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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Cina</title>
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		<title>USA, RUSSIA E CINA, GIOCO A TRE SULLA LIBIA</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 21:33:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8221;Non e&#8217; piu&#8217; il momento dell&#8217;ambiguita&#8217;. Il problema ha un nome. Gheddafi deve andare via&#8221;. E&#8217; quanto sostiene, ora, Jose&#8217; Manuel Barroso, presidente della Commissione europea. E se non va? Se per combinazione Gheddafi la spunta e ce lo ritroviamo a Tripoli, ammaccato ma vincitore? Le dichiarazioni di Barroso, uno dei politici piu&#8217; incolori della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8221;Non e&#8217; piu&#8217; il  momento dell&#8217;ambiguita&#8217;. Il problema ha un nome.  Gheddafi deve andare via&#8221;. E&#8217; quanto sostiene, ora, Jose&#8217; Manuel Barroso, presidente della Commissione europea. E se non va? Se per combinazione Gheddafi la spunta e ce lo ritroviamo a Tripoli, ammaccato ma vincitore?</p>
<p><span id="more-9281"></span></p>
<div id="attachment_9289" class="wp-caption aligncenter" style="width: 476px"><img class="size-full wp-image-9289" title="oillibya" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/oillibya.jpg" alt="Cqmpi petroliferi in Libia." width="466" height="291" /><p class="wp-caption-text">Campi petroliferi in Libia.</p></div>
<p>Le dichiarazioni di <strong>Barroso</strong>, uno dei politici piu&#8217; incolori della scena mondiale, fanno il paio con quelle di <strong>Herman Van Rompuy</strong>, il Presidente permanente della Ue, uno dei pochi politici piu&#8217; incolori di Barroso, che ha definito il Consiglio nazionale di transizione libico insediatosi a Bengasi  &#8221;un interlocutore politico&#8221;. Sommate alle dichiarazioni assai piu&#8217; bellicose e precoci degli Usa, e alle fredde constatazioni della Russia (il Cremlino ha gia&#8217; definito Gheddafi &#8220;politicamente un cadavere&#8221;), l&#8217;atteggiamento della Ue ci dice che il Rais puo&#8217; forse sopravvivere ma certo non vincere. Gli amici di ieri l&#8217;hanno mollato, ecco tutto.</p>
<p>Anche se in Libia ancora si combatte, e i rivoltosi incassano le prime sconfitte, e&#8217; gia&#8217; cominciata un&#8217;altra e piu&#8217; spietata partita. <strong>La giocano in tre: Usa, Cina e Russia.</strong> Gli Usa vedono a portata di mano l&#8217;occasione per mettere le mani (strategicamente parlando) su una bella fetta di Medio Oriente e al tavolo della trattativa esibiscono fiche importanti: l&#8217;ipoteca gia&#8217; calata su Egitto e Tunisia e l&#8217;allineamento dei Paesi arabi (soprattutto quelli del Golfo), timorosi che il virus del Maghreb si estenda fino a loro, magari col silenzio-assenso proprio degli Usa. Devono pero&#8217; convincere la Russia e la Cina e avere il loro via libera.</p>
<p>La Russia vendeva un sacco di armi a Gheddafi e otteneva da lui anche qualche favore non secondario, come le basi navali sul Mediterraneo. <strong>Ma nella partita del Maghreb il Cremlino corre soprattutto il rischio che un diverso assetto del mercato del petrolio e del gas penalizzi il suo commercio estero, basato quasi solo su minerali e idrocarburi.</strong> L&#8217;Iraq, americanizzato gia&#8217; oggi, e la Libia, forse americanizzata domani, sono tra i Paesi dell&#8217;Opec, addirittura tra i fondatori. Il nuovo Stato del Sud Sudan, appena nato ma gia&#8217; concupito per i suoi pozzi, e&#8217; in gran parte frutto della diplomazia americana. La Russia non puo&#8217; permettersi che gli incassi da gas e petrolio calino oltre una certa soglia fisiologica, e nemmeno che le dinamiche dei prezzi internazionali siano decise a Washington.</p>
<p><strong>La Cina ha, invece, il problema inverso. Non esporta ma importa enormi quantita&#8217; di gas e petrolio. </strong>Sono il sangue che innerva la sua furibonda crescita economica: deve continuare a fluire, con regolarita&#8217; e a un prezzo ragionevole. Del resto (Gheddafi, i rivoltosi, i marziani&#8230;) alla Cina non importa nulla. Con una complicazione: avendo investito <strong>700 miliardi di dollari in buoni del Tesoro Usa</strong> (pari al 21% del debito pubblico americano), Pechino ha interesse a proteggere il proprio investimento. Se non fosse cosi&#8217;, gli Usa sarebbero in rovina da tempo.</p>
<p>La soluzione alla crisi della Libia uscira&#8217;, quando uscira&#8217;, da questa trattativa assai piu&#8217; che dagli scontri e dalle morti sul campo. Le <em>boutade</em> bellicistiche di Sarkozy e le fiere dichiarazioni dei maggiorenti Ue sono solo i tardivi tentativi europei di sedersi a un tavolo ormai apparecchiato per ben altri interlocutori. <strong>La Casa Bianca, intanto gioca una partita diplomatica complessa e ambigua.</strong> Per riuscire nei suoi scopi deve accreditarsi presso Usa a Cina come un credibile mediatore tra gli interessi delle potenze. Se ci riusciranno, Obama e la Clinton avranno fatto un capolavoro. Ma in quel caso non avranno anche certificato il fatto che gli Usa non sono piu&#8217; quelli inarrestabili e onnivori di una volta?</p>
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		<title>CINA PRIMA, ITALIA RETROCESSA&#8230; NEL 2050</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2011 23:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
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		<description><![CDATA[E&#8217; naturale che in tempi di confusione e incertezza si cerchi di guardare avanti, di prevedere come sarà il mondo di domani. Particolarmente interessante, da questo punto di vista, è la serie di studi e rapporti che PwC (PricewaterhouseCoopers, una delle più grandi società di consulenza economica e finanziaria) dedica al &#8220;Mondo nel 2050&#8243;. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; naturale che in tempi di confusione e incertezza si cerchi di guardare avanti, di prevedere come sarà il mondo di domani. Particolarmente interessante, da questo punto di vista, è la serie di studi e rapporti che PwC (PricewaterhouseCoopers, una delle più grandi società di consulenza economica e finanziaria) dedica al &#8220;Mondo nel 2050&#8243;. Il più recente  s&#8217;intitola <a href="http://www.pwc.com/gx/en/world-2050/the-accelerating-shift-of-global-economic-power.jhtml" target="_blank">The accelerating shift of global economic power</a> ed è concentrato sui rapporti di forza che nel 2050 si saranno creati tra le attuali potenze economiche e quelle oggi emergenti.</p>
