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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Afghanistan</title>
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		<title>AFGHANISTAN, LA GUERRA HA DIECI ANNI</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 20:46:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 7 ottobre la guerra in Afghanistan compie esattamente dieci anni. Chi era in Afghanistan nell’ottobre del 2001, come me, non ha mai dimenticato la sensazione di sorpresa, per non dire di incredulità, nel vedere le truppe Usa e le forze dell’Alleanza del Nord procedere verso Kabul quasi di corsa e travolgere con minimo sforzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 7 ottobre la guerra in Afghanistan compie esattamente dieci anni. Chi era in Afghanistan nell’ottobre del 2001, come me, non ha mai dimenticato la sensazione di sorpresa, per non dire di incredulità, nel vedere <strong>le truppe Usa e le forze dell’Alleanza del Nord procedere verso Kabul quasi di corsa</strong> e travolgere con minimo sforzo i temuti caposaldi della resistenza talebana. Lo stesso stupore con cui, oggi, dieci anni dopo, leggiamo i dati di quella che pare un’altrettanto veloce ammissione di sconfitta.</p>
<p><span id="more-12061"></span></p>
<div id="attachment_12064" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/afgha1.jpg"><img class="size-full wp-image-12064" title="afgha1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/afgha1.jpg" alt="" width="300" height="175" /></a><p class="wp-caption-text">Truppe americane in Afghanistan.</p></div>
<p><strong>Nei primi otto mesi del 2011, secondo le Nazioni Unite, il numero degli “incidenti violenti” in Afghanistan è arrivato a quota 2.108</strong>, con un aumento del 39% rispetto al 2010. Gli attacchi kamikaze della guerriglia sono diventati ancor più sofisticati e violenti e sono almeno 3 al mese, con un incremento del 50% sul 2010. Il narcotraffico è più vivo che mai: a Helmand sono stati scoperti e distrutti tre laboratori per la produzione di eroina, il colpo più grosso in dieci anni. Ma, appunto, in dieci anni.</p>
<p>E poi, naturalmente, <strong>il presidente Karzai</strong>, sempre più discusso e sempre più assediato. <strong>I 450 mila profughi interni</strong> segnalati da <em>Amnesty International </em>e le scuole chiuse (almeno un centinaio nel 2010) perché distrutte o minacciate dai talebani. <strong>E i caduti: 1.462 civili uccisi nei primi sei mesi del 2011 (altro record assoluto), i 2.753 soldati occidentali (tra i quali 1.801 americani e 44 italiani)</strong> caduti in servizio, le migliaia di soldati e poliziotti afghani uccisi mentre stavano al loro fianco. Il tutto mentre <strong>il presidente Obama</strong> riporta a casa i suoi soldati e tutti scrutano con ansia l’orizzonte del 2014, quando le truppe Nato e quelle Usa passeranno la responsabilità alle forze di sicurezza afghane.</p>
<p><strong>Tinte fosche, dunque. Dobbiamo però evitare di essere troppo pessimisti oggi proprio perché fummo troppo ottimisti dieci anni fa.</strong> Nel 2001 la guerra in Afghanistan era largamente inevitabile. Il Paese dei talebani era diventato il santuario dell’organizzazione terroristica più potente e spietata del mondo. Al Qaeda vi trovava rifugio e protezione, oltre alla possibilità di addestrare legioni sempre nuove di kamikaze e assassini. Un simile connubio, in ogni caso, oggi non è più possibile.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_12066" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/afgha2.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-12066" title="afgha2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/afgha2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></strong><p class="wp-caption-text">Hamid Karzai, presidente dell&#39;Afghanistan.</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Di più. Dieci anni fa l’Afghanistan era riconosciuto e appoggiato da due soli Paesi: Pakistan e Arabia Saudita.</strong> Fungeva, il regime talebano, anche da terminale dei finanziamenti e degli intrighi degli ambienti più reazionari e più collusi con l’estremismo islamico di quei due Paesi, che lo usavano per ricattare gli alleati e colpire gli avversari. Per certi versi, e soprattutto per quanto riguarda il Pakistan, il problema non è ancora risolto: certe frange dei servizi segreti pakistani e certi movimenti politico-militari tuttora contribuiscono alla violenza e all’instabilità di cui soffre l’Afghanistan.</p>
<p>Ma anche per loro è sempre più complicato e il prezzo da pagare, in termini di relazioni internazionali, sempre più alto. <strong>Il Pakistan</strong> è passato da un presidenzialismo autoritario a una pur traballante democrazia, sconta la diffidenza degli Usa e vede l’India estendere la propria influenza verso Kabul. Dall’esterno, inoltre, il contagio violento penetra all’interno.<strong> L’Arabia Saudita</strong> fatica a controllare, anche con le armi, le pulsioni democratiche che agitano il Medio Oriente e non può più permettersi certe ambiguità.</p>
<p><strong>Non tutto è perduto, dunque. Nessuno, a parte i retori peggiori, aveva mai detto che sarebbe stato facile riscattare un Paese sprofondato in vent’anni consecutivi di guerre e distruzioni.</strong> L’Afghanistan di allora, per chi avesse perso la memoria, era molto, troppo simile alla Somalia di ora. Ci sono lezioni da apprendere, ovviamente. <strong>I militari </strong>dicono che è vano occupare un Paese senza controllarne il territorio, e hanno ragione. <strong>Le Ong e le organizzazioni internazionali</strong> sottolineano che non si è data sufficiente risposta alle attese della popolazione, ed è un’altra verità. <strong>E la politica?</strong> Per prima quella americana, ha imparato a proprie spese che i confini, le razze, le etnie, le lingue, le culture e le fedi sono materia delicata, da maneggiare con cura. E che certe eredità, anche se macchiate di sangue, sono dure da cancellare.</p>
<p><em>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire </a>del 6 ottobre 2011</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>AFGHANISTAN: PIU&#8217; DROGA CHE CORANO</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Apr 2011 14:12:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
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		<description><![CDATA[Contro tutte le apparenze, riesce impossibile credere che alla base della strage nella sede Unama (la missione Onu di assistenza all’Afghanistan) di Mazar-i-Sharif ci sia stata una feroce rabbia popolare per lo stupidissimo gesto del pastore americano Terry Jones che il 20 marzo, insieme con un sodale di nome Wayne Sapp, ha organizzato in Florida [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Contro tutte le apparenze, riesce impossibile credere che alla base della strage nella sede Unama (la missione Onu di assistenza all’Afghanistan) di Mazar-i-Sharif ci sia stata una feroce rabbia popolare per lo stupidissimo gesto del <strong>pastore americano Terry Jones</strong> che il 20 marzo, insieme con un sodale di nome <strong>Wayne Sapp</strong>, ha organizzato in Florida un processo all’islam che si è concluso con il rogo di una copia del Corano. Jones ci aveva già provato nel settembre 2010, di quest’ultima bravata si è parlato molto anche in Pakistan, Paese dalle pulsioni spesso parallele a quelle afghane. Ma <strong>l’assalto  agli uomini e donne indifesi dell’Onu</strong> è parso troppo ben pianificato e organizzato, con armi pronte e nascoste in anticipo, per essere solo un pogrom del popolino.</p>
<p><span id="more-9563"></span></p>
