<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Arabia Saudita</title>
	<atom:link href="http://www.fulvioscaglione.com/category/arabia-saudita/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.fulvioscaglione.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 18 May 2012 11:15:38 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>CHI HA PAURA DELLA RELIGIONE? TUTTI</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2010/11/22/chi-ha-paura-della-religione-tutti/</link>
		<comments>http://www.fulvioscaglione.com/2010/11/22/chi-ha-paura-della-religione-tutti/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 20:36:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>
		<category><![CDATA[Religione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.fulvioscaglione.com/?p=7673</guid>
		<description><![CDATA[Il caso della giovane madre pakistana Asia Bibi, condannata a morte dopo essere stata accusata di blasfemia da un gruppo di colleghe e da un imam, ha riportato d&#8217;attualità  il dramma delle persecuzioni religiose. Non v&#8217;è dubbio che i cristiani siano, oggi, il gruppo più preso di mira. E&#8217; stato calcolato che tre casi su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il caso della giovane madre pakistana Asia Bibi, condannata a morte dopo essere stata accusata di blasfemia da un gruppo di colleghe e da un imam, ha riportato d&#8217;attualità  il dramma delle persecuzioni religiose. <strong>Non v&#8217;è dubbio che i cristiani siano, oggi, il gruppo più preso di mira.</strong> E&#8217; stato calcolato che tre casi su quattro di discriminazione o persecuzione religiosa avvengono nel mondo ai loro danni. E che sono almeno 60 i Paesi in cui essere cristiano comporta danni e rischi, spesso quello di perdere la vita. Ma la discriminazione a causa della propria fede è intensa quasi in ogni angolo del pianeta.</p>
<p><span id="more-7673"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-7687" title="religione" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/religione.jpg" alt="religione" width="300" height="225" /></p>
<p>Dal nostro osservatorio occidentale stentiamo a comprendere le dimensioni del fenomeno che, invece, riguarda la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Il quadro più completo ce lo ha fornito il <em>Pew Research Center</em> con la ricerca intitolata <a href="http://pewforum.org/Government/Global-Restrictions-on-Religion.aspx" target="_blank">Global Restrictions on Religion</a>. Un primo dato, per confermare l&#8217;affermazione di cui sopra: <strong>i Paesi che limitano &#8220;fortemente&#8221; o &#8220;molto fortemente&#8221; la libertà di religione sono il 32% del totale ma contengono il 70% della popolazione mondiale,</strong> come mostra la &#8220;torta&#8221; qui sotto.</p>
<div id="attachment_7677" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7677" title="restrictions01foto" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/restrictions01foto.jpg" alt="A sinistra i Paesi, a destra la popolazione  mondiale. In arancione, i Paesi e la parte di popolazione del mondo costretti a subire una limitazione &quot;forte&quot; o &quot;molto forte&quot; della libertà di religione." width="300" height="316" /><p class="wp-caption-text">A sinistra i Paesi, a destra la popolazione  mondiale. In arancione, i Paesi e la parte di popolazione costretti a subire una limitazione &quot;forte&quot; o &quot;molto forte&quot; della libertà di religione.</p></div>
<p>Tale limitazione può avere diverse radici. Può derivare da provvedimenti dei Governi e dei regimi oppure da una ostilità sociale della maggioranza nei confronti della minoranza. Non mancano casi in cui i due elementi colpiscono alleati, portando il Paese in questione in cima alla graduatoria dell&#8217;intolleranza. E&#8217; quel che succede, per esempio, ad <strong>Arabia Saudita, Iran e Pakistan</strong>, prima, secondo e tredicesimo per restrizioni imposte dai Governo ma molto ben piazzati anche nelle manifestazioni di ostilità sociale verso le religioni &#8220;altre&#8221; da quella dominante. <strong>In questo girone il Pakistan si classifica addirittura terzo </strong>(l&#8217;Arabia Saudita undicesima e l&#8217;Iran ventesimo). E la Cina? E&#8217; in alto per la politica intollerante del Governo, a sua volta moderata da una certa tolleranza della popolazione.</p>
<p><strong>L&#8217;Iraq è il caso opposto</strong>. Politica relativamente illuminata del Governo ma un livello di contrasto sociale (giudicato dal <em>Pew Research Center</em> il più alto al mondo) che rende, come sappiamo, la situazione micidiale per le minoranze, in particolare per quella cristiana. Nella tabella che segue, la classifica che tiene conto di tutti questi fattori.</p>
<div id="attachment_7682" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7682" title="restrictions03foto" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/restrictions03foto.jpg" alt="In alto, i Paesi dove più diffusa è l'ostilità sociale verso le religioni di minoranza; in basso, quelli dove maggiori sono le limitazioni imposte dai Governi alla libertà di religione." width="300" height="386" /><p class="wp-caption-text">In alto, i Paesi dove più diffusa è l&#39;ostilità sociale verso le religioni praticate dalle minoranze; in basso, quelli dove maggiori sono le limitazioni imposte dai Governi alla libertà di religione.</p></div>
<p>Sono molti i modi in cui un Governo nazionale o locale può limitare la libertà di religione. Ce n&#8217;è per tutti i gusti, <strong>dalle registrazioni obbligatorie al divieto di fare propaganda religiosa, dai privilegi negati a quelli concessi a senso unico.</strong> Nel civilissimo Canada, per esempio, 6 delle 10 province offrono una qualche forma di finanziamento alle scuole religiose, ma in Ontario i fondi ci sono solo per le scuole cattoliche. Ma questo è zucchero rispetto ad altri dati: <strong>in 91 Paesi,</strong> ha scoperto il <em>Pew Research Center</em>, <strong>sono regolarmente praticate da ufficiali governativi forme di intimidazione fisica violenta</strong> ai danni di singoli fedeli o gruppi religiosi. Succede. Due millenni dopo la venuta di Cristo e due secoli dopo la Rivoluzione francese, succede ancora.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.fulvioscaglione.com/2010/11/22/chi-ha-paura-della-religione-tutti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>12.000.000.000.000 DI DOLLARI: PER CHI RIESCE A LEGGERLO, E&#8217; IL COSTO DELLE GUERRE IN MEDIO ORIENTE</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2009/02/17/12000000000000-di-dollari-se-riuscite-a-leggerlo-e-il-prezzo-della-guerra-in-medio-oriente/</link>
		<comments>http://www.fulvioscaglione.com/2009/02/17/12000000000000-di-dollari-se-riuscite-a-leggerlo-e-il-prezzo-della-guerra-in-medio-oriente/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 17 Feb 2009 20:37:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Pace]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.fulvioscaglione.com/index.php/medio-oriente/12000000000000-di-dollari-se-riuscite-a-leggerlo-e-il-prezzo-della-guerra-in-medio-oriente/</guid>
