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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Baghdad</title>
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		<title>IRAQ, I CRISTIANI SEMPRE NEL MIRINO</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Nov 2010 22:31:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dieci giorni dopo la strage nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso (44 civli, 7 poliziotti e 3 sacerdoti uccisi), i cristiani di Baghdad sono diventati bersaglio di una vera azione militari. Prima le bombe, poi i colpi di mortaio, infine il rastrellamento porta a porta. E&#8217; questa la realtà dell&#8217;Iraq ch&#8217;era stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><span><span>Dieci giorni dopo la strage nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso (44 civli, 7 poliziotti e 3 sacerdoti uccisi), i cristiani di Baghdad sono diventati bersaglio di una vera azione militari. Prima le bombe, poi i colpi di mortaio, infine il rastrellamento porta a porta. <strong>E&#8217; questa la realtà dell&#8217;Iraq ch&#8217;era stato frettolosamente dichiarato libero e democratico, mentre libero dalla paura non è</strong> (prima di quelli contro i cristiani c&#8217;erano state altre stragi contro pellegrini e quartieri musulmani a Kerbala, Najaf, Bassora e nella stessa Baghdad) e democratico nemmeno, visto che a otto mesi dalle elezioni il premier sconfitto, <strong>Nur al Malik</strong>i, resterà a capo del Governo mentre il leader vincitore, <strong>Ayad Allawi</strong>, deve accontentarsi della presidenza del Parlamento.</span></span></span></p>
<p><span><span><span><span id="more-7497"></span></span></span></span></p>
<div id="attachment_7499" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7499" title="irak3" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/irak3.jpg" alt="La disperazione di un ragazzo di Baghdad dopo l'esplosione delle bombe." width="300" height="210" /><p class="wp-caption-text">La disperazione di un ragazzo di Baghdad dopo la nuova serie di attentati contro i cristiani della capitale irachena.</p></div>
<p><span>Dentro la situazione generale dell&#8217;Iraq si fa ancor più drammatica, se possibile, quella dei cristiani. La comunità aveva cominciato a ridursi già all&#8217;epoca della Guerra del Golfo, ma con la guerra del 2003 e la violenza che ne è seguita, lo stillicidio è diventato un fiume in piena. Da circa 1 milione i cristiani si sono ridotti a meno di 500 mila, con grossi insediamenti in Siria e Giordania. <strong>Quelli che sono rimasti hanno provato a concentrarsi nella regione di Mosul, dove peraltro affondano le radici del cristianesimo iraceno:</strong> da lì, nell&#8217;ottavo secolo, quando il Paese era già stato sommerso dall&#8217;onda in espansione dell&#8217;islam, erano partiti i missionari che avrebbero cristianizzato parte dell&#8217;Asia e persino del Giappone. In quello stesso Nord che era la loro culla, però, <strong>i cristiani sono finiti nella morsa del contrasto tra i curdi e gli arabi per il controllo delle regioni petrolifere e degli oleodotti </strong>che portano verso la Turchia. Le cronache dei rapimenti, delle uccisioni, delle minacce di questi anni è nota a tutti.</span></p>
<p><strong>A Baghdad, dopo le incredibili violenze del 2003-2006, la situazione sembrava essersi stabilizzata.</strong> Certo, il numero dei cristiani era stato drasticamente ridotto dagli spostamenti interni (verso il Nord, appunto) e dall&#8217;emigrazione, passando da 450 mila a 150 mila persone. Fino a poco tempo fa, però, nessuno avrebbe potuto prevedere una simile campagna di violenza organizzata. Dopo la strage nella chiesa di Nostra Signora, <strong>Al Qaeda</strong> aveva proclamato che i cristiani erano &#8220;obiettivi legittimi&#8221; nella campagna del terrore. Ma si respirava comunque un pizzico di maggiore ottimismo.</p>
<p>Quanto è successo in pochi giorni riporta la situazione indietro di mesi, forse di anni. Resta difficile, tra l&#8217;altro, <strong>distinguere la violenza a sfondo etnico e religioso da quella della criminalità comune, gli attentati di Al Qaeda dalle rapine e dalle estorsioni</strong>. Spesso le sparatorie servono a ottenere l&#8217;abbandono di una casa, di un negozio, di un&#8217;attività, e non è difficile mascherarle da azioni politiche. Il premier <strong>Nur al Malik</strong>i, ieri, ha solennemente chiesto ai cristiani iracheni di non lasciare il Paese e si è impegnato ad agire affinché  &#8220;<span>il mazzo di fiori delle comunità irachene rimanga completo e unito”. Sarà difficile che i cristiani gli credano. L&#8217;esperienza del suo primo Governo non è incoraggiante, in questo senso. <strong>E su tutto aleggia l&#8217;articolo 2 della Costituzione</strong>. Quello che proclama &#8220;illegittima&#8221; qualunque legge dello Stato che sia in contrasto con la <em>shar&#8217;ia</em>, la legge islamica.</span></p>
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		<title>CRISTIANI IN IRAQ, VIVERE NELLA PAURA</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Oct 2010 20:37:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Monsignor Benjamin Sleiman, arcivescovo di Baghdad dei Latini, non gira intorno alle parole. &#8220;I cristiani iracheni vivono nella paura. La paura di ritrovarsi cittadini e iracheni di serie B in una futura Repubblica islamica stretta tra l&#8217;Iran sciita e l&#8217;Arabia Saudita sunnita&#8221;. A Roma per partecipare al Sinodo dei vescovi del Medio Oriente, monsignor Sleiman [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Monsignor Benjamin Sleiman</strong>, arcivescovo di Baghdad dei Latini,  non gira intorno alle parole. &#8220;I cristiani iracheni vivono nella  paura. La paura di ritrovarsi cittadini e iracheni di serie B in una  futura Repubblica islamica stretta tra l&#8217;Iran sciita e l&#8217;Arabia Saudita  sunnita&#8221;.</p>
