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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Asia</title>
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		<title>CINA, LA MEGALOPOLI SI AVVICINA</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 22:33:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A fine 2011 la Cina ha compiuto una svolta storica: la popolazione che vive in città è diventata più ampia di quella che vive in campagna. Da anni i demografi prevedevano questo esito, che nondimeno resta impressionante: più di metà dei cinesi (che sono 1 miliardo e 350 milioni) si è urbanizzato, in un Paese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A fine 2011 la Cina ha compiuto una svolta storica: la popolazione che vive in città è diventata più ampia di quella che vive in campagna. Da anni i demografi prevedevano questo esito, che nondimeno resta impressionante: più di metà dei cinesi (che sono 1 miliardo e 350 milioni) si è urbanizzato, in un Paese in cui ancora nel 1980 più dell&#8217;80% delle persone viveva in campagna.</p>
<p><span id="more-13739"></span></p>
<div id="attachment_13746" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/shanghaiok.jpg"><img class="size-full wp-image-13746" title="shanghaiok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/shanghaiok.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Pedoni a Shanghai.</p></div>
<p><strong>Tutto questo significa che ciò che avvenne in Europa in più di un secolo, in Cina si è prodotto in vent&#8217;anni.</strong> E non si può nemmeno dire che le autorità, sempre parche nel promuovere la libertà di movimento dei cittadini, fossero d&#8217;accordo. Certo, la politica di riforme economiche inaugurata da Deng Xiao Ping era inevitabilmente destinata a favorire quel processo. Ma per anni i governi cinesi hanno cercato di far quadrare il. cerchio con l&#8217;idea che gli operai &#8220;entrassero nelle fabbriche ma non nelle città&#8221;.</p>
<p><strong>Da qui la politica delle &#8220;zone economiche speciali&#8221;</strong> (vedi Guangdong, con vista su Hong Kong) e poi delle città ad esse collegate e a loro volta disposte in livelli successivi:  Shenzhen and Guangzhou  al primo; Suzhou, Tianjin, Shenyang, Chengdu, Dalian e Chongqing al secondo; Ningbo Fuzhou, Wuxi e Harbin al terzo. Questo però non ha impedito il travaso verso le città di grandi fasce di popolazione, attratte dalla prospettiva di un miglioramento economico e dal crescente bisogno di forza lavoro da parte di una macchina economica che si era intanto sviluppata soprattutto nelle città.</p>
<p><strong>A quanto pare, però, non è finita qui. Entro il 2040, prevedono i demografi e gli economisti, la percentuale di cinesi che vivranno in centro urbani salirà al 67%,</strong> pari a 970 milioni di persone. Il che significa che, nel giro di una sola generazione, i dirigenti della Cina dovranno trovare modo di alloggiare e dotare di servizi decenti tante persone quante ne vivono complessivamente nelle aree urbane degli Usa (260 milioni) e del Giappone (85 milioni), più un altro 15 milioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>PAKISTAN, TUTTI CONTRO TUTTI</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 11:40:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Musharraf torna o non torna? E se lui torna, chi parte? Come l&#8217;ombra di Banquo perseguita Macbeth, così le intenzioni dell&#8217;ex presidente Pervez Musharraf, salito al potere nel 1999 con un golpe militare e costretto alle dimissioni nel 2008, fanno traballare il già precario assetto istituzionale del Pakistan. L&#8217;acuirsi della crisi è di queste ultime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Musharraf torna o non torna? E se lui torna, chi parte? Come l&#8217;ombra di Banquo perseguita Macbeth, così le intenzioni dell&#8217;ex presidente <strong>Pervez Musharraf,</strong> salito al potere nel 1999 con un golpe militare e costretto alle dimissioni nel 2008, fanno traballare il già precario assetto istituzionale del Pakistan.</p>
<p><span id="more-13692"></span></p>
<div id="attachment_13710" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/pakok1.jpg"><img class="size-full wp-image-13710" title="pakok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/pakok1.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Il premier Gilani con il generale Kayani.</p></div>
<p><strong>L&#8217;acuirsi della crisi è di queste ultime settimane, ma la sua radice è antica. E riguarda il mai risolto rapporto tra potere militare e potere politico.</strong> I generale pakistani si sono abituati a gestire il Paese e, soprattutto, a determinarne le sorti dietro le quinte, in barba alle decisioni della politica. Il regime di Musharraf è stato la loro apoteosi: ilò presidente era un ex generale lui stesso, e aveva mantenuto la carica di comandante in capo delle forze armate. il che voleva dire: le forze armate al vertice del Paese.</p>
<p><strong>Una rendita di posizione fantastica, che consentiva le più spericolate acrobazie. Così il Pakistan, che ha il 10% della popolazione privo di accesso all&#8217;acqua potabile, il 55% privo di servizi igienici normali e quasi il 50% incapace di leggere e scrivere, spende il 3% del Pil per la Difesa</strong> (più che per l&#8217;educazione o la salute) e ha la bomba atomica. Ai tempi dei talebani, il Pakistan fu l&#8217;unico Paese, insieme con l&#8217;Arabia Saudita, a riconoscerne ufficialmente il regime e a collaborare attivamente con esso. Sempre a proposito di bomba atomica: furono gli scienziati militari pakistani a collaborare con la Corea del Nord per aiutarla ad avere un analogo ordigno. E così via.</p>