<div id="attachment_9565" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9565" title="mazarsito" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/mazarsito.jpg" alt="La manifestazione a Mazar-i-Sharif, poi degenerata in attacco armato alla sede Onu." width="300" height="170" /><p class="wp-caption-text">La manifestazione a Mazar-i-Sharif, poi degenerata in attacco armato alla sede Onu.</p></div>
<p>Riesce difficile anche credere, però, che una tale esplosione di violenza sia frutto solo del fanatismo religioso. <strong>Mazar-i-Sharif, è vero, vuol dire “Nobile tempio”, la città è sede della cosiddetta Moschea Blu </strong>e anche, secondo una tradizione che in realtà è leggenda, della tomba di Ali ibn Abi Talib, cugino e genero di Maometto. Un centro a forte valenza religiosa, dunque. Capoluogo di una regione, però, abitata soprattutto da <strong>tagiki</strong>, un’etnia non particolarmente nota per una visione estremista dell’islam, e da <strong>hazara</strong>, una minoranza sciita che nulla ha a che fare con il terrorismo sunnita nello stile di Al Qaeda.</p>
<p>Anche le due persone decapitate sembrano un simbolo troppo clamoroso, volutamente clamoroso. Convince di più pensare che<strong> ancora una volta la religione sia stata usata, anzi pervertita, per scopi assai più terreni</strong> e per questo bisognosi di una “copertura” che potesse esser spacciata per “nobile”. Il primo tra questi scopi, quello che da dieci anni guerriglieri e terroristi perseguono senza cedimenti, è <strong>cacciare gli stranieri e, soprattutto, impedire il consolidamento dello Stato afghano.</strong></p>
<p>Non importa che quello attuale, presieduto da <strong>Hamid Karzaj</strong>, sia tutt’altro che uno Stato ideale. E’ l’idea stessa di una forma di Governo nazionale ed unitaria a essere intollerabile per i vari “signori della guerra”. Da questo punto di vista, <strong>la missione Unama era un bersaglio ideale</strong>: indifesa ma, proprio perché espressione dell’Onu, tale da richiamare uno sdegno internazionale che certo farà ridestare i dubbi sull’opportunità della missione in Afghanistan, dubbi che già agitano i Governi di troppi Paesi occidentali.</p>
<div id="attachment_9567" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9567" title="mappa" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/mappa.jpg" alt="La posizione di Mazar-i-Sarif sulla mappa dell'Afghanistan." width="300" height="321" /><p class="wp-caption-text">La posizione di Mazar-i-Sarif sulla mappa dell&#39;Afghanistan.</p></div>
<p>Non può essere casuale, in questo senso, che <strong>la strage sia avvenuta proprio mentre nella capitale Kabul 150 delegati di 34 province portavano al Governo e al presidente Karzaj le proposte e le richieste della società civile</strong>, rappresentata dalle organizzazioni che, oggi più che mai, sono il preannuncio del nuovo Afghanistan che si vorrebbe costruire.</p>
<p>Non bisogna dimenticare, infine, che <strong>Mazar-i-Sharif</strong> occupa una posizione strategica quasi unica in Afghanistan. Posta al confine Nord e affacciata su Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, <strong>è la vera porta del Paese verso l’Asia Centrale e la Russia</strong>. In quanto tale ha visto le battaglie decisive di molte guerre (compresa quella del 2001 contro i talebani) ma, in tempo di pace, <strong>è diventata lo snodo principale del traffico di stupefacenti verso Nord e verso le autostrade della droga</strong> che puntano al territorio russo per far fluire la merce in direzione Ovest.</p>
<p>Qualche tempo fa <strong>Sergej Ivanov</strong>, capo del Servizio federale russo anti-droga, aveva valutato in<strong> 65 miliardi di dollari </strong>il valore sul mercato al consumo degli stupefacenti prodotti e smerciati a partire dall’Afghanistan, e solo in minima parte (l’1% circa) controllati dai talebani. Qualcuno sarà felice di aver chiuso con la violenza certi occhi indiscreti di Mazar-i-Sharif.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 2 aprile 2011</p>
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		<title>PAKISTAN: ASIA BIBI, L&#8217;ALPINO E IL MINISTRO</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 22:09:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è un legame tra la condanna a morte per blasfemia inflitta ad Asia Bibi, la morte sul campo del capitano degli alpini Massimo Ranzani e l&#8217;assassinio di Shabhaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Governo del Pakistan?  C&#8217;è, eccome. Anzi, si estende ai 2.535 soldati occidentali caduti in Afghanistan e agli oltre 10 mila soldati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un legame tra la condanna a morte per blasfemia inflitta ad Asia Bibi, la morte sul campo del capitano degli alpini Massimo Ranzani e l&#8217;assassinio di Shabhaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Governo del Pakistan?  C&#8217;è, eccome. Anzi, si estende ai 2.535 soldati occidentali caduti in Afghanistan e agli oltre 10 mila soldati e poliziotti afghani morti con loro. Ed è un legame di sangue e di politica.</p>
<p><span id="more-9159"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_9163" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9163" title="BHATTI" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/BHATTI.jpg" alt="Shabhaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Pakistan, ucciso dagli estremisti islamici." width="300" height="180" /><p class="wp-caption-text">Shabhaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Pakistan, ucciso dagli estremisti islamici.</p></div>
<p><strong>Chi difende Asia Bibi, come sappiamo, muore.</strong> In gennaio era stato ammazzato <strong>Salman Tasee</strong>r<strong>, musulmano, </strong>governatore dello Stato del Punjab, &#8220;colpevole&#8221; di aver presentato una domanda di grazia a favore di Asia Bibi, la donna cristiana, madre di cinque figli, arrestata nel 2009 e condannata a morte nel 2010 per &#8220;blasfemia&#8221;. Ora la stessa sorte è toccata a <strong>Bhatti, cattolico, </strong>il più deciso tra i ministri pakistani nel chiedere una revisione della legge sulla blasfemia. La persecuzione dei cristiani in oltre 60 Paesi del mondo è una realtà ormai acclarata. Ma proprio il caso del Pakistan (il &#8220;Paese dei puri&#8221;nato nel 1947 proprio per raccogliere i musulmani del subcontinente indiano), dove prima un musulmano e poi un cattolico vengono martirizzati per la stessa causa, dimostra che<strong> si tratta di una realtà profondamente politica</strong> e che come tale va affrontata.</p>
<p><strong>La legge sulla blasfemia consente di accusare chiunque  sulla base di presunte offese ad Allah</strong>, e di ottenere con prove  inesistenti o sommarie condanne pesantissime (fino, appunto, alla pena  di morte inflitta ad Asia Bibi) da tribunali</p>
<div id="attachment_9165" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9165" title="bhatti bibi" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/bhatti-bibi.jpg" alt="Il ministro Bhatti con il marito di Asia Bibi e due dei loro cinque figli." width="300" height="244" /><p class="wp-caption-text">Il ministro Shabhaz Bhatti con il marito di Asia Bibi e due dei loro cinque figli.</p></div>
