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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Al Qaeda</title>
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		<title>IL MEDIO ORIENTE NON PIANGE PER OSAMA</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2011 20:16:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dieci anni fa, l’esultanza delle piazze del mondo arabo al crollo delle Torri Gemelle gelò il sangue nelle vene a milioni di occidentali e offrì il primo appiglio a retori e politicanti per una demonizzazione “senza se e senza ma” della complicata galassia islamica. Ieri, la quasi ostentata indifferenza dei musulmani all’esecuzione di Osama bin [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dieci anni fa, l’esultanza delle piazze del mondo arabo al crollo delle Torri Gemelle gelò il sangue nelle vene a milioni di occidentali e offrì il primo appiglio a retori e politicanti per una demonizzazione “senza se e senza ma” della complicata galassia islamica. Ieri, la quasi ostentata indifferenza dei musulmani all’esecuzione di <strong>Osama bin Laden</strong>, il terrorista che si faceva chiamare “Principe dei credenti”, è stata serenamente ignorata da analisti, esperti e varia umanità.</p>
<p><span id="more-9941"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/osamasito1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9943" title="osamasito" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/osamasito1.jpg" alt="osamasito" width="300" height="231" /></a></p>
<p>Certo, hanno protestato i palestinesi di Hamas, gettando un’ombra preoccupante sul recente accordo siglato con Al Fatah per interposto Egitto. L’Iran ha detto che, morto Osama, gli americani non hanno più ragione di restare in Medio Oriente, e ha fatto sorridere tutti. E poco altro, sul fronte del rimpianto. Dall’altra parte, un esempio per tutti:<strong> i rallegramenti per il successo americano della Turchia</strong>, il cui Governo viene comunemente definito “islamista”.</p>
<p>Non è facile rinnovarsi, buttare a mare certi fagotti che ci siamo a lungo portati appresso, e che solo per abitudine ci paiono indispensabili. Ma proprio la morte di Osama e la reazione di quelle che ci piace chiamare, un po’ spregiativamente, “masse arabe” (avete mai sentito dire “masse asiatiche” o “masse americane”?) ci dicono che dobbiamo aggiornare i nostri strumenti. <strong>Osama bin Laden era un sopravvissuto, un latitante malato che ha potuto sfuggire per dieci anni alla caccia degli Usa solo grazie all’appoggio di qualche ramo deviato dei servizi segreti del Pakistan.</strong> La Al Qaeda che aveva fondato nel 1988 in base a un progetto di terrorismo globale e di guerra aperta ai “crociati” americani era morta assai prima di lui, già nel 2001, quando l’attacco all’Afghanistan lo aveva privato dell’unica base ormai sicura.</p>
<p><strong>Non è finito il terrorismo ma è finito “quel” terrorismo, capace di colpire a Bali come a Madrid, a New York come a Londra,</strong> di organizzare una rete mondiale di finanziamento e sostegno, di conquistare alla causa della violenza settori importanti degli apparati di Stato. Ci sono fronti ancora aperti e irti di pericolo ma sono isolati e periferici: il più inquietante è il blocco Pakistan-Afghanistan, anche per le ripercussioni sulle minoranze religiose, per prima quella cristiana. E poi c’è lo Yemen. L’eterno contrasto tra Israele e i palestinesi è un’altra storia e il rischio Al Qaeda, semmai, è tutto nel campo palestinese.</p>
<p>Per finire il lavoro bisogna pacificare l’Afghanistan, certo, e consolidare l’Iraq. <strong>Ma altrettanto importante è stare vicini ai giovani che in Iran chiedono più democrazia, ai tunisini che vogliono costruire uno Stato nuovo e moderno, ai libici che non sopportano più il tiranno,</strong> agli egiziani che vogliono riformare la Costituzione, ai siriani  che cadono a centinaia sotto le fucilate dell’esercito per chiedere più onestà e un po’ di benessere.</p>
<p>E’ questa, adesso, la sfida. <strong>Barack Obama, il presidente che ha dato l’ordine di uccidere Osama, lo ha capito prima di ogni altro.</strong> A partire dal discorso con cui, al Cairo, nel giugno 2009, offrì al mondo arabo una versione della democrazia europea intinta nel pragmatismo americano: “Una cosa è chiara e palese: i Governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri”. Non è tutto qui, ovvio. <strong>Ma è una delle ragioni per cui la democrazia piace e funziona. </strong>Milioni e milioni di persone in tutto il Medio Oriente mostrano di averlo capito. La loro delusione, e l’oppressione che potrebbero tornare a subire, è l’unica levatrice che potrebbe far nascere un altro Osama.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 4 maggio 2011</p>
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		<title>OSAMA E IL BALLO DEI SERVIZI SEGRETI</title>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2011 13:55:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
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		<description><![CDATA[Le dichiarazioni dei politici Usa, presidente Obama in testa, e dei responsabili delle agenzie di sicurezza fanno pensare che l’eliminazione di Osama Benladen sia frutto di un’operazione tutta americana, dalle informazioni raccolte nel 2010 fino all’incursione delle forze speciali. Se così fosse (e aver distrutto l’elicottero rimasto a terra per un guasto, come si fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le dichiarazioni dei politici Usa, presidente Obama in testa, e dei responsabili delle agenzie di sicurezza fanno pensare che l’eliminazione di Osama Benladen sia frutto di un’operazione tutta americana, dalle informazioni raccolte nel 2010 fino all’incursione delle forze speciali. Se così fosse (e aver distrutto l’elicottero rimasto a terra per un guasto, come si fa in territorio nemico, sembra confermarlo), si tratterebbe di un’evidente violazione della sovranità territoriale del Pakistan. <strong>Perché, allora, il Governo di Islamabad non protesta?</strong> Perché accetta in silenzio di ritrovarsi con gli Usa, dopo la morte di Osama, in cima alla lista delle possibili ritorsioni del terrorismo islamista?</p>
<p><span id="more-9928"></span></p>
<div id="attachment_9930" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/osamasito.jpg"><img class="size-full wp-image-9930" title="osamasito" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/osamasito.jpg" alt="Osama bin Laden all'epoca dei suoi famosi messaggi video." width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Osama bin Laden all&#39;epoca dei suoi famosi messaggi video.</p></div>