<p><span id="more-7289"></span></p>
<div id="attachment_7307" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7307" title="IraqCristiani" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/IraqCristiani1.jpg" alt="Donne cristiane irachene in una chiesa di Mosul." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Donne cristiane irachene in una chiesa di Mosul.</p></div>
<p>A Roma per partecipare al Sinodo dei vescovi del Medio Oriente,  monsignor Sleiman descrive l&#8217;Iraq con argomenti lucidi e toni accorati.  &#8220;Tutti mi chiedono: come sta l&#8217;Irak? Beh, <strong>il Paese sta meglio nel  senso che c&#8217;è meno violenza di prima, ma i grandi problemi degli non sono stati affrontati.</strong> Non è difficile elencarli. <strong>Primo: l&#8217;unità del Paese.</strong> Nulla di serio è stato intrapreso in questo senso, anzi, i segnali vanno tutti nel senso di una lenta disgregazione. <strong>Secondo: i poteri del Governo centrale.</strong> Oggi sono inferiori a quelli dei poteri regionali, e faccio un esempio:  quando la Turchia bombarda i curdi, il Governo dell&#8217;Irak non può  intervenire, nemmeno per offrire aiuto e sostegno, se non ha il permesso  del Governo del Kurdistan. <strong>Terzo: La Costituzione.</strong> Averla  approvata è stato un passo avanti importantissimo ma non possiamo  nasconderci i problemi. La Carta attesta la libertà di coscienza ma  l&#8217;articolo 2 dichiara che nessuna legge può essere approvata in  contrasto con la <em>shar&#8217;ia</em>, la legge islamica. Come può essere? <strong>Quarto: la spartizione delle risorse naturali</strong>. Anche qui, la questione resta aperta. <strong>Quinto: la riconciliazione.</strong> Nulla anche per questo obiettivo, secondo me decisivo&#8221;.</p>
<p><strong> &#8211; E i cristiani iracheni, quelli rimasti nel Paese dopo gli anni della persecuzione e dell&#8217;esilio, come vivono?</strong></p>
<p>&#8220;Il quadro non è uniforme&#8221;, <strong><em>risponde monsignor Sleiman:</em></strong> &#8220;Ci sono  due situazioni estreme: da un lato le aree dominate dai gruppi fondamentalisti, che  ancora perseguitano i cristiani e li costringono a fuggire o ad  accettare la condizione di <em>dhimmi</em>, di sottoposti<em> </em>che  devono</p>
<div id="attachment_7310" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-7310" title="JBSleiman" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/JBSleiman1-150x150.jpg" alt="Monsignor Jean Benjamin Sleiman." width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Mons. J. B. Sleiman.</p></div>
<p>pagare tasse di ogni tipo per farsi non accettare ma sopportare; dall&#8217;altro  il Kurdistan, dove c&#8217;è libertà piena. Tra questi due poli si alternano  condizioni intermedie: poche e sparse isole di convivenza  in cui cristiani e musulmani stanno bene insieme, vivono in pace; e aree in cui non si può parlare di persecuzione ma in cui la  minoranza cristiana deve adottare usi e costumi della maggioranza  musulmana, dal cibo agli abiti alle cerimonie nuziali&#8221;.</p>
<p><strong>- Come si può reagire, o almeno resistere?</strong></p>
<p>&#8220;La Chiesa dell&#8217;Irak, soprattutto dopo questo Sinodo, deve  smettere di pensare in termini di fuga e cominciare a  pensare in termini di ricostruzione. L&#8217;Irak è oggi un uomo ferito o  molto malato. Bisogna aiutarlo a liberarsi dal virus di un passato  troppo pesante. Per esempio, che cosa possiamo fare per le ragazze, per  le donne? Come aiutarle a liberarsi dai vincoli di una società tribale?  Come garantire loro una formazione e poi la libertà per esercitarla? E  poi, certo, abbiamo bisogno di aiuto per rispondere alle sfide concrete,  quotidiane, che sono enormi. Secondo l&#8217;Onu ci sono due milioni e mezzo  di bambini con problemi psicologici o di salute cronici. Da soli non  possiamo farcela&#8221;.<br />
<em><br />
</em></p>
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		<title>TAREK AZIZ, LO SPETTACOLO DEL PATIBOLO</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Oct 2010 20:17:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si può detestare Tarek Aziz e il suo ruolo, fin troppo spesso ambiguo,  di &#8220;faccia pulita&#8221; del regime di Saddam Hussein. Si può volerlo morto, e persino approvare la pena di morte che nell&#8217;Irak di oggi è molto frequente: secondo Nessuno Tocchi Caino &#8220;nel 2006 si ha notizia di almeno 65 esecuzioni, tra cui quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si può detestare <strong>Tarek Aziz e il suo ruolo, fin troppo spesso ambiguo,  di &#8220;faccia pulita&#8221; del regime di Saddam Hussein</strong>.  Si può volerlo morto, e persino approvare la pena di morte che nell&#8217;Irak  di oggi è molto frequente: secondo Nessuno Tocchi Caino &#8220;nel 2006 si ha notizia di almeno 65 esecuzioni, tra cui quella di di  Saddam Hussein, impiccato il 30 dicembre, dopo essere stato condannato  da un tribunale iracheno per crimini contro l&#8217;umanità; nel 2007 si sono  registrate almeno 33 esecuzioni e almeno 34 nel 2008. Sono almeno 77 le  esecuzioni effettuale nel 2009&#8243;. L&#8217;unica cosa che non è permessa è far finta di  non capire che la condanna a morte di Tarek Aziz è stata decisa, oggi, soprattutto  per buttare fumo negli occhi degli iracheni.</p>
<p><span id="more-7290"></span></p>
<div id="attachment_7292" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7292" title="IRAQ-JUSTICE-RAMADAN-EXECUTION-FILES" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/TarekAzizSaddam.jpg" alt="Tarek Aziz (primo a sinistra) nel 2002 con Saddam Hussein e altri gerarchi del regime iracheno." width="300" height="217" /><p class="wp-caption-text">Tarek Aziz (primo a sinistra) nel 2002 con Saddam Hussein e altri gerarchi del regime iracheno.</p></div>
