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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Al Fatah</title>
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		<title>LIQUIDATO IL PREMIER FAYYAD, PALESTINESI AVVIATI AL SOLITO PATERACCHIO</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 20:52:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Credo di essere stato in assoluto l’ultimo giornalista a intervistare Salam Fayyad quand’era ancora primo ministro dell’Autorità palestinese, e lo testimonia il post con il nostro colloquio, datato 10 febbraio 2009. Ma non è per questo che considero una brutta notizia le sue dimissioni, arrivate poche ore dopo la conclusione della conferenza di Sharm el [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Credo di essere stato in assoluto l’ultimo giornalista a intervistare Salam Fayyad quand’era ancora primo ministro dell’Autorità palestinese, e lo testimonia il post con il nostro colloquio, datato 10 febbraio 2009. Ma non è per questo che considero una brutta notizia le sue dimissioni, arrivate poche ore dopo la conclusione della conferenza di <strong>Sharm el Sheikh </strong>(Egitto), in cui i donatori internazionale avevano offerto 4,5 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza.</p>
<p align="justify"><span id="more-388"></span><br />
<strong>Di Fayyad </strong>(<em>nella foto sotto con il sottoscritto, a Ramallah) </em><strong>si ricorda spesso la natura di “tecnico”</strong>, la carriera di economista presso il fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. E’ un dato importante, anche perché fa di lui uno dei pochissimi dirigenti palestinesi che non abbiano fatto della politica mediorientale una ragione di vita e una professione. Ma non c’è solo questo: Fayyad, proprio grazie a quel passato, è noto negli ambienti della finanza internazionale, in particolar modo della finanza istituzionale, e infatti <strong>i Governi occidentali</strong> non sono ora molto soddisfatti all’idea di aver messo un bel pacchetto di miliardi nelle mani di chissà chi.</p>
<p align="justify">          <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/03/fayyadcopia1.JPG" alt="fayyadcopia1.JPG" /></p>
<p align="justify">      <strong>Altre ragioni per rimpiangere Fayyad.</strong> Primo: da ministro delle Finanze (2002-2007) e poi da premier, è riuscito a mettere un po’ d’ordine nelle disastrate finanze palestinesi, limitando anche la tradizionale corruzione della burocrazia che attornia il presidente Abu Mazen, impresa non da poco. Secondo: insieme con <strong>Hanan Ashrawi</strong>, la scrittrice e poetessa cristiana che fu portavoce dell’Autorità nazionale palestinese delle origini, Fayyad ha fondato il <em>Partito della Terza Via</em>, che si proponeva appunto di indicare una strada nuova rispetto al solito dualismo palestinese Al Fatah – Hamas. Compito difficilissimo, come testimonia il risultato delle elezioni del 2006 (la <em>Terza Via</em> ottenne solo 2 seggi su 132 del parlamento palestinese, poi dominato da Hamas), ma fondamentale per indicare una possibile alternativa politica pacifica e laica.</p>
<p align="justify">     <strong> Uscito Fayyad, i palestinesi si avviano a una specie di “compromesso storico” tra Al Fatah e Hamas</strong>, da cui difficilmente potrà nascere qualcosa di buono. Come possono governare insieme due partiti che fino a ieri si sono sparati? Come potrà Abu Mazen collaborare con <strong>Ismail Haniyeh</strong>, che ancora nelle scorse settimane faceva imprigionare o gambizzare i suoi sostenitori a Gaza? Come potrà Haniyeh, sostenitore della lotta armata contro Israele, collaborare con Abu Mazen, che si è detto disposto a dialogare anche con un eventuale governo di destra israeliano?</p>
<p align="justify">     <strong> La (presunta) riconciliazione tra Al Fatah e Hamas è cara al mondo arabo</strong>, per tante ragioni. Ma si profila un pateracchio di quelli che paralizzano tutto con grave danno di tutti, soprattutto dei palestinesi (ormai più che stremati da un conflitto senza fine che chiede sempre a loro il massimo della sofferenza) e della <strong>rinnovata buona volontà degli Usa</strong> di trovare una soluzione al più sanguinoso e inutile dei contrasti. Alcuni dicono che proprio su questo conterebbe l’astuto Fayyad: il fallimento clamoroso di un eventuale governo di coalizione potrebbe risolversi nella sua chiamata a furor di popolo, magari non più alla tresta del Governo ma addirittura alla Presidenza. Ci credo poco. Se da quelle parti avvenisse qualcosa “a furor di popolo”, avremmo una solida pace già da molto tempo.</p>
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		<title>PARLA SALAM FAYYAD, PREMIER DI PALESTINA: &#8220;NO A TUTTE LE VIOLENZE&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 15:40:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Forse solo uno che si è occupato di problemi planetari alla Banca mondiale (1985-1995) e al Fondo monetario internazionale (1996-2001) poteva ritrovarsi a gestire uno Stato che non c’è. Salam Fayyad è dal 2007 primo ministro dell’Autorità palestinese. Dicono che abbia messo un argine ai mille rivoli che dissetavano, in dollari, la burocrazia di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Forse solo uno che si è occupato di problemi planetari alla Banca mondiale (1985-1995) e al Fondo monetario internazionale (1996-2001) poteva ritrovarsi a gestire uno Stato che non c’è. Salam Fayyad è dal 2007 primo ministro dell’Autorità palestinese. Dicono che abbia messo un argine ai mille rivoli che dissetavano, in dollari, la burocrazia di qui. Intanto, mi riceve con puntualità svizzera, in un ufficio dall’ordine teutonico. Gaza sembra lontana ed è invece vicinissima.<br />
<strong>– Signor Primo ministro, che cosa c’è nei suoi pensieri in queste settimane?<br />
</strong>      «Tristezza. Il numero dei morti e l’ampiezza delle distruzioni sono senza precedenti, il mondo intero se n’è reso conto. Con il passare dei giorni, però, dietro lo shock si affaccia un pensiero più inquietante: che sarà dei sopravvissuti? E i giovani, come reagiranno? Credo che i fatti di Gaza resteranno  a lungo impressi nelle loro menti, e non senza conseguenze. È una grande preoccupazione per il futuro».<br />
<strong>– Le proteste, le trattative, l’inviato di Obama che viene e va, gli aiuti per la Striscia di Gaza. Riesce ancora a governare?<br />
