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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Armamenti</title>
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		<title>ANCHE IN LIBIA LE BOMBE LA SANNO LUNGA</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2011 19:01:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
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		<description><![CDATA[DI GIORGIO VECCHIATO E’ un luogo comune, ma sempre valido: la prima vittima di ogni guerra è la verità. A sostenere il falso sono un po’ tutte le parti in causa, dai propagandisti ai combattenti. La menzogna è giustificata dalla necessità di tenere alto il morale della truppa, e talvolta funziona. Quando però l’altalena tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DI GIORGIO VECCHIATO</p>
<p>E’ un luogo comune, ma sempre valido: la prima vittima di ogni guerra è la verità. A sostenere il falso sono un po’ tutte le parti in causa, dai propagandisti ai combattenti. La menzogna è giustificata dalla necessità di tenere alto il morale della truppa, e talvolta funziona. Quando però l’altalena tra il vero e il falso rende indecifrabili le sorti di un conflitto, <strong>il mondo politico e il mondo degli affari possono avere interessi diversi.</strong> Ai governanti si pongono problemi di stabilità e sfere di influenza. Gli affaristi mirano ai soldi, oggi come duecento anni fa. Anno 1815.</p>
<p><span id="more-9574"></span></p>
<div id="attachment_9580" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9580" title="LIBIA" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/04/LIBIA.jpg" alt="Le tombe di alcuni insorti libici uccisi dal &quot;fuoco amico&quot; della coalizione." width="300" height="187" /><p class="wp-caption-text">Le tombe di alcuni insorti libici uccisi dal &quot;fuoco amico&quot; della coalizione internazionale.</p></div>
<p><strong>Il ramo inglese dei Rothschild cominciò a vendere azioni mentre arrivavano notizie, inventate ad arte, su Napoleone vittorioso a Waterloo.</strong> Il panico invase la Borsa londinese: se così si comportavano quei formidabili banchieri, non c’era che da imitarli. Solo che i Rothschild, avendo sul posto emissari con piccioni viaggiatori, e sulla Manica barche veloci, erano gli unici a sapere che in realtà aveva vinto Wellington. Rastrellarono tutte le azioni, le proprie e quelle altrui. Il guadagno fu colossale.</p>
<p>Anche oggi, per la guerra in Libia, il vero e il falso si confondono. Missili o diplomazia, tutto è ancora possibile. Ma la previsione è per tempi lunghi. <strong>La sola certezza è che i missili contro Gheddafi, prima quelli dei “volenterosi”, poi quelli atlantici, non solo si mostrano insufficienti </strong>ma rischiano di compromettere la causa degli alleati. Ed anche quella degli insorti. Stando alle ultime notizie, le “bombe intelligenti” hanno qui massacrato famiglie libiche, là un convoglio di ribelli. Questi errori hanno nomi gentili come “fuoco amico” o “effetti collaterali”. Si chieda alle tribù afghane quale è l’effetto vero.</p>
<p>C’è dell’altro. Più diviene incerta una guerra, più si allungano i tempi e più tende ad allargarsi il fossato tra governanti e affaristi. Per la Libia, i primi aspettano che Obama esca da quella che gli stessi giornali americani definiscono una condizione amletica. Cioè il dubbio su come sia meglio agire. <strong>La speranza dei produttori di armi è che si vada avanti con le bombe</strong> e magari si diano cannoni e carri armati – non pochi né per tempi brevi – agli insorti. Più che le attuali vertenze fra interventisti e pacifisti, schematiche le une come le altre, conta perciò questo conflitto di interessi. Che si aggiunge, superfluo dirlo, a quelli sul petrolio e sulle minacce che investono tutto il Medio Oriente.</p>
<p>Ultimo appunto, sempre su armi e falsi ma passando dalla tragedia al grottesco. In una rubrica Rai si rievoca un celebre e amaro film con <strong>Alberto Sordi</strong> mercante d’armi. Era una chiamata di correo, una denuncia dell’ipocrisia collettiva. Splendida opera di Monicelli, dice il conduttore Paragone, e Diliberto fa eco: “Monicelli, grande regista e grande comunista”. Uno che capiva e anticipava tutto. Dettaglio. Monicelli non c’entrava per niente. Il soggetto, la regia e una quota di sceneggiatura erano <strong>dello stesso Sordi. Democristiano. </strong>Anzi, per la precisione, andreottiano.</p>
<p><em><strong>di Giorgio Vecchiato</strong></em></p>
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		<title>LA RUSSIA RIARMA, LA FIAT L&#8217;AIUTA</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 22:13:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il governo russo ha annunciato un vasto programma di riarmo, teso soprattutto a dotare le truppe di armi e mezzi più efficaci e moderni. Entro il 2020, è stato annunciato, la Russia spenderà 474 miliardi di euro per acquistare 600 nuovi aerei, 1.000 elicotteri, 100 navi e 56 sistemi d&#8217;arma per i missili terra-aria S-400. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il governo russo ha annunciato un vasto programma di riarmo, teso soprattutto a dotare le truppe di armi e mezzi più efficaci e moderni. Entro il 2020, è stato annunciato, la Russia spenderà 474 miliardi di euro per acquistare 600 nuovi aerei, 1.000 elicotteri, 100 navi e 56 sistemi d&#8217;arma per i missili terra-aria S-400. In più, con una vasta operazione di shopping sul mercato internazionale, anche droni di produzione israeliana, 4 portaelicotteri &#8220;Mistral&#8221; e fucili d&#8217;assalto per le truppe speciali di produzione francese <strong>e mezzi blindati &#8220;Lince&#8221; prodotti in Russia ma su licenza italiana, in particolare Iveco (Gruppo Fiat). Ma il piatto forte saranno le forze strategiche nucleari:</strong> è in preventivo la costruzione di 8 sottomarini atomici dotati di missili balistici intercontinentali &#8220;Bulavà&#8221;, con una gittata di 8 mila chilometri.</p>
<p><span id="more-9135"></span></p>
<div id="attachment_9138" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9138" title="carro armato" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/carro-armato.jpg" alt="La tradizionale sfilata dell'Armata Rossa sulla Piazza Rossa, a Mosca." width="300" height="194" /><p class="wp-caption-text">La tradizionale sfilata dell&#39;Armata Rossa sulla Piazza Rossa, a Mosca.</p></div>