		<description><![CDATA[Volo Alitalia Az 804 Milano – Tel Aviv: 14 passeggeri. Volo di ritorno Alitalia Az 805 Tel Aviv – Milano: 19 passeggeri. Questa volta, però, l’Alitalia non c’entra, la penuria di viaggiatori verso Israele è dovuta alla guerra di Gaza. Può sembrare cinico affrontare un capitolo così cruento di una crisi così lunga dal punto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Volo Alitalia Az 804 Milano – Tel Aviv: 14 passeggeri. Volo di ritorno Alitalia Az 805 Tel Aviv – Milano: 19 passeggeri. Questa volta, però, l’Alitalia non c’entra, la penuria di viaggiatori verso Israele è dovuta alla guerra di Gaza. Può sembrare cinico affrontare un capitolo così cruento di una crisi così lunga dal punto di vista del vil denaro, ma <strong>le strade di Gerusalemme deserte di pellegrini</strong> e di turisti fanno pensare anche al tremendo spreco di risorse che la mancanza di pace provoca. Spreco che a sua volta produce ulteriori tensioni, in una spirale che nessuno riesce a interrompere.<br />
<strong>Proprio per questo ho trovato particolarmente interessante il lavoro</strong> che un gruppo di 50 esperti ha condotto per lo <em>Strategic Foresight Group</em> (<a href="http://www.strategicforesight.com">http://www.strategicforesight.com</a>), un centro di ricerca diretto dall’indiano Sundeep Waslekar. Frutto della ricerca è un corposo (173 pagine) rapporto intitolato <em>Cost of Conflict in the Middle East</em> (Il costo del conflitto in Medio Oriente), che porta appunto l’attenzione sulla devastazione delle economie locali a causa del perenne stato di guerra.<br />
<strong>Non è il caso di fare gli snob, perché è abbastanza evidente che i popoli</strong> che stanno male, vivono in povertà o nella paura del futuro sono anche più inclini a praticare la violenza. Avere la pancia piena e la mente sgombra sarà poco romantico ma produce anche conseguenze positive. Ed è in effetti agghiacciante pensare, per esempio, che negli ultimi vent’anni l’economia palestinese e quella israeliana avrebbero potuto crescere dell’8% l’anno se non ci fossero state le guerre e gli scontri che sappiamo. Messo in termini di Prodotto interno lordo (Pil) la questione può sembrare fredda e accademica. Ma pensiamo a questo: nel 1998 la percentuale di <strong>palestinesi che vivevano sotto la soglia della povertà era del 23%, nel 2005 era già del 35%</strong>. E a questo: secondo un sondaggio svolto per la compilazione e del rapporto, il 91% degli israeliani ha ammesso di sentirsi insicuro a causa degli attentati. Molto giustamente (e, se vogliamo, con banale buon senso), il direttore Waslekar si è chiesto: “Come si può avere una società ordinata e produttiva se il 91% della popolazione vive in stato di ansia perenne?”.<br />
<strong>Gli autori del rapporto hanno anche tentato un calcolo globale</strong>, relativo all’intero Medio Oriente, ovvero i seguenti Paesi: Egitto, Iran, Iraq, Israele, Giordania, Kuwait, Libano, Palestina, Qatar, Arabia Saudita, Siria ed Emirati Arabi Uniti. Secondo loro, a causa delle guerre la regione ha perso, nel solo periodo 1991-2001, opportunità economiche del valore di 12 trilioni di dollari. La cifra in numeri si scrive così: 12.000.000.000.000. Vuol dire: 12 mila miliardi di dollari. E la perdita, come abbiamo visto, riguarda sia i Paesi in un modo o nell’altro investiti dalle guerre sia quelli che sono rimasti a guardare come la Giordania o l’Arabia Saudita o il Qatar. <strong>Quello messo peggio, comprensibilmente, è l’Iraq</strong> (2.265 miliardi di dollari persi contro un Pil di 59 miliardi) ma anche l’Iran non scherza (2.135 miliardi persi contro 306 prodotti), per non dire di Israele (1.059 contro 170) o dell’Arabia Saudita (4.511 contro 442). Se poi pensiamo a tutte le risorse umane bruciate in questo calderone, le vite stroncate, i bambini che non sono andati a scuola o sono morti per malattie curabilissime, le donne che non hanno potuto migliorare la propria condizione, capiamo che la perdita è stata colossale e non recuperabile.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.fulvioscaglione.com/2009/02/17/12000000000000-di-dollari-se-riuscite-a-leggerlo-e-il-prezzo-della-guerra-in-medio-oriente/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>DA ISRAELE 2: CON I MORTI DI GAZA AL JAZEERA CONQUISTA IL PUBBLICO USA</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2009/01/26/da-israele-2-con-i-morti-di-gaza-al-jazeera-conquista-il-pubblico-usa/</link>
		<comments>http://www.fulvioscaglione.com/2009/01/26/da-israele-2-con-i-morti-di-gaza-al-jazeera-conquista-il-pubblico-usa/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2009 22:20:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Tv]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.fulvioscaglione.com/index.php/medio-oriente/da-israele-2-con-i-morti-di-gaza-al-jazeera-conquista-il-pubblico-usa/</guid>
		<description><![CDATA[Non so quanto trapeli sui giornali italiani della polemica che oppone l&#8217;Ufficio Stampa del Governo di Israele (detto Gpo) ai corrispondenti stranieri. Il Gpo (http://www.pmo.gov.il) è il punto di riferimento della stampa estera: rilascia un accredito ufficiale che agevola il lavoro soprattutto per ciò che coinvolge i rapporti &#8220;istituzionali&#8221;. Per dirne una: non si entra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>     Non so quanto trapeli sui giornali italiani della polemica che oppone l&#8217;Ufficio Stampa del Governo di Israele (detto Gpo) ai corrispondenti stranieri. Il <strong>Gpo (<a href="http://www.pmo.gov.il">http://www.pmo.gov.il</a>) è il punto di riferimento della stampa estera</strong>: rilascia un accredito ufficiale che agevola il lavoro soprattutto per ciò che coinvolge i rapporti &#8220;istituzionali&#8221;. Per dirne una: non si entra a Gaza se non si può esibire l&#8217;accredito ai posti di blocco dell&#8217;esercito di Israele. Allo stesso modo non si entra nel Parlamento, la Knesseth. Niente di strano, succede quasi ovunque nel mondo.</p>
<p><strong>Detto questo, ecco che cosa accade adesso</strong>. L&#8217;Associazione dei Corrispondenti Stranieri ha denunciato il Gpo presso l&#8217;Alta Corte di Giustizia, ritenendolo colpevole di avere imposto un vero e proprio divieto all&#8217;ingresso dei giornalisti a Gaza durante il conflitto. <strong>Daniel Seaman</strong>, direttore del Gpo, non l&#8217;ha presa bene e ha reagito negando tutto, accusando i giornalisti stranieri di essere &#8220;bambini viziati&#8221;, di &#8220;prendere per buona qualunque cosa venga loro raccontata senza fare alcuna verifica&#8221; e poi, più banalmente, di essere &#8220;le foglie di fico di Hamas&#8221;.</p>
<p><strong>  Fin qui, la solita bega tra la stampa e un Governo</strong>. La cosa diventa interessante, però, se la si combina con un&#8217;altra notizia: <strong>Al Jazeera</strong>, la famosa tv satellitare del Qatar, durante la guerra ha avuto un vero boom negli Usa. Non con il satellite, però, ma con lo<em> streaming</em> via internet (<a href="http://english.aljazeera.net">http://english.aljazeera.net</a>). L&#8217;audience di quel settore è aumentata del 600%, con quasi il 60% dei collegamenti generati da computer degli Stati Uniti. Mica male, no?</p>