<p>La risposta sta nel lungo colloquio (più di quattro ore) che tre settimane fa, a Washington, ha messo a confronto<strong> il generale Ahmed Shuja Pasha</strong>, comandante del famoso e famigerato Isi (<em>Inter-Services Intelligence Directorate</em>, i servizi segreti del Pakistan), <strong>Leon Panetta</strong> (direttore della Cia) e <strong>l’ammiraglio Mike Mullen</strong>, capo degli Stati maggiori riuniti delle forze armate Usa. L’incontro chiudeva un lungo periodo di tensione tra due alleati che, incredibilmente, si comportavano da nemici o quasi.</p>
<p>Basta ricordare alcuni fatti. Ai primi di dicembre 2010 un pakistano di nome <strong>Karim Khan</strong> convoca una conferenza stampa e rivela che <strong>Jonathan Banks</strong> non è  un uomo d’affari ma il capo della stazione Cia di Islamabad, una delle più grandi centrali Cia fuori dagli Usa. Due settimane dopo Banks viene rimpatriato. Karim Khan accusa Banks di aver provocato la morte di suo fratello e suo figlio in un bombardamento di droni nel 2009. Ma come poteva un pakistano qualunque conoscere uno dei segreti meglio custoditi dell’<em>intelligence</em> americana? A Washington sospettano una manovra dell’Isi e dei settori più gelosi della potenza atomica del Pakistan.</p>
<div id="attachment_9932" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/panetta.jpg"><img class="size-full wp-image-9932" title="panetta" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/05/panetta.jpg" alt="Il generale Ahmad Shuja Pasha (a sinistra), capo dell'Isi, con Leon Panetta." width="300" height="160" /></a><p class="wp-caption-text">Il generale Ahmad Shuja Pasha (a sinistra), capo dell&#39;Isi, con Leon Panetta.</p></div>
<p>Ma non basta. Due mesi dopo <strong>Raymond Davis</strong>, l’uomo che aveva preso il posto di Banks, viene arrestato a Lahore dopo aver ucciso due persone che, dice lui, cercavano di rapinarlo. Ma che ci faceva di notte in un quartiere malfamato, armato, in un auto a noleggio, con un kit per il trucco, una radio a onde lunghe e una macchina fotografica piena di immagini “sensibili”? <strong>Davis resta in carcere per 47 giorni e per 14 giorni viene interrogato dagli specialisti dell’Isi</strong>, a dispetto delle proteste americane. Quando esce, versa 2,3 milioni di dollari ai parenti degli uccisi, poi prende il solito aereo e torna a casa. Il Pakistan passa all’offensiva. Chiede che gli Usa fermino i droni (più di 100 incursioni in tre mesi) e riducano drasticamente il personale Cia nel Paese. <strong>Il generale Ashfaq Parvez Kayani</strong>, capo delle Forze Armate, vuole allontanare 335 americani, pari a circa un terzo del personale Cia. Via comunque tutti i <em>contractors</em>.</p>
<p><strong>Arriva a quel punto la convocazione a Washington del capo dell’Isi, il generale Shuja Ahmed Pasha</strong>. Da quel momento tutto si mette in moto: Leon Panetta viene nominato ministro della Difesa; come direttore della Cia viene scelto il famoso generale David Petraeus; Osama viene ucciso. Forse la Casa Bianca aggiunge qualcosa al miliardo di dollari che ogni anno versa al Pakistan per la sicurezza. <strong>Forse Islamabad ha qualcosa da raccontare su Osama che da dieci anni sfugge alla caccia americana.</strong> Ma un accordo c’è. Lo dimostra il caso di Petraeus. Lui e Kayani si detestano ma hanno bisogno uno dell’altro: Petraeus è il patrono della strategia dei droni, il pakistano comanda le truppe che, al confine, possono fermare o lasciar passare i talebani e le loro armi. Ora hanno deciso di lavorare insieme. Vedremo in Afghanistan che cosa ha davvero significato la morte di Osama in Pakistan.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 3 maggio 2011</p>
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		<title>PAKISTAN: ASIA BIBI, L&#8217;ALPINO E IL MINISTRO</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 22:09:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è un legame tra la condanna a morte per blasfemia inflitta ad Asia Bibi, la morte sul campo del capitano degli alpini Massimo Ranzani e l&#8217;assassinio di Shabhaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Governo del Pakistan?  C&#8217;è, eccome. Anzi, si estende ai 2.535 soldati occidentali caduti in Afghanistan e agli oltre 10 mila soldati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un legame tra la condanna a morte per blasfemia inflitta ad Asia Bibi, la morte sul campo del capitano degli alpini Massimo Ranzani e l&#8217;assassinio di Shabhaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Governo del Pakistan?  C&#8217;è, eccome. Anzi, si estende ai 2.535 soldati occidentali caduti in Afghanistan e agli oltre 10 mila soldati e poliziotti afghani morti con loro. Ed è un legame di sangue e di politica.</p>
<p><span id="more-9159"></span><strong></strong></p>
<div id="attachment_9163" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9163" title="BHATTI" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/BHATTI.jpg" alt="Shabhaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Pakistan, ucciso dagli estremisti islamici." width="300" height="180" /><p class="wp-caption-text">Shabhaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Pakistan, ucciso dagli estremisti islamici.</p></div>
<p><strong>Chi difende Asia Bibi, come sappiamo, muore.</strong> In gennaio era stato ammazzato <strong>Salman Tasee</strong>r<strong>, musulmano, </strong>governatore dello Stato del Punjab, &#8220;colpevole&#8221; di aver presentato una domanda di grazia a favore di Asia Bibi, la donna cristiana, madre di cinque figli, arrestata nel 2009 e condannata a morte nel 2010 per &#8220;blasfemia&#8221;. Ora la stessa sorte è toccata a <strong>Bhatti, cattolico, </strong>il più deciso tra i ministri pakistani nel chiedere una revisione della legge sulla blasfemia. La persecuzione dei cristiani in oltre 60 Paesi del mondo è una realtà ormai acclarata. Ma proprio il caso del Pakistan (il &#8220;Paese dei puri&#8221;nato nel 1947 proprio per raccogliere i musulmani del subcontinente indiano), dove prima un musulmano e poi un cattolico vengono martirizzati per la stessa causa, dimostra che<strong> si tratta di una realtà profondamente politica</strong> e che come tale va affrontata.</p>
<p><strong>La legge sulla blasfemia consente di accusare chiunque  sulla base di presunte offese ad Allah</strong>, e di ottenere con prove  inesistenti o sommarie condanne pesantissime (fino, appunto, alla pena  di morte inflitta ad Asia Bibi) da tribunali</p>