<p>Da più di sette mesi l&#8217;Irak aspetta il nuovo Governo, che non si  forma perché la maggioranza uscente, sconfitta seppur di poco alle  elezioni di marzo, non vuol lasciare il campo e quella entrante non ha la  forza per entrarci. <strong>In più di sette mesi il Parlamento iracheno si è riunito una sola volta</strong>,  qualche giorno dopo il voto di marzo, tanto che la Corte Costituzionale, con una  decisione senza precedenti, è intervenuta per intimare ai parlamentari  di tornare al lavoro.</p>
<p>L&#8217;Iraq oggi è  questo: un Paese in cui per tutto il 2009 gli Stati Uniti hanno speso 7,3 miliardi di dollari al mese; <strong>in cui il 25% dei bambini (più di 2 milioni e mezzo) soffre di malnutrizione cronica</strong>,  in cui la disponibilità di corrente elettrica è in media di 5 ore al giorno per  casa e in cui solo il 40% delle abitazioni è collegato alle  fognature. Ecco, in un Paese come questo è diventato essenziale mettere a  morte Tarek Aziz.</p>
<p>L&#8217;ex ministro degli Esteri (1983-1991) ed ex vice  primo ministro (1979-2003) di Saddam, detenuto dal 2003 nella prigione  americana di Camp Cropper a Baghdad, non è alla sua prima condanna: <strong>nel  marzo 2009 gli sono stati inflitti 15 anni di prigione per crimini  contro l&#8217;umanità, e altri 7 anni li ha avuti nell&#8217;agosto del 2009</strong> per aver collaborato alla deportazione dei curdi. All&#8217;età di 74 ani, la  sua unica prospettiva è il carcere a vita. Non abbastanza spettacolare,  forse, per il non-Governo attuale dell&#8217;Irak.</p>
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		<title>TROPPO COMODO SPARARE SUGLI AIUTI</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 21:22:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella sonnacchiosa indifferenza di questo 19 agosto è scivolata via la seconda Giornata mondiale dell&#8217;aiuto umanitario, istituita dall&#8217;Assemblea generale dell&#8217;Onu nel dicembre 2008 in memoria di Sergio Vieira de Mello, inviato speciale delle Nazioni Unite in Iraq, ucciso con altre 22 persone dai terroristi, a Baghdad, il 10 agosto 2003. Ed è significativo che nessuno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella sonnacchiosa indifferenza di questo 19 agosto è scivolata via la seconda Giornata mondiale dell&#8217;aiuto umanitario, istituita dall&#8217;Assemblea generale dell&#8217;Onu nel dicembre 2008 in memoria di <strong>Sergio Vieira de Mello</strong>, inviato speciale delle Nazioni Unite in Iraq, ucciso con altre 22 persone dai terroristi, a Baghdad, il 10 agosto 2003. Ed è significativo che nessuno abbia ricordato queste vittime, accorse disarmate in Iraq per aiutare i civili, <strong>proprio mentre di aiuto umanitario c&#8217;è gran bisogno</strong>, dalla Russia degli incendi all&#8217;India e al Pakistan delle inondazioni.</p>
<p><span id="more-6167"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-6174" title="aiuti" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/aiuti.jpg" alt="aiuti" width="300" height="193" /></p>
<p>Ovviamente non è un caso. Nei Paesi &#8220;incivili&#8221; gli operatori delle organizzazioni umanitarie vengono sempre più spesso (e sempre più spesso strumentalmente) identificati come portatori di un ideologia politica o di un credo religioso avverso, e come tali combattuti. <strong>Nel 2009 ben 102 di loro sono stati uccisi (88 &#8220;locali&#8221; e 14 internazionali), contro i 30 caduti solo 10 anni prima, nel 1999.</strong> Altri 92 sono stati rapiti (20 nel 1999) e 278 sono stati attaccati e feriti in 139 agguati. L&#8217;aiuto umanitario è ormai diventato una guerra combattuta a mani nude.</p>
<p>Ma non basta. Nei Paesi &#8220;civili&#8221; l&#8217;aiuto e la cooperazione allo sviluppo sono ai minimi storici per quanto riguarda gli Stati, tranne che in pochi casi (Canada, Norvegia&#8230;) <strong>lontanissimi da</strong></p>
<div id="attachment_6180" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><strong><strong><img class="size-thumbnail wp-image-6180" title="DE MELLO" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/DE-MELLO1-150x150.jpg" alt="Sergio Vieira de Mello, l'inviato dell'Onu ucciso a Baghdad nel 2003 con altre 22 persone." width="150" height="150" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">Sergio Vieira de Mello, l&#39;inviato dell&#39;Onu ucciso a Baghdad nel 2003 con altre 22 persone.</p></div>
<p><strong>quella soglia dello 0,75% del Pil</strong> che, in un lontano e dimenticato trattato, avrebbe dovuto essere dedicata proprio al sostegno dei Paesi poveri. Di quegli obiettivi parliamo ritualmente nei G8, mentre si diffonde una cultura dell&#8217;egoismo che non fatica a trovare appigli psicologici cui aggrapparsi: il terrorismo islamico, le dittature africane, l&#8217;ambiguità asiatica. E poi, certo, le Ong che &#8220;campano sulle miserie altrui&#8221; (cito), facendo un unico minestrone di preparati e improvvisati, di giusti e ingiusti.</p>
<p><strong>Lo si vede bene con la crisi del Pakistan</strong> (20% del territorio devastato dalle acque, quasi 2 mila persone morte, 3 milioni e mezzo di bambini a rischio di malattie mortali a causa dell&#8217;inquinamento degli acquedotti), per la quale l&#8217;Onu non riesce a trovare 650 milioni di dollari per l&#8217;emergenza.<strong> I funzionari delle Nazioni Unite hanno spiegato che questo succede perché il Pakistan non gode di buona fama in Occidente, non è simpatico.</strong> Certo, a usare il cervello si capisce subito che quello, in quella regione, è un Paese da aiutare, da tenersi amico. Ma invece no, i poveri devono anche essere simpatici.</p>