<p>Un&#8217;operazione resa necessaria dalla vecchiezza delle dotazioni (considerate superate nella misura del 90%) e dal desiderio di accorciare la distanza dalla potenza militare americana. Un sogno che non si tradurrà in realtà, almeno non nel prossimo futuro: la spesa prevista per la Difesa dal Governo Usa nel 2011 è di 548,2 miliardi di dollari, quella del Governo russo di 34,7 miliardi di dollari.</p>
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		<title>L&#8217;ITALIA IN EGITTO: COOPERAZIONE E ARMI</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 11:51:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
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		<description><![CDATA[DI ALBERTO CHIARA E FULVIO SCAGLIONE Settimi in assoluto, dopo gli Usa e alcuni grandi organismi come la Banca mondiale, l&#8217;Unione europea o il variegato sistema delle Nazioni Unite, nonché alle spalle della Germania: nel 2008, l&#8217;Ocse, ovvero l&#8217;Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, collocava il nostro Paese ai vertici della graduatoria di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DI ALBERTO CHIARA E FULVIO SCAGLIONE</p>
<p><strong>Settimi in assoluto, dopo gli Usa e alcuni grandi  organismi come la Banca mondiale, l&#8217;Unione europea o il variegato  sistema delle Nazioni Unite, nonché alle spalle della Germania</strong>:  nel 2008, l&#8217;Ocse, ovvero l&#8217;Organizzazione per la cooperazione e lo  sviluppo economico, collocava il nostro Paese ai vertici della  graduatoria di chi aiutava l&#8217;Egitto a lottare contro la povertà che  ancora affligge certe aree del Paese e a migliorare nei campi della  sanità, dell&#8217;ambiente, della tutela dei beni storico-culturali,  dell&#8217;integrazione sociale. <strong>L&#8217;Italia è tuttora uno dei primissimi Paesi donatori, con 20 progetti in corso, del valore complessivo di oltre 90 milioni  di euro e un programma di conversione del debito da 100 milioni di  dollari. </strong>Negli ultimi dieci anni la Cooperazione italiana ha destinato al Paese oltre 200 milioni di euro.</p>
<p><span id="more-8728"></span></p>
<div id="attachment_8736" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8736" title="Egyptian_Army" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/Egyptian_Army.jpg" alt="Un soldato dell'esercito egiziano durante un'esercitazione." width="300" height="201" /><p class="wp-caption-text">Un soldato dell&#39;esercito egiziano durante un&#39;esercitazione di tiro nel deserto.</p></div>
<p>Nell&#8217;ultimo vertice bilaterale, svoltosi a Roma il 19  maggio 2010, sono stati stanziati ulteriori aiuti per altri 10 milioni  di euro. Lo scorso settembre, poi, al Cairo, un summit d&#8217;alto livello ha  valutato i buoni effetti del progetto “Alleviamento della povertà:  diritti civili e legali per bambini, adolescenti e giovani donne”  promosso in sette Governatorati dell&#8217;Egitto settentrionale &#8211; con il  contributo della Cooperazione italiana &#8211; per dotare di documenti chi ne  era privo, senza far pagare a nessuno neanche i pochi spiccioli richiesti  dalla procedura normale. <strong>Finora sono stati distributi circa  150.000 documenti, fra certificati di nascita a chi non era mai stato  registrato, e carte di identitá.</strong> Ciò ha consentito a tutta  questa gente di “esistere” formalmente e, soprattutto, di accedere ai  servizi sociali, specialmente a quelli scolastici e sanitari.</p>
<p><strong> Infine, è stato versato nelle casse della Fao il promesso  contributo di 3 milioni di dollari finalizzato a progetti contro la  malnutrizione infantile. </strong>Il prossimo incontro ufficiale tra i due Governi era già stato annunciato con tanto di date (febbraio 2011) e luogo (Luxor).</p>
<div id="attachment_8738" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8738" title="Mappa Egitto" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/Mappa-Egitto-sito.jpg" alt="La &quot;mappa&quot; degli interventi di cooperazione civile dell'Italia in Egitto." width="300" height="212" /><p class="wp-caption-text">La &quot;mappa&quot; degli interventi di cooperazione civile svolti dall&#39;Italia in Egitto.</p></div>
<p><strong>Oltre all&#8217;aiuto civile, però, il nostro Paese è protagonista anche di una consistente collaborazione in campo militare che ora crea più di un imbarazzo.</strong> Per fortuna non al livello degli <strong>Stati Uniti, che ancora l&#8217;anno scorso hanno regalato a Mubarak 1,3 miliardi l&#8217;anno per potenziare l&#8217;esercito e solo 25 milioni di dollari per il sostegno alla società civile</strong>. Però facciamo la nostra parte. Come sottolineato dalla <a href="http://www.disarmo.org" target="_blank">Rete Italiana per il disarmo</a> e dalla <a href="http://www.perlapace.it" target="_blank">Tavola della Pace,</a> nel 2008 abbiamo consegnato all&#8217;Egitto armi per 34 milioni di euro e nel biennio 2008-2009 il governo ha autorizzato contratti per altri 44 milioni di euro. A questo si devono aggiungere 2 milioni di euro di armi leggere (9.767 &#8220;pezzi&#8221;).</p>
<p>Altrettanto, e anche di più, è successo con <strong>l&#8217;Algeria: 62 milioni di euro di armi consegnate nel 2008-2009 e contratti autorizzati per altri 86 milioni.</strong> L&#8217;anno scorso, inoltre, il nostro Governo aveva annunciato la fornitura di all&#8217;Algeria di 30 elicotteri militari (valore 460 milioni di euro), prima tranche di una fornitura complessiva di 114 elicotteri per un valore totale di 2,5 miliardi di euro. In un quadro che vede le esportazioni italiane di armi in forte crescita <strong>(siamo ormai i quinti esportatori del mondo)</strong> è almeno discutibile il fatto che si forniscano armamenti a regimi che certo non corrispondono al dettato della legge 185 del 1990, che vieta l&#8217;esportazione di armi a favore di Paesi &#8220;responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertate dagli organismi internazionali&#8221; o a favore di Paesi in cui le nostre armi &#8220;possano favorire situazioni di conflitto e di deperimento della situazione della popolazione civile&#8221;.</p>
