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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Agricoltura</title>
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		<title>2050, SERVE CIBO PER 9 MILIARDI DI UOMINI</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 19:37:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Immaginare il futuro è compito sempre arduo. Quasi sempre, inoltre, i risultati dello sforzo si tramutano in preoccupazione e allarme. Non sfugge a questa regola il progetto Solaw (The State of the World&#8217;s Land and Water Resources for Food and Agriculture) della Fao, che si è spinto fino al 2050 per vedere come andranno le cose [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Immaginare il futuro è compito sempre arduo. Quasi sempre, inoltre, i risultati dello sforzo si tramutano in <strong>preoccupazione e allarme.</strong> Non sfugge a questa regola il progetto <a href="http//www.fao.org/nr/solaw/solaw-home/en" target="_blank">Solaw (<em>The State of the World&#8217;s Land and Water Resources for Food and Agriculture)</em> </a>della <a href="http://www.fao.org/index_en.htm" target="_blank">Fao,</a> che si è spinto fino al 2050 per vedere come andranno le cose quanto ad agricoltura e fabbisogno alimentare.</p>
<p><span id="more-13303"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/fao.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-13309" title="fao" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/fao.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a></p>
<p><strong>Secondo le proiezioni, per il 2050, quando cioè la popolazione mondiale avrà raggiunto i 9 miliardi di persone,</strong> c&#8217;è la concreta possibilità che la quota di cibo necessaria sia del 70% maggiore di quella di oggi. Ovvero, serviranno 1 miliardo di tonnellate di cereali e 200 milioni di tonnellate di prodotti d&#8217;allevamento in più l&#8217;anno. Attenzione, non è tutta questione di incremento della popolazione: <strong>c&#8217;entra anche il reddito.</strong> Se  proseguirà la tendenza degli ultimi decenni, fasce sempre più ampie della popolazione mondiale usciranno dalla povertà estrema e di pari passo cresceranno le loro esigenze in fatto di alimentazione.</p>
<p>Negli ultimi decenni il nostro pianeta ha fatto enormi progressi quanto a produzione di cibo. <strong>Negli ultimi 50 anni la superficie coltivata cresciuta del 12%</strong> su scala mondiale e tra il 1961 e il 2009 la produzione agricola è aumentata del 150%. Uno sforzo titanico che, però, non è andato tanto per il sottile quanto a sfruttamento delle risorse naturali e a consumo di terreni e fonti. Così che, ormai, il 25% della superficie agricola mondiale è irreparabilmente degradata e vicina al limite produttivo.</p>
<p>Ad aggravare il problema, e non solo in prospettiva, c&#8217;è il fatto che il 40% dei terreni agricoli degradati si trova nelle regioni del mondo dove più alti sono, oggi, i tassi di povertà.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>UN 2010 DA SBALLO PER I PRODOTTI BIO</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Feb 2011 23:16:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[La crisi ha fatto dimagrire la spesa alimentare degli italiani ma il 2010 è stato comunque un anno da sballo per i prodotti biologici confezionati. Lo rileva la Coldiretti a seguito di un&#8217;analisi dei dati Ismea Ac Nielsen. Su base annua, infatti, la spesa &#8220;bio&#8221; degli italiani è cresciuta dell&#8217;11,6%. Particolarmente forti gli incrementi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La crisi ha fatto dimagrire la spesa alimentare degli italiani ma il 2010 è stato comunque un anno da sballo per i prodotti biologici confezionati. Lo rileva la <a href="http://www.coldiretti.it" target="_blank">Coldiretti</a> a seguito di un&#8217;analisi dei dati Ismea Ac Nielsen.<strong> Su base annua, infatti, la spesa &#8220;bio&#8221; degli italiani è cresciuta dell&#8217;11,6%.</strong> Particolarmente forti gli incrementi di spesa per i salumi (56,4%), pasta e riso (22,3%), biscotti, dolciumi e snack (13,5%), latte e formaggi (13,2%), pane e affini (12,3%). Si stima che per il biologico la spesa nazionale superi i 3 miliardi di euro. Nel nostro Paese, sempre secondo i dati Coldiretti,<strong> sono 45.509 gli operatori biologici (una riduzione del 2% degli effettivi rispetto al 2009), con 1.106.684 ettari coltivati.</strong> L&#8217;Italia, del resto, è il Paese in Europa con il maggior numero di operatori certificati nel settore del &#8220;bio&#8221; e con il maggior numero di ettari coltivati in biologico. Per i boschi e i pascoli gestiti secondo il metodo biologico, il primato europeo spetta invece alla Spagna.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-9081" title="bio" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/02/bio.jpg" alt="bio" width="300" height="171" /></p>
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		<title>UN&#8217;ESTATE STORTA E IL GRANO SCAPPA VIA</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 11:55:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agricoltura]]></category>