<p><span id="more-8550"></span>Pwc ha usato i dati della <a href="http://www.worldbank.org" target="_blank">Banca Mondiale </a>e li ha elaborati in modo da ottenere la <em>Purchasing power parity</em> tra i diversi Paesi. Si ragiona, insomma, a parità di potere d&#8217;acquisto, bilanciando lo stato di salute delle diverse economie. La prima constatazione è che il Prodotto <img class="alignright size-full wp-image-8559" title="2050" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/2050.jpg" alt="2050" width="300" height="139" />interno lordo dei Paesi del <strong>G7 (Francia, Germania, Giappone, Italia, Canada, Gran Bretagna e Usa)</strong> in questi anni è stato rapidamente avvicinato da quello dei Paesi del cosiddetto <strong>E7 (Brasile, Russia, India, Cina, Messico, Indonesia e Turchia)</strong>. Il sorpasso è alle porte ed è previsto intorno al 2020. Per dare un&#8217;idea del rivolgimento: nel 2007, il Pil dei G7 (sempre a Parità di potere d&#8217;acquisto) era del 60% più grande di quello degli E7, mentre l&#8217;anno scorso la differenza era già precipitata al 35%. Intorno al 2030, secondo le proiezioni di PwC, il Pil degli E7 sarà del 44% più grande di quello dei G7, per diventare addirittura il doppio intorno al 2050.</p>
<p>Misurate sempre con il criterio del Pil (dati 2009 della World Bank), le economie mondiali dettano oggi la seguente classifica:</p>
<ol>
<blockquote>
<li>Usa (Pil di 14.256 miliardi di dollari)</li>
<li>Cina (8.888)</li>
<li>Giappone (4.138)</li>
<li>India (3.752)</li>
<li>Germania (2.984)</li>
<li>Russia (2.687)</li>
<li>Gran Bretagna (2.257)</li>
<li>Francia (2.172)</li>
<li>Brasile (2.020)</li>
<li>Italia (1.922)</li>
</blockquote>
</ol>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-8561" title="mewtropoli" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/mewtropoli.jpg" alt="mewtropoli" width="300" height="225" /></p>
<p>Nel 2050 la graduatoria, secondo lo studio PwC, avrà cambiato radicalmente volto. Ecco come:</p>
<ol>
<blockquote>
<li>Cina (proiezione del Pil: 59.475 miliardi di dollari)</li>
<li>India (43.180)</li>
<li>Usa (37.876)</li>
<li>Brasile (9.762)</li>
<li>Giapppone (7.664)</li>
<li>Russia (7.559)</li>
<li>Messico (6.682)</li>
<li>Indonesia (6.205)</li>
<li>Germania (5.707)</li>
<li>Gran Bretagna (5.628).</li>
</blockquote>
</ol>
<p>In quello scenario l&#8217;Italia risulterà retrocessa al 15° posto, la Francia all&#8217;11° (tallonata dalla Turchia), il Canada al 16° (è 14° oggi), la Spagna passerà dal 12° posto attuale al 18°.</p>
<p>Colpisce, naturalmente, l&#8217;ipotesi che gli Usa siano superati non solo dalla Cina ma anche dall&#8217;India. Lo studio PwC mette in evidenza un particolare, nella competizione Usa-Cina, che dovremmo seriamente considerare anche noi italiani.<strong> Fino al 2020 la rimonta cinese andrà a passo svelto, per poi rallentare in seguito a causa dell&#8217;invecchiamento della popolazione, causato dalla &#8220;politica del figlio unico&#8221; </strong>che la Cina pratica da decenni. Il sorpasso, in ogni caso, dovrebbe avvenire intorno al 2030. L&#8217;India otterrebbe lo stesso risultato quindici anni dopo, nel 2045. Da non perdere, infine, il &#8220;calendario&#8221; dei sorpassi tra le vecchie e nuove potenze economiche. <strong>Restiamo all&#8217;Italia: nel 2019 dovremmo essere superati dal Messico, nel 2030 dall&#8217;Indonesia, nel 2033 dalla Turchia. </strong></p>
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		<item>
		<title>USA E CINA, CONDANNATI A SOPPORTARSI</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 22:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Hu Jintao, il presidente della Cina che da trent&#8217;anni cresce al ritmo del 10% l&#8217;anno, si è fatto precedere a Washington da un messaggio ben preciso: &#8220;Il dollaro? Roba vecchia&#8221;.  Poiché proprio sulla funzione del dollaro come valuta di riferimento degli scambi mondiali si è basato il &#8220;secolo americano&#8221;, cioè il Novecento, ciò vale a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Hu Jintao, il presidente della Cina che da trent&#8217;anni cresce al ritmo del 10% l&#8217;anno, si è fatto precedere a Washington da un messaggio ben preciso: &#8220;Il dollaro? Roba vecchia&#8221;.  Poiché proprio sulla funzione del dollaro come valuta di riferimento degli scambi mondiali si è basato il &#8220;secolo americano&#8221;, cioè il Novecento, ciò vale a dire che anche la primazia degli Usa è da archiviare, superata, finita.</p>
<p><span id="more-8474"></span></p>
<div id="attachment_8486" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8486" title="President Obama Participates in a Noodle Making Demonstration with President Hu Jintao" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/hu-obama.jpg" alt="Il presidente cinese Hu Jintao (a sinistra) e quello americano Barack Obama." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Il presidente cinese Hu Jintao (a sinistra) e quello americano Barack Obama con un noodle gigante.</p></div>
<p>C&#8217;è un punto di verità nella spacconata cinese. <strong>La Banca centrale della Cina ha in cassa 2.850 miliardi di valuta &#8220;forte&#8221;</strong> (il 25% di tutte le riserve valutarie mondiali): si tratta per lo più di dollari americani, sul cui cambio, dunque, Pechino può esercitare grande influenza. La Cina, inoltre, detiene <strong>860 miliardi di buoni del Tesoro americani</strong>, pari al 21% del debito pubblico Usa. Anche in questo caso, Pechino può agevolmente far pesare sugli Usa (sugli Usa!) la propria volontà politica e il proprio tornaconto economico. A questo si aggiunge che ormai la Cina vale il 9,6% delle esportazioni mondiali (vent&#8217;anni fa era solo l&#8217;1,9%), contro la quota dell&#8217;8,4% detenuta dagli Usa. Può il Wto (<a href="http://www.wto.org" target="_blank">World Trade Organization</a>) non tenerne conto? Una realtà di cui sembrano fin troppo consci proprio gli americani, che ormai si danno per superati: una ricerca del <a href="http://people-press.org/report/692" target="_blank">Pew Research Center</a>, autorevole centro di ricerca indipendente di Washington, rivela che <strong>il 47% dei cittadini Usa considera la Cina la prima potenza economica mondiale </strong>e solo il 31% pensa che sia ancora il proprio Paese a detenere il primato.</p>