<p>Un problema di cui bisogna tener conto, soprattutto nel momento incui le pericolanti autorità egiziane si affidano alla violenza armata per controllare la rivolta della piazza. Di scarsa consolazione è il fatto che altri, in Europa, facciano peggio di noi: <strong>la Germania, nel solo 2009, ha venduto all&#8217;Egitto armi per 77,5 milioni di euro</strong>; la Gran Bretagna, per andare sul sicuro, ha secretato tutti i dati relativi alle proprie esportazioni di armi.</p>
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		<title>VICTOR BOUT, E ANCHE IL CREMLINO TREMA</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Nov 2010 14:42:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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		<category><![CDATA[Putin]]></category>
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		<description><![CDATA[«V ictor Bout è una per­sona dinamica, cari­smatica, spontanea, ben vestita, affabile e piena d’e­nergia ». E, certo, «potrebbe aver violato qualche legge qua e là, ma chi non l’ha fatto?». Con tutti i guai che si ritrova, Victor Bout (o Viktor But o Viktor Bulakin o Vik­tor Budd) avrebbe bisogno di un ufficio stampa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span>«V</span><span> ictor Bout è una per­sona  dinamica, cari­smatica,  spontanea, ben  vestita, affabile e piena d’e­nergia  ». E, certo, «potrebbe aver  violato qualche legge qua e là, ma chi non l’ha fatto?». Con tutti i  guai che si ritrova, Victor Bout (o Viktor But o Viktor Bulakin o  Vik­tor  Budd) avrebbe bisogno di un ufficio stampa un po’ più accor­to   di quello che gli gestisce il sito <a href="http://www.victorbout.com/" target="_blank">www.victorbout.com</a>. Eppure,  al­l’uomo  d’affari russo che il go­verno  Usa, l’Onu e i servizi  segre­ti  di mezzo mondo considerano il più grande trafficante d’armi  del nostro tempo, prudenza e caute­la  non sono mai mancate.</span></p>
<p><span><span id="more-7523"></span></span></p>
<div id="attachment_7526" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7526" title="Bout" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/Bout.jpg" alt="Vicotr Bout fotografato in carcere a Bangkok (Thailandia)." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Vicotr Bout fotografato in carcere a Bangkok (Thailandia).</p></div>
<p><span>Anche se pare che sia nato nel 1967, nessuno può dire con cer­tezza   dove: si va da Dushanbé ( Tagikistan) ad Ashgabat ( Turk­menistan)  a  una qualche località dell’Ucraina. Studi? Chissà&#8230; <strong>C’è chi è sicuro che  abbia frequenta­to  l’Istituto di lingua straniere del­le  Forze  Armate, a Mosca,</strong> ma di russi che parlano sei lingue (per lui portoghese,  inglese, francese, arabo, uzbeko e tedesco) ce ne so­no  tanti. Prime  esperienze di la­voro?  Traduttore, agente segreto, pilota, militare di  carriera, com­presa  un’esperienza presso la sta­zione  del Kgb a Roma  dal 1985 al 1989. Della famiglia attuale si sa che comprende almeno una  fi­glia,  e che il fratello Sergej lavora con lui.</span></p>
<p>Ma non è  questo che deve sor­prendere.  Le origini un po’ neb­biose  sono comuni a  tanti di co­loro  che sono emersi dalla Russia della <em>perestrojka</em> per  imporsi nel <em>business</em>, legale o illegale. Secon­do  la leggenda, Victor  avrebbe comprato tre aerei Antonov da ca­rico  a soli 25 anni d’età, per  120 mila dollari in contanti usciti non si sa da dove, e avrebbe di lì  spic­cato  il volo (è il caso di dirlo) ver­so  il successo. <strong>Deve invece  stupi­re  che Bout sia riuscito a passare più o meno illeso per un  decen­nio  intero, gli anni Novanta, fa­cendo  volare fino a 50 aerei in  tut­ti  i posti più caldi del mondo</strong> e violando ogni sorta  di regola e autorità. E che di lui si sia cominciato a parlare solo alla  fine del 2000, in un rapporto Onu sui massacri in Sierra Leone.</p>
<p>Fa un po’ ribrezzo dirlo, ma c’è stato del genio nel modo in cui Bout  ha venduto armi a chiunque volesse cominciare una guerra o concludere  uno sterminio. Intan­to  lui era in grado di vendere in­teri  arsenali  chiavi in mano: tro­vava  le armi, i finanziatori e prov­vedeva  al  trasporto. L’ideale per i dittatori o i golpisti a corto di cre­dito  e  prestigio. In più, Bout face­va  altri soldi prendendo per il na­so  il  resto del mondo. <strong>Consegna­</strong><span><strong>te le armi, i suoi  aerei tornavano indietro con carichi legali: lucro­si  (il suo miglior  affare sarebbe stato rivendere a 100 dollari l’uno a Dubai un Antonov di  gladioli comprati a 2 dollari l’uno a Johan­nesburg)  e talvolta pure  nobili,</strong> come reparti di <em>peacekeeper</em> de­stinati  al Ruanda e alla Somalia  o, ancora nel 2004, generi di soc­corso  per le vittime dello tsunami.  Per anni gli Stati Uniti, il Belgio (dove Bout aveva trasferito il  pro­prio  quartier generale) e il Suda­frica  (base operativa) hanno  cer­cato  invano di fermarlo. Alla fine, gli Usa hanno accusato Bout di  fornire armi alla guerriglia co­lombiana,  hanno organizzato u­na <em> extraordinary rendition</em> in Thailandia e hanno cercato di portarselo via.  E la Thailandia si è trovata tra gli Usa e la Russia, che in modo forse  inaspettato pu­re  per Washington faceva fuoco e fiamme perché Bout non  arrivas­se  mai davanti a un giudice ame­ricano.</span></p>
<p><span> Perché? La prima parte della ri­sposta  sta in una  statistica: <strong>la Rus­sia  è il secondo esportatore di ar­mi  del mondo,  con 10,4 miliardi di dollari in contratti stipulati nel</strong></span><span><strong> 2009 (il <a style="text-decoration: none; color: #003366;" href="javascript:gPage(&quot;A&quot;,&quot;A18&quot;);"><span style="font-family: Verdana;"><strong> </strong></span></a>18% del totale mondiale)</strong>. Una voce  strategica del bilancio, che infatti è affidata a un’azienda statale,  <a href="http://www.roe.ru" target="_blank">Rosoboronexport</a>. Im­possibile  che il Cremlino lascias­se  sul mercato  un vorace cane</span><span> sciolto capace di operare in  Af­ghanistan  e in Liberia, in Pakistan e in Congo. Bout, quindi,  traffica­va  per conto di, o in accordo con, qualcuno di grosso e  potente.</span></p>