<div id="attachment_9165" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9165" title="bhatti bibi" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/bhatti-bibi.jpg" alt="Il ministro Bhatti con il marito di Asia Bibi e due dei loro cinque figli." width="300" height="244" /><p class="wp-caption-text">Il ministro Shabhaz Bhatti con il marito di Asia Bibi e due dei loro cinque figli.</p></div>
<p>complici o a loro volta intimiditi. <strong>Non esistono  leggi analoghe per il Dio dei cristiani o gli dei hindù</strong>, il che trasforma la legge in un potente strumento di conservazione sociale a favore dei musulmani. Ma  non solo: la legge è stata spesso applicata da musulmani ai danni di  musulmani, e quasi sempre per risolvere contese politiche o economiche.  In questo senso, è un’arma micidiale nelle mani di movimenti e partiti  dell’estremismo islamico, che già approfittano della debolezza del  Governo centrale pakistano per indebolirlo, e in alcune regioni  addirittura sostituirsi a esso, in settori cruciali come l’assistenza  sociale o sanitaria o nella scuola. <strong>Il Governo non fa le scuole, ed ecco che spuntano le scuole coranich</strong>e finanziate dai Paesi fondamentalisti come l&#8217;Arabia Saudita. Se poi spunta qualche figura ingombrante, l&#8217;accusa di blasfemia (e i soliti testimoni che i movimenti radicali non faticano mai a trovare) basta a frenarla o inibirla. Più in sù, come abbiamo visto con Taseer e Bhatti, arrivano i gruppi armati e i killer.</p>
<p>Dietro la questione della blasfemia, dunque, si cela<strong> un progetto politico che mira a chiudere un&#8217;intera società sui canoni dell&#8217;islamismo ma, soprattutto, a creare un contropotere rispetto allo Stato democratico</strong> attualmente in vigore. La risposta a un problema politico dev&#8217;essere, necessariamente, politica. Le campagne per mobilitare le coscienze, come quella lanciata in Italia per Asia Bibi da <em>Asia News</em>, sono indispensabili. Dietro le coscienze, però, devono muoversi le istituzioni. Il nostro Governo si è fatto più volte sentire in proposito. Manca ancora, però, una serie presa di posizione internazionale: dell’Unione Europea o, meglio, dell’Onu.</p>
<div id="attachment_9167" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-9167" title="ranzani" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/03/ranzani.jpg" alt="Il capitano degli alpini Massimo Ranzani, caduto in Afghanistan." width="300" height="300" /><p class="wp-caption-text">Il capitano degli alpini Massimo Ranzani, caduto in un&#39;imboscata in Afghanistan.</p></div>
<p>E qui si torna a quel legame di cui parlavamo all&#8217;inizio. Le teste e le mani che hanno armato gli assassini del ministro Bhatti (e quelli del governatore Taseer) e i forzieri che finanziano i diversoi gruppi fondamentalisti vengono dalla <em>North West Frontier Province</em>, cioè <strong>dall’area del Pakistan che confina con l’Afghanistan</strong> e che negli anni più recenti si è trasformata nel santuario del fondamentalismo e nel suo centro di elaborazione strategica. Si muore in Afghanistan perché non tornino i talebani  e la regione non vada in pezzi, ma anche perché il Pakistan (Paese dotato di armi atomiche) non diventi il nuovo centro propulsivo del terrorismo islamico. Cosa che di sicuro avverrebbe se il fragile Governo democratico del premier<strong> Raza Gilan</strong>i e del presidente <strong>Ali Zardar</strong>i fallisse o cadesse. Per Asia Bibi e contro Osama Bin Laden, per usare uno slogan, la battaglia è la stessa. Prima lo capiranno laddove si prendono le decisioni che contano, più facile sarà ottenere risultati positivi.</p>
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		<title>DALL&#8217;IRAQ ALL&#8217;EGITTO, BRUCIANO LE CHIESE</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2011 16:13:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; difficile stabilire se l&#8217;attentato suicida che ha fatto 22 morti davanti alla chiesa dei Santi, nel quartiere Sidi Bishr di Alessandria d&#8217;Egitto, abbia realmente qualche connessione con le farneticanti minacce che l&#8217;ala irachena di Al Qaeda aveva recapitato, meno di un mese fa, all&#8217;arcivescovo di Kirkuk (in Irak, appunto), monsignor Louis Sako. Nè se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">E&#8217; difficile stabilire se l&#8217;attentato suicida che ha fatto 22 morti davanti alla chiesa dei Santi, nel quartiere Sidi Bishr di Alessandria d&#8217;Egitto, abbia realmente qualche connessione con le farneticanti minacce che l&#8217;ala irachena di <strong>Al Qaeda</strong> aveva recapitato, meno di un mese fa, all&#8217;arcivescovo di Kirkuk (in Irak, appunto), <strong>monsignor Louis Sako</strong>. Nè se i colpi inferti proprio alle chiese (sia in Irak sia in Egitto, appunto) rispondano a un piano preordinato o siano solo il frutto della necessità del momento.</p>
<p><span id="more-8161"></span></p>
<div id="attachment_8166" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-8166" title="CHIESAxcxcx" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/01/CHIESAxcxcx.jpg" alt="I resti dell'autobomba usata ad Alessandria d'Egitto per l'attentato contro la chiesa dei Santi." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">I resti dell&#39;autobomba usata ad Alessandria d&#39;Egitto per l&#39;attentato contro la chiesa copta dei Santi.</p></div>
<p>In quell&#8217;occasione, a Kirkuk, i terrosti avevano fatto riferimento al caso di alcune donne musulmane che i cristiani copti d&#8217;Egitto avrebbero convertito a forza, per poi tenerle recluse in un monastero nel deserto del Sinai. E avevano per questo minacciato i cristiani iracheni. <strong>La strage, invece, si è abbattuta sui cristiani egiziani, lasciando uno strascico di scontri</strong> tra cristiani esasperati e polizia nella stessa Alessandria. I copti, va ricordato, avevano pianto una vittima anche pochi giorni prima di Natale, quando erano dovuti scendere in strada, al Cairo, per protestare contro il blocco imposto alla costruzione di una chiesa e la polizia aveva ucciso uno dei manifestanti.</p>
<p>Detto dell&#8217;impossibilità di accertare se Al Qaeda sia ancora qualcosa di più di un marchio di fabbrica e se davvero le sue azioni rispondano a una <strong>strategia internazionale (nel qual caso la domanda vera sarebbe: chi la delinea? Chi la dirige?)</strong>, resta però il fatto, indiscutibile, che la galassia del terrorismo islamico mantiene intatta la capacità di infilarsi in ogni piccola crepa che si manifesti in qualunque Paese del Medio Oriente e dell&#8217;Africa.</p>