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		<description><![CDATA[Siamo nel 2008 o nel 2010?  Allora la siccità e gli incendi in Australia, quarto esportatore mondiale di grano, contribuirono a innescare la corsa al rialzo dei prezzi dei generi alimentari. Oggi, la siccità e gli incendi che devastano la Russia occidentale, secondo esportatore mondiale di grano, e che hanno imposto al Cremlino il blocco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo nel 2008 o nel 2010?  Allora la siccità e gli incendi in Australia, quarto esportatore mondiale di grano, contribuirono a innescare la corsa al rialzo dei prezzi dei generi alimentari. Oggi, la siccità e gli incendi che devastano la Russia occidentale, secondo esportatore mondiale di grano, e che hanno imposto al Cremlino il blocco delle esportazioni di cereali dal 15 agosto al 31 dicembre, riportano in vita <strong>lo spettro delle rivolte per il pane</strong> che in molti Paesi poveri o in via di sviluppo punteggiarono di morti i lunghi mesi della crisi.</p>
<p><span id="more-5958"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-5963" title="pane" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2010/08/pane.jpg" alt="pane" width="300" height="164" /></p>
<p>Le autorità internazionali, per prima la Fao (<a href="http://www.fao.org" target="_blank"><em>Food and Agriculture Organization)</em></a>, escludono il ripetersi dell’emergenza-cibo, grazie all’abbondanza delle riserve. E le più diverse nazioni, <strong>dall’Italia all’Egitto (il maggior importatore di grano al mondo: 9 milioni di tonnellate l’anno, di cui 4 dalla sola Russia) </strong>confermano di avere scorte e margini sufficienti a reggere l’embargo. Impossibile, però, che queste difficoltà (che sono anche dell’Ucraina e del Kazakhstan, e del Canada per ragioni opposte di alluvioni) restino senza conseguenze. In primo luogo in Russia, dove i generi alimentari incidono per quasi il 40% sul paniere delle famiglie: aumento dei prezzi, inflazione, riduzione della capacità di spesa delle famiglie e contrazione dell’economia, ecco il quadro che si prospetta. E nei Paesi importatori avverrà più o meno altrettanto. L’Egitto dice che resisterà e speriamo che sia così. Ma in India proprio l’aumento dei prodotti dei generi alimentari <strong>ha portato l’inflazione alla doppia cifra</strong> e spinto il Governo a ripetuti aumenti dal tasso d’interesse per cercare di tenerle sotto controllo. Un quadro che si presta a speculazioni di ogni genere, destinate ad accrescere il nervosismo e l’imprevedibilità dei mercati.</p>
<p>Anche se lo scenario dei prossimi mesi fosse quello previsto e auspicato, cioè una mini-crisi con sporadici e limitati rincari, resta il fatto che dal 2008 a oggi, su questo fronte, si è soprattutto perso tempo. Oggi pochi se ne ricordano ma <strong>proprio il 29 luglio del 2008, mentre la corsa internazionale dei prezzi del frumento faceva in Africa le prime vittime dei disordini, falliva a Ginevra l’ennesima sessione del “<a href="http://www.wto.org/english/tratop_e/dda_e/dda_e.htm" target="_blank">Doha Round</a>”</strong>, il negoziato interno all’Organizzazione mondiale del commercio (<a href="http://www.wto.org" target="_blank">Wto</a>). <strong>E falliva proprio per il contrasto tra Usa, Cina e India sulla politica agricola internazionale</strong>. Da un lato gli Usa dei sussidi ai farmer (18,2 miliardi di dollari nel 2006), dall’altro la Cina e soprattutto l’India, potenze economiche emergenti, che chiedevano forti misure di protezione per i propri produttori. Troppo limitata la riduzione dei sussidi americani, troppo vaste le richieste indiane. Risultato: tutti a casa a mani vuote.</p>
<p>Dopo anni e anni in cui ci siamo sentiti ripetere che la globalizzazione va in qualche modo “governata” per il bene di tutti, scopriamo a ogni occasione che la morale è sempre quella: <strong>i grandi Paesi sono ancora convinti che chi fa da sé fa per tre.</strong> Oggi, con il blocco alle esportazioni decretato dal Cremlino, ridono i produttori di grano americani, che sono già i primi esportatori al mondo e che con i buoni raccolti delle ultime due stagioni hanno ammassato 30 milioni di tonnellate di scorte. <strong>Proprio come, quando era alto il prezzo del petrolio, ridevano i russi</strong>. Ma se basta una brutta estate a far piangere gli uni o gli altri, vuol dire che nessuno può davvero permettersi di stare allegro.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 6 agosto 2010.</p>
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		<title>BUONE NOTIZIE DALL&#8217;INDIA, CHE SCEGLIE ANCORA I GANDHI E LA STABILITA&#8217;</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2009/05/22/559/</link>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2009 10:50:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quasi 430 milioni di elettori indiani sui 714 milioni aventi diritto al voto, sparsi in 800 mila seggi, hanno scelto. Dicono le cronache che la loro preferenza è andta all&#8217;Alleanza Progressista Unita (almeno 250 seggi parlamentari sui 543 in palio), la coalizione che ha finora sostenuto il governo del premier Manmohan Singh. che in essa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quasi 430 milioni di elettori indiani sui 714 milioni aventi diritto al voto, sparsi in 800 mila seggi, hanno scelto. Dicono le cronache che la loro preferenza è andta all&#8217;Alleanza Progressista Unita (almeno 250 seggi parlamentari sui 543 in palio), la coalizione che ha finora sostenuto il governo del premier Manmohan Singh. che in essa si è affermato il Partito del Congresso. E che in questo ha trionfato <strong>Sonia Gandhi</strong>, l&#8217;esponente della dinastia che qualche anno fa decise di sottrarsi alla vita e agli incarichi pubblici per tessere dietro le quinte le alleanze che hanno portato a questa nuova affermazione.</p>
