincerci che sia produttiva, anche se di risultati non si vede l’ombra. Vi pare migliorato questo mondo, in cui nel 2008 si è arrivati a morire in tumulti per il pane? Per sostenerlo, i soliti noti sono costretti a una serie di acrobazie intellettuali che si risolvono in questo: ciò che piace a noi è giusto, ciò che piace agli altri&#8230; si vedrà.</p>
<p>      <strong>Qualche esempio? La Georgia bombarda a tradimento i civili de</strong>ll’Ossetia, la Russia reagisce. Ma è una reazione spropositata, dicono i paladini del bene, pronti però a dire l’esatto contrario sulla reazione di Israele ai razzi di Hamas. A proposito: perché il Kosovo filo-americano (e magari il Tibet anti-cinese) ha diritto all’indipendenza e l’Ossetia filo-russa no? Rivendicazioni nate negli stessi anni e per le stesse ragioni, ma conclusioni diverse. Per converso, l’integrità territoriale della Georgia è un sacro valore e quella della Serbia non conta nulla. E via così. Con Hamas non si parla e non si tratta, si spara e basta. E perché, allora, con i taliban sì, come proposto dai generali inglesi e americani e come ipotizzato anche dai politici dei rispettivi Paesi?<br />
      <strong>Tutto va bene, insomma, pur di sfuggire a una realtà</strong>: avere il sistema più efficiente e benevolo è un merito, ma anche una responsabilità. A molti piacerebbe essere <strong>civili in salotto e incivili in cucina</strong>, liberali con diritto alla strage, democratici ma con licenza di abbassarsi a piacere ai peggiori sistemi del peggior nemico. Rassegniamoci, non può essere così. È immorale, per chi crede. Chi non crede dovrebbe almeno capire che, comunque, non funziona.<br />
 <br />
Pubblicato su <em>Famiglia Cristiana</em> numero 3 /2009  <a href="http://www.famigliacristiana.it">http://www.famigliacristiana.it</a></p>
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		<title>RUSSIA E UCRAINA LITIGANO COME DUE COMARI. FORSE NON SANNO CHE L&#8217;URSS NON C&#8217;E&#8217; PIU&#8217;</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 21:03:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Per la seconda volta in tre anni, Russia e Ucraina si sono messe a litigare sul gas fino al punto di interrompere le forniture agli altri Paesi d’Europa. Colpisce, di questa bega internazionale, soprattutto un aspetto: proprio sul gas, Russia e Ucraina hanno tutto da guadagnare ad andare d’accordo e tutto da perdere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment-->  <!--StartFragment-->
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"><span style="font-size: 14pt">      Per la seconda volta in tre anni, Russia e Ucraina si sono messe a litigare sul gas fino al punto di interrompere le forniture agli altri Paesi d’Europa. Colpisce, di questa bega internazionale, soprattutto un aspetto: proprio sul gas, Russia e Ucraina hanno tutto da guadagnare ad andare d’accordo e tutto da perdere nel continuare a discutere. Perché <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">la Russia ha molto bisogno di vendere il gas all’Europa</span>, soprattutto ora che il prezzo del petrolio è crollato sotto i 40 dollari, e per farlo non ha che i gasdotti che attraversano il suo suscettibile vicino. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">L’Ucraina, a sua volta, dipende dalla Russia per il 90% del proprio fabbisogno energetico</span> oltre che per il 25% dell’interscambio commerciale, dunque non può proprio permettersi uno scontro con il Cremlino.<o:p></o:p></span></p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"><span style="font-size: 14pt">      <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Ci sono ragioni “tecniche” se poi questi due grandi Paesi litigano come piccole comari</span>. Per esempio i soldi: Mosca paga il diritto di passaggio vendendo a Kiev il gas a un prezzo di assoluto favore, meno della metà di quello (480 dollari ogni mille metri cubi) che applica a<span>  </span>Italia, Germania, Turchia e così via. Ma la sensazione è che le classi politiche di Russia e Ucraina incontrino tuttora qualche difficoltà nell’orientarsi in un mondo che non manca di difetti ma di certo è ormai completamente desovietizzato. La Russia sembra fin troppo incline a considerarsi <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">l’erede della sfera d’influenza dell’Urss</span>, come se non realizzasse che nel mondo plurale d’oggi non esistono pasti gratis