<p>Su questa strada incontriamo su­bito  <strong>Sergej Ivanovic  Sechi</strong>n, un al­tro  poliglotta che nei primi anni Ottanta lavora come  interprete­spia  in Mozambico, dove c’è an­che  Bout. Poi uno arriva in  Italia per il Kgb e diventa armatore di u­na  flotta aerea. Anche  l’altro de­colla:  capo dello staff del vice-sin­daco  di San  Pietroburgo, <strong>Vladimir Putin</strong>; capo della segreteria del primo ministro  Putin; vice capo dell’amministrazione del presi­dente  della Russia  Putin; infine, vice primo ministro del Putin tor­nato  premier. Ed è il  governo Pu­tin,  per bocca del ministro degli Esteri Lavrov, a stendere  su Bout, ancora carcerato in Thailandia, il manto protettivo del  Cremlino. Anche in Russia, di solito, due più due fa quattro.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank"><em><strong>Avvenire</strong></em></a> dell&#8217;11 novembre 2010</p>
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		<title>DIFESA: L&#8217;EUROPA TAGLIA, GLI ALTRI NO</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2010/09/20/difesa-leuropa-taglia-gli-altri-no/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 20:52:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Europa porge l&#8217;altra guancia? Forse no, ma intanto taglia le spese per la Difesa. Una decisione economica più che politica: la crisi mondiale ha colpito duro e anche questo settore è stato messo a dieta. La cura più drastica è stata decisa dalla Grecia, peraltro il Paese nelle peggiori condizioni generali. Atene ha ridotto del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Europa porge l&#8217;altra guancia? Forse no, ma intanto taglia le spese per la Difesa. Una decisione economica più che politica: la crisi mondiale ha colpito duro e anche questo settore è stato messo a dieta. La cura più drastica è stata decisa dalla<strong> Grecia</strong>, peraltro il Paese nelle peggiori condizioni generali. Atene ha ridotto del 25% le spese per la Difesa e ha annunciato il ritiro del proprio contigente dal Kosovo. Il <strong>Portogallo</strong> ha adottato misure di poco meno &#8220;cruente&#8221;, l&#8217;Austria ha tagliato del 10% (su un bilancio complessivo per la Difesa di 2 miliardi di euro), la <strong>Romania </strong>spende l&#8217;80% del bilancio di settore (alla Difesa vanno 1,8 miliardi) per gli stipendi dei soldati. La <strong>Germania</strong>, che per la Difesa spende 31 miliardi, ha deciso tagli per 4,3 miliardi, con la riduzione del personale militare di 40 mila effettivi più l&#8217;annullamento di programmi relativi all&#8217;aviazione e alla marina. La <strong>Francia</strong> (bilancio della Difesa: 32 miliardi) ha deciso di risparmiare 5 miliardi nei prossimi tre anni, la <strong>Gran Bretagna</strong> 7 in cinque anni sui 36,8 miliardi annui che oggi spende.</p>
<p><span id="more-6631"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-6636" title="difesa" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/09/difesa.jpg" alt="difesa" width="300" height="300" /></p>
<p><strong>Anche l&#8217;Italia ha deciso di tagliare sulle spese militari</strong>. Con 190 mila soldati e un bilancio di 14 miliardi di euro, la nostra Difesa affronterà una riduzione del budget di 1,5 miliardi di euro. L&#8217;atteggiamento europeo, però, non è affatto imitato dagli altri Paesi, siano essi potenze militari per tradizione o per nuova vocazione. Il Congresso <strong>Usa</strong> ha approvato per il 2011 un bilancio di 726 miliardi di dollari che, anche al netto dei 159 miliardi che andranno a finanziare le guerre in Iraq e in Afghanistan, porta comunque a un aumento di23 miliardi di dollari. La <strong>Cina</strong> ha deciso un aumento degli stanziamenti per la Difesa del 7,5%, anche se molti pensano che il suo bilancio ufficiale del settore (78 miliardi di dollari) sia fasullo e vada almeno raddoppiato. <strong>L&#8217;India</strong> ha stanziato la cifra per lei record di 36 miliardi di dollari e la <strong>Russia</strong>, che pure nel 2009 aveva deciso tagli per il 15%, quest&#8217;anno non ha previsto di limare il budget di 36 miliardi di dollari. Nel campo degli armamenti, dunque, siamo di fronte a un mondo a due velocità.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>I DIAMANTI DI NAOMI E QUELLI DI MANDELA</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 16:37:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Ma insomma, il denaro puzza o non puzza? Questione antica, cui l’evo moderno aggiunge sempre nuove sfumature e risvolti. C’è denaro, per esempio, che a tratti puzza e a tratti no. Sembra questa la morale del clamoroso gesto di una quarantina di miliardari americani che, spronati da Bill Gates (Microsoft) e Warren Buffett (finanza), si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma insomma, il denaro puzza o non puzza? Questione antica, cui l’evo moderno aggiunge sempre nuove sfumature e risvolti. C’è denaro, per esempio, che a tratti puzza e a tratti no. Sembra questa la morale del clamoroso gesto di una quarantina di miliardari americani che, spronati da Bill Gates (Microsoft) e Warren Buffett (finanza), si sono impegnati (vedi il sito <a href="http://www.thegivingpledge.com" target="_blank">www.thegivingpledge.com</a>, che pubblica le lettere dei Paperoni) a donare per opere di beneficenza almeno metà del patrimonio personale accumulato in lunghe e miracolose carriere.</p>
<p><span id="more-5934"></span></p>
<div id="attachment_5938" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5938" title="MandelaNaomi" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/MandelaNaomi.jpg" alt="Nelson Mandela con Naomi Campbell." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Nelson Mandela con Naomi Campbell.</p></div>
<p>L’elenco dei neo-generosi spazia dall’informatica, con <strong>Pierre Omydjar e Jeff Skoll</strong> (fondatori di eBay) e con <strong>Larry Eleison</strong> (fondatore di Oracle) allo spettacolo (<strong>George Lucas</strong>, regista di <em>Guerre stellari</em> e produttore), dalla finanza (il banchiere <strong>David Rockefeller e Sandy Weill</strong>, ex capo di CityGroup) alla Tv  (<strong>Ted Turner</strong>, inventore di Cnn, e <strong>Michael Bloomberg</strong>), dalla moda agli hotel al petrolio. Fatti i conti della serva, si potrebbe arrivare a 600 miliardi di dollari, poco meno di quanto la Casa Bianca ha speso nel 2009 per aiutare la pericolante economia americana. Niente male, anche se i soliti maligni fanno notare che ogni miliardario spenderà quei soldi come gli pare, e non per progetti comuni, e che le esenzioni previste dal fisco Usa per le donazioni benefiche saranno altrettanto imponenti.</p>