<p><strong>La caduta di Musharraf ha significato la fine della pacchia, evento a cui i generali non si sono mai rassegnati. </strong>Formalmente ossequiosi, non hanno mai davvero accettato il nuovo Governo. E questi, con le sue incertezze, ha fatto molto per agevolare le loro trame. Non ha certo giovato, in questo senso, la crisi dei rapporti tra il Governo del Pakistan e gli Usa, con le ripicche (la Cia conduceva operazioni segrete in territorio pakistano, le autorità locali chiudevano basi americane, la Casa Bianca tagliava gli aiuti, e così via) inevitabili tra chi si sente padrone del mondo (e combatte l&#8217;estremismo islamico anche a vantaggio del Pakistan) e chi vuole affermare l&#8217;orgoglio nazionale.</p>
<div id="attachment_13700" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/pak2.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13700" title="pak2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/pak2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Benazir Bhutto pochi giorni prima di essere uccisa.</p></div>
<p>Comunque sia, proprio sull&#8217;asse Islamabad-Washington è partita la scintilla che rischia di far saltare tutto. Nel maggio 2011, subito dopo l&#8217;uccisione di Osama Bin Laden, il presidente <strong>Asif Alì Zardari, vedovo di Benazir Bhutto,</strong> fece pervenire <strong>all&#8217;ammiraglio Mike Mullen,</strong> capo delle forze armate americane, un <a href="http://http://www.foreignpolicy.com/files/fp_uploaded_documents/111117_Ijaz%20memo%20Foreign%20Policy.PDF" target="_blank">Memorandum in cui lo pregava di intervenire</a> contro la prospettiva di un colpo di Stato militare in Pakistan. Guarda caso, il rapporto segreto fu divulgato poco dopo (lo pubblicò la rivista<a href="http://www.foreignpolicy.com" target="_blank"> Foreign Policy</a>) e mise da subito in grave imbarazzo il Governo del Pakistan. D&#8217;altra parte, il presidente Zardari chiedeva assai impropriamente a Mullen di intervenire sul suo omologo pakistano, <strong>il generale Ashfaq Pervez Kayani,</strong> per impedirgli di tentare il colpo di Stato e accusava i generali di simpatizzare per Bin Laden e per l&#8217;estremismo islamico.</p>
<p><strong>Mullen disse di aver cestinato il rapporto, considerandolo un falso. E non è un buon segno,</strong> perché il rapporto gli era stato consegnato dall&#8217;ambasciatore pakistano a Washington, mica da uno qualunque. Come dire: mi fido più dei colleghi militari che del Presidente. E da lì è partito un pasticcio pericoloso. I generali pakistani sono insorti e hanno denunciato alla Corte suprema il documento, come prova di un complotto contro le forze armate. <strong>Il premier Gilani</strong> ha attaccato il comandante dell’esercito, generale Ashfaq Pervez Kayani, e il capo dei servizi segreti, generale Ahmed Shuja Pasha e li ha accusati di aver violato la Costituzione. Poi, non contento, ha silurato Khalid Naeem Lodhi, segretario alla Difesa e fedelissimo di Kayani.</p>
<p>Come se non bastasse è esplosa, come una bomba a orologeria, <strong>la questione Musharraf.</strong> L&#8217;ex presidente, da anni in esilio tra Londra e Dhubai, ha espresso l&#8217;intenzione di tornare in patria per partecipare alle prossime elezioni. In Pakistan, però, lo attende un mandato d&#8217;arresto: è accusato di non aver protetto la leader dell&#8217;opposizione <strong>Benazir Bhutto,</strong> assassinata durante un comizio elettorale nel 2007. L&#8217;accusa dev&#8217;essere provata ma è quasi inconcepibile un processo in cui la &#8220;parte civile&#8221; sarebbe l&#8217;attuale presidente Zardari, vedovo appunto della Bhutto.</p>
<p><strong>Per di più, lo stesso Zardari è coinvolto in una storia di corruzione da cui, per ora, è protetto da un&#8217;amnistia decretata nel 2007 proprio da Musharraf. Amnistia che peraltro fu dichiarata incostituzionale e revocata nel 2009 dalla Corte Suprema,</strong> che chiese anche la riapertura di tutti i casi. Gilani non vuole farlo ed è ora accusato di &#8220;disprezzo per la Corte&#8221;. Paradossalmente, quindi, potrebbe persino darsi una situazione in cui Musharraf torna in Pakistan e l&#8217;unico a NON essere arrestato è proprio lui. Certo pare difficile che il Pakistan possa andare avanti a lungo così.</p>
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		<title>AFGHANISTAN, QUANTO PESA LA SFIDUCIA</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 21:39:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Realizzato nel maggio 2011 da Jeffrey Bordin, uno scienziato del comportamento dell&#8217;esercito, ma declassificato solo ora, il rapporto ﻿intitolato ﻿A Crisis of Trust and Cultural Incompatibility (Una crisi di fiducia e di incompatibilità culturale) getta una luce abbagliante, e quindi sinistra, sul pessimo stato dei rapporti tra le truppe locali e quelle occidentali, in particolare americane, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Realizzato nel maggio 2011 da<strong> Jeffrey Bordin,</strong> uno scienziato del comportamento dell&#8217;esercito, ma declassificato solo ora, il rapporto ﻿intitolato <em><a href="http://http://www.michaelyon-online.com/images/pdf/trust-incompatibility.pdf" target="_blank">﻿A Crisis of Trust and Cultural Incompatibility </a></em>(Una crisi di fiducia e di incompatibilità culturale) getta una luce abbagliante, e quindi sinistra, sul pessimo stato dei rapporti tra le truppe locali e quelle occidentali, in particolare americane, in Afghanistan.</p>
