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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Asia</title>
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		<title>L&#8217;INDIA MINACCIA LA CINA? TUTTO OK</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Apr 2012 21:41:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Corea del Nord ci ha provato il 13 aprile: tutto si è risolto in uno sbuffo di fumo e un po&#8217; di rottami, il mondo si è fatto una risata alle spalle di Kim Jong-un e bene così. L&#8217;India invece ci ha provato il 19 aprile e ha centrato lo scopo: l&#8217;Agni-V, il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Corea del Nord ci ha provato il 13 aprile: tutto si è risolto in uno sbuffo di fumo e un po&#8217; di rottami, il mondo si è fatto una risata alle spalle di Kim Jong-un e bene così. <strong>L&#8217;India invece ci ha provato il 19 aprile e ha centrato lo scopo: l&#8217;Agni-V, il suo missile balistico intercontinentale,</strong> capace di portatre a lunghissima distanza le bombe atomiche, ha perfettamente superato i test. Ora anche l&#8217;India ha la capacità offensiva (la bomba già l&#8217;aveva) che finora era appannaggio solo dei cinque paesi che formano il Consiglio di Sicurezza dell&#8217;Onu: Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna.</p>
<p><span id="more-14714"></span></p>
<div id="attachment_14720" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/missile.png"><img class="size-full wp-image-14720" title="missile" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/missile.png" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">Il missile balistico intercontinentale indiano Agni-V.</p></div>
<p><strong>I giornali indiani, che hanno accolto con grande entusiasmo la riuscita dell&#8217;esperimento, hanno ribattezzato il missile &#8220;China Killer&#8221;, assassino della Cina.</strong> Proprio la Cina, infatti, e il solito Pakistan, sono i primi teorici obiettivi della nuova potenza nucleare indiana. A conferma, è arrivata la reazione piccata di Pechino che, <a href="http://www.globaltimes.cn/NEWS/tabid/99/ID/705627/India-being-swept-up-by-missile-delusion.aspx" target="_blank">tramite una rivista di regime (Global Times), ha fatto sapere </a>che la Cina ha il doppio delle testate nucleari dell&#8217;India (200 contro 100) e che il suo missile Donfeng (Vento dell&#8217;Est), con una capacità di volo di quasi 12 mila chilometri, è ben superiore all&#8217;Agni-V, che ha una gittata di &#8220;soli&#8221; 5 mila chilometri.</p>
<p><strong>Domanda: perché nessuno propone di bombardare Nuova Dehli? Perché nessuno si fa prendere dalla frenesia che accompagna qualunque discorso relativo alle pretese nucleari dell&#8217;Iran?</strong> Dopo tutto, se ci pensiamo, India e Cina sono già state in guerra (nel 1962, per un pezzo di Himalaya), e con il Pakistan di guerre l&#8217;India ne ha combattute tre in cinquant&#8217;anni. E non solo: l&#8217;India è il primo importatore di armi del mondo. i suoi acquisti valgono, da soli, il 10% dell&#8217;intero mercato mondiale e si prevede che nel 2013 investirà in armi 40 miliardi di dollari. Aggiungiamo che in India i leader politici hanno la pericolosa tendenza a morire ammazzati e che da quelle parti i vertici dell&#8217;esercito (signori di quasi 4 milioni di soldati e dotati di un forte peso anche politico), proprio due mesi fa, hanno presentato al Governo un rapporto in cui affermano che la Cina, a causa della sua alleanza con il Pakistan, è la prima minaccia alla sicurezza dell&#8217;India&#8230;</p>
<p><strong>Però, come si diceva, molta calma e nessuna previsione di sterminio prossimo venturo.</strong> Che l&#8217;Iran vada fermato sulla strada verso la bomba atomica, con il regime dittatoriale e inaffidabile che si ritrova, è un fatto. Che qualunque altra mossa sul fronte nucleare vada bene, solo perché gli Usa e l&#8217;Europa hanno bisogno delle commesse dei Paesi emergenti (e di tenere buoni i Paesi petroliferi del Golfo, terrorizzati dall&#8217;Iran), è tutt&#8217;altra storia. Difficile, così, che i musulmani non pensino che il nucleare va bene per chiunque tranne che per loro. Ottima propaganda per quei Fratelli Musulmani che poi temiamo come la peste.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>AFGHANISTAN, L&#8217;ORRORE QUOTIDIANO</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 21:35:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«È una violazione grave del codice di comportamento, non è quanto ci aspettiamo dagli uomini impiegati al fronte». Questa dichiarazione e un’inchiesta disciplinare costituiscono la prima reazione degli alti comandi. Ma le 18 fotografie diffuse dal Los Angeles Times, dopo averle ricevute da un soldato di stanza in Afghanistan, hanno innescato un dibattito che scuote gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«È una violazione grave del codice di comportamento, non è quanto ci aspettiamo dagli uomini impiegati al fronte». Questa dichiarazione e un’inchiesta disciplinare costituiscono la prima reazione degli alti comandi. <strong>Ma le 18 fotografie diffuse dal <em>Los Angeles Times</em>,</strong> dopo averle ricevute da un soldato di stanza in Afghanistan, hanno innescato un dibattito che scuote gli Usa: mostrano gli uomini di uno stesso plotone (già identificati) che in due occasioni, nel 2010, si sono fatti fotografare accanto ai resti di alcuni attentatori suicidi.</p>
<p><span id="more-14685"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_14689" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/Los-Angeles-Times.png"><img class="size-full wp-image-14689" title="Los-Angeles-Times" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/04/Los-Angeles-Times.png" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">Una delle foto diffuse dal Los Angeles Times.</p></div>
<p><strong>Le pose sono nel migliore dei casi insultanti, con i soldati che sghignazzano intorno ai resti dei terroristi. Nei casi peggiori sono ripugnanti,</strong> con gli stessi soldati che profanano i resti dei nemici, a volte utilizzando parti dei loro corpi distrutti per &#8220;scherzi&#8221; che definire macabri è poco.</p>
