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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Barack Obama</title>
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		<title>IL MEDIO ORIENTE NON PIANGE PER OSAMA</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2011 20:16:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dieci anni fa, l’esultanza delle piazze del mondo arabo al crollo delle Torri Gemelle gelò il sangue nelle vene a milioni di occidentali e offrì il primo appiglio a retori e politicanti per una demonizzazione “senza se e senza ma” della complicata galassia islamica. Ieri, la quasi ostentata indifferenza dei musulmani all’esecuzione di Osama bin [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dieci anni fa, l’esultanza delle piazze del mondo arabo al crollo delle Torri Gemelle gelò il sangue nelle vene a milioni di occidentali e offrì il primo appiglio a retori e politicanti per una demonizzazione “senza se e senza ma” della complicata galassia islamica. Ieri, la quasi ostentata indifferenza dei musulmani all’esecuzione di <strong>Osama bin Laden</strong>, il terrorista che si faceva chiamare “Principe dei credenti”, è stata serenamente ignorata da analisti, esperti e varia umanità.</p>
<p><span id="more-9941"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/osamasito1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9943" title="osamasito" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/osamasito1.jpg" alt="osamasito" width="300" height="231" /></a></p>
<p>Certo, hanno protestato i palestinesi di Hamas, gettando un’ombra preoccupante sul recente accordo siglato con Al Fatah per interposto Egitto. L’Iran ha detto che, morto Osama, gli americani non hanno più ragione di restare in Medio Oriente, e ha fatto sorridere tutti. E poco altro, sul fronte del rimpianto. Dall’altra parte, un esempio per tutti:<strong> i rallegramenti per il successo americano della Turchia</strong>, il cui Governo viene comunemente definito “islamista”.</p>
<p>Non è facile rinnovarsi, buttare a mare certi fagotti che ci siamo a lungo portati appresso, e che solo per abitudine ci paiono indispensabili. Ma proprio la morte di Osama e la reazione di quelle che ci piace chiamare, un po’ spregiativamente, “masse arabe” (avete mai sentito dire “masse asiatiche” o “masse americane”?) ci dicono che dobbiamo aggiornare i nostri strumenti. <strong>Osama bin Laden era un sopravvissuto, un latitante malato che ha potuto sfuggire per dieci anni alla caccia degli Usa solo grazie all’appoggio di qualche ramo deviato dei servizi segreti del Pakistan.</strong> La Al Qaeda che aveva fondato nel 1988 in base a un progetto di terrorismo globale e di guerra aperta ai “crociati” americani era morta assai prima di lui, già nel 2001, quando l’attacco all’Afghanistan lo aveva privato dell’unica base ormai sicura.</p>
<p><strong>Non è finito il terrorismo ma è finito “quel” terrorismo, capace di colpire a Bali come a Madrid, a New York come a Londra,</strong> di organizzare una rete mondiale di finanziamento e sostegno, di conquistare alla causa della violenza settori importanti degli apparati di Stato. Ci sono fronti ancora aperti e irti di pericolo ma sono isolati e periferici: il più inquietante è il blocco Pakistan-Afghanistan, anche per le ripercussioni sulle minoranze religiose, per prima quella cristiana. E poi c’è lo Yemen. L’eterno contrasto tra Israele e i palestinesi è un’altra storia e il rischio Al Qaeda, semmai, è tutto nel campo palestinese.</p>
<p>Per finire il lavoro bisogna pacificare l’Afghanistan, certo, e consolidare l’Iraq. <strong>Ma altrettanto importante è stare vicini ai giovani che in Iran chiedono più democrazia, ai tunisini che vogliono costruire uno Stato nuovo e moderno, ai libici che non sopportano più il tiranno,</strong> agli egiziani che vogliono riformare la Costituzione, ai siriani  che cadono a centinaia sotto le fucilate dell’esercito per chiedere più onestà e un po’ di benessere.</p>
<p>E’ questa, adesso, la sfida. <strong>Barack Obama, il presidente che ha dato l’ordine di uccidere Osama, lo ha capito prima di ogni altro.</strong> A partire dal discorso con cui, al Cairo, nel giugno 2009, offrì al mondo arabo una versione della democrazia europea intinta nel pragmatismo americano: “Una cosa è chiara e palese: i Governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri”. Non è tutto qui, ovvio. <strong>Ma è una delle ragioni per cui la democrazia piace e funziona. </strong>Milioni e milioni di persone in tutto il Medio Oriente mostrano di averlo capito. La loro delusione, e l’oppressione che potrebbero tornare a subire, è l’unica levatrice che potrebbe far nascere un altro Osama.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 4 maggio 2011</p>
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		<title>ANCHE IN LIBIA LE BOMBE LA SANNO LUNGA</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2011 19:01:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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		<description><![CDATA[DI GIORGIO VECCHIATO E’ un luogo comune, ma sempre valido: la prima vittima di ogni guerra è la verità. A sostenere il falso sono un po’ tutte le parti in causa, dai propagandisti ai combattenti. La menzogna è giustificata dalla necessità di tenere alto il morale della truppa, e talvolta funziona. Quando però l’altalena tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DI GIORGIO VECCHIATO</p>
<p>E’ un luogo comune, ma sempre valido: la prima vittima di ogni guerra è la verità. A sostenere il falso sono un po’ tutte le parti in causa, dai propagandisti ai combattenti. La menzogna è giustificata dalla necessità di tenere alto il morale della truppa, e talvolta funziona. Quando però l’altalena tra il vero e il falso rende indecifrabili le sorti di un conflitto, <strong>il mondo politico e il mondo degli affari possono avere interessi diversi.</strong> Ai governanti si pongono problemi di stabilità e sfere di influenza. Gli affaristi mirano ai soldi, oggi come duecento anni fa. Anno 1815.</p>
<p><span id="more-9574"></span></p>
<div id="attachment_9580" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9580" title="LIBIA" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/LIBIA.jpg" alt="Le tombe di alcuni insorti libici uccisi dal &quot;fuoco amico&quot; della coalizione." width="300" height="187" /><p class="wp-caption-text">Le tombe di alcuni insorti libici uccisi dal &quot;fuoco amico&quot; della coalizione internazionale.</p></div>