<p>complici o a loro volta intimiditi. <strong>Non esistono  leggi analoghe per il Dio dei cristiani o gli dei hindù</strong>, il che trasforma la legge in un potente strumento di conservazione sociale a favore dei musulmani. Ma  non solo: la legge è stata spesso applicata da musulmani ai danni di  musulmani, e quasi sempre per risolvere contese politiche o economiche.  In questo senso, è un’arma micidiale nelle mani di movimenti e partiti  dell’estremismo islamico, che già approfittano della debolezza del  Governo centrale pakistano per indebolirlo, e in alcune regioni  addirittura sostituirsi a esso, in settori cruciali come l’assistenza  sociale o sanitaria o nella scuola. <strong>Il Governo non fa le scuole, ed ecco che spuntano le scuole coranich</strong>e finanziate dai Paesi fondamentalisti come l&#8217;Arabia Saudita. Se poi spunta qualche figura ingombrante, l&#8217;accusa di blasfemia (e i soliti testimoni che i movimenti radicali non faticano mai a trovare) basta a frenarla o inibirla. Più in sù, come abbiamo visto con Taseer e Bhatti, arrivano i gruppi armati e i killer.</p>
<p>Dietro la questione della blasfemia, dunque, si cela<strong> un progetto politico che mira a chiudere un&#8217;intera società sui canoni dell&#8217;islamismo ma, soprattutto, a creare un contropotere rispetto allo Stato democratico</strong> attualmente in vigore. La risposta a un problema politico dev&#8217;essere, necessariamente, politica. Le campagne per mobilitare le coscienze, come quella lanciata in Italia per Asia Bibi da <em>Asia News</em>, sono indispensabili. Dietro le coscienze, però, devono muoversi le istituzioni. Il nostro Governo si è fatto più volte sentire in proposito. Manca ancora, però, una serie presa di posizione internazionale: dell’Unione Europea o, meglio, dell’Onu.</p>
<div id="attachment_9167" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9167" title="ranzani" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/ranzani.jpg" alt="Il capitano degli alpini Massimo Ranzani, caduto in Afghanistan." width="300" height="300" /><p class="wp-caption-text">Il capitano degli alpini Massimo Ranzani, caduto in un&#39;imboscata in Afghanistan.</p></div>
<p>E qui si torna a quel legame di cui parlavamo all&#8217;inizio. Le teste e le mani che hanno armato gli assassini del ministro Bhatti (e quelli del governatore Taseer) e i forzieri che finanziano i diversoi gruppi fondamentalisti vengono dalla <em>North West Frontier Province</em>, cioè <strong>dall’area del Pakistan che confina con l’Afghanistan</strong> e che negli anni più recenti si è trasformata nel santuario del fondamentalismo e nel suo centro di elaborazione strategica. Si muore in Afghanistan perché non tornino i talebani  e la regione non vada in pezzi, ma anche perché il Pakistan (Paese dotato di armi atomiche) non diventi il nuovo centro propulsivo del terrorismo islamico. Cosa che di sicuro avverrebbe se il fragile Governo democratico del premier<strong> Raza Gilan</strong>i e del presidente <strong>Ali Zardar</strong>i fallisse o cadesse. Per Asia Bibi e contro Osama Bin Laden, per usare uno slogan, la battaglia è la stessa. Prima lo capiranno laddove si prendono le decisioni che contano, più facile sarà ottenere risultati positivi.</p>
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		<title>AFGHANISTAN: I &#8220;SERVIZI&#8221; DICEVANO CHE&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 19:48:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra e pace]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Massimo Ranzani, tenente degli alpini nell&#8217;esercito dal 1999, è stato il 36° soldato italiano a cadere sul fronte afghano. Vittima, come i compagni di pattuglia gravemente feriti, di uno di quegli &#8220;ordigni improvvisati&#8221; (questa la definizione tecnica) che tanto improvvisati non devono essere, se fanno a pezzi con regolarità i nostri blindati. Di improvvisato, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Massimo Ranzani, tenente degli alpini nell&#8217;esercito dal 1999, è stato il 36° soldato italiano a cadere sul fronte afghano. Vittima, come i compagni di pattuglia gravemente feriti, di uno di quegli &#8220;ordigni improvvisati&#8221; (questa la definizione tecnica) che tanto improvvisati non devono essere, se fanno a pezzi con regolarità i nostri blindati. Di improvvisato, per l&#8217;Afghanistan, c&#8217;è solo la consapevolezza di una classe politica e di un&#8217;opinione pubblica che non riescono a ragionare con freddezza di una situazione che di giorno in giorno diventa irrecuperabile.</p>
<p><span id="more-9115"></span></p>
<div id="attachment_9125" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9125" title="ranzani" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/ranzani.jpg" alt="Il tenente degli alpini Massimo Ranzani, ucciso in Afghanistan." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Il tenente degli alpini Massimo Ranzani, ucciso in Afghanistan da una bomba lungo la strada.</p></div>
<p>Ecco che cosa scriveva<a href="http://www.sicurezzanazionale.gov.it/web.nsf/pagine/aise" target="_blank"> l&#8217;Aise (Agenzia per le informazioni e la sicurezza esterna)</a>, che risponde direttamente alla Presidenza del Consiglio dei ministri, nella sua Relazione 2010 al Parlamento sulla politica dell&#8217;informazione per la sicurezza: &#8220;&#8230; nel breve-medio termine il personale straniero, militare e civile, operante in teatro permarrà notevolmente esposto al rischio di azioni ostili, anche in ragione delle <strong>accresciute capacità offensive dell&#8217;insorgenza</strong>&#8220;. Al di là del linguaggio un po&#8217; da questura, il senso è chiaro: gli insorti afghani sono sempre più forti e sempre meglio armati. Aggiungevano inoltre i &#8220;servizi&#8221;, che il traffico di droga (e, prima ancora, la coltivazione del papavero da oppio) continua a essere fiorente e costituisce tuttora la prima fonte di finanziamento della guerriglia.</p>
<p>&#8220;Le coltivazioni di papavero da oppio, i laboratori per la raffinazione e i depositi di stoccaggio della droga&#8221;, aggiungevano i nostri servizi, &#8220;sono concentrati nelle aree contese o sotto il controllo dell&#8217;insorgenza&#8221;. Facile dedurre che le missioni militari occidentali non sono riuscite, dopo quasi dieci anni di occupazione dell&#8217;Afghanistan, nel compito strategico di <strong>smantellare questa rete che ancora provvede al 90% delle forniture mondiali di oppio</strong>. Il traffico, dice la Relazione, si dirige &#8220;soprattutto in direzione della Federazione Russa&#8221; e negli ultimi tempi è addirittura riuscito a ottenere un &#8220;significativo aumento delle quantità di stupefacenti avviati alle destinazioni finali&#8221;. Anche qui, facile tirare le conclusioni: controllo del territorio almeno precario e autorità locali incapaci o conniventi.</p>
<div id="attachment_9127" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9127" title="mappa" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/mappa.jpg" alt="L'Afghanistan e i Paesi confinanti." width="300" height="292" /><p class="wp-caption-text">L&#39;Afghanistan e i Paesi confinanti.</p></div>
<p><strong>La Relazione al Parlamento, infine, chiudeva il capitolo afghano con un avvertimento preciso, quasi una profezia alla luce di quanto è successo oggi:</strong> &#8220;In particolare, le province occidentali del Paese, sede del <em>Regional Command West RWC</em> della missione Isaf, a guida italiana, saranno esposte al rischio di crescenti attacchi, specie in relazione al riposizionamento in area di miliziani provenienti dalla regione meridionali, in esito alle operazioni di contro-insorgenza avviate nel 2010 dalle forze di sicurezza afghane congiuntamente a reparti Isaf&#8221;.</p>