<p>Così come i poveri hanno l&#8217;obbligo di essere seri, molto più seri di noi. <strong>Sono arrivati negli ultimi tempi nuovi geniacci a spiegarci che gli aiuti hanno fatto più male che bene all&#8217;Africa. </strong>E&#8217; possibile, in qualche caso certo. In generale manca la controprova (chi lo dice che senza aiuti sarebbero andati meglio?) ma è facile capire che, se gli aiuti venivano intercettati da dittatori e tiranni, non era certo il popolo a goderne. Ma perché parlare proprio degli aiuti? <strong>E le vendite di armi, con cui molti di quegli aiuti venivano subito &#8220;recuperati&#8221;?</strong> Quelle hanno fatto bene all&#8217;Africa? E il sostegno politico-economico (per dire dell&#8217;Italia recente: da Siad Barre in Somalia a Gheddafi in Libia), quello ha dati frutti migliori?</p>
<p>Girando un po&#8217; il mondo ho visto personale umanitario fare spesso cose meravigliose e qualche volta cose pessime.  Ma tra le tante categorie con cui uno può prendersela, non sono certo loro la prima che mi viene in mente.</p>
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		<title>IL PATRIARCA EMMANUEL III DELLY: &#8220;L&#8217;IRAQ COME LO VIVONO I CRISTIANI&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 18:24:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Baghdad &#8220;Usciamo di casa e non sappiamo se ce la faremo a tornare. Io ho il testamento sempre in tasca. Riuscite voi, in Italia, a capire come sia  vivere cosi&#8217;?&#8221;. Sua Beatitudine Emmanuel III Delly, nato nel 1927 e patriarca dei caldei dal dicembre 2003, chiude il nostro incontro con questa nota che certo non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Calibri;"><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr">Baghdad</span></span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;"></span><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;">&#8220;Usciamo di casa e non sappiamo se ce la faremo a tornare. Io ho il testamento sempre in tasca. Riuscite voi, in Italia, a capire come sia  vivere cosi&#8217;?&#8221;. Sua Beatitudine Emmanuel III Delly, nato nel 1927 e patriarca dei caldei dal dicembre 2003, chiude il nostro incontro con questa nota che certo non invita all&#8217;ottimismo. Eppure, per piu&#8217; di un&#8217;ora, l&#8217;ho ascoltato analizzare la situazione dell&#8217;Iraq con grinta e persino ironia, preoccupato anche di smentire quelli che considera pericolosi luoghi comuni. Come si addice, del resto, al cardinale creato da Benedetto XVI nel 2007, al patriarca della piu&#8217; grande Chiesa Cristiana del Paese, forte fino alla guerra del 2003 di 8 diocesi, 100 parrocchie e 600 mila fedeli.</span></span><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span> </span></span></span></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span><span id="more-721"></span></span></span></span></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span>       <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/08/delly.JPG" alt="delly.JPG" />  </span></span></span></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span>       <strong><em>Nella foto: Emmanuel III Delly, patriarca dei caldei e cardinale.</em></strong></span></span></span></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span>    </span></span></span></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span>      </span>&#8220;Non e&#8217; vero quello che molti dicono, e cioe&#8217; che meta&#8217; dei cristiani iracheni e&#8217; scappata dal Paese. Quelli che se ne sono andati, perche&#8217; convinti di trovare una vita migliore altrove, sono quelli che disponevano di una certa scorta di denaro. La classe media e i poveri, se anche l&#8217;avessero desiderato, non avevano la possibilita&#8217; materiale di andarsene. La cifra piu&#8217; vicina alla realta&#8217;, se parliamo di esodo dei cristiani, e&#8217; il 25-30%. D&#8217;altra parte basta venire a vedere le chiese la domenica, sono sempre piene. E i genitori portano con se&#8217; i bambini, un segnale importante del loro senso di appartenenza e anche della loro fiducia nella Chiesa. Allo stesso modo, bisogna essere cauti quando si pronostica un ritorno dei cristiani, dall&#8217;estero o da altre parti dell&#8217;Iraq verso Baghdad. Certo, il desiderio e&#8217; molto. Ma chi se n&#8217;e&#8217; andato, o e&#8217; stato costretto a farlo, spesso ha venduto tutto o ha perso tutto. Come puo&#8217; tornare a un luogo dove non ha piu&#8217; casa, lavoro, spesso nemmeno i parenti?&#8221;.</span></span></p>
<p><strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;">A parte qualche caso, la Giordania soprattutto all&#8217;inizio e la Siria, gli altri Paesi non sono stati molto generosi nell&#8217;accoglienza. Nemmeno quelli protagonisti dell&#8217;intervento militare…</span></span></strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span>    </span></span></span></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;"><span>      </span>&#8220;Ai leader occidentali io dico sempre: volete aiutare gli iracheni? Allora trovate un modo per farli restare qui. Non date visti o aiuti ma posti di lavoro, da creare qui in Iraq sfruttando la potenza economica dell&#8217;America e dell&#8217;Europa. E&#8217; il discorso che ho ripetuto, per esempio, al ministro degli esteri della Francia, Bernard Kouchner. Fate che gli iracheni possano guadagnarsi il pane col sudore della fronte a casa loro, e li vedrete restare. Gli iracheni amano l&#8217;Iraq, perche&#8217; dovrebbero voler emigrare? Il lavoro e&#8217; la chiave di tutto. E la sicurezza, che ancora manca, e&#8217; la chiave del lavoro&#8221;.</span></span></p>