<p>Un paio d&#8217;anni fa temevamo che si riaccendesse l&#8217;Algeria. Poi ci è stato spiegato che la Somalia stava diventando un nuovo Afghanistan. Quindi è toccato allo Yemen. <strong>Infine, e all&#8217;apparenza di colpo, si sono riaccesi l&#8217;Irak e l&#8217;Egitto.</strong> <strong>In realtà il terrorismo va a colpire dove percepisce una debolezza strutturale da sfruttare.</strong> L&#8217;Irak, sarà bene ricordarlo, è rimasto per nove mesi senza Governo. E quando finalmente è nato, il secondo Governo di Al Maliki si è presentato come un <em>pastiche</em> di influenze varie (anche straniere: Siria, Iran, Arabia Saudita), destinato a durare soprattutto in virtù della propria impotenza. Per  far esplodere la tensione, <strong>i cristiani iracheni sono un bersaglio ideale:</strong> pochi (dal 2003 la comunità cristiana si è dimezzata: da circa 850 mila a poco più di 400 mila persone), deboli, privi di qualunque protettore o padrino politico. Immobili e inermi, impossibilitati persino a vendicarsi.</p>
<p><strong>In Egitto la situazione è analoga.</strong> Il presidente <strong>Hosni al Mubarak</strong> dirige il Paese dal 1981. Le elezioni politiche del dicembre 2010 sono state l&#8217;ennesima farsa, con l&#8217;unica vera opposizione (purtroppo quella a sfondo islamico che si raduna intorno ai Fratelli Musulmani) espulsa dalle liste elettorali. I cristiani copti sono numerosi <strong>(tra 6 e 10 milioni di egiziani sui 70 complessivi; 6 secondo il governo, 10 secondo la loro Chiesa)</strong> ma restano cittadini di serie B, con diritti limitati e un&#8217;intolleranza sociale da parte della maggioranza musulmana a malapena compressa. Anche qui come in Irak: colpire i cristiani è facile e produce risultati sicuri in un Paese in cui la strategia della tensione, più ancora che a loro, mira a Mubarak e alla sua finzione di democrazia.</p>
<p>In ogni caso ha ragione <strong>papa Benedetto XVI</strong>: la persecuzione dei cristiani, ha sottolineato durante la messa del primo dell&#8217;anno, necessita di azioni concrete. Basta con le parole e con i proclami. Riconosciamola per quello che è: <strong>una delle grandi emergenze civili del nostro tempo</strong>. Come tale, deve diventare oggetto dell&#8217;interesse e soprattutto dell&#8217;intervento delle istituzioni internazionali, tanto come lo è, per fare qualche esempio, il conflitto tra israeliani e palestinesi o il progetto nucleare dell&#8217;Iran.</p>
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		<title>WIKILEAKS: TUTTA QUI LA DIPLOMAZIA USA?</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Nov 2010 18:17:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dunque, riassumendo. Secondo le ambasciate americane Ahmadinejad è pazzo, Karzai paranoico, Gheddafi ipocondriaco, Sarkozy arrogante, Berlusconi vanesio e incapace, Kim Jong Il un &#8220;vecchio rimbecillito a causa dell&#8217;ictus&#8221;, Putin un macho, Medvedev un personaggio &#8220;pallido&#8221;, la Merkel priva di idee (e il suo ministro degli Esteri, Westerwelle, &#8220;poco competente&#8221;), Hun Jintao un assatanato cacciatore di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dunque, riassumendo. Secondo le ambasciate americane Ahmadinejad è pazzo, Karzai paranoico, Gheddafi ipocondriaco, Sarkozy arrogante, Berlusconi vanesio e incapace, Kim Jong Il un &#8220;vecchio rimbecillito a causa dell&#8217;ictus&#8221;, Putin un macho, Medvedev un personaggio &#8220;pallido&#8221;, la Merkel priva di idee (e il suo ministro degli Esteri, Westerwelle, &#8220;poco competente&#8221;), Hun Jintao un assatanato cacciatore di potere, Netanyahu un mentitore, l&#8217;ayatollah Alì Khamenei moribondo, e così via, di dittatore in capo di Stato, di primo ministro in alto grado religioso.</p>
<p><span id="more-7774"></span></p>
<div id="attachment_7788" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7788" title="cLINTONdOLL" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/cLINTONdOLL.jpg" alt="Una bambolina di Hillary Clinton, &quot;made in China&quot; naturalmente." width="300" height="188" /><p class="wp-caption-text">Una bambolina di Hillary Clinton, &quot;made in China&quot; naturalmente.</p></div>
<p><strong>Ma se la conclusione di 200 e passa uffici diplomatici della massima potenza mondiale è che tutti i vertici politici, o quasi, sono nelle mani di poveri dementi, </strong>compresi quelli che in quel posto ci sono finiti grazie al favore della suddetta potenza, la domanda che viene spontanea è: in che mani sono gli Usa? E poi: a che serve una rete diplomatica così ampia e potente se poi le informazioni che essa produce sono di così basso livello? Così prossime ai discorsi che fanno i vecchietti al parco o i perditempo al bar? E pensare che <strong>Hillary Clinton</strong>, segretario di Stato, sembrava così in gamba&#8230;</p>
<p>Anche le presunte rivelazioni, in realtà, rivelano assai poco, soprattutto sui problemi in apparenza più gravi. <strong>Molti leader mondiali ci dicono da anni che il fronte più pericoloso è quello del nucleare dell&#8217;Iran.</strong> Bene. La rivelazione qui sarebbe che Israele e un congruo numero di Paesi arabi hanno fatto tutto il possibile affinché gli Usa invadessero o almeno bombardassero l&#8217;Iran. E questa sarebbe una scoperta? Ci volevano i 251 mila file di Wikileaks per sapere che il 90% del mondo arabo, cioè quello sunnita, detesta l&#8217;idea di vedere il restante 10% (quello sciita, quasi tutto concentrato appunto nell&#8217;Iran) disporre dell&#8217;energia atomica e magari anche della bomba atomica? Ce la prendiamo con Assange se sciiti e sunniti si odiano da circa 13 secoli?</p>
<p>Idem come sopra per lo spionaggio ai danni di <strong>Ban Ki-moon</strong>, segretario generale dell&#8217;Onu. Naturale che gli Usa lo facciano, e di sicuro non sono i soli. E la <strong>Turchia</strong>, che dava una mano ad <strong>Al Qaeda </strong>in Iraq mentre gli Usa davano una mano ai terroristi curdi in Turchia? Anche qui, nessuna sorpresa, sono vent&#8217;anni che gli americani aiutano i curdi.</p>
<p>Cerchiamo quindi di tenere la testa a posto. <strong>Non c&#8217;è nessuna rivoluzione nella diplomazia mondiale, nessuna catastrofe innescata dai documenti di Wikileaks.</strong> Chi grida al lupo lo fa perché ha interesse a drammatizzare, non facciamoci fregare. Chiediamoci, piuttosto, se queste rivelazioni non siano in qualche modo guidate da qualcuno che vuole mettere in crisi la già indebolita presidenza Obama. I documenti sull&#8217;Iraq erano usciti grazie (o a causa) di un analista militare ventiduenne, <strong>Bradley Manning</strong>, poi finito in carcere. Possibile che un ragazzotto avesse accesso a materiale così delicato? Adesso i dispacci delle ambasciate fanno il giro del mondo nonostante che fossero trasmessi attraverso una rete supersegreta gestita dall&#8217;esercito americano. Non vi pare troppo pasticcione, questo esercito, per essere il più potente e moderno del mondo? Sarà solo un caso?</p>