<p>Un punto di verità, però, non fa tutta la verità. E per dirla tutta bisogna aggiungere che la Cina, pur con la sua nuova potenza, ha comunque un gran bisogno degli Usa. <strong>L&#8217;export cinese verso gli Stati Uniti vale 269 miliardi di dollari</strong>, le importazioni dagli Usa solo 69: sono 200 miliardi l&#8217;anno che Pechino non potrebbe trovare altrove. C&#8217;è poi tutta una serie di vantaggi accessori: per esempio la pirateria</p>
<div id="attachment_8490" class="wp-caption alignleft" style="width: 315px"><img class="size-full wp-image-8490" title="692" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/6921.gif" alt="Che cosa dovrebbero fare gli Usa con la Cina? Per il 58%, costruire relazioni migliori; per il 53%, mostrare più grinta nelle questioni economiche e commerciali; per il 40%, promuovere maggiormente i diritti umani; per il 39%, promuovere maggiormente le questioni ambientali.  " width="305" height="183" /><p class="wp-caption-text">Che cosa dovrebbero fare gli Usa con la Cina? Per il 58%, costruire relazioni migliori; per il 53%, mostrare più grinta nelle questioni economiche e commerciali; per il 40%, promuovere maggiormente i diritti umani; per il 39%, promuovere maggiormente le questioni ambientali.  </p></div>
<p>tecnologica, che secondo fonti governative e private Usa arriverebbe, come nel software, a punte dell&#8217;80% di brevetti piratati. Fa impressione pensare agli Stati Uniti come a un mercato per le industrie cinesi (negli anni Ottanta ci provò il Giappone e si scottò le dita) ma la realtà è questa. E spiega anche perché, pur tra mille rimbrotti, le banche cinesi continuino a comprare Bond americani, quindi a rifornire di ossigeno economico l&#8217;unico vero rivale.</p>
<p><strong>I due colossi, quindi, continueranno a criticarsi e a sopportarsi, e a</strong></p>
<div id="attachment_8492" class="wp-caption alignright" style="width: 306px"><strong><strong><img class="size-full wp-image-8492" title="692-3" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/692-31.png" alt="Il blu la percentuale degli &quot;ostili&quot;, in giallo quella dei &quot;favorevoli&quot; alla Cina in ognuno dei Paesi elencati." width="296" height="516" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">Il blu la percentuale degli &quot;ostili&quot;, in giallo quella dei &quot;favorevoli&quot; alla Cina in ognuno dei Paesi elencati.</p></div>
<p><strong>dominarci, ancora per molto tempo</strong>. C&#8217;è una sostanziale parità, però, anche in un campo che chiamerei cultural-politico. Impossibile non notare che la Cina ha avuto in questi ultimi anni una classe dirigente assai più fredda e lungimirante di quella americana. Pechino non si è imbarcata in guerre di liberazione dall&#8217;esito disastroso come quelle in Iraq e in Afghanistan ma, al contrario, <strong>ha nascosto dietro il sorriso denti affilati come quelli degli squali.</strong> Si è allargata in Asia, ha prodotto ramificate infiltrazioni in Africa, ha messo piede in America latina e ora anche in Europa (palese l&#8217;intento dell&#8217;operazione-salvataggio sul debito pubblico del Portogallo), sostenendo qualunque dittatore quando le conveniva, ma riuscendo intanto a costruirsi un&#8217;immagine tutto sommato positiva in  quasi tutti i Paesi. Lo dimostra la tabella tratta dalla solita, accurata, ricerca del <em>Pew Research Center.<br />
</em></p>
<p>A vantaggio degli Stati Uniti, però, va l&#8217;essenza democratica del governo del Paese. La crescita del benessere e la maggiore disponibilità delle tecnologie di comunicazione (telefoni, computer, ecc. ecc.) <strong>rendono per i cittadini cinesi sempre più insopportabile la mancanza di autonomia personale e di diritti individuali, e nello stesso tempo la fanno sempre più evidente e percepibile </strong>nel confronto con le altre realtà mondiali. La smania di Pechino per il controllo che si manifesta in ogni campo della vita sociale (dalla censura a Internet all&#8217;uso della forza contro le minoranze etniche, d<strong>ai vescovi nominati contro il parere del Vaticano alla militarizzazione di ogni evento pubblico</strong>) rivela una preoccupazione che, come un tarlo, rode dall&#8217;interno i meccanismi dello Stato e la credibilità interna del regime. L&#8217;economia americana non ha retto all&#8217;imprevidenza dei politici. Fino a quando reggerà la pazienza dei cinesi reggerà alla sagacia economica dei dirigenti del Partito comunista?</p>
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		<title>SUDAN, UN VOTO PER CAMBIARE L&#8217;AFRICA</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2011 13:49:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel bene o nel male domani, 9 gennaio 2011, in Sudan si fa un pezzo di storia. La storia dell’Africa: un nuovo Stato (il 57° del continente) potrebbe nascere in modo pacifico o un’eterna guerra civile riaccendersi, dopo cinque anni scarsi di tregua, in un Paese che ha già fin troppo sofferto ma che è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel bene o nel male domani, 9 gennaio 2011, in Sudan si fa un pezzo di storia. La storia dell’Africa: un nuovo Stato (il 57° del continente) potrebbe nascere in modo pacifico o un’eterna guerra civile riaccendersi, dopo cinque anni scarsi di tregua, in un Paese che ha già fin troppo sofferto ma che è anche vecchio e bisognoso di cambiamenti. Ma dal Sudan potrebbe partire una svolta anche per<strong> il confronto geopolitico che oppone ovunque le superpotenze, Cina e Usa per prime</strong>, e che sempre più spesso si combatte sul suolo africano.</p>
<p><span id="more-8274"></span></p>
<div id="attachment_8276" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8276" title="sudan manif" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/sudan-manif.jpg" alt="Una manifestazione a Juba in favore dell'indipendenza del Sud Sudan." width="300" height="224" /><p class="wp-caption-text">Una manifestazione a Juba in favore dell&#39;indipendenza del Sud Sudan.</p></div>
<p><strong>Domani il Sud Sudan e i suoi 8 milioni di abitanti votano per decidere se staccarsi dal Nord </strong>e diventare nazione autonoma. Serve una quota di “sì” pari almeno al 60% dei votanti e poi ci saranno sei mesi di transizione, per regolare con calma tutte le questioni rimaste in sospeso. Ma è comunque un voto che ha un solo precedente: quello con cui, nel 1993, l’Eritrea si staccò dall’Etiopia.<strong> Il Sud, cristiano e animista</strong> per fede e contadino per vocazione, e <strong>il Nord musulmano</strong>, commerciante e pastore  si sono combattuti per 22 anni, in quella guerra di stragi orrende che si è più o meno interrotta appunto nel 2005. Sembrerebbero fatti apposta per vivere divisi.</p>