<p><span id="more-13518"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/afgha.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-13530" title="afgha" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/afgha.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p><strong>La questione è cruciale, perché il punto di vista specifico delle relazioni (pessime) tra soldati, autoctoni e invasori, locali e stranieri, rimanda direttamente alla questione, altrettanto spinosa, della fiducia della popolazione nel &#8220;nuovo corso&#8221; post-talebani.</strong> Anche perché le truppe della missione Nato addestrano i soldati afghani a proteggere in futuro l&#8217;Afghanistan, proprio come, almeno in un certo senso, la missione civile di ricostruzione del Paese &#8220;addestra&#8221; gli afghani a gestire l&#8217;Afghanistan da soli.</p>
<p><strong>Il rapporto di Bordin, da questo punto di vista, non lascia molte speranze. </strong>Lo studioso ha documentato la morte violenta di 58 soldati occidentali, uccisi da colleghi afghani in 26 diversi attacchi. Pari al 6% di tutte le perdite della missione Isaf nello stesso periodo. L&#8217;episodio più agghiacciante è quello del 27 aprile 2011, quando all&#8217;aeroporto di Kabul il colonnello <strong>Ahmed Gul</strong> uccise 8 ufficiali americani e un contractor prima di scrivere &#8220;Dio è grande&#8221; sui muri con il loro sangue e suicidarsi.</p>
<p><strong>Il caso di Gul, però, non deve far pensare a motivazioni politiche o religiose. </strong>Non solo, comunque, anche se è chiaro che gli infiltrati esistono. I contrasti tra afghani e occidentali scoppiano soprattutto per il ribollire di una sfiducia reciproca basata su problemi pratici (il tasso di analfabetismo nell&#8217;esercito afghano è del 90%, e pochissimi tra i soldati Isaf parlano pashtun o dari), sulle diverse abitudini e su culture che non riescono a integrarsi.</p>
<p><strong>Una volta interrogati, i soldati dell&#8217;una come dell&#8217;altra parte (613 afghani e 215 americani, più 30 interpreti afghani) hanno espresso in modo perfettamente speculare lamentele per comportamenti sul campo e veri pregiudizi.</strong> Gli afghani accusano gli occidentali di compiere operazioni che spetterebbero a loro, di non rispettare le donne (mettendo a rischio tutti), di non lasciar passare i malati ai posti di blocco, <strong>di sparare in modo indiscriminato ogni volta che si sentono minacciati o attaccati,</strong> di occupare le strade anche a discapito dei convogli militari dell&#8217;esercito afghano, e così via, compresa l&#8217;abitudine di imprecare di continuo e di rifiutare qualunque consiglio da parte dei colleghi afghani,di sparare senza ragione su cani e gatti, di orinare in pubblico, di non punire mai i soldati che abusano dei civili o li uccidono.</p>
<p><strong>Per gli americani, invece, i soldati afghani sono drogati, ladri, vigliacchi, traditori, infidi, incapaci di controllarsi in combattimento, disorganizzati, pigri e così via.</strong> Le cose vanno un po&#8217; meglio tra le unità d&#8217;élite come le forze speciali che, soprattutto sul lato americano, prima di andare in missione hanno ricevuto almeno un&#8217;infarinatura di preparazione sulle abitudini degli afghani e i cui ufficiali parlano almeno un minimo della lingua locale. Ma evidentemente non basta. E il detto dari &#8220;shona-ba-shona&#8221;, spalla a spalla, usato come slogan per le operazioni comuni, sembra alludere a una convivenza forzata e infruttuosa piuttosto che a una efficace collaborazione.</p>
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		<title>SALMAN RUSHDIE, LA FATWA NON E&#8217; FINITA</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 18:06:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DI MARTA FRANCESCHINI &#8211; E&#8217; cominciato fra mille polemiche, a Jaipur nel Rajastan, il più importante festival letterario indiano. Ad avvelenare la manifestazione, le accese proteste della comunità musulmana per l&#8217;annunciata presenza dello scrittore Salman Rushdie, autore del controverso romanzo Versetti satanici. Il libro, uscito nel 1988, ritenuto blasfemo dall&#8217;ortodossia islamica, provocò violente reazioni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438_ctl00_paragraphsReader_repParagraphs_ctl00_pParagrafo">DI MARTA FRANCESCHINI &#8211; E&#8217; cominciato fra mille polemiche, a Jaipur nel Rajastan, il più importante festival letterario indiano. Ad avvelenare la manifestazione, le accese proteste della comunità musulmana per l&#8217;annunciata presenza dello scrittore <strong>Salman Rushdie, </strong>autore del controverso romanzo <em>Versetti satanici.</em></p>
<p><span id="more-13484"></span></p>
<div id="attachment_13492" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/SALMAN.jpg"><img class="size-full wp-image-13492" title="SALMAN" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/SALMAN.jpg" alt="" width="300" height="158" /></a><p class="wp-caption-text">Salman Rushdie.</p></div>
<p><strong>Il libro, uscito nel 1988, ritenuto blasfemo dall&#8217;ortodossia islamica, provocò violente reazioni di condanna e, un anno dopo, l&#8217;ayatollah Komehini decretò la <em>fatwa,</em></strong> ovvero la condanna a morte, del suo autore. Rushdie, nato in Inghilterra ma di origini indiane, vive da allora a Londra, sotto protezione. L&#8217;intolleranza si concretizzò nell&#8217;omicidio del traduttore giapponese del romanzo, e nell&#8217;aggressione di due traduttori, uno norvegese e l&#8217;altro italiano, <strong>Ettore Capriolo.</strong></p>