<p>Alla morte di ogni soldato, in Italia come negli altri Paesi, subito si levano lew voci di coloro che mettono in discussione le finalità della missione in Afghanistan. E&#8217; comprensibile, persino giusto. Ma l&#8217;Afghanistan è il collante di una regione dove abbondano le tensioni e i focolai di disgregazione, dal Pakistan all&#8217;Iran, dalle regioni musulmane della Cina alle Repubbliche centro-asiatiche uscite dall&#8217;Unione Sovietica. La missione Isaf è preziosa per tenere insieme l&#8217;Afghanistan e, con esso, una regione intera. Ma dev&#8217;essere ripensata, in termini politici e non militari. Possiamo tenerci un Presidente e un Governo che remano contro o, al massimo, nel proprio interesse? Possiamo abbandonarci alla ridicola speranza che una leva di capi-clan e malfattori mostri di colpo senso dello Stato, efficienza, onestà? Possiamo restare su unterritorio dche non controlliamo e dove crescono, sotto forma di papaveri, le munizioni che ci verranno sparate addosso? Queste domande non hanno mai avuto risposta. Ma senza di essa è vano sperare che la situazione migliori.</p>
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		<title>ALBERTO CAIRO: AFGHANISTAN, L&#8217;ILLUSO</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 21:53:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[DI ALBERTO CHIARA Dieci anni di occasioni perse. L’Afghanistan comincia il 2011 stremato da una guerra infinita, paralizzato da una corruzione diventata ormai metastasi sociale e con il morale a terra. «Dalla sera del 7 ottobre 2001, da quando cioè George W. Bush ordinò i primi bombardamenti aerei, gli afghani hanno visto scendere in campo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>DI ALBERTO CHIARA</strong></p>
<p><strong>Dieci anni di occasioni perse. L’Afghanistan comincia il 2011 stremato da una guerra infinita, paralizzato da una corruzione diventata ormai metastasi sociale e con il morale a terra</strong>. «Dalla sera del 7 ottobre 2001, da quando cioè George W. Bush ordinò i primi bombardamenti aerei, gli afghani hanno visto scendere in campo Usa, Europa e Nato. Questa volta ce la facciamo, speravano. Dal 2004, però, il disincanto ha via via scalzato la fiducia. Fallito l’obiettivo di creare una coscienza collettiva nazionale, etnie e clan rialzano la testa. Il mancato primato della legge lascia intatti arbitrio e tradizioni. L&#8217;economia non decolla, il narcotraffico imperversa. A Kabul e dintorni, insomma, è buio pesto anche quando il sole brilla alto nel cielo».</p>
<p><span id="more-8571"></span></p>
<p><strong>Alberto Cairo conosce bene l’Afghanistan che ha raccontato più volte, in ultimo nel libro <em>Mosaico afghano </em><strong>(Einaudi 2010)</strong></strong>. Nato a Ceva, in provincia di Cuneo, il 17 maggio 1952, dopo la laurea in Legge conseguita a Torino (per pagarsi gli studi ha lavorato di notte alla Sip, come telefonista) Alberto Cairo ha cambiato radicalmente strada: è diventato fisioterapista, ha iniziato l’attività</p>
<div id="attachment_8576" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8576" title="CAIRO" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/CAIRO.jpg" alt="Alberto Cairo con due pazienti nel centro ortopedico di Kabul." width="300" height="210" /><p class="wp-caption-text">Alberto Cairo con i pazienti nel centro ortopedico del Comitato internazionale della Croce rossa, a Kabul.</p></div>
<p>professionale in un grande ospedale di Milano, s’è poi trasferito per tre anni in Sudan e da oltre venti è in Afghanistan, per il Comitato internazionale della Croce rossa: «Arrivai nel 1990, ad agosto».<br />
<strong><br />
- I russi erano appena andati via&#8230;</strong></p>
<p>«Avevano lasciato ufficialmente il Paese nel febbraio 1989. Quando giunsi a Kabul era ancora vivo il ricordo di un tentato golpe. I mujaheddin si avvicinavano sempre di più. Con loro arriverà anche la pace, si sperava».</p>
<p><strong>- Invece fu guerra civile&#8230;</strong></p>
<p>«Agli alti e bassi gli afghani sono abituati. Niente dura qui, si consolano amari. Così da sempre. Ricordo gli ultimi giorni dei comunisti. “Hai visto? Lo sapevamo, se ne vanno”, dicevano sollevati. Poi, in piena guerra civile, con le bombe mujaheddin che cadevano ovunque, consolavano me, vedendomi smarrito: “Passerà anche questa”. E aspettavano pregando. Fu la volta del regime talebano con leggi assurde, niente scuola e lavoro per le donne, segregazione, musica e fotografie proibite, isolamento dal mondo. “Questione di tempo”, ripetevano sicuri. E continuano ad aspettare, che cosa non lo sanno bene neppure loro».</p>
<p><strong>-Com’è l’Afghanistan, oggi?</strong></p>
<p>«È un Paese dove si fatica addirittura ad avere dati certi relativi alla popolazione. Secondo la Banca mondiale, gli abitanti sono 29.802.000, di cui più di un terzo, per la precisione il 36%, vive sotto la soglia della povertà, cioè con meno di 2 dollari al giorno: parliamo di 10.728.000 persone. Sappiamo, poi, che muoiono di parto tante donne, anche 40 mila all’anno, e che il 20% dei bambini non supera i cinque anni d’età».</p>
<p><strong></p>
<div id="attachment_8581" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><strong><img class="size-full wp-image-8581" title="donne" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/donne.jpg" alt="Donne in un villaggio afghano." width="300" height="199" /></strong><p class="wp-caption-text">Donne in un villaggio afghano.</p></div>
<p>- Secondo lei, domina una diffusa sfiducia?</strong></p>
<p>«Riporto quanto sento e vedo. L’Occidente non aiuta l’Afghanistan a diventare adulto. Arrivato in massa dieci anni fa non ha mantenuto le promesse fatte: la guerra continua, anzi per alcuni profili peggiora; l’affrancamento dalla povertà è merce rara; la democrazia è un concetto disincarnato. Adesso l’Occidente sostiene di voler togliere il disturbo. Non credo che voglia, di sicuro non può abbandonare il Paese: lo Stato afghano è ancora una creatura troppo fragile. E troppi sono gli interessi in gioco dal punto di vista politico, economico e strategico».</p>
<p><strong>- Lei sta al capezzale della società&#8230;</strong></p>
<p>«Coordino i sette centri ortopedici che il Comitato internazionale della Croce rossa ha costruito e organizzato a Kabul, Mazar-i-Sharif, Herat, Jalalabad, Gulbahar, Faizabad, Lashkar Gah. Seguiamo 99.800 pazienti registrati. Ma dateci tempo qualche giorno e saranno 100 mila e oltre. Il numero complessivo aumenta di 6 mila unità all’anno».<br />
<strong><br />
- Sono dimensioni da azienda&#8230;</strong></p>
<p>«Soltanto nel nostro centro di Kabul lavorano 340 persone tutte disabili, ex assistiti. Chi meglio di un ex paziente può infondere coraggio a quanti varcano per la prima volta i nostri cancelli? In tutto l’Afghanistan, i dipendenti del “Progetto ortopedico” della Croce rossa internazionale sono 650: fisioterapisti, infermieri, cuochi, elettricisti, falegnami, giardinieri e altre figure professionali. Prendono stipendi più alti: anche 200-300 dollari al mese contro i 70-80 dollari di un impiegato statale, sia esso un professore o un infermiere. Produciamo 15 mila protesi e 1.500 carrozzelle all’anno ed eroghiamo microcrediti da 600 dollari per avviare piccole attività artigianali».</p>
<p><strong>- Si occupa di coloro che sono saltati su una mina e dei feriti di guerra&#8230;</strong></p>