e, tantomeno, eredità automatiche. Grossa e potente com’è, deve comunque rispettare le leggi del mercato politico: l’influenza te la devi guadagnare, nessuno ti regala nulla, ci sono tanti piccoli Paesi (pensiamo all’Iran o al Venezuela) capaci di sfruttare posizioni strategiche o risorse essenziali per render la vita dura anche ai colossi. I ricordi del passato, e magari qualche legittima frustrazione accumulata nel passaggio tra ieri e oggi, rischiano di essere pessimi consiglieri. <o:p></o:p></span></p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"><span style="font-size: 14pt">      <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Uno strano disagio a cui non sfuggono, però, nemmeno i Paesi</span> a suo tempo felicemente usciti dall’influenza sovietica e da anni avviati sulla strada di uno sviluppo autonomo. L’Ucraina è un caso tipico: 1.600 chilometri di confine con la Russia, 20% della popolazione russofona e una ricorrente inclinazione a varare <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">politiche così anti-russe da risultare, insieme, disastrose e patetiche</span>. E della Georgia, che dire? Lì si è addirittura arrivati alla guerra, anche se la realtà degli equilibrii regionali (i problemi del Caucaso mettono i brividi a Mosca ma potrebbero travolgere Tbilisi) e internazionali (nessuno, nemmeno il Cremlino, può mettere in pericolo l’oleodotto che passa per la Georgia, strategico per gli Usa) indica con evidenza che i due Paesi sono condannati a sopportarsi. Ancora: il linguaggio delle classi dirigenti della Polonia e della Repubblica Ceca, per non citare l’Estonia, pare a tratti uscire dritto dai tempi della Guerra Fredda. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Parlano come se l’Armata Rossa stesse ammassando truppe ai confini</span>. La vicenda dello scudo stellare, per come è stata gestita da Varsavia, ha dimostrato che non aveva torto Mosca nel sentirlo come un (inutile) affronto.<o:p></o:p></span></p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"><span style="font-size: 14pt">     <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">E’ difficile credere che per questa malattia ci sia altra medicina che il tempo</span> e la diversa mentalità di nuove generazioni. Intanto potrebbe mettere una buona parola, se ne avesse la forza, quell’Unione Europea dove oggi convivono nazioni che per secoli si sono combattute. Proprio com’è successo nella lite per il gas.</span></p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"><span style="font-size: 14pt">Pubblicato su <span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">Avvenire</span> del 13 gennaio 2009     <span><a href="http://www.avvenire.it">http://www.avvenire.it</a>   </span><o:p><span style="font-size: 11px; line-height: 14px" class="Apple-style-span"></span></o:p></span></p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"> </p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"> </p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"> </p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"><span style="font-size: 9px; line-height: 7px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm" class="MsoNoteLevel1"> <o:p></o:p></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>RUSSIA E GEORGIA QUATTRO MESI DOPO: LA PIU&#8217; STUPIDA DELLE GUERRE</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Dec 2008 14:33:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Il siluramento dei ministri degli Esteri e della Difesa della Georgia (arrivato dopo che analoga sorte era toccata al capo di Stato Maggiore delle Forze armate) arriva proprio mentre scoccano i quattro mesi dalla guerra d’estate con la Russia per il controllo dell’Ossetia del Sud. E l’una e l’altra occasione favoriscono la domanda: a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Il siluramento dei ministri degli Esteri e della Difesa della Georgia (arrivato dopo che analoga sorte era toccata al capo di Stato Maggiore delle Forze armate) arriva proprio mentre scoccano i quattro mesi dalla guerra d’estate con la Russia per il controllo dell’Ossetia del Sud. E l’una e l’altra occasione favoriscono la domanda: a parte i profughi, le distruzioni, i rancori e una scia di omicidi ed esecuzioni più o meno eccellenti nei villaggi di frontiera, <strong>che cosa resta di quella guerra?</strong> Il premier georgiano <strong>Saakashvili </strong>pochi giorni fa ha ammesso quanto aveva a lungo negato, e cioè che furono le sue truppe a colpire per prime, ma ha ribadito che la decisione fu presa per sventare un attacco russo. <strong>Il Cremlino</strong>, per parte sua, ripete di aver imbracciato le armi solo per difendere gli osseti e, eventualmente, anche gli abkhazi. E se i suoi tank hanno un po’ esagerato con le bombe, beh, bisogna capirli.<br />