</strong>      «Certo che sì. Alcune cose sono troppo importanti, meritano comunque la precedenza: un maggiore coinvolgimento degli Usa, per esempio, è da ricercare con forza. Ma c’è molto più di questo nel mio lavoro. L’anno scorso ho convocato un convegno mondiale di imprenditori, per stimolare le attività economiche in Palestina. Lo slogan era: “C’è un party a Betlemme, siete tutti invitati”. Molti qui mugugnavano: “Ma come, c’è l’occupazione, il Muro, e tu parli di party&#8230;”. Però nella serata finale 1.300 persone mangiavano insieme, davanti alla basilica della Natività, allegre e serene».<br />
<strong>– Sospetto che ci sia una morale&#8230;<br />
</strong>      «Eccola: risorgiamo dalle ceneri. Come possiamo superare una crisi come quella di Gaza se non trasformiamo tristezza e rabbia in energia e speranza? Non metteremo fine all’occupazione da parte di Israele sentendoci miserabili. E non arriveremo mai a uno Stato autonomo, che viva in pace con tutti i vicini, Israele incluso, inserito nella comunità mondiale, tollerante, aperto, se non crediamo nelle nostre possibilità».<br />
<strong>– Una bella serata in piazza, però, non fa uno Stato&#8230;</strong><br />
      «Ovvio. Lì c’era il simbolo. Nella realtà quotidiana bisogna scegliere la concretezza al posto dei discorsi o, peggio, delle avventure. Bisogna cambiare le cose sul terreno, in senso letterale: la prima condizione per far finire l’occupazione è che la nostra gente resti sulla terra, e per farla restare devi aiutarla a vivere meglio. Un Governo onesto, ospedali, linee elettriche, asili, scuole, ecco le cose che ci daranno un futuro».<br />
<strong>– Ancor più frustrante, quindi, vedere le macerie di Gaza. Là, inoltre, gli uomini fedeli al presidente Abu Mazen e al suo Governo se la stanno vedendo brutta..</strong>.<br />
      «È pazzesco. Ma c’è una lezione anche qui. Il nostro compito è fare l’opposto di ciò che ci ha portati a tutto questo. Distruggono? E noi ricostruiamo. Sparano? Rinunciamo alla violenza. Non si parlano? Parliamo con tutti. Solo così arriveremo a far capire che il problema è l’occupazione israeliana, punto. E non “l’occupazione israeliana, ma&#8230;”».<br />
<strong>– Nella crisi di Gaza, però, ci sono alcuni dati certi. Uno è che c’era una tregua e Hamas l’ha denunciata, sparando poi centinaia di missili.</strong>..<br />
      «La violenza di Hamas contro Israele è inaccettabile e ingiustificabile. In più, l’ho detto prima e lo ripeto, i palestinesi otterranno il loro scopo solo se i metodi saranno non violenti. Proprio per questo, però, dico che la reazione sproporzionata di Israele non solo non risolve il problema ma lo aggrava. Guardiamo a quel che è successo finora. Da anni un milione e mezzo di palestinesi vive a Gaza come in una prigione. Questo ha forse contribuito a ridurre la violenza? No, la strategia israeliana ha provocato ancor più rabbia. E ha dato ai palestinesi di Gaza la sensazione di non aver nulla da perdere. Bisogna fare l’opposto: dare alla gente qualcosa da perdere per spingerla a scegliere la pace».<br />
<strong>- Dal 2007 l&#8217;Autorità palestinese ha perso il controllo di Gaza. Una fetta non piccola del budget del suo Governo, però, va ancora alla Striscia&#8230;</strong><br />
      «Là c’è la nostra gente. Hamas passerà, loro restano e noi dobbiamo aiutarli. Per questo ogni mese spendiamo a Gaza 120 milioni di dollari».<br />
<strong>– È sicuro che tutti questi soldi non finiscano a Hamas?</strong><br />
      «Abbiamo dei meccanismi di garanzia. Uno è far gestire gli interventi a organizzazioni di fiducia. E poi la Striscia ha esigenze particolari; per esempio, il 65 per cento dell’elettricità le arriva da Israele, il 25 dall’Egitto e solo il 10 è prodotto lì. Noi paghiamo i fornitori».<br />
<strong>– Ancora l’estate scorsa molti pensavano che un accordo con Israele fosse possibile. Ormai tutto è cambiato, però le: si era davvero vicini?</strong><br />
      «Devo deluderla. No, non ho mai pensato che fossimo vicini a un accordo. Il Governo uscente di Israele ha fatto molti bei discorsi diplomatici ma, come le dicevo, a me interessa ciò che avviene sul terreno. E lì ci sono stati più insediamenti e più posti di blocco, a dispetto di quanto era stato stabilito e poi ribadito ad Annapolis. Il problema è che la pace si fa solo tra uguali. E noi questa uguale dignità dobbiamo ancora vedercela riconosciuta».</p>
<p>Pubblicato su <em>Famiglia Cristiana</em> numero 6 &#8211; 2009   <a href="http://www.famigliacristiana.it">http://www.famigliacristiana.it</a><br />
 </p>
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		<title>DA GAZA 3: IL POTERE SILENZIOSO DI HAMAS NELLA STRISCIA</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Feb 2009 14:19:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[   Tramite conoscenze che e&#8217; inutile nominare, ho provato a prendere contatto con i dirigenti di Hamas. Il numero del mio cellulare e&#8217; stato dato a chi di dovere e aspetto una chiamata che, ne sono sicuro, non arrivera&#8217;. Credo che molti si siano fatti l&#8217;idea che i miliziani di Hamas, almeno in tempi &#8220;normali&#8221;, passeggino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>   Tramite conoscenze che e&#8217; inutile nominare, ho provato a prendere contatto con i dirigenti di Hamas. Il numero del mio cellulare e&#8217; stato dato a chi di dovere e aspetto una chiamata che, ne sono sicuro, non arrivera&#8217;. Credo che molti si siano fatti l&#8217;idea che i miliziani di Hamas, almeno in tempi &#8220;normali&#8221;, passeggino per le strade mostrando con orgoglio il proprio potere. Adesso non e&#8217; cosi&#8217;, vivono nascosti e i contatti si prendono cosi&#8217;, parlando a uno che sa che contattera&#8217; uno che puo&#8217; che si fara&#8217; vivo con uno che e&#8217; autorizzato a parlare. L&#8217;unico che ho visto, finora, e&#8217; il ministro della Sanita&#8217;, <strong>dottor Basem Nah&#8217;em</strong>, che ha fatto una rapida comparsa all&#8217;ospedale Shefa di Gaza City. </p>
<p>     <strong>E&#8217; l&#8217;effetto della guerra, che non e&#8217; passata senza conseguenze</strong> su quelli che gli israeliani chiamano &#8220;topi da bunker&#8221;: dieci dei trenta maggiori dirigenti di Hamas sarebbero stati eliminati, lo sentivo dire in Israele ad alta voce con orgoglio e qui a bassa voce e con timore. Perche&#8217; nella Striscia il potere di Hamas non ha il volto delle sfilate rabbiose che ci sono familiari grazie alla tv (anche se ai funerali di Said Siam, il ministro degi Interni di Hamas, c&#8217;era non un mare ma un oceano di gente), ma piuttosto <strong>quello silenzioso e temibile dei militanti anonimi</strong>, di quelli che la struttura di intervento sociale del gruppo ha nutrito e reso fedeli e che sono poi pronti a denunciare chi si mostra troppo critico o dubbioso.</p>