<p><strong>Il ramo inglese dei Rothschild cominciò a vendere azioni mentre arrivavano notizie, inventate ad arte, su Napoleone vittorioso a Waterloo.</strong> Il panico invase la Borsa londinese: se così si comportavano quei formidabili banchieri, non c’era che da imitarli. Solo che i Rothschild, avendo sul posto emissari con piccioni viaggiatori, e sulla Manica barche veloci, erano gli unici a sapere che in realtà aveva vinto Wellington. Rastrellarono tutte le azioni, le proprie e quelle altrui. Il guadagno fu colossale.</p>
<p>Anche oggi, per la guerra in Libia, il vero e il falso si confondono. Missili o diplomazia, tutto è ancora possibile. Ma la previsione è per tempi lunghi. <strong>La sola certezza è che i missili contro Gheddafi, prima quelli dei “volenterosi”, poi quelli atlantici, non solo si mostrano insufficienti </strong>ma rischiano di compromettere la causa degli alleati. Ed anche quella degli insorti. Stando alle ultime notizie, le “bombe intelligenti” hanno qui massacrato famiglie libiche, là un convoglio di ribelli. Questi errori hanno nomi gentili come “fuoco amico” o “effetti collaterali”. Si chieda alle tribù afghane quale è l’effetto vero.</p>
<p>C’è dell’altro. Più diviene incerta una guerra, più si allungano i tempi e più tende ad allargarsi il fossato tra governanti e affaristi. Per la Libia, i primi aspettano che Obama esca da quella che gli stessi giornali americani definiscono una condizione amletica. Cioè il dubbio su come sia meglio agire. <strong>La speranza dei produttori di armi è che si vada avanti con le bombe</strong> e magari si diano cannoni e carri armati – non pochi né per tempi brevi – agli insorti. Più che le attuali vertenze fra interventisti e pacifisti, schematiche le une come le altre, conta perciò questo conflitto di interessi. Che si aggiunge, superfluo dirlo, a quelli sul petrolio e sulle minacce che investono tutto il Medio Oriente.</p>
<p>Ultimo appunto, sempre su armi e falsi ma passando dalla tragedia al grottesco. In una rubrica Rai si rievoca un celebre e amaro film con <strong>Alberto Sordi</strong> mercante d’armi. Era una chiamata di correo, una denuncia dell’ipocrisia collettiva. Splendida opera di Monicelli, dice il conduttore Paragone, e Diliberto fa eco: “Monicelli, grande regista e grande comunista”. Uno che capiva e anticipava tutto. Dettaglio. Monicelli non c’entrava per niente. Il soggetto, la regia e una quota di sceneggiatura erano <strong>dello stesso Sordi. Democristiano. </strong>Anzi, per la precisione, andreottiano.</p>
<p><em><strong>di Giorgio Vecchiato</strong></em></p>
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		<title>USA, RUSSIA E CINA, GIOCO A TRE SULLA LIBIA</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 21:33:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8221;Non e&#8217; piu&#8217; il  momento dell&#8217;ambiguita&#8217;. Il problema ha un nome.  Gheddafi deve andare via&#8221;. E&#8217; quanto sostiene, ora, Jose&#8217; Manuel Barroso, presidente della Commissione europea. E se non va? Se per combinazione Gheddafi la spunta e ce lo ritroviamo a Tripoli, ammaccato ma vincitore?</p>
<p><span id="more-9281"></span></p>
<div id="attachment_9289" class="wp-caption aligncenter" style="width: 476px"><img class="size-full wp-image-9289" title="oillibya" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/oillibya.jpg" alt="Cqmpi petroliferi in Libia." width="466" height="291" /><p class="wp-caption-text">Campi petroliferi in Libia.</p></div>
<p>Le dichiarazioni di <strong>Barroso</strong>, uno dei politici piu&#8217; incolori della scena mondiale, fanno il paio con quelle di <strong>Herman Van Rompuy</strong>, il Presidente permanente della Ue, uno dei pochi politici piu&#8217; incolori di Barroso, che ha definito il Consiglio nazionale di transizione libico insediatosi a Bengasi  &#8221;un interlocutore politico&#8221;. Sommate alle dichiarazioni assai piu&#8217; bellicose e precoci degli Usa, e alle fredde constatazioni della Russia (il Cremlino ha gia&#8217; definito Gheddafi &#8220;politicamente un cadavere&#8221;), l&#8217;atteggiamento della Ue ci dice che il Rais puo&#8217; forse sopravvivere ma certo non vincere. Gli amici di ieri l&#8217;hanno mollato, ecco tutto.</p>
<p>Anche se in Libia ancora si combatte, e i rivoltosi incassano le prime sconfitte, e&#8217; gia&#8217; cominciata un&#8217;altra e piu&#8217; spietata partita. <strong>La giocano in tre: Usa, Cina e Russia.</strong> Gli Usa vedono a portata di mano l&#8217;occasione per mettere le mani (strategicamente parlando) su una bella fetta di Medio Oriente e al tavolo della trattativa esibiscono fiche importanti: l&#8217;ipoteca gia&#8217; calata su Egitto e Tunisia e l&#8217;allineamento dei Paesi arabi (soprattutto quelli del Golfo), timorosi che il virus del Maghreb si estenda fino a loro, magari col silenzio-assenso proprio degli Usa. Devono pero&#8217; convincere la Russia e la Cina e avere il loro via libera.</p>
<p>La Russia vendeva un sacco di armi a Gheddafi e otteneva da lui anche qualche favore non secondario, come le basi navali sul Mediterraneo. <strong>Ma nella partita del Maghreb il Cremlino corre soprattutto il rischio che un diverso assetto del mercato del petrolio e del gas penalizzi il suo commercio estero, basato quasi solo su minerali e idrocarburi.</strong> L&#8217;Iraq, americanizzato gia&#8217; oggi, e la Libia, forse americanizzata domani, sono tra i Paesi dell&#8217;Opec, addirittura tra i fondatori. Il nuovo Stato del Sud Sudan, appena nato ma gia&#8217; concupito per i suoi pozzi, e&#8217; in gran parte frutto della diplomazia americana. La Russia non puo&#8217; permettersi che gli incassi da gas e petrolio calino oltre una certa soglia fisiologica, e nemmeno che le dinamiche dei prezzi internazionali siano decise a Washington.</p>
<p><strong>La Cina ha, invece, il problema inverso. Non esporta ma importa enormi quantita&#8217; di gas e petrolio. </strong>Sono il sangue che innerva la sua furibonda crescita economica: deve continuare a fluire, con regolarita&#8217; e a un prezzo ragionevole. Del resto (Gheddafi, i rivoltosi, i marziani&#8230;) alla Cina non importa nulla. Con una complicazione: avendo investito <strong>700 miliardi di dollari in buoni del Tesoro Usa</strong> (pari al 21% del debito pubblico americano), Pechino ha interesse a proteggere il proprio investimento. Se non fosse cosi&#8217;, gli Usa sarebbero in rovina da tempo.</p>