<p><strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;">E la situazione dei cristiani iracheni? La persecuzione…</span></span></strong><span style="font-family: Calibri;"><strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span>      </span></span></strong></span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;"><strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span>      </span></span></strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr">&#8220;Su questo argomento bisogna intendersi bene. I cristiani non sono perseguitati in Iraq. Sfido chiunque a mostrarmi un solo documento, un solo atto del Governo che faccia pensare a una persecuzione dei cristiani in quanto cristiani. Persino sul famoso articolo 2 della Costituzione, quello che considera la shar&#8217;ia (la legge islamica) il fondamento della legislazione civile, ha accolto tutte le nostre obiezioni. E&#8217; vero invece che gli iracheni sono perseguitati dai fanatici, e tra gli iracheni ci siamo ovviamente anche noi, i cristiani. Noi piangiamo gli attacchi contro le nostre chiese, ma nel periodo in cui sono state colpite 7 chiese, ben 135 moschee sono state distrutte. Dopo gli attentati sono stato a parlare il primo ministro Al Maliki e il giorno dopo lui ha mandato un suo rappresentante alla chiesa di Notre Dame per parlare ai fedeli e distribuire aiuti alle famiglie dei feriti e dei morti. L&#8217;Iraq tiene alla sua comunita&#8217; cristiana, mentre invece ci sono fanatici che vogliono distruggere l&#8217;Iraq intero, non solo noi&#8221;.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;"></span><strong><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;">A proposito della chiesa di Notre Dame, colpita con un&#8217;autobomba: qual e&#8217;, oggi, la situazione? E il suo vicario, monsignor Ishlemon Warduni, che presso quella chiesa risiedeva, dove vive ora?</span></span></strong></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-size: 14pt" dir="ltr"><span style="font-family: Calibri;">      &#8220;Monsignor Warduni non ha mai smesso di vivere a Notre Dame. E I lavori di restauro sono a buon punto. Facciamo tutto da soli, i parrocchiani lavorano gratis come servizio alla Chiesa, non abbiamo chiesto nulla al Governo perche&#8217; ci piace essere indipendenti. Lo siamo e lo saremo sempre. Ma ringraziamo Dio che la bomba sia esplosa due o tre minuti in anticipo: poi sarebbero usciti i fedeli dalla chiesa e sarebbe stata una vera strage&#8221;.</span></span></p>
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		<title>PAKISTAN, INDIA, IRAQ: QUEI PAESI &#8220;AMICI&#8221; CHE PERSEGUITANO I CRISTIANI</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 09:02:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia]]></category>
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		<description><![CDATA[I sette cristiani bruciati vivi in Pakistan, in un pogrom organizzato dagli estremisti islamici, sono i martiri più tipici del nostro tempo. Poveri, anonimi, indifesi e strumentalizzati. Dei circa 170 milioni di pachistani, i cristiani sono meno di 4 milioni, il 2% della popolazione: il bersaglio ideale per qualunque rivendicazione, visto che anche la più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I sette cristiani bruciati vivi in Pakistan, in un pogrom organizzato dagli estremisti islamici, sono i martiri più tipici del nostro tempo. Poveri, anonimi, indifesi e strumentalizzati. Dei circa 170 milioni di pachistani, i cristiani sono meno di 4 milioni, il 2% della popolazione: il bersaglio ideale per qualunque rivendicazione, visto che anche la più folle e pretestuosa di esse può appoggiarsi a due pilastri dell’organizzazione istituzionale pakistana: la Costituzione del 1973, che prevede la libertà di culto ma garantisce alla <em>sharia</em> (il codice islamico) il rango di “legge suprema dello Stato”, e il codice penale che punisce con la morte il reato di blasfemia e l’insulto al Corano.</p>
<p><span id="more-688"></span>  <br />
      <strong>Se a questo si aggiungono autorità locali spesso inette o corrotte</strong>, o non meno fanatiche degli estremisti che dovrebbero combattere, si arriva per conseguenza a massacri come quello della città di Gojra, nel Punjab, dove non a caso è stata aperta un’inchiesta sul mancato intervento delle forze dell’ordine a difesa dei cristiani attaccati dalla marmaglia armata. Tanto più che i precedenti non mancavano: a Faisalabad, a soli 30 chilometri da Gojra, un cristiano fu condannato a morte per blasfemia e <strong>il vescovo John Joseph</strong> arrivò a suicidarsi per protesta; nella stessa zona, dal 2005 a oggi, case, scuole, chiese e conventi sono stati bruciati senza un’apprezzabile reazione delle autorità.</p>
<p>      A fomentare le violenze sono stati <strong>i militanti di Sipah-e-Sahaba</strong>, terroristi sunniti fuorilegge, già responsabili di attacchi armati contro la minoranza sciita e contro la polizia. Ma la partecipazione dei mullah e l’intervento della popolazione, che ha persino bloccato strade e ferrovie per ostacolare l’arrivo di eventuali soccorsi, rende l’idea di una mentalità diffusa e pronta a scatenarsi. Come già avvenuto in India, con la persecuzione dei cristiani nello Stato dell’Orissa da parte degli hindù, o nello stesso Pakistan in precedenti occasioni, e come verificato in infinite occasioni anche in Iraq,  scopriremo presto che dietro le accuse di inverosimili offese al Corano o all’islam si celano obiettivi molto più banali e materiali: <strong>proprietà, commerci, terreni, rendite</strong>. Non sempre ma spesso, la religione è un pretesto, il drappo rosso sventolato sotto gli occhi degli ingenui e dei fanatici per ottenere la massa di manovra necessaria ai professionisti della violenza.<br />
      <strong>Questo non allevia il problema</strong>. Contribuisce però a delinearne i contorni, e forse a trovare i rimedi. Al posto di annegare tutto nel calderone retorico dello scontro di civiltà si potrebbe far leva sulla politica. Perché gli episodi atroci di cui stiamo parlando sono avvenuti e avvengono in Paesi che si proclamano alleati dell’Occidente e che dall’Occidente sono stati a più riprese appoggiati e aiutati. Si pensi a che cosa sarebbe potuto succedere al Pakistan se la rivolta talebana dello Swat non fosse stata fronteggiata anche con il supporto degli Usa. Per non dire dell’India, appena visitata da <strong>Hillary Clinton</strong> (segretario di Stato Usa) o del regime iracheno, che non esisterebbe senza l’intervento americano.<br />