<p>    <strong>Per questo di Hamas, nella Striscia, si parla con molta, molta prudenza</strong>. E&#8217; l&#8217;evoluzione tipica di tutti i movimenti e i partiti che si affermano in nome del priciio &#8220;legge e ordine&#8221;. I piu&#8217; svegli, e comunque quelli &#8220;normali&#8221;, sono oggi pentitissimi di aver votato Hamas nel 2006, per non parlare di quelli che anche allora votarono per Al Fatah. Tutti, pero&#8217;, riconoscono agli islamisti due meriti: aver fatto fuori (spesso in senso letterale) i due o tre clan familiari che, appoggiandosi alla corruzione di Al Fatah, <strong>facevano il bello e cattivo tempo nella Striscia</strong>, entita&#8217; che stavano all&#8217;incrocio tra la fazione politica e la banda criminale organizzata. Il secondo merito e&#8217; aver portato un po&#8217; piu&#8217; d&#8217;ordine e di rispetto per la legge. Ma appunto: prima legge e ordine, poi la cacciata totale di Al Fatah, alla fine una guerra distruttiva e devastante come quella di dicembre e gennaio.</p>
<p>     <strong>Non e&#8217; affatto detto, pero&#8217;, che il malcontento si trasformi in qualcosa di concreto</strong> o, addirittura, che finisca per giocare contro Hamas. Ci sono, anzi, segnali del contrario. Impadronirsi della Striscia e&#8217; stato, per Hamas, un colpo strategico. Una posizione che, come si e&#8217; visto, detta i ritmi della pace e della guerra e che non sara&#8217; ceduta per poco. Secondo: con la cacciata di Al Fatah, quelli di Hamas sono gli unici a tenere i cordoni della borsa, anzi, ad avere una borsa. Distribuiscono risorse e aiutano le vittime della guerra a riprendersi, scegliendo ovviamente in modo da favorire i fedeli o da fidelizzare gli incerti. Terzo, <strong>la gente dei campi profughi e delle campagne sabbiose del Sud non e&#8217; affatto pronta a dimenticare i suoi lutti</strong> e da questo punto di vista la scelta pacifica (o moderata) di Al Fatah non e&#8217;, almeno per ora, un buon biglietto da visita. Quarto: di Al Fatah qui dicono tutti la stessa cosa, cioe&#8217; che era un covo di ladroni. La guerra fa schifo ma non e&#8217; che Abu Mazen avesse fatto miracoli.</p>
<p>     <strong>Quel che si prospetta, dunque, e&#8217; una situazione di tipo libanese</strong>. Israele ha dato una durissima lezione ai libanesi andando a caccia degli Hezbollah. Questi, pero&#8217;, se la sono cavata abbastanza bene, tanto che hanno finito per andare al potere. Potendo e dovendo costruire il proprio potere in Libano, hanno smesso di sparare su Israele. <strong>Succedera&#8217; anche nella Striscia?</strong> Ovvero: durissima lezione sui palestinesi, Hamas la scampa e rafforza la presa sulla Striscia, che diventa una secie di staterello autonomo, riconosciuto da nessuno ma tuttavia vivo e vegeto?</p>
<p>   <strong> Non lo so, non ho la palla di vetro. Credo che una soluzione del genere</strong> non dispiacerebbe a Israele, sarebbe la definitiva sanzione che uno Stato palestinese &#8220;vero&#8221; non puo&#8217; nascere. Resterebbe pero&#8217; un problema: si puo&#8217; pensare di tenere quelli di Gaza chiusi in questo ghetto in eterno? A macinare rabbia, frustrazione, poverta&#8217; e desiderio di sparare agli ebrei, mentre nello stesso tempo a Abu Mazen e alla Cisgiordania si concedono le briciole delle briciole? <strong>Nel 2006 Hamas vinse le elezioni</strong> (svoltesi sotto l&#8217;occhio degli osservatori internazionali e da tutti giudicate regolari e democratiche) sfruttando le debolezze di Al Fatah ma anche il fatto che Israele e quei volponi della Casa Bianca negavano ad Abu Mazen qualunque margine di movimento, qualunque apertura. Quel poveraccio, re travicello di uno Stato inesistente, doveva fornire alla massima potenza mondiale e alla massima potenza regionale garanzie impossibili. Hamas disse grazie e si prese la Striscia.</p>
<p>      Adesso pensare di riunificare &#8220;a forza&#8221; la Cisgiordania alla Striscia sembra, giudicando da Gaza, un&#8217;altra di quelle operazioni studiate a tavolino e fatte apposta per fallire. Io la penso sempre allo stesso modo: <strong>Striscia chiusa finche&#8217; Hamas non smette di farnet</strong>icare ma accordo di pace subito con la Cisgiordania. Non e&#8217; nemmeno necessario abbattere il Muro, la&#8217; i palestinesi chiedono un po&#8217; di respiro e un minimo di benessere. Ma senza questo, possiamo aspettarci solo una serie intermittente di guerre, scontri e se va bene tensioni. Ricordiamo un fatto indiscutibile: la guerra possono cominciarla anche i piu&#8217; deboli, ma la pace si fa solo se i piu&#8217; forti la vogliono.</p>
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		<title>DA GAZA 2: A RAFAH I TOPI DELLA SABBIA SCRUTANO IL CIELO</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Feb 2009 17:11:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[     Ormai e&#8217; diventata una specie di routine. Guardano in su&#8217; e, come sciamani, riescono a dire se si tratta di un F16, di un drone senza pilota o di qualche altra diavoleria aviatoria. Poi magari non e&#8217; vero niente e si danno delle arie. Resta il fatto che, fatta la pausa scrutatoria, lo scavo dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>     Ormai e&#8217; diventata una specie di routine. Guardano in su&#8217; e, come sciamani, riescono a dire se si tratta di un F16, di un drone senza pilota o di qualche altra diavoleria aviatoria. Poi magari non e&#8217; vero niente e si danno delle arie. Resta il fatto che, fatta la pausa scrutatoria, lo scavo dei tunnel riparte e le carrettate di sabbia riprendono a uscire dai buchi. Sono arrivato a Rafah, sul confine con l&#8217;Egitto, all&#8217;estremo limite Sud della Striscia, in ambulanza. Non perche&#8217; ferito ma perche&#8217; ho chiesto un passaggio.</p>