<p><strong>Teniamo presente che Al Jazeera</strong> ha sempre chiamato <em>shahid</em> (martiri) i civili morti a Gaza, un termine che nel mondo islamico fa suonare corde sensibili e inquietanti. La tv del Qatar è accusata da molti di essere più un organo di propaganda e agitazione politica che un organo di informazione. E di questo l&#8217;accusa per prima <strong>Al Arabiya</strong>, che non a caso è finanziata da capitali dell&#8217;Arabia Saudita.</p>
<p><strong>Ma il punto vero è un altro: Al Jazeera</strong> ha trionfato negli ascolti perché, durante la battaglia, aveva inviati a Gaza che <strong>mostravano in abbondanza immagini di bambini e donne morti </strong>sotto i colpi degli aerei e dei tank israeliani. Con enfasi, con retorica, forse truccando anche un po&#8217; i dati, ma mostrando qualcosa. Andando incontro, per dirla in altro modo, a una richiesta del pubblico (primo fra tutti quello americano) che vuole &#8220;vedere&#8221;. Tutto questo alla faccia delle immagini accuratamente sterilizzate che vediamo fin dai tempi della Guerra del Golfo, dei filmini da videogame che l&#8217;esercito israeliano ha distribuito su <em>YouTube</em>, dei giornalisti <em>embedded</em> e di tutto ciò ch&#8217;è stato inventato negli ultimi tempi per convincerci che in fondo la guerra non è quella schifezza che è.</p>
<p><strong>Allo stesso tempo sarebbe opportuno riflettere sulle conseguenze</strong> della mera esistenza di una tv &#8220;altra&#8221;, che veicola in una vasta parte del mondo un pensiero opposto al nostro. In questo caso, i civili morti a Gaza non sono vittime del radicalismo  e del cinismo di Hamas, che li ha usati come scudi, ma della crudeltà di Israele che li ha presi come bersagli. A me spiace molto che ad approfittarne sia una tv faziosa come Al Jazeera,  ma <strong>bisognava immaginare che, dopo il pensiero unico, andasse in pezzi anche l&#8217;immagine unica</strong>, la nostra versione documentale dei fatti, sempre quella, incontestata. Che a farlo sia la tv di un Paese, il Qatar, che risulta alleato degli Usa, amico di Hamas e  nemico di Israele; e che a seguirla siano per primi gli americani, aggiunge un tocco di surrealismo non del tutto disprezzabile.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.fulvioscaglione.com/2009/01/26/da-israele-2-con-i-morti-di-gaza-al-jazeera-conquista-il-pubblico-usa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;ABBRONZATISSIMO BERLUSCA VUOLE L&#8217;ITALIA PER SE&#8217; E L&#8217;ITALIETTA PER NOI</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2008/11/08/labbronzatissimo-berlusca-vuole-litalia-per-se-e-litalietta-per-noi/</link>
		<comments>http://www.fulvioscaglione.com/2008/11/08/labbronzatissimo-berlusca-vuole-litalia-per-se-e-litalietta-per-noi/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 08 Nov 2008 14:29:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.fulvioscaglione.com/index.php/usa/labbronzatissimo-berlusca-vuole-litalia-per-se-e-litalietta-per-noi/</guid>
		<description><![CDATA[      L’Italia, l’Europa, gli Usa e il mondo dibattono dell’ultima battuta del cavolo di Silvio Berlusconi. Il che, tra l’altro, è proprio ciò che il Cavaliere, consciamente o inconsciamente, cerca in questi (numerosi) casi. E’ facile notare, infatti, che le uscite più discutibili o pirla le fa nelle occasioni più ufficiali, quando partecipa ad eventi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      L’Italia, l’Europa, gli Usa e il mondo dibattono dell’ultima battuta del cavolo di Silvio Berlusconi. Il che, tra l’altro, è proprio ciò che il Cavaliere, consciamente o inconsciamente, cerca in questi (numerosi) casi. E’ facile notare, infatti, che le uscite più discutibili o pirla le fa nelle occasioni più ufficiali, quando partecipa ad eventi mondiali in cui il suo ruolo, pur importante, è comunque inferiore alle esigenze spaziali del suo ego. Nei G8, dove è tra i grandi del mondo ma sempre uno su otto. Al Parlamento europeo. E nell’ultimo caso, quello relativo al colore della pelle di Barack Obama, a Mosca, accanto a un presidente potente come e più di lui, e a proposito di un evento (l’elezione, appunto, di Obama) che lo supera e di cui non ha parte. <strong>Anche con una scemenza, ma Berlusconi vuole esserci</strong>, vuole che qualche riflettore si punti anche su di lui.<br />
      Detto questo, c’è un aspetto della questione che trovo molto fastidioso e, in una certa misura, anche pericoloso. Non è la questione del presunto razzismo: <strong>Berlusconi non è razzista, è greve</strong>. E nemmeno il presunto danno inferto ai rapporti politici e diplomatici con gli Usa: figuriamoci se a Washington non ci sono analisti capaci di spiegare a Obama <strong>chi è e come si comporta Berlusconi</strong>, figuriamoci se la Casa Bianca fa dipendere le proprie politiche dalla maggiora o minore simpatia per questo o quel leader. Finirà come finisce in tutti i rapporti sociali, dai summit delle potenze alle riunioni di condominio: pensi magari che Caio o Tizio sia un emerito fesso ma non necessariamente lo prendi a cazzotti.<br />
      Credo che si debba fare attenzione, invece, all’Italietta che il battutismo berlusconico prefigura e che, infatti, si materializza ogni giorno di più sotto i nostri occhi. <strong>Un’Italietta chiusa su se stessa, impotente ma arcigna e presuntuosa.</strong> Convinta, sempre, di essere un poco più furba degli altri. Convinta, peraltro, che degli altri si può fare anche a meno, e se non ci amano <em>va dà via i ciapp</em>. Succube di tutte le mode, da Halloween <em>all’happy hour</em> agli onnipresenti Suv che non hanno mai visto una strada sterrata, e insieme certa di averle inventate lei, le mode. Pronta a tranciare giudizi sommari, provinciali quando va bene, da ignorantoni da bar quando va peggio. <strong>L’Italietta che dice, alla Gasparri, che Al Qaeda è contenta per la vittoria di Obama, senza sapere davvero nulla di serio né su Al Qaeda né su Obama</strong>. Quella roba lì, insomma, da piccolo borgo padano dove, se vai in piazza la domenica mattina e ti siedi su una panchina, senti risolvere tutti i problemi del mondo.<br />
      Più seriamente: un’Italietta che non sa (e, peggio, nemmeno vuole sapere) che negli Usa le battute a sfondo razziale sono prese sul serio. Se il Berlusca fosse un americano bianco e avesse fatto quella battuta su Obama, per dire, nell&#8217;ufficio postale di una cittadina americana, non se la sarebbe certo cavata dando del coglione a destra e manca. <strong>Proprio come non si mette una mano sulla spalla di una ragazza dell’Arabia Saudita, non ci si soffia il naso in pubblico in Giappone</strong> (e tanto meno si fanno battute sulla moglie propria o altrui, vero Berlusca?), non si fanno domande sulla salute personale agli anglosassoni in genere.<br />