<strong>La verità che nessuno dei protagonisti vuole ammettere</strong> è che gli uni e gli altri hanno causato sofferenze alla popolazioni senza produrre un solo risultato politico. Nemmeno perverso, immeritato, a danno esclusivo dell’avversario. A parte i morti, i feriti e i profughi, il nulla. Proviamo a fare la conta. <strong>La Georgia</strong>: Saakashvili, come detto, è costretto a sacrificare i suoi per salvare il proprio potere, ormai scosso dalle contestazioni. La folle avventura della guerra contro il gigante russo ha messo in luce la scarsa consistenza del suo acume politico e ha compromesso lo status internazionale del Paese. Già <strong>George Bush</strong>, coinvolto forse contro voglia in un pericoloso rialzo della tensione con la Russia, aveva dovuto mettere un freno ai progetti d’ingresso della Georgia nella Nato. Figuriamoci quel che sarà con <strong>Obama</strong>, che non solo rilancia la concertazione internazionale ma deve anche fare i conti con una crisi economica così seria da lasciare poco spazio alla voglia di avventure in regioni esotiche e lontane come il Caucaso. Per non parlare <strong>dell’Unione Europea</strong>, che a suo tempo fece un po’ di faccia feroce e mandò avanti Nicolas Sarkozy, felice come sempre di occupare la scena, ma ha presto ripreso a fare affari con la Russia, come realismo e necessità imponevano.<br />
<strong>La Russia: certo, ha dato una lezione a Saakashvili. Bella forza. E poi?</strong> La Georgia resta la base del vero affondo strategico degli Usa nella regione, l’oleodotto Btc (Baku-Tbilisi-Ceyhan), inaugurato nel 2006 e di fatto intoccabile. Saakashvili è ancora lì e gli americani, se pure poco disposti a litigare con il Cremlino, faranno comunque il necessario perché il loro incauto ma fedele alleato conservi il potere. E pure <strong>l’Ossetia del Sud</strong> è destinata a restare nel limbo in cui si trova da quasi vent’anni: non è più Georgia, non è ancora Russia, non è nemmeno indipendente perché nessun Paese al mondo la riconoscerebbe come tale. In compenso, la guerra d’estate ha convinto un po’ di imprenditori occidentali a ritirarsi dal mercato russo, difficile di suo anche senza l’eco lontana delle cannonate.<br />
<strong>Insomma, l’unica conclusione che si può trarre da quel conflitto e dalle sue dinamiche è questa</strong>: nel terzo millennio, in questo mondo super tecnologico, su questo pianeta ormai totalmente interconnesso, una guerra può ancora scoppiare per un disturbo della personalità, per uno scatto di nervi, per un puntiglio, per un calcolo senza fondamento. Come in certi romanzi di <strong>Graham Greene</strong>, in cui un giardiniere gioca alla spia e provoca un’invasione. Riguarda Georgia e Russia ma dà i brividi anche a noi.</p>
<p>Pubblicato su <em>Avvenire</em> del 7 dicembre 2008  <a href="http://www.avvenire.it">http://www.avvenire.it</a><br />
 </p>
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		<title>DALL&#8217;OSSETIA ALLA SIRIA, LA BOMBA DEL VICINO E&#8217; SEMPRE PIU&#8217; VERDE</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Oct 2008 15:37:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>      Oggi parliamo di bombe. Poche ore fa, in Ossetia del Sud, un’autobomba ha ucciso 7 soldati russi e ne ha feriti altri tre. Il 1 ottobre, a Damasco, capitale della Siria, un’altra automobile imbottita di tritolo ha eliminato il generale di brigata dell’esercito <strong>George Ibrahim al Gharbi</strong> (che viaggiava con il figlio, morto anche lui) insieme con 17 civili. Il 29 settembre a Tripoli, in Libano, un altro attentato ha colpito un autobus carico di soldati: ne sono morti cinque. Il 10 settembre, sempre in Libano, l’ennesima carica di esplosivo ha liquidato, poco a Sud di Beirut, <strong>Saleh Aridi</strong>, stretto collaboratore di Talal <strong>Arsalan</strong>, leader dell’ala drusa che, al contrario di quella guidata da <strong>Walid Jumblatt</strong>, parteggia per il nuovo Presidente, per il nuovo assetto politico ed è quindi generalmente definito “filo-siriano”. Altri attentati si erano avuti in agosto, in Libano, alla vigilia della storica visita di Stato compiuta in Siria da <strong>Michel Suleiman</strong>, ex capo dell’esercito e ora presidente della Repubblica del Libano.<br />