      <strong>E’ ora di chiedere, anzi di pretendere</strong> qualcosa in più da questi Paesi. Per esempio che la protezione delle minoranze (etniche e religiose) diventi una priorità, anche tenendo conto delle quantità di denaro che essi spendono per la difesa e degli armamenti che l’Occidente fornisce loro. Un criterio per decidere i livelli della nostra collaborazione e del nostro aiuto. Altrimenti continueremo come con l’Iraq: un sacco di applausi per la nuova Costituzione, come voleva lo Zio Sam; silenzio sull’articolo 2 che dichiara la <em>sharia</em> fondamento della legislazione civile; e poi tanto sdegno per le persecuzioni anticristiane.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<em>Eco di Bergamo</em> del 3 agosto 2009    <a href="http://www.eco.bg.it">www.eco.bg.it</a></p>
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		<title>LE FROTTOLE SULL&#8217;IRAQ, GLI STUDI DEL &#8220;LANCET&#8221; E LA VERITA&#8217; DI MONS. SAKO</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jan 2009 21:48:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vorrei pregarvi di registrare questa dichiarazione: &#8220;Obama? Se decide di ritirare i soldati, allora sarà un guaio. Forse ci sarà una guerra civile. Non abbiamo abbastanza soldati e poliziotti per controllare un Paese di 25 milioni di persone&#8221;. L&#8217;ha rilasciata alla Radio Vaticana (www.oecumene.radiovaticana.org) monsignor Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk in Iraq. La riporto perchè [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Vorrei pregarvi di registrare questa dichiarazione: &#8220;Obama? Se decide di ritirare i soldati, allora sarà un guaio. Forse ci sarà una guerra civile. Non abbiamo abbastanza soldati e poliziotti per controllare un Paese di 25 milioni di persone&#8221;. L&#8217;ha rilasciata alla <em>Radio Vaticana</em> (<a href="http://www.oecumene.radiovaticana.org">www.oecumene.radiovaticana.org</a>) <strong>monsignor Louis Sako</strong>, arcivescovo di Kirkuk in Iraq. La riporto perchè da noi ancora resiste qualche testone che parla di &#8220;vittoria&#8221; in Iraq, senza naturalmente spiegare di che vittoria si tratti se non si può decidere di andarsene.</p>
<p align="justify">      <strong>Ho conosciuto monsignor Sako quando era ancora a Mosul</strong>, cioè prima della guerra del 2003 e subito dopo. Prima, impressionava per la franchezza con cui parlava del regime di <strong>Saddam Hussein</strong>, occhiuto e spietato come sappiamo. Dopo, per la fiducia (molto maggiore di quella manifestata da molti suoi confratelli cattolici caldei) che aveva nella difficile impresa intrapresa dalla coalizione a guida anglo-americana. Tutto si può dire di lui, quindi, tranne che sia un disfattista. Il suo parere, dunque, vale doppio,anche perché <strong>Kirkuk è oggi l&#8217;epicentro dei problemi iracheni</strong>: centro petrolifero di primaria importanza, è contesa tra arabi sunniti e curdi, con i cristiani iracheni presi tra l&#8217;incudine e il martello.</p>
<p align="justify">      <strong>E già che parliamo di Iraq, e dei costi di un&#8217;impresa che folle era e folle rimane</strong>, sarà bene notare quanto ha fatto notizia lo studio della rivista scientifica inglese <em>The Lancet </em>(<a href="http://www.thelancet.com">www.thelancet.com</a>) che, dopo quattro anni di lavoro sui dati Unicef 1989-2002, ha stabilito che la fine dell&#8217;Urss ha portato nell&#8217;ex Urss e nei Paesi dell&#8217;Est a un aumento della mortalità del 1<strong>2,8%</strong>, ovvero alla prematura socmparsa di 1 milione di persone.</p>
<p align="justify">   <strong>Vi chiederete che cosa c&#8217;entra l&#8217;Urss con l&#8217;Iraq</strong>. E&#8217; proprio <em>The Lancet</em> ad accomunarli. La rivista scientifica inglese, infatti, aveva fatto calcoli simili anche a proposito dell&#8217;Iraq, e in ben due occasioni. <strong>A fine ottobre 2004,</strong> con uno studio che arrivava a questa conclusione: il tasso di mortalità in Iraq era cresciuto, da prima della guerra, del 50%, <strong>con 98 mila morti &#8220;in più&#8221;</strong>. Questo escludendo i dati, non abbastanza affidabili, della battaglia di Falluja, che avrebbero portato, se computati, la crescita del tasso di mortalità al 150%. E poi <strong>a metà ottobre 2006. </strong>Altro studio e conclusione ancora più sconvolgente: <strong>i morti in più, a quel punto, erano 655 mila, </strong>pari al 2,5% dell&#8217;intera popolazione irachena.</p>
<p align="justify">      Perché lo cito? Per questo: voi ricordate, per i due studi sull&#8217;Iraq, pagine speciali, autorevoli commenti, titoloni sui quotidiani? No, vero? E chissà perché&#8230; La butto là così, giusto per non dimenticare mai come funziona in Italia la comunicazione di massa.</p>
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		<title>L&#8217;INSANA PASSIONE PER LA GUERRA DELLA BUONA BORGHESIA ITALIANA</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 08:38:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Anche questa volta, mentre le bombe piovono su Gaza e i razzi su Israele e i civili muoiono, i giornali grandi e piccoli della borghesia italiana si affannano a spiegare che sparare è giusto perché il fine è nobile. Niente di nuovo. Se poi finisce come in Irak dal 2003 a oggi (150 mila [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Anche questa volta, mentre le bombe piovono su Gaza e i razzi su Israele e i civili muoiono, i giornali grandi e piccoli della borghesia italiana si affannano a spiegare che sparare è giusto perché il fine è nobile. Niente di nuovo. Se poi finisce come in Irak dal 2003 a oggi (150 mila civili morti secondo le stime del Governo iracheno), in Afghanistan dal 2001 a oggi (e sempre peggio) o, per restare al Medio Oriente, in Libano nel 2006 (più di mille civili libanesi uccisi per “sradicare Hezbollah”, e oggi Hezbollah governa il Libano), pazienza: <strong>ricarichiamo il fucile e passiamo oltre</strong>. Come diceva quel tizio che andava in calzoncini nella neve caduta fuori stagione: se il tempo è matto, devo forse essere matto anch’io?<br />