<p><span id="more-559"></span>      <strong>Abbandonarsi a una lettura solo partitica</strong> di questo gigantesco pronunciamento popolare sarebbe, però, un errore. La coalizione, il partito e la leadership dei Gandhi (la vera star della campagna elettorale è stato il giovane Raul Gandhi, figlio di Sonia; <strong><em>eccoli insieme nella foto sotto</em></strong>) sono stati solo confermati, e da un certo punto di vista l&#8217;unica novità sta nella continuità.</p>
<p>      <img src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2009/05/gandhi1.jpg" alt="gandhi1.jpg" /></p>
<p>      <strong>Ma in questo voto, quasi per paradosso</strong>, ciò che è stato respinto conta ancor più di ciò ch&#8217;è stato promosso. Ecco allora il &#8220;no&#8221; alla Coalizione Nazional Democratica (solo 157 seggi) guidata dal Bharatiya Janata Party dei nazionalisti indù (119 seggi). Un &#8220;no&#8221; sonoro anche per il Terzo Fronte, la coalizione dei partiti comunisti e socialisti, rimasto a 80 seggi avendo sperato di sfondare quota 100. Il che vuol dire un netto rifiuto per l&#8217;estremismo induista che ha prodotto tensioni e, come nel caso dello Stato dell&#8217;Orissa, crudeli persecuzioni nei confronti dei cristiani, e un&#8217;altrettanto chiara ripulsa per l&#8217;estremismo di sinistra che ha colpito anche durante il voto, con il sequestro di un treno e dei suoi 700 passeggeri da parte di un gruppo maoista. Appare quindi impeccabile l&#8217;analisi di <strong>monsignor Stanislaus Fernandes</strong>, segretario generale delle Conferenza episcopale indiana, che ha parlato di &#8220;risultato benvenuto per la laicità del Paese&#8221; e del desiderio del popolo indiano di avere &#8220;un Governo stabile&#8221;.</p>
<p>      <strong>L&#8217;idea di stabilità, se riferita all&#8217;India</strong>, è parente stretta di quelle di progresso e di affrancamento sociale. Metà della forza lavoro indiana (524 milioni di persone) è ancora impegnata in agricoltura e per questa enorme massa proletaria il governo negli ultimi anni ha avviato imponenti programmi di miglioramento delle infrastrutture, e concesso prezzi agevolati per l&#8217;energia, le sementi, i fertilizzanti. <strong>Il tutto condizionato al boom economico del Paese</strong> che dal 1997 a oggi, grazie a un Prodotto interno lordo in crescita media del 7% l&#8217;anno, ha consentito una riduzione della povertà del 10%.</p>
<p>      <strong>La crisi finanziaria e industriale mondiale</strong> ha proiettato lunghe ombre sui programmi di sviluppo. In più, l&#8217;India è oggi circondata da una serie di focolai di crisi che sono, sì, altrui ma rischiano di mettere in pericolo la sua crescita di nazione protagonista. A Nord, il Pakistan tenta di inocularle il morbo talibano per interposto terrorismo, le tensioni confinarie con la cina sono solo sopite e non risolte e il maoismo del Nepal si infiltra con facilità. A Sud, lo Sri Lanka della battaglia finale con i tamil (il cui braccio armato si è esercitato anche in India) è un altro nido di tensioni. <strong>Gli elettori indiani hanno certo pensato anche a questo, nel momento decisivo del voto</strong>. Il fatto che abbiano respinto le promesse dei diversi avventurismi scegliendo la strada, forse non esaltante ma concreta, della realtà e della conciliazione, è una buona notizia non solo per l&#8217;India ma per l&#8217;intero continente.</p>
<p>Pubblicato su <em>Avvenire</em> del 17 maggio 2009   <a href="http://www.avvenire.it">www.avvenire.it</a></p>
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		<title>DOPO IL MASSACRO IN INDIA: NON CERCATE CHI SPARA, TROVATE CHI PENSA</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Nov 2008 19:04:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Nel pieno della crisi, mentre ancora si sgomberano le macerie e si fa il conto delle vittime, può sembrare quasi crudele dirlo. Ma è di scarsa importanza stabilire a quale dei tanti gruppi e gruppuscoli della galassia islamista appartenessero i giovani killer che hanno colpito Mumbai. Investigatori e agenti dei servizi segreti prima o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">      Nel pieno della crisi, mentre ancora si sgomberano le macerie e si fa il conto delle vittime, può sembrare quasi crudele dirlo. Ma è di scarsa importanza stabilire a quale dei tanti gruppi e gruppuscoli della galassia islamista appartenessero i giovani killer che hanno colpito Mumbai. Investigatori e agenti dei servizi segreti prima o poi li scopriranno e, come avviene da anni con i manovali del terrore, li renderanno inoffensivi. <strong>Conta assai più individuare il progetto, il senso, la filosofia dell’attacco</strong> rivolto con rara violenza e capacità organizzativa contro la capitale indiana. E’ questo il filo che può eventualmente portarci alla mente che ha ideato la strage, e intanto suggerirci le misure più opportune a proteggerci.<br />