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		<title>IRAQ, I CRISTIANI SEMPRE NEL MIRINO</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Nov 2010 22:31:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dieci giorni dopo la strage nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso (44 civli, 7 poliziotti e 3 sacerdoti uccisi), i cristiani di Baghdad sono diventati bersaglio di una vera azione militari. Prima le bombe, poi i colpi di mortaio, infine il rastrellamento porta a porta. E&#8217; questa la realtà dell&#8217;Iraq ch&#8217;era stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><span><span>Dieci giorni dopo la strage nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso (44 civli, 7 poliziotti e 3 sacerdoti uccisi), i cristiani di Baghdad sono diventati bersaglio di una vera azione militari. Prima le bombe, poi i colpi di mortaio, infine il rastrellamento porta a porta. <strong>E&#8217; questa la realtà dell&#8217;Iraq ch&#8217;era stato frettolosamente dichiarato libero e democratico, mentre libero dalla paura non è</strong> (prima di quelli contro i cristiani c&#8217;erano state altre stragi contro pellegrini e quartieri musulmani a Kerbala, Najaf, Bassora e nella stessa Baghdad) e democratico nemmeno, visto che a otto mesi dalle elezioni il premier sconfitto, <strong>Nur al Malik</strong>i, resterà a capo del Governo mentre il leader vincitore, <strong>Ayad Allawi</strong>, deve accontentarsi della presidenza del Parlamento.</span></span></span></p>
<p><span><span><span><span id="more-7497"></span></span></span></span></p>
<div id="attachment_7499" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7499" title="irak3" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/11/irak3.jpg" alt="La disperazione di un ragazzo di Baghdad dopo l'esplosione delle bombe." width="300" height="210" /><p class="wp-caption-text">La disperazione di un ragazzo di Baghdad dopo la nuova serie di attentati contro i cristiani della capitale irachena.</p></div>
<p><span>Dentro la situazione generale dell&#8217;Iraq si fa ancor più drammatica, se possibile, quella dei cristiani. La comunità aveva cominciato a ridursi già all&#8217;epoca della Guerra del Golfo, ma con la guerra del 2003 e la violenza che ne è seguita, lo stillicidio è diventato un fiume in piena. Da circa 1 milione i cristiani si sono ridotti a meno di 500 mila, con grossi insediamenti in Siria e Giordania. <strong>Quelli che sono rimasti hanno provato a concentrarsi nella regione di Mosul, dove peraltro affondano le radici del cristianesimo iraceno:</strong> da lì, nell&#8217;ottavo secolo, quando il Paese era già stato sommerso dall&#8217;onda in espansione dell&#8217;islam, erano partiti i missionari che avrebbero cristianizzato parte dell&#8217;Asia e persino del Giappone. In quello stesso Nord che era la loro culla, però, <strong>i cristiani sono finiti nella morsa del contrasto tra i curdi e gli arabi per il controllo delle regioni petrolifere e degli oleodotti </strong>che portano verso la Turchia. Le cronache dei rapimenti, delle uccisioni, delle minacce di questi anni è nota a tutti.</span></p>
<p><strong>A Baghdad, dopo le incredibili violenze del 2003-2006, la situazione sembrava essersi stabilizzata.</strong> Certo, il numero dei cristiani era stato drasticamente ridotto dagli spostamenti interni (verso il Nord, appunto) e dall&#8217;emigrazione, passando da 450 mila a 150 mila persone. Fino a poco tempo fa, però, nessuno avrebbe potuto prevedere una simile campagna di violenza organizzata. Dopo la strage nella chiesa di Nostra Signora, <strong>Al Qaeda</strong> aveva proclamato che i cristiani erano &#8220;obiettivi legittimi&#8221; nella campagna del terrore. Ma si respirava comunque un pizzico di maggiore ottimismo.</p>
<p>Quanto è successo in pochi giorni riporta la situazione indietro di mesi, forse di anni. Resta difficile, tra l&#8217;altro, <strong>distinguere la violenza a sfondo etnico e religioso da quella della criminalità comune, gli attentati di Al Qaeda dalle rapine e dalle estorsioni</strong>. Spesso le sparatorie servono a ottenere l&#8217;abbandono di una casa, di un negozio, di un&#8217;attività, e non è difficile mascherarle da azioni politiche. Il premier <strong>Nur al Malik</strong>i, ieri, ha solennemente chiesto ai cristiani iracheni di non lasciare il Paese e si è impegnato ad agire affinché  &#8220;<span>il mazzo di fiori delle comunità irachene rimanga completo e unito”. Sarà difficile che i cristiani gli credano. L&#8217;esperienza del suo primo Governo non è incoraggiante, in questo senso. <strong>E su tutto aleggia l&#8217;articolo 2 della Costituzione</strong>. Quello che proclama &#8220;illegittima&#8221; qualunque legge dello Stato che sia in contrasto con la <em>shar&#8217;ia</em>, la legge islamica.</span></p>
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		<title>TERRORISMO, GLI ESAMI NON FINISCONO MAI</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Oct 2010 20:20:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nelle campagne del terrorismo islamico c’è un unico aspetto positivo: a ogni nuovo allarme impariamo qualcosa, su di loro e su di noi. I pacchi esplosivi spediti verso gli Usa dagli Emirati Arabi Uniti e dallo Yemen confermano quanto già si sa: il jihadismo stragista ha dovuto ammainare molte bandiere ma ha tuttora la grande [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle campagne del terrorismo islamico c’è un unico aspetto positivo: a ogni nuovo allarme impariamo qualcosa, su di loro e su di noi. I pacchi esplosivi spediti verso gli Usa dagli Emirati Arabi Uniti e dallo Yemen confermano quanto già si sa: il jihadismo stragista ha dovuto ammainare molte bandiere ma ha tuttora la grande capacità di spostare le proprie basi e inventare nuovi sistemi per colpire. Dalla distruzione delle ambasciate in Africa ai pacchi spediti contro le sinagoghe di Chicago sono passati pochi anni, ma secoli quanto a strategia e organizzazione. <strong>E’ una qualità che dobbiamo riconoscere al nemico</strong>, ammettendo che contro di essa anche il più accurato lavoro d’<em>intelligence</em> non può fare più di tanto. Sarà la lezione dello scampato pericolo, proprio come in questo caso, ad aggiornare le nostre tattiche, a raffinare i nostri sistemi di sicurezza.</p>