<p><strong>Ma le ragioni del referendum sono le stesse che per decenni hanno innescato i massacri.</strong> Le terre fertili sono a Sud, come l’acqua e le foreste, e l’agricoltura vale ancora il 32% del Prodotto interno lordo del Sudan, oltre a impiegare l’80% della forza lavoro. Ancor più importante: <strong>a Sud ci sono le maggiori riserve di petrolio</strong>, cioè la vera cassaforte del Paese. Secondo il Fondo monetario internazionale, nel 2009 il petrolio costituiva il 90% dei guadagni del Sudan con le esportazioni. Proiettando il dato sull’ipotesi post-referendum di due Stati diversi, troviamo che il petrolio vale il 98% delle esportazioni del Sud (capitale Juba) e il 65% delle esportazioni del Nord (Khartoum). Il che vuol dire che il Sud avrebbe tutto da guadagnare dall’autonomia e il Nord tutto da rimetterci.</p>
<div id="attachment_8278" class="wp-caption aligncenter" style="width: 314px"><img class="size-full wp-image-8278" title="sudan mappa" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/sudan-mappa.jpg" alt="La mappa del Sudan, con le regioni del Sud che votano per diventare indipendenti." width="304" height="200" /><p class="wp-caption-text">La mappa del Sudan, con le regioni del Sud che votano per diventare indipendenti.</p></div>
<p>Anche il Sud, però, avrebbe molti problemi dall’eventuale separazione:<strong> i giacimenti sono a Sud, è vero, ma gli oleodotti corrono verso Nord, verso il terminale petrolifero di Port Sudan, affacciato sul Mar Rosso</strong>, cioè sull’autostrada delle esportazioni via mare. il Sud Sudan, a sua volta, ha vicini dissestati o non troppo affidabili: Etiopia, Uganda, Chad, Repubblica Democratica del Congo&#8230; Il potere politico e l’amministrazione dello Stato, inoltre, sono sempre stati monopolio del Nord che ha scaricato discriminazioni e arretratezza sul Sud (27 dei 44 milioni di abitanti non hanno accesso all’energia elettrica; la media nazionale dell’elettrificazione è del 31%, che crolla al 19% nelle aree rurali, cioè soprattutto al Sud) ma ha anche accumulato pratiche e conoscenze.</p>
<p>Questa, per sommi capi, la partita interna. Poi c’è quella esterna. E infine c’è la miscela tra le due, il fattore forse più esplosivo. Al referendum di domani potranno votare solo gli elettori che si sono iscritti alle liste elettorali, aperte dai primi di novembre. Una bella impresa, in un Paese dove anagrafe e censimenti sono del tutto aleatori. Gli Usa, e i Paesi occidentali in genere, si sono molto battuti per assicurare alla procedura la massima efficienza e trasparenza, anche perché<strong> tutti i sondaggi dicono che, se il voto sarà regolare, l’indipendenza del Sud dovrebbe passare con quote bulgare, intorno al 90%. </strong>Washington e Bruxelles amano la democrazia, certo, ma nutrono pure la speranza di assestare il colpo finale al regime di <strong>Omar Hassan al Bashi</strong>r, il dittatore sudanese al potere dal 1989 e dal 2009 inseguito da un mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. <strong>Al Bashir ha però un protettore influente: la Cina, che vale il 58% delle esportazioni e il 22% delle importazioni del Sudan</strong>. A far crescere i numeri è il petrolio, di cui l’economia cinese è assetata. In cambio, Pechino costruisce strade, porti e ferrovie, oltre a fornire le armi e i finanziamenti di cui Al Bashir ha bisogno per controllare l’esercito e le milizie anti-cristiane che colpiscono al Sud.</p>
<p><strong>Togliere ad Al Bashir il controllo del petrolio del Sud significa indebolire lui ma soprattutto indebolire la Cina</strong> e rallentare la sua espansione in Africa, cominciata proprio sporcandosi le mani con questo tiranno che aveva via via perso ogni altro appoggio internazionale. Poiché tutto questo è ben noto anche a Pechino, è ragionevole credere che Al Bashir e il suo alleato non staranno con le mani in mano. Così, per non sbagliare, sia la guerriglia indipendentista sia l’esercito di Khartoum ammassano uomini e mezzi intorno alle zone critiche, con gran preoccupazione dei <strong>vescovi sudanesi che hanno più volte denunciato la corsa al riarmo</strong>. E’ un’attesa col fiato sospeso, dunque. Come spesso accade in Africa, tra il meglio e il peggio c’è pochissima distanza.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg" target="_blank">Eco di Bergamo</a> dell&#8217;8 gennaio 2011</p>
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		<title>L&#8217;INDIA E LA GUERRA DELLA CIPOLLA</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Dec 2010 23:17:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ognuno ha le sue crisi. L&#8217;India, il Paese del boom economico e della bomba atomica, la nazione che esporta ingegneri elettronici in tutto il mondo, sta avendo la crisi della cipolla. E non è uno scherzo: nel 1998, il Bharatiya Janata Party perse il potere negli Stati di Dehli e Rajastan a causa di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ognuno ha le sue crisi. L&#8217;India, il Paese del boom economico e della bomba atomica, la nazione che esporta ingegneri elettronici in tutto il mondo, sta avendo <strong>la crisi della cipolla</strong>. E non è uno scherzo: nel 1998, il <em>Bharatiya Janata Party</em> perse il potere negli Stati di Dehli e Rajastan a causa di un aumento del 600% del prezzo delle cipolle; e nel 1980 lo stesso partito, oggi defunto, perse per lo stesso motivo le elezioni nazionali. Nel 2007 il <em>Partito del Congresso</em>, attualmente al potere, rischiò grosso in una serie di elezioni locali sempre per il prezzo delle cipolle.</p>
<p><span id="more-8084"></span></p>
<div id="attachment_8092" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8092" title="cipolle india" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/cipolle-india.jpg" alt="Un carico di cipolle viene scaricato in un mercato di Mumbai." width="300" height="196" /><p class="wp-caption-text">Un carico di cipolle importate dal Pakistan viene scaricato in un mercato agricolo di Mumbai.</p></div>
<p>Quest&#8217;anno il meccanismo si è ripetuto: il maltempo ha ridotto le scorte, il prezzo è raddoppiato (da 35 a 70 rupie al chilo, circa un euro e venti centesimi), la protesta è partita e il primo ministro, <strong>Manmohan Singh</strong> del <em>Partito del Congresso</em> è dovuto correre ai ripari. Nel giro di un paio di giorni le esportazioni delle cipolle indiane sono state bloccate, il dazio del 7% sulle importazioni è stato abolito (con gran soddisfazione del Pakistan, che ha combattuto tre guerre con l&#8217;India ma di botto è diventato il primo esportatore di cipolle verso il vicino, con 10 tonnellate consegnate ogni giorno) e due aziende statali sono state incaricate di distribuire cipolle al prezzo calmierato di 35-40 rupie.</p>