Per giuste ragioni ma anche per comodità ci siamo abituati a considerare quasi solo il volto lucente della <strong>nuova India</strong>, il Paese che ormai condiziona il dibattito politico ed economico mondiale, che rifornisce di medici e ingegneri il mondo sviluppato. <strong>L’India di Bollywood</strong>, la fucina dei film più visti a Est di Roma e a Ovest di Hollywood, <strong>degli imprenditori miliardari</strong>, della crescita rampante (9% l’anno), delle grandi aziende produttrici di software, <strong>del nucleare e della bomba atomica</strong>.<br />
La medaglia, però, ha anche un’altra faccia: l’agricoltura che ancora occupa il 60% della forza lavoro, la ricchezza media per abitante ferma a circa 2.000 euro l’anno, gli oltre 50 milioni di disoccupati. <strong>E soprattutto, un’onda crescente di frizioni etniche, religiose e politiche che con frequenza agghiacciante si risolvono nel sangue</strong>. Sono di ieri le violenze hindù sui cristiani (circa 26 milioni su 1 miliardo e 150 milioni di abitanti), dell’altroieri i massacri reciproci tra hindù e musulmani. E, <strong>sullo sfondo, la tensione con il Pakistan</strong>, il vicino Stato islamico: l’India spende un milione di dollari al giorno solo per le truppe attestate sul ghiacciaio Siachen, nell’Himalaya, a 5 mila metri d’altitudine.<br />
Quanto è successo a Mumbai ha con tutto questo una profonda relazione. Ci dice, in primo luogo, che i lunghi anni della “guerra al terrore” non hanno abbastanza intaccato la capacità strategica di Al Qaeda, del cui stile la strage porta gli inconfondibili segni. <strong>Il punto è qui: arrivare a chi pensa</strong>, non a chi tira il grilletto. E che ci sia un pensiero è indubbio.<br />
La faccia nascosta del boom indiano (rancori etnici e religiosi, insoddisfazione economica, tensioni militari) rende relativamente facile, ai professionisti del terrore, l’arruolamento di giovani fanatici e disperati. Magari quelli appena usciti dalle scuole coraniche che i quattrini dei Paesi petroliferi del Golfo aprono in gran quantità sia in India sia in Pakistan. E l’attrito mai sopito con il vicino offre un facile “gancio” cui appendere le rivendicazioni di una minoranza come quella musulmana, in genere più povera e meno istruito, di poco inferiore nei numeri <strong>(155 milioni contro 170)</strong> all’intera popolazione dello Stato islamico per eccellenza, il Pakistan appunto.<br />
Se solo alziamo lo sguardo, notiamo che la strage di Mumbai risponde a una logica evidente: l’islamismo armato e strettamente connesso alla criminalità organizzata (primo fra tutti il narcotraffico) e ai rami incontrollabili dei vari eserciti e servizi segreti, è riuscito in tre-quattro anni a rendere <strong>di nuovo pericoloso l’Afghanistan e instabile il Pakistan.</strong> Ora tocca all’India e ai germi di fragilità che l’improvvisa e diseguale ricchezza non è riuscita a curare. Come si diceva, dietro i massacri c’è un pensiero, una strategia. Ora è di rendere incontrollabile una parte dell’Asia ricca e bene armata, così come nel 2004 (strage sui treni di Madrid) e nel 2005 (le bombe nella metropolitana  e sui bus di Londra) era di frammentare un’Europa già divisa sulle strategie Usa e sulle proprie. E’ il momento di riflettere e studiare per prevedere. Gli investigatori corrono in cerca degli assassini, e li scoveranno. Gli altri, per favore, facciano correre le idee.</p>
<p align="justify"> Pubblicato su <em>Avvenire</em> del 29 novembre 2008  <a href="http://www.avvenire.it">http://www.avvenire.it</a></p>
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		<title>LA UE SCOPRE IL RIGORE ECONOMICO. A SPESE DELLA POVERA BULGARIA</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Nov 2008 21:39:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      Notizia che meriterebbe più rilievo di quello che le è stato accordato. La Commissione Europea (ovvero, il “Governo” dell’Unione) ha bloccato l’erogazione di 220 milioni di euro alla Bulgaria. I quattrini erano parte del programma di pre-adesione Phare, destinato ad aiutare i Paesi dell’Europa centrale e orientale entrati per ultimi (la Bulgaria nel gennaio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">      Notizia che meriterebbe più rilievo di quello che le è stato accordato. La Commissione Europea (ovvero, il “Governo” dell’Unione) ha bloccato l’erogazione di 220 milioni di euro alla Bulgaria. I quattrini erano parte del programma di pre-adesione <em>Phare</em>, destinato ad aiutare i Paesi dell’Europa centrale e orientale entrati per ultimi (la Bulgaria nel gennaio 2007) nella Ue. E’ una decisione clamorosa, per almeno due ragioni: perché è la prima volta che la Commissione prende un provvedimento del genere; e perché è clamorosa la motivazione, che risiede <strong>nel clamoroso tasso di corruzione che vige in Bulgaria</strong> e che non ha risparmiato le istituzioni e le agenzie preposte alla gestione dei fondi comunitari.<br />