      <strong>Questa insana passione per la guerra</strong> è l’espressione più evidente della deriva ideologica a cui ci siamo abbandonati da quando il crollo del Muro di Berlino ci ha proiettati, senza merito e senza colpa, in un mondo di cui abbiamo perso le coordinate. <strong>Siamo diventati degli stalinisti della democrazia</strong>. Viviamo nel migliore dei sistemi possibili (ed è vero) e siamo pronti a tutto per “regalarlo” anche agli altri. Un embargo che affama i civili? Eccoci. Una guerra? Perché no. E se ci sono terroristi in una scuola non esitiamo a buttarla giù a cannonate, perché la ricerca del bene ha le sue esigenze e i genitori capiranno.<br />
      <strong>Egregi direttori di giornale, autorevoli commentatori e filosofi da circo</strong> vogliono convincerci di due cose: che tutto questo sia morale, anche se il Catechismo dice cose assai precise sulla “guerra giusta” e <strong>papa Ratzinger</strong>, pochi giorni fa nel discorso al Corpo diplomatico, ha ribadito che «l’opzione militare non è una soluzione e la violenza, da qualunque parte essa provenga e qualsiasi forma assuma, va condannata». E, seconda cosa, vogliono convincerci che sia produttiva, anche se di risultati non si vede l’ombra. Vi pare migliorato questo mondo, in cui nel 2008 si è arrivati a morire in tumulti per il pane? Per sostenerlo, i soliti noti sono costretti a una serie di acrobazie intellettuali che si risolvono in questo: ciò che piace a noi è giusto, ciò che piace agli altri&#8230; si vedrà.</p>
<p>      <strong>Qualche esempio? La Georgia bombarda a tradimento i civili de</strong>ll’Ossetia, la Russia reagisce. Ma è una reazione spropositata, dicono i paladini del bene, pronti però a dire l’esatto contrario sulla reazione di Israele ai razzi di Hamas. A proposito: perché il Kosovo filo-americano (e magari il Tibet anti-cinese) ha diritto all’indipendenza e l’Ossetia filo-russa no? Rivendicazioni nate negli stessi anni e per le stesse ragioni, ma conclusioni diverse. Per converso, l’integrità territoriale della Georgia è un sacro valore e quella della Serbia non conta nulla. E via così. Con Hamas non si parla e non si tratta, si spara e basta. E perché, allora, con i taliban sì, come proposto dai generali inglesi e americani e come ipotizzato anche dai politici dei rispettivi Paesi?<br />
      <strong>Tutto va bene, insomma, pur di sfuggire a una realtà</strong>: avere il sistema più efficiente e benevolo è un merito, ma anche una responsabilità. A molti piacerebbe essere <strong>civili in salotto e incivili in cucina</strong>, liberali con diritto alla strage, democratici ma con licenza di abbassarsi a piacere ai peggiori sistemi del peggior nemico. Rassegniamoci, non può essere così. È immorale, per chi crede. Chi non crede dovrebbe almeno capire che, comunque, non funziona.<br />
 <br />
Pubblicato su <em>Famiglia Cristiana</em> numero 3 /2009  <a href="http://www.famigliacristiana.it">http://www.famigliacristiana.it</a></p>
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		<title>UN MILIONE DI CIVILI MORTI IN IRAQ. LA CHIAMANO MISSIONE COMPIUTA</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Nov 2008 20:11:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
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		<description><![CDATA[      La Brookings Institution di Washington, uno dei centri studi più accreditati del mondo, soprattutto quando si tratta di Medio Oriente, ha fatto due conti sui morti civili in Iraq dopo la cacciata di Saddam Hussein. Tra il dicembre 2003 (ma la guerra era cominciata alla fine di marzo) e il settembre 2008 (ma siamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">      La Brookings Institution di Washington, uno dei centri studi più accreditati del mondo, soprattutto quando si tratta di Medio Oriente, ha fatto due conti sui morti civili in Iraq dopo la cacciata di Saddam Hussein. Tra il dicembre 2003 (ma la guerra era cominciata alla fine di marzo) e il settembre 2008 (ma siamo alle porte di dicembre), <strong>circa 100 mila persone</strong>. A queste vanno aggiunte altre perdite: <strong>4.205 soldati Usa</strong> (e oltre 100 mila feriti), <strong>314 soldati degli eserciti delle altre nazioni</strong> impegnate in Iraq, almeno 445 <em>contractors</em> (civili armati). Diciamo, senza tema di esagerare: 110 mila morti, escludendo dal calcolo i terroristi di ogni varietà ed estrazione.<br />
E’ il ritratto di un incubo tutt’altro che concluso: <strong>ieri altri 19 morti in tre attentati a Baghdad.</strong> Ma non siamo affatto sicuri che quel bilancio, di per sé già allucinante, sia anche affidabile. Ci sono infatti valutazioni molto diverse. <strong>Il ministero della Sanità dello stato iracheno, per dirne una, calcola in almeno 150 mila il numero degli iracheni morti in questi anni</strong>. <em>The Lancet,</em> il prestigioso giornale medico inglese, aveva fatto una propria valutazione statistica che tracciava questo bilancio: <strong>oltre 600 mila iracheni morti tra 2003 e 2006</strong>. Qualcuno (<a href="http://www.justforeignpolicy.org/iraq/iraqdeaths.html">www.justforeignpolicy.org/iraq/iraqdeaths.html</a>) ha provato a calcolare il numero dei morti fino al 2008, sulla base della progressione individuata dagli studiosi del <em>Lancet</em>: si arriva alla mostruosa cifra di <strong>1.288.246 morti. </strong><br />
Propagandisti di al Qaeda? Disfattisti? Forse. Resta il fatto che l’<em>Opinion Research Business </em>di Londra, istituto specializzato in analisi per la comunità degli affari, nel settembre 2007 ha calcolato in <strong>oltre 1 milione il numero degli iracheni morti dopo l’attacco anglo-americano</strong> contro Saddam Hussein.<br />