<p><strong>In India il libro, bandito dalla censura, non è mai stato pubblicato.</strong> Appena si è sparsa la voce che il festival di Jaipur – che coinvolge 262 autori provenienti da tutto il mondo, e migliaia di spettatori – prevedeva, fra gli altri, la presenza dello scrittore indo-britannico, sono cominciate le proteste di alcuni gruppi musulmani ortodossi, che hanno minacciato di far saltare la manifestazione. Fra le varie iniziative dei fondamentalisti, un premio di 100.000 rupie (1.500 euro), per chi avesse tirato una scarpa in faccia a Rushdie.</p>
<p>Ma il fanatismo non si è limitato alle invettive. <strong>I servizi segreti indiani hanno infatti informato lo scrittore della presenza nello stato del Rajastan di sicari pagati per eliminarlo.</strong> Rushdie ha quindi deciso di cancellare la sua partecipazione al festival, limitandosi a intervenire via satellite. Indignazione e solidarietà da parte degli autori presenti alla manifestazione letteraria che, per protesta, avevano deciso di leggere ad alta voce, durante i loro interventi, alcuni brani dal famoso romanzo, in nome della libertà di espressione e contro la censura culturale in vigore in India. Ma i quattro autori che hanno poi realmente letto dal palco del Festival le pagine dei <em>Versetti, </em>sono poi dovuti partire precipitosamente da Jaipur per evitare l&#8217;arresto sulla base di un doppio reato: possedere una copia del libro censurato e averlo letto in pubblico.</p>
<p>Come reagirà ora la comunità musulmana, davanti a questo “pubblico insulto”? Il mondo letterario indiano attende la risposta col fiato sospeso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>di Marta Franceschini</strong></em></p>
<p>Marta Franceschini è giornalista, scrittrice e studiosa della cultura indiana. Vive e lavora in India.</p>
<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438_ctl00_paragraphsReader_repParagraphs_ctl00_pParagrafo">&nbsp;</p>
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		<title>RETE IN CINA: UN PO&#8217; PIU&#8217; EQUA E SOLIDALE</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 22:29:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A proposito di Cina, democrazia, libertà, Internet e di un sacco di altre cose. Comunica il China Internet Network Information Service, l&#8217;agenzia del ministero cinese alle Telecomunicazioni gestita dall&#8217;Accademia cinese delle Scienze, che a fine 2011 il numero degli utenti di Internet in Cina è arrivato a quota 513 milioni, pari al 38,3% dell&#8217;intera popolazione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A proposito di Cina, democrazia, libertà, Internet e di un sacco di altre cose. Comunica il <a href="http://http://www.cnnic.net.cn/en/index" target="_blank">China Internet Network Information Service</a>, l&#8217;agenzia del ministero cinese alle Telecomunicazioni gestita <strong>dall&#8217;Accademia cinese delle Scienze, </strong>che a fine 2011 il numero degli utenti di Internet in Cina è arrivato a quota 513 milioni, pari al 38,3% dell&#8217;intera popolazione, con un incremento del 4% (pari a 55,8 milioni di persone) rispetto al 2010.</p>
<p><span id="more-13453"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/BLOG.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-13458" title="BLOG" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/BLOG.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p><strong>Gli utenti di Internet da smartphone sono arrivati a 356 milioni,</strong> con un incremento del 17,5% rispetto al 2010. E giusto per restare ai numeri kolossal, ecco che a fine 2011 i siti web cinesi sono arrivati a 2,3 milioni, con un aumento del 20% sull&#8217;anno precedente.</p>
<p><strong>Nel fiume in piena della crescita generale, però, sono due i fenomeni di particolare interesse. Gli utenti cinesi che partecipano a &#8220;gruppi solidali di acquisto&#8221; </strong>in Internet sono ormai 65 milioni. Cifra non enorme se paragonata alla popolazione. Enorme è però l&#8217;incremento rispetto al 2010: 244,8% in più. Segno che anche là, pian piano, si sta sviluppando una borghesia capace di riflettere sulle proprie abitudini di consumo.</p>
<p><strong>Ancor più notevole l&#8217;incremento, anzi l&#8217;esplosione del microblogging</strong> (in Cina noto come Weibo), i cui utenti sono cresciuti di quasi il 300%, arrivando a circa 250 milioni di utenti a fine 2011. I brevi messaggi da 140 caratteri, lanciati da piattaforme di grandi gestori come <strong>Sina Corp o Tencent Holdings,</strong> stanno di giorno in giorno diventando una forma alternativa alla comunicazione &#8220;ufficiale&#8221; e un canale di diffusione di notizie scomode che troverebbero altrimenti poco spazio sui grandi media.</p>
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		<title>INDIA E CINA LITIGANO ANCHE PER BUDDHA</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 18:20:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DI MARTA FRANCESCHINI &#8211; Tra fumi d&#8217;incenso e canti sacri accompagnati da tamburi e campanelli, si è svolto a Delhi il primo convegno globale dei buddisti di tutto il mondo. Rappresentanti di 46 paesi si sono raccolti intorno al Dalai Lama che, nella cerimonia di chiusura, ha piantato in un parco della capitale un  pipal tree, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p id="FamigliaCristiana_FrontEnd_102438_ctl00_paragraphsReader_repParagraphs_ctl00_pParagrafo">DI MARTA FRANCESCHINI &#8211; Tra fumi d&#8217;incenso e canti sacri accompagnati da tamburi e campanelli, si è svolto a Delhi il primo convegno globale dei buddisti di tutto il mondo. <strong>Rappresentanti di 46 paesi si sono raccolti intorno al Dalai Lama che, nella cerimonia di chiusura, ha piantato in un parco della capitale un  <em>pipal tree</em>,</strong> albero simbolico sotto il quale il Buddha raggiunse l&#8217;illuminazione 2.600 anni fa, proprio in India. E che, nel VI secolo fu sradicato e distrutto dal Re Sasanka del Bengala, convinto e feroce anti-buddhista.</p>