<p>«Non solo. Su 99.800 pazienti, le vittime del conflitto sono 35 mila. Gli altri sono disabili a causa di malattie, incidenti o dalla nascita. Molti i midollolesi che seguiamo anche a domicilio. I più abitano sulle colline, spesso ben in alto, dove avere un tetto costa meno. Per contro, l’acqua arriva in taniche portate a spalle o sugli asini e l’elettricità, quando va bene, viene erogata a giorni alterni. “Abbiamo una bella vista”, scherzano per scordare di essere prigionieri lassù. Le strade per arrivarci, infatti, sono impossibili per chi si muove con stampelle e carrozzine. Con pioggia e neve diventano impraticabili anche per persone sane. Le stanze sono spoglie, alle finestre fogli di plastica al posto dei vetri, in pochi casi il crepitare di una stufa riscalda l’ambiente. È quasi una metafora dell’Afghanistan. Termino le visite vergognandomi di avere tutto, troppo».</p>
<p><em><strong>di Alberto Chiara</strong></em></p>
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		<title>KARZAI E&#8217; LA VOLPE, L&#8217;OCCIDENTE IL POLLAIO</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 21:47:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Governo]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
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		<description><![CDATA[E&#8217; un peccato che l&#8217;azione di contro-propaganda americana abbia quasi sepolto l&#8217;importanza dei file diffusi da Wikileaks. Pericolosi, per gli Usa, proprio perché non rivelavano nulla di segreto ma confermavano ciò che quasi tutti immaginavano. Per esempio che in Afghanistan la missione militare internazionale, lanciata nel 2001 per liberare il Paese, è ormai ostaggio, dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; un peccato che l&#8217;azione di contro-propaganda americana abbia quasi sepolto l&#8217;importanza dei file diffusi da Wikileaks. Pericolosi, per gli Usa, proprio perché non rivelavano nulla di segreto ma confermavano ciò che quasi tutti immaginavano. Per esempio che in Afghanistan la missione militare internazionale, lanciata nel 2001 per liberare il Paese, è ormai <strong>ostaggio, dal punto di vista politico, del presidente Karzai.</strong> Il quale, da creatura degli Usa, si è ormai trasformato nel controllore non solo di Obama ma anche degli altri capi di Stato che partecipano al tentativo di raddrizzare le sorti dell&#8217;Afghanistan.</p>
<p><span id="more-8135"></span></p>
<div id="attachment_8148" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8148" title="Karzai" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/12/Karzai1.jpg" alt="Hamid Karzai, presidente dell'Afghanistan." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Hamid Karzai, presidente dell&#39;Afghanistan.</p></div>
<p><strong>Di Karzai si sanno ormai molte cose. </strong>Che è il perno di un diffusissimo sistema di corruzione che opera a favore di parenti e membri dello stesso clan (<em>Transparency International</em> piazza l&#8217;Afghanistan dietro la sola Somalia per corruzione). Che è inefficiente (l&#8217;Afghanistan è tuttora il posto più pericoloso per un bimbo che vuol nascere: 257 morti ogni 1.000 parti). Che gran parte delle sue imprese di governo sono volte a favorire la tribù d&#8217;origine, per altro di gran lunga la più forte (42% della popolazione; il secondo gruppo, i tagiki, è al 27%), cioè <strong>la tribù pashtun</strong>. Queste sono peraltro le caratteristiche di gran parte degli uomini che sono finiti al potere grazie alle imprese occidentali in Africa, in Asia e in America del Sud, almeno fino ad anni recenti.</p>
<p>I documenti di Wikileaks, però, dimostrano che <strong>Karzai persegue una propria agenda </strong>che, sul terreno, ha poco a che fare con i propositi della missione internazionale <em>Isaf</em> che, sarà bene ricordarlo, impegna <strong>130.432 militari</strong> appartenenti a contingenti di <strong>48 Paesi</strong>;  il contributo maggiore è fornito dagli Stati Uniti (90.000 unità),  seguiti dal Regno Unito (9.500), dalla Germania (4.388), dalla Francia  (3.750 unità), dall’<strong>Italia (3.300)</strong>, dal Canada (2.922), dalla Polonia (2.417) e dalla Turchia. In più, c&#8217;è anche <em>Enduring Freedom</em>, la missione americana, con altre decine di migliaia di soldati.</p>
<p>Nei dispacci inviati a Washington da <strong>Karl Elkenberry</strong>, ambasciatore Usa a Kabul, salta fuori che Karzai è intervenuto spesso, negli ultimi anni, per rimettere in libertà criminali, trafficanti di droga e combattenti poi tornati sul campo di battaglia a sparare ai soldati occidentali, tra i quali forse anche gli italiani. E&#8217; successo <strong>nel 2007</strong>, quando dal carcere gestito dalle truppe Usa a Bagram i detenuti venivano trasferiti a prigioni gestite dalla polizia afghana. <strong>Poi nel 2008,</strong> quando in un colpo solo furono rimessi in libertà 104 prigionieri. <strong>Infine nel 2009</strong>, quando una banda di trafficanti di droga, a suo tempo arrestati con 130 chili di eroina, fu lasciata andare con il presteto che alcuni dei banditi erano parenti di due &#8220;martiri&#8221; della guerra contro i talebani.</p>
<p>Insomma: <strong>la coalizione militare fa e Karzai disfa</strong>. Ma nessuno osa dire nulla perché liquidare il Presidente significherebbe mettersi contro i pashtun, che dalla presidenza traggono grandi vantaggi, e quindi crearsi molte altre grane. Così ai primi di dicembre <strong>Barack Obama</strong> è volato improvvisamente a Kabul (e subito dopo Robert Gates, suo ministro della Difesa, ha dichiarato che &#8220;Karzai è un grande statista&#8221;), prontamente seguito dal premier inglese <strong>David Cameron</strong> e dalla cancelliera tedesca <strong>Angela Merkel</strong>. Tutti a omaggiare la volpe a cui hanno consegnato la chiave del pollaio.</p>
<p>Per finire in bellezza, bisogna notare che <strong>anche in Afghanistan, come già in Iraq, le elezioni politiche hanno lasciato un Paese più che mai diviso.</strong> Il rinnovo della <em>Wolesi Jirga</em> (Camera Bassa) del Parlamento ha prodotto un risultato a sorpresa: calo secco dei seggi conquistati dai candidati pashtun (dai 115 ottenuti nel 2005 ai 100 del 2010, sui 249 totali), nonostante una serie di accuse di brogli a Karzai e ai suoi. Un chiaro messaggio di insoddisfazione degli elettori i quali, nelle aree a predominanza pashtun si sono spesso astenuti dal voto. Con una coda che non si è ancora dispersa: gli organismi elettorali, forse per evitare unteriori delusioni al Presidente, hanno voluto chiudere in tutta fretta la conta mentre la <strong>Procura della Repubblica, che subodora la truffa, ha aperto un&#8217;ulteriore indagine</strong>. E siamo a fine anno, le elezioni si sono svolte in settembre e chissà quando si saprà, se mai si saprà, che cos&#8217;è successo davvero.</p>
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		<title>AFGHANISTAN, ITALIANI NEL MIRINO</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Oct 2010 11:22:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Trentaquattro soldati italiani morti dal 2004. Addirittura già 572 soldati stranieri morti dall&#8217;inizio del 2010, il che lo rende il più cruento dall&#8217;inizio della missione internazionale, già bemn oltre il 2009 quando in dodici mesi erano morti 521 soldati. Dal 2001, in totale, sono caduti 2.142 soldati della missione Onu. In Afghanistan, insomma, la strage [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Trentaquattro soldati italiani morti dal 2004</strong>. Addirittura già  572 soldati stranieri morti dall&#8217;inizio del 2010, il che lo rende il più  cruento dall&#8217;inizio della missione internazionale, già bemn oltre il  2009 quando in dodici mesi erano morti 521 soldati. Dal 2001, in totale,  sono caduti 2.142 soldati della missione Onu. In Afghanistan, insomma,  la strage continua. <strong>Una strage che sempre più spesso riguarda le nostre truppe.</strong> I  quattro morti di ieri, caduti in un agguato nella provincia di Farah,  arrivano a sole tre settimane dall&#8217;uccisione del <strong>tenente Alessandro  Romani</strong>, a sua volta caduto solo due mesi dopo il <strong>primo  maresciallo Mauro Gigli e il caporal maggiore Pierdavide De Cillis</strong>.  Non è un caso.</p>