<p>È facile capire perché i cittadini americani siano pronti a discutere. Difficile attendersi da soldati induriti dall’addestramento, costretti a combattere in un Paese ostile o comunque poco amico e stressati dal confronto con un nemico tenace e prontissimo a morire pur di uccidere, un comportamento ricco di fair play. E <strong>non possiamo dimenticare che il plotone incriminato appartiene al primo battaglione del 508° Reggimento di fanteria paracadutata che ha perso 10 uomini</strong> e 4 interpreti in diversi attacchi suicidi.</p>
<p><strong>Ma tre indizi fanno una prova,</strong> e solo nel 2012 abbiamo avuto tre casi clamorosi: <strong>in gennaio</strong> comparve su YouTube un video di soldati che urinavano sui cadaveri di guerriglieri afghani;<strong> in marzo,</strong> il sergente Robert Bales trucidò 17 afghani in un raid in due villaggi; <strong>e adesso le prodezze di questo plotone.</strong> Per non citare il rogo dei Corani in febbraio. Un errore, non una provocazione, che comunque innescò disordini in cui morirono 30 persone.</p>
<p><strong>L’America dibatte e si divide perché nota che sono i suoi soldati a essere più spesso coinvolti in episodi di questo genere, e quindi d’istinto capisce che c’è un problema specifico. Per dir così, americano.</strong> Il cittadino comune lo &#8220;sente&#8221;, i vertici militari lo pensano. Qualche mese fa è stato pubblicato un rapporto, prima secretato, dello scienziato del comportamento <strong>Jeffrey Bordin</strong> che, proprio su incarico dell’esercito Usa, ha studiato sul terreno il pessimo stato dei rapporti tra truppe e afghani. Perché c’è anche un’altra faccia in questa medaglia: Bordin ha documentato la morte violenta di 58 soldati occidentali per mano di soldati afghani in 26 diversi attacchi. Il più agghiacciante si è verificato il 27 aprile 2011, quando nell’aeroporto di Kabul <strong>il colonnello Ahmed Gul</strong> ha ucciso 8 ufficiali americani e un contractor, per poi scrivere «Allah è grande» su un muro con il loro sangue e infine suicidarsi.</p>
<p><strong>Non a caso il rapporto di Bordin si intitola «Una crisi di fiducia e di incompatibilità culturale». Se il tema della &#8220;fiducia&#8221; forse segnala</strong> un deterioramento dei rapporti dal 2001 a oggi, quello della &#8220;incompatibilità&#8221; certo rimanda a un dialogo e a un’intesa che, evidentemente, non sono mai scattati. Gli afghani non sono mai stati davvero considerati come fratelli liberati e gli americani non hanno mai goduto della gratitudine che si riserva ai liberatori. La cultura afghana non è mai stata trattata da pari, quella americana non è mai stata considerata un modello magari non da replicare ma almeno da studiare.</p>
<p><strong>Undici anni dopo la spedizione contro i taleban, è tardi per sperare di rovesciare la situazione.</strong> Ma non è tardi per introdurre qualche correttivo. Perché l’Afghanistan di domani avrà un governo assistito dall’Occidente, un esercito addestrato dalle truppe Nato e Usa e un’aspirazione alla democrazia che, storicamente, è tutta &#8220;nostra&#8221;. E abbiamo troppo bisogno che funzioni.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 19 aprile 2012</p>
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		<title>BIRMANIA, PROVE DI DEMOCRAZIA (FORSE)</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Mar 2012 18:43:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DI MARTA FRANCESCHINI &#8211; In Myanmar si vota per una manciata di seggi. 45 per l&#8217;esattezza, meno del 7% sul totale delle poltrone del parlamento. Eppure, sono elezioni storiche quelle del prossimo primo aprile, per un paese come l&#8217;ex-Birmania che sembra avviarsi verso il processo democratico dopo 50 anni di dittature militari. Concorrono per quei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DI MARTA FRANCESCHINI &#8211; In Myanmar si vota per una manciata di seggi. 45 per l&#8217;esattezza, meno del 7% sul totale delle poltrone del parlamento. Eppure, sono elezioni storiche quelle del prossimo primo aprile, per un paese come l&#8217;ex-Birmania che sembra avviarsi verso il processo democratico dopo 50 anni di dittature militari. Concorrono per quei 45 seggi 176 candidati per 17 partiti politici. Ma la super-favorita è naturalmente <strong>Aung San Suu Kyi,</strong> la sessataseienne premio Nobel per la pace, recentemente tornata in liberta&#8217; dopo 20 anni di arresti domiciliari.</p>
<p><span id="more-14473"></span></p>
<div id="attachment_14476" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/aung1ok.png"><img class="size-full wp-image-14476" title="aung1ok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/aung1ok.png" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">Una venditrice di magliette che inneggiano ad Aung San Suu Kyi.</p></div>
<p>Speranza e scetticismo convivono in questa attesissima vigilia elettorale. E&#8217; innegabile che l&#8217;attuale presidente<strong>Thein Sein,</strong> ex miltare che ha rinunciato alla divisa nel 2010, abbia dimostrato segni tangibili di apertura: <strong>primo fra tutti la liberazione di Suu Kyi, insieme a qualche centinaia di altri detenuti politici; poi queste elezioni, con l&#8217;invito di un centinaio di giornalisti stranieri come osservatori. </strong>Tuttavia, molte sono le irregolarità riscontrate durante la campagnia elettorale, come nominativi di persone decedute inseriti nelle liste, o altri misteriosamente cancellati. Numerose anche le denunce di intimidazioni e violenze, un pò in tutto il Paese.</p>
<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438__4123551236d7_paragraphsReader_repParagraphs_ctl01_pParagrafo">Lo stesso discorso televisivo della leader del partito NLD (Lega Nazionale per la Democrazia), “Madre Sue”, come viene chiamata Suu Kyi dai suoi adoranti sostenitori, è stato censurato dal governo in carica. “Non ci aspettiamo che queste elezioni siano giuste e libere” ha dichiarato ai giornalisti <strong>Somsri Hananuntasuk,</strong>capo della Rete Asiatica per la Libertà Elettorale, nella capitale Yangon come osservatrice esterna. “Ci basterebbe che fossero elezioni credibili. Il Paese si sta aprendo poco per volta. Ci sono problemi, ma ci sono anche progressi”.</p>