<p>    Uno degli scavatori mi ha detto, in un ironico saluto: benvenuto nella zona industriale! Da qui si capisce subito che l&#8217;Egitto gioca due parti in commedia: il confine e&#8217; poco piu&#8217; di un muretto, da la&#8217; si vede benissimo chi e come si scava di qua, se proprio volessero fermre il contrabbando potrebbero farlo in due ore. Potrebbero ma non vogliono, perche&#8217; allora si&#8217; he la Striscia esploderebbe. Da questi tunnel, infatti, passano le armi ma anche la benzina e tanti generi di prima necessita&#8217; che tengono in vita i palestinesi o, almeno, impediscono loro di trasformarsi in bestie feroci. Le saponette, i detersivi e gli asciugamani cinesi, per dirne una, piccole cose che aiutano a campare.</p>
<p>    Non sono molto convinto, dunque, che l&#8217;accordo firmato da Mubarak, dalla Rice e dalla Livni abbia un funzione molto superiore alle pubbliche relazioni internazionali. D&#8217;altra parte e&#8217; chiarissimo anche a una prima osservazione che la societa&#8217; della Strisia e&#8217; molto piu&#8217; stratificata di quanto si possa pensare giudicandola dall&#8217;esterno. Non pensiamo a una massa indistinta di fanatici sostenitori di Hamas. A Gaza City, per esempio, s&#8217;incontra una piccola borghesia (o, meglio, aspirante tale) che non si fa troppi problemi nel manifestare una certa nostalgia dei tempi in cui il confine con Israele era aperto e qui regnava il debole, forse corrotto mamoderato Abu Mazen, la ci villetta ora giace abbandonata e chiusa in una piazza del centro. Gente non bellicosa, che farebbe volentieri i suoi traffici e altro non chiede se non di essere lasciata in pace.</p>
<p>    Poi, man mano che si esce dal centro urbano, aumentano le bandiere verdi di Hamas e i poster con i ritratti dei &#8220;martiri&#8221; che si sono immolati nella lotta contro Israele. Venendo qui a Rafah con un piccolo team medico della Caritas, ci siamo fermati in una casa del villaggio di Nasser (che, purtroppo per loro, vuol dire &#8220;vittoria&#8221;) dove un ferito aveva bisogno di assistenza. Sul muro, la foto di Ahmed, 21 anni, morto il 16 di gennaio sulla Salah Addin (Saladino), l&#8217;arteria principale di Gaza City. Sua sorella, 23 anni, e&#8217; incinta del terzo figlio. Suo marito era il ferito di cui sopra, con una gamba spezzata inpiu&#8217; punti da una pallottola israeliana. Lui dice di essere stato ferito in casa, dove forse se ne stava pacifico a guardare la tv e aspettare la fine della guerra, da gente in borghese, soldati israeliani infiltrati sotto spoglie palestinesi. Mah&#8230;</p>
<p>     E&#8217; certo, pero&#8217;, che qui la presa di Hamas e&#8217; molto piu&#8217; evidente e, in un certo senso, comprensibile. D&#8217;altra parte la borghesia di cui sopra e&#8217;minoritaria nei numeri, le elezioni (democratiche) del 2006 fuono decise appunto da questa folla di operai senza lavoro e contadini senza terra per i quali Abu Mazen e Al Fatah non erano riusciti a fare nulla. La &#8220;fabbrica del terrore&#8221; l&#8217;ho vista con i miei occhi a Khan Yunes, giuato a meta&#8217; strada tra Gaza City e Rafah, intorno a mezzogiorno: decine e decine di studenti che uscivano tutti insieme da scuola, stormi di ragazzini come da noi si vedono solo nei film girati ai tempi del neorealismo. Oggi ridono perche&#8217; e&#8217; finita la lezione. Domani molti di loro li rivedremo su un poster come Ahmed, irrigiditi nella posa del presunto guerriero prima di irrigidirsi per sempre nella posa scomposta di una morte fin troppo vera.</p>
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		<title>EGITTO, USA E ISRAELE: FERMIAMO IL TRAFFICO D&#8217;ARMI DI HAMAS. E NON POTEVATE PENSARCI PRIMA?</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2009 22:29:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      E’ ormai di dominio pubblico il testo dell’accordo firmato il 18 gennaio durante il summit di Sharm el Sheikh tra Stati Uniti e Israele, con l’approvazione dell’Egitto, per stroncare il contrabbando delle armi che vanno a ingrassare l’arsenale di Hamas. Il proposito, com’è ovvio, è più che lodevole. Ci sono però alcuni conti che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">      E’ ormai di dominio pubblico il testo dell’accordo firmato il 18 gennaio durante il summit di Sharm el Sheikh tra Stati Uniti e Israele, con l’approvazione dell’Egitto, per stroncare il contrabbando delle armi che vanno a ingrassare l’arsenale di Hamas. Il proposito, com’è ovvio, è più che lodevole. Ci sono però alcuni conti che non mi tornano. Provo a spiegare i miei dubbi.</p>
<p align="justify">      <strong>Il documento prende atto “degli sforzi del presidente egiziano Mubarak</strong>, particolarmente nel riconoscimento che è indispensabile rendere sicuri i confini di Gaza per realizzare una fine durevole e sostenibile dei combattimenti”. Poco oltre, riconosce “che raggiungere e mantenere una cessazione delle ostilità durevole e sostenibile <strong>dipende dalla prevenzione del contrabbando e rifornimento di armi a Hamas</strong>, organizzazione terroristica”. E qualche altra riga più avanti ribadisce che “combattere il rifornimento di armi ed esplosivi verso Gaza… rappresenta <strong>una priorità</strong> degli sforzi di Stati Uniti e Israele”. Insomma, se qualcuno non avesse capito: la chiave per rendere innocuo Hamas è impedire che gli vengano recapitate le armi che poi usa per colpire le città del Sud di Israele.<br />
Bene. Tutto vero. Ecco però alcune domande.<br />
<strong>1. Le armi arrivano a Hamas </strong>in due soli modi: per mare, in percentuale molto ridotta visto che la marina israeliana fa buona guardia; e via terra, attraverso i tunnel che uniscono Gaza all’Egitto. Dell’esistenza di tali tunnel sono al corrente persino i bambini e Israele, in queste settimane di guerra, <strong>li ha bombardati in lungo e in largo,</strong> avendo quindi le idee piuttosto precise su quali fossero i loro tracciati. Possibile che solo il Governo egiziano fosse all’oscuro dei sentieri sotterranei del contrabbando?<br />
<strong>2. Il regime del presidente egiziano Mubarak ha grossi debiti con gli Usa. </strong>Il Cairo, infatti, riceve 1,3 miliardi di dollari l’anno in aiuti finanziari diretti, più tutta una serie di ulteriori prebende. Per esempio, i 5,6 miliardi di dollari con cui gli Usa hanno coperto le spese militari dell’Egitto (6,5 miliardi di dollari tra il 2001 e il 2004), che è il maggior compratore d’armi del Medio Oriente. L’Egitto, in sintesi, è secondo solo a Israele quanto ad aiuti finanziari dagli Usa. La domanda è questa: visto che <strong>Mubarak si regge sulle stampelle americane</strong>, la Casa Bianca non poteva ordinargli prima di dare un giro di vite al contrabbando di armi verso Hamas?<br />