Con questo provvedimento, la Bulgaria perde per sempre i 220 milioni, che dovrà restituire al bilancio Ue. <strong>Altri 600 milioni, sempre destinati alla Bulgaria, sono stati bloccati nel luglio scorso, </strong>dopo un “esame” ad ampio raggio, così ripartito: 115 milioni destinati alla costruzione di strade, 121 milioni per l’agricoltura e più di 300 milioni congelati dalle indagini dell’Ufficio anti-frode della Ue. In ogni campo, la ragione del blocco è sempre stata la stessa: corruzione, corruzione, corruzione. E non è nemmeno tutto: <strong>la vera “ciccia”, per la Bulgaria, sta negli 11 miliardi di fondi strutturali</strong> che la Ue dovrebbe erogare nel periodo 2007-2011 e che sono, come i milioni di cui si diceva, sotto inchiesta. A questo punto, è più che probabile che quei soldi restino nelle cassaforti di Bruxelles.<br />
Il Governo bulgaro si lamenta, ovviamente. Altrettanto ovviamente, è chiaro a tutti che esso non è in grado di mettere un freno al saccheggio delle risorse pubbliche che avviene ogni giorno sotto i suoi occhi e, in qualche caso, sotto le sue mani. Su questo non c’è discussione. Si può provare a ragionare, invece, su questa domanda: perché proprio la Bulgaria, perché proprio adesso?<br />
Ho qualche esperienza dei Paesi dell’Europa dell’Est e mi riesce difficile credere che i bulgari siano così clamorosamente più ladri o più disperati di quanto siano i romeni o di quanto fossero a suo tempo i polacchi o gli ungheresi. Ho vissuto in Russia e ho viaggiato in molti Paesi, soprattutto nei durissimi anni Novanta. <strong>Ovunque la reazione istintiva era di spingere il portafoglio in fondo alle tasche e di diffidare per principio di qualunque richiesta</strong>, considerata a priori esagerata ad arte. Per non parlare delle mance, delle bustarelle, delle tangenti vere e proprie pagate per fare  semplicemente il proprio lavoro.<br />
E’ un quadro troppo cattivo? No, se solo consideriamo che <strong>tutta quella gente viveva quasi sempre in condizioni assai prossime alla miseria</strong>, e che in più si affacciava su un mondo, il nostro, che prometteva (magari involontariamente) benessere e consumi a chi mostrasse intraprendenza e furbizia. Possibile che la Bulgaria sia un caso così spiccata di furfanteria?<br />
La mia sensazione è un’altra: <strong>l’Unione Europea ha scoperto la crisi</strong>. In un duplice senso. In primo luogo, la crisi della propria credibilità. Storia non nuova, anzi vecchia di qualche anno. Ma le ansie più recenti, in particolare quella seguita alla bocciatura del Trattato di Lisbona da parte degli irlandesi, deve aver fatto capire a qualcuno che <strong>non si può chiedere il rigore di Maastricht a chi è dentro e coprire di miliardi chi è fuori o chi sta entrando</strong>. Certo, può anche esserci un sottofondo xenofobo (tipo: pagare per quelli là? Mai!), ma l’idea che occorra un po’ più di rigore per poter pretendere il rigore è così banale che qualcuno a Bruxelles potrebbe anche essersene accorto.<br />
E poi, ovvio, c’è la crisi vera, la crisi economica mondiale. Con 11 miliardi di euro (quelli che la Bulgaria forse non vedrà mai) di cosette se ne fanno. E’ più di quanto il Governo italiano possa permettersi di spendere per sostenere le banche e le famiglie, tanto per fare un esempio. Ma soprattutto <strong>all’Unione Europea potrebbe anche far comodo non doversi occupare anche della Bulgaria, un Paese ancora fragile e bisognoso di molta, molta assistenza</strong>. Pare insomma agli sgoccioli la tradizionale generosità europea, quella che l’ha resa una specie di arca di Noè su cui tutti vogliono imbarcarsi, salvo poi mettersi a rompere in ogni modo le scatole una volta saliti a bordo. Spiace che ai bulgari tocchi fare le spese, in un sol colpo, degli abusi propri e dei vizietti altrui.</p>
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		<title>LA CARTA DELL&#8217;OPPIO SEMPRE PIU&#8217; DECISIVA NELLA PARTITA IN AFGHANISTAN</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 15:03:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>

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		<description><![CDATA[      In Afghanistan, nel 2007, la coltivazione del papavero da oppio ha procurato introiti per 1 miliardo di dollari. L’esportazione di oppio, eroina e morfina, a sua volta e sempre nel 2007, ha generato un valore di 4 miliardi di dollari. Totale: 5 miliardi di dollari finiti in mano a briganti, signori della guerra, capiclan [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      In Afghanistan, nel 2007, la coltivazione del papavero da oppio ha procurato introiti per 1 miliardo di dollari. L’esportazione di oppio, eroina e morfina, a sua volta e sempre nel 2007, ha generato un valore di 4 miliardi di dollari. Totale: 5 miliardi di dollari finiti in mano a briganti, signori della guerra, capiclan e talebani. Se consideriamo che <strong>l’intero Prodotto interno lordo dell’Afghanistan (cioè il valore dell’attività economica dell’intero Paese) è valutato in 35 miliardi di dollari,</strong> non abbiamo bisogno di sottili analisi geopolitiche per capire come mai non si riesce, laggiù, a stabilizzare la situazione.<br />
      I dati sono stati resi noti dall’<strong>Unodc</strong>, l’Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alle droghe e alla criminalità ben diretto dall’italiano <strong>Antonio Maria Costa</strong>. Che al rapporto ha aggiunto le seguenti considerazioni: in molte province, comprese quelle in cui si coltiva l’oppio, le autorità locali (cioè i legittimi rappresentanti del Governo centrale di Kabul) impongono una tassa del 10% sulle attività produttive. <strong>Vale a dire che circa 100 milioni di dollari si perdono all’interno della corrotta e inefficiente macchina burocratica afghana.</strong> Inoltre, e cito, “la lavorazione e il traffico d’oppio hanno generato un’entrata addizionale di 200-400 milioni di dollari. Chi ha raccolto questi soldi?”.</p>