<p>La cipolla, oltre che un ingrediente fondamentale della cucina indiana, <strong>è una compagna fedele della vita quotidiana degli indiani da almeno 2.500 anni</strong>, da quando cioè fu nominata nell&#8217;antico testo medico intitolato <em>Charaka Samhita</em>, che celebrava le sue proprietà terapeutiche. La crisi, che ha toccato</p>
<div id="attachment_8095" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-8095" title="Singh caricatura" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/Singh-caricatura-150x150.jpg" alt="Una caricatura di Manmohan Singh, primo ministro dell'India." width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Una caricatura di Manmohan Singh, primo ministro dell&#39;India.</p></div>
<p>l&#8217;indice di gradimento del Governo assai più dei recenti scandali finanziari del partito di maggioranza, non è però dovuta solo all&#8217;affetto per le tradizioni. La cipolla è un elemento-base per l&#8217;alimentazione degli <strong>oltre 400 milioni di indiani che ancora vivono sotto la soglia della povertà.</strong> Basta un&#8217;abnorme oscillazione del prezzo per rendere ancora più drammatica la situazione di chi, alla lettera, fatica a mettere insieme il pranzo con la cena e si nutre di cipolle, appunto, e di <em>roti</em>, una specie di focaccia che tiene la funzione del nostro pane.</p>
<p>Essendo poi la cipolla un bene di larghissimo consumo (anche presso i benestanti), il suo ciclo economico esercita un certo influsso <strong>sull&#8217;inflazione, che infatti è passata dall&#8217;8 al 12,13% nel giro di una settimana.</strong> La settimana, appunto, in cui è scoppiata la crisi del tubero: scarseggiando le cipolle o essendo esse diventate troppo care, l&#8217;attenzione delle cuoche si è spostata verso altri ortaggi, innescando così un ulteriore aumento dei prezzi. Per finire, ci sono le carenze strutturali di un Paese come l&#8217;India, cresciuto a razzo in certi settori e rimasto arretrato in altri. <strong>L&#8217;India è il secondo produttore mondiale di cipolle</strong> (il primo, tanto per cambiare, è la Cina) ma, anche al netto di una riforma agricola tanto attesa quanto rinviata, sconta il pessimo stato delle strade, la scarsità di camion frigorifero, la penuria di magazzini. In poche parole: gli esperti hanno calcolato che <strong>7 cipolle su 10 marciscono prima di arrivare ai potenziali acquirenti</strong> e consumatori, mentre il meglio del raccolto viene regolarmente inviato all&#8217;estero in vista di migliori guadagni. Per tutte queste ragioni il Governo, che aveva ignorato per mesi gli allarmi degli agronomi, si è di colpo messo a correre. Per risedersi tranquillo, c&#8217;è da scommetterci, finmo alla prossima crisi del tubero.</p>
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		<title>COREA: IL NORD SPARA MA COLPISCE LA CINA</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 19:12:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Corea del Nord]]></category>
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		<description><![CDATA[Sarà un caso ma i 200 colpi dell’artiglieria della Corea del Nord contro l’isola di Yeonpyeong, che appartiene alla Corea del Sud e ospita una base militare, sono stati sparati dopo che sul regime monarco-comunista (da Kim Il Sung a Kim Jon Il all’erede designato Kim Jong Un) era cadute alcune bombe diplomatiche di non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarà un caso ma i 200 colpi dell’artiglieria della Corea del Nord contro l’isola di Yeonpyeong, che appartiene alla Corea del Sud e ospita una base militare, sono stati sparati dopo che sul regime monarco-comunista (<strong>da Kim Il Sung a Kim Jon Il all’erede designato Kim Jong Un</strong>) era cadute alcune bombe diplomatiche di non trascurabile potenza. A lanciarle, meno di una settimana fa, erano stati gli Usa, preoccupati per i continui progressi della Corea del Nord nell’arricchimento dell’uranio (sarebbero ormai in funzione più di mille centrifughe) e la scoperta di un nuovo e potente impianto. Il potenziale bellico è innegabile, la Corea del Nord è pericolosa per la regione, gli ispettori dell’Agenzia atomica dell’Onu (espulsi un anno fa) devono poter tornare nel Paese: dall’America un duro giudizio e una chiara richiesta.</p>
<p><span id="more-7705"></span></p>
<div id="attachment_7707" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7707" title="KOREA NORTH" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/CoreadelNord.jpg" alt="Un bellicoso poster del regime della Corea del Nord." width="300" height="222" /><p class="wp-caption-text">Un bellicoso poster del regime della Corea del Nord.</p></div>
<p>E’ chiaro, dunque, che l’attacco militare di ieri è la risposta che la Corea del Nord manda agli Stati Uniti e a tutti coloro che vorrebbero rendere inoffensivo il suo potenziale arsenale atomico. <strong>Quelle centrifughe sono l’unica garanzia che il regime ha di perpetuare se stesso</strong>, tanto che per difenderle è disposto a rischiare con la Corea del Sud una guerra convenzionale che potrebbe infiammare l’area su cui affacciano Giappone, Cina e Russia e in cui hanno forti interessi gli Usa.</p>
<p>Più difficile da decifrare, invece, è lo sfondo di questi avvenimenti. Ieri è volato a Pechino <strong>Stephen Bosworth</strong>, l’uomo incaricato dalla Casa Bianca di sciogliere la matassa dell’atomica coreana. Il confronto vero si svolge infatti tra gli Usa, un tempo dominatori politici della regione, e la Cina, che si sta facendo largo come un panzer e ha fin qui usato la Corea del Nord come una testa di ponte strategica e uno Stato vassallo. E’ da tempo evidente, però, che Washington può far poco per frenare Pechino. L’America di Obama ha un sacco di problemi in casa (l’economia) e fuori (i fronti ancora aperti in Afghanistan e in Iraq), e con <strong>la Cina che controlla il 21% del debito pubblico americano, per un valore di 850 miliardi di dollari</strong>, la prudenza è d’obbligo. Di certo non si può fare la voce grossa, nemmeno a proposito della Corea del Nord.</p>