<p><span id="more-6989"></span></p>
<div id="attachment_6991" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6991" title="AfghItaliani" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/AfghItaliani.jpg" alt="Soldati italiani con un gruppo di ragazzi afghani." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Soldati italiani con un gruppo di ragazzi afghani.</p></div>
<p>Da un lato, è inutile fare giri di parole, <strong>la missione  internazionale non ha dato i frutti sperati.</strong> Nemmeno le recenti  offensive decise dal presidente americano Obama sono riuscite a  stroncare la resistenza del pericoloso coacervo di narcotrafficanti,  signorotti locali, talebani e terroristi che si mimetizza nella  popolazione. Ogni gruppo armato persegue i propri interessi ma tutti  hanno nel mirino i soldati venuti da lontano per proteggere una  democrazia fragilissima, ancora nascente. Dall&#8217;altro, il fuoco degli  insorgenti si concentra <strong>sugli italiani perché la loro opera, com&#8217;era  già successo in altri teatri di guerra, si rivela concreta e produttiva</strong>,  anche e soprattutto nel rapporto con la popolazione civile.</p>
<p>Era stato lo stesso generale <strong>David Petraeus</strong>, comandante in  capo delle truppe Usa, l&#8217;uomo che nel 2006 seppe imprimere una svolta  decisiva in Iraq, a definire &#8220;esemplare&#8221; il lavoro del <span style="font-size: 10pt; font-family: georgia,palatino;"><em>Provincial  Reconstruction Team</em> (Prt) di Herat, appunto a comando italiano.  Petraeus sa bene che anche in Afghanistan, proprio come in Iraq, il  segreto del successo non sta nel numero dei nemici uccisi ma in quello  dei civili sottratti al ricatto dei terroristi e convinti che una  prospettiva esiste, che una speranza è possibile. <strong>Le scuole, le  strade, i ponti</strong>, gli ambulatori, e la capacità di difendere i  risultati acquisiti senza perdere un rapporto amichevole con la gente.  Ecco la &#8220;specialità&#8221; dei nostri soldati, ecco la ragione per cui, negli  ultimi tempi, sono ancor più nel mirino di prima. </span></p>
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		<title>AFGHANISTAN, LA REALTA&#8217; DIETRO IL VOTO</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Sep 2010 12:55:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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		<category><![CDATA[Usa]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è qualcosa di involontariamente sadico nel seguire le elezioni politiche in Afghanistan (domani 2.500 candidati, tra i quali più di 400 donne, si contendono i 249 seggi della Wolesi Jirga, la Camera Alta del Parlamento) come se fossero elezioni vere, elezioni qualunque. Mentre tutto sono tranne che questo. All&#8217;ombra dell&#8217;intervento militare internazionale, che dura ormai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è qualcosa di involontariamente sadico nel seguire le elezioni politiche in Afghanistan (domani 2.500 candidati, tra i quali più di 400 donne, si contendono i 249 seggi della Wolesi Jirga, la Camera Alta del Parlamento) come se fossero elezioni vere, elezioni qualunque. Mentre tutto sono tranne che questo. All&#8217;ombra dell&#8217;intervento militare internazionale, che dura ormai da 9 anni, e <strong>dei maneggi della famiglia Karzai</strong> (il presidente, Hamid, si costruisce ville negli Emirati, suo fratello Ahmed Wali traffica con l&#8217;oppio e si fa pagare dalla Cia), la situazione marcisce di giorno in giorno.</p>
<p><span id="more-6570"></span></p>
<div id="attachment_6583" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6583" title="AfghaElezioni" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/09/AfghaElezioni.jpg" alt="Una donna afghana passa lungo i manifesti elettorali a Kabul." width="300" height="180" /><p class="wp-caption-text">Una donna afghana passa lungo i manifesti elettorali affissi ai muri di Kabul.</p></div>
<p>Per rendersene conto, con la brutalità delle cifre, basta leggere il <a href="http://www.pinoarlacchi.it" target="_blank">Rapporto che <strong>Pino Arlacchi</strong></a>, sociologo, ex vice segretario generale dell&#8217;Onu e <em>rapporteur</em> sull&#8217;Afghanistan presso la Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo, ha preparato nei giorni scorsi. Quattro i punti chiave: l&#8217;aiuto internazionale; le implicazioni del processo di pace; l&#8217;impatto della formazione delle forze di polizia; l&#8217;eliminazione della coltivazione dell&#8217;oppio.</p>
<ul>
<li><strong>L&#8217;AIUTO INTERNAZIONALE</strong>:  nel periodo 2002-2010 l&#8217;Unione Europea (Comunità più Stati membri) ha destinato all&#8217;Afghanistan 8 miliardi di euro. Abbiamo fatto un buon lavoro? Non si direbbe: <strong>dal 2002 la mortalità infantile in Afghanistan è aumentata; dal 2004 la quota di popolazione afghana sotto la soglia di povertà è cresciuta del 130%</strong>. A questo punto il Rapporto Arlacchi riserva però una sorpresa. Ci siamo ormai abituati a pensare che le inefficienze e la corruzione del Governo afghano siano parte decisiva nella mancanza di risultati. Invece, solo una piccola parte degli aiuti è passata per i palazzi del potere di Kabul (6 miliardi di dollari sui 40 versati dagli Usa, per esempio), mentre la gran parte è stata gestita dalle organizzazioni internazionali. Il consiglio, quindi, è di convogliare di più gli aiuti verso le istituzioni afghane, istituendo però dei meccanismi di monitoraggio &#8220;concordati sia dai donatori che dal Governo afghano&#8221;.</li>
<li><strong>IL PROCESSO DI PACE: </strong>l&#8217;Unione Europea deve continuare a sostenerlo, sapendo però di aver partecipato a un grossolano errore iniziale di calcolo (la convinzione di una &#8220;guerra lampo&#8221;) e di avere di fronte un nemico tenace e quasi inconoscibile. Arlacchi ricorda che <strong>tra i talebani si contano &#8220;33 leader, 820 capi di livello medio, 25-36 mila soldati semplici</strong> ripartiti fra 220 comunità&#8221;. Per il suo impegno, però, la Ue deve chiedere al Governo afghano tre precisi impegni: bandire Al Qaeda dal Paese, eliminare la coltivazione del papavero da oppio, rispettare i diritti umani fondamentali.</li>
<li><strong>LA FORMAZIONE DELLE FORZE DI POLIZIA: </strong>ogni anno cadono sul campo circa mille poliziotti afghani. Un prezzo enorme per una forza che è ancora in corso di formazione e che oggi conta 94 mila uomini, rispetto ai 160 mila che dovrebbe contare entro i prossimi cinque anni. Ordine e sicurezza, due pilastri della fiducia popolare da conquistare e consolidare, viaggiano appaiati a ricostruzione e sviluppo. Un binomio che, in questo campo, è messo in crisi dall&#8217;intervento delle agenzie private a cui, in molti casi, è stata affidata la formazione dei nuovi poliziotti. <strong>Il Rapporto Arlacchi sottolinea che il 90% dei poliziotti è analfabeta e il 20% tossicodipendente (fonti Isaf)</strong>: su un vivaio così complicato meglio far lavorare i funzionari e i militari di Nato ed Eupol e limitare al massimo il ruolo delle milizie private.</li>