<p><span id="more-7339"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-7342" title="Terrorista1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/10/Terrorista1.jpg" alt="Terrorista1" width="300" height="200" /></p>
<p>Ancora più importante, però, sarà meditare sulle nostre reazioni. Inevitabile in primo luogo è chiedersi se <strong>i terroristi di Al Qaeda abbiano colpito alla vigilia del voto americano di medio termine per caso, magari contando su un Paese indaffarato e distratto, o con la precisa volontà di influenzare il voto.</strong> I primi sondaggi in arrivo dagli Usa dicono che il presidente Obama non avrà vantaggi dal rinnovato pericolo. Anzi, potrebbe esserne danneggiato se la sua risposta sembrerà esitante o inefficace. L’attenzione degli elettori è concentrata sulle cose di casa, in primo luogo sull’economia: le rilevazioni del <a href="http://people-press.org" target="_blank"><em>Pew Research Center</em></a> dicono che <strong>il 41% dei telespettatori segue le notizie economiche e appena il 31% quelle elettorali</strong>, anche se queste ultime occupano da sole quasi il 40% del tempo-video. Solo il 3% degli interpellati, in un altro sondaggio, giudica la guerra in Afghanistan una “priorità nazionale”.</p>
<p>Può far comodo ad Al Qaeda e ai suoi reclutatori un’America che si sposta a destra e riprende ad agitare il fucile come ai tempi di Bush? Lo scopriremo presto, subito dopo il voto. Intanto, la minaccia dei pacchi bomba ci spinge a constatare che del terrorismo ci eravamo quasi dimenticati, lo avevamo spinto in fondo alla lista delle preoccupazioni. Il che dimostra che le guerre, soprattutto certe guerre, sono il prodotto della sicurezza o della disperazione, sono le imprese dei Paesi troppo convinti della propria forza oppure privi di altre iniziative. <strong>Gli Stati Uniti, come in generale l’Occidente industrializzato, sono oggi un Paese ancora ricco e potente ma divorato dalla paura di diventare povero e impotente</strong>. In qualche modo paralizzato, certo conscio di non poter ripetere le avventure politico-militari del passato decennio.</p>
<p>Il rinnovato allarme sul terrorismo islamico, quindi, si trasforma in un test sulla nostra capacità di reagire a un male vecchio con mezzi nuovi, con più fantasia e meno denaro, con più astuzia e meno grinta. Ci riusciremo? Difficile dirlo. <strong>La “guerra al terrore”, nelle sue pagine migliori come in quelle peggiori, ha sempre avuto gli Usa come ispiratori e leader.</strong> La loro capacità di guida è sempre forte (lo si è visto, per esempio, nell’emergenza in Pakistan dopo le alluvioni) ma non più come un tempo. Ci vorrebbe un’Europa davvero unita, o una Cina davvero inserita nel dibattito politico globale. Ecco dunque che il test sulla sicurezza dei voli e degli aeroporti già si trasforma in una prova sulle doti di resistenza degli Usa e sulla capacità delle altre nazioni di colmare il buco eventualmente lasciato da un ridimensionamento del loro ruolo. Un evento che molti spesso auspicano ma che, al dunque, fa tremare un po’ tutti.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 30 ottobre 2010</p>
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		<title>KOSOVO 2: UNO STATO CRIMINALE?</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 22:43:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La classe dirigente del Kosovo indipendente è una diretta emanazione dell&#8217;Uck, il movimento armato anti-serbo e indipendentista fondato alla metà degli anni Novanta. Hashim Taci, primo ministro e leader del Partito democratico, era nel movimento il responsabile dai finanziamenti e degli approvvigionamenti di armi. Come lui, nei principali posti di governo e all&#8217;interno del Partito, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La classe dirigente del Kosovo indipendente è una diretta emanazione dell&#8217;Uck, il movimento armato anti-serbo e indipendentista fondato alla metà degli anni Novanta. Hashim Taci, primo ministro e leader del Partito democratico, era nel movimento il responsabile dai finanziamenti e degli approvvigionamenti di armi. Come lui, nei principali posti di governo e all&#8217;interno del Partito, siedono coloro che erano tra i capi della guerriglia.</p>
<p><span id="more-5742"></span></p>
<div id="attachment_5753" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5753" title="thaci" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/07/thaci.jpg" alt="Hashim Taci, ex guerrigliero del'Uck e attuale primo ministro del Kosovo." width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Hashim Taci, ex responsabile dei finanziamenti finanziario dell&#39;Uck e attuale primo ministro del Kosovo.</p></div>
<p><strong>In sé e per sé questo non è strano. Succede sempre nei Paesi che hanno vissuto una &#8220;lotta di liberazione&#8221;, da Cuba all&#8217;Algeria.</strong> Nella storia del kosovo indipendente le stranezze sono altre. Nel 1997 <strong>Robert Gelbard</strong>, inviato speciale per i Balcani del presidente <strong>Bill Clinton</strong>, dichiarò che l&#8217;Uck &#8220;è senza alcun dubbio un gruppo terrorista&#8221; e fino al 1998 il Dipartimento di Stato Usa tenne l&#8217;Uck nella &#8220;lista nera&#8221; delle organizzazioni terroristiche internazionali. Poi di colpo tutto cambiò. L&#8217;Uck fu sdoganato, aiutato in ogni modo (particolarmente attivi la Cia e i servizi segreti tedeschi), la Serbia annichilita ecce. ecc.</p>
<p>Le ragioni di tanta benevolenza sono chiare. <strong>Agli Usa e a molti Paesi europei (Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna) conveniva ridurre l&#8217;influenza sui Balcani da parte della Russia, influenza esercitata soprattutto attraverso la Serbia.</strong> Per quella regione passano gasdotti e oleodotti e sempre più ne passeranno in futuro. La Russia già controllava una parte importante delle riserve mondiali di greggio e di gas, lasciarle anche il controllo strategico delle rotte dei gasdotti e degli oleodotti sarebbe stato troppo. <strong>Un obiettivo strategico non solo accettabile ma anche rispettabile</strong>, almeno se osserviamo la questione da un punto di vista strettamente politico. In più, agli Usa faceva comodo insediare nei Balcani (cioè in Europa e ai confini dell&#8217;ex area di influenza sovietica) la propria potenza militare e di <em>intelligence</em>. Ecco così sorgere in Kosovo Camp Bondsteel, la più grande base militare americana fuori dai confini degli Usa.</p>