      Conosco diverse persone che hanno lavorato o lavorano nelle aziende di Silvio Berlusconi. Tutti confermano che <strong>negli affari, il Cavaliere si circonda di collaboratori di primissima qualità, professionisti seri e inappuntabili</strong>. Ma l’Italia che lui vuole per noi non è quella di Berlusconi, è quella del Berlusca. Spaccona e grossolana, inutilmente arrogante e mediocre. Date un’occhiata alla programmazione televisiva, agli infiniti giochini a premio, agli show della domenica. Fate caso alla schiera infinita di belle ragazze ucraine e romene che mettiamo, in qualunque canale, a ogni ora del giorno e della notte, ad agitarsi seminude per propagandare i prodotti più improbabili. Turatevi il naso e leggete certi giornali di destra, solo per notare che cosa dicono sugli stranieri, anche se tutte le ricerche dimostrano che gli immigrati sono ormai essenziali al buon funzionamento della nostra economia. <strong>Questa è l’Italietta del Berlusca battutista, mica l’Italia del Berlusconi mago dell’industria e della finanza</strong>. Perché voglia far vivere noi nella prima e vivere lui nella seconda, ecco la domanda secondo me decisiva.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.fulvioscaglione.com/2008/11/08/labbronzatissimo-berlusca-vuole-litalia-per-se-e-litalietta-per-noi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I PRODUTTORI DI PETROLIO PIANGONO MISERIA MA PER NOI C&#8217;E&#8217; POCO DA RIDERE</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2008/10/26/i-produttori-di-petrolio-piangono-miseria-ma-per-noi-ce-poco-da-ridere/</link>
		<comments>http://www.fulvioscaglione.com/2008/10/26/i-produttori-di-petrolio-piangono-miseria-ma-per-noi-ce-poco-da-ridere/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 26 Oct 2008 17:31:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Cremlino]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Oleodotti]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.fulvioscaglione.com/index.php/medio-oriente/i-produttori-di-petrolio-piangono-miseria-ma-per-noi-ce-poco-da-ridere/</guid>
		<description><![CDATA[      C’è qualcosa di grottesco, e anche di pauroso, nella soddisfazione con cui molti registrano l’affanno dell’Opec, il “cartello” dei produttori di petrolio, fondato nel 1960 e oggi animato da 12 Paesi: Algeria, Angola, Libia, Nigeria, Iran, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Venezuela e Iraq. I primi undici sottomessi a un regime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      C’è qualcosa di grottesco, e anche di pauroso, nella soddisfazione con cui molti registrano l’affanno dell’Opec, il “cartello” dei produttori di petrolio, fondato nel 1960 e oggi animato da 12 Paesi: Algeria, Angola, Libia, Nigeria, Iran, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Venezuela e Iraq. I primi undici sottomessi a un regime di quote decise, appunto, in sede Opec; <strong>il dodicesimo, l’Iraq, libero invece di produrre e vendere quanto vuole in omaggio alla sua povertà</strong>. Non è nell’Opec, ma ha i suoi bei problemi, anche la <strong>Russia</strong>: il calo del prezzo del petrolio costringe il Cremlino a rivedere molti ambiziosi programmi politici e a fare i conti, se la crisi dovesse durare, con una stagione di instabilità imprevista anche solo qualche mese fa.<br />
      Ecco allora gli sfottò agli sceicchi arabi, tra i più potenti nell&#8217;Opec, che hanno deciso di tagliare la produzione per sostenere il prezzo: <strong>1 milione e 800 mila barili in meno al giorno</strong>, sperando che le quotazioni salgano rispetto ai 62 dollari attuali. Come costruiranno i loro grattacieli nel deserto senza i nostri soldi? Ecco le barzellette su <strong>Aleksej Miller</strong>, leader del consorzio statale russo <em>Gazprom</em>, che nella primavera scorsa pronosticava per il greggio un prezzo di 200 dollari.<br />
      Tutto giusto, tutto legittimo. Al lettore, però, andrebbe anche detto che il prezzo del petrolio è calato, da loro, perché è esplosa, da noi, la crisi prima finanziaria e poi produttiva. <strong>In altre parole: consumiamo meno petrolio, quindi il prezzo</strong> <strong>cala.</strong> Ma ne consumiamo meno non perché siamo diventati oculati o perché siamo pssati ad altre fonti di energia, ma perché siamo in crisi nera, i consumatori non spendono, quindi le fabbriche non producono. La linfa vitale della produzione occidentale è il petrolio: niente produzione, niente petrolio.<br />
      Quindi c’è poco da ridere. E non solo perché la nostra crisi e i loro borsellini sgonfi vanno di pari passo. C’è anche un’altra ragione. Avete presente <strong>il cappellino rosso dei piloti della Ferrari</strong>, con quella scritta strana? Richiama la <em>Mubadala Investments</em>, il cosiddetto “fondo sovrano” dell’Arabia Saudita, ovvero lo strumento finanziario dello Stato saudita. Mubadala detiene il 5% delle azioni Ferrari e il 35% della Piaggio Aereo, oltre che l’8% della Amd (produttrice di componenti per computer). Il <em>Fondo di Stabilizzazione</em> della Russia (anche lì, il braccio finanziario dello Stato) ha investito 9,7 miliardi di dollari nella banca svizzera Ubs. I miliardi di Dubai (1,8, per la precisione) sono andati a rilevare una quota della Deutshce Bank. La <em>China Investment Corporation</em> ha quasi il 10% della grande banca americana Morgan Stanley. E così via, citando citando.<br />
      La finanza occidentale, insomma, negli anni scorsi è andata a caccia di denaro fresco e lo ha trovato proprio presso quei produttori di petrolio che, dopo aver accantonato risorse immense, ora piangono miseria. <strong>Ma se questi Paesi dovessero ritirare i loro investimenti, la crisi del credito, già acutissima, potrebbe diventare insuperabile</strong>. E’ l’ennesima dimostrazione che oggi non c’è vera crisi che possa essere definita locale. Sono tutte globali e nessuno può più ridere delle difficoltà altrui.  <br />
 </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.fulvioscaglione.com/2008/10/26/i-produttori-di-petrolio-piangono-miseria-ma-per-noi-ce-poco-da-ridere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>CRISTIANI PERSEGUITATI, ECCO CHI &#8220;AIUTA&#8221; DAVVERO I PERSECUTORI</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2008/09/07/cristiani-perseguitati-dallindia-al-medio-oriente-ecco-chi-aiuta-davvero-i-persecutori/</link>
		<comments>http://www.fulvioscaglione.com/2008/09/07/cristiani-perseguitati-dallindia-al-medio-oriente-ecco-chi-aiuta-davvero-i-persecutori/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 07 Sep 2008 15:10:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[fondamentalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Hindu]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Papa]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.fulvioscaglione.com/index.php/medio-oriente/cristiani-perseguitati-dallindia-al-medio-oriente-ecco-chi-aiuta-davvero-i-persecutori/</guid>
		<description><![CDATA[      L’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di oggi (titolo: “Persecuzioni anticattoliche – Il silenzio sui cristiani”) è la migliore dimostrazione del motivo per cui non si riesce a far nulla per i cristiani che, in vaste zone dell’Asia, del Medio oriente e dell’Africa, sono perseguitati e spesso uccisi a causa della loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      L’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di oggi (titolo: “Persecuzioni anticattoliche – Il silenzio sui cristiani”) è la migliore dimostrazione del motivo per cui non si riesce a far nulla per i cristiani che, in vaste zone dell’Asia, del Medio oriente e dell’Africa, sono perseguitati e spesso uccisi a causa della loro fede. Basta scorrere le argomentazioni per capirlo. Sintetizzo, credo senza distorcere. Secondo Panebianco i problemi sono:<br />