<p><span id="more-13279"></span><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/buddha1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-13282" title="buddha1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/buddha1.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p><strong>Dal convegno è emerso un messaggio forte e chiaro: il Buddhismo è deciso a organizzarsi globalmente, </strong>e a fare dell&#8217;India il centro di questa unità. “E&#8217; l&#8217;India, la terra del Buddha, l&#8217;unico Paese che può prendere la leadership del mondo buddhista”, spiega <strong>Lama Lobsang</strong>, capo della missione cha ha organizzato il convegno.</p>
<p><strong>Ma non tutti condividono con lo stesso entusiamo il nuovo progetto religioso. Il Governo cinese, </strong>per esempio, è stato talmente infastidito dall&#8217;evento, da creare una crisi diplomatica che potrebbe sfociare in breve tempo in una vera e propria guerra fredda. I rapporti tra India e Cina, infatti, sono tesi su molti fronti.</p>
<p><strong> La rivalità geopolitica dei due giganti asiatici corre innanzitutto sui 4057 km di frontiera, in molti punti tuttora incerti e conflittuali. </strong>Lungo il confine, un totale di 135.000 chilometri quadrati di terra indiana sono occupati irregolarmente dalle forze cinesi, che hanno in corso dispute di frontiera con altri 11 confinanti. Anche le acque del Mar della Cina sono contese dai due rivali ma, nonostante 30 anni di  trattative, il raggiungimento di un accordo sembra ancora lontano.</p>
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<div id="attachment_13284" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/lumbini.jpg"><img class="size-full wp-image-13284" title="lumbini" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/lumbini.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></strong><p class="wp-caption-text">Lumbini, luogo natale del Buddha.</p></div>
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<p><strong>Sul piano economico, la rivalità vede le due potenze rincorrersi col fiato corto per la supremazia sul mercato mondiale.</strong> Infine, sul versante religioso, l&#8217;occupazione del Tibet da parte della Cina, e il conseguente esilio del Dalai Lama in India, rappresentano gli estremi opposti di una crisi che ha avuto e continua ad avere ripercussioni globali.</p>
<p><strong>La Cina, con oltre 100 milioni di buddhisti, ha cercato invano negli ultimi cinquant&#8217;anni di ottenere il ruolo di leadership del mondo buddhista. </strong>Per esempio, sequestrando il <strong>Panchem Lama, </strong>secondo capo spirituale del Tibet, e nominando un suo successore scelto dai quadri di partito. Oppure, investendo miliardi di dollari nella ristrutturazione di <strong>Lumbini,</strong> in Nepal, villaggio natale del Buddha, con l&#8217;intenzione di trasformarlo in una Mecca buddhista. Inoltre, Pechino ha molto a cuore la nomina del futuro Dalai Lama, sul quale vorrebbe poter esercitare il proprio controllo.</p>
<p>Ma, nonostante tutti questi sforzi, il genocidio politico e culturale perpetuato dalle forze cinesi in Tibet ha reso assai poco credibile la posizione cinese come leader religioso della fede buddhista.</p>
<p><em><strong>di Marta Franceschini</strong></em></p>
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		<title>LA CRISI NON E&#8217; UGUALE PER TUTTI</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 09:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8216;Intelligence Unit dell&#8217;Economist ha elaborato un&#8217;interessante e per certi versi agghiacciante statistica sulla situazione prima e dopo crisi globale in diversi Paesi. Il criterio di analisi è quello della produzione pro capite, il confronto è tra il 2007 (prima della crisi, appunto) e il 2012 (previsioni). Ecco com&#8217;è andata in una serie di grandi Paesi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L<a href="http://www.eiu.com" target="_blank">&#8216;Intelligence Unit </a>dell&#8217;Economist ha elaborato un&#8217;interessante e per certi versi agghiacciante statistica sulla situazione prima e dopo crisi globale in diversi Paesi. Il criterio di analisi è quello della produzione<em> pro capite</em>, il confronto è tra il 2007 (prima della crisi, appunto) e il 2012 (previsioni). Ecco com&#8217;è andata in una serie di grandi Paesi.</p>
<p><span id="more-13161"></span></p>
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<div id="attachment_13165" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/cina.jpg"><img class="size-full wp-image-13165" title="cina" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/cina.jpg" alt="" width="300" height="242" /></a><p class="wp-caption-text">Una fabbrica in Cina.</p></div>
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<p><strong>Scarto nella produzione tra 2007 e 2012</strong></p>
<p>Gran Bretagna          - 5,3%</p>
<p>Usa                               &#8211; 2,7%</p>
<p>Francia                       &#8211; 2,5%</p>
<p>Giappone                   &#8211; 0,7%</p>