<p>Ma il punto è un altro. <strong>Una parte di questi quattrini, se tutto andrà bene, ripagherà “debiti” accumulati in passato</strong>, quando certe fortune erano da costruire o da incrementare. Dei neo-generosi solo Rockefeller rappresenta una ricchezza antica, e certo non costruita sulla gentilezza d’animo. Ma anche il promotore Bill Gates, che pure è un genio dell’informatica e con la fondazione che porta il suo nome e quello della moglie Melinda ha fatto cose importanti, in passato, quando si è trattato di proteggere i suoi brevetti fino al monopolio, non ha scherzato per niente. Ben lo sa il nostro Mario Monti, che da commissario europeo si trovò più volte a sfidare la potenza Microsoft. Imporre un monopolio vuol dire mutilare l’economia altrui, soffocare germogli industriali, troncare posti di lavoro. Non proprio un’opera da mecenati.</p>
<p>Sottilizziamo troppo? Può darsi. Ma col denaro bisogna starci attenti. Perché non solo puzza a volte sì e a volte no, ma anche con alcuni sì e con altri no. <strong>Lo dimostra il caso della supermodella Naomi Campbell, chiamata a testimoniare al processo contro Charles Taylor</strong>, ex presidente della Liberia, accusato dal Tribunale internazionale dell’Aja di crimini contro l’umanità. Naomi non ha fatto nulla di male se non accettare in regalo qualche grosso “diamante di sangue”, cioè le pietre preziose con cui Taylor finanziava i massacri compiuti nella vicina Sierra Leone dai suoi amici del Fronte Rivoluzionario Unito. Dicono le cronache, più di 50 mila persone uccise.</p>
<p><strong>Lo sdegno internazionale è calato sulla modella</strong>, che pretende di aver ignorato, all’epoca, le deprecabili attività di Taylor. Sdegno altamente selettivo, però. Perché il diamante fu consegnato a Naomi nel 1997, dopo una cena sul <em>Blue Train</em> (convoglio di lusso delle linee sudafricane) cui aveva partecipato anche il premio Nobel per la Pace Nelson Mandela. E sì, <strong>Taylor era in Sudafrica a comprare armi per i suoi crimini</strong>, con una sporta piena di quei diamanti. Così, a quanto pare, se una modella non proprio esperta di politica internazionale accetta una pietra insanguinata è uno scandalo, mentre se lo fa a livello industriale un’icona della distensione va tutto bene. Il che contribuisce a ribadire che forse non è il denaro a puzzare ma, a volte, le mani che lo manovrano.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 5 agosto 2010.</p>
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		<title>AUNG RESISTE MA LA CINA INSISTE</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 15:03:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Corea del Nord]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sono più di duemila prigionieri politici, in Birmania. Per una di essi, che ha appena compiuto 65 anni, sono arrivati gli auguri di Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, e di Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, oltre a quelli di decine di altri leader politici e religiosi di ogni parte del mondo, tutti accompagnati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono più di duemila prigionieri politici, in Birmania. Per una di essi, che ha appena compiuto 65 anni, sono arrivati gli auguri di Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, e di Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, oltre a quelli di decine di altri leader politici e religiosi di ogni parte del mondo, tutti accompagnati dall’esortazione a liberarla. Eppure quella donna indifesa e minuta che ha già passato agli arresti quindici degli ultimi vent’anni, resterà dov’è: confinata in una villa che ormai cade a pezzi per l’incuria, isolata dagli amici, priva di qualunque supporto politico visto che il suo partito (la Lega nazionale per la democrazia) è stato sciolto dal regime per aver rifiutato di partecipare alle elezioni di fine d’anno, quelle a cui la prigioniera <strong>Aung San Suu Kyi</strong> non potrà presentarsi.<br />
<span id="more-5337"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_5340" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5340" title="EDIKyi" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/06/aung.jpg" alt="Aung Saan Suu Kyi." width="300" height="337" /><p class="wp-caption-text">Aung Saan Suu Kyi.</p></div>
<p><strong>All’unico premio Nobel oggi chiuso dietro le sbarre non manca certo il coraggio.</strong> Il biglietto (“Per favore, usate la vostra libertà per promuovere la nostra”) che è riuscita a far arrivare alla stampa inglese potrebbe costarle assai caro. La giunta militare della Birmania non aspetta altro che una scusa per tenerla agli arresti anche oltre il 2011, quando scadrà l’ultima condanna. Visto da fuori, però, tanto spirito di sacrificio e di lotta può generare non solo ammirazione ma anche frustrazione. <strong>La Birmania (o Myanmar, secondo la denominazione ufficiale) ha una lunga tradizione di colpi di Stato e assassini politic</strong>i (tra gli altri quello, nel 1947, di San Suu Kyi, padre di Aung e allora vice-premier) ma negli ultimi anni è diventata una specie di perno della rivalità strategica tra Cina e Usa e, proprio per essere stretta tra i due colossi, condannata all’immobilismo.<br />
<strong>In quell’area, Indonesia, Filippine e Thailandia sono fedeli alleati degli Usa. La Cina preme da Est attraverso il Laos</strong> mentre a Ovest l’India si barcamena nella difesa dei propri interessi. Il possente esercito birmano, 400 mila soldati che sono la vera spina dorsale del regime, è di fatto tenuto in vita dalle forniture che arrivano dalla Cina e, peggio ancora, dalla Corea del Nord vassalla di Pechino. <strong>Secondo rapporti recenti che attendono conferma, i coreani starebbe collaborando con i generali birmani anche in un preoccupante traffico di attrezzature nucleari</strong>. Le ambizioni cinesi in Birmania fanno il paio con quelle già manifestate a proposito della Thailandia: costruirsi una testa di ponte sull’Oceano Indiano da dove controllare una delle vie principali del commercio  mondiale, accrescendo così  l’influenza politica ed economica della Cina e accorciando le rotte delle petroliere verso i porti cinesi.<br />