<p>La soluzione alla crisi della Libia uscira&#8217;, quando uscira&#8217;, da questa trattativa assai piu&#8217; che dagli scontri e dalle morti sul campo. Le <em>boutade</em> bellicistiche di Sarkozy e le fiere dichiarazioni dei maggiorenti Ue sono solo i tardivi tentativi europei di sedersi a un tavolo ormai apparecchiato per ben altri interlocutori. <strong>La Casa Bianca, intanto gioca una partita diplomatica complessa e ambigua.</strong> Per riuscire nei suoi scopi deve accreditarsi presso Usa a Cina come un credibile mediatore tra gli interessi delle potenze. Se ci riusciranno, Obama e la Clinton avranno fatto un capolavoro. Ma in quel caso non avranno anche certificato il fatto che gli Usa non sono piu&#8217; quelli inarrestabili e onnivori di una volta?</p>
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		<title>FIAT, IL FUTURO E OBAMA DICONO USA</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 22:11:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Fiat]]></category>
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		<description><![CDATA[Sulla questione Fiat-Chrysler, e per conseguenza sul dibattito Marchionne-Governo, Torino-Detroit e così via, pesa la conoscenza in genere scarsa degli accordi firmati nel 2009 dall’azienda italiana con il Governo americano. Accordi decisivi per la sopravvivenza delle due case automobilistiche (Fiat e Chrysler). Accordi che stabiliscono condizioni precise, impegni che la Fiat ha preso nei confronti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sulla questione Fiat-Chrysler, e per conseguenza sul dibattito Marchionne-Governo, Torino-Detroit e così via, pesa la conoscenza in genere scarsa degli accordi firmati nel 2009 dall’azienda italiana con il Governo americano. Accordi decisivi per la sopravvivenza delle due case automobilistiche (Fiat e Chrysler). Accordi che stabiliscono condizioni precise, impegni che la Fiat ha preso nei confronti della Casa Bianca e che dovrà rispettare. Un fatto che, da solo, riduce il Governo italiano (questo Governo come qualunque altro Governo) al ruolo di interlocutore importante ma non decisivo.</p>
<p><span id="more-8934"></span></p>
<div id="attachment_8939" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8939" title="obama marchio" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/obama-marchio.jpg" alt="Barack Obama e Sergio Marchionne in visita allo stabilimento Chrysler di Detroit (Usa)." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Barack Obama e Sergio Marchionne in visita allo stabilimento Chrysler di Detroit (Usa).</p></div>
<p>Il patto tra Governo Usa e Fiat, in buona sostanza, è modellato su due piani: uno finanziario e uno industriale.</p>
<blockquote><p><strong>Piano finanziario</strong>: dopo la bancarotta Chrysler, e proprio per condurre in porto l’accordo con Fiat, il Governo americano concesse un prestito di 5,3 miliardi di dollari e quello del Canada un altro prestito di 1,3 miliardi di dollari. Oggi, infatti, i due Governi sono azionisti del Gruppo Chrysler-Fiat (al 9,2% e al 2,3% rispettivamente). Nei mesi scorsi, inoltre, il Gruppo ha chiesto un ulteriore prestito al Dipartimento dell’Energia Usa: 3,5 miliardi di dollari per sviluppare motori meno inquinanti. Ottenuti nel momento più acuto della crisi mondiale, quei prestiti costano cari: il tasso medio è dell’11% e nel solo 2010 il Gruppo Chrysler-Fiat ha pagato 1,23 miliardi di dollari di interessi passivi. <strong>Dal punto di vista finanziario l’obiettivo è di andare in Borsa entro il 2011.</strong> Interessa a Marchionne, per liberarsi di un vincolo ormai pesante, e interessa a Obama a ai canadesi, che sperano di recuperare i soldi prestati a suo tempo, magari con qualche plusvalenza.</p></blockquote>
<blockquote><p><strong>Piano industriale</strong>: la Fiat oggi detiene il 25% del capitale Chrysler, con la dichiarata intenzione di arrivare prima o poi al 51%.  Il percorso, però, prevede tappe obbligate. Entro il 2013 devono infatti verificarsi tre <em>Performance Event</em> ben precisi:</p>
<p>1.         la Fiat deve far certificare e iniziare a produrre negli Usa il primo motore ( questa condizione è già stata rispettata: il motore Fire è stato autorizzato e così la Fiat è passata dal 20 al 25% del capitale azionario Chrysler).</p>
<p>2.         la Fiat deve vendere auto per un valore di 1,5 miliardi di dollari fuori dei Paesi del Nafta (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/North_American_Free_Trade_Agreement" target="_blank"><em>North American Free Trade Agreement</em></a>)</p>
<p>3.         il gruppo Chrysler-Fiat deve ottenere l’autorizzazione a produrre in America una vettura basata su una delle piattaforme Fiat e tale da garantire percorrenze di almeno 40 miglia per gallone (circa 17 chilometri con un litro).</p>
<p>La realizzazione di  <strong>ognuno di questi step comporta per la Fiat l’acquisizione gratuita di un 5% di azioni Chrysler. </strong>Per il 16% necessario a passare dal 35% (al compimento dei tre step) al 51%, la Fiat ha un diritto di prelazione. In nessun caso, però, la casa torinese potrà superare il 49,9% delle azioni se non avrà restituito il prestito al Governo americano.</p></blockquote>
<p><strong>In tutto questo, come si vede, il Governo italiano c’entra poco, e può fare poco.</strong> Può sperare, come facciamo tutti, che l’Azienda italiana abbia successo e che parte di quel successo si trasferisca da noi in termini di occupazione e di distribuzione della ricchezza. Certo, se il ministro Tremonti avesse soldi da spendere in incentivi o in politiche di sostegno all’industria, un qualche condizionamento sarebbe magari ipotizzabile. Ma così…</p>
<p>D’altra parte, uno sguardo ai numeri ci dice che la filosofia Fiat spazia ormai ben oltre il nostro Paese, a dispetto di tutta la propaganda confindustriale che si è fatta sul “caso Mirafiori”. <strong>In Italia ci sono 27 mila dipendenti Fiat; all’estero (tra Brasile, Argentina, Polonia, Turchia e India) ce ne sono più di 24 mila. Se a questi aggiungiamo i 29 mila dipendenti Chrysler-Fiat negli Usa e in Messico</strong>, non fatichiamo a capire che il peso specifico delle attività del Gruppo si sta inesorabilmente trasferendo.</p>
<div id="attachment_8941" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8941" title="DETROIT" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/DETROIT.jpg" alt="Lo skyline di Detroit." width="300" height="210" /><p class="wp-caption-text">Lo skyline di Detroit.</p></div>
<p>Oltre al corpo, si trasferiranno anche il cuore e il cervello, cioè i quartieri generali della progettazione e della direzione d’azienda? A rigor di logica, pare inevitabile. Chi vorrebbe avere gli interessi in America e l’ufficio in Italia? Soprattutto progettando, come fa Marchionne, di aggredire il mercato della Cina, oggi il più florido e promettente del mondo?</p>