<strong>3. E&#8217; chiaro, Israele non poteva accettare che Hamas </strong>tenesse ancora sotto tiro le sue città e i suoi civili. Il problema di Hamas e delle sue armi (oltre che del suo statuto, che ancora ambisce alla distruzione dello Stato ebraico), però, non è nuovo. Dal 2006 (cioè da quando Hamas vinse le elezioni politiche nell’Autorità palestinese) e ancor più dal 2007 (da quando Hamas cacciò i rivali di Al Fatah dalla Striscia), la zona di Gaza è chiusa per mare e per terra nell’embargo israeliano. E <strong>ci volevano tutti questi morti</strong> per decidere di mettersi d’accordo con gli Usa e con l’Egitto e bloccare un traffico di armi che ora è considerato decisivo per il conseguimento e il mantenimento della pace, oltre che della tranquillità di Israele?<br />
<strong>Resto convinto che Hamas abbia provocato Israele con i  suoi razzi</strong> per speculare su una “piccola strage” di civili, senza prevedere la strage enorme che poi è arrivata. Allo stesso modo resto convinto che <strong>questa è stata l’ennesima guerra inutile nella storia del Medio Oriente in generale e della Palestina in particolare</strong>. I fanatici idioti di Hamas hanno, come sempre, peggiorato la situazione del popolo palestinese. I raffinati strateghi di Israele hanno ottenuto questo: cadere nella provocazione, macchiarsi le mani con il sangue di donne e bambini e poi fare una cosa saggia e pratica che si poteva fare anche prima.</p>
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		<title>LA STRAGE DI GAZA, LA TRAPPOLA DI HAMAS, L&#8217;INDECISIONE DI OLMERT E ABU MAZEN</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Dec 2008 18:42:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      E’ di una tristezza lacerante constatare che nel confronto tra Israele e i palestinesi di Gaza si è sviluppato, tra i tanti possibili, proprio lo scenario più tragico e banale. Finita la tregua di sei mesi, Hamas ha orchestrato a colpi di missile (più di 200 in pochi giorni) la solita provocazione contro le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      E’ di una tristezza lacerante constatare che nel confronto tra Israele e i palestinesi di Gaza si è sviluppato, tra i tanti possibili, proprio lo scenario più tragico e banale. Finita la tregua di sei mesi, <strong>Hamas</strong> ha orchestrato a colpi di missile (più di 200 in pochi giorni) la solita provocazione contro le città di Israele. Il Governo dello Stato ebraico, ovvero la coppia <strong>Olmert-Barak</strong> e la coalizione Kadima-Partito Laburista, prima ha cercato di resistere, poi ha lasciato mano libera ai militari. I palestinesi ora piangono quasi 300 morti e giurano vendetta, gli israeliani annunciano altre azioni se al lancio di missili non sarà posta immediata fine.<br />
      <strong>Tutto già visto, tutto già scritto. E tutto tragicamente inutile.</strong> Nulla cambierà dopo l’ennesima strage. Hamas ha trovato ciò che cercava: un lutto esemplare per infiammare il resto del mondo arabo (la <strong>Lega Araba</strong> ha già chiesto all’Onu di pronunciarsi “sull’aggressione israeliana a Gaza”), ottenere da esso nuovi fondi e mostrare ai palestinesi chi davvero ha cuore per combattere. A gennaio termina il mandato del presidente <strong>Abu Mazen</strong>, il leader di Al Fatah non si sa se più moderato o più debole, ed è chiaro che nella Striscia c’è chi vuol lucrare su quella scadenza e su questi morti “esemplari”. Poco importa ad Hamas se il suo eventuale controllo dell’Autorità palestinese resterebbe lettera morta, un Governo di carta incapace di intendere e di volere, sprofondato nel più completo isolamento internazionale.   <br />
      <strong>Israele non può certo permettere che una parte del proprio territorio</strong> (quella, appunto, nel raggio di tiro dei Qassam) diventi di fatto inagibile, e il Governo Olmert, uscito piegato dalla guerra in Libano del 2006, non poteva mostrarsi arrendevole agli occhi degli israeliani che in febbraio andranno a votare e già sentono il fascino bellicoso di <strong>Bibi Netanyahu</strong>, leader del <strong>Likud</strong> e ministro che nel 2005 si dimise proprio per protestare contro il ritiro da Gaza deciso da <strong>Ariel Sharon</strong>. Anche qui, però, la battaglia elettorale e le vecchie abitudini hanno la meglio su ogni altra considerazione: tutti sanno che i 110 aerei che ieri hanno colpito Gaza non fermeranno i missili di Hamas, così come non poteva fermarli il blocco economico della Striscia decretato da Israele nel 2007, dopo che Hamas aveva ricacciato in Cisgiordania i rivali di Al Fatah. Altrettanto chiaro è che Israele non può permettersi di rioccupare la Striscia, con il suo milione e mezzo di abitanti e le migliaia di militanti armati di cui Hamas dispone.<br />
      <strong>Un giorno, forse, qualcuno spiegherà perché non si è concretizzata l’unica iniziativa</strong> che avrebbe potuto e ancora potrebbe imprimere una svolta: la firma di un accordo tra Israele e il Governo di Al Fatah in Cisgiordania. Ehud Olmert e Abu Mazen si sono incontrati, il dialogo è progredito, Israele ha compiuto gesti non secondari come la liberazione di centinaia di palestinesi e lo sgombero di alcuni insediamenti illegali a <strong>Hebron</strong>. Ma a un vero accordo non si è giunti, anche se molti lo davano per possibile, anche se avrebbe potuto solo rafforzare due leader individualmente deboli. Forse è mancata la forza di credere nella pace per via pacifica, cosa che richiede molto più coraggio e fantasia politica che non cedere il passo ai generali o ai guerriglieri. O forse si è sentita, nel momento cruciale, <strong>l’assenza degli Usa</strong>, l’unico mediatore a cui israeliani e palestinesi siano disposti a dar retta. In ogni caso, il bilancio oggi è questo: Al Fatah e Isaraele hanno perso un’occasione, Hamas è riuscito nella sua provocazione, le imminenti elezioni palestinesi e israeliane rischiano di portare ancora più indietro le lancette della storia.</p>
<p>Pubblicato su <em>Avvenire</em> del 28 dicembre 2008   <a href="http://www.avvenire.it">http://www.avvenire.it</a></p>
<p>  </p>