Il numero dei morti  è l’indicatore più aspro e immediato. Ma non è l’unico. L’accordo tra le maggiori comunità del Paese (sciiti, curdi e sunniti) per la spartizione dei territori e delle risorse ha di fatto cancellato ogni forma di rappresentanza delle minoranze. Tra queste, e prima fra tutte, la comunità cristiana: <strong>contava circa 800 mila persone all’epoca di Saddam; è stata dimezzata dagli anni di guerra e di violenza</strong>, con centinaia di migliaia di persone costrette alla fuga all’estero; ora i superstiti si sono concentrati nel Nord, nella provincia di Niniveh che ha per capoluogo Mosul, dove sono martellati dagli opposti estremismi sannita e curdo e dove, ormai, siono costretti a vivere chiusi in casa per scampare agli assalti a mano armata.<br />
Perché dico tutto questo? Perché di tanto in tanto occorre ricordare i fatti a fronte della propaganda, sempre massiccia e ben finanziata, dei filo-americani con tre narici. Di fronte a un milione di morti, di carni martoriate e vite spezzate, quelli che parlano di missione compiuta mi fanno vomitare.</p>
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		<title>IL RITIRO DEGLI USA DALL&#8217;IRAQ, UNA POLPETTA AVVELENATA PER OBAMA</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2008 18:12:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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		<description><![CDATA[      D’istinto, la prima reazione all’accordo ratificato dal Governo dell’Iraq, che prevede il ritiro delle truppe Usa dalle città irachene entro il 2009 e quello totale dal Paese entro il 2011, è stata: che splendido regalo per l’inizio della presidenza di Barack Obama. L’accordo, infatti, non migliora la pagella di George Bush (otto anni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      D’istinto, la prima reazione all’accordo ratificato dal Governo dell’Iraq, che prevede il ritiro delle truppe Usa dalle città irachene entro il 2009 e quello totale dal Paese entro il 2011, è stata: che splendido regalo per l’inizio della presidenza di Barack Obama. L’accordo, infatti, non migliora la pagella di <strong>George Bush</strong> (otto anni di occupazione del Paese con centinaia di migliaia di morti, dopo una guerra vinta sul campo in una settimana) ma offre una leva nuova e inattesa a Obama in almeno due campi: lo libera dall’impegno di ritirare immediatamente le truppe, come aveva promesso all’inizio della campagna elettorale, e gli consente di presentarsi sotto una luce nuova se mai andrà a intavolare trattative con i Paese che, canaglia o meno che siano, restano decisivi per gli equilibrii della regione: <strong>Siria e Iran</strong>. Naturalmente il nuovo Presidente potrebbe sempre decidere di riportare tutti a casa in anticipo. Ma chi glielo farebbe fare in presenza di un patto sottoscritto dal Governo di Baghdad, cioè dagli stessi che nella presenza dei soldati americani trovano appoggio e protezione?<br />
      L’entusiasmo per la firma dell’accordo (che deve comunque passare il vaglio del Parlamento iracheno) rischia però di far finire in secondo piano alcune notevoli difficoltà pratiche che Obama dovrà comunque affrontare. La prima è questa: <strong>se il ritiro vero e proprio avverrà solo nel 2011</strong>, da dove arriveranno i reparti necessari per intensificare la lotta contro i talebani in Afghanistan, dove tra l’altro nel 2009 si terranno le elezioni presidenziali? Seconda difficoltà: siamo proprio sicuri che da qui al 2011 i problemi dell’Iraq saranno risolti? Certo, in due anni possono succedere tante cose ma il Paese sta per affrontare una serie di prove dall’esito almeno incerto: le elezioni provinciali del 31 gennaio 2009, la legge sulla distribuzione dei proventi del petrolio ancora da approvare,<strong> il referendum su Kirkuk</strong>, il disarmo (con relativo assorbimento nelle forze armate di Stato o in altri pubblici impieghi) delle milizie sunnite che tanto hanno contribuito al calo della violenza e al controllo del terrorismo. Per non parlare della situazione di <strong>Mosul</strong>, con i pogrom contro i cristiani che proseguono indisturbati (nonostante la presenza nell’area di 35 mila soldati iracheni e di un numero imprecisato di poliziotti iracheni e soldati Usa) e la contesa tra curdi e sunniti (posta in palio: le riserve petrolifere) che cresce.<br />
      Terza difficoltà: <strong>gli Usa tengono oggi in Iraq oltre 150 mila soldati</strong>, affiancati però da 180 mila <em>contractors</em> che svolgono quasi sempre compiti che sarebbero altrimenti affidati ai militari. Nel 2011 se ne andranno anche loro dall’Iraq? E nel 2009 si ritireranno nelle basi militari americane, fuori dalle città, come previsto dall’accordo? Siamo sicuri che l’Iraq reggerà a una simile sottrazione di forze qualificate, per di più mantenute da altri?<br />
      Sperare il meglio è logico e doveroso, prepararsi al peggio saggio e intelligente. Pare quindi un po’ grottesco l’entusiasmo dei neocon di ogni latitudine, che salutano l’intesa raggiunta tra la Casa Bianca e il governo di Baghdad come la prova di una grande vittoria. Depurata della propaganda e della necessità di salvare reputazioni e carriere, essa tutto sommato riporta la situazione a qualche anno fa, quando già era chiaro che <strong>una vera soluzione del rompicapo iracheno sarebbe stata possibile solo coinvolgendo anche Siria e Iran</strong>. E questo, per ovvie ragioni, è il ripieno avvelenato della ghiotta polpetta politica che Bush, firmando l’accordo per il ritiro nel 2011, lascia in eredità al suo successore.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<em>Eco di Bergamo</em> del 18 novembre 2008  <a href="http://www.eco.bg.it">http://www.eco.bg.it</a><br />
   <br />
 </p>
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