<p>Tutto questo lo sa bene anche il nostro Governo, che infatti si guarda bene dal fare discorsi chiari. Cito l’intervista della <em>Stampa</em> a <strong>Paolo Romani </strong>(ministro per lo Sviluppo economico) dopo l’incontro tra Silvio Berlusconi e Marchionne: “Marchionne ci ha confermato che di questi argomenti (il trasferimento negli Usa della direzione Fiat, <em>n.d.r</em>) si parlerà non prima del 2014”.</p>
<p>Tutt’altro che una smentita, dunque, piuttosto una conferma. <strong>Se ne parlerà nel 2014 per una ragione ben precisa</strong>: una volta rispettati i tre Performance Event descritti nel pezzo precedente e restituiti i prestiti ottenuti dal Governo Usa e da quello del Canada, Marchionne avrà una finestra di tre anni (2013-2016) per acquisire il 16% che dovrebbe portarlo dal 35% al 51% delle azioni Chrysler. Ecco perché si parla del 2014. Ecco perché lo spostamento a Detroit, dopo l’incontro tra il nostro Governo e il vertice Fiat, pare ancor più probabile di prima.</p>
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		<title>USA E CINA, CONDANNATI A SOPPORTARSI</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 22:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hu Jintao, il presidente della Cina che da trent&#8217;anni cresce al ritmo del 10% l&#8217;anno, si è fatto precedere a Washington da un messaggio ben preciso: &#8220;Il dollaro? Roba vecchia&#8221;.  Poiché proprio sulla funzione del dollaro come valuta di riferimento degli scambi mondiali si è basato il &#8220;secolo americano&#8221;, cioè il Novecento, ciò vale a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Hu Jintao, il presidente della Cina che da trent&#8217;anni cresce al ritmo del 10% l&#8217;anno, si è fatto precedere a Washington da un messaggio ben preciso: &#8220;Il dollaro? Roba vecchia&#8221;.  Poiché proprio sulla funzione del dollaro come valuta di riferimento degli scambi mondiali si è basato il &#8220;secolo americano&#8221;, cioè il Novecento, ciò vale a dire che anche la primazia degli Usa è da archiviare, superata, finita.</p>
<p><span id="more-8474"></span></p>
<div id="attachment_8486" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8486" title="President Obama Participates in a Noodle Making Demonstration with President Hu Jintao" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/hu-obama.jpg" alt="Il presidente cinese Hu Jintao (a sinistra) e quello americano Barack Obama." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Il presidente cinese Hu Jintao (a sinistra) e quello americano Barack Obama con un noodle gigante.</p></div>
<p>C&#8217;è un punto di verità nella spacconata cinese. <strong>La Banca centrale della Cina ha in cassa 2.850 miliardi di valuta &#8220;forte&#8221;</strong> (il 25% di tutte le riserve valutarie mondiali): si tratta per lo più di dollari americani, sul cui cambio, dunque, Pechino può esercitare grande influenza. La Cina, inoltre, detiene <strong>860 miliardi di buoni del Tesoro americani</strong>, pari al 21% del debito pubblico Usa. Anche in questo caso, Pechino può agevolmente far pesare sugli Usa (sugli Usa!) la propria volontà politica e il proprio tornaconto economico. A questo si aggiunge che ormai la Cina vale il 9,6% delle esportazioni mondiali (vent&#8217;anni fa era solo l&#8217;1,9%), contro la quota dell&#8217;8,4% detenuta dagli Usa. Può il Wto (<a href="http://www.wto.org" target="_blank">World Trade Organization</a>) non tenerne conto? Una realtà di cui sembrano fin troppo consci proprio gli americani, che ormai si danno per superati: una ricerca del <a href="http://people-press.org/report/692" target="_blank">Pew Research Center</a>, autorevole centro di ricerca indipendente di Washington, rivela che <strong>il 47% dei cittadini Usa considera la Cina la prima potenza economica mondiale </strong>e solo il 31% pensa che sia ancora il proprio Paese a detenere il primato.</p>
<p>Un punto di verità, però, non fa tutta la verità. E per dirla tutta bisogna aggiungere che la Cina, pur con la sua nuova potenza, ha comunque un gran bisogno degli Usa. <strong>L&#8217;export cinese verso gli Stati Uniti vale 269 miliardi di dollari</strong>, le importazioni dagli Usa solo 69: sono 200 miliardi l&#8217;anno che Pechino non potrebbe trovare altrove. C&#8217;è poi tutta una serie di vantaggi accessori: per esempio la pirateria</p>
<div id="attachment_8490" class="wp-caption alignleft" style="width: 315px"><img class="size-full wp-image-8490" title="692" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/6921.gif" alt="Che cosa dovrebbero fare gli Usa con la Cina? Per il 58%, costruire relazioni migliori; per il 53%, mostrare più grinta nelle questioni economiche e commerciali; per il 40%, promuovere maggiormente i diritti umani; per il 39%, promuovere maggiormente le questioni ambientali.  " width="305" height="183" /><p class="wp-caption-text">Che cosa dovrebbero fare gli Usa con la Cina? Per il 58%, costruire relazioni migliori; per il 53%, mostrare più grinta nelle questioni economiche e commerciali; per il 40%, promuovere maggiormente i diritti umani; per il 39%, promuovere maggiormente le questioni ambientali.  </p></div>
<p>tecnologica, che secondo fonti governative e private Usa arriverebbe, come nel software, a punte dell&#8217;80% di brevetti piratati. Fa impressione pensare agli Stati Uniti come a un mercato per le industrie cinesi (negli anni Ottanta ci provò il Giappone e si scottò le dita) ma la realtà è questa. E spiega anche perché, pur tra mille rimbrotti, le banche cinesi continuino a comprare Bond americani, quindi a rifornire di ossigeno economico l&#8217;unico vero rivale.</p>
<p><strong>I due colossi, quindi, continueranno a criticarsi e a sopportarsi, e a</strong></p>
<div id="attachment_8492" class="wp-caption alignright" style="width: 306px"><strong><strong><img class="size-full wp-image-8492" title="692-3" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/692-31.png" alt="Il blu la percentuale degli &quot;ostili&quot;, in giallo quella dei &quot;favorevoli&quot; alla Cina in ognuno dei Paesi elencati." width="296" height="516" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">Il blu la percentuale degli &quot;ostili&quot;, in giallo quella dei &quot;favorevoli&quot; alla Cina in ognuno dei Paesi elencati.</p></div>