<li><strong>L&#8217;OPPIO: </strong>citando anche un recente studio dell&#8217;Unodc (<a href="http://www.unodc.org" target="_blank">l&#8217;Agenzia Onu per lotta al narcotraffico e al crimine organizzato</a>), il Rapporto ci sbatte sotto gli occhi una realtà di cui dovremmo prendere coscienza: <strong>solo il 4% del commercio di stupefacenti dall&#8217;Afghanistan può essere attribuito ai talebani, e il 21% agli agricoltori locali. </strong>Il resto, cioè il 75% del giro d&#8217;affari del Paese che produce il 90% dell&#8217;oppio mondiale, è opera di &#8220;funzionari governativi, polizia, mediatori locali e regionali nonché trafficanti&#8221;. Insomma, per ripulire l&#8217;Afghanistan dall&#8217;oppio dovremmo prima spazzare in casa nostra. E poi giocare la carta delle colture alternative (per esempio <strong>lo zafferano</strong>, che rende anche più del papavero), con un piano quinquennale di diffusione da finanziare con 100 milioni di euro l&#8217;anno. Tanti soldi? No, una &#8220;mancia&#8221; rispetto ai quasi 2 miliardi di dollari spesi finora da Usa e UE per combattere, senza alcun successo, la coltivazione del papavero.</li>
</ul>
<p>Come si vede, l&#8217;analisi di Pino Arlacchi presuppone un coordinamento leale ed efficace tra i Paesi donatori e, soprattutto, tra le due grosse entità attive in Afghanistan: gli Usa e l&#8217;Unione Europea. Gli anni ci hanno ormai abituati a considerare tutto questo una specie di libro dei sogni. Ma non c&#8217;è alternativa: o lo sforzo si fa congiunto e mirato o continueremo a organizzare elezioni come quella di domani, destinate a sollevare speranze che non verranno esaudite.</p>
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		<title>AFGHANISTAN: E SE L&#8217;AVEVI CONOSCIUTO&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 20:49:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Da un grande amico e collega, Alberto Chiara, ricevo questa lettera. Alberto segue da anni per Famiglia Cristiana  le vicende dell&#8217;Afghanistan. &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212; &#8220;Caro Fulvio, so che è capitato anche a te, tornato da fronti lontani, di seguire con particolare emozione la notizia di uno scontro a fuoco, di un attentato, dell&#8217;esplosione di auto bomba&#8230; Ricordo quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da un grande amico e collega, Alberto Chiara, ricevo questa lettera. Alberto segue da anni per Famiglia Cristiana  le vicende dell&#8217;Afghanistan.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p><span style="font-size: medium;">&#8220;Caro Fulvio, so che è capitato anche a te, tornato da fronti lontani, di seguire  con particolare emozione la notizia di uno scontro a fuoco, di un attentato,  dell&#8217;esplosione di auto bomba&#8230; </span></p>
<p><span id="more-5807"></span></p>
<div id="attachment_5813" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5813" title="GigliAfghanistan" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/07/GigliAfghanistan1.jpg" alt="     Mauro Gigli, sposato e padre di due figli, uno degli artificieri uccisi da una bomba in Afghanistan." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">     Mauro Gigli, sposato e padre di due figli, uno degli artificieri uccisi da una bomba in Afghanistan.</p></div>
<p><span style="font-size: medium;">Ricordo quando arrivò in redazione la notizia  della strage di Nassirya. Tu c&#8217;eri stato con il comune amico e collega <strong>Nino  Leto</strong>, con quei Carabinieri avevi trascorso del tempo e realizzato servizi.  Sgomento e dolore furono acuiti dalla personale conoscenza&#8230; </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Ieri è toccato a  me.</strong> Quando ho saputo dell&#8217;ennesimo lutto italiano in Afghanistan, ho atteso con  trepidazione che venissero comunicati i nomi. <strong>Mauro Gigli l&#8217;ho conosciuto.</strong> Di  più, è stato il primo militare italiano che Nino Leto e io abbiamo incontrato  appena arrivati a Camp Arena, <span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><span style="font-size: medium;">il quartier generale del contingente italiano sorto a ridosso  dell&#8217;aeroporto di Herat. Apparteneva</span></span> al 32°</span><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;"> reggimento genio guastatori, inquadrato nella  Brigata alpina Taurinense. Ci ha aspettato vicino a un Buffalo, un mezzo gigante  di fabbricazione americana con cui gli sminatori operano sul campo. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;E&#8217; un  ottimo professionista, oltre che un amico&#8221;, ha detto, presentandoci, il  portavoce della missione, il maggiore degli Alpini <strong>Mario Renna</strong>. <strong>Ha  sorriso, Gigli.</strong> Le domande poste riguardavano il suo lavoro, com&#8217;era ovvio che  fosse. Ma in ultimo abbiamo parlato anche di <em>The Hurt Locker</em>, il film  che vinto l&#8217;Oscar 2010 e racconta vita ed emozioni degli sminatori americani  impegnati in Irak. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;"> </span></span></p>
<div id="attachment_5815" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-5815" title="gigli2afghanistan" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/07/gigli2afghanistan-150x150.jpg" alt="Mauro Gigli accanto a un &quot;Buffalo&quot;, uno dei mezzi per lo sminamento delle strade." width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Mauro Gigli accanto a un &quot;Buffalo&quot;, uno dei mezzi per lo sminamento delle strade.</p></div>
<p><span style="font-family: Times New Roman;">«</span><span style="font-family: Times New Roman;">Gli ordigni  esplosivi improvvisati (gli Iedd, I<em>mprovised Explosive Device Disposal</em>),</span><span style="font-family: verdana;"> </span><span style="font-family: Times New Roman;">sono una minaccia con cui ci misuriamo  continuamente»,</span><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;"> ha  esordito Gigli che alle spalle aveva una grande esperienza maturata in diverse  missioni. «<strong>Siamo qui da neppure tre mesi e già i nostri team di Herat e di Bala  Murghab hanno dovuto compiere oltre 50 interventi.</strong> Se sommiamo anche le  operazioni dei team degli artificieri italiani che operano  Sud, a Shindad e a  Farah, il totale sale a 80 e più».<br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;"> <strong>«L&#8217;esplosivo è contenuto in  bottiglie, in scatole di legno o di cartone;</strong> la detonazione viene attivata da  piatti di pressione o tramite un sistema a tempo oppure, ancora, grazie a un  radiocomando», aveva poi aggiunto. «Il momento più delicato è sicuramente  quando c&#8217;è l&#8217;approccio manuale dell&#8217;operatore.  Ogni intervento fa storia a  sé. Certo, abbiamo anche a disposizione piccoli veicoli robotizzati e i Buffalo.  Decidiamo di volta in volta come procedere, la scelta è dettata anche dal posto  dove viene rinvenuto l&#8217;ordigno, se in terreno aperto, in campagna o in un luogo  densamente abitato, con alto rischio per i civili».</span></span></p>
<p><strong>Gli abbiamo  chiesto se è vero che è stata usata anche una pentola a pressione, e lui ha  confermato che nell&#8217;aera di Kabul è successo anche questo. </strong>«Per tacere delle  autobomba», ha aggiunto Gigli. Che ha raccontato, inoltre, di quando ha  accompagnato per tre giorni il convoglio di mezzi partiti da Herat e diretti  alla base operativa avanzata Columbus di Bala Murghab, 230 chilometri di strade  via via sempre più pericolose e impervie che richiedono una settimana  abbaondante di viaggio, giacché si procede a passo d&#8217;uomo, il pericolo degli  Iedd sempre in agguato.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Il 17 maggio, proprio un ordigno esplosivo improvvisato  ha ucciso due commilitoni di Gigli, <strong>il sergente Massimiliano Ramadù e il  caporale Luigi Pascazio</strong>, anch&#8217;essi del 32° reggimento genio guastatori della  Brigata Taurinense.</span></span></p>