<strong>Un’espansione che gli Usa e l’Europa non possono accettare ma che intanto non riescono a contrastare</strong>, anche e soprattutto per la mancanza di democrazia in Birmania. Un regime militare che soffoca le opposizioni, attira sul Paese embarghi più o meno efficaci, impoverisce la popolazione, divide il Paese dal resto del mondo, <strong>è l’interlocutore ideale per una Cina che agli alleati chiede solo fornitura di materie prime e posizioni geografiche strategiche.</strong> Molti sono convinti che la pressione internazionale potrà dare frutti col tempo. E puntano sulle prossime elezioni, le prime in vent’anni, per cogliere un soffio d’aria nuova, un indizio d’apertura. Ci saranno <strong>33 partiti</strong>, alcuni fondati da esponenti delle opposizioni. Persino un’ala della Lega nazionale per la democrazia, il disciolto partito di Aung San Suu Kyi, ha deciso di presentarsi al voto. Non resta che attendere e sperare. E attingere al coraggio di quella piccola grande donna per credere che l’immobilismo stia per finire.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 19 giugno 2010</p>
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		<title>YEMEN, UN&#8217;ARMA NON SI NEGA A NESSUNO</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 22:13:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;industria della minestra riscaldata non dorme mai. Così, l&#8217;inchiesta di un quotidiano dell&#8217;Arabia Saudita che racconta quale enorme deposito di armi sia diventato lo Yemen (20 milioni di abitanti, 60 milioni di fucili, pistole, mitra e bazooka) fa il giro del mondo, con un&#8217;attenzione giustificata solo dal fatto che lo Yemen è una delle basi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;industria della minestra riscaldata non dorme mai. Così, l&#8217;inchiesta di un quotidiano dell&#8217;Arabia Saudita che racconta quale enorme deposito di armi sia diventato lo Yemen (20 milioni di abitanti, 60 milioni di fucili, pistole, mitra e bazooka) fa il giro del mondo, con un&#8217;attenzione giustificata solo dal fatto che <strong>lo Yemen</strong> è una delle basi preferite dei miliziani di Al Qaeda.</p>
<p><span id="more-3169"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_3174" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-3174" title="ArmiYemen" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/02/ArmiYemen.jpg" alt="Un mercante d'armi di Sanaa, capitale dello Yemen." width="300" height="216" /><p class="wp-caption-text">Un mercante d&#39;armi di Sanaa, capitale dello Yemen.</p></div>
<p><strong>Altre ragioni per tanto scalpore </strong>non possono esservi. Ho sotto gli occhi, in questo momento, un reportage della Bbc che risale al 2002 e comincia così: &#8220;Nei bazar appena fuori Sanaa <em>(la capitale del Paese, n.d.r)</em> un compratore di qualche ambizione potrebbe facilmente armare una banda di guerriglieri, se non un piccolo esercito&#8221;. In quell&#8217;anno, un buon mitra Ak47 (meglio noto come Kalashnikov, dal nome dell&#8217;inventore) veniva via per soli 100 dollari. In epoca più recente, ovvero nell&#8217;agosto del 2009, le autorità yemenite, come in certi film western, <strong>proibirono di girare con armi nella cinta urbana della capitale Sanaa,</strong> <strong>pena l&#8217;arresto. Un editto rapidamente abbandonato</strong> per l&#8217;impossibilità di farlo rispettare, visto che quasi tutti girano armati, come impone una tradizione &#8220;machista&#8221; ma plurisecolare. Allora il Governo si decise a spendere milioni di dollari per ricomprare armi dai privati cittadini. Si vide allora il fantasmagorico spettacolo di comuni famiglie che portavano all&#8217;ammasso, come se fossero frigoriferi vecchi, intere batterie di lanciamissili e mitragliatrici pesanti antiaerei. <strong>Il possesso di un&#8217;arma</strong> (non solo il coltello ricurvo da portare alla cintura, che ormai fa parte soprattutto del folklore) è così &#8220;normale&#8221;, nella cultura yemenita, che lo <a href="http://www.yemenviolence.org/index.html" target="_blank">Yemen Armed Violence Assessment</a> ritiene che siano 11 milioni le sole armi &#8220;civili&#8221;, fucili da caccia e simili.</p>
<div id="attachment_3181" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-3181" title="GolfoAden" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/02/GolfoAden.gif" alt="Lo Yemen e la Somalia, affacciati sul Golfo di Aden." width="300" height="322" /><p class="wp-caption-text">Lo Yemen e la Somalia, affacciati sul Golfo di Aden.</p></div>
<p><strong>I tempi non sono più quelli dell&#8217;Arabia Felix</strong> concupita dalle legioni romane o degli interminabili scontri tribali, ma carboni e fiammelle di guerra civile (Nord contro Sud) e di separatismo (la regione di Aden) ardono con un certo vigore. <strong>Il tutto reso ancor più complicato dalla vicinanza della Somalia</strong>, sulla terra dominata dai miliziani islamici shabab e nelle acque infestata di pirati e trafficanti di ogni genere. Questa notizia-non notizia, però, ha almeno il pregio di riportare l&#8217;attenzione su un problema troppo trascurato dai Governi e dalla pubblica opinione: il commercio, che da legale diventa presto illegale, delle armi di piccolo calibro.</p>
<p><strong>Queste armi (pistole, fucili, mitragliatori)</strong> non sono temute come le armi atomiche ma, a differenza di quelle, uccidono davvero e lo fanno ogni giorno. <strong>Sono almeno 100 mila l&#8217;anno i morti &#8220;diretti&#8221; </strong>(cioè gente</p>
<div id="attachment_3183" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-3183" title="YemenArmi" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/02/YemenArmi-150x150.jpg" alt="Due tranquilli cittadini yemeniti con i loro kalashnikov." width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Due tranquilli cittadini yemeniti con i loro kalashnikov.</p></div>
<p>che va in battaglia) provocati da queste armi, ai quali vanno aggiunti almeno altrettanti morti &#8220;indiretti&#8221; (civili uccisi per sbaglio o per rappresaglia), oltre a tutte le vittime di rapine, aggressioni, omicidi compiuti con armi di piccolo calibro in ogni Paese del mondo (<a href="http://www.smallarmssurvey.org/files/sas/publications/yearb2009.html" target="_blank">Small Arms Survey 2009</a>). Il problema è che <strong>l&#8217;industria legale produce e commercializza in media ogni anno 4,5 milioni di armi di piccolo calibro</strong> (per un valore di 5 miliardi di dollari) che poi rapidamente finiscono, dopo furti, malversazioni e bustarelle, sui mercati clandestini o illegali. E da lì in mano a delinquenti e guerriglieri di ogni genere. Per restare al nostro Yemen: <strong>nel 2005, durante le indagini per l&#8217;attentato compiuto da Al Qaeda</strong> nel 2004 contro il consolato americano di Gedda (in Arabia Saudita, affacciata sul Mar Rosso),  i numeri di serie delle armi tolte ai terroristi rivelarono che esse provenivano da una fornitura ufficialmente consegnata al Governo yemenita.</p>