<p><strong>Peccato che la signora Somsri, insieme ad altri due stranieri della sua associazione,</strong> abbia trovato poi ad attenderla in albergo 10 ufficiali dell&#8217;immigrazione che, gentilmente, ma fermamente, li hanno accompagnati all&#8217;aeroporto come presenze indesiderate nel Paese. Segnali non troppo promettenti per il futuro di Myanmar.</p>
<p><strong>In chiusura della campagna elettorale, comunque, Aung San Suu Kyi ha rivolto pesanti accuse al Governo in carica, </strong>definendo l&#8217;attuale processo elettorale “inaccettabile per un sistema democratico”. Sarebbero troppe le irregolarità e gli abusi perpetrati a danno del suo partito. Solo a Kawhmu, la città dove la leader è candidata, piu&#8217; di 1000 sono gli aventi diritto al voto che mancano dalle liste. “Tuttavia”, ha concluso Suu Khy, “dal momento che crediamo nella riconciliazione nazionale, cercheremo di tollerare quello che è accaduto. Perché speriamo che il coraggio e la determinazione del popolo siano più forti di qualunque intimidazione e sopruso”.</p>
<div id="attachment_14478" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/Thein-Seinok.png"><img class="size-thumbnail wp-image-14478" title="Thein-Seinok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/Thein-Seinok-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Thein Sein, ex generale, presidente di Myanmar (ex Birmania).</p></div>
<p><strong>Domani, dunque, l&#8217;ex-Birmania va alle urne per la contesa di 45 seggi sui 664 del parlamento, il 25% dei quali è tuttora riservato ai militari.</strong> Ma sono molti gli osservatori, dentro e fuori dal Paese, che non credono alla buona fede del Governo del presidente Thein Sein. Si teme che il vero obbiettivo dietro alle riforme degli ultimi sei mesi sia ottenere la revoca delle sanzioni internazionali, che permetterebbe a Thein Sein di allentare la stretta dipendenza che lega il Paese alla Cina.</p>
<p><strong>“Il Governo vuole Aung San Suu Kyi in parlamento per risolvere i suoi problemi di credibilità</strong> nazionale” spiega Thiha Saw, direttore del settimanle <em>Open News, </em>“Non è vero che la amano come vorrebbero dare ad intendere: in verità, hanno solo bisogno di lei”.</p>
<p><strong>Anche Aung Zaw, giornalista in esilio da oltre 20 anni, la pensa allo stesso modo.</strong> “Ho visitato recentemente il Paese”, racconta, “e ho incontrato davvero molto, molto scetticismo sulla buona fede del Governo. Chi parla, comunica e legge nella nostra lingua, sa come stanno le cose e non si fa ingannare dalle apparenze”. Riuscirà il premio Nobel per la pace a non farsi manipolare dai disegni occulti del potere? E&#8217; questa la speranza dei suoi elettori.</p>
<p><strong><em>di Marta Franceschini</em></strong></p>
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		<title>NOVARTIS  E INDIA, LA LOTTA DEL FARMACO</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 21:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domani, mercoledì 28 marzo, comincia in India il secondo tempo di una battaglia legale che potrebbe decidere il futuro di milioni di persone e la sorte di molte migliaia di persone malate. A sei anni dalla prima sconfitta in tribunale, la Novartis, un colosso dell&#8217;industria farmaceutica internazionale (l&#8217;azienda, svizzera, è nata nel 1996 dalla fusione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Domani, mercoledì 28 marzo, comincia in India il secondo tempo di una battaglia legale che potrebbe decidere il futuro di milioni di persone e la sorte di molte migliaia di persone malate. A sei anni dalla prima sconfitta in tribunale, la <strong>Novartis,</strong> un colosso dell&#8217;industria farmaceutica internazionale (l&#8217;azienda, svizzera, è nata nel 1996<strong> dalla fusione tra Ciba-Geigy e Sandoz</strong> e ha più di 100 mila dipendenti), si presenta davanti alla Corte Suprema per ottenere il diritto a brevettare anche in India, mettendolo quindi sotto tutela, il Glivec, uno dei farmaci più usati nella cura dell&#8217;Hiv-Aids.</p>
<p><span id="more-14453"></span></p>
<div id="attachment_14465" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/novartis.jpg"><img class="size-full wp-image-14465" title="novartis" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/novartis.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Il banner della campagna di Medici senza Frontiere.</p></div>
<p><strong>La polemica sulla produzione di farmaci generici in India risale almeno al 1970, quando il Paese cancellò i brevetti sui medicinali.</strong> La mossa diede impulso all&#8217;industria indiana del farmaco, che potè così produrre medicinali a basso costo per un vasto mercato interno e per un non meno vasto mercato internazionale (quello dei Paesi in via di sviluppo), ma aprì una dura lotta internazionale. Nel 1994 il Wto (World Trade Organization) riuscì a far firmare all&#8217;India il controverso <a href="http://http://www.wto.org/english/tratop_e/trips_e/t_agm0_e.htm" target="_blank">Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights (TRIPS)</a>, con cui il Paese si impegnava a estendere il brevetto sui medicinali. Nel 2005 l&#8217;India decise di implementare l&#8217;accordo ma con alcune &#8220;precisazioni&#8221;. Prima fra tutte, quella che nega il brevetto ai farmaci che avessero formule appena modificate o solo usi nuovi senza differire in modo significativo nelle proprietà.</p>
<p><strong>Da allora l&#8217;interpretazione dei tribunali indiani ha penalizzato le richieste delle multinazionali</strong> che cercavano di brevettare come nuovi medicinali che erano in realtà la riformulazione di un farmaco precedente. Una tagliola in cui Novartis è caduta anche con il Glivec, che essa al contrario considera un prodotto radicalmente nuovo.</p>