<p>      Vi prego, inoltre, di dare un’occhiata alla cartina che l’Unodc ha inserito nel proprio rapporto. Le zone in rosso sono quelle dove più intensa è <strong>la coltivazione del papavero da oppio, che a sua volta è racchiusa al 98% in sole 7 province</strong>. Sono concentrate, come si vede, in quello spicchio di Afghanistan che a sua volta è compresso <strong>tra l’Iran e il Pakistan</strong>. Ne deriva una considerazione banale ma non secondaria: questa realtà geografica , frutto delle operazioni di repressione messe a segno nel resto dell&#8217;Afghanistan, favorisce un miglioramento della situazione, che però passa obbligatoriamente per un miglioramento delle relazioni con quegli altri due Paesi. Facile a dirsi e difficile a farsi, certo. Ma non per questo la ricetta cambia: è troppo semplice, per gli ayatollah di Teheran e per i servizi segreti pakistani complici dei talebani, minare gli sforzi per la ricostruzione dell’Afghanistan. A loro basta dare una mano ai trafficanti di droga, che tutto vogliono tranne che un Governo forte, serio ed efficiente a Kabul.<br />
     Per il momento, <strong>l’Unodc segnala per il 2008 un calo nella produzione rispetto al 2007</strong>. Le terre coltivate a oppio sono passate dal 2,5% del totale al 2,1%, e i contadini impegnati in quella produzione sono calati di 1 milione. Ha dato una buona mano la siccità, che ha reso più difficile la produzione del papavero e più conveniente quella del grano, che nel 2007 valeva 10 volte meno del papavero e oggi solo 3 volte meno.<br />
      Potrebbe anche esserci un’altra causa, che sarebbe però di pessimo auspicio. Negli ultimi anni la produzione di oppio afghano ha superato la richiesta del mercato. <strong>Talebani e predoni, quindi, hanno depositi pieni di droga invenduta.</strong> Potrebbero essere stati loro a decretare un blocco delle coltivazioni, per far risalire il prezzo della materia prima e quindi il valore del loro “magazzino”. Se così fosse, sradicare la guerriglia richiederà molta più fatica del previsto.</p>
<p>Per il testo integrale del rapporto Unodc: http://<a href="http://www.unodc.org">www.unodc.org</a><br />
 </p>
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		<title>CALA IL PREZZO DEL PETROLIO, E&#8217; ORA DI METTERSI A PIANGERE</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Oct 2008 15:01:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>

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		<description><![CDATA[      Nelle pieghe della crisi finanziaria globale si annida un fenomeno cui dovremmo prestare maggiore attenzione per entrare davvero nei meccanismi dell’economia reale. Solo quest’estate il petrolio (ma anche le altre materie prime e i generi di prima necessità: ricordate la corsa dei prezzi del riso e del grano?) battè ogni record, affacciandosi sui 150 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Nelle pieghe della crisi finanziaria globale si annida un fenomeno cui dovremmo prestare maggiore attenzione per entrare davvero nei meccanismi dell’economia reale. Solo quest’estate il petrolio (ma anche le altre materie prime e i generi di prima necessità: ricordate la corsa dei prezzi del riso e del grano?) battè ogni record, affacciandosi sui 150 dollari a barile, quota mai toccata prima. Tutti a dire che così non si poteva andare avanti, ad accusare gli speculatori, a invocare misure d’emergenza. Quando il prezzo scese di qualche dollaro, ci fu persino chi (per esempio, il ministro Tremonti) si attribuì il merito (e qualcuno fu pronto a confermare: i suoi colleghi leghisti) del prodigio.<br />
       Adesso la quotazione del greggio è scesa <strong>sotto quota 80 dollari a barile</strong>. Dovremmo essere allegri, no? Festeggiare tutto il giorno, e inginocchiarci davanti al ministro. Giustamente non lo facciamo perché il crollo del prezzo del petrolio è dovuto a un’unica ragione: è franata l’attività delle industrie, che consumano quindi meno petrolio. Ergo, come dalla più elementare delle leggi di mercato (meno richiesta, prezzi inferiori) il prezzo del petrolio si abbassa.<br />
      I dati italiani sono chiarissimi: nella primavera scorsa, quando appunto il greggio correva verso i massimi storici, la produzione industriale italiana era arrivata a crescere anche dell’8,6%; in agosto era già in calo del 14,3%, dopo tre mesi (maggio, giugno e luglio) negativi (meno 6,6, 4,4 e 0,1%), ed eccoci quindi con il petrolio in ritirata fin sotto gli 80 dollari. E la tendenza non è solo italiana, è di tutti. Secondo le stime <em>dell’Agenzia Internazionale del Petrolio</em>, <strong>nel 2008 la domanda mondiale di petrolio sarà di 86,5 milioni di barili al giorno (con un incremento dello 0,5% rispetto al 2007) e nel 2009 di 87,2 milioni di barili al giorno (più 0,8%)</strong>. Bisogna tener d’occhio gli incrementi: molto modesti, addirittura irrisori se pensiamo alla crescita della popolazione mondiale e alla corsa delle economie di Paesi come Cina, India, Brasile. Il che ovviamente conferma che altrove l’economia è ferma, se non in recessione.<br />