<p>Tutte cose che gli autocrati nordcoreani sanno benissimo. E’ lecito dunque pensare che, se provocazione volevano essere, le bombe della Corea del Nord fossero soprattutto mirate a risvegliare l’attenzione della Cina. <strong>Senza il soccorso di Pechino il regime di Kim Jong Il crollerebbe come un castello di carte,</strong> non riuscirebbe a produrre l’energia elettrica per le poche fabbriche né il cibo per una popolazione anche così ciclicamente martoriata da carestie di stampo staliniano. <strong>Forse Kim Jong Il sta alzando il prezzo della propria fedeltà.</strong> Forse la Cina ha cercato di dire la sua nella successione al vertice della Corea del Nord: dopo tutto, il primogenito di Kim Jong Il, il ripudiato Kim Jong Nam, vive a Pechino. O forse un regime come quello nordcoreano è diventato difficile da gestire persino per palati poco delicati come quelli dei dirigenti cinesi, abituati a fare affari con dittatori di ogni genere ma da qualche tempo impegnati ad accreditarsi come interlocutori affidabili nella gestione dei problemi globali.</p>
<p>Il tempo ci darà la risposta. Resta, per il presente e l’immediato futuro, il problema di <strong>un Paese sottosviluppato che si è procurato la bomba atomica </strong>mentre tutti guardavano altrove e che oggi la usa proprio per difendere la condizione di sottosviluppo. Un residuo di Medio Evo con l’arma nucleare, un rebus che non si riesce a risolvere.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 23 novembre 2010</p>
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		<title>CHI HA PAURA DELLA RELIGIONE? TUTTI</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 20:36:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il caso della giovane madre pakistana Asia Bibi, condannata a morte dopo essere stata accusata di blasfemia da un gruppo di colleghe e da un imam, ha riportato d&#8217;attualità  il dramma delle persecuzioni religiose. Non v&#8217;è dubbio che i cristiani siano, oggi, il gruppo più preso di mira. E&#8217; stato calcolato che tre casi su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il caso della giovane madre pakistana Asia Bibi, condannata a morte dopo essere stata accusata di blasfemia da un gruppo di colleghe e da un imam, ha riportato d&#8217;attualità  il dramma delle persecuzioni religiose. <strong>Non v&#8217;è dubbio che i cristiani siano, oggi, il gruppo più preso di mira.</strong> E&#8217; stato calcolato che tre casi su quattro di discriminazione o persecuzione religiosa avvengono nel mondo ai loro danni. E che sono almeno 60 i Paesi in cui essere cristiano comporta danni e rischi, spesso quello di perdere la vita. Ma la discriminazione a causa della propria fede è intensa quasi in ogni angolo del pianeta.</p>
<p><span id="more-7673"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-7687" title="religione" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/religione.jpg" alt="religione" width="300" height="225" /></p>
<p>Dal nostro osservatorio occidentale stentiamo a comprendere le dimensioni del fenomeno che, invece, riguarda la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Il quadro più completo ce lo ha fornito il <em>Pew Research Center</em> con la ricerca intitolata <a href="http://pewforum.org/Government/Global-Restrictions-on-Religion.aspx" target="_blank">Global Restrictions on Religion</a>. Un primo dato, per confermare l&#8217;affermazione di cui sopra: <strong>i Paesi che limitano &#8220;fortemente&#8221; o &#8220;molto fortemente&#8221; la libertà di religione sono il 32% del totale ma contengono il 70% della popolazione mondiale,</strong> come mostra la &#8220;torta&#8221; qui sotto.</p>
<div id="attachment_7677" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7677" title="restrictions01foto" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/restrictions01foto.jpg" alt="A sinistra i Paesi, a destra la popolazione  mondiale. In arancione, i Paesi e la parte di popolazione del mondo costretti a subire una limitazione &quot;forte&quot; o &quot;molto forte&quot; della libertà di religione." width="300" height="316" /><p class="wp-caption-text">A sinistra i Paesi, a destra la popolazione  mondiale. In arancione, i Paesi e la parte di popolazione costretti a subire una limitazione &quot;forte&quot; o &quot;molto forte&quot; della libertà di religione.</p></div>
<p>Tale limitazione può avere diverse radici. Può derivare da provvedimenti dei Governi e dei regimi oppure da una ostilità sociale della maggioranza nei confronti della minoranza. Non mancano casi in cui i due elementi colpiscono alleati, portando il Paese in questione in cima alla graduatoria dell&#8217;intolleranza. E&#8217; quel che succede, per esempio, ad <strong>Arabia Saudita, Iran e Pakistan</strong>, prima, secondo e tredicesimo per restrizioni imposte dai Governo ma molto ben piazzati anche nelle manifestazioni di ostilità sociale verso le religioni &#8220;altre&#8221; da quella dominante. <strong>In questo girone il Pakistan si classifica addirittura terzo </strong>(l&#8217;Arabia Saudita undicesima e l&#8217;Iran ventesimo). E la Cina? E&#8217; in alto per la politica intollerante del Governo, a sua volta moderata da una certa tolleranza della popolazione.</p>
<p><strong>L&#8217;Iraq è il caso opposto</strong>. Politica relativamente illuminata del Governo ma un livello di contrasto sociale (giudicato dal <em>Pew Research Center</em> il più alto al mondo) che rende, come sappiamo, la situazione micidiale per le minoranze, in particolare per quella cristiana. Nella tabella che segue, la classifica che tiene conto di tutti questi fattori.</p>
<div id="attachment_7682" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7682" title="restrictions03foto" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/restrictions03foto.jpg" alt="In alto, i Paesi dove più diffusa è l'ostilità sociale verso le religioni di minoranza; in basso, quelli dove maggiori sono le limitazioni imposte dai Governi alla libertà di religione." width="300" height="386" /><p class="wp-caption-text">In alto, i Paesi dove più diffusa è l&#39;ostilità sociale verso le religioni praticate dalle minoranze; in basso, quelli dove maggiori sono le limitazioni imposte dai Governi alla libertà di religione.</p></div>
<p>Sono molti i modi in cui un Governo nazionale o locale può limitare la libertà di religione. Ce n&#8217;è per tutti i gusti, <strong>dalle registrazioni obbligatorie al divieto di fare propaganda religiosa, dai privilegi negati a quelli concessi a senso unico.</strong> Nel civilissimo Canada, per esempio, 6 delle 10 province offrono una qualche forma di finanziamento alle scuole religiose, ma in Ontario i fondi ci sono solo per le scuole cattoliche. Ma questo è zucchero rispetto ad altri dati: <strong>in 91 Paesi,</strong> ha scoperto il <em>Pew Research Center</em>, <strong>sono regolarmente praticate da ufficiali governativi forme di intimidazione fisica violenta</strong> ai danni di singoli fedeli o gruppi religiosi. Succede. Due millenni dopo la venuta di Cristo e due secoli dopo la Rivoluzione francese, succede ancora.</p>