<p><strong>Molte organizzazioni umanitarie sono favorevoli alla politica indiana e definiscono l&#8217;India &#8220;la farmacia dei poveri&#8221;.</strong> Il loro timore è che se Novartis vincesse la causa, tutte le aziende del farmaco farebbero analogo ricorso, impedendo di fatto la produzione dei &#8220;generici&#8221; a basso costo e portando alle stelle le cure (con aumenti fino a dieci volte) per i pazienti del Terzo Mondo. <a href="http://http://www.novartis.com/downloads/newsroom/glivec-information-center/Fact_vs_fiction_of_Glivec_India_Case.pdf" target="_blank">Novartis si difende con energia</a> e senza risparmiare argomenti. Tra gli altri: dal 20023, attraverso il  Glivec International Patient Assistance Program (GIPAP), l&#8217;azienda distribuisce il farmaco gratuitamente; attualmente lo ricevono circa 15 mila pazienti, cioè il 90% delle persone curate con il Glivec.</p>
<p>Al di là dell&#8217;eventuale responsabilità sociale aziendale e delle azioni positive che la possono riguardare, un argomento merita approfondimento: <strong>è una leggenda, dice Novartis, che l&#8217;India sia la &#8220;farmacia dei poveri&#8221;. Al contrario, la maggior parte dei generici prodotti in India viene esportata e venduta nei Paesi sviluppati.</strong></p>
<p><strong> L&#8217;industria farmaceutica indiana poggia su un nucleo di 250 grandi aziende e su una galassia di 8 mila piccole</strong></p>
<div id="attachment_14467" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/nov.jpg"><img class="size-full wp-image-14467" title="nov" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/nov.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Una manifestazione in India contro i brevetti sui farmaci.</p></div>
<p><strong>aziende.</strong> E in effetti <a href="http://http://pharmexcil.com/docs/Monthly-Analysis-of-April-Feb10-11.pdf" target="_blank">non è difficile verificare che i veri affari</a> li fanno con i Paesi ricchi e non con quelli poveri. Nel 2010-2011 le vendite di generici indiani verso Usa e Canada hanno reso, da sole, 2.4 miliardi di dollari, pari alla somma di quanto venduto in Africa (1,6 miliardi), Asia (0,4 miliardi di dollari) e <a href="http://http://it.wikipedia.org/wiki/ASEAN" target="_blank">Paesi Asean </a>(0,58 miliardi di dollari) sommati. L&#8217;Unione Europea,nello stesso periodo, ha portato nelle casse dell&#8217;industria farmaceutica indiana  1,7 miliardi di dollari e l&#8217;America Latina e i Caraibi 0,63.</p>
<p><strong>Resta però il fatto che i farmaci prodotto in India a prezzo ridotto curano in ogni caso moltissime persone nei Paesi più poveri.</strong><a href="http://http://www.medicisenzafrontiere.it/msfinforma/news.asp?id=2834" target="_blank"> Medici senza Frontiere</a>, da sempre impegnata nella campagna contro l&#8217;azione legale di Novartis, sottolinea che &#8220; più dell’80% dei farmaci antiretrovirali (ARVs) usati da MSF nei suoi programmi per l’HIV/AIDS provengono da produttori di generici con sede in India, così come l’80% dei farmaci antiretrovirali acquistati con i fondi dei donatori a livello mondiale hanno origine in India&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>AFGHANISTAN, LA STRAGE E LA POLITICA</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 22:06:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nove bambini, tre donne e quattro uomini inseguiti casa per casa, stanza per stanza, e uccisi senza pietà. <strong>La strage compiuta dal sergente americano nel distretto di Panjwai,</strong> nella provincia afghana di Kandahar, è uno di quegli atti che la mente quasi rifiuta di considerare. Non per questo, però, bisogna abbandonarsi a oscure teorie di complotti e congiure. La ricostruzione ufficiale è anche la più credibile: il crollo nervoso di un soldato che, dopo aver superato diversi turni di servizio in Iraq, non ha retto all’impatto con l’Afghanistan.</p>
<p><span id="more-14307"></span></p>
<div id="attachment_14310" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/afghaok.jpg"><img class="size-full wp-image-14310" title="afghaok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/afghaok.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Soldati Usa in Afghanistan.</p></div>
<p><strong>Questo non significa giustificare né archiviare. I comandi militari Usa dovranno dare parecchie spiegazioni. Quella di Kandahar è una provincia relativamente “tranquilla”</strong> (sono caduti qui 8 dei 69 soldati Isaf uccisi nel 2012) ma il sergente che ha fatto strage ieri veniva dalla stessa base (la “Lewis McChord” nello stato di Washington) in cui si era raccolta la “squadra della morte” guidata dal sergente McGibbs, poi condannato all’ergastolo per aver ucciso a sangue freddo tre afghani (quelli accertati) tenendo poi come trofeo parti dei loro corpi. E ancora fresco è il ricordo dei Corani bruciati nella base di Bagram, un errore costato decine di vite.</p>
<p><strong>Ora i talebani giurano vendetta, aprendo una stagione di forte rischio per tutti gli stranieri (soldati italiani compresi) in Afghanistan.</strong> Dopo quei poveri civili afghani, però, la vittima più evidente è l&#8217;immagine politica di  <strong>Barack Obama.</strong> Il presidente tenta di proseguire il ritiro graduale delle truppe, cominciato nel luglio 2011 e destinato a culminare nel 2014, mentre l’opinione pubblica americana e frange consistenti dei democratici e dei repubblicani premono per un disimpegno immediato.</p>
<p><strong>A qualunque velocità si voglia procedere, è indispensabile che il Governo e il nuovo esercito afghani diano l’impressione di controllare la situazione. E per farlo, Karzai</strong> e i suoi devono arrivare a un qualche armistizio con i talebani e con le forze che tengono viva la guerriglia. L’obiettivo non è certo vicino (il 2011, con 566 soldati caduti, e il 2010, con 711, sono stati i due anni più cruenti per le truppe straniere) e orrori come quello di Panjwai spingono nella direzione opposta. Ieri <strong>Ali Seraj,</strong> capo della Coalizione Nazionale per il Dialogo con le Tribù, un moderato, ha dovuto inchinarsi all’indignazione popolare e dire che “gli afghani possono sopportare i danni collaterali e i raid notturni, ma aborrono l’omicidio e vogliono per esso giustizia”.</p>