      Mettiamo in fila i fatti. L’attentato in Ossetia contro i soldati russi da chi può essere stato commissionato? Dai marziani? O succederà come con la recente guerra, <strong>con la Georgia che attacca a tradimento</strong>, subisce l’ovvia lezione russa, la Casa Bianca che parla di “reazione esagerata”, i vari Levy e Glucksmann che si allineano e ci spiegano che sotto sotto il vero aggressore è Putin?<br />
      Passiamo al Medio Oriente. Il Libano e la Siria, fino a prova contraria, sono Stati sovrani. <strong>Il Libano è anche una democrazia</strong>. Travagliata, fortemente imperfetta, a rischio di conflitti e di tracolli. Ma, come si dice: averne, in Medio Oriente, di Paesi così. <strong>La Siria è quello che è, uno Stato autocratico</strong>, governato da una minoranza (gli alawiti, branca dello sciismo cui appartiene la famiglia Assad) spesso con sistemi brutali. Ma è anche il Paese che ha accolto senza batter ciglio centinaia di migliaia di esuli iracheni, <strong>per il 60% cristiani</strong>, che hanno fatto crescere la popolazione siriana (e con essa le difficoltà per garantire cibo, alloggio, scuole, lavoro, trasporti, elettricità e acqua) del 10% in tre anni.<br />
      In ogni caso, e proprio mentre Siria e Libano cercano di normalizzare i loro rapporti, drammatici e cruenti per decenni, gli attentati colpiscono da un lato i fedeli del presidente Assad, dall’altro i soldati del presidente Suleiman (fino a pochi mesi fa soldato egli stesso) e le forze politiche che non si oppongono al processo di distensione.<br />
<strong>Non vi sareste aspettati anche voi paginate e paginate sui giornali?</strong> Almeno una parte dell’eco che ebbero le analoghe morti di oppositori della distensione tra i due Paesi, morti subito messe in conto alla Siria? Non credete anche voi che il ristabilimento di relazioni civili tra due Paesi che si sono a lungo combattuti sia comunque un fatto positivo, soprattutto in una regione come quella?<br />
      E invece no. Lo sdegno tace, la stampa ha altro da fare, gli esperti non si occupano di queste piccolezze. <strong>La Casa Bianca non suona la grancassa e quindi i liberi pensatori non tolgono il cappuccio alla penna</strong>. Il problema è che il silenzio conferma ai vari Putin, Assad e compagnia bella che tutti i nostri discorsi su pace, libertà, democrazia, valori, morale e terrorismo sono, appunto, solo dei bei discorsi, usati ad arte per mascherare un banalissimo interesse politico ed economico. Forse non è così, certo non è sempre così. Ma il mondo inquieto e plurale uscito dal crollo del Muro esige ben altra coscienza dei problemi globali e ben altra visione dei rapporti tra i popoli.<br />
 </p>
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		<title>USA E RUSSIA GIOCANO A TENNIS, L&#8217;EUROPA FA L&#8217;ARBITRO</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 19:40:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Caucaso]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Georgia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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		<description><![CDATA[      Il confronto tra Usa e Russia sulla Georgia, cominciato come partita a scacchi, si è ormai trasformato in un match di tennis, ricco di violenti scambi da fondocampo. Gli ultimi in poche ore: George Bush annulla un accordo, costato due anni di negoziati, per la cooperazione sul nucleare civile tra Usa e Russia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment-->