<p><strong>dominarci, ancora per molto tempo</strong>. C&#8217;è una sostanziale parità, però, anche in un campo che chiamerei cultural-politico. Impossibile non notare che la Cina ha avuto in questi ultimi anni una classe dirigente assai più fredda e lungimirante di quella americana. Pechino non si è imbarcata in guerre di liberazione dall&#8217;esito disastroso come quelle in Iraq e in Afghanistan ma, al contrario, <strong>ha nascosto dietro il sorriso denti affilati come quelli degli squali.</strong> Si è allargata in Asia, ha prodotto ramificate infiltrazioni in Africa, ha messo piede in America latina e ora anche in Europa (palese l&#8217;intento dell&#8217;operazione-salvataggio sul debito pubblico del Portogallo), sostenendo qualunque dittatore quando le conveniva, ma riuscendo intanto a costruirsi un&#8217;immagine tutto sommato positiva in  quasi tutti i Paesi. Lo dimostra la tabella tratta dalla solita, accurata, ricerca del <em>Pew Research Center.<br />
</em></p>
<p>A vantaggio degli Stati Uniti, però, va l&#8217;essenza democratica del governo del Paese. La crescita del benessere e la maggiore disponibilità delle tecnologie di comunicazione (telefoni, computer, ecc. ecc.) <strong>rendono per i cittadini cinesi sempre più insopportabile la mancanza di autonomia personale e di diritti individuali, e nello stesso tempo la fanno sempre più evidente e percepibile </strong>nel confronto con le altre realtà mondiali. La smania di Pechino per il controllo che si manifesta in ogni campo della vita sociale (dalla censura a Internet all&#8217;uso della forza contro le minoranze etniche, d<strong>ai vescovi nominati contro il parere del Vaticano alla militarizzazione di ogni evento pubblico</strong>) rivela una preoccupazione che, come un tarlo, rode dall&#8217;interno i meccanismi dello Stato e la credibilità interna del regime. L&#8217;economia americana non ha retto all&#8217;imprevidenza dei politici. Fino a quando reggerà la pazienza dei cinesi reggerà alla sagacia economica dei dirigenti del Partito comunista?</p>
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		<title>ARIZONA: IL &#8220;METODO BOFFO&#8221; IN SALSA USA</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 15:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Non sarebbe lecito, è ovvio, fare collegamenti troppo diretti tra i colpi di un pazzo omicida e le convulsioni della politica. Non è difficile, però, notare una relazione tra la strage (sei morti, tra i quali un bambino di nove anni e un giudice federale) ordita a Tucson, nello Stato dell&#8217;Arizona, dallo squilibrato Jared Loughner [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sarebbe lecito, è ovvio, fare collegamenti troppo diretti tra i  colpi di un pazzo omicida e le convulsioni della politica. Non è  difficile, però, notare una relazione tra la strage (sei morti, tra i  quali un bambino di nove anni e un giudice federale) ordita a Tucson,  nello Stato dell&#8217;Arizona, dallo squilibrato <strong>Jared Loughner</strong> e la piena  montante della destra che, poche settimane or sono, ha cambiato il  quadro politico americano nelle elezioni di metà mandato.</p>
<p><span id="more-8309"></span></p>
<div id="attachment_8315" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8315" title="tucson7xxxx" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/tucson7xxxx.jpg" alt="Un'immagine scattata a Tucson (Arizona) dopo la sparatoria." width="300" height="224" /><p class="wp-caption-text">Un&#39;immagine scattata a Tucson (Arizona) dopo la sparatoria in cui sono morte 7 persone.</p></div>
<p>Il luogo,  intanto: <strong>quell&#8217;Arizona che ha il problema dell&#8217;immigrazione (legale e  illegale) che arriva dal Messico</strong> e che aveva pensato di risolverlo dando  per legge alla polizia il potere di fermare o arrestare chiunque fosse  anche solo sospettato di essere un clandestino. La legge razzista, dopo  l&#8217;intervento del presidente <strong>Barack Obama</strong> e della Corte federale dello  Stato, era stata «alleggerita». Ma solo dopo, appunto. E le tensioni  erano rimaste.</p>
<p>Poi il bersaglio principale della sparatoria di  Tucson: il deputato democratico <strong>Gabrielle Giffords</strong>, moglie di un  militare veterano dell&#8217;Iraq nonché astronauta dello Shuttle, impegnata  in un comizio. A novembre, per soli quattromila voti, era riuscita a  difendere il seggio dall&#8217;assalto di un esponente dei Tea Party, <strong>Jesse  Kelly</strong>, che durante la campagna elettorale si era fatto accompagnare da  <strong>Sarah Palin</strong> in una manifestazione in cui aveva invitato gli elettori a  «cacciare la Giffords con i fucili». Sullo sfondo, i lunghi mesi in  cui le televisioni, le radio e i predicatori della destra hanno  costruito una campagna anti-Obama che fin troppo spesso è uscita dai  binari della polemica politica per abbracciare i metodi della  diffamazione e i toni della propaganda razzista. Obama socialista o  comunista, fautore dello Stato padrone, e poi Obama musulmano, non  americano, quando non direttamente «negro». <strong>Una specie di «metodo Boffo»  all&#8217;ennesima potenza</strong> che, a quanto pare, ha prodotto frutti non solo  elettorali.<br />
Anche la Giffords era stata definita «comunista» dagli  infiniti blog degli esagitati di destra. Colpevole di essere <em>pro  choice</em> (cioè, favorevole al diritto all&#8217;aborto) e <strong>sostenitrice della  ricerca sulle cellule staminali</strong>, due temi molto «obamiani». Non  l&#8217;avevano redenta, agli occhi dello sparatore, nemmeno le posizioni  molto decise in tema di immigrazione e il sostegno all&#8217;intervento della  guardia nazionale lungo il confine con il Messico.</p>
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		<title>KARZAI E&#8217; LA VOLPE, L&#8217;OCCIDENTE IL POLLAIO</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 21:47:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Governo]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
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		<description><![CDATA[E&#8217; un peccato che l&#8217;azione di contro-propaganda americana abbia quasi sepolto l&#8217;importanza dei file diffusi da Wikileaks. Pericolosi, per gli Usa, proprio perché non rivelavano nulla di segreto ma confermavano ciò che quasi tutti immaginavano. Per esempio che in Afghanistan la missione militare internazionale, lanciata nel 2001 per liberare il Paese, è ormai ostaggio, dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; un peccato che l&#8217;azione di contro-propaganda americana abbia quasi sepolto l&#8217;importanza dei file diffusi da Wikileaks. Pericolosi, per gli Usa, proprio perché non rivelavano nulla di segreto ma confermavano ciò che quasi tutti immaginavano. Per esempio che in Afghanistan la missione militare internazionale, lanciata nel 2001 per liberare il Paese, è ormai <strong>ostaggio, dal punto di vista politico, del presidente Karzai.</strong> Il quale, da creatura degli Usa, si è ormai trasformato nel controllore non solo di Obama ma anche degli altri capi di Stato che partecipano al tentativo di raddrizzare le sorti dell&#8217;Afghanistan.</p>