<div id="attachment_14312" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/obamaok.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-14312" title="obamaok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/03/obamaok-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Barack Obama.</p></div>
<p><strong>Il presidente Karzai, fiutando l’aria, ha chiesto un pubblico processo per il sergente, sapendo benissimo che mai gli Usa</strong> hanno permesso una simile procedura, qualunque fosse la colpa. Resta però il fatto che, proprio mentre l’economia americana pare riprender quota, la politica estera rischia di dissipare il vantaggio che Obama ha finora accumulato, nella corsa alla rielezione, per le divisioni tra i repubblicani. <strong>L’avventura nucleare dell’Iran,</strong> con le minacce verso Israele e le relative preoccupazioni di 5,5 milioni di ebrei americani e di molti milioni di cristiani che appoggiano Israele. <strong>Il massacro dei siriani</strong> da parte di Assad e il confronto a distanza con Russia e Cina che non abbandonano il regime di Damasco. L’Iraq che rischia di deflagrare e l’Afghanistan che non trova pace. Su tutti i fronti Obama invita alla calma. Forse ha ragione ma non riesce a convincere un’opinione pubblica che oscilla tra il desiderio di portare “tutti i ragazzi a casa” e la voglia di sfoderare la grinta e l’imperio d’un tempo. Così l’ancora ignoto sergente di Panjwai ha ucciso 16 afghani ma ha sparato sulla Casa Bianca.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 13 marzo 2012.</p>
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		<title>SE IL CORANO INCENDIA L&#8217;AFGHANISTAN</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Feb 2012 14:29:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il caos in città come Kabul o Herat, tra le più “militarizzate” del mondo. Quasi 40 morti, tra i quali anche due soldati americani, in pochi giorni. Un’onda di protesta violenta che investe l’Afghanistan e si allarga alle megalopoli del Pakistan, da Islamabad a Quetta, da Peshawar a Karachi. Tutto questo per qualche copia del Corano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il caos in città come Kabul o Herat, tra le più “militarizzate” del mondo. Quasi 40 morti, tra i quali anche due soldati americani, in pochi giorni. Un’onda di protesta violenta che investe l’Afghanistan e si allarga alle megalopoli del Pakistan, da Islamabad a Quetta, da Peshawar a Karachi. <strong>Tutto questo per qualche copia del Corano bruciata per errore</strong> (o per timore che contenesse messaggi “segreti” ai detenuti) in una base militare, da soldati che probabilmente non sapevano nemmeno di che libro di trattasse? Anche se l’onnipotente presidente degli Usa, Barack Obama, si è piegato a scuse formali e clamorose?</p>
<p><span id="more-14111"></span></p>
<div>
<div id="attachment_14114" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/crisi1.jpg"><img class="size-full wp-image-14114" title="crisi1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/crisi1.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Un&#39;immagine della &quot;rivolta del Corano&quot; a Kabul.</p></div>
</div>
<div></div>
<div><strong>Senza sottovalutare i sentimenti religiosi altrui, non è possibile. E vale a poco sottolineare che dietro le manifestazioni, i pugni levati al cielo, i volti contorti dalla rabbia,</strong> agiscono agitatori prezzolati dall’estremismo islamico o dai diversi interessi economico-criminali (il narcotraffico, per esempio) che ancora oggi sono decisivi in Afghanistan. Si sa, è così da dieci anni. Ed è stato così anche quando a beneficiarne eravamo “noi”, la coalizione che ha cacciato i talebani e poi ha spacciato un capo-fazione come il presidente Hamid Karzai per un leader amato dal suo popolo.</div>
<div></div>
<div>     <strong>Molti stanno speculando sulla “rivolta del Corano”, ma tutti lo fanno sulla base di un’incontrovertibile realtà: la missione occidentale in Afghanistan</strong> (comunque costata carissima: 49 soldati italiani morti, 2.903 prendendo in considerazione tutte le nazioni impegnate, più molte migliaia di poliziotti, soldati e civili afghani) in dieci anni è riuscita a fare molte cose ma non a conquistare i cuori della popolazione. I cambiamenti e i miglioramenti (che pure ci sono: dai diritti delle donne alla scolarizzazione, dalla crescita economica alla libertà d’informazione e di parola) sono stati calati dall’alto, quasi più subiti che accettati dagli afghani.</div>
<div></div>
<div><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/crisi2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-14115" title="crisi2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/crisi2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Sono molte le ricerche, svolte sul campo, che testimoniano questa amara e pericolosa realtà.</strong> L’ultima in ordine di tempo è <a href="http://www.famigliacristiana.it/volontariato/news_3/articolo/gli-stranieri-visti-dagli-afghani_070212171743.aspx" target="_blank">quella della Ong Intersos,</a> di cui ha dato ampiamente notizia Famigliacristiana.it. Ma ce ne sono altre, perché il problema è ben presente alle autorità militari americane. Per esempio quella intitolata <a title="AFGHANISTAN, QUANTO PESA LA SFIDUCIA" href="http://www.fulvioscaglione.com/2012/01/23/afghanistan-quanto-pesa-la-sfiducia/">Una crisi di sfiducia e di incompatibilità culturale</a> pubblicata nel maggio 2011  da Jeffrey Bordin, uno scienziato del comportamento &#8220;arruolato&#8221; dall&#8217;esercito Usa per cercare di capire come sia stato possibile che 58 soldati occidentali siano stati uccisi da colleghi afghani, con i quali lavoravano fianco a fianco, in 26 diversi attacchi. Pari al 6% di tutte le perdite della missione Isaf nello stesso periodo.</div>
<div></div>
<div>  <strong> Se questo è lo stato delle cose dopo oltre dieci anni di missione, è chiaro che qualcosa non ha funzionato.</strong>O, forse, non poteva funzionare fin dall&#8217;inizio. Sotto accusa finisce così l&#8217;idea cardine degli interventi militari  del decennio 2000-2010, e cioè che fosse possibile invadere un Paese e trasformarlo radicalmente, anche se in senso democratico. Dopo quanto è successo in Iraq e in Afghanistan, la risposta è piuttosto chiara.</div>