      Morale della favola: non è affatto detto che ci sia da stare allegri se il prezzo del petrolio cala. Anzi: se le relazioni economiche mondiali fossero più sane, e ai cittadini e consumatori fossero fornite informazioni più oneste, avremmo tutti coscienza del fatto che il petrolio in realtà costa poco. Un barile (unità di misura di origine anglosassone, tutt’oggi usata nell’industria petrolifera) contiene poco meno di 159 litri di greggio. <strong>Vuol dire poco più di 0,50 dollari a litro, pari a circa 33 centesimi di euro</strong>. Vi pare logico che la linfa vitale dell’economia mondiale, per di più quasi sempre estratta dai luoghi meno ospitali del pianeta, costi meno del vino, della Coca Cola, poco più di una bottiglia da un litro e mezzo di minerale Ferrarelle (29 centesimi, da catalogo on line dell’Esselunga)?<br />
      Non è necessario essere degli ecologisti arrabbiati per capire una cosa: è inevitabile che prima o poi si arrivi a un più corretto rapporto tra risorse e consumi. Soprattutto, bisognerà capire che <em>commodities</em> naturali e non rinnovabili come <strong>acqua, petrolio e terra sono risorse preziose che non possono essere sprecate</strong>. Se ci arriveremo da soli, usando la testa, meglio. Se no, saranno le impietose realtà dell’economia e del mercato a farci prendere coscienza. E come vediamo in queste settimane, non sarà un processo indolore.</p>
<p>Il sito dell’Agenzia Internazionale per l’Energia: <a href="http://www.iea.org/">http://www.iea.org</a></p>
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		<title>COREA DEL NORD: LA BOMBA, IL CARO LEADER E LA CINA CHE SI ALLARGA</title>
		<link>http://www.fulvioscaglione.com/2008/06/29/108/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Jun 2008 14:25:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Bomba atomica]]></category>
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		<category><![CDATA[Corea del Nord]]></category>
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		<description><![CDATA[      Entusiasmo alle stelle sulla stampa internazionale per la decisione di Kim Jong Il di consegnare a Wu Dawei, ministro degli Esteri della Cina e capo della delegazione di nazioni (Cina, Corea del Sud, Giappone, Russia e Usa) che da tempo negozia il disarmo atomico della Corea del Nord, i piani atomici del proprio Paese. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>      Entusiasmo alle stelle sulla stampa internazionale per la decisione di Kim Jong Il di consegnare a Wu Dawei, ministro degli Esteri della Cina e capo della delegazione di nazioni (Cina, Corea del Sud, Giappone, Russia e Usa) che da tempo negozia il disarmo atomico della Corea del Nord, i piani atomici del proprio Paese. Poiché siamo nell’epoca della politica spettacolo, non è mancato l’evento a uso delle telecamere: con l’esplosivo è stata fatta saltare la torre di raffreddamento della centrale atomica coreana di <strong>Yongbyon</strong>.<br />
       Gli americani hanno detto: una vittoria diplomatica di Bush. I pacifisti hanno detto: un passo verso la pace. C’è del vero in entrambe le affermazioni, e comunque qualunque passo verso la distensione internazionale e il disarmo va accolto con favore. Vorrei però segnalare il significativo e soddisfatto silenzio <strong>dei due veri vincitori della partita diplomatica: il dittatore Kim Jong Il e il Governo della Cina</strong>.<br />
       <strong>Kim Jong Il ha vinto</strong> perché, proprio grazie alla bomba atomica, è riuscito a ottenere molti, importanti risultati. Oltre a un pacco di soldi e di agevolazioni, la sopravvivenza del suo regime e del suo potere personale. Ci dimentichiamo con troppa facilità che <strong>la Corea del Nord è un Paese in miseria, anche adesso a rischio di precipitare in una carestia come quella che la colpi tra il 1996 e il 1999 e che provocò 2 milioni di morti per fame</strong>. Proprio in quel periodo il <em>Caro Leader</em> (così si fa chiamare Kim Jong Il) preferì finanziare il progetto nucleare che salvare le vite dei suoi sudditi. Tanto che i coreani del Nord morirono come mosche nonostante che la Corea del Sud dal 2000 al 2006 abbia fornito a quella del Nord <strong>450 mila tonnellate l’anno di beni di prima necessità e materiale per l’agricoltura</strong>, anch’essi finiti a finanziare i piani del dittatore.<br />
      Poiché il lupo perde il pelo ma non il vizio, è poi successo questo: nel pieno della carestia, Kim Jong Il fu costretto ad allentare la presa sui contadini: <strong>un minimo di libertà di commercio e l’agricoltura della Corea del Nord risalì a una produzione di 4,5 milioni di tonnellate di grano l’anno</strong>. Forte della bomba, il<em> Caro Leader</em> è tornato alle vecchie abitudini e la produzione è ridiscesa a 3,8 milioni di tonnellate, una quota ridicola rispetto a ciò che il Paese potrebbe ottenere dai suoi campi. Questo è l’uomo al quale la Casa Bianca già dà la propria benedizione, promettendo di cancellarlo dalla lista degli “Stati canaglia” per riprendere allegramente a commerciare con lui.<br />