<p><span id="more-8135"></span></p>
<div id="attachment_8148" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8148" title="Karzai" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/Karzai1.jpg" alt="Hamid Karzai, presidente dell'Afghanistan." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Hamid Karzai, presidente dell&#39;Afghanistan.</p></div>
<p><strong>Di Karzai si sanno ormai molte cose. </strong>Che è il perno di un diffusissimo sistema di corruzione che opera a favore di parenti e membri dello stesso clan (<em>Transparency International</em> piazza l&#8217;Afghanistan dietro la sola Somalia per corruzione). Che è inefficiente (l&#8217;Afghanistan è tuttora il posto più pericoloso per un bimbo che vuol nascere: 257 morti ogni 1.000 parti). Che gran parte delle sue imprese di governo sono volte a favorire la tribù d&#8217;origine, per altro di gran lunga la più forte (42% della popolazione; il secondo gruppo, i tagiki, è al 27%), cioè <strong>la tribù pashtun</strong>. Queste sono peraltro le caratteristiche di gran parte degli uomini che sono finiti al potere grazie alle imprese occidentali in Africa, in Asia e in America del Sud, almeno fino ad anni recenti.</p>
<p>I documenti di Wikileaks, però, dimostrano che <strong>Karzai persegue una propria agenda </strong>che, sul terreno, ha poco a che fare con i propositi della missione internazionale <em>Isaf</em> che, sarà bene ricordarlo, impegna <strong>130.432 militari</strong> appartenenti a contingenti di <strong>48 Paesi</strong>;  il contributo maggiore è fornito dagli Stati Uniti (90.000 unità),  seguiti dal Regno Unito (9.500), dalla Germania (4.388), dalla Francia  (3.750 unità), dall’<strong>Italia (3.300)</strong>, dal Canada (2.922), dalla Polonia (2.417) e dalla Turchia. In più, c&#8217;è anche <em>Enduring Freedom</em>, la missione americana, con altre decine di migliaia di soldati.</p>
<p>Nei dispacci inviati a Washington da <strong>Karl Elkenberry</strong>, ambasciatore Usa a Kabul, salta fuori che Karzai è intervenuto spesso, negli ultimi anni, per rimettere in libertà criminali, trafficanti di droga e combattenti poi tornati sul campo di battaglia a sparare ai soldati occidentali, tra i quali forse anche gli italiani. E&#8217; successo <strong>nel 2007</strong>, quando dal carcere gestito dalle truppe Usa a Bagram i detenuti venivano trasferiti a prigioni gestite dalla polizia afghana. <strong>Poi nel 2008,</strong> quando in un colpo solo furono rimessi in libertà 104 prigionieri. <strong>Infine nel 2009</strong>, quando una banda di trafficanti di droga, a suo tempo arrestati con 130 chili di eroina, fu lasciata andare con il presteto che alcuni dei banditi erano parenti di due &#8220;martiri&#8221; della guerra contro i talebani.</p>
<p>Insomma: <strong>la coalizione militare fa e Karzai disfa</strong>. Ma nessuno osa dire nulla perché liquidare il Presidente significherebbe mettersi contro i pashtun, che dalla presidenza traggono grandi vantaggi, e quindi crearsi molte altre grane. Così ai primi di dicembre <strong>Barack Obama</strong> è volato improvvisamente a Kabul (e subito dopo Robert Gates, suo ministro della Difesa, ha dichiarato che &#8220;Karzai è un grande statista&#8221;), prontamente seguito dal premier inglese <strong>David Cameron</strong> e dalla cancelliera tedesca <strong>Angela Merkel</strong>. Tutti a omaggiare la volpe a cui hanno consegnato la chiave del pollaio.</p>
<p>Per finire in bellezza, bisogna notare che <strong>anche in Afghanistan, come già in Iraq, le elezioni politiche hanno lasciato un Paese più che mai diviso.</strong> Il rinnovo della <em>Wolesi Jirga</em> (Camera Bassa) del Parlamento ha prodotto un risultato a sorpresa: calo secco dei seggi conquistati dai candidati pashtun (dai 115 ottenuti nel 2005 ai 100 del 2010, sui 249 totali), nonostante una serie di accuse di brogli a Karzai e ai suoi. Un chiaro messaggio di insoddisfazione degli elettori i quali, nelle aree a predominanza pashtun si sono spesso astenuti dal voto. Con una coda che non si è ancora dispersa: gli organismi elettorali, forse per evitare unteriori delusioni al Presidente, hanno voluto chiudere in tutta fretta la conta mentre la <strong>Procura della Repubblica, che subodora la truffa, ha aperto un&#8217;ulteriore indagine</strong>. E siamo a fine anno, le elezioni si sono svolte in settembre e chissà quando si saprà, se mai si saprà, che cos&#8217;è successo davvero.</p>
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		<title>WIKILEAKS: TUTTA QUI LA DIPLOMAZIA USA?</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Nov 2010 18:17:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Bomba atomica]]></category>
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		<description><![CDATA[Dunque, riassumendo. Secondo le ambasciate americane Ahmadinejad è pazzo, Karzai paranoico, Gheddafi ipocondriaco, Sarkozy arrogante, Berlusconi vanesio e incapace, Kim Jong Il un &#8220;vecchio rimbecillito a causa dell&#8217;ictus&#8221;, Putin un macho, Medvedev un personaggio &#8220;pallido&#8221;, la Merkel priva di idee (e il suo ministro degli Esteri, Westerwelle, &#8220;poco competente&#8221;), Hun Jintao un assatanato cacciatore di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dunque, riassumendo. Secondo le ambasciate americane Ahmadinejad è pazzo, Karzai paranoico, Gheddafi ipocondriaco, Sarkozy arrogante, Berlusconi vanesio e incapace, Kim Jong Il un &#8220;vecchio rimbecillito a causa dell&#8217;ictus&#8221;, Putin un macho, Medvedev un personaggio &#8220;pallido&#8221;, la Merkel priva di idee (e il suo ministro degli Esteri, Westerwelle, &#8220;poco competente&#8221;), Hun Jintao un assatanato cacciatore di potere, Netanyahu un mentitore, l&#8217;ayatollah Alì Khamenei moribondo, e così via, di dittatore in capo di Stato, di primo ministro in alto grado religioso.</p>
<p><span id="more-7774"></span></p>