<strong>   A)</strong> non se ne parla abbastanza<br />
<strong>   B)</strong> molti di “noi”, italiani ed europei in particolare, siamo in combutta più o meno aperta col nemico. Pensiamo che “se uno è cristiano in Pakistan, in  Iraq, in India o in Nigeria, e gli succede qualcosa, in fondo se l’è cercata”. E temiamo “di più i segnali di risveglio cristiano (del tutto pacifico) in Italia che tante manifestazioni di barbarie religiosa altrove”.<br />
<strong>   C)</strong> subiamo, attraverso l’immigrazione, l’influenza delle “religioni altre”, ed “è difficile che si riesca a fare patti chiari con gli adepti di quelle religioni.<br />
      <strong>Sono affermazioni risibili, però classiche della destra intellettuale itali</strong>ana. Un repertorio che viene ripetuto da almeno un decennio e che ha ottenuto, per unico risultato, di far propaganda a qualche guerra e di portare voti a un partito venato di xenofobia come la Lega. Proviamo a vederle una per una.<br />
<strong>   A)</strong> non se ne parla abbastanza? Com’è possibile se, come ci viene spiegato ogni giorno, l’Italia e l’Europa vivono un’epoca di forte rinnovamento religioso? Se i temi etici sono così cari al cuore degli elettori? Il Papa non si stanca di parlarne, la stampa cattolica (assai più letta e diffusa di quanto Panebianco forse creda) non molla la presa, una buona parte della stampa laica (vedi appunto anche il <em>Corriere</em>) interviene, si organizzano marce, giornate, convegni, i movimenti sono attivi, il sostegno alle missioni e ai missionari non è indebolito. La realtà è un’altra: parlarne (qui da noi) è cosa buona e giusta ma non porta alcun miglioramento alle condizioni di vita (là da loro) dei cristiani perseguitati.<br />
<strong>   B)</strong> la solita “quinta colonna” del nemico. Anche qui, come è possibile? L’Italia ha un sentimento popolare di destra, altrimenti Berlusconi non avrebbe il 60% dei voti, con il relativo contorno di “Dio, patria e famiglia”. L’Europa è largamente governata dalla destra, vincente in Francia, Polonia e in tutti i Paesi ex socialisti, decisiva in Germania, tradizionalmente forte in gran parte dei Paesi del Nord.<br />
<strong>   C)</strong> l’influenza degli immigrati sul comune sentire degli italiani è pari a zero. Non fanno le mode, non influenzano i consumi, non incidono sui flussi elettorali, non animano il dibattito culturale. In più, dire che con gli “adepti di quelle religioni” è difficile trovare un accordo è un’affermazione di stampo quasi razzista.</p>
<p>      La realtà è che sul tema dei cristiani perseguitati regna molta confusione, condizione ideale per le speculazioni dei politici. Due i problemi: uno culturale e uno pratico.<br />
   <strong>Quello culturale</strong>: i dilettanti hanno usato la persecuzione contro i cristiani in funzione anti islamica, salvo poi scoprire che i musulmani non erano soli in questa perversione. Conseguenza: la ricetta più facile (l’islam è il male) non basta più e altre ricette non ce ne sono Da qui il ritornello che siamo noi, presumibilmente italiani ed europei in malafede, la causa di tutto. Ma anche per quanto riguarda l’islam si è molto mestato nel torbido. Qualche anno fa, Panebianco avrebbe potuto tranquillamente andare a Messa nell’Iraq di <strong>Saddam Hussein</strong> (io l’ho fatto, per esempio) mentre ancora oggi non può farlo in <strong>Arabia Saudita</strong>, Paese che la destra italiana e internazionale giudica “moderato”. Un altro caso? Eccolo: si parla con frequenza di persecuzione dei cristiani in Palestina ma non c’è un sacerdote locale (e se è per questo, nemmeno il <strong>Custode di Terrasanta, il francescano italiano Pierbattista Pizzaballa</strong>) disposto a sottoscrivere tale tesi. Perché? E perché la tesi circola comunque con tanta intensità e frequenza? E ancora: perché gli attentati dei musulmani uiguri, finanziati da Al Qaeda, ai danni dei cinesi non provocano l&#8217;ondata di sdegno e compianto che provocano, per dire, gli attentati dei talebani in Afghanistan?</p>
<p>      Voglio dire: <strong>la spinta a sostenere un atteggiamento aggressivo nei confronti del mondo islamico è stata tutta e solo tarata sulle esigenze politiche delle teorie neocon</strong>, che Panebianco (e molti suoi colleghi del Corriere) ha sposato senza riserve. Per questo i Paesi più duri nei confronti dei cristiani sono criticati assai meno di quelli che ai cristiani comunque offrivano o offrono qualche spazio. <br />
   </p>
<p>      <strong>E con questo siamo arrivati al problema politico: a chi tocca intervenire? Chi può fare qualcosa in concreto?</strong> Il Papa parla a milioni di fedeli, la Conferenza episcopale organizza la giornata di solidarietà e digiuno. Ma sono stati proprio i cristiani indiani a mostrarci che cosa si debba fare, andando dal governatore dello Stato di Orissa per chiedergli di prendere provvedimenti in loro difesa. <strong>C’è poco da fare, sono le autorità politiche, sono i Governi a non fare la loro parte quando i cristiani sono perseguitati.</strong> Quando gli Usa hanno invaso l’Iraq, i vescovi iracheni non sono nemmeno stati ricevuti dal mitico Paul Bremer III. Che cosa ha fatto il governo Berlusconi (e prima di lui, Prodi, D’Alema, chi volete) per chiedere un sostegno ai cristiani contro i pogrom dei fondamentalisti indù? <strong>Perché è normale prendersi cura dei curdi, dei kosovari e dei georgiani e non lo è prendersi ufficialmente in carico i cristiani?</strong> Finché i cristiani dell’Asia, dell’Africa e del Medio Oriente non godranno di una vera “agnizione” politica, saranno sempre perseguitati. E chi aiuta davvero a perseguitarli resterà colui che giudica “moderata” l’Arabia Saudita solo perché ci dà il petrolio o accetta le truppe Usa sul suo territorio.</p>
<p>Per l&#8217;editoriale del <em>Corriere della Sera  </em><a href="http://www.corriere.it">http:www.corriere.it  </a></p>
<p>Per gli aggiornamenti sulla situazione dei cristiani in India   <a href="http://www.avvenire.it">http:www.avvenire.it</a></p>
<p>Notizie in diretta dall&#8217;India sul sito dell&#8217;All Indian Christian Council   <a href="http://indianchristians.in/news/"><font color="#990000">http://indianchristians.in/news/</font></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.fulvioscaglione.com/2008/09/07/cristiani-perseguitati-dallindia-al-medio-oriente-ecco-chi-aiuta-davvero-i-persecutori/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>DALLA CINA ALL&#8217;IRAN AGLI USA, TANTI BOIA DIVERSI E UNA SOLA FAVOLA</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2008/07/28/dalla-cina-alliran-dagli-usa-allarabia-saudita-tanti-boia-e-una-sola-favola/</link>
		<comments>http://www.fulvioscaglione.com/2008/07/28/dalla-cina-alliran-dagli-usa-allarabia-saudita-tanti-boia-e-una-sola-favola/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 28 Jul 2008 21:13:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Pena di morte]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.fulvioscaglione.com/index.php/medio-oriente/dalla-cina-alliran-dagli-usa-allarabia-saudita-tanti-boia-e-una-sola-favola/</guid>