<p>Il problema è un altro. <strong>Se uno osserva con disincanto la situazione, vede che il Kosovo è forse avviato sulla strada dell&#8217;Afghanistan</strong>. Anche a Kabul il presidente Karzai non lo voleva più nessuno, eppure è diventato impossibile sbarazzarsene e tocca starlo a guardare mentre permette alla cricca che lo circonda di rubare, commerciare, trafficare con l&#8217;oppio e, in definitiva, contribuire alla rovina degli sforzi occidentali per far crescere il Paese. Di <strong>Hashim Taci</strong> tutti sanno che finanziava la guerriglia dell&#8217;Uck smerciando</p>
<div id="attachment_5757" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-5757" title="logo-uckxxxx" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/07/logo-uckxxxx-150x150.jpg" alt="Lo stemma dell'Uck ai tempi della guerriglia contro la Serbia di Slobodan Milosevic." width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Lo stemma dell&#39;Uck ai tempi della guerriglia contro la Serbia di Slobodan Milosevic.</p></div>
<p>eroina e cocaina in Europa, ricevendola dai grossisti turchi e appoggiandosi ai trafficanti albanesi, <strong>e alcuni (per esempio il magistrato svizzero Carla Del Ponte, per anni procuratore generale della Corte Internazionale di Giustizia)  addirittura lo sospettano di aver praticato anche il traffico di organi prelevati con la forza ai prigionieri serbi</strong>. Secondo la Del Ponte, i civili serbi, donne e bambini compresi, venivano rapiti, trasferiti in Albania e lì mutilati (gli organi venivano poi avviati a cliniche turche specializzate in traianti) prima di essere uccisi. anche il Consiglio d&#8217;Europa ha chiesto alle autorità albanesi e kosovare di indagare, naturalmente senza esito.</p>
<p>Da diversi anni, ormai, analisti della più diversa origine e impostazione sono concordi nel definire il Kosovo &#8220;uno Stato criminale&#8221;. Cioè non uno Stato tormentato dalla criminalità ma <strong>uno Stato gestito dalla criminalità organizzata</strong>. I segnali in questo senso sono molteplici, quasi quotidiani. L&#8217;ultimo, l&#8217;arresto del governatore della Banca centrale, <strong>Hashim Rexhepi</strong>, accusato di corruzione e riciclaggio. La cosa tra l&#8217;altro ci riguarda perché, secondo un rapporto <a href="http://www.interpol.int" target="_blank"><strong>Interpol</strong></a>, sarebbero particolarmente forti i legami con la camorra e la &#8216;ndrangheta.</p>
<p>Ma dovremmo forse anche badare ai comportamenti precedenti, quando i politici di oggi erano ancora &#8220;solo&#8221; i capi della guerriglia. Nel 1999 <strong>Fatos Klosi</strong>, capo dei servizi sergeti dell&#8217;Albania, rivelò al <em>Sunday Times</em> che l&#8217;Uck si appoggiava, in Albania, a una rete logistica che faceva capo ad <strong>Al Qaeda</strong>. Un rapporto che non si sarebbe interrotto nemmeno con le stragi compiute dagli islamisti l&#8217;11 settembre 2001. Secondo molti rapporti di organizzazioni indipendenti, inoltre, l&#8217;Uck si sarebbe macchiato di campagne del terrore ai danni dei serbi non meno crudeli di quelle condotte dai serbi ai danni dei kosovari. Si parla di 30 mila profughi<strong> (dati Unhcr)</strong> e di migliaia di persone assassinate o rapite.</p>
<p>Tutto questo non ha smosso le anime belle europee, comunque <strong>non le ha spinte a trattare Taci e gli ex dell&#8217;Uck con l&#8217;intransigenza con cui trattano, per dire, Hamas o Hezbollah</strong>. La ragione politica non mi sfugge. Resta il fatto che per difendere interessi pure importanti ci siamo messi nel cuore dell&#8217;Europa uno Stato di quel genere. Speriamo di non doverlo rimpiangere.</p>
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		<title>AL QAEDA, IL MEDIO EVO PIU&#8217; FACEBOOK</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 20:50:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il duplice attentato dei giorni scorsi nello Yemen, con almeno 5 morti e una decina di feriti nell’assalto alle sedi della Sicurezza Politica e di quella Generale della città di Zinjibar, consolida e certifica il riassetto organizzativo e geografico dei gruppi terroristici di Al Qaeda, sempre più lontani dalle tradizionali basi afghane e pakistane, sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il duplice attentato dei giorni scorsi nello Yemen, con almeno 5 morti e una decina di feriti nell’assalto alle sedi della Sicurezza Politica e di quella Generale della città di Zinjibar, consolida e certifica il riassetto organizzativo e geografico dei gruppi terroristici di Al Qaeda, sempre più lontani dalle tradizionali basi afghane e pakistane, s<strong>empre meno legati alla guida globale di Osama Bin Laden</strong> (sostituito da capi più anonimi ma più legati a realtà locali) e ormai saldamente insediata a cavallo tra Medio Oriente e Africa.</p>
<p><span id="more-5658"></span></p>
<div id="attachment_5662" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-5662" title="SOMALIA-CONFLICT/" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/07/al-shabaab33333.jpg" alt="Un gruppo di miliziani shabaab a Mogadiscio (Somalia)." width="300" height="198" /><p class="wp-caption-text">Un gruppo di miliziani shabaab sfila per le strade di Mogadiscio, capitale della Somalia.</p></div>
<p>In <strong>Arabia Saudita</strong> centinaia di qaedisti sono stati arrestati in primavera e l’estate è cominciata nell’ansia dopo le nuove minacce di attentati. I colpi di Al Qaeda <strong>Maghreb</strong> sono frequenti e noti a tutti, l’ultimo collegato all’Italia dal sequestro di Sergio Cicala e della moglie. La <strong>Somalia </strong>è ormai in gran parte controllata dalle Corti Islamiche, che dispongono di 3 mila soldati e 7 mila miliziani shabaab, che agiscono ormai anche fuori confine (80 morti in Uganda pochi giorni fa); lo <strong>Yemen</strong> è la base (anche ideologica) da cui sono partiti gli ultimi tentativi di colpire gli Usa, oltre a una serie di attacchi a figure e istituzioni nazionali.</p>
<p><strong>Questo nuovo mosaico del terrore</strong> conferma alcune cose già note, per esempio la lucida e spietata abilità con cui l’organizzazione riesce a infiltrarsi nelle crisi dei Paesi più poveri o tormentati e nelle frustrazioni delle popolazioni insoddisfatte o represse, per volgerle ai propri fini. Ma dà nuovo risalto a un paradosso che l’Occidente non è mai riuscito del tutto a decifrare: quello per cui <strong>Al Qaeda sostiene un progetto reazionario </strong>(il ritorno a un Islam “ideale” e mortifero ormai estraneo anche alla grande maggioranza del mondo islamico) ma lo fa con straordinaria modernità.</p>