<div id="attachment_7788" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7788" title="cLINTONdOLL" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/cLINTONdOLL.jpg" alt="Una bambolina di Hillary Clinton, &quot;made in China&quot; naturalmente." width="300" height="188" /><p class="wp-caption-text">Una bambolina di Hillary Clinton, &quot;made in China&quot; naturalmente.</p></div>
<p><strong>Ma se la conclusione di 200 e passa uffici diplomatici della massima potenza mondiale è che tutti i vertici politici, o quasi, sono nelle mani di poveri dementi, </strong>compresi quelli che in quel posto ci sono finiti grazie al favore della suddetta potenza, la domanda che viene spontanea è: in che mani sono gli Usa? E poi: a che serve una rete diplomatica così ampia e potente se poi le informazioni che essa produce sono di così basso livello? Così prossime ai discorsi che fanno i vecchietti al parco o i perditempo al bar? E pensare che <strong>Hillary Clinton</strong>, segretario di Stato, sembrava così in gamba&#8230;</p>
<p>Anche le presunte rivelazioni, in realtà, rivelano assai poco, soprattutto sui problemi in apparenza più gravi. <strong>Molti leader mondiali ci dicono da anni che il fronte più pericoloso è quello del nucleare dell&#8217;Iran.</strong> Bene. La rivelazione qui sarebbe che Israele e un congruo numero di Paesi arabi hanno fatto tutto il possibile affinché gli Usa invadessero o almeno bombardassero l&#8217;Iran. E questa sarebbe una scoperta? Ci volevano i 251 mila file di Wikileaks per sapere che il 90% del mondo arabo, cioè quello sunnita, detesta l&#8217;idea di vedere il restante 10% (quello sciita, quasi tutto concentrato appunto nell&#8217;Iran) disporre dell&#8217;energia atomica e magari anche della bomba atomica? Ce la prendiamo con Assange se sciiti e sunniti si odiano da circa 13 secoli?</p>
<p>Idem come sopra per lo spionaggio ai danni di <strong>Ban Ki-moon</strong>, segretario generale dell&#8217;Onu. Naturale che gli Usa lo facciano, e di sicuro non sono i soli. E la <strong>Turchia</strong>, che dava una mano ad <strong>Al Qaeda </strong>in Iraq mentre gli Usa davano una mano ai terroristi curdi in Turchia? Anche qui, nessuna sorpresa, sono vent&#8217;anni che gli americani aiutano i curdi.</p>
<p>Cerchiamo quindi di tenere la testa a posto. <strong>Non c&#8217;è nessuna rivoluzione nella diplomazia mondiale, nessuna catastrofe innescata dai documenti di Wikileaks.</strong> Chi grida al lupo lo fa perché ha interesse a drammatizzare, non facciamoci fregare. Chiediamoci, piuttosto, se queste rivelazioni non siano in qualche modo guidate da qualcuno che vuole mettere in crisi la già indebolita presidenza Obama. I documenti sull&#8217;Iraq erano usciti grazie (o a causa) di un analista militare ventiduenne, <strong>Bradley Manning</strong>, poi finito in carcere. Possibile che un ragazzotto avesse accesso a materiale così delicato? Adesso i dispacci delle ambasciate fanno il giro del mondo nonostante che fossero trasmessi attraverso una rete supersegreta gestita dall&#8217;esercito americano. Non vi pare troppo pasticcione, questo esercito, per essere il più potente e moderno del mondo? Sarà solo un caso?</p>
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		</item>
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		<title>TERRORISMO, GLI ESAMI NON FINISCONO MAI</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Oct 2010 20:20:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
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		<description><![CDATA[Nelle campagne del terrorismo islamico c’è un unico aspetto positivo: a ogni nuovo allarme impariamo qualcosa, su di loro e su di noi. I pacchi esplosivi spediti verso gli Usa dagli Emirati Arabi Uniti e dallo Yemen confermano quanto già si sa: il jihadismo stragista ha dovuto ammainare molte bandiere ma ha tuttora la grande [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle campagne del terrorismo islamico c’è un unico aspetto positivo: a ogni nuovo allarme impariamo qualcosa, su di loro e su di noi. I pacchi esplosivi spediti verso gli Usa dagli Emirati Arabi Uniti e dallo Yemen confermano quanto già si sa: il jihadismo stragista ha dovuto ammainare molte bandiere ma ha tuttora la grande capacità di spostare le proprie basi e inventare nuovi sistemi per colpire. Dalla distruzione delle ambasciate in Africa ai pacchi spediti contro le sinagoghe di Chicago sono passati pochi anni, ma secoli quanto a strategia e organizzazione. <strong>E’ una qualità che dobbiamo riconoscere al nemico</strong>, ammettendo che contro di essa anche il più accurato lavoro d’<em>intelligence</em> non può fare più di tanto. Sarà la lezione dello scampato pericolo, proprio come in questo caso, ad aggiornare le nostre tattiche, a raffinare i nostri sistemi di sicurezza.</p>
<p><span id="more-7339"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-7342" title="Terrorista1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/Terrorista1.jpg" alt="Terrorista1" width="300" height="200" /></p>
<p>Ancora più importante, però, sarà meditare sulle nostre reazioni. Inevitabile in primo luogo è chiedersi se <strong>i terroristi di Al Qaeda abbiano colpito alla vigilia del voto americano di medio termine per caso, magari contando su un Paese indaffarato e distratto, o con la precisa volontà di influenzare il voto.</strong> I primi sondaggi in arrivo dagli Usa dicono che il presidente Obama non avrà vantaggi dal rinnovato pericolo. Anzi, potrebbe esserne danneggiato se la sua risposta sembrerà esitante o inefficace. L’attenzione degli elettori è concentrata sulle cose di casa, in primo luogo sull’economia: le rilevazioni del <a href="http://people-press.org" target="_blank"><em>Pew Research Center</em></a> dicono che <strong>il 41% dei telespettatori segue le notizie economiche e appena il 31% quelle elettorali</strong>, anche se queste ultime occupano da sole quasi il 40% del tempo-video. Solo il 3% degli interpellati, in un altro sondaggio, giudica la guerra in Afghanistan una “priorità nazionale”.</p>
<p>Può far comodo ad Al Qaeda e ai suoi reclutatori un’America che si sposta a destra e riprende ad agitare il fucile come ai tempi di Bush? Lo scopriremo presto, subito dopo il voto. Intanto, la minaccia dei pacchi bomba ci spinge a constatare che del terrorismo ci eravamo quasi dimenticati, lo avevamo spinto in fondo alla lista delle preoccupazioni. Il che dimostra che le guerre, soprattutto certe guerre, sono il prodotto della sicurezza o della disperazione, sono le imprese dei Paesi troppo convinti della propria forza oppure privi di altre iniziative. <strong>Gli Stati Uniti, come in generale l’Occidente industrializzato, sono oggi un Paese ancora ricco e potente ma divorato dalla paura di diventare povero e impotente</strong>. In qualche modo paralizzato, certo conscio di non poter ripetere le avventure politico-militari del passato decennio.</p>