		<description><![CDATA[      Ventinove impiccagioni eseguite in pochi minuti, tutte assieme, nel carcere di Evin, in piena Teheran, con tanto di annuncio al telegiornale della sera, versione più pudica del solito delle esecuzioni condotte davanti a folle più o meno plaudenti. Se si supera l’orrore per quanto è successo ieri in Iran, si può scoprire una realtà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Ventinove impiccagioni eseguite in pochi minuti, tutte assieme, nel carcere di Evin, in piena Teheran, con tanto di annuncio al telegiornale della sera, versione più pudica del solito delle esecuzioni condotte davanti a folle più o meno plaudenti. Se si supera l’orrore per quanto è successo ieri in Iran, si può scoprire una realtà per certi versi ancor più allucinante. <strong>I boia iraniani (335 pene capitali inflitte nel 2007), come i loro colleghi della Cina (5 mila esecuzioni nel 2007)</strong> o dell’Arabia Saudita (166) o del Pakistan (134) o degli Usa (42) o dell’Irak (33) o del Vietnam (25), giù giù fino a quelli dell&#8217;Etiopia o di Singapore (1 condanna eseguita nel 2007) amano ripetersi la stessa favoletta. Quella esposta a Teheran da <strong>Said Mortasavi</strong>, presidente della Corte Suprema: “Così Teheran diventerà il posto meno sicuro al mondo per criminali, trafficanti di droga, agitatori, violatori dell’onore del popolo”.<br />
       Democrazia moderne e sviluppate e sceiccati del deserto, repubbliche islamiche e regimi asiatici, culture e codici penali diversi, <strong>ma tutti ancora sostengono che usando la pena di morte il crimine non potrà che battere in ritirata</strong>. Intanto bisognerebbe chiedersi perché nei Paesi che ancora ammettono la condanna capitale il tasso di criminalità sia così alto. Certo, se diventa reato da condanna a morte la creazione di un sito web (può succedere, in Iran) o l’evasione fiscale (come in Cina), la popolazione criminale non può che aumentare. Ma che dire, allora, degli Stati Uniti? Ricchi, liberali, avanzati sotto ogni punto di vista, <strong>gli Usa hanno 2,5 milioni di detenuti</strong>, ovvero 751 ogni 100 mila abitanti, ovvero metà della popolazione carceraria del mondo. Uno splendido risultato per un Paese che applica la pena di morte senza troppi complessi, con coerenza e da un bel po’ di anni.<br />
      La verità è che non c&#8217;è alcuno studio scientificamente accettabile che dimostri che la pena di morte intimidisce i criminali. Degli Usa si è detto, e lì il favore popolare per la pena capitale raggiunge sempre come minimo il 65/70%. Anche i giapponesi la gradiscono molto, le dicono “sì” intorno all’80%. Rispettabile opinione. <strong>Ma dal 1989 al 1993, quando fu applicata una moratoria di fatto, anche se non ufficialmente dichiarata, il numero degli omicidi scese ai minimi storici</strong>: nel 1991 furono 1.125, nel 2004 (quando la pena capitale era tornata in auge) ben 1.419.<br />
       Altro esempio, il Canada. Nel 1975 il tasso di omicidi era di 3,09 ogni 100 mila abitanti. Un anno dopo, nel 1976, la pena capitale fu abolita e nel 1980 il tasso di omicidi era sceso a 2,41 ogni 100 mila abitanti. E ha continuato a scendere: <strong>nel 2003, cioè 27 anni dopo l’abolizione, il tasso di omicidi era arrivato a 1,73 ogni 100 mila abitanti, ovvero il 44% in meno rispetto all’anno dell’abolizione</strong>. Sono esempi sporadici, perché non dappertutto si riesce a impostare ricerche omogenee ed estese nel tempo, ma sono tuttavia esempi concreti. Nessun sostenitore della pena di morte riesce, invece, a produrre qualcosa di simile. E’ vendetta di Stato che piace alla gente, tutto qui.</p>
<p>Per sapere tutto ma proprio tutto sull’applicazione della pena di morte negli Usa e nel mondo, e su coloro che le si oppongono, ecco il sito di Rick Halperin, docente della Southern Methodist University:  <a href="http://people.smu.edu/rhalperi/">http://people.smu.edu/rhalperi/</a><br />
 </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.fulvioscaglione.com/2008/07/28/dalla-cina-alliran-dagli-usa-allarabia-saudita-tanti-boia-e-una-sola-favola/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>PETROLIO: CON LE FROTTOLE SULLA SPECULAZIONE NON SI ESCE DALLA CRISI</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2008/07/23/dfeobdfeobnfdbnf-apsdovjcpov-sadvmola-ooljeonje-eoeopobpobpo/</link>
		<comments>http://www.fulvioscaglione.com/2008/07/23/dfeobdfeobnfdbnf-apsdovjcpov-sadvmola-ooljeonje-eoeopobpobpo/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 Jul 2008 23:06:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Borsa]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.fulvioscaglione.com/index.php/medio-oriente/dfeobdfeobnfdbnf-apsdovjcpov-sadvmola-ooljeonje-eoeopobpobpo/</guid>
		<description><![CDATA[      Seguire la politica italiana rispetto a quella americana è come seguire il cinema tramite Blockbuster: tu sai che, con il debito ritardo, prima o poi ci trovi  gli stessi film che sono passati nelle sale. Così, qualche settimana dopo che negli Usa si era levato il coro sul caro petrolio provocato dalle speculazioni, ecco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Seguire la politica italiana rispetto a quella americana è come seguire il cinema tramite Blockbuster: tu sai che, con il debito ritardo, prima o poi ci trovi  gli stessi film che sono passati nelle sale. Così, qualche settimana dopo che negli Usa si era levato il coro sul caro petrolio provocato dalle speculazioni, ecco che anche da noi è partita <strong>la presunta caccia agli speculatori</strong>, con tanto di prese di posizione (inutili) e di iniziative (finte, perché nessuno ci ha creduto nemmeno per un attimo) in sede europea.<br />
      Oltre Oceano erano stati i neocon della <em>National Review</em> a dare il primo colpo di grancassa, qui da noi… beh, sappiamo chi e come. Per carità, il mercato dei <em>futures</em> (in pratica, una scommessa sul prezzo futuro di un determinato bene) meriterebbe una regolata. Ma indicarlo come il primo responsabile dell’aumento del prezzo del petrolio è una truffa intellettuale. <strong>La Cina, per fare un solo esempio, che ha avviato le sue riforme economiche solo all’inizio degli anni Novanta, oggi è già il secondo consumatore mondiale di petrolio dopo gli Usa</strong>. Aggiungiamo la crescita economica di tutta l’Asia, quella particolarmente impetuosa dell’India e la precipitosa motorizzazione dell’India (che ha anche lanciato l’automobile da 2.500 dollari) e della Cina (2 miliardi e 300 milioni di abitanti in due), e non dovrebbe essere difficile capire perché il petrolio aumenta di prezzo.<br />
      La speculazione rende ancor più acuto l’aumento? E’ probabile. Ma i neocon americani e i loro imitatori italiani non sono in grado di spiegare alcune cosette. In primo luogo, ci sono altri fattori che influiscono sul prezzo e che loro, invece non amano menzionare. Per esempio, <strong>le tensioni internazionali</strong>. Quando l’Iran del presidente Ahmadinejad ha lanciato i missili (compresi quelli inventati con i ritocchi fotografici) durante una serie di manovre militari, il prezzo del greggio è schizzato all’insù del 4%. Quanto ci sarà costata, in caro-petrolio, la guerra in Irak?<br />