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		<title>SIAMO SICURI CHE IL DIO DEI COLONI VIOLENTI SIA IL NOSTRO STESSO DIO?</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Dec 2008 20:29:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;articolo di Avi Issacharoff (inviato di Haaretz), che ho postato appena prima di questo, è passato del tutto inosservato dalla stampa italiana. Altrettanto è successo all&#8217;articolo del collega di Issacharoff che, dalla prima pagina di Maariv (l&#8217;altro grande quotidiano di Israele) ha raccontato gli stessi fatti ed espresso gli stessi sentimenti. Qualche riga sulla Stampa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<style type="text/css">!-- 		@page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 	--> 	</style>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%"><font size="4">L&#8217;articolo di Avi Issacharoff (inviato di Haaretz), che ho postato appena prima di questo, è passato del tutto inosservato dalla stampa italiana. Altrettanto è successo all&#8217;articolo del collega di Issacharoff che, dalla prima pagina di <em>Maariv</em> (l&#8217;altro grande quotidiano di Israele) ha raccontato gli stessi fatti ed espresso gli stessi sentimenti. Qualche riga sulla <em>Stampa</em>, ecco tutto. Eppure i nostri giornali hanno scritto molto sullo sgombero dei coloni ebraici che occupavano illegalmente alcuni edifici di <strong>Hebron, città della Cisgiordania palestinese ma carissima alla memoria degli ebrei</strong> perché sede delle tombe dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. Il <em>Corriere della Sera</em> si è anche dilungato, giustamente, sull&#8217;ultima bestialità di Hamas che, nella Striscia di Gaza, nega il visto d&#8217;uscita a più di 2  mila pellegrini palestinesi che hanno chiesto il permesso di recarsi alla Mecca agli uffici dei rivali politici di Al Fatah.</font></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%"><font size="4">Di<strong> tutto, insomma, si può leggere sui nostri giornali tranne che delle manifestazioni violente e razziste che escono dalle viscere tormentate di Israele</strong>. Volete sapere il titolo che <em>Haaretz</em> ha dato all&#8217;articolo di Isachoff? Eccolo: “Quello dei coloni di Hebron (usciti  dall&#8217;insediamento di Kiriat Arba, n.d.r) era un vero pogrom”. Un pogrom, capito?</font></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%">     <font size="4"><strong>Israele è una grande democrazia anche perché ha una grande stampa</strong>. L&#8217;Italia è la democrazia che è anche perché ha una stampa libera ma modesta. E i Paesi arabi non sono democrazie perché non hanno una stampa libera. Sempre su <em>Haaretz, Fania </em>Oz-Salzberger ha commentato i fatti con grande acutezza e severità. Il suo pezzo comincia così: “I pogromisti di Hebron hanno portato una catastrofe su Israele e la nazione ebraica”. L&#8217;editorialista divide l&#8217;opinione pubblica israeliana in tre parti: quelli che appoggiano i coloni; quelli che criticano i coloni per aver violato la legge, dimostrandosi più attaccati ai simboli dell&#8217;ordine che all&#8217;ordine stesso; quelli, “per fortuna più numerosi”, che non sono più disposti a giustificare gli autori di questi pogrom. Conclude Oz-Salzberger: “Questa gente non è la mia gente. Il loro Dio non è il mio Dio. Dove loro vivono non è il mio Paese”.</font></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%"><font size="4"><strong>Prese di posizione come questa sono possibili in Israele ma non nella lontana, distaccata e poco coinvolta Italia.</strong> Mi è ben nota l&#8217;ottusità politica e l&#8217;isteria incline alla violenza dei palestinesi. E forse, dopo tanti anni di demonizzazione del sionismo e di appoggio indiscriminato e cieco alla causa palestinese, era fatale che il pendolo toccasse l&#8217;eccesso opposto. Sarà meglio, però, liberarsi alla svelta dal giornalismo prono alla propaganda filoisraeliana, perché la pubblicità non ha cause ma solo interessi; e altrettanto dovremo fare con l&#8217;impostazione politica maturata negli ambienti più retrivi del conservatorismo americano, quello stesso che ha portato alla presidenza il disastroso Bush. Israele è il popolo eletto ma ugualmente ospita nel proprio seno pulsioni d&#8217;intolleranza e totalitarismo a sfondo razzista. <strong>La storia è piena di violenti che sostenevano di essere mandati da Dio,</strong> non si vede perché quelli usciti dai ranghi dei coloni dovrebbero essere diversi. Il Governo di Israele avrà magari le sue difficoltà a tenerli al proprio posto, e si può capirlo. Ma noi, che scusa abbiamo?   </font></p>
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		<title>INTERVISTA: SARI NUSEIBEH, UN PALESTINESE FUORI DAL CORO (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Aug 2008 17:03:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ - Ma ci sarà una clausola decisiva, o no?       “Le posso dire la mia: qualunque sia la soluzione prescelta, questa dev’essere condivisa, non può essere imposta da una parte all’altra. E’ come un matrimonio, la forza non può renderlo valido. E quindi, visto che né gli israeliani né i palestinesi vogliono un solo Stato, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> - Ma ci sarà una clausola decisiva, o no?<br />
      “Le posso dire la mia: qualunque sia la soluzione prescelta, questa dev’essere condivisa, non può essere imposta da una parte all’altra. E’ come un matrimonio, la forza non può renderlo valido. E quindi, visto che né gli israeliani né i palestinesi vogliono un solo Stato, dobbiamo lavorare per la soluzione a due Stati. Io non credo che sia la migliore, da un punto di vista umano e della convivenza tra i popoli un solo Stato mi piacerebbe di più. Ma la gente ne vuole due e quindi è qui che dobbiamo andare. Sempre tenendo presente che la condizione prima dev’essere la massima riduzione della sofferenza umana. Non mi interessa una soluzione che sembra buona ma implica grandi sofferenze per la gente. Al contrario: scegli la soluzione che comporta meno sofferenza e perseguila. Alla fin fine, ciò che vale è la vita umana, non l’ideologia. Il resto, uno, due o tre Stati, conta meno”.<br />
<strong>- E Hamas? Accordo o no, Hamas non sparirà.<br />
</strong>      “Hamas è come una macchia rossa su un muro bianco. La macchia non può cambiare colore. Ciò che invece possiamo fare è cercare di renderla più piccola. Nella società palestinese, se si riuscisse a creare la pace, Hamas e altri movimenti radicali perderebbero importanza e significato. Non sparirebbero, certo. Ci sarebbero sempre elementi pronti a scelte estremiste, come del resto avviene in Israele. Ma conterebbero assai poco. Abbiamo due alternative: lavorare per creare il paradiso in terra o raggiungere il paradiso ultraterreno. Se scegliamo la prima, la gente sarà molto più serena e aspetterà il tempo stabilito da Dio e dalla natura per godere dell’altra ipotesi”.<br />