<p>Germania                  + 3,5%</p>
<p>Russia                         + 10,2%</p>
<p>Brasile                        + 14,3%</p>
<p>India                           + 34,2%</p>
<p><strong>Cina                             + 51,3%</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>KAZAKHSTAN, LE GUERRE DEL PETROLIO</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 22:35:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Undici morti, novanta feriti, settanta persone arrestate. Questo il bilancio dell&#8217;attacco delle forze speciali del Kazakhstan contro la città di Zhanaozen, 90 mila abitanti, nella parte desertica a Ovest del Paese, ricca di giacimenti di gas e petrolio. L&#8217;atto più recente e violento di una protesta dei lavoratori petroliferi che dura da mesi e che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Undici morti, novanta feriti, settanta persone arrestate. Questo il bilancio dell&#8217;attacco delle forze speciali del Kazakhstan contro la città di Zhanaozen, 90 mila abitanti, nella parte desertica a Ovest del Paese, ricca di giacimenti di gas e petrolio. L&#8217;atto più recente e violento di <strong>una protesta dei lavoratori petroliferi che dura da mesi</strong> e che non ha carattere politico ma sindacale e salariale: in poche parole, da mesi gli operai occupano la piazza della città per avere salari più alti e migliori condizioni di lavoro.</p>
<p><span id="more-12974"></span></p>
<div id="attachment_12986" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/minatori.jpg"><img class="size-full wp-image-12986" title="minatori" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/minatori.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">La protesta dei lavoratori del petrolio in Kazakhstan.</p></div>
<p><strong>La città ora è in stato d&#8217;assedio. Il Governo dice che gli scioperanti hanno assaltato gli edifici pubblici, saccheggiato negozi </strong>e banche e attaccato la polizia. I lavoratori, al contrario, sostengono che la polizia ha sparato su di loro a sangue freddo. In ogni caso proteste e manifestazioni sono state bandite, i telefoni non funzionano e i collegamenti internet, per non sbagliare, sono tagliati in tutta la regione.</p>
<p><strong>Sembra una di quelle situazioni che ormai punteggiano la vita sociale dei Paesi usciti dal socialismo reale</strong> e prepotentemente entrati nel circuito capitalista globale. La ricchezza diventa apparente, le distorsioni anche, il benessere pare possibile e la gente non è più disposta a vivere di un piatto di riso mentre circola il caviale. Come in Cina, quando i contadini di un villaggio del Guangdong si oppongono alle speculazioni di un immobiliarista connesso con la mafia e con le autorità locali, e interviene l&#8217;esercito.</p>
<p><strong>Ma nel caso del Kazakhstan c&#8217;è qualcosa in più.  I lavoratori di Ozenmunaigas</strong> (l&#8217;azienda dell&#8217;energia) hanno cominciato a scioperare nel 2008 e, da allora, hanno ottenuto almeno cinque aumenti salariali. Oggi guadagnano tra i mille e i 1.500 dollari al mese. Il lavoro è durissimo ma la paga, per gli standard di quelle nazioni, è di tutto rispetto.<strong> I sociologi, in Russia, considerano le persone con un reddito mensile di 800-1.000 al mese dei solidi borghesi.</strong> E nello stesso Kazakhstan (meno di 16 milioni di abitanti) il Prodotto interno lordo annuo pro-capite è di 12.700 dollari.</p>
<p><strong>I lavoratori di Ozenmunaigas sono l&#8217;esatta replica capitalistica degli <em>udarniki </em>di epoca sovietica:</strong> gli operai specializzati che venivano spediti nelle più sperdute miniere della Siberia in cambio di salari maggiori e di tempi abbreviati nell&#8217;attesa di un appartamento o di un&#8217;automobile. Ma con una decisiva differenza: quelli attuali, quelli che protestano a Zhanaozen, hanno preso coscienza dell&#8217;importanza del loro lavoro. Non per la costruzione di un qualunque meraviglioso futuro socialista ma per l&#8217;arricchimento delle oligarchie che controllano i Paesi come il Kazakhstan.</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/kaza.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-12988" title="kaza" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/kaza.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>Sono, a loro volta, un&#8217;oligarchia. Un&#8217;oligarchia proletaria, se volete, ma sempre un&#8217;oligarchia. In Kazakhstan, con una disoccupazione intorno al 6%, solo il 18% della forza lavoro è impegnato nell&#8217;industria.</strong> Il 10% più povero della popolazione dispone del 3,8% della ricchezza nazionale e il 10% più ricco arraffa invece il 25%. Il Paese esporta 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno e il petrolio (che al 20% va a finire in Cina) vale il 59% degli introiti dello Stato. E lo Stato, a sua volta, è controllato dal 1990 dallo stesso clan, quello del presidente<strong> Nursultan Nazarbaev</strong>.</p>