      E poi: non vorranno mica farci credere che a speculare sui <em>futures</em> petroliferi siano solo spietati pescecani della finanza, magari simili a quegli ometti in frac e cilindro che per la propaganda bolscevica degli anni Venti rappresentavano lo spietato capitalista? Sui <em>futures</em>, come sugli altri prodotti finanziari ad alto rischio e alto reddito, speculano un po’ tutti, compresi i fondi pensione e gli altri fondi in cui molte categorie di lavoratori hanno investito i propri risparmi. E’ la Borsa, bellezza. Vuoi mettere sotto controllo i <em>futures</em>? Come detto, sarebbe anche giusto. Preparati, però, a una bella discesa degli indici di Borsa.<br />
       Ma ciò che più irrita è che la nostra classe politica direbbe qualunque cosa pur di non affrontare l’unico vero nodo della questione, che è questo: <strong>il petrolio è una risorsa di cui disponiamo in quantità enorme ma comunque non infinita</strong>. I catastrofisti dicono che finirà tra vent’anni (e lo dicono da cinquant’anni), gli analisti indipendenti dell&#8217;Odac (<em>Oil Depletion Analyasis) </em>hanno detto quaranta, uno studio della <em>British Petroleum</em> parla di almeno un secolo, il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita ha pronosticato due secoli: in realtà nessuno sa quando, ma prima o poi il petrolio finirà. I grandi giacimenti, tra l’altro, sono già stati ampiamente sfruttati e gli impianti possono ammodernarsi ma non ingrandirsi più di tanto: <strong>per questo l’Arabia Saudita, quando ha deciso di aumentare l’estrazione, ha potuto farlo per soli 200 mila barili al giorno. E dico “solo” perché gli Usa consumano 15 milioni di barili al giorno, poi c’è la Cina, l’India, l’Europa ecc. ecc.<br />
</strong>      Senza il petrolio si ferma tutto (l’industria cinese va a petrolio per il 90%, e infatti Pechino sta varando nuove centrali nucleari a decine). La situazione quindi è questa: abbiamo una risorsa essenziale (il petrolio, appunto), in quantità abbondante ma limitata, su un pianeta in cui la popolazione cresce e con lei crescono l’industria e la motorizzazione. Ciliegina sulla torta: lo usiamo come se fosse una bibita. In molti casi non è un modo di dire: <strong>negli Usa la benzina costa 70 centesimi di euro al litro, molto meno della Coca Cola.</strong> E’ probabile che nel futuro l’energia prevalente sarà quella nucleare ma per rendere il petrolio non più indispensabile a livello mondiale ci vorranno secoli. Basta pensare a questo: <strong>oggi, nel mondo (o, meglio, in 30 Paesi) ci sono 435 centrali nucleari funzionanti e produttive. Tutte insieme forniscono appena il 16% di tutta l’energia consumata sul pianeta</strong>.<br />
       Parlare di speculatori e speculazione, in questo quadro, è patetico. Questa non è una crisi passeggera ma di lungo periodo, ed è una crisi sistemica: <strong>in poche parole, dobbiamo trovare alla svelta un modo per consumare meno petrolio e per sfruttarlo meglio</strong>. Lo sanno bene gli industriali dell’automobile. Mentre politici e politicanti buttano fumo negli occhi, il colosso dell’automobile Ford ha deciso di cambiare rotta. Dopo aver prodotto per decenni i classici <em>pick up</em>, i camion (<em>truck</em>) più usati dagli americani e una serie infinita di Suv (<em>Sport Utility Vehicle</em>), la dirigenza Ford ha deciso di rovesciare la proporzioni dell’attuale produzione, oggi costituita al 60% da Suv e grossi veicoli.<br />
       Ford non si muove per beneficenza ma per necessità. Negli ultimi tre anni ha dovuto tagliare 40 mila posti di lavoro e tra 2006 e 2007 ha perso oltre 15 miliardi di dollari. Perché? Perché la gente non comprava più quei bestioni che fanno 6-7 chilometri con un litro. <strong>Il che significa che né gli industriali né i consumatori credono alla favoletta secondo cui, mettendo in galera due o tre speculatori di Wall Street, il prezzo del petrolio sia destinato a scendere</strong>. Certo, non un bel vedere per chi, or non è molto, in Italia lanciava fulmini e saette solo a sentir parlare di una supertassa sui Suv.</p>
<p>Per la situazione del nucleare nel mondo: <a href="http://world-nuclear.org/info/inf01.html">http://world-nuclear.org/info/inf01.html</a><br />
Per il Rapporto Ford sulla sostenibilità: <a href="http://www.ford.com/microsites/sustainability-report-2007-08/default">http://www.ford.com/microsites/sustainability-report-2007-08/default</a> </p>
<p>Per le analisi dell&#8217;Odac: <a href="http://www.odac-info.org">http://www.odac-info.org</a></p>
<p>    </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.fulvioscaglione.com/2008/07/23/dfeobdfeobnfdbnf-apsdovjcpov-sadvmola-ooljeonje-eoeopobpobpo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>IL MEDIO ORIENTE IN PAUSA, ASPETTANDO OBAMA O MCCAIN</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2008/06/27/105/</link>
		<comments>http://www.fulvioscaglione.com/2008/06/27/105/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 21:28:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
		<category><![CDATA[Hezbollah]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Pace]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.fulvioscaglione.com/index.php/medio-oriente/105/</guid>
		<description><![CDATA[       Chi ha seguito le ultime vicende di Israele, in particolare sul fronte della politica interna, si è accorto di una strana vicenda. Ehud Barak, ministro della Difesa ma soprattutto leader del Partito laburista, ha contrattato con Ehud Olmert, primo ministro e leader del partito Kadima, questa decisione: i laburisti non mandano all’aria la coalizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>       Chi ha seguito le ultime vicende di Israele, in particolare sul fronte della politica interna, si è accorto di una strana vicenda. Ehud Barak, ministro della Difesa ma soprattutto leader del Partito laburista, ha contrattato con Ehud Olmert, primo ministro e leader del partito Kadima, questa decisione: i laburisti non mandano all’aria la coalizione di governo (minata tra l’altro dalle accuse di malversazioni finanziarie che hanno colpito il premier), ma Olmert si impegna a convocare in autunno le primarie di Kadima, da cui uscirà sconfitto da Tsipi Livni, ministro degli Esteri nel suo Governo ma sua rivale nel partito. Insomma, il leader di un partito programma l’uscita di scena del leader di un altro partito. Bizzarro, no?<br />
       A prima vista sì, e molto. Ma guardiamoci intorno. Poco prima di duellare, <strong>Olmert e Barak</strong> avevano siglato una tregua con il Governo di Hamas che controlla<strong> la Striscia di Gaza</strong>. Ci sono già stati i soliti lanci di missili, spari e morti, i valichi sono stati chiusi, ma la tregua più o meno tiene. Ed è destinata a scadere, se non succede nulla, proprio verso la fine dell’anno. <strong>In autunno dovrebbe entrare in funzione anche il Governo in Libano</strong>, dopo la pericolosa tensione (e comunque, le decine di morti) da cui il Paese dei cedri è uscito solo con l’elezione del presidente della Repubblica (l’ex capo di Stato Maggiore <strong>Michel Suleiman</strong>, il quarto nella storia del Libano moderno a passare dall’uno all’altro dei due ruoli) e con gli Accordi siglati in Qatar che hanno dato più potere a <strong>Hezbollah</strong>. Nel frattempo, sia pure con un passo avanti e mezzo indietro, procedono le trattative tra Israele e la Siria per regolare la questione delle Alture del Golan.<br />