<strong>- Come intellettuale e docente universitario, lei lavora con l’élite palestinese, sia per quanto riguarda i professori sia per gli studenti. Quali sono i sentimenti di questo strato sociale così particolare?</strong><br />
      “Siamo tutti in una strana situazione. Viviamo, lavoriamo, studiamo, ci amiamo e ci sposiamo, sempre con la sensazione di essere chiusi in una bolla. Siamo in prigione ma non in senso fisico, piuttosto in senso mentale e psicologico. Non sappiamo quale sarà il nostro futuro, dunque perché facciamo le cose che facciamo? I nostri valori tradizionali, politici, morali, familiari o sociali che siano, stanno scomparendo senza che altri valori vengano a rimpiazzarli. Se faccio il paragone con quando venni a insegnare in Palestina, nel 1978, noto soprattutto che la mia comunità ha subito un massiccio degrado dei valori”.<br />
<strong>- In questa nostra conversazione c’è una specie di convitato di pietra: Israele, ma direi soprattutto gli israeliani. Che dire di loro?<br />
</strong>      “Gli israeliani hanno una psicologia molto complicata e come palestinesi dobbiamo fare ogni sforzo per conoscerla e capirla. Ogni tanto scandalizzo i miei amici quando dico che provo più simpatia per loro, gli israeliani, che per noi palestinesi”.<br />
<strong>- E’ di sicuro un paradosso, che prevede da parte mia l&#8217;inevitabile domanda: perché?<br />
</strong>      “Perché mi pare che alla fin fine abbiano più problemi di noi. Prendiamo il loro ideale dello Stato ebraico: hanno lavorato tantissimo, consumato infiniti sforzi, costruito strade e palazzi, vinto una guerra dopo l’altra, e semplicemente non funziona. pensi solo a questo: hanno la bomba atomica e per sentirsi sicuri hanno dovuto costruire una replica della Muraglia cinese”.<br />
<strong>- Israele, però, non pare un’entità fragile, pericolante o poco convinta delle proprie ragioni…<br />
</strong>      “Non dico questo. Mi pare, però, che la loro resterà una battaglia persa finché resterà una battaglia. Proprio ieri rileggevo <em>TheFuture Vision of the Palestinian Arabs</em>, il documento scritto e pubblicato nel 2006 da un gruppo di intellettuali arabi israeliani. Fu pubblicato dai maggiori giornali negli Usa e in Israele e provocò una bufera politica. In sintesi, il documento dice: vogliamo che Israele diventi uno Stato binazionale. Immagini a questo punto di essere israeliano: hai il 20% della popolazione fatto di palestinesi che, con una certa logica, chiedono che il &#8220;tuo&#8221; Stato diventi binazionale. E intorno ai altri 3 milioni di palestinesi che si propongono di creare un loro Stato. E questo è il punto in cui siamo sessant’anni dopo la creazione di Israele. Il vero paradosso di Israele è che ogni suo successo porta con sé, inevitabilmente, una sconfitta. Prendiamo gli insediamenti: più ne costruiscono e più terra ottengono, è vero, ma allo stesso tempo diventa sempre più difficile per loro vivere separati dagli arabi. Nel 1967 hanno vinto la guerra ma hanno anche riportato insieme, in un unico blocco, Gaza, la Cisgiordania e Israele. Mettiamola così: finché dura la sua egemonia, Israele non potrà liberarsi dei palestinesi. Una vera beffa, mi pare”.</p>
<p>Vedi anche <a href="http://www.famigliacristiana.it">http://www.famigliacristiana.it</a><br />
 </p>
]]></content:encoded>
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		<title>INTERVISTA: SARI NUSEIBEH, UN PALESTINESE FUORI DAL CORO (prima parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Aug 2008 16:37:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al Fatah]]></category>
		<category><![CDATA[Ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[      Pubblico, in versione ampliata e in due puntate, l&#8217;intervista a Sari Anwar Nuseibeh già uscita su Famiglia Cristiana n.33 dell&#8217;agosto 2008. Sari Nuseibeh è stato per molti anni al centro del dibattito politico palestinese e quasi sempre su posizioni creative e originali. Per i cattolici, un motivo d&#8217;interesse in più: da molti secoli la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      <strong>Pubblico, in versione ampliata e in due puntate, l&#8217;intervista a Sari Anwar Nuseibeh già uscita su Famiglia Cristiana n.33 dell&#8217;agosto 2008. Sari Nuseibeh è stato per molti anni al centro del dibattito politico palestinese e quasi sempre su posizioni creative e originali. Per i cattolici, un motivo d&#8217;interesse in più: da molti secoli la sua famiglia custodisce le chiavi del Santo Sepolcro di Gerusalemme. </strong></p>
<p>      Sari Anwar Nuseibeh, palestinese, rettore dell’Università <em>Al Quds</em> di Gerusalemme, è uno degli intellettuali più liberi del mondo arabo. E infatti, mentre la sua carriera accademica è tranquilla (è rettore dal 1995), la sua vita politica è piena di colpi di scena. Nel 1987 suggerì polemicamente che i palestinesi dovevano riconoscere Israele e diventarne cittadini. Poco dopo fu il primo esponente palestinese a incontrare lo stato maggiore del partito israeliano <em>Likud,</em> mossa che gli costò un pestaggio da parte di militanti di <em>Al Fatah</em>. Durante la prima intifada creò 28 comitati tecnici che dovevano servire da embrione per la struttura di un futuro Stato palestinese e fu accusato dall’<em>Olp</em> di puntare al potere. Nel 1991, dopo che <strong>Saddam Hussein</strong> aveva lanciato i missili <em>Scud</em> contro Tel Aviv, lavorò con <em>Peace Now</em>, l’organizzazione pacifista israeliana, per condannare l’uccisione di civili in guerra, ma poco dopo fu arrestato dagli stessi israeliani e rimase in prigione per 90 giorni nonostante gli appelli di Amnesty International e dello stesso Governo Usa.<br />
      Adesso, nel fresco del suo ufficio, pare difficile credere che questo docente (il professore in lui si vede da un chilometro) ne abbia combinate tante. E anche che sia ancora vivo, considerati i tempi e le abitudini del Medio Oriente. “Lo so”, dice lui con un sorriso, “sembra una brutta vita, ed è una brutta vita. Ma io non saprei viverne un’altra”.<br />
<strong>- Professore, dopo una lunga stasi, tutto sembra tornato a muoversi. Israele tratta con Hamas, Hezbollah e con la Siria. E’ un’impressione o è vero?</strong><br />