      Il secondo vincitore è la Cina. Kim Jong Il ha consegnato i piani del nucleare nordcoreano <strong>al ministro Wu Dawei</strong> perché sa di potersi fidare di Pechino. In altre parole, la Corea del Nord si è messa sotto l’ombrello diplomatico e militare della Cina, che allarga così il proprio peso politico in Asia e la propria influenza diplomatica nel mondo. Non che il <em>Caro Leader</em> avesse molta scelta, visto che si trovava con una nuova carestia alle porte, la pressione internazionale cresceva e <strong>Pechino gli forniva il 50% del cibo e il 70% dell’energia</strong>. Resta il fatto che la crisi della bomba nordcoreana è stata disinnescata nei tempi e nei modi decisi da Pechino, che sempre più si afferma come la capitale di una nuova superpotenza.</p>
<p>Per approfondire la questione del nucleare della Corea del Nord sul sito dell’Agenzia Atomica dell’Onu:<br />
<a href="http://www.iaea.org/NewsCenter/Focus/IaeaDprk">http://www.iaea.org/NewsCenter/Focus/IaeaDprk</a><br />
 </p>
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		<title>CARESTIA? NO, GLOBALIZZAZIONE COL TRUCCO</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jun 2008 19:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[    Purtroppo il delirio politico di Mahmud Ahmadinejad si è portato via quasi tutta l’attenzione intorno al vertice organizzato a Roma dalla Fao. Conviene così ripassare alcuni dati: 850 milioni di persone già oggi non hanno di che sfamarsi, e presto saranno 100 milioni (Ban Ki-Moon, segretario generale della Nato); in Europa l’aumento medio del prezzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>    Purtroppo il delirio politico di Mahmud Ahmadinejad si è portato via quasi tutta l’attenzione intorno al vertice organizzato a Roma dalla Fao. Conviene così ripassare alcuni dati: 850 milioni di persone già oggi non hanno di che sfamarsi, e presto saranno 100 milioni (Ban Ki-Moon, segretario generale della Nato); in Europa l’aumento medio del prezzo dei generi alimentari è del 7,1% (Coldiretti); a oltre 2 miliardi di persone la spesa alimentare consuma il 70% del reddito (contro il 10-20% nei Paesi sviluppati), quindi basta un nulla perché dal “rischio fame” precipitino nella fame vera (Jacques Diouf, direttore generale Fao); vivono, o meglio sopravvivono, nel mondo 178 milioni di bambini malnutriti (Medici senza Frontiere).<br />
     Ho affastellato queste cifre anche per sottolineare le parole di Benedetto XVI: “La fame e la malnutrizione sono inaccettabili”, ha detto il Papa al vertice Fao, “in un mondo che dispone di livelli di produzione, di risorse e di conoscenze sufficienti”. Perché non si capisce nulla della crisi mondiale del cibo se non si parte da un presupposto: <strong>questa è la crisi dell’abbondanza, non della povertà</strong>. E infatti: non uno dei 37 Paesi censiti dalla Fao durante la fase più acuta dell’emergenza era un Paese colpito in passato da carestie di un certo rilievo. La prova del nove? Eccola: <strong>negli Usa la benzina costa circa 4 dollari a gallone (pari a 3,79 litri), cioè circa 70 centesimi di euro al litro</strong>. Ma perché la benzina dovrebbe costare assai meno di una lattina di bibita gasata? Comunque meno di un litro di latte, di un cono gelato, di un caffè al bar?<br />
      In altre parole, la crisi alimentare mondiale è in gran parte un problema nostro che si scarica… dove può, comunque sugli altri. Qualche esempio? Nel 2001 i produttori americani di cotone ottennero dal loro Governo sussidi per 3,6 miliardi di dollari, pari a 3 volte gli aiuti Usa all’intera Africa. Forti di quel “minimo garantito”, i cotonieri americani aumentarono le esportazioni, <strong>facendo cadere il prezzo mondiale del cotone del 25% e mettendo sul lastrico una parte degli 11 milioni di africani che appunto vivevano della coltura del cotone</strong>. Nello stesso periodo i sussidi governativi erano pari al 48% del valore di tutta la produzione agricola negli Usa e al 46% in Europa. Nel 2006, secondo l’ong inglese Oxfam, <strong>i Paesi sviluppati hanno regalato ai loro contadini sussidi per 125 miliardi di dollari, contro solo 4 miliardi di aiuti offerti all’agricoltura dei Paesi in via di sviluppo</strong>. Come usare il cannone contro un avversario che dispone sì e no di un bastone.<br />
      Ed è proprio qui, in questa globalizzazione col trucco, il nodo cruciale. Le agricolture protette dei Paesi ricchi da un lato tengono alti i prezzi al consumo (e prestano il fianco alle manovre speculative delle varie Borse che, stando alla Coldiretti, hanno bruciato in pochi mesi 60 miliardi di euro solo manovrando sul prezzo del grano), dall’altro impediscono il decollo delle agricolture dei Paesi poveri. E bene ha fatto Sergio Marini, presidente appunto di Coldiretti, a invocare “politiche agricole regionali”. <strong>La stragrande maggioranza del cibo prodotto nel mondo (80-90%) viene da piccole aziende agricole a conduzione familiare o quasi</strong>. Il resto è l’industria, tanto più piccola rispetto al bisogno ma tanto più forte nei meccanismi (politica, trasporti, trasformazione delle materie prime, operazioni bancarie e speculazioni finanziarie) che oggi determinano la vita o la morte di un settore economico. Non c’è nulla da fare: la nascita di un più giusto mercato mondiale del cibo può avvenire solo attraverso la rinascita dei campi.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217; <em>Eco di Bergamo </em>il 4 giugno 2008     <a href="http://www.eco.bg.it">http://www.eco.bg.it</a></p>
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