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		<title>INDIA: PIRATI, PESCATORI E SOLDATI</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 20:52:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra sparare su un peschereccio e respingere un attacco di pirati c’è una grossa differenza. Anche se nel Golfo del Bengala, dove incrociava il mercantile italiano <strong>“Enrica Lexie” al momento del drammatico incidente in cui sono morti due indiani,</strong> non è così facile distinguere. Solo un paio di settimane fa, il 28 gennaio, una banda di 11 pirati originari del Bangladesh ha attaccato in quelle acque un gruppo di pescherecci indiani, uccidendo tre marinai e sequestrandone 14 prima di essere a loro volta catturati. I pirati erano riusciti ad avvicinarsi proprio perché la loro imbarcazione si “presentava” come una delle tante che inseguono i branchi di tonni.</p>
<p><span id="more-14076"></span></p>
<div id="attachment_14078" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/soldati.jpg"><img class="size-full wp-image-14078" title="soldati" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/soldati.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">I due soldati italiani dopo lo sbarco nel porto di Kochi.</p></div>
<p><strong>Queste sono ore confuse. E’ difficile capire se i soldati italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sbarcati di propria volontà dalla “Enrica Lexie” nel porto di Kochi, siano in stato d’arresto.</strong> Difficilissimo appurare se davvero, come sostengono i nostri, il peschereccio indiano si fosse avvicinato con manovre ostili. E quasi impossibile immaginare come si risolverà la disputa tra la posizione dell’Italia (la nave era in acque internazionali, quindi la giurisdizione spetta alle autorità del Paese di bandiera, in questo caso appunto l’Italia) e quella dell’India, che sostiene la tesi della reazione violenta e ingiustificata. Bisogna quindi avere fiducia nell’operato dei nostri militari, che sono da anni impegnati in tante parti del mondo e certo non si segnalano per un grilletto troppo facile.</p>
<p><strong>Ma mentre i diplomatici si spiegano e trattano, è inevitabile cogliere il messaggio che, nemmeno tanto sottilmente, l’atteggiamento delle autorità indiane prova a mandarci. L’India è uno dei Paesi del Bric</strong> (con Brasile, Russia e Cina), cioè una delle economie emergenti a livello globale. Nel 2010, in piena recessione planetaria, è cresciuta dell’8% e il suo Prodotto Interno Lordo è oggi il quarto del mondo. A dispetto dei tanti problemi irrisolti (il 20% della popolazione vive ancora sotto la soglia della povertà, e la corruzione della pubblica amministrazione è sempre rampante), è un Paese dotato della bomba atomica e, per il biennio 2011-2012,  occupa un seggio di membro non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu.</p>
<div id="attachment_14080" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/nave.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-14080" title="nave" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/nave-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">La petroliera &quot;Enrica Lexie&quot;.</p></div>
<p><strong>L’India di oggi, insomma, si sente forte, protagonista. E vuole che questo status le sia riconosciuto. Un incidente come quello della “Enrica Lexie” pare fatto apposta per stimolare il suo nazionalismo e la voglia, ancora fortissima, di riscattare un passato</strong> fatto prima di sottomissione coloniale e poi di un limbo internazionale ben rappresentato dalla stagione dei “non allineati”. Non si tratta di avercela con l’Italia (le relazioni bilaterali, pur migliorabili, sono cordiali e proficue: l’interscambio commerciale è salito nel 2010 a 7,2 miliardi di euro e le esportazioni italiane in India sono cresciute del 23%) ma di far capire a tutti che il Terzo Mondo non c’è più. Almeno non da quelle parti. E se poi la grinta sfoggiata in questo caso serve a far dimenticare per qualche giorno gli scandali governativi che affossano le riforme, meglio ancora.</p>
<p><strong>Bisognerà dunque usare una giusta miscela di fermezza e prudenza. Le autorità indiane vorranno soprattutto pubblica soddisfazione, e poi lasceranno perdere un braccio di ferro che, al di là del lutto per le vittime, ha poco senso.</strong> Tutti, invece, farebbero bene a interrogarsi sul contrasto alla pirateria. Gli indiani perché non riescono a studiare strategie efficaci nei mari di casa, tormentati dalle incursioni criminali. Gli italiani perché mettere i soldati sulle navi, come deciso di recente, non è in assoluto garanzia di buoni risultati rispetto a un fenomeno di cui abbiamo scarsa esperienza diretta.</p>
<p><em>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 20 febbraio 2012</em></p>
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		<title>LA COREA DEL NORD CEDE AI CELLULARI</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 22:59:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per essere un Paese dove solo il 10% della popolazione ha un telefono proprio e in cui le prime cabine telefoniche pubbliche, peraltro solo nella capitale Pyongyang, sono comparse nel 1990, la Corea del Nord sta facendo sorprendenti passi avanti con la telefonia cellulare. Breve riassunto storico. I telefoni cellulari furono introdotti in Corea del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per essere un Paese dove solo il 10% della popolazione ha un telefono proprio e in cui <strong>le prime cabine telefoniche pubbliche,</strong> peraltro solo nella capitale Pyongyang, sono comparse nel 1990, la Corea del Nord sta facendo sorprendenti passi avanti con la telefonia cellulare.</p>
<p><span id="more-14022"></span></p>
<div id="attachment_14026" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/koryolinkok.jpg"><img class="size-full wp-image-14026" title="koryolinkok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/02/koryolinkok.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Il logo dell&#39;operatore coreano Koryolink.</p></div>