<p>Il paradosso è attivo fin dalle prime mosse di <strong>Osama Bin Laden, che non a caso chiamò l’organizzazione Al Qaeda, cioè “la base”, ma nel senso di base di dati</strong>, di <em>know how </em>da sperimentare e diffondere, quasi un <em>franchising</em> del terrore planetario. La rete delle cellule di miliziani, per conseguenza, fu subito mutuata su quella che poi avremmo conosciuto come Internet: una serie di nodi comunicanti ma autonomi che, infatti, possono essere singolarmente annientati senza che l’efficienza della rete sia totalmente compromessa.</p>
<p><strong>Paradosso per paradosso, è possibile sostenere che la cosa più somigliante alla filosofia operativa di Al Qaeda sia oggi Facebook</strong>, il programma per moltiplicare all’infinito gli “amici” e i contatti senza che alcuno (tranne appunto il proprio) sia decisivo. E in modo che ricorda quello del famoso <em>social network</em>, tra l’altro, funziona il complesso ma efficace reticolo che convoglia da ogni parte del mondo quattrini verso le cellule assassine.</p>
<p><strong>Così Al Qaeda è riuscita a sopravvivere a tutti i rovesci</strong>, che non sono stati pochi, e a tutte le fughe: dall’Arabia Saudita delle origini al Sudan, da lì all’Afghanistan, poi le montagne del Pakistan, quindi il Maghreb, il Corno d’Africa, e infine di nuovo l’Arabia Saudita e l’Africa. La lotta per stroncarla in modo definitivo sarà lunga e chiederà altri sacrifici e molta pazienza. <strong>La rete andrà smantellata nodo per nodo</strong>, inseguendola ovunque proverà a insediarsi. Per riuscirci, però, dovremo tener sempre presente che dietro i burqa opprimenti e i kalashnikov, le barbe e i televisori distrutti, ci sono menti che conoscono benissimo i “trucchi” della modernità. E che non sono intenzionati a farne a meno solo perché uccidono gridando di volerli distruggere.</p>
<p>Pubblicato su <em><a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> </em>del 15 luglio 2010</p>
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		<title>AL QAEDA USA IL CALCIO COME UNO SPOT</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Apr 2010 18:23:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[fondamentalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Benjamin Nobel, coordinatore dell’antiterrorismo Usa per i Mondiali di calcio in Sudafrica, lo ha detto senza giri di parole: “Un evento di questo genere è di per sé un bersaglio”. Logico quindi, e prevedibile, che i megafoni di Al Qaeda provassero a sfruttare la platea globale della festa sportiva per un gigantesco spot al terrore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Benjamin Nobel, coordinatore dell’antiterrorismo Usa per i Mondiali di calcio in Sudafrica, lo ha detto senza giri di parole: “Un evento di questo genere è di per sé un bersaglio”. Logico quindi, e prevedibile, che i megafoni di Al Qaeda provassero a sfruttare la platea globale della festa sportiva per un gigantesco spot al terrore (“Si sentirà in uno stadio pieno di spettatori il rumore di un’esplosione e ci saranno decine o centinaia di cadaveri”) e magari per provare a volgere un’occasione di pacifico incontro tra i popoli in un ennesimo tributo di sangue. Il tutto reso ancor più clamoroso e orrendo dal fatto che <strong>questi sono i primi Mondiali in terra d’Africa</strong>, un’occasione per l’intero continente e soprattutto per il Paese che li ospita, a sua volta impegnato in un complesso amalgama di popoli e mentalità diverse.</p>
<p><span id="more-4537"></span><strong> </strong><strong></strong></p>
<div id="attachment_4549" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4549" title="Al Qaeda Maghreb2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/04/Al-Qaeda-Maghreb2.jpg" alt="Militanti di Al Qaeda Maghreb nello Yemen." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Militanti di Al Qaeda Maghreb nello Yemen.</p></div>
<p><strong>Lo sdegno e la preoccupazione, però, non devono impedirci</strong> di cogliere alcuni segnali non secondari, informazioni che i terroristi di <strong>Al Qaeda Maghreb</strong> (certo non il Maometto il Salafita che ha firmato il testo sul sito poi cancellato dal web) involontariamente ci regalano. Intanto, lo spasmodico desiderio di visibilità. Frasi come “i campionati sono seguiti dai telespettatori di tutto il mondo e trasmessi da decine di emittenti” agghiacciano per ciò che sottintendono, ma allo stesso tempo rivelano un ampio grado d’impotenza. Il nostro mondo, diciamo pure l’Occidente americano ed europeo, è ormai per loro fuori portata: il muro della sicurezza, nonostante qualche falla (come nel caso del giovane nigeriano sul volo Delta a Natale), in buona sostanza tiene e gli agenti del terrore sono costretti ad aspettarci “in casa loro” per tenderci agguati. Non a caso la filiale maghrebina di Al Qaeda ha colpito duramente l’Algeria tra il 2007 e il 2008 ma poi si è segnalata quasi solo per la caccia agli ostaggi stranieri, tra i quali purtroppo anche il nostro Sergio Cicala con la moglie.</p>
<p><strong>Da questo discende un’altra considerazione: Al Qaeda</strong> è ormai quasi solo un marchio di fabbrica, un logo preso in prestito qua e là da chi vuol vestirsi di una pericolosità che forse non ha. Nella ragione sociale della milizia fondata dallo sceicco <strong>Osama Bin Laden</strong> c’era, esplicito, il proposito di portare la guerra in casa dei “nuovi crociati”, gli americani e i loro alleati europei. Cosa che per un lungo periodo i terroristi sono riusciti a fare, <strong>colpendo a New York (2001), Madrid (2004), Londra (2005)</strong>. La filiale maghrebina è violenta e spietata, ed è riuscita a lanciare qualche ponte verso gli Usa (come l’imam Anwar al Awlaki, che in una moschea della Virginia aveva conosciuto Nidal Hasan, l’autore della strage in una base militare nel novembre 2009), ma resta un surrogato dell’originale. Le sue azioni, soprattutto le più recenti, somigliano assai più alle abitudini criminali di tante società tribali (razzie, cattura di ostaggi) che ai piani sottili e micidiali del terrorismo internazionale.</p>
<p><strong>Pare legittima, quindi, una duplice conclusione.</strong> Al di là di una prima fascinazione, subita anche sulla spinta di frustrazioni nazionali da noi forse sottovalutate, i popoli islamici si sono sottratti al richiamo del terrorismo e di fatto lo hanno respinto ai margini della loro vita sociale. Magari in ritardo, e senza rielaborare il risentimento anti-occidentale, comunque tenendosene alla larga. Ma l’altra conclusione è questa: <strong>il terrorismo islamico finisce fatalmente per fare vittime soprattutto tra i musulmani</strong>. Se non le altre, questa è una lezione che tutti, a qualunque latitudine, hanno finito per imparare.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 10 aprile 2010</p>
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