<p>Così si consuma in queste ore uno scontro tra i privilegiati di due classi, quella dei poveri (gli operai petroliferi) e quella dei ricchi (i burocrati dello Stato), che lascia indifferente la gran massa della popolazione. Un altro segnale dell&#8217;irrisolta transizione post-sovietica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>PAKISTAN E USA, IL GIOCO DELLE PARTI</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 11:42:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Un tragico incidente&#8221;. Questa è la spiegazione che generali, ambasciatori e politici danno dell&#8217;operazione militare Isaf (International Security Assistance Forces, l&#8217;operazione Nato contro i talebani afghani) che ieri ha colpito una guarnigione pakistana in territorio pakistano, uccidendo 25 soldati pakistani (tra i quali due ufficiali) e ferendone altri 15. Per reazione, il Governo del Pakistan [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Un tragico incidente&#8221;. Questa è la spiegazione che generali, ambasciatori e politici danno dell&#8217;operazione militare Isaf (<a href="http://www.isaf.nato.int/" target="_blank">International Security Assistance Forces, l&#8217;operazione Nato contro i talebani afghani</a>) che ieri ha colpito una guarnigione pakistana in territorio pakistano, uccidendo 25 soldati pakistani (tra i quali due ufficiali) e ferendone altri 15. Per reazione, il Governo del Pakistan ha convocato l&#8217;ambasciatore americano a Islamabad, Cameron Munter, e ha bloccato la strada del Kyber Pass ai convogli con i rifornimenti Isaf. Non è poco, visto che da lì passa metà del materiale necessario alla missione internazionale in Afghanistan. E poiché l&#8217;Italia è membro attivo della missione Isaf, oltre che della Nato, la cosa ci riguarda.</p>
<p><span id="more-12651"></span></p>
<div id="attachment_12665" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/11/pak1.jpg"><img class="size-full wp-image-12665" title="pak1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/11/pak1.jpg" alt="" width="300" height="226" /></a><p class="wp-caption-text">Una guardia di frontiera del Pakistan.</p></div>
<p>Se si trattasse davvero di un &#8220;incidente&#8221; sarebbe opportuno costruirsi un bunker. <strong>Ma è una spiegazione assurda: il Pakistan è un Paese alleato dell&#8217;Occidente, collabora con la missione Isaf, le sue basi </strong>(soprattutto se, come quella colpita ieri a Salala, sono disposte lungo il confine con l&#8217;Afghanistan) sono ben note alla Nato. Gli Usa, inoltre, oltre a un sacco di spie sul terreno, hanno anche ottimi satelliti che indagano dall&#8217;alto. In ogni caso, anche da quelle parti c&#8217;è una bella differenza tra una caserma dell&#8217;esercito e una base di talebani. Come diavolo può verificarsi un fatto simile?</p>
<p><strong>L&#8217;unica spiegazione ragionevole è che non si tratti di un &#8220;incidente&#8221; ma di un&#8217;azione deliberata. In una lunga serie, peraltro, di azioni simili</strong> che vanno avanti da almeno un paio d&#8217;anni e che hanno fatto molti morti tra i civili e i militari del Pakistan. Prima di quelli di Salala, solo dieci giorni fa, altre due guardie di frontiera, più o meno nella stessa zona.</p>
<p><strong>Bisogna dunque chiedersi a quale scopo, e contro chi, sono intraprese queste azioni. La motivazione ufficiale è che il confine tra Pakistan e Afghanistan è troppo permeabile ai movimenti e ai traffici della guerriglia afghana.</strong> Talebani, miliziani di varia origine e destinazione, contrabbandieri e spacciatori di droga vanno avanti e indietro a piacimento, minando così qualunque progresso delle forze militari occidentali in Afghanistan e ogni tentativo del Governo di Kabul di dare un minimo di unità e coesione al Paese. Aver trovato Bin Laden comodamente insediato in Pakistan, in una villa a pochi metri da un&#8217;accademia militare pakistana, in maggio, non ha certo migliorato l&#8217;umore degli americani.</p>
<p><strong>Ma il confine tra Pakistan e Afghanistan è lunghissimo, scorre su montagne impervie attraversate da migliaia di sentieri e passaggi. Impensabile controllarlo</strong> senza l&#8217;aiuto del Pakistan, soprattutto controllarlo affidandosi a incursioni aeree come quella contro Salala (elicotteri da combattimento partiti da Kabul) o ai mitragliamenti dei droni americani (diretti dalla base di Shamsi, in Pakistan, altro nervo scoperto nei rapporti con gli Usa). E di certo ammazzarne i soldati non invoglia l&#8217;esercito pakistano a cooperare.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong></p>
<div id="attachment_12667" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/11/pak2.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-12667" title="pak2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/11/pak2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Asif Ali Zardari, presidente del Pakistan.</p></div>
<p></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La sensazione, dunque, è che queste azioni intimidatorie servano soprattutto a tenere a bada quei settori delle forze armate e dei <a href="http://http://it.wikipedia.org/wiki/Inter-Services_Intelligence" target="_blank">servizi segreti (Isi)</a> </strong>che non solo mal digeriscono l&#8217;alleanza con gli Usa ma hanno storicamente una certa tendenza a collaborare, se non con i talebani, almeno con i gruppi dell&#8217;estremismo nazional-islamista. Qualche settimana fa l&#8217;ambasciatore pakistano a Washington,<strong> Husain Haqqani</strong>, è stato richiamato in patria (e quello nuovo, Sherry Rehman, non si è ancora insediato) perché coinvolto in una serie di rivelazioni che riguardano<strong> Asif Ali Zardari</strong>, presidente del Pakistan. Zardari avrebbe chiesto agli Usa di vigilare su un possibile colpo di Stato da parte dei militari.</p>