<p><strong>Breve riassunto storico. I telefoni cellulari furono introdotti in Corea del Nord nel 2002,</strong> e subito con un certo successo: meno di un anno dopo già 20 mila coreani ne possedevano uno. Ma nel 2004, di colpo, sui cellulari calò il bando del regime: non s&#8217;è mai capito bene perché ma una delle ipotesi più accreditate è che proprio un cellulare fosse servito per far detonare una bomba che, in una stazione ferroviaria, arrivò vicina a uccidere il dittatore Kim Jon Il.</p>
<p>Passata la paura, e cioè nel dicembre 2008, riecco i cellulari. Questa volta il regime ha pensato bene di farsi aiutare da una grande azienda del settore, la Orascom dell&#8217;egiziano<strong> Naguib Sawiris,</strong> fino a non molto tempo fa azionista di maggioranza della &#8220;nostra&#8221; Wind. La società che ora gestisce la telefonia cellulare in Corea del Nord si chiama<strong> Koryolink </strong>ed è per il 75% di proprietà Orascom e per il 25% dello Stato nordcoreano. Anche questa volta il successo è stato immediato: gli abbonati sono già un milione, in crescita costante.</p>
<p><strong>Come in tutte le dittature, soprattutto in quelle che fanno vivere la gente in miseria come questa, un fenomeno in apparente contraddizione con la politica di regime provoca tutta una serie di aggiustamenti, formali e informali.</strong> I coreani dotati di cellulare devono rassegnarsi, tra le altre cose, a ricevere telefonate e messaggi testuali di propaganda del Governo. E a pagare la bolletta (che mediamente ammonta a circa 14 euro al mese) in valuta straniera. In teoria, bisognerebbe procurarsela solo dai cambiavalute ufficiali, perché il cosiddetto &#8220;cambio nero&#8221; è vietato dalla legge. Nella pratica, nessuno lo fa, perché il cambio ufficiale è assai più caro. <strong>Così il regime tollera il cambio nero</strong> che, anche attraverso le bollette dei cellulari, comunque gli procura quella valuta pregiata di cui ha gran bisogno.</p>
<p>Naturalmente non si parla di smart phone e, quindi, nessun collegamento Internet è disponibile ai privati. Nel 2005 è stato aperto il primo <strong>Internet Cafè</strong> della capitale Pyongyang, &#8220;appoggiato&#8221; a un satellite nordcoreano. Ma i contenuti della navigazione sono sottoposti alla censura del regime.</p>
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		<title>CINA, LA MEGALOPOLI SI AVVICINA</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 22:33:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A fine 2011 la Cina ha compiuto una svolta storica: la popolazione che vive in città è diventata più ampia di quella che vive in campagna. Da anni i demografi prevedevano questo esito, che nondimeno resta impressionante: più di metà dei cinesi (che sono 1 miliardo e 350 milioni) si è urbanizzato, in un Paese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A fine 2011 la Cina ha compiuto una svolta storica: la popolazione che vive in città è diventata più ampia di quella che vive in campagna. Da anni i demografi prevedevano questo esito, che nondimeno resta impressionante: più di metà dei cinesi (che sono 1 miliardo e 350 milioni) si è urbanizzato, in un Paese in cui ancora nel 1980 più dell&#8217;80% delle persone viveva in campagna.</p>
<p><span id="more-13739"></span></p>
<div id="attachment_13746" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/shanghaiok.jpg"><img class="size-full wp-image-13746" title="shanghaiok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/shanghaiok.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Pedoni a Shanghai.</p></div>
<p><strong>Tutto questo significa che ciò che avvenne in Europa in più di un secolo, in Cina si è prodotto in vent&#8217;anni.</strong> E non si può nemmeno dire che le autorità, sempre parche nel promuovere la libertà di movimento dei cittadini, fossero d&#8217;accordo. Certo, la politica di riforme economiche inaugurata da Deng Xiao Ping era inevitabilmente destinata a favorire quel processo. Ma per anni i governi cinesi hanno cercato di far quadrare il. cerchio con l&#8217;idea che gli operai &#8220;entrassero nelle fabbriche ma non nelle città&#8221;.</p>
<p><strong>Da qui la politica delle &#8220;zone economiche speciali&#8221;</strong> (vedi Guangdong, con vista su Hong Kong) e poi delle città ad esse collegate e a loro volta disposte in livelli successivi:  Shenzhen and Guangzhou  al primo; Suzhou, Tianjin, Shenyang, Chengdu, Dalian e Chongqing al secondo; Ningbo Fuzhou, Wuxi e Harbin al terzo. Questo però non ha impedito il travaso verso le città di grandi fasce di popolazione, attratte dalla prospettiva di un miglioramento economico e dal crescente bisogno di forza lavoro da parte di una macchina economica che si era intanto sviluppata soprattutto nelle città.</p>
<p><strong>A quanto pare, però, non è finita qui. Entro il 2040, prevedono i demografi e gli economisti, la percentuale di cinesi che vivranno in centro urbani salirà al 67%,</strong> pari a 970 milioni di persone. Il che significa che, nel giro di una sola generazione, i dirigenti della Cina dovranno trovare modo di alloggiare e dotare di servizi decenti tante persone quante ne vivono complessivamente nelle aree urbane degli Usa (260 milioni) e del Giappone (85 milioni), più un altro 15 milioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>PAKISTAN, TUTTI CONTRO TUTTI</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 11:40:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Musharraf torna o non torna? E se lui torna, chi parte? Come l&#8217;ombra di Banquo perseguita Macbeth, così le intenzioni dell&#8217;ex presidente Pervez Musharraf, salito al potere nel 1999 con un golpe militare e costretto alle dimissioni nel 2008, fanno traballare il già precario assetto istituzionale del Pakistan. L&#8217;acuirsi della crisi è di queste ultime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Musharraf torna o non torna? E se lui torna, chi parte? Come l&#8217;ombra di Banquo perseguita Macbeth, così le intenzioni dell&#8217;ex presidente <strong>Pervez Musharraf,</strong> salito al potere nel 1999 con un golpe militare e costretto alle dimissioni nel 2008, fanno traballare il già precario assetto istituzionale del Pakistan.</p>