      “Credo anch’io che qualcosa si stia muovendo. Bisogna però chiedersi: che cosa? Mi pare chiaro il tentativo di staccare la Siria dall’Iran. E poi ci sono i crescenti interessi dell’Europa per il Medio Oriente, petrolio e non solo, che danno rilievo al ruolo della Turchia e incentivano il gioco di sponda della Francia appunto con la Siria. Insomma, agiscono forze abbastanza potenti da smuovere anche i Governi del Medio Oriente. Non mi stupirei se, in questo contesto, saltasse fuori che Israele e i palestinesi hanno firmato un qualche genere di accordo”.<br />
<strong>- Sembra un’ipotesi incredibile: è guerra tra Hamas e Al Fatah, la gente pare più disillusa che mai, Abu Mazen e Ehud Olmert sono l’immagine della debolezza…<br />
</strong>      “Certo, questo è ciò che si vede. Se chiede a un israeliano o a un palestinese, al mercato o per strada, questi dirà: ma no, impossibile. Nessuno vuole investire in speranze teoriche. Ma se ci fosse un accordo vero, concreto, il consenso sarebbe del 70% sia di qua sia di là. I palestinesi sanno che senza un accordo preventivo non avranno mai uno Stato e <em>Al Fatah</em> sa che senza un accordo non riuscirà mai a tornare davvero al potere. In Israele, e negli ambienti ebraici sparsi per il mondo, ci sono forti gruppi di pressione consapevoli del fatto che senza uno Stato autonomo palestinese non saranno mai in grado di garantire l’esistenza dello Stato ebraico. Anche per loro è una possibilità unica”.<br />
<strong>- E che cosa dovrebbe contenere un accordo “buono” per i palestinesi?<br />
</strong>      Dovrebbe somigliare alla Formula Clinton del dicembre 2000. I palestinesi si impegnano a mettere fine alla lotta armata e riconoscono lo Stato ebraico. Israele, a sua volta, blocca l’80% degli insediamenti e accetta il ritorno dei profughi palestinesi, pur controllando il numero dei ritorni e la loro modalità. Sovranità palestinese sulla Spianata delle moschee e israeliana sul Muro del pianto e una commissione congiunta per le questioni archeologiche. C’è da discutere però i principi sono questi. Ma l’accordo arriverà solo se entrambe le parti lo sentiranno necessario per la propria causa. Penso che non solo <em>Abu Mazen, Olmert e Tsipi Livni</em> siano ormai vicini a questo stato d’animo, ma che lo siano tutti coloro che, su un lato o sull’altro della barricata, partecipano al processo decisionale”.</p>
<p><em>(prima parte &#8211; continua)</em></p>
<p> Vedi anche http://<a href="http://www.famigliacristiana.it">www.famigliacristiana.it</a></p>
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		<title>UN&#8217;ELEMOSINA PER LA PALESTINA. E LA CHIAMANO POLITICA ESTERA</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jun 2008 21:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Al Fatah]]></category>
		<category><![CDATA[Cisgiordania]]></category>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Pace]]></category>
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		<description><![CDATA[      Un mese fa, alla Conferenza internazionale di Parigi, l’Italia ha offerto all’Afghanistan di Hamid Karzaj 50 milioni di euro l’anno fino al 2011, oltre ovviamente all’impegno militare. Ieri, alla Conferenza internazionale di Berlino, la stessa Italia (voglio dire, lo stesso Governo dello stesso Paese più o meno in crisi economica) ha offerto all’Autonomia palestinese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Un mese fa, alla Conferenza internazionale di Parigi, l’Italia ha offerto all’Afghanistan di Hamid Karzaj 50 milioni di euro l’anno fino al 2011, oltre ovviamente all’impegno militare. Ieri, alla Conferenza internazionale di Berlino, la stessa Italia (voglio dire, lo stesso Governo dello stesso Paese più o meno in crisi economica) ha offerto all’Autonomia palestinese (e cioè alla Cisgiordania governata dai moderatissimi presidente Abu Mazen e premier Salam Fayad) aiuti finanziari per 10 milioni di euro (8,5 dei quali già promessi dal Governo Prodi), oltre a qualche decina di automobili e motociclette per le forze di polizia. A conferma del diverso trattamento, e quindi della diversa linea politica espressa tra Parigi e Berlino, a parlare di Afghanistan era andato il ministro degli Esteri Frattini, a parlare di Palestina il sottosegretario Stefania Craxi.<br />
      Non sarò certo io a criticare l’attuale Governo<strong> per il suo impegno a favore dell’Afghanistan</strong>. Ho scritto ovunque ho potuto (anche qui, basta recuperare il pezzo che ho postato il 13 giugno e che s’intitola Karzaj chiede 50 miliardi: se li merita?) che la questione afgana deve assolutamente essere risolta e che ogni forma di disimpegno da quel compito dev’essere rifiutata. Mi colpisce, invece, la miseria di quanto siamo disposti a offrire alla parte più pacifica dei palestinesi.<br />
       E’ un atteggiamento che va contro la corrente politica generale: <strong>la Conferenza di Berlino, che radunava 40 Paesi, si era data l’obiettivo di raccogliere 184 milioni di dollari; ne sono stati invece raccolti 242</strong>, che andranno a rafforzare le forze di polizia, il sistema delle carceri e l’apparato giudiziario, quindi a rendere indirettamente più sicuro (o meno insicuro) anche Israele. Ma che va anche contro il senso comune: l’Afghanistan è importante, anzi, per certi versi e rispetto a certi problemi, decisivo. Ma è forse meno importante o decisiva la questione palestinese? Sono forse meno esplosive le tensioni che da oltre un secolo macchiano di sangue i rapporti tra i palestinesi e lo Stato ebraico?<br />
      Mi spiace dirlo, e mi auguro di essere presto smentito, ma questo modo di lasciare i palestinesi in balìa delle proprie miserie e delle proprie dissennatezze conferma l’opinione che mi sono fatto di questa classe politica di centro-destra nei suoi ormai svariati anni di permanenza al governo: <strong>non ha una politica estera</strong> e l’unica cosa che sa fare è ripetere più o meno pedissequamente ciò che fanno o le dicono di fare gli Stati Uniti. La Casa Bianca di George Bush si è disinteressata, almeno per sette anni su otto, di quanto accadeva in Palestina, più o meno convinta che Israele avesse la forza politica e militare per difendersi e nel caso attaccare, <strong>e che degli altri non valesse la pena di occuparsi</strong>. Noi andiamo al seguito.</p>
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