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm"><span style="font-size: 14pt">      Il confronto tra Usa e Russia sulla Georgia, cominciato come partita a scacchi, si è ormai trasformato in un match di tennis, ricco di violenti scambi da fondocampo. Gli ultimi in poche ore: George Bush annulla un accordo, costato due anni di negoziati, per la cooperazione sul nucleare civile tra Usa e Russia, <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Dmitrij Medvedev</span> annuncia di voler dislocare in Abkhazia e in Ossetia del Sud guarnigioni per un totale di 7.600 soldati. Proprio per questo è inutile, al momento, trarre bilanci, stilare classifiche o, peggio, stabilire chi ha vinto e chi invece ha perso. La partita è in corso, offrirà altri colpi di scena e forse <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">non avrà mai un vincitore dichiarato come successe con la “guerra fredda”</span>. Allora si confrontavano due sistemi, oggi realtà molto diverse (Usa e Russia appunto) che operano però dentro un’unica cornice di competizione politico-economica globale.<o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm"><span style="font-size: 14pt">      In tale competizione, gli Usa sono protagonisti almeno dal 1980, cioè da quando il presidente democratico <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Jimmy Carter</span> definì la libera circolazione del petrolio nel Golfo Persico un “interesse vitale” degli Usa, dicendosi pronto a “usare tutti i mezzi necessari, compresa la forza militare” per proteggerlo. E infatti così è stato. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">E’ ridicolo, quindi, sostenere che la fine della “guerra fredda” avrebbe portato con sé la fine delle “sfere d’influenza”.</span> Il problema, invece, sta nel fatto che al campionato si sono iscritte squadre nuove.<o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm"><span style="font-size: 14pt">      E’ questa imprevista concorrenza, a ben vedere, la ragione prima del conflitto. Per gli Usa è una sorpresa difficilmente accettabile. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Per la Russia, invece, è già una “vittoria” scendere in campo e costringere gli altri a preoccuparsi del risultato.</span> Vladimir Putin ha atteso a lungo l’occasione favorevole e il momento giusto. La prima gliel’ha offerta l’impazienza del leader georgiano <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Saakashvili</span>, il secondo la fase di affanno dell’economia americana ed europea, a cui manca solo di mettere a rischio la continuità delle forniture energetiche per trasformare la crisi in un dramma. Il che spiega, tra l’altro, anche perché l’Europa deve accontentarsi, malgrado il tifo degli ultras filoamericani, del ruolo di arbitro.<o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm"><span style="font-size: 14pt"><span>       </span>Ci sono anche coloro che ironizzano sulla presunta sindrome da accerchiamento del Cremlino. Come si può accerchiare un Paese che va dall’Europa all’Asia, dicono? <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Ma nella questione caucasica è la dimensione verticale quella che conta.</span> Sul Mare del Nord la Russia non ha problemi. Ne ha molti, invece, a Sud, in quello sbocco sui mari caldi che ha inseguito per tutta la sua storia. Diamo un’occhiata alla cartina: <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">gli Usa hanno integrato nella propria orbita Ucraina, Georgia e Azerbaigian</span>. La Russia si è ritagliata il punto d’appoggio dell’Abkhazia sul Mar Nero e un corridoio sul Mar Caspio per collegarsi all’Iran, unica possibilità che le resta per raggiungere quel Golfo Persico che è essenziale ai suoi interessi petroliferi (passa da lì ogni giorno il 40% dell’oro nero) e che gli Usa, assai più lontani, considerano da trent’anni loro “interesse vitale”. Detto questo, e ricordato che il Cremlino ha sempre sospettato che fossero gli Usa a soffiare sul fuoco ceceno, sarebbe da ingenui credere che Putin e Medvedev possano cedere sui problemi del Caucaso.<o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm"><span style="font-size: 14pt">      Anzi: cercheranno di farseli durare, come infatti fanno, annunciando un ritiro per poi dilazionarlo, firmando un accordo per poi muovere le truppe. <span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">La politica americana delle piccole ritorsioni non danneggia la Russia e, anzi, le conferma di contare finalmente qualcosa.</span> E la presunta debolezza dell’Europa è solo la concreta presa d’atto che oggi, nel mondo reale, essere alleati degli Usa può anche non bastare.</span></p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm">Pubblicato su <span class="Apple-style-span" style="font-style: italic">Avvenire</span> del 10 settembre 2008   http://<a href="http://www.avvenire.it">www.avvenire.it </a></p>
<p class="MsoNoteLevel1" style="margin-left: 0cm; text-indent: 0cm"> <o:p></o:p></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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