<p><span id="more-13692"></span></p>
<div id="attachment_13710" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/pakok1.jpg"><img class="size-full wp-image-13710" title="pakok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/pakok1.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Il premier Gilani con il generale Kayani.</p></div>
<p><strong>L&#8217;acuirsi della crisi è di queste ultime settimane, ma la sua radice è antica. E riguarda il mai risolto rapporto tra potere militare e potere politico.</strong> I generale pakistani si sono abituati a gestire il Paese e, soprattutto, a determinarne le sorti dietro le quinte, in barba alle decisioni della politica. Il regime di Musharraf è stato la loro apoteosi: ilò presidente era un ex generale lui stesso, e aveva mantenuto la carica di comandante in capo delle forze armate. il che voleva dire: le forze armate al vertice del Paese.</p>
<p><strong>Una rendita di posizione fantastica, che consentiva le più spericolate acrobazie. Così il Pakistan, che ha il 10% della popolazione privo di accesso all&#8217;acqua potabile, il 55% privo di servizi igienici normali e quasi il 50% incapace di leggere e scrivere, spende il 3% del Pil per la Difesa</strong> (più che per l&#8217;educazione o la salute) e ha la bomba atomica. Ai tempi dei talebani, il Pakistan fu l&#8217;unico Paese, insieme con l&#8217;Arabia Saudita, a riconoscerne ufficialmente il regime e a collaborare attivamente con esso. Sempre a proposito di bomba atomica: furono gli scienziati militari pakistani a collaborare con la Corea del Nord per aiutarla ad avere un analogo ordigno. E così via.</p>
<p><strong>La caduta di Musharraf ha significato la fine della pacchia, evento a cui i generali non si sono mai rassegnati. </strong>Formalmente ossequiosi, non hanno mai davvero accettato il nuovo Governo. E questi, con le sue incertezze, ha fatto molto per agevolare le loro trame. Non ha certo giovato, in questo senso, la crisi dei rapporti tra il Governo del Pakistan e gli Usa, con le ripicche (la Cia conduceva operazioni segrete in territorio pakistano, le autorità locali chiudevano basi americane, la Casa Bianca tagliava gli aiuti, e così via) inevitabili tra chi si sente padrone del mondo (e combatte l&#8217;estremismo islamico anche a vantaggio del Pakistan) e chi vuole affermare l&#8217;orgoglio nazionale.</p>
<div id="attachment_13700" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/pak2.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13700" title="pak2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/pak2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Benazir Bhutto pochi giorni prima di essere uccisa.</p></div>
<p>Comunque sia, proprio sull&#8217;asse Islamabad-Washington è partita la scintilla che rischia di far saltare tutto. Nel maggio 2011, subito dopo l&#8217;uccisione di Osama Bin Laden, il presidente <strong>Asif Alì Zardari, vedovo di Benazir Bhutto,</strong> fece pervenire <strong>all&#8217;ammiraglio Mike Mullen,</strong> capo delle forze armate americane, un <a href="http://http://www.foreignpolicy.com/files/fp_uploaded_documents/111117_Ijaz%20memo%20Foreign%20Policy.PDF" target="_blank">Memorandum in cui lo pregava di intervenire</a> contro la prospettiva di un colpo di Stato militare in Pakistan. Guarda caso, il rapporto segreto fu divulgato poco dopo (lo pubblicò la rivista<a href="http://www.foreignpolicy.com" target="_blank"> Foreign Policy</a>) e mise da subito in grave imbarazzo il Governo del Pakistan. D&#8217;altra parte, il presidente Zardari chiedeva assai impropriamente a Mullen di intervenire sul suo omologo pakistano, <strong>il generale Ashfaq Pervez Kayani,</strong> per impedirgli di tentare il colpo di Stato e accusava i generali di simpatizzare per Bin Laden e per l&#8217;estremismo islamico.</p>
<p><strong>Mullen disse di aver cestinato il rapporto, considerandolo un falso. E non è un buon segno,</strong> perché il rapporto gli era stato consegnato dall&#8217;ambasciatore pakistano a Washington, mica da uno qualunque. Come dire: mi fido più dei colleghi militari che del Presidente. E da lì è partito un pasticcio pericoloso. I generali pakistani sono insorti e hanno denunciato alla Corte suprema il documento, come prova di un complotto contro le forze armate. <strong>Il premier Gilani</strong> ha attaccato il comandante dell’esercito, generale Ashfaq Pervez Kayani, e il capo dei servizi segreti, generale Ahmed Shuja Pasha e li ha accusati di aver violato la Costituzione. Poi, non contento, ha silurato Khalid Naeem Lodhi, segretario alla Difesa e fedelissimo di Kayani.</p>
<p>Come se non bastasse è esplosa, come una bomba a orologeria, <strong>la questione Musharraf.</strong> L&#8217;ex presidente, da anni in esilio tra Londra e Dhubai, ha espresso l&#8217;intenzione di tornare in patria per partecipare alle prossime elezioni. In Pakistan, però, lo attende un mandato d&#8217;arresto: è accusato di non aver protetto la leader dell&#8217;opposizione <strong>Benazir Bhutto,</strong> assassinata durante un comizio elettorale nel 2007. L&#8217;accusa dev&#8217;essere provata ma è quasi inconcepibile un processo in cui la &#8220;parte civile&#8221; sarebbe l&#8217;attuale presidente Zardari, vedovo appunto della Bhutto.</p>
<p><strong>Per di più, lo stesso Zardari è coinvolto in una storia di corruzione da cui, per ora, è protetto da un&#8217;amnistia decretata nel 2007 proprio da Musharraf. Amnistia che peraltro fu dichiarata incostituzionale e revocata nel 2009 dalla Corte Suprema,</strong> che chiese anche la riapertura di tutti i casi. Gilani non vuole farlo ed è ora accusato di &#8220;disprezzo per la Corte&#8221;. Paradossalmente, quindi, potrebbe persino darsi una situazione in cui Musharraf torna in Pakistan e l&#8217;unico a NON essere arrestato è proprio lui. Certo pare difficile che il Pakistan possa andare avanti a lungo così.</p>
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