<p>Il rinnovato allarme sul terrorismo islamico, quindi, si trasforma in un test sulla nostra capacità di reagire a un male vecchio con mezzi nuovi, con più fantasia e meno denaro, con più astuzia e meno grinta. Ci riusciremo? Difficile dirlo. <strong>La “guerra al terrore”, nelle sue pagine migliori come in quelle peggiori, ha sempre avuto gli Usa come ispiratori e leader.</strong> La loro capacità di guida è sempre forte (lo si è visto, per esempio, nell’emergenza in Pakistan dopo le alluvioni) ma non più come un tempo. Ci vorrebbe un’Europa davvero unita, o una Cina davvero inserita nel dibattito politico globale. Ecco dunque che il test sulla sicurezza dei voli e degli aeroporti già si trasforma in una prova sulle doti di resistenza degli Usa e sulla capacità delle altre nazioni di colmare il buco eventualmente lasciato da un ridimensionamento del loro ruolo. Un evento che molti spesso auspicano ma che, al dunque, fa tremare un po’ tutti.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 30 ottobre 2010</p>
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		<title>LA FAME E&#8217; ANCHE QUESTIONE DI SERIETA&#8217;</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Sep 2010 12:11:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
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		<description><![CDATA[Com’è già avvenuto in altri settori, può darsi che la crisi economica globale porti più sobrietà e serietà anche nel meccanismo degli aiuti internazionali allo sviluppo. Barack Obama ha annunciato la Global Developement Policy (Strategia per lo sviluppo globale) degli Usa in cui molta parte avranno il sostegno alle buone pratiche di governo da parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Com’è già avvenuto in altri settori, può darsi che la crisi economica globale porti più sobrietà e serietà anche nel meccanismo degli aiuti internazionali allo sviluppo. Barack Obama ha annunciato la <em>Global Developement Policy</em> (Strategia per lo sviluppo globale) degli Usa in cui molta parte avranno il sostegno alle buone pratiche di governo da parte delle autorità dei Paesi bisognosi di aiuto e gli incentivi alle imprenditorie locali. Così facendo, ha offerto l’impatto politico e mediatico della Casa Bianca a una riflessione che, dall’Italia alla Germania, corre da tempo sotto traccia: <strong>a chi e a che cosa serve firmare assegni in bianco che in molti casi vanno ad alimentare non gli affamati ma gli affamatori, non i popoli ma i dittatori?</strong> O che finiscono imboscati a profitto delle burocrazie che se li passano di mano in mano, da quelle pletoriche degli organismi internazionali a quelle avidissime delle nazioni disastrate del Terzo e Quarto Mondo?</p>
<p><span id="more-6712"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-6716" title="famexxxx" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/09/famexxxx.jpg" alt="famexxxx" width="300" height="201" /></p>
<p><strong>Il tema è serio e contiene, inutile nasconderlo, un’implicita ma dura critica all’Onu e alle sue Agenzie</strong>. Gli Obiettivi del Millennio, già lo sappiamo, saranno in larga parte disattesi. E i risultati raggiunti (per la prima volta da 15 anni il numero di coloro che non hanno cibo a sufficienza è calato in termini assoluti: <strong>925 milioni oggi, rispetto a 1 miliardo e 23 milioni nel 2009</strong>) sono in gran parte attribuibili allo sviluppo autonomo di Paesi come India e Cina, e non alle campagne internazionali contro la fame. Il cambio di rotta di Obama e di altri, quindi, è in primo luogo un richiamo all’Onu, al suo modo di operare e, non ultimo, al conto che rende (o non rende) dei finanziamenti ricevuti. Un incitamento neppur tanto velato a dare impulso a quella riforma di cui si discute da anni e senza molto costrutto.</p>
<p>Ma se l’obiettivo è far crescere la democrazia (politica ed economica) per far diminuire la fame (naturale e provocata), <strong>il nuovo atteggiamento dei Paesi donatori chiama in causa anche i Paesi beneficiari.</strong> La povertà e il bisogno non escludono l’onestà, lo spirito d’iniziativa, la trasparenza, il senso di responsabilità. Semmai li impongono. Un ragionamento non facile da far passare ma meno ostico di quanto potrebbe sembrare, soprattutto se accompagnato a una maggiore e reale apertura delle frontiere commerciali, spesso ancora chiuse ai prodotti dei Paesi in via di sviluppo.</p>
<div id="attachment_6720" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6720" title="Layout 1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/09/mappafamexxxxxxxxxxx.jpg" alt="La mappa mondiale della fame nel 2009 secondo la Fao." width="300" height="211" /><p class="wp-caption-text">La mappa mondiale della fame nel 2009 (fonte Fao).</p></div>
<p>Il terzo ostacolo, forse il più impervio, a una svolta che pare comunque inevitabile e doverosa, sta nell’organizzare <strong>una volontà comune da parte dei Paesi disposti a impegnarsi in una politica di aiuto allo sviluppo. </strong>Il 66%  (610 milioni di persone) degli affamati di tutto il mondo è concentrato in soli sette Paesi: <strong>Bangladesh, Cina, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, India, Indonesia e Pakistan</strong>. Il mero elenco basta a farci capire quali enormi problemi politici dovrebbero essere affrontati per decidere un qualunque piano d’intervento laddove la fame colpisce più crudelmente.</p>
<p>Ma proviamo con esempi meno clamorosi ma indicativi. Il Sudan, afflitto dalla dittatura di Omar al Bashir, o l’Eritrea che il presidente Aferwerki ha trasformato in un incubo per i diritti umani. In entrambi i Paesi la povertà è clamorosa. Entrambi i regimi, però, hanno protettori influenti, interessati a tutto tranne che al benessere della popolazione. Che fare? <strong>L’unanimità politica sulla lotta alla fame non si avrà mai, come non la si è avuta sulla lotta all’effetto serra.</strong> Restano due ipotesi: o l’Onu si dà una mossa e si riforma al più presto; oppure gli Usa radunano intorno alla propria strategia un gruppo di Paesi donatori capace di imporla sul campo degli aiuti. Una <em>Coalition of the Willing</em> per nutrire invece che per sparare.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 24 settembre 2010</p>
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