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		<title>HU JINTAO, IL SORRISO DELLO SQUALO</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Nov 2010 21:51:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Cina alla conquista economica dell&#8217;Europa. L&#8217;immagine è suggestiva, mette il giusto brivido, fa giornalismo. Temo, però, che la realtà sia ancor più inquietante: la Cina è alla conquista politica del mondo. La prima definizione è spuntata in molti articoli dopo la seconda tappa (la prima a Parigi, con accordi economici del valore di 16 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Cina alla conquista economica dell&#8217;Europa. L&#8217;immagine è suggestiva, mette il giusto brivido, fa giornalismo. Temo, però, che la realtà sia ancor più inquietante: la Cina è alla conquista politica del mondo. La prima definizione è spuntata in molti articoli dopo la seconda tappa (la prima a Parigi, con accordi economici del valore di 16 miliardi di euro, la terza a Londra) del viaggio europeo del <strong>presidente cinese Hu Jintao</strong>, quella di Lisbona. Lì Hu ha detto che il suo Paese è disponibile a dare una mano al Portogallo, dopo la Grecia la nazione più colpita dalla crisi economica.</p>
<p><span id="more-7459"></span></p>
<div id="attachment_7470" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7470" title="HuJuntao" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/HuJuntao.jpg" alt="Il presidente cinese Hu Juntao, qui con il presidente del Costa Rica Arias." width="300" height="213" /><p class="wp-caption-text">Il presidente cinese Hu Juntao, qui con Oscar Arias, presidente del Costa Rica, durante una visita ufficiale di Stato.</p></div>
<p>José Socrates, il primo ministro portoghese, si è fregato le mani. L&#8217;ipotesi è che <strong>la Cina, approfittando delle proprie immense riserve in valuta (pari a 2.650 miliardi di dollari), rilevi una parte del debito sovrano del Portogallo</strong>, che vedrebbe così risolti in un colpo solo gran parte dei propri guai. Che cosa ci guadagnerebbe la Cina? Non certo una &#8220;partecipazione azionaria&#8221; nell&#8217;economia portoghese, troppo piccola per interessare davvero alla seconda potenza mondiale. Hu Juntao e compagni, però, metterebbero un piede in Europa e, soprattutto, nell&#8217;Europa comunitaria e nell&#8217;Europa dell&#8217;euro.</p>
<p><strong>Per questo è più utile parlare di &#8220;conquista politica&#8221; dell&#8217;Europ</strong>a. La Cina, d&#8217;altra parte, si è mossa in quest&#8217;ultimo decennio con grande astuzia e preveggenza. Nel passaggio di mano tra Bush e Obama avrebbe potuto infliggere un colpo pesantissimo agli Usa (e la Russia l&#8217;avrebbe volentieri aiutata) se solo avesse smesso di coprire il debito pubblico americano, di cui detiene il 20,8%, la maggior quota mondiale (secondo il Giappone con il 20,2%), per un valore di 847 miliardi di dollari. Invece ha continuato a comprare <em>bond</em> Usa, guadagnandosi un&#8217;influenza sulla Casa Bianca inedita nella storia contemporanea.</p>
<p>Altrettanto ha fatto in Africa. <strong>L&#8217;interscambio commerciale tra il continente e la Cina ha raggiunto quest&#8217;anno i 100 miliardi di dollari</strong> (più del triplo dell&#8217;India, per fare un paragone) ma è dal 2000 che Pechino corteggia Governi e dittatori africani attraverso il <a href="http://www.focac.org/eng" target="_blank">Forum on China-Africa Cooperation</a>, che da un decennio tiene regolari riunioni ai massimi livelli. La prudenza e l&#8217;acutezza cnesi qui si sono colorate insopportabilmente di cinismo: mentre il G8 cominciava a pretendere che i regimi africani tagliassero gli sprechi e le ruberie e mettessero ordine nei conti, <strong>la Cina spargeva a piene mani prestiti milionari</strong> e si incaricava di costruire infrastrutture (strade, oleodotti, porti) per cui l&#8217;Occidente aveva pagato senza vedere queasi nulla. Per non parlare dell&#8217;appoggio concesso ai peggiori dittatori, purché fossero in controllo di Paesi con ingenti risorse naturali.</p>
<p><strong>Vogliamo parlare dell&#8217;America Latina?</strong> Nel 2009, in poche settimane, la Cina ha raddopppiato il fondo di sviluppo in Venezuela portandolo a 12 miliardi di dollari, ha concesso all&#8217;Ecuador un finanziamento da 1 miliardo di dollari per costruire un impianto idroelettrico, ha concesso un &#8220;fido&#8221; all&#8217;Argentina per 10 miliardi di dollari e ha prestato alla compagnia petrolifera del Brasile oltre 10 miliardi di dollari. Oggi l&#8217;America Latina è il secondo partner commerciale della Cina dietro gli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Passo dopo passo la Cina costruisce il proprio <em>network</em> planetario</strong>, approfittando dei vantaggi della propria democrazia a scartamento ridotto (niente dimostrazioni o contestazioni, elezioni scontate, decisione rapide e senza opposizione) e della crisi epocale degli Usa, ma mettendo anche a profitto, con più astuzia degli altri, le mutate condizioni mondiali e i nuovi equilibrii che si sono creati dopo la fine del bipolarismo Usa-Urss. Il Portogallo potrebbe essere l&#8217;anello europeo di una catena sempre più solida e influente.</p>
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		<title>IL FUTURO HA GLI OCCHI A MANDORLA</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Oct 2010 19:54:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato]]></category>
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		<description><![CDATA[Non è molto romantico, però farsi un giro sul sito della World Intellectual Property Organization (Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale, da qui in poi Wipo) dà una bella mano a capire come gira il mondo. Uno dei compiti del Wipo, infatti, è controllare il rispetto del Patent Cooperation Treaty redatto nel 1970 e a tutt&#8217;oggi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non è molto romantico, però farsi un giro sul sito della <a href="http://www.wipo.int/portal/index.html.en" target="_blank">World Intellectual Property Organization</a> (Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale, da qui in poi Wipo) dà una bella mano a capire come gira il mondo. Uno dei compiti del Wipo, infatti, è controllare il rispetto del <a href="http://www.wipo.int/pct/en/texts/articles/atoc.htm" target="_blank">Patent Cooperation Treaty</a> redatto nel 1970 e a tutt&#8217;oggi <strong>ratificato da 141 Paesi</strong>: il Trattato che regola su scala internazionale i brevetti, la loro proprietà intellettuale e i benefici economici che ne derivano.</p>