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		<title>IL PAPA: PACE E SVILUPPO, UNA COSA SOLA</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2009/12/10/benedetto-xvi-pace-e-sviluppo-una-cosa-sola/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 19:46:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pace]]></category>
		<category><![CDATA[Papa]]></category>

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		<description><![CDATA[“Nella politica, come nell’economia o nel campo del disarmo, è indispensabile porre nuovamente la persona al centro delle nostre preoccupazioni”. Siamo sinceri: la seconda Conferenza di esame sulla convenzione di Ottawa (1999) che mise al bando le mine antipersona, appena conclusa a Cartagena (Colombia), ha poco attratto i riflettori della cronaca. Più glamour la conferenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Nella politica, come nell’economia o nel campo del disarmo, è indispensabile porre nuovamente la persona al centro delle nostre preoccupazioni”. Siamo sinceri: la seconda Conferenza di esame sulla convenzione di Ottawa (1999) che mise al bando le mine antipersona, appena conclusa a Cartagena (Colombia), ha poco attratto i riflettori della cronaca. Più glamour la conferenza di Copenhagen sui mutamenti climatici, più drammatiche le polemiche sull’Afghanistan, più tragiche le notizie dall’Iraq.</p>
<p><span id="more-1973"></span><br />
     </p>
<div id="attachment_1978" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-1978" title="Mine" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/12/Mine.jpg" alt="Una maglietta della campagna contro le mine antipersona, messe al bando nel 199 con la Convenzione di Ottawa." width="300" height="300" /><p class="wp-caption-text">Una maglietta della campagna contro le mine antipersona, messe al bando nel 1999 con la Convenzione di Ottawa.</p></div>
<p> </p>
<p>     <strong>Ci volevano le parole di Benedetto XVI</strong> per riportarci sulla terra, per riconsegnarci a una concretezza che non tollera chiacchiere. Per ricordarci che non è possibile abdicare “a una visione più ampia, per non escludere campi tanto vicini che sarebbe futile cercare di separare”. Abbiamo fin qui citato il messaggio che il Papa, a firma del cardinale Tarcisio Bertone, ha inviato alla presidente della Conferenza, <strong>la norvegese Susan Eckey</strong>. Un testo che nei toni e nei concetti riecheggia l’ultima enciclica, la Caritas in veritate, e rinnova ai potenti che governano il mondo un’alta ma ineludibile sfida.</p>
<p>      <strong>La Convenzione siglata a Ottawa</strong>, e ormai firmata da 165 Paesi (anche se nell’assenza di grandi nazioni come Usa, Cina, India, Israele, Turchia), sottolinea il Papa, è stata un passo importante. Intanto, ha posto le vittime e le loro famiglie al centro dell’attenzione, chiarendo una volte per sempre che tali armi “hanno causato più vittime e danni fra la popolazione civile, che bisognerebbe difendere, di quanto siano servite per difendere gli Stati”. Ma soprattutto ha fatto da prototipo a <strong>una nuova collaborazione tra gli Stati</strong>, è stata “pioniera in un modello che può essere definito come multilateralismo rinnovato, che con il tempo ha dimostrato la sua validità”.</p>
<p>      <strong>Nel campo degli armamenti</strong>, dove ha infine portato al bando (il 3 dicembre 2008) anche delle cluster bombs, le micidiali “bombe a grappolo” che avevano sostituito, con effetti anche più tremendi, le mine antipersona. Ma poi, semplicemente, in ogni campo perché, come scrive il Papa nel suo messaggio alla Conferenza, “in un mondo sempre più globalizzato e interdipendente, la pace e lo sviluppo sono inseparabili”.</p>
<p>      <strong>Ecco allora, nel messaggio alla Conferenza</strong>, il richiamo alla <em>Caritas in veritate</em>, laddove essa afferma che “la cooperazione internazionale ha bisogno di persone che condividano il processo di sviluppo economico e umano, mediante la solidarietà della presenza, dell’accompagnamento, della formazione e del rispetto”. Aumentare le probabilità di pace eliminando gli strumenti di morte, cooperando a livello internazionale e favorendo l’inclusione dei Paesi più poveri, è la condizione necessaria “per la costruzione della prosperità e dello sviluppo integrale della famiglia umana”. Proprio perché <strong>la pace non è solo l’assenza della guerra</strong>, o il trinceramento dietro un apparato militare all’apparenza insuperabile, ma è “il pieno sviluppo della persona umana”.</p>
<p>      <strong>L’analisi di Benedetto XVI</strong> anche questa volta si rivela di amplissimo respiro. A un mondo che per le ragioni più diverse, e con i più diversi pretesti, sembra sempre più teso a frammentarsi, e a lanciare i suoi frammenti alla rincorsa dei più egoistici nazionalismi, il Papa propone all’opposto una visione di apertura tra i popoli e di collaborazione tra gli Stati. L’unica, peraltro, che abbia in sé la necessaria quantità di concretezza per proporre <strong>una soluzione organica ai temi della pace, dello sviluppo</strong>, della conservazione del pianeta. Perché di questo infine si tratta: una sola umanità, una sola terra, un destino comune.</p>
<p>Pubblicato su <em><a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a></em> del 10 dicembre 2009</p>
<p>Il <a href="http://www.un.org/events/smallarms2006" target="_blank">Programma d&#8217;Azione dell&#8217;Onu </a>contro l&#8217;uso e il commercio delle armi di piccolo calibro; la <a href="http://www.clusterconvention.org" target="_blank">Convenzione</a> contro l&#8217;uso delle <em>cluster bombs</em> (bombe a grappolo), firmata a Dublino nel 20027; la <a href="http://www.icbl.org" target="_blank">Campagna</a> per il bando delle mine antipersona.</p>