<p><strong>La democrazia pakistana è fragile e costretta a negoziare ogni giorno la propria sopravvivenza con il fronte islamista, come dimostra per esempio<a title="PAKISTAN, GESU’ RESISTE ANCHE NEGLI SMS" href="http://www.fulvioscaglione.com/index.php/asia/pakistan-gesu-resiste-anche-negli-sms2"> l&#8217;atteggiamento ambiguo verso le minoranze, in primo luogo quella cristiana.</a> </strong>Nel rapporto teso con gli Usa si può intravvedere un po&#8217; di gioco delle parti: gli americani si incaricano di produrre &#8220;incidenti&#8221; come quello di Salala (e come la serie infinita di operazioni della Cia in territorio pakistano, anch&#8217;esse fonte di tensioni), il Governo di Islamabad finge di indignarsi e di prendere provvedimenti. Intanto chi deve capire capisce e i militari (forse) golpisti sono costretti a meditare se tenersi Zardari, che più o meno garantisce un certo equilibrio di democrazia, nazionalismo, islamismo, militarismo, o tentare l&#8217;avventura di un regime sgradito agli Usa ancora tanto impegnati in Afghanistan.</p>
<p><strong>Quadro che potrebbe cambiare il giorno in cui le truppe americane lasciassero definitivamente Kabul. </strong>Il che è una minaccia anche per Zardari e la democrazia pakistana: per dieci anni agli Usa e al mondo è andato bene il generale Musharraf , e non è che al Pakistan manchino i generali&#8230;</p>
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		<title>PAKISTAN, GESU&#8217; RESISTE ANCHE NEGLI SMS</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 16:29:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Autorità per le telecomunicazioni]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Una pagina nera per il Paese, un ulteriore atto di discriminazione ai danni dei cristiani e un’aperta violazione della Costituzione del Pakistan”. Impossibile sintetizzare meglio di così, cioè di come aveva fatto <strong>padre John Shaker Nadeem, segretario della Commissione per le comunicazioni sociali </strong>della Conferenza episcopale pachistana, l’intenzione dell’Autorità delle Telecomunicazioni di inserire anche “Gesù Cristo” tra le 1.695 parole in inglese e in urdu vietate nella composizione degli <em>short messages</em> (Sms) telefonici. Il nome del Signore accanto a termini come “Satana”, “idiota” o “vai all’inferno”.</p>
<p><span id="more-12597"></span></p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/11/sms3.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-12607" title="sms3" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/11/sms3.jpg" alt="" width="300" height="218" /></a></p>
<p><strong>Come sappiamo, il provvedimento è stato ritirato dopo veementi proteste. Che sono arrivate dai cristiani ma anche da non pochi musulmani (in alcuni parlamenti locali è stato ricordato lo sdegno dei cristiani quando negli Usa un pastore protestante provò ad organizzare il rogo del Corano) e da associazioni laiche</strong> che, dentro e fuori il Pakistan, si sono opposte all’assurdità della decisione. <em>Bytes for All Pakistan</em>, che si batte per la libertà d’espressione nelle telecomunicazioni, aveva subito annunciato l’intenzione di presentare ricorso in tribunale. Sarebbe stato davvero troppo passare, nel giro di pochi mesi, dalle battaglie di un ministro cristiano come Shabhaz Batti, assassinato dagli estremisti islamici il 2 di marzo, al bando del nome di Gesù.</p>
<p><strong>Se non si trattasse del Pakistan, cioè del Paese dove la legge sulla blasfemia tiene ancora in carcere, con accuse ridicole e a rischio di pena di morte, centinaia di persone</strong> e dove il fondamentalismo islamico ormai controlla intere regioni, la vicenda saprebbe più di commedia che di dramma. Non è così ma nella sua conclusione si può scorgere una ragione di ottimismo e di speranza.</p>
<p><strong>L’Autorità delle Telecomunicazioni, che fa capo al Governo, ha dovuto fare marcia indietro perché, a quanto pare, in Pakistan esiste ancora una coscienza critica collettiva capace di farsi sentire,</strong> di farsi valere e di fare da scudo a un nucleo essenziale di valori che attengono alla politica (la libertà di culto e d’espressione) ma anche a un ambito spirituale più ampio, sia religioso (il rispetto del sentimento religioso altrui) sia laico (la capacità di far convivere, e reciprocamente tutelare, persone diverse sotto uno stesso tetto nazionale).</p>
<p><strong>I cristiani sono solo il 2% della popolazione pakistana (188 milioni di persone) ma almeno in questo caso hanno saputo aggregare una “forza” che è andata ben oltre l’arida legge dei numeri.</strong> Il che, appunto, fa intuire che nella società pakistana stanno forse germogliando i semi di una consapevolezza nuova o, almeno, di una minore arrendevolezza verso una deriva estremista e violenta che a tratti, negli ultimi tempi, è parsa quasi inevitabile.</p>
<p><strong>E’ un fermento stabilizzatore di cui il Pakistan ha enorme bisogno, in una fase storica che lo vede sballottato da troppe contraddizioni. Il rapporto di amicizia e rancore che lo lega agli Usa, per esempio.</strong> La relazione sempre più complicata con l’Afghanistan, oggetto del desiderio da un lato e fonte di violenza e instabilità dall’altro. La mai risolta competizione con l’India. La stessa incertezza di una democrazia interna abbastanza vitale da imporsi al regime autoritario del generale Musharraf  ma poi così incerta da subire il ricatto di gruppi mai davvero disposti a riconoscerla.</p>
<p>Un ancoraggio ai valori e al senso della democrazia, prima ancora che alle sue procedure, è ciò di cui il Pakistan ha oggi più bisogno. Il rispetto della libertà religiosa, come dimostrano anche le vicende del Medio Oriente, è il primo di quei valori e il fondamento di ogni senso.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 24 novembre 2011</p>
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