<p><span id="more-6969"></span></p>
<div id="attachment_6977" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6977" title="CinaScienziato" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/CinaScienziato.jpg" alt="Un tecnico in un laboratorio cinese." width="300" height="205" /><p class="wp-caption-text">Un tecnico in un laboratorio cinese.</p></div>
<p><strong>Le statistiche sui brevetti internazionali, insomma, ci consentono di capire chi sale e chi scende</strong>, chi è creativo e chi no, chi mette a profitto le competenze delle Università e chi meno, e così via. Che cosa ci dicono, dunque, i registri del Wipo? <strong>Nel 2008 sono state avanzate 163.600 richieste di brevetto internazionale</strong>, con un incremento del 2,3% rispetto al 2007. Sembra poca roba, almeno in percentuale. Ma il 2008, l&#8217;anno in cui esplose la grande crisi, è stato l&#8217;anno in cui è stato presentato il maggior numero di richieste di brevetto, quindi di progetti.</p>
<p>Sempre in quell&#8217;anno è successa una cosa un po&#8217; sinistra, almeno per il nostro mondo. Da molti anni gli<strong> Stati Uniti</strong> detengono il primato nella ricerca e quindi nell&#8217;innovazione. Da altrettanti anni  il <strong>Giappone</strong> arriva indiscusso secondo. Nel 2008, però, e per la prima volta, è stata un&#8217;azienda cinese, la <strong>Huawei Technologies</strong> con sede a Shenzen, quella capace di presentare il maggior numero di richieste di brevetto. Non un caso, perché nella classifica per nazioni ai primi quattro posti sono andati (come succede da tempo) <strong>Usa, Giappone, Germania e Corea del Sud</strong> ma i maggiori incrementi rispetto all&#8217;anno prima sono stati di Svezia (+ 12,5%), corea del Sud (+ 12%) e appunto <strong>Cina (+ 11,9%)</strong>, per la prima volta arrivata al sesto posto nella classifica assoluta.</p>
<p>Sempre il Wipo ci dice che <strong>il maggior numero di brevetti è stato richiesto nel settore medicale (12%), poi in quello dei computer (8,5%) e in quello farmaceutico (7,9%)</strong>, anche se i campi in cui l&#8217;innovazione è stata, almeno a livello di brevetti, più vasta sono stati i sistemi di gestione (22,7%) e le nanotecnologie. Insomma, nasce in Asia, e ormai anche in Cina, una fetta importante del nostro futuro.</p>
<p>La ragione c&#8217;è e non è nemmeno misteriosa. Uno dei sistemi che le grandi aziende giapponesi hanno adottato per affrontare la crisi è stato <strong>tagliare le spese in Ricerca&amp;Sviluppo. Colossi come Sony, Toyota o Toshiba</strong> hanno ridotto gli investimenti dal 10 al 20%. La Huawei, prima citata, nello stesso periodo li ha aumentati dal 30 al 50%. Controprova in Corea del Sud: <strong>Samsung</strong>, altro gigante, ha programmato di raddoppiare nel 2010 gli investimenti in Ricerca&amp;Sviluppo. E guarda caso i suoi profitti sono superiori a quelli delle nove maggiori aziende concorrenti giapponesi.</p>
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		<title>EFFETTO SERRA? SI&#8217;, NO, DIPENDE</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Oct 2010 13:41:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Quali Paesi sono i massimi produttori di &#8220;effetto serra&#8221;? La classifica mondiale assoluta è la seguente: Cina con il 21% delle emissioni mondiali di anidride carbonica; Usa con il 20%; Unione Europea con il 14%; Russia con il 6%; India con il 5%; e Giappone con il 4%. La graduatoria, però, cambia se prendiamo in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quali Paesi sono i massimi produttori di &#8220;effetto serra&#8221;? La classifica mondiale assoluta è la seguente: <strong>Cina con il 21% delle emissioni mondiali di anidride carbonica</strong>; Usa con il 20%; Unione Europea con il 14%; Russia con il 6%; India con il 5%; e Giappone con il 4%.</p>
<p><span id="more-6868"></span><img class="aligncenter size-full wp-image-6870" title="emissioni" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/emissioni.jpg" alt="emissioni" width="300" height="262" /></p>
<p>La graduatoria, però, cambia se prendiamo in considerazione altri dati relativi agli stessi Paesi. <strong>Se consideriamo, per esempio, la quota del Prodotto interno lordo mondiale realizzata da ognuno, allora dobbiamo concludere che la Ue è virtuosa</strong>, perché con il 14% di tutte le emissioni realizza il 22% del Pil mondiale. Bene anche il Giappone, che con il 4% delle emissioni ottiene il 7% del Pil; accettabile l&#8217;India (5% delle emissioni e 5% del Pil). Meno bene gli Usa (20% delle emissioni e 21% del Pil), male la Russia (6% delle emissioni e 3% del Pil), <strong>malissimo la Cina</strong>, che con il 21% delle emissioni ottiene appena l&#8217;11% del Pil mondiale.</p>
<p>Terzo punto di vista e terza graduatoria. <strong>Quante tonnellate di anidride carbonica producono i singoli cittadini di quei Paesi?</strong> I più inquinanti sono gli americani, con 18,7 tonnellate a testa l&#8217;anno; seguono i russi (11,1 tonnellate), i giapponesi (9,6), gli europei (7,8), i cinesi (4,6) e gli indiani (1,2).</p>
<p>Quarta graduatoria: <strong>quanta energia consuma ciascun cittadino degli stessi Paesi? </strong>I più esigenti sono gli americani, ognuno dei quali chiede 7,6 toe (tonnellate di petrolio equivalente, cioè l&#8217;energia che si ricava bruciando una tonnellata di petrolio) l&#8217;anno; poi i russi (4,7 toe), i giapponesi (4 toe), gli europei (3,5 toe), i cinesi (1,5 toe) e gli indiani (0,5 toe).</p>
<p>Le diverse interpretazioni di queste diverse graduatorie sono state all&#8217;origine del sostanziale fallimento della Conferenza sul clima di Copenhagen (dicembre 2009). Gli Usa dicevano alla Cina: inquini troppo, taglia. La Cina diceva agli Usa: siete pazzi a bruciare tutta quell&#8217;energia? Tagliate. <strong>Dal 29 novembre al 10 dicembre la discussione riprende a Cancun</strong> (Messico). La crisi globale ci ha fatto inquinare un poco meno ma dal punto di vista politico si sono fatti ben pochi passi avanti.</p>
<p>Fonte dei dati: <a href="http://www.iea.org" target="_blank">International Energy Agency (Iea)</a></p>
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