       Altrove: dopo aver assistito con olimpica serenità alla corsa del prezzo del petrolio che ha messo in crisi l’Occidente industrializzato, gli sceicchi dell’Arabia Saudita hanno deciso una mossa quasi del tutto ininfluente sul mercato, cioè un aumento della produzione di 200 mila barili di petrolio al giorno, ma che pare fatta apposta per compiacere gli Usa. L’Iran, al di là della retorica che inneggia al martirio e allo scontro, non sembra decisissimo nei suoi propositi di arrivare alla bomba atomica. E <strong>i colloqui del presidente Ahmadinejad con il premier iracheno Al Maliki</strong> sembrano (anche) un modo indiretto di rassicurare gli Usa, che infatti patiscono da qualche tempo meno perdite del solito (23 soldati morti in giugno) in Iraq.<br />
      E’ come se <strong>il Medio Oriente</strong> avesse deciso di prendersi un momento di pausa in attesa dell’evento che tutti aspettano: l’uscita di scena di <strong>George Bush</strong> e l’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti. E se c’è una cosa di cui nessuno dubita è questa: non c’è leader arabo che possa influire sui destini dei Paesi arabi quanto l’uomo, bianco o nero che sia, che occupa la Casa bianca di Washington.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.fulvioscaglione.com/2008/06/27/105/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>PERCHE&#8217; LE TASSE SULLA BENZINA CI FANNO RISPARMIARE QUATTRINI</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2008/06/22/perche-le-tasse-sulla-benzina-ci-fanno-risparmiare-quattrini/</link>
		<comments>http://www.fulvioscaglione.com/2008/06/22/perche-le-tasse-sulla-benzina-ci-fanno-risparmiare-quattrini/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 22 Jun 2008 14:20:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.fulvioscaglione.com/index.php/usa/perche-le-tasse-sulla-benzina-ci-fanno-risparmiare-quattrini/</guid>
		<description><![CDATA[      Ridurre le tasse, meglio: eliminarle. Ecco una proposta che piace a tutti. Infatti è la più gettonata tra coloro che ogni giorno si misurano con il caro-carburante: trasportatori, automobilisti, industriali, consumatori. Ma siamo sicuri che sia anche l’idea giusta?       Lo so, pensate che chi scrive sia uno stravagante masochista. Ecco allora qualche altro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Ridurre le tasse, meglio: eliminarle. Ecco una proposta che piace a tutti. Infatti è la più gettonata tra coloro che ogni giorno si misurano con il caro-carburante: trasportatori, automobilisti, industriali, consumatori. Ma siamo sicuri che sia anche l’idea giusta?</p>
<p>      Lo so, pensate che chi scrive sia uno stravagante masochista. Ecco allora qualche altro caso. <strong>Nobuo Tanaka</strong>, <strong>presidente dell’Agenzia Internazionale dell’Energia</strong>: «Sono contrario all’idea di ridurre la tassazione per compensare i rincari della benzina». <strong>Greg Mankiw</strong>, <strong>docente di Economia all’Università di Harvard</strong>: «Propongo di mettere 1 dollaro in più di tassa su ogni gallone di benzina (negli Usa oggi la benzina costa 4 dollari a gallone, circa 70 centesimi di euro al litro, n.d.r.). <strong>Il Governo svizzero</strong> ha respinto due proposte per la riduzione del peso fiscale sui carburanti, perché «controproducenti». <strong>E il nostro ministro Tremonti</strong>, per finire, parla delle tasse da imporre ai petrolieri assai più spesso di quanto parli delle tasse da ridurre ai consumatori.<br />
      A favore della riduzione delle tasse sui carburanti si è espresso <strong>Sergio Marchionne</strong>, amministratore delegato del Gruppo Fiat. In quel modo, ha sottolineato, si ridarebbe fiato all’industria dell’auto, che fatica in Italia (Fiat &#8211; 12,5% in maggio) ma crolla in America (Chrysler &#8211; 36,97%, Ford -27,9%) e in Giappone (Toyota -40.92%, Honda -36,37%). Ma proprio qui sta il punto: con tutta la comprensione per la Fiat, comprare più automobili è l’ultima cosa da fare.<br />
       Tutto questo non significa che non si possano studiare misure a favore di categorie colpite in modo particolare, come i trasportatori o i pescatori. Ma <strong>l’aumento del prezzo del petrolio non è un fenomeno transitorio</strong>, anzi: i sauditi prevedono che a fine 2008 il barile costerà 150-200 dollari, i russi addirittura 250. In ogni caso, e pur con la tara delle speculazioni e dell’instabilità del Medio Oriente, il petrolio rincara per un semplice meccanismo di mercato: lo sviluppo di Paesi come Cina e India (2 miliardi di persone) fa crescere la domanda, mentre la produzione è più o meno stabile, visto che da decenni non si scavano nuovi pozzi e solo nei giorni scorsi il Governo dell&#8217;Arabia Saudita ha promesso di incrementare (di poco) la produzione. Quindi ciò che dovremmo davvero fare è ridurre (non aumentare, come spera Marchionne) i consumi. È questa la strada presa da grandi città come Londra e Milano: che altro è <strong>l’Ecopass voluto dal sindaco Letizia Moratti</strong>, se non una tassa sul consumo di carburante? Infatti nel primo trimestre 2008 le auto in centro sono calate del 21,4%, i mezzi pubblici sono diventati più veloci (da 8,67 km ora a 9,30) e i passeggeri del metro cresciuti del 13,6%. Cioè: un gran risparmio per tutti.<br />
       Inoltre: quasi ovunque il prezzo della benzina è troppo basso, non troppo alto. <strong>Negli Usa</strong> (che consumano ogni giorno 14 milioni di barili, cioè il 50% del petrolio bruciato nel mondo) <strong>la benzina costa meno della Coca Cola</strong>. Nel 2007, Cina, India e Medio Oriente hanno speso 50 miliardi di dollari in sussidi per tenere artificialmente basso il prezzo della benzina. Una politica che acuisce il problema: si incita al consumo; il consumo spinge la richiesta; più richiesta a parità di produzione, uguale aumento dei prezzi. Le pressioni internazionali hanno spinto molti Paesi a ridurre i sussidi, per “raffreddare” i consumi. Fare il contrario sarebbe ora quasi un suicidio.<br />
      In ultimo: la tasse sulla benzina danno agli Usa il 35% dei fondi per costruire e riparare autostrade. Lo stesso accade da noi. Niente tasse, niente autostrade: ci conviene? Stiamo attenti ai miti. O faremo come con l’Ici. Non c’è più, evviva. Ma per finanziarne l’eliminazione si sono tolti fondi alle regioni del Sud. E <strong>il mancato sviluppo costa</strong>, come la famosa “monnezza” dimostra. Siamo sicuri che alla fine avremo risparmiato?</p>
<p>Pubblicato su <em>Famiglia Cristiana</em> numero 25 del giugno 2008      <a href="http://www.famigliacristiana.it">http://www.famigliacristiana.it</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.fulvioscaglione.com/2008/06/22/perche-le-tasse-sulla-benzina-ci-fanno-risparmiare-quattrini/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