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		<title>SVIZZERA: MEGLIO I MISSILI O I MINARETI?</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 20:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Come ormai tutti sappiamo, la Svizzera, paradiso dei referendum d&#8217;iniziativa popolare, ha pronunciato un “no” e un “sì” pesanti. No alla possibilità di edificare nuovi minareti, con il 57,5% dei voti (e la maggioranza in 24 cantoni su 26); sì alla possibilità di esportare armi, con il 67,9% dei voti (maggioranza in 26 cantoni su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come ormai tutti sappiamo, la Svizzera, paradiso dei referendum d&#8217;iniziativa popolare, ha pronunciato un “no” e un “sì” pesanti. No alla possibilità di edificare nuovi minareti, con il 57,5% dei voti (e la maggioranza in 24 cantoni su 26); sì alla possibilità di esportare armi, con il 67,9% dei voti (maggioranza in 26 cantoni su 26). Sono questioni molto diverse tra loro ma la coincidenza, certo non voluta dai promotori dei referendum (da un lato la destra populista dell’Udc e la destra cristiana dell’Udf, dall’altro una coalizione di movimenti di sinistra radunati nel <em><a href="http://www.gssa.ch/gsse/" target="_blank">Gruppo per una Svizzera senza esercito</a></em>), le accomuna e rende l’esito del voto ancor più interessante.</p>
<p><span id="more-1809"></span></p>
<p>      <img class="aligncenter size-full wp-image-1815" title="MinaretiSvizzera1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/11/MinaretiSvizzera1.jpg" alt="MinaretiSvizzera1" width="300" height="187" /></p>
<p>      <strong>Al contrario di molti</strong>, non sono particolarmente indignato o scandalizzato per il voto contro i minareti, almeno quando lo esamino in modo a se stante. Non perché la pensi come quelli (dal ministro Maroni a Souad Sbai, portavoce delle donne marocchine in Italia) che dicono che il parere del popolo è sempre sovrano. Certo che sì, ma non sempre è ragionevole e giusto. Che dire, allora, di quando il popolo algerino scelse in regolari elezioni, all’inizio degli anni Novanta, gli estremisti islamici del Fis? O di quando i tedeschi scelsero Hitler nel 1933? Il popolo fa anche le sue belle cazzate, e più spesso di quanto ci piaccia ammettere. Se però gli svizzeri <strong>non vogliono altri minareti oltre ai pochissimi (4 in tutto il Paese)</strong> che già devono sopportare, in fondo sono affari loro. Non dimentichiamo che <strong>in Svizzera il 5% della popolazione (su 7,5 milioni di abitanti) che pratica la fede islamica dispone di 200 luoghi di culto</strong> regolarmente censiti e autorizzati, dove nessuno si sogna di portare al pascolo i maiali come invece avviene da noi.</p>
<p>      <strong>Naturalmente, io non avrei votato in quel modo</strong>. Perché le dichiarazioni sono una cosa e la realtà un’altra: i politici svizzeri si affannano a dire che non si tratta di un voto “contro l’islam” ma tutti capiamo benissimo che invece proprio di quello si tratta e che la costruzione dei minareti è una scusa, tutt’al più un simbolo. La penso esattamente come la <a href="http://www.kath.ch/sbk-ces-cvs/aktuell.php?sprache=i" target="_blank">Conferenza episcopale svizzera</a>, che in un suo comunicato dice: “Per i vescovi, la decisione del popolo rappresenta un ostacolo e una grande sfida sul cammino dell’integrazione nel dialogo e nel mutuo rispetto. E’ chiaro che non si è riusciti a mostrare al popolo che il divieto alla costruzione dei minareti non contribuisce a una sana coabitazione delle religioni e delle culture, ma al contrario la rende più difficile. La campagna, con le sue esagerazioni e le sue caricature, ha dimostrato che <strong>la pace religiosa non è mai garantita </strong>e deve essere sempre difesa”. Un modo molto vescovile di dire: bella stupidata abbiamo fatto. Dopo di che, stracciarsi le vesti e far passare la tollerante Svizzera per un angolo repressivo d’Europa, secondo me è altrettanto sbagliato.</p>
<p>     <img class="aligncenter size-full wp-image-1819" title="Ruag1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/11/Ruag11.jpg" alt="Ruag1" width="250" height="140" /></p>
<p>      <strong>Però… Il mio però in effetti è legato soprattutto all’altro referendum,</strong> quello che ha ripetuto il via libera (era già successo nel 1969 e nel 1997)  all’esportazione di armi. Ecco perché. Intanto: la Svizzera non è il Paese più neutrale del mondo? O è neutrale solo nel senso che accetta quattrini da tutti, dittatori africani e gerarchi nazisti compresi? Ma vabbè, passiamo oltre. <strong>Tra il 2003 e il 2005 la Svizzera ha totalizzato quasi l’1% del totale mondiale dell’esportazione di armi</strong>, non male per una popolazione così ridotta. Tant’è vero che se uno va a vedere la <a href="http://www.nationmaster.com/red/graph/mil_con_arm_exp_pergdp-conventional-arms-exports-per-gdp&amp;int=13 " target="_blank">classifica mondiale dei Paesi esportatori di armi convenzionali</a> in rapporto al Prodotto interno lordo di ogni singola nazionale, trova la Svizzera saldamente insediata sul dodicesimo gradino, in compagnia della Belorussia, dell’Ucraina, della Georgia, dell’Uzbekistan. Per finire: è di proprietà dello Stato svizzero la Ruag, cioè <strong>il primo produttore europeo di munizioni per armi di piccolo calibro</strong>. Presso l’Onu è attivo dal 2001 uno speciale Programma d’azione contro le armi di piccolo calibro proprio perché, dopo tanto parlare di una guerra atomica che non è mai arrivata, ci si era accorti che nella realtà quotidiana erano pistole e fucili a uccidere, per un totale di quasi 300 mila vittime l’anno.</p>
<p>      <strong>Mi rendo conto che fermare un’industria tanto redditizia</strong> sarebbe stato un enorme impegno per la Svizzera e per il suo sistema sociale. Ma l’accoppiata dei due voti rende perfettamente l’idea di un’Europa sempre più chiusa su se stessa e sempre più incline a credere che la minuscola dimensione del villaggio, del comune, del cantone, della regione, possa essere usata come uno schermo rispetto ai dolori e ai problemi del mondo. <strong>Niente di più illusorio</strong> e la Svizzera dovrebbe saperlo meglio di altri, visti i problemi che le ha procurato un provvedimento in fondo banale come lo “scudo fiscale” varato, ai suoi confini, proprio dall’Italia. Lo scopriranno i cugini d’Oltralpe e lo scopriremo anche noi.</p>
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