<p>L&#8217;intervista volgeva ormai al termine,  quando siamo raggiunti da altri sminatori, tra cui i<strong>l maresciallo Paola Gigante,  con il cane Zero</strong>. Nino Leto ha scattato le foto che si possono vedere qui a  fianco.  C&#8217;è stato ancora il tempo per un paio di battute sul film<em> The Hurt Locker. </em> «L&#8217;ho visto, rende fedelmente la nostra vita, l&#8217;adrenalina che ci  corre dentro quando interveniamo, la paura, la professionalità e l&#8217;esperienza  che ci permettono di imbrigliarla. Sì, m&#8217;è piaciuto», ha concluso il primo  maresciallo.<br />
<span style="font-family: Times New Roman;"> Ci siamo salutati. Era l&#8217;imbrunire di venerdì 11 giugno. Insieme con i<strong>l  caporalmaggiore capo Pierdavide De Cillis, Mauro Gigli   è morto non lontano da Herat la sera del 28 luglio.</strong> De Cillis lascia una moglie,  incinta al quarto mese, e una figlia piccola. Gigli lascia la moglie e due  figli, di 19 e 7 anni.  Con questi due nuovi lutti, l&#8217;Operazione Enduring  Freedom, cominciata sul finire del  2001, conta 1.970 soldati stranieri morti in  Afghanistan. Di questi, 29 sono italiani&#8221;. </span></p>
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		<title>AFGHANISTAN: QUEI SEGRETI A TUTTI NOTI</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 21:49:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>
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		<description><![CDATA[La notizia del giorno (per il web, i giornali ne parleranno domani) è tutta nello straordinario scoop messo a segno da Wikileaks, il sito che ha sparato in rete più di 90 mila documenti riservati dei servizi segreti e delle forze armate americani, relativi alla guerra in Afghanistan per il periodo gennaio 2004-dicembre 2009. Vale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La notizia del giorno (per il web, i giornali ne parleranno domani) è tutta nello straordinario scoop messo a segno da Wikileaks, il sito che ha sparato in rete più di 90 mila documenti riservati dei servizi segreti e delle forze armate americani, <strong>relativi alla guerra in Afghanistan per il periodo gennaio 2004-dicembre 2009</strong>. Vale a dire, dal secondo mandato di George Bush all&#8217;inizio della presidenza Obama.</p>
<p><span id="more-5763"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-5776" title="wikileaks" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/07/wikileaks.jpg" alt="wikileaks" width="300" height="180" /></p>
<p>Che cosa emerge dai documenti fino a ieri segreti? <strong>Che la guerra in Afghanistan è un orribile pasticcio.</strong> Che gli Usa impiegano veri &#8220;squadroni della morte&#8221; per far fuori senza tanti processi guerriglieri, collaborazionisti e presunti tali. Che ci sono stati centinaia di episodi, mai denunciati né indagati, in cui <strong>le forze occidentali hanno uccisio civili afghani innocenti, mettendo poi tutto a tacere con un pugno di dollari ai parenti</strong>. Che il Pakistan munge gli Usa (la Clinton ha da poco portato in dono a Islamabad altri 500 milioni di dollari) ma appoggia i talebani, i quali da tempo dispongono di efficienti missili terra-aria. Che Karzai è un disonesto doppiogiochista. E così via.</p>
<p>E&#8217; una novità? Per nulla. <strong>Chiunque volesse sapere, e fosse un minimo in buona fede, aveva già capito tutto.</strong> Bastava scorrere le statistiche (o le dichiarazioni dei generali Usa) per rendersi conto che le cose vanno male e che la realtà di quella guerra ci viene accuratamente nascosta.</p>
<p>Ed è questo, secondo me, il punto che vale la pena enfatizzare. Le fonti governative americane hanno subito stigmatizzato la pubblicazione dei documenti, parlando di attentato alla &#8220;sicurezza nazionale&#8221; (mi risparmio, per carità di patria, qualunque analogia con le discussioni nostrane sulla cosiddetta &#8220;legge bavaglio&#8221;) quando l<strong>&#8216;unico vero attentato alla sicurezza degli Usa (e alla nostra, per derivazione) è  la caterva di balle </strong>che la Casa Bianca ha fatto ingozzare ai suoi cittadini, e agli europei che si sono fatti intortare dai libelli anti-islamici della Fallaci e dei suoi imitatori.</p>
<p><strong>La guerra per liberare l&#8217;Afghanistan dai talebani e da Al Qaeda</strong>, colpevole degli attentati dell&#8217;11 settembre 2001 (e non solo di quelli), ebbe fin dall&#8217;inizio l&#8217;appoggio dell&#8217;intera comunità internazionale. Ma alla delirante classe economico-politica che aveva portato alla Casa Bianca il giovane Bush quell&#8217;obiettivo, nobile e di alto valore pratico, non bastava. Loro volevano mettere le mani, una volta per sempre, sul Medio Oriente e sulle sue risorse energetiche. <strong>A quello serviva la furente campagna propagandistica degli intellettuali</strong> pronti a giurare che tutto l&#8217;islam era esecrabile e quindi da combattere, ad appoggiare la teoria della &#8220;guerra preventiva&#8221;, a mettere la firma sotto ogni velina del Dipartimento di Stato.</p>
<p><strong>Per attaccare l&#8217;Iraq furono distolti uomini e mezzi indispensabili alla vittoria in Afghanistan. E per farlo fu lanciata una nuova </strong></p>
<div id="attachment_5779" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><strong><strong><img class="size-thumbnail wp-image-5779" title="colin-powell-un" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/07/colin-powell-un-150x150.jpg" alt="La farsa di Colin Powell alle Nazioni Unite." width="150" height="150" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">La farsa di Colin Powell alle Nazioni Unite.</p></div>
<p><strong>campagna di balle.</strong> I legami tra Saddam Hussein e Al Qaeda? Inventati. Le armi atomiche e chimiche in Iraq? Inesistenti. Per ribadirlo si vide lo spettacolo penoso del segretario di Stato <strong>Colin Powell</strong> che raccontava scientemente menzogne al Consiglio generale dell&#8217;Onu, agitando bottigliette che contenevano borotalco. E la guerriglia che veniva sempre da fuori, perché gli iracheni erano tutti contenti? Alla fine, grazie anche a quelle balle, l&#8217;Iraq è retto da un Governo di cartone, dopo aver perso in modo violento quasi il 4% della popolazione.</p>
<p><strong>Nel frattempo si allontanava la vittoria anche in Afghanistan.</strong> Laggiù, è impantanata da nove anni una coalizione più ampia e potente di quella che sconfisse Hitler in cinque anni. Nel caso dell&#8217;Iraq come in quello dell&#8217;Afghanistan, vincere non è più una speranza, perdere non è ammissibile, ritirarsi quasi impossibile. Le carte di <strong>Wikileaks</strong>, a parer mio, confermano soprattutto una cosa: le grandi democrazie possono permettersi molte cose ma non di ridursi a compiere le stesse azioni che compiono i dittatori e i terroristi che esse dicono di voler eliminare.</p>
<p><strong>Tra un civile afghano ammazzato da uno squadrone della Cia e uno dei morti nelle Torri Gemelle non c&#8217;è differenza. E infatti non c&#8217;è differenza nello sdegno che l&#8217;una e l&#8217;altra morte provocano negli ambienti e nelle famiglie colpite.</strong> Possiamo raccontarci tutte le favole che vogliamo, ma si tratta sempre di innocenti ammazzati. In più, quando si mettono su questa strada, le grandi democrazie di solito perdono pure le guerre. Come appunto avviene in Afghanistan e avvenne in Vietnam, e non nella Seconda guerra mondiale